Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
I DUE NON PERDONO OCCASIONE PER LANCIARSI FRECCIATINE
Forse ci siamo fatti distrarre troppo dall’implosione dell’alleanza Pd-Cinque Stelle in seguito alla caduta del governo Draghi, o dall’accordo firmato e stracciato tra Calenda e Letta, nel giro di quarantott’ore.
Forse ci piacciono di più le liti del centro sinistra, che sono più teatrali. O forse è l’alea della tragedia imminente che accompagna il (fu) campo largo democratico e progressista, in confronto a una destra che veleggia sicura verso la vittoria alle elezioni del 25 settembre.
Eppure c’è una guerra nemmeno troppo nascosta tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini che dovremmo guardare con grande attenzione. Perché racconta del mutamento degli equilibri interno alla destra che, stando ai sondaggi, ci ritroveremo al governo il giorno dopo il voto. E perché, se così dovessero andare le cose, sarà sulla tenuta di quest’asse che si giocherà la tenuta di un governo di destra prossimo venturo. Asse che, allo stato attuale, sembra tutt’altro che saldo, nonostante il vento in poppa, che fisiologicamente dovrebbe annacquare ogni dialettica.
Eppure anche ieri, dopo che Giorgia Meloni aveva dichiarato che, a fronte di un successo di Fratelli d’Italia, il presidente Mattarella non avrebbe potuto non incaricarla di formare un nuovo governo, Matteo Salvini ha sentito il bisogno di ribadire che nulla è deciso sulla scelta del futuro presidente del consiglio.
Così come del resto Giorgia Meloni, non più di qualche settimana fa, ha rifiutato la proposta di Salvini di stilare e presentare la lista dei ministri della coalizione di destra prima delle elezioni, lista che ovviamente avrebbe visto il leader leghista occupare la casella del ministero degli interni.
Da qualunque parte la si giri, è difficile ignorare questa dialettica. Perché i leader di una coalizione consolidata, con un programma comune, e un ampio vantaggio sugli avversari si agitano tanto sul dopo voto?
Perché entrambi, Salvini e Meloni, non vogliono ratificare un assetto di potere che è nell’ordine delle cose – Meloni a Palazzo Chigi e Salvini al Viminale – e che permetterebbe loro di ottenere ognuno quel che vuole?
La risposta è abbastanza semplice: perché per entrambi quell’assetto di potere sarebbe un problema.
Meloni vuole andare a Palazzo Chigi senza lasciare il ministero dell’interno a Salvini. E Salvini vuole andare al Viminale senza lasciare la presidenza del consiglio a Giorgia Meloni.
Al contrario, per entrambi, più che un piano B, una simile convivenza al governo sarebbe uno tra i peggiori dei mondi possibili, anche in caso di una schiacciante vittoria.
I motivi sono meno semplici, ma altrettanto logici. Giorgia Meloni si ricorda bene cosa fece Matteo Salvini nella sua parentesi da ministro dell’interno. Capace, da quello scranno, di polarizzare tutta l’attenzione su di se e sulla sua battaglia senza quartiere contro le ong e le navi che salvavano migranti al largo delle coste libiche, arrivando a oscurare il resto del governo a triplicare il consenso leghista nel giro di qualche mese, drenandolo proprio all’alleato di governo che si trovò completamente a rimorchio del Capitano, dei suoi porti chiusi e dei suoi decreti sicurezza.
Per questo, prima di dare il suo avallo al ritorno di Salvini al Viminale vuole vedere le percentuali a urne chiuse, sperando forse in un tonfo più forte del previsto del Carroccio, e in una successiva resa dei conti in via Bellerio, e magari in un golpe di Giancarlo Giorgetti e dei governatori del Nord.
Dal canto suo Matteo Salvini sa benissimo che Giorgia Meloni sta vampirizzando il consenso leghista da almeno un paio d’anni: prima gli ha preso quello dei duri e puri contro il Green pass e le misure di contenimento della pandemia di Covid-19, con la sua scelta di schierarsi da sola all’opposizione del governo Draghi. Poi gli ha preso quello del sud, che dopo la sbornia leghista, sta tornando a casa dalla destra nazionalista che non ha peccati originali nordisti da espiare.
Meloni a Palazzo Chigi potrebbe essere il colpo finale, quello che sposta verso Fratelli d’Italia il popolo delle partite iva e della media borghesia del Nord. Le ovazioni riservate a Meloni dalla platea del Meeting di Rimini sono più di un campanello d’allarme, in questo senso.
Quanto questa guerra possa pesare su un esito elettorale che a oggi appare scontato, non lo possiamo prevedere. Di sicuro, però, potrebbe pesare significativamente sul dopo. E per la destra, questo scontro fratricida richiama alla mente foschi ricordi: nel 1994, la vittoria di Berlusconi contro la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto fu rovinata dallo strappo di Umberto Bossi. Nel 2008, la schiacciante vittoria del Popolo delle Libertà contro il neonato Pd a vocazione maggioritaria di Walter Veltroni fu devastata dal conflitto del Cavaliere con Gianfranco Fini. La sfida infinita tra i leader, insomma, è la maledizione della destra italiana. A Meloni e Salvini il compito, da bravi conservatori, di continuare la tradizione.
(da Fanpage)
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Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
BUFERA SU LUIGI MASTRANGELO, EX NAZIONALE DI PALLAVOLO E ORA RESPONSABILE DEL DIPARTIMENTO SPORT DELLA LEGA, CHE LA SPARA GROSSA: “I SOLDI PER LO SPORT? TOGLIAMO QUALCOSA ALLA SANITÀ”
Tagliare la spesa sanitaria per dare più risorse allo sport. Detta così,
suona male. Detta in piena campagna elettorale, suona peggio.
Luigi Mastrangelo, ex “centrale” della nostra nazionale di pallavolo, ora responsabile del dipartimento Sport della Lega e candidato alla Camera, sperimenta subito come il confronto politico possa essere più ruvido dei duelli sotto rete. Ma, se non altro, segue la linea indicata da Giorgia Meloni, che una settimana fa ha prospettato più investimenti nello sport, per «combattere le droghe e le devianze e crescere generazioni di nuovi italiani sani e determinati».
Mastrangelo, ai microfoni di Radio Capital, suggerisce dove prendere i soldi, «togliendo magari qualcosa alla sanità – spiega – non dico tutto, ma qualcosina si può dedicare allo sport, visto che viene stanziato sempre molto poco e nella sanità tantissimo».
Ovviamente non è un paragone possibile: in un caso ragioniamo nell’ordine di una manciata di miliardi, nell’altro di oltre un centinaio. Certo, le ferite inferte dalla pandemia di Covid al nostro Paese, anche a causa della carenza di medici, infermieri, macchinari sanitari e servizi sul territorio, sono lì a dimostrare che tagliare i finanziamenti per la tutela della salute non sia proprio una grande idea.
Tra i primi a reagire, non a caso, è il ministro Roberto Speranza: «Negli ultimi tre anni abbiamo finalmente ricominciato ad investire aumentando il fondo sanitario di 10 miliardi e stanziandone 20 con il Pnrr – ha scritto su Twitter – Sarebbe folle tornare indietro. Non lo permetteremo». Mentre Carlo Calenda ricorda che «in Italia ci sono liste d’attesa di mesi per una tac e una visita oncologica. Mancano 50.000 medici e altrettanti infermieri – sottolinea il leader di Azione – Per noi invece ogni euro in più del bilancio pubblico andrà a istruzione e sanità».
Dal Partito democratico non si fanno sfuggire l’occasione per attaccare la Lega e la proposta «sconcertante» di Mastrangelo, come la definisce la capogruppo al Senato Simona Malpezzi. «Non ci sorprende, fa parte del partito responsabile del disastro in Lombardia – aggiunge – dove hanno annullato la medicina territoriale depauperando tutti i presidi sanitari». Francesco Boccia, responsabile Pd per gli Enti locali, sceglie la provocazione, ricordando che, «se la Lega smania per trasferire risorse, ci sarebbero da utilizzare i 49 milioni che Salvini e soci hanno negato al fisco».
Ma la schiacciata più velenosa arriva da Mauro Berruto, responsabile sport del Pd ed ex ct di Mastrangelo in nazionale (hanno vinto insieme la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra nel 2012), che si dice «allibito», di fronte a una proposta «imbarazzante», perché «non vogliamo uno sport che sottragga risorse al diritto alla cura di nessuno». Poi via Twitter si rivolge al suo giocatore, come fossero ancora in palestra: «Dai Gigi, vogliamo parlare di quante code hai fatto, da atleta di vertice, per esami del sangue o quante ore aspettavi per fare ecografie o risonanze magnetiche? Dai, non è rispettoso».
E chiude invitandolo a «una correzione del messaggio, altrimenti c’è davvero da preoccuparsi». In effetti, dopo qualche ora Mastrangelo diffonde una nota per precisare che la sua «idea, e quella della Lega, si basa su un concetto fondamentale, cioè che un adeguato e calibrato investimento nello sport oggi, produce anche un risparmio in sanità domani».
Discorso ben diverso, sostenuto anche dall’ultima indagine condotta da Svimez, insieme a Uisp e Sport e Salute, sul «costo sociale e sanitario della sedentarietà». In sintesi, chi pratica regolarmente attività sportiva fa spendere allo Stato, per la propria assistenza sanitaria, 97 euro in meno all’anno. Mentre chi non fa sport (nelle regioni del Sud parliamo di quasi la metà degli abitanti), costa alle casse pubbliche, in termini di cure, 52 euro in più.
Insomma, non c’è dubbio che favorire l’attività motoria e sportiva porti benefici economici per il Servizio sanitario nazionale. D’altra parte, però, non si può dimenticare che siamo un Paese “anziano” e che, ad esempio, ci sono quasi 3 milioni di over 75 con gravi difficoltà motorie, co-morbilità, o compromissioni dell’autonomia nelle attività quotidiane (dati Istat). Per loro, evidentemente, la soluzione non è lo sport, ma terapie e assistenza.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
A MATTARELLA COMPETE AFFIDARE L’INCARICO DI FORMARE UN NUOVO GOVERNO A CHI OFFRA MAGGIORI GARANZIE SULLA BASE DI UN SALDO CONSENSO DEGLI ALLEATI E DI UNA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO
«Lasciamo che i morti seppelliscano i morti». L’aria che tira al Quirinale quando la politica tenta di chiamarlo in causa fa ripensare al famoso passo evangelico di Luca, traducibile con un: non perdiamo tempo con faccende che al momento non si pongono.
Applicata al presente, quella logica di distacco significa che la campagna elettorale non provocherà reazioni dal Colle, neanche a fronte a prese di posizione che in qualche modo potrebbero coinvolgere il presidente. La dichiarazione di Giorgia Meloni suscita «stupore» sul Colle.
«Se vincesse il centrodestra e ci fosse l’affermazione di FdI, non ho ragione di credere che Mattarella possa assumere una scelta diversa rispetto alla mia indicazione» a premier. Fonti del Quirinale fanno notare che è una prerogativa del capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio e che non è possibile autoproporsi. Anche Matteo Salvini ha infatti dichiarato «io aspetto il voto, poi il presidente sceglierà, com’ è giusto che sia Non impongo nomi e ruoli a nessuno, tantomeno al presidente della Repubblica». E qui scatta il punto chiave del problema.
La Costituzione spiega che in casi come questo non c’è alcun automatismo. A Mattarella compete, dopo aver consultato le forze politiche presenti in Parlamento, e dopo averne ascoltato indicazioni e programmi, affidare l’incarico di formare un nuovo governo a chi offra maggiori garanzie sulla base di un saldo consenso degli alleati e di una maggioranza in Parlamento.
Tra i diversi fronti che Mattarella dovrà considerare procedendo alla nomina, c’è pure la cornice geopolitica e delle alleanze nella quali l’Italia è inserita, essendo il capo dello Stato garante dei trattati internazionali
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
SECONDO UNA STIMA DI YOUTREND GLI ASTENUTI SARANNO IL 35%. IN UNA PAROLA GLI ELETTORI FANTASMA POTREBBERO TOCCARE QUOTA 16 MILIONI
L’elettore fantasma non si nasconde più. 
Nonostante le difficoltà dei sondaggisti a fotografare in pieno agosto cosa pensano gli italiani delle elezioni e dei partiti, i cittadini ammettono il disinteresse per il voto.
Si prevede che gli astensionisti saranno tanti: almeno il 35% secondo una stima di YouTrend per Sky tg24 di 10 giorni fa. Ma i diversi istituti di rilevazioni concordano sul fatto che, più va avanti la campagna elettorale, più si recupera qualcosina in fatto di partecipazione.
Tuttavia i delusi, distratti, arrabbiati, in una parola gli elettori fantasma, in questa tornata potrebbero arrivare a 16 milioni. Ed è l’ipotesi più ottimista. Calcola Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend, che su 46 milioni e 600 mila aventi diritto al voto, la stima di affluenza si aggirerà intorno al 65/70%: dati in decrescita rispetto al 2018. Gli astenuti potrebbero essere tra i i 15 e i 16 milioni.
Antonio Noto di NotoSondaggi ricorda che nella passata tornata ci fu una novità elettorale, l’affermazione del Movimento 5Stelle, che catalizzò proprio gli italiani anti-casta, anti-sistema. Ora novità elettorali in quel senso non ce ne sono, però – dice Noto – è un po’ presto per fotografare la situazione: «I numeri sono ballerini. Va comunque detto che le elezioni politiche attraggono più delle amministrative e delle europee, quindi non ci sarà un crollo della partecipazione».
Sempre secondo YouTrend, è interessante in questa fase notare cosa spingerebbe gli elettori a non disertare le urne: il 48% chiede che il partito per cui vota mantenga almeno una delle promesse fatte in campagna elettorale; il 34% vuole un partito che rappresenti le proprie idee; il 22% punta a non ritrovarsi in Parlamento politici eletti che poi cambino casacca; il 20% vorrebbe eleggere il capo del governo. Comunque una partecipazione tanto bassa è legata alla mancanza di fiducia nei politici: sono deludenti.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
DAGLI ALIMENTARI AI CARBURANTI, FINO ALLE BOLLETTE E AI SERVIZI
Sarà un rientro dalle vacanze particolarmente salato quest’ anno. All’orizzonte si sta preparando una nuova raffica di aumenti che andranno a pesare sui bilanci delle famiglie in media per 711 euro.
I calcoli li ha fatti il Codacons e riguardano soltanto i mesi da settembre a novembre.
Poi si vedrà ma gli scenari attuali non lasciano immaginare un rapido rientro dalla corsa dei listini. Le voci pronte a rincarare sono tante, dagli alimentari ai carburanti, fino alle bollette e ai servizi.
Sono in gran parte spinte dal caro-energia che non dà tregua. Venerdì scorso il prezzo del gas sulla piazza finanziaria di Amsterdam ha raggiunto nuovi record a 339 euro al megawattora. A soffrire non saranno solo le famiglie. Anche le Pmi che operano nei servizi saranno messe alle strette: nei prossimi mesi dovranno fare i conti con una maxi bolletta da 11 miliardi, afferma Confesercenti, in assenza di interventi che per l’associazione deve prendere il governo in carica.
Ma quali sono i prodotti e le categorie per le quali gli italiani andranno a spendere molto di più? Sicuramente gli alimentari come pane, pasta, riso, latte, carne, frutta e verdura. Rispetto a come siamo abituati, la spesa aggiuntiva in alimentari sarà di 187 euro in più tra settembre e novembre, secondo i calcoli fatti dal Codacons. «Per frutta e verdura prevediamo aumenti sopra al 10%» spiega Fabio Massimo Pallottini, presidente di Italmercati, la rete nazionale dei mercati agroalimentari all’ingrosso. Alcuni prodotti sono già adesso molto più costosi.
È il caso di melanzane, peperoni, zucchine per le quali occorre già sborsare il 30% in più dell’anno scorso. «A ottobre si rischia la tempesta perfetta – dice Pallottini -. Molto probabilmente la tendenza all’incremento delle quotazioni dell’energia continuerà anche in autunno e le imprese, che finora hanno cercato di assorbire gli aumenti, non riusciranno più a far fronte ai rialzi e dovranno scaricare i costi più alti sulle famiglie che saranno già alle prese con tanti altri aumenti».
Tra le voci che di più preoccupano c’è quella dei carburanti. Il prezzo del greggio è ripiegato in area 100 dollari al barile nelle ultime settimane, tuttavia è più caro del 30% rispetto a un anno fa. La benzina, grazie agli interventi del governo, oggi costa solo il 6% in più, comunque gli italiani, nei mesi da settembre a novembre, spenderanno 72 euro in più per il carburante.
La lista degli aumenti è lunga. A pesare di più saranno le bollette: ad ottobre Arera procederà all’aggiornamento periodico delle tariffe di luce e gas, e già da settimane si annunciano maxi-rincari causati dal forte rialzo delle quotazioni internazionali dell’energia. La stangata per le forniture per l’intero 2022 si avvicina ai 1.000 euro. Sui tre mesi, da settembre a novembre, la maggior spesa sarà di 241 euro a famiglia. Altra nota dolente quella dei mutui. La Bce sembra intenzionata ad alzare a settembre i tassi dello 0,50% per contrastare l’impennata dell’inflazione: una decisione che, se attuata, determinerebbe un aumento immediato delle rate dei mutui a tasso variabile con un aggravio di spesa di circa 42 euro al mese, +500 euro su base annua.
Le famiglie dovranno infine fare i conti con il caro-scuola: secondo il Codacons, i prezzi del corredo (diari, libri, astucci, quaderni, ecc.) registrano incrementi medi del 7% rispetto al 2021, che portano la spesa per l’acquisto del materiale scolastico a 588 euro a studente. Va poi aggiunta la spesa per i libri di testo per un totale che potrebbe raggiungere i 1.300 euro.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
L’OPPOSIZIONE IN RIVOLTA
Secondo un rapporto redatto dai revisori economici del Parlamento
ungherese, la crescita del numero di donne nel corpo docente metterebbe a repentaglio la rappresentanza maschile, favorendo «problemi mentali e comportamentali» negli uomini
Alle donne piace troppo studiare, e quest’inclinazione metterebbe a repentaglio la crescita demografica e l’economia ungheresi, oltre a discriminare gli uomini.
La teoria è sostenuta in un rapporto redatto dall’Ufficio dei revisori economici del Parlamento ungherese, che è considerato molto vicino al premier Viktor Orbán.
Gli autori della ricerca, che, stando al Corriere della Sera, ha coinvolto 700 tra studenti e genitori, notano che nell’ultimo decennio nelle università ungheresi si sono iscritte più donne che uomini, con una percentuale che quest’autunno si è attestata al 54,5%.
Nello stesso arco di tempo, è cresciuto il tasso di abbandono degli studi universitari da parte degli uomini.
Secondo lo studio, questo vuol dire che «un domani l’Ungheria sarà popolata da troppe donne istruite che, immancabilmente, non troveranno uomini alla loro altezza e quindi non si sposeranno e non faranno figli», scrive Monica Ricci Sargentini sul Corriere.
Le politiche per la famiglia Orbán
Le politiche per la famiglia sostenute da Orbán prevedono, tra l’altro, l’esenzione a vita della tassa sui redditi per tutte le donne che partoriscono e crescono almeno quattro figli; un prestito a interessi ridotti di 31.500 euro per le donne sotto i 40 anni che si sposano per la prima volta, con un terzo del debito estinto alla nascita del secondo figlio e tutti gli interessi cancellati alla nascita del terzo. Inoltre, 3.150 euro erogati dallo Stato alle famiglie con due figli per comprare casa, a cui se ne aggiungono 12.580 dopo il terzo figlio. Per ogni nuovo nato, infine, i genitori riceveranno altri 3.000 euro.
«Uguaglianza dei sessi indebolita»
Misure che incoraggiano la natalità, senza però tenere conto di quella che gli autori dello studio vedono come una minaccia per il Paese: la sempre più massiccia presenza femminile tra i docenti universitari. Sarebbe appannaggio delle donne, secondo gli autori della ricerca, l’82% del corpo docente di scuole e atenei ungheresi. «Ma chiunque abbia visto un ragazzo giocare a calcio sa che gli uomini sono in grado di svolgere compiti con un livello di concentrazione molto alto», si sottolinea. Se le competenze maschili non vengono valorizzate, è la tesi di fondo, gli studenti non acquisiscono le capacità necessarie a «riparare un rubinetto, aggiustare un computer o montare un mobile».
«Se l’istruzione favorisce tratti femminili — conclude la ricerca — come la maturità emotiva e sociale, favorendo la sovrarappresentanza delle donne nelle università, l’uguaglianza (dei sessi) sarà notevolmente indebolita». Inoltre i ragazzi, che sono più inclini «all’assunzione di rischi e all’imprenditorialità», non potrebbero svilupparsi liberamente e sarebbero a rischio di «problemi mentali e comportamentali».
Si fa notare, tra l’altro, che «i tratti maschili» sono «necessari per lo sviluppo ottimale dell’economia». Il rapporto è stato diffuso il mese scorso, ma le conclusioni sono state pubblicate l’altro ieri dal quotidiano Nepszava, attirando forti critiche da diversi politici ungheresi e da esperti di diritti umani. Il deputato dell’opposizione Endre Tóth ha scritto su Facebook che parlare di attitudini maschili e femminili «è una totale assurdità scientifica».
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
PER LE IMPRESE PACCHETTI DI ENERGIA A COSTO CALMIERATO
Il prezzo del gas continua a salire, facendo registrare record su record. A pagarne le spese sono imprese e famiglie che ogni mese devono fare i conti con bollette sempre più pesanti. Per questo motivo, come riporta la Repubblica, su indicazione del premier Mario Draghi si sta cercando di preparare un nuovo intervento di emergenza dal valore di 10-15 miliardi che permetta di agire in modo concreto. Una misura che non solo aiuterebbe a superare questo periodo di crisi, ma che eviterebbe di ridurre l’efficacia dei 45 miliardi di aiuti già messi in campo nei mesi passati. Il problema, però, è sempre lo stesso: dove trovare questo denaro senza fare scostamenti di bilancio? È vero che lo Stato continua a incassare più del previsto, in particolare dall’Iva, ma gli incassi da extraprofitti sono aleatori e già a inizio agosto si è sfruttato tutto il margine della prima metà dell’anno. E poi, come verrebbero distribuiti?
Alle imprese manca liquidità, ma bisognerebbe abbassare i costi delle bollette. Si potrebbero azzerare gli oneri di sistema sul gas o abbassare ancora l’Iva. Senza dimenticare la benzina e i fondi per la cassa integrazione straordinaria.
La prima risposta, il punto di partenza, potrebbe essere di tipo strutturale come il tetto al prezzo del gas. Oppure lo sganciamento dei prezzi dell’elettricità prodotta da altre fonti che non siano gas.
Due decreti interministeriali sarebbero già pronti per garantire a piccole e medie imprese e aziende energivore pacchetti di energia a prezzi calmierati. Da domani, Palazzo Chigi sarà al lavoro per un decreto che potrebbe diventare un emendamento al dl Aiuti che è già in conversione in Parlamento.
(da Open)
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Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
FDI 24,7%, PD 23,3%, LEGA 14,3%, M5S 10,7%, FORZA ITALIA 7,2%, AZIONE-ITALIA VIVA 4,8%
A meno di un mese dal voto, i rapporti di forza tra i principali partiti
sembrano ormai delineati, almeno secondo i sondaggi.
I due schieramenti che si daranno battaglia fino alle urne saranno Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e il Partito democratico di Enrico Letta, con quest’ultimo costretto a rincorrere.
L’ultimo sondaggio condotto da Termometro politico mostra come il divario tra i due partiti si sia allargato dopo gli ultimi dibattiti.
FdI ha guadagnato quasi mezzo punto percentuale, mentre il Pd ha perso lo 0,2%.
A oggi, il partito di Meloni otterrebbe il 24,7% delle preferenze, mentre quello guidato da Letta il 23,3%. Nella coalizione di centrodestra, Lega e Forza Italia rimangono pressoché stabili nell’ultima settimana: il Carroccio è fermo al 14,3%, Fi al 7,2%. Nel centrosinistra, invece, +Europa non riesce ancora a superare il 2% (oggi all’1,9%) mentre l’Alleanza Verdi-Sinistra è al 2,5%.
Il Movimento 5 Stelle, dopo un periodo di assestamento, registra un altro calo: dall’11,1% è passato al 10,7%. Fatica a decollare il Terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi. Azione-Italia Viva rimane ancora sotto il 5%, oggi al 4,8% dopo aver perso lo 0,1%. Poi ci sono tutti gli altri: ItalExit al 2,5%, Italia sovrana 1,7%, Unione popolare 1,5%, Noi moderati 1,2%, Alternativa per l’Italia 1% e Impegno civico 0,8%. L’astensionismo, invece, è dato al 35%.
Le ipotesi dopo il voto
Nel suo sondaggio, Termometro politico ha voluto porre altre le domande ai propri intervistati.
Ad esempio: se nessuno degli schieramenti dovesse avere la maggioranza per governare, come si dovrebbero comportare? Per il 35,8% degli italiani, l’incarico dovrebbe essere affidato al principale esponente della coalizione con più voti perché cerchi la fiducia in Parlamento. Il 28,1%, invece, ritiene di dove affidare al premier uscente Mario Draghi un governo di unità nazionale o con i partiti disponibili, mentre il 27,3% è per un ritorno alle urne. Solo il 3,9% sarebbe a favore di un governo di unità non guidato da Draghi. Per quanto riguarda l’ipotesi messa in campo dal centrodestra su un’eventuale elezione diretta del presidente della Repubblica, il 56,6% si dice a favore. Mentre l’idea di eleggere in modo diretto il presidente del Consiglio (proposta da Azione-Italia Viva) trova d’accordo solo l’11,3% degli intervistati.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2022 Riccardo Fucile
QUANDO ERA ALLA GUIDA DEL MISE DISSE CHE L’IMPIANTO FRIULANO “NON E’ UN’OPERA STRATEGICA”
Per sostenere famiglie e imprese colpite dagli aumenti delle bollette il governo Draghi, impegnato nel disbrigo degli affari correnti, è al lavoro su un nuovo decreto per calmierare gli effetti dei prezzi di gas ed elettricità.
Il nuovo intervento potrebbe arrivare nel corso della prossima settimana, ma nel frattempo la campagna elettorale in vista delle elezioni del 25 settembre prosegue.
E c’è chi, come il leader di Azione e del Terzo Polo, Carlo Calenda, chiede a tutti partiti di mettere in stand-by la campagna elettorale per aprire invece «un confronto su come intervenire sulle bollette ed energia». L’invito rivolto agli avversari, in particolare al segretario del Pd Enrico Letta e alla leader di FdI Giorgia Meloni è quello di «essere chiari su alcune cose di fondo: saremo responsabili sul bilancio, vogliamo il rigassificatore di Piombino, andiamo da Draghi, chiediamo tutti quanti di fare un intervento molto ampio, perché altrimenti l’economia italiana entrerà in recessione rapidissimamente».
E il leader del Terzo Polo incalza, sempre su Twitter: «Basta indugi: il rigassificatore di Piombino va realizzato in tempi brevi: è ormai una questione di sicurezza nazionale».
C’era però un tempo in cui Carlo Calenda guidava il Ministero dello Sviluppo Economico, sia durante il governo Renzi, sia durante l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni.
E nel giugno 2016, Calenda cancellò dall’agenda di governo la creazione di un altro rigassificatore, quello di Zaule, in provincia di Trieste, progettato dal gruppo catalano Gas Natural dal 2004.
Lo stop arrivò a seguito di un colloquio con Debora Serracchiani, all’epoca alla guida del Friuli Venezia Giulia, e dell’ex sindaco di Trieste, Roberto Cosolini.
Calenda dichiarò che, a suo avviso, l’impianto non fosse un’«opera strategica», sottolineando che «essendoci altri progetti già autorizzati che, se realizzati, potranno coprire le ulteriori necessità», annunciò dunque che «la realizzazione di questa infrastruttura esce dall’agenda del Governo», guidato all’epoca da Matteo Renzi.
Il niet di Calenda sul rigassificatore di Zaule fu però una scelta di carattere politico. A livello nazionale, infatti, il progetto aveva chiuso il procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) nel 2009. Ma all’epoca l’allora governatrice Serracchiani decise di impugnare per due volte davanti al Tar il giudizio di compatibilità ambientale espresso dal Ministero dell’Ambiente, ritenendo illegittime e fondate su presupposti errati le valutazioni della commissione tecnica.
Tra un ricorso e l’altro intervenne il governo, che il 10 giugno 2016 decise di non procedere alla realizzazione dell’impianto.
Si trattò di una scelta politica, sulla scia della contrarietà principalmente manifestata dalle istituzioni territoriali. Serracchiani, infatti, subito dopo lo stop dichiarò: «Il governo ha espresso per la prima volta un risoluto orientamento negativo a un progetto che gravava sul territorio come un’ipotesi pesantissima: il rigassificatore non è compatibile con lo sviluppo di Trieste, e con gli interessi dell’economia regionale».
Una posizione sostenuta anche dal commissario dell’Autorità portuale, Zeno D’Agostino, che dichiarò: «Finalmente possiamo dire ai nostri investitori che non esiste più la spada di Damocle di un impianto incompatibile con i traffici del porto e le strategie di sviluppo della città». Insomma, il rigassificatore di Piombino, oggi, «è questione di sicurezza nazionale». Quello di Trieste, nel 2016, venne considerato «non strategico, essendoci altri progetti in corso che avrebbero coperto le ulteriori necessità».
In qualsiasi caso, pur essendo ovvio che la situazione odierna rispetto a quella del 2016 sia certamente cambiata, oggi ci si trova ben oltre la soglia di «necessità». È emergenza, o «questione di sicurezza nazionale», che dir si voglia.
A futura memoria: estote parati.
(da agenzie)
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