Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
“IL NUOVO SCENARIO IMPONE NUOVE ALLEANZE. SICURAMENTE PER IL PD ALCUNE COSE SONO CAMBIATE: MI AUGURO CHE QUESTO VUOTO POSSA ESSERE RIEMPITO INSIEME”
Sugli scaffali della libreria dello studio i testi di Adam Smith, padre del liberismo, si sono pericolosamente affiancati a tre volumi di Carl Marx. «Prove di avvicinamento al Pd?». Letizia Moratti ride.
«È giusto aprirsi, altrimenti uno resta fermo sulle sue convinzioni e non progredisce».
Inizia con un battuta l’intervista alla candidata del Terzo polo. Finisce con una certezza: «Andrò avanti fino in fondo e vincerò».
Ieri De Benedetti, prima Dalla Chiesa, Kustermann, Novembre, Aspesi, Cerasa e tanti altri. Non passa giorno senza un appello della società civile e di esponenti del Pd che chiedono al partito di appoggiare la sua candidatura.
«Credo che in molti abbiano compreso l’importanza di questo voto che si terrà in uno scenario profondamente cambiato che vede un centrodestra sempre più destra e un’affermazione importante dei Cinque Stelle. C’è un’area di centrosinistra, riformista, che deve decidere se vuole coprire questo vuoto, perché i vuoti in politica non esistono. E se non sarà l’area del Pd a riempirlo sarà qualcun altro».
Qual è il timore?
«Siamo già in campagna elettorale, dobbiamo dare riscontri immediati. In un contesto economico e sociale critico diventa fondamentale dare risposte concrete e veloci ai cittadini. È uno scenario nuovo dove i soliti schemi e le contrapposizioni sono superate e dove per operare un cambiamento è bene mettersi insieme, ognuno mantenendo la propria identità, ma convergendo su punti di interesse comuni. L’obiettivo è vincere in una Regione che può tornare a essere un laboratorio politico. È questo il messaggio che arriva dalla società civile».
È il suo messaggio al Pd?
«Non mi permetto di entrare nelle dinamiche del partito ma è del tutto evidente che il nuovo scenario impone nuove alleanze».
C’è un candidato del centrosinistra: Pierfrancesco Majorino. Farà un passo indietro o andrà avanti fino in fondo?
«Andrò avanti fino in fondo e vado avanti per vincere perché sono convinta di poter dare un contributo al rilancio della Regione, come è stato Expo per Milano. Non si tratta solo di dire che le cose non funzionano, ma bisogna lavorare perché la Lombardia abbia un rilancio forte e torni a misurarsi con le prime 4 regioni d’Europa e a sedersi ai tavoli che contano. Sono qui per farlo coi lombardi».
Si sente così ottimista riguardo alla vittoria?
«Assolutamente sì e a ragion veduta».
C’è qualcuno del Pd nazionale che le ha detto «Cara Letizia vai avanti che poi noi ti appoggiamo»?
«Ho avuto interlocuzioni ad altissimo livello e le ho avute da tempo. Tutte con un orientamento positivo. Poi sicuramente per il Pd alcune cose sono cambiate: le elezioni che forse sono andate al di sotto delle aspettative, un segretario uscente. Lo dico con grande rispetto ma anche con altrettanta speranza: mi auguro che questo vuoto possa essere riempito insieme».
Il sindaco Beppe Sala, ha detto che sarà necessario sedersi a un tavolo con lei e il Terzo Polo. È un passo in avanti?
«Ho continuato a dire che si deve parlare di programmi più che di candidati. Sono pronta a misurami e ho indicato alcuni temi molto identitari anche per la sinistra: l’ambiente, la cultura, la legalità, il lavoro e la sanità. In particolare sono convinta che occorra rafforzare la sanità pubblica per una questione di equità sociale, potenziarne ulteriormente la prossimità per renderla sempre più accessibile ai cittadini, aumentare gli investimenti che invece il governo sta pericolosamente pensando di diminuire. Mi faccia però dire una cosa: l’idea di un ticket è molto riduttiva. Perché in ogni caso avremo una coalizione. Una coalizione fatta dalla mia lista civica, dal Terzo polo e da tanti altri che si stanno avvicinando. Aspettiamo il Pd».
Alessandra Kustermann ha detto facciamo l’alleanza con Moratti ma lasciamo la sanità al Pd. Che dice?
«Ripeto, si lavora in squadra. E come si prendono queste decisioni? Ci si misura sui risultati elettorali. Se c’è un partito, un movimento o una lista civica che prende di più e un’altra di meno è evidente che in Regione ci sono assessorati più importanti in termini di volumi e di interesse nei confronti della vita delle persone, la sanità tra questi. Quindi sono assolutamente aperta a una prospettiva del genere. Sarebbe ridicolo non esserlo. Sono più interessata a programmi di lavoro, competenza e contenuti».
Il Pd lombardo insiste sul fatto che non può essere la candidata del centrosinistra chi fino a dieci minuti prima era pronta a fare il candidato del centrodestra.
«Ho letto vari interventi. Li rispetto ma voglio ricordare che ero fuori dalla politica da più di 10 anni e francamente etichettarmi come centrodestra mi sembra curioso. Sono stata chiamata come tecnico, senza etichette, per risolvere un problema, perché la Lombardia era ultima nel piano vaccinale. Ho accettato per amore della mia Regione e dei miei concittadini. Mi creda, quando ho detto sì, avevo tutti contro e i miei amici mi chiedevano se ero matta ad accettare una sfida del genere. La mia è stata una scelta di civismo per la regione che amo».
Da qui la lista civica?
«Sì, perché credo si debba parlare anche a un elettorato che non trova una proposta politica che lo soddisfa. A livello nazionale il 37% non è andato a votare. È necessario un maggior raccordo con il territorio e una lista civica può parlare diversamente rispetto ai partiti consolidati. Ma anche perché una lista civica riflette la mia identità di liberale e popolare».
Nei sondaggi pesca più voti da destra o a sinistra?
«Non lo dico. Faccio come per Expo quando andavo nei Paesi per raccogliere il voto a favore di Milano: non dicevo mai dove andavo perché avrei avvantaggiato Smirne. Alla fine ho vinto».
(da Corriere della Sera)
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Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
INTERVISTA A BETTINI, TEORICO DEL CAMPO LARGO E DI CONTE PUNTO DI RIFERIMENTO DEI PROGRESSISTI: “LA MORATTI? SONO SCONCERTATO CHE SOLO SI POSSA PENSARE A LEI COME POSSIBILE CANDIDATA PER LA REGIONE LOMBARDIA”
Onorevole Bettini, ci sono ancora margini per fare un accordo tra
Pd e M5S, nel Lazio e in Lombardia?
(Sospiro). Dal punto di vista tecnico sì. Dal punto di vista politico, purtroppo, soprattutto nel Lazio mi pare che ci siano ormai pochissime possibilità.
E come le pare questo scenario, se si ripetesse lo strappo delle politiche?
Lo considero una tragedia.
Alla fine, nel Lazio, il Pd probabilmente finirà per correre alleato di Calenda.
Se solo con lui, a me pare un errore. Occorre allargare. E se vuole le spiegherò il perché.
Ha visto che su Lazio circola un sondaggio, diffuso mercoledì, secondo cui, senza il campo largo, il centrosinistra perderebbe e il centrodestra meloniano andrebbe oltre il 50%.
Guardi, conosco la situazione del Lazio bene. Posso fare un pronostico vicino alla realtà: non serve un sondaggista per capirlo che la competizione con la destra sarebbe complicatissima.
Goffredo Bettini sta girando l’Italia da un capo all’altro. È partito da Roma, giovedì era a Napoli, a presentare il suo libro-pamphlet (“A sinistra, da capo”), andrà in tutte le regioni d’Italia. A questo libro, il dirigente del Pd lavora da mesi: metà saggio, metà pamphlet. Con l’ambizione di ripercorrere la storia della sinistra partendo dai tumulti dei Ciompi e Spartacus, fino alla Rivoluzione di Ottobre e alla critica del capitalismo nel terzo millennio.
La seconda parte del libro, invece è un prezioso racconto dei retroscena sugli anni del governo giallorosso di cui Bettini è stato un padre putativo, uno stratega e un regista: “Non faccio perifrasi: quel governo è stato letteralmente massacrato dai grandi giornali, dal fuoco di Renzi, dai poteri influenti della Repubblica. E invece, come le spiegherò tra breve, ha prodotto grandi risultati”.
Il libro parte da quella che lei chiama “la scintilla”.
Qualcuno la chiama semplicemente la “speranza”, per Berlinguer era la “spinta propulsiva” nella difesa degli ultimi; mio padre mi ha fatto innamorare dell’idea del cambiamento che rende protagoniste grandi masse escluse dalla storia che conta.
Massimo D’Alema, parlando una recensione del suo libro ha detto che la parte di ricostruzione politica del Conte due è “avvincente” e che “le prime sessanta pagine sono ingraismo puro”.
È vero. Per me è un complimento. Quella è stata la mia formazione giovanile, un dna di cui vado orgoglioso.
Questo libro ha l’ambizione di essere un retroscena o un manifesto politico?
(Ride). E perché non entrambe le cose?
Cosa unisce l’ottobre del 1917, la rivolta di Spartacus, l’eredità di Muntzer, le insorgenze contadine e la socialdemocrazia riformista?
Sono momenti di un lungo viaggio nella storia: quelli in cui “gli offesi” riescono a mettere in pratica una rivolta per ribaltare i rapporti di forza esistenti. La Rivoluzione russa, alla quale seguirono errori e orrori, fu una tappa fondamentale in cui, per la prima volta della storia umana si è materializzato un potere statuale diverso dal capitalismo.
Le daranno del nostalgico.
Sì. Ma la nostalgia è una forza immensa per guardare al futuro. Ripensando alle cose che hai amato e che non sei riuscito a realizzare, sei indotto ad agire, a tentare, e ancora tentare. Nella consapevolezza che le rivoluzioni quasi sempre si trasformano nel loro contrario. È nella natura dell’uomo. Si insedia il piacere di decidere sugli altri. Elias Canetti, lo definiva: “la soddisfazione del sopravvissuto”. Ecco perché non bisogna dimenticare o recidere la radice della “scintilla”, allontanandosi però da quello che essa molte volte produce quando le cose si stabilizzano.
Cosa ha imparato dai suoi maestri?
Ho detto su Ingrao. Ma il mio debito è anche verso Mario Tronti. Un gigante del pensiero politico. Il suo rovello è stato, dopo il tramonto del Novecento, ritrovare un orizzonte critico sul capitalismo e rilanciare la battaglia contro le disuguaglianze.
Da queste premesse di lungo respiro lei passa ai tormenti del centrosinistra nel tempo della Meloni.
Noi, e intendo il gruppo dirigente del Pd, e su questo faccio anche autocritica, abbiamo perso una radicale urgenza capace di cambiare il mondo.
Perché, secondo lei?
In questi anni ci siamo chiusi nella sola dimensione del governo. Il Pd spesso ha salvato la democrazia e evitato lo sfascio del Paese. Ma è caduta, per questa dimensione dall’alto, la rappresentanza degli strati più popolari e il profilo politico della sinistra.
È un giudizio che suona come una condanna.
È una constatazione: a metà degli anni Settanta la sinistra socialista, comunista e laico-repubblicana aveva quasi il 50% dei consensi. Oggi, gli eredi di grandi partiti di massa, come la Dc e il Pci, insieme sono fermi al 18%. Dovremo riflettere su questo, prima o poi?
Nel libro lei descrive la causa dell’ultima involuzione con una espressione curiosa.
La definisco una “mezzadria dell’anima”: un intero gruppo dirigente è stato contagiato dall’abito mentale di non affrontare in modo netto le differenze in un confronto democratico.
E di chi sono le responsabilità di questa situazione?
Non ho dubbi sulla responsabilità. Con Renzi, si è insinuata tra di noi non una differenza tra linee politiche, ma una nuova contraddizione identitaria.
Quale?
Quella tra una visione critica della realtà moderna e un punto di vista apologetico e del tutto acritico rispetto alla modernità.
Perché?
Sorriso. Era la dimensione persino esistenziale del fiorentino. Stare dalla parte dei vincenti, piuttosto che dei perdenti, scegliere il liberismo, piuttosto che i lavoratori e il riformismo sociale, rompere i rapporti con sindacati piuttosto che coltivarli. E poi, il renzismo ha introdotto una filosofia “vittimista” molto pericolosa.
Quale?
Se le cose non andavano bene era colpa degli altri, dei rematori contro, dei sabotatori: un nemico di turno, sempre diverso. La vecchia sinistra, il vecchio sindacato, la pigrizia di chi non vuole lavorare, gli intellettuali liberi, l’assistenzialismo.
Renzi però se n’è andato.
Ma molti, restati nel Pd, si sono formati alla sua scuola. Non ha portato via con sé tutti i suoi fantasmi. La questione vera del prossimo congresso è scegliere, attraverso il confronto democratico, rispetto a questa contraddizione.
Spieghiamolo meglio.
Non possiamo restare sempre in mezzo al guado. Siamo europeisti, ma indossiamo acriticamente il casco della NATO. Siamo per la progressività fiscale, ma prudentissimi rispetto a prelievi mirati sui grandi patrimoni finanziari, gli extra profitti delle multinazionali e delle grandi imprese che lucrano sulla crisi. Così si arriva all’equivoco dell’ultima campagna elettorale.
Quale?
Il Pd è per l’agenda Draghi o per l’agenda sociale? Durante le politiche abbiamo tenuto insieme entrambe. In campagna elettorale abbiamo cercato di tenere insieme entrambe le cose.
Non ha pagato.
Per nulla! Anzi. Se non scegliamo un indirizzo chiaro, saremo erosi sia da una parte che dall’altra, sia dalla destra che dai 5Stelle.
Molti dirigenti, anche della sinistra interna, accusano Conte di essere a caccia dei voti Dem.
Certo. Dopo la rottura, Conte ha aperto un’offensiva contro il Pd. Ma in politica è inutile chiedere la buona educazione. Se perdi voti, la colpa è della tua offerta, non certo delle sirene degli altri.
E alla destra del Pd?
Calenda è spesso prepotente. E lavora politicamente per spaccarci. Con abilità sulla Morati ha provato questa operazione, in parte riuscita.
Ma perché siete così vulnerabili?
Perché non siamo capaci di unirci su una visione del mondo unitaria. Non basta la cornice di valori nobili ma generici che, senza scelte politiche nette, diventano una sorta di caciocavalli che stanno appesi come nelle botteghe!
Il governo Draghi ha fatto male al Pd?
Draghi è stata una risposta alla crisi positiva, utile, importante. Ma doveva mantenere il suo carattere transitorio.
Molti lo indicavano come un progetto strategico.
Non li capisco: era evidente che un governo con la Lega non potesse essere che provvisorio e circoscritto ad alcune questioni fondamentali. Ma a un certo punto c’è stata una svolta.
In negativo?
Non c’è dubbio. Molti hanno voluto trasformare quel governo in una formula politica: questa mutazione è stata la sua rovina.
In che modo?
Il primo allarme lo ha introdotto Giorgetti, con la sua celebre intervista: “mandiamo Draghi a fare il Presidente della Repubblica e lui dal Colle reggerà anche il governo”.
E Bettini polemizzò subito.
C’era, in questa idea, una visione cesaristica e pericolosa del draghismo. Per primo ne è stato vittima lo stesso Draghi.
Perché?
Dopo la mancata elezione e il Mattarella bis è diventato più vulnerabile rispetto alla guerriglia dei partiti.
C’è una controprova a questa affermazione?
Direi di sì. Non a caso alle elezioni ha vinto un partito strutturato, persino ideologico. E che guarda caso è l’unico – a parte l’eccezione di Fratoianni – che si è opposto a Draghi in Parlamento. Vorrà dire qualcosa?
Passiamo al “caso Conte”. Lei nel libro difende con passione il governo giallorosso e il suo premier.
In fondo è semplice: era un uomo che meritava di essere confermato nel suo ruolo.
Perché?
Il Conte due è stata una felice esperienza di governo, durata quasi due anni, che è stata bombardata e demolita in modo selvaggio dagli avversari, che non hanno mai accettato il valore delle cose realizzate da quella maggioranza.
Quali?
La capacità di guida del Paese nel dramma della pandemia. La difesa della sanità pubblica. I vaccini e il green pass. Una partecipazione e serietà al dolore degli Italiani che si è tradotta simbolicamente nelle celebri dirette streaming.
Proprio su questo Conte è stato attaccato!Accuse ideologiche, preconcette, dannose. Esprimevano invece un afflato, una capacità di contatto e di racconto utile soprattutto ai più deboli, in un Paese in cui c’è grande solitudine.
E poi?
Che dire del rapporto con l’Europa? I soldi del PNRR li ha ottenuti lui. Con un lavoro di squadra, certo, con l’aiuto di Gualtieri e Amendola. Ovviamente sotto la sua guida.
“Il riferimento fortissimo dei progressisti”, quanto hanno rimproverato a lei e Zingaretti quell’aggettivo.
Molto, ma ingiustamente. Mai parlato di Conte come “capo” dei progressisti, ma di “punto di riferimento”. Lo era nella realtà nella sua funzione di Primo Ministro di un governo che comprendeva tutti i progressisti. Semmai, dopo, molti del Pd hanno detto: “noi siamo Draghi”
Andiamo alle pagine sulla ricostruzione della sconfitta. Perché il gruppo dirigente del Pd è malato di unanimismo e nessuno contestò la linea di Letta?
La spiego così. C’era un riflesso condizionato: la paura, anche giusta, di non indebolire il segretario mentre era in piena battaglia.
E nessuno, tranne lei, si è speso per difendere l’alleanza con Conte.
Va considerata brutalmente una buona dose di “conformismo”. Ma è stato, perdipiù, un impasto di debolezze. Probabilmente ha influito anche questo.
Nella direzione decisiva nessuno l’ha seguita, con l’eccezione parziale di Orlando.
Vero. Ma in quella direzione, i buoi erano già scappati dalla stalla. E penso che Conte abbia sbagliato ad aprire la crisi, indebolendo la parte del Pd che ha creduto sempre all’alleanza con lui.
Ne parlaste in quei giorni?
Moltissimo. Gli dicevo: “Guarda che se rompete con Draghi, si metterà in discussione l’alleanza”.
E lui?
“Non è così”, mi rispondeva. E poi: “Il governo può sopravvivere senza di noi”. E io: “la Lega prenderà la palla al balzo per rompere”. Facile profezia.
Ma si poteva salvare l’accordo?
Si doveva, perché senza il M5S la campagna elettorale era persa. A quell’errore di Conte, dunque, ne è seguito uno nostro, grave. Dichiarare che con i 5Stelle non saremmo mai più andati insieme alle elezioni politiche.
Draghi non aspettava altro per andarsene?
Dopo che Conte ha esplicitato una posizione diversa sulla guerra si è messo in moto un partito trasversale per cacciarlo.
Da parte di chi?
Palazzo Chigi, qualche pezzo del Pd, buona parte degli industriali del Nord, i grandi giornali con in testa il gruppo Gedi.
E poi c’è stata la scissione del M5S.
Draghi stimava Di Maio, inutile negarlo. Questo progetto di scissione il Pd lo avrebbe dovuto respingere. In fondo, Conte aveva votato il nuovo governo senza vendette, dopo essere stato mandato via.
Draghi poteva avere un futuro?
Eravamo alla fine della legislatura e capiva che, dopo il passaggio del Quirinale, la sua esperienza era finita.
Lei non lo voleva al Colle, confessi.
Non è così. All’inizio avevo una disponibilità, per quello che conto, verso Draghi. Anche una parte grande del Pd l’aveva. Via via ho cambiato un po’ opinione.
Il primo lo ha detto, “il cesarismo”.
Il secondo è un suo errore: non comprendere che sono i parlamentari che devono votare il Presidente.
E lui lo negava?
Draghi aveva una diffidenza totale verso il Parlamento. E in questa direzione è stato dannosissimo lo staff più ristretto che lo consigliava.
Tornando al Pd, hanno accusato lei e Zingaretti di debolezza verso il M5S.
Un assurdo provato dai fatti: quando eravamo alleati, il Pd cresceva nei consensi. Quando Letta ha rotto l’alleanza noi siamo calati e il M5S è salito nei consensi.
Quindi?
Ci hanno dipinto come una “fessa” quinta colonna, ma in realtà facevano gli interessi del Pd e della coalizione!
Perché ancora oggi lei si batte per il Campo largo?
La sinistra e il Pd hanno bisogno di attraversare il sentimento del popolo. Di “toccarlo”, come dice Papa Francesco. Il rapporto con il M5S ci ha aiutato in questa direzione.
Molti ora voglio l’alleanza con Calenda.
Vero: ma la sinistra non si può fare solo con la parte più ricca dei cittadini! Calenda, senza il M5s, ci allontana dal nostro compito fondamentale: dare una rappresentanza alle persone che sopportano la fatica del vivere. Non solo dal punto di vista economico, ma per la qualità della loro esistenza quotidiana.
Lei non ama il terzo polo di Calenda, confessi.
Non amo l’inaffidabilità: Calenda aveva firmato il patto di alleanza elettorale e poi lo ha rotto improvvisamente. Forse è stato richiamato con il campanello – drín-drín – dai poteri che rappresenta.
Che poteri rappresentano Renzi e Calenda?
Quelli dell’impresa e della finanza, che li supportano anche con elargizioni economiche (del tutto legittime). Lo dice Calenda stesso!
Si può ancora salvare un rapporto con il M5S alle regionali?§
In queste ore Conte privilegia il rafforzamento del suo movimento sull’alleanza: lo considero un errore.
E senza Conte?
Se andiamo solo con Calenda, senza Fratoianni e la sinistra, il Pd pagherà un prezzo.
Chiudiamo con la Moratti.
Sono sconcertato che solo si possa pensare a lei come possibile candidata.
Ha letto Michele Serra, la Aspesi, Zanda, la Pinotti? Dicono: “Baciamo il rospo!”
Quanti rospi abbiamo baciato. Sono 26 anni che mangiamo rospi, sempre più grandi e sempre più indigesti. I nostri elettori sono avvelenati e li dobbiamo saper ascoltare.
La Moratti è un rospo velenoso per il Popolo del Pd?
Personalmente la stimo, ma rappresenta organicamente la storia della destra in Lombardia.
Cosa intende? Loro dicono: “Con lei si vince”
Non ne sono sicuro. Basta con i Papi stranieri. Per paradosso, allora, per vincere alle elezioni avremmo dovuto appoggiare la Meloni?
Ultimo tema identitario del libro, la guerra.
La guerra si evita se si determina un equilibrio soddisfacente per tutti. Durante la Guerra fredda fu l’equilibrio del terrore, che produsse conflitti nei teatri periferici del mondo. Oggi abbiamo il compito di aiutare, anche con gli armamenti, la risposta dell’Ucraina a un attacco da parte della Russia violento, improvviso e ingiustificato. Se qualcuno ti dà un cazzotto, ti viene spontaneamente la voglia di intervenire per dare forza al più debole e all’offeso.
E poi?
Comprendere i compromessi e le vie diplomatiche per trovare un nuovo equilibrio. Dopo il crollo dell’Urss, la Russia è stata marginalizzata, declassata, non aiutata. Ma la Russia è un impero. Le umiliazioni hanno prodotto un moto di orgoglio nazionale, di cui Putin ha approfittato. Ricordo anche che arrivare con la Nato fino ai confini di quel grande Paese è stato percepito come una minaccia.
Spieghi meglio.
Cosa sarebbe accaduto nel passato se il Messico fosse entrato nel patto di Varsavia? Difendere l’Ucraina significa anche capire l’insieme delle ragioni che hanno portato a queste situazioni.
Concludiamo sul futuro del Pd. Lei chi vuole come leader?
Chiunque avrà la voglia di interpretare le idee che ho raccolto in questo ultimo libro.
E tra i candidati?
Vedo molto vociferare, ma ufficialmente solo Paola De Micheli è in campo.
La Schlein?
Mi sembra ancora dubbiosa. Se deciderà di fare il passo, la seguirò con attenzione. Sempre partendo dalle scelte politiche e di merito che vorrà proporre.
Ma Bonaccini è già in campagna elettorale…
Persona valida e ottimo amministratore. Ma dubito che le mie idee possano, anche in parte, convincerlo.
Lei dice di essere angosciato dalla possibilità di perdere Lombardia e Lazio. La sinistra ha perso altre volte…
Mai, tuttavia, contemporaneamente il governo nazionale, i Presidenti dei due rami del Parlamento, la capitale politica e quella economica.
Sarebbe un colpo rimediabile?
(Sospiro) In politica si può rimediare sempre a tutto. Se sei in mare aperto puoi andare controvento, in Bolina. Ma bisogna vedere se ti regge la barca. Speriamo, non ne sono certo, abbiamo di fronte una tempesta perfetta.
Luca Telese
(da TPI)
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Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
SIAMO AL TERZO INCIDENTE IN ALTRETTANTE SETTIMANE CHE METTE SOTTO STRESS LE ISTITUZIONI
Nel Decreto Aiuti c’era un errore marchiano. Si stabiliva che il tetto del contante sarebbe salito a 5mila euro dal primo gennaio prossimo, quindi tra un mese e mezzo; in altre parole, il testo del decreto auto-certificava l’assenza del requisito fondamentale che non dovrebbe mai mancare nei provvedimenti urgenti, cioè l’urgenza. Davanti a un tale autogol, il Colle ha fatto riservatamente sapere al governo che qualcosa andava aggiustato.
Cosicché il tetto è stato tolto dal Decreto Aiuti per essere infilato, a quanto pare, nella prossima legge di bilancio. Ai fini pratici non cambierà nulla, in quanto la decorrenza resterà identica; in compenso verrà rispettata la Costituzione, che non è poco.
La vicenda, in sé, non meriterebbe lo scandalo sollevato dalle opposizioni. Negli ultimi decenni più volte il Quirinale è intervenuto per correggere procedimenti mal concepiti e peggio scritti.
In sette casi il Presidente della Repubblica è arrivato a bloccare altrettanti decreti-legge (l’ultimo fu Giorgio Napolitano); ma per rimediare di regola è bastata la «moral suasion» presidenziale e stavolta, a quanto risulta, nemmeno quella è servita perché il governo ha riconosciuto la sgrammaticatura senza fare obiezioni.
Tra l’altro, una volta inserito nella legge di bilancio, il nuovo tetto al contante verrà approvato più in fretta che per decreto. Parlare di stop, di altolà sarebbe dunque eccessivo.
Restiamo ampiamente all’interno di rapporti fondati sulla normale collaborazione istituzionale. Sennonché gaffe dopo gaffe, incidente dopo incidente, questa «normalità rischia di diventare un po’ troppo speciale». Si stanno moltiplicando i casi che obbligano Sergio Mattarella, suo malgrado, a metterci una pezza.
Sul primo decreto del governo, quello che spaziava dai rave-party ai no-vax, il presidente aveva evitato drastiche bocciature che avrebbero irrigidito Giorgia Meloni, leader orgogliosa, appena approdata al governo sull’onda di un’investitura elettorale, insofferente di qualunque tutela dall’alto; salvo segnalare pubblicamente il rischio di un «liberi tutti» nella lotta al Covid: monito cui era seguita una parziale retromarcia governativa.
Quel decreto verrà corretto pure riguardo a profili pericolosi per le libertà individuali e, pure qui, a molti è sembrato di intravedere lo zampino del Quirinale.
Quindi c’è stato il salvataggio sulla Ocean Viking. Di nuovo il Presidente ha dato la mano che poteva per ricucire i rapporti con la Francia, caricandosi la responsabilità di parlare con un offesissimo Emmanuel Macron (salvo venire scompostamente attaccato da destra per avere tolto al governo un po’ di castagne dal fuoco).
Ora siamo al terzo incidente in altrettante settimane che mette sotto stress le istituzioni. Già con i Cinque Stelle Mattarella aveva dimostrato doti di pazienza fuori dal comune; ma se il buon giorno si vede dal mattino, con questi altri il Presidente dovrà superare se stesso.
(da La Stampa)
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Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
SPARISCE ANCHE IL MAXI-CONDONO PENALE PER GLI EVASORI CHE PAGANO
Il tetto al contante è scomparso dal Decreto Aiuti Quater a causa di
un intervento del Quirinale. La norma che innalzava a 5 mila euro da gennaio 2023 la soglia per l’utilizzo dei liquidi non sarà nel provvedimento in via di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
Perché, come ha fatto notare Sergio Mattarella a Giorgia Meloni nella normale interlocuzione tra Colle e Palazzo Chigi, non si ravvisavano i requisiti di necessità e urgenza per una norma che andrà in vigore il prossimo anno.
Il tetto al contante finirà quindi nella Legge di Bilancio. Insieme alla sanatoria per il rientro dei capitali dall’estero che rappresenta l’ultima novità sul fronte delle entrate nella Finanziaria. Il governo invece sembra aver rinunciato al colpo di spugna penale per gli evasori fiscali che pagano.
Il maxicondono sparito
Dell’ipotesi di introdurre un condono penale per chi pagava il dovuto al fisco si era parlato in una serie di riunioni tra gli alleati di centrodestra. Il ministero dell’Economia e delle Finanze retto dal leghista Giancarlo Giorgetti lo ha prima derubricato a proposta da analizzare. Poi, ieri, ha definitivamente smentito: «Nella legge di bilancio non ci sarà in nessun caso posto per condoni di carattere penale».
La Stampa racconta oggi che l’articolato era stato discusso in via XX Settembre in una riunione tecnica coordinata dal sottosegretario al Mef Maurizio Leo. E fa notare che la coincidenza tra l’azione di Mattarella sul tetto al contante e la retromarcia di Giorgetti non è casuale.
E così la “Pace Fiscale” del governo Meloni avrà soltanto la rottamazione delle cartelle e la voluntary disclosure in preparazione per bissare le norme dei governi Renzi e Berlusconi. La manovra sarà varata lunedì pomeriggio dal Consiglio dei ministri. Poi in Parlamento comincerà una corsa contro il tempo. Alla fine della prossima settimana il testo dovrebbe arrivare in commissione Bilancio alla Camera. Al momento l’approdo in Aula è previsto non prima del 20 dicembre. Inevitabilmente, il passaggio in Senato sarà solo tecnico, per chiudere prima di Natale o subito dopo.
Le tasse su tabacchi e giochi online
Altre risorse sono attese dalla stretta sul Reddito di cittadinanza (tre anni in tutto, con l’assegno intero assicurato solo per 18 mesi, l’ipotesi). Ed è allo studio anche un aumento delle imposte su tabacco e gioco online. Come ha spiegato qualche giorno fa il sottosegretario leghista al Welfare Claudio Durigon, il nuovo meccanismo del sussidio avrà limiti temporali e un décalage. Secondo il nuovo schema dopo 18 mesi senza lavoro il percettore vedrà la sospensione del sussidio. Sarà inserito in un percorso di politiche attive che prevede corsi di formazione adatti alla sua storia professionale e alle richieste delle aziende. Il percorso sarebbe retribuito con i soldi del Fondo Sociale Europeo. Dopo 6 mesi potrà chiedere di nuovo il Rdc ma subirà un taglio del 25% dell’assegno con una durata a 12 mesi. Poi arriverà un’altra sospensione di 6 mesi. Alla nuova richiesta si vedrà un’altra decurtazione del 25%. Ci sarà anche la decadenza dopo il rifiuto di una sola offerta congrua di lavoro. La stretta colpirà un percettore attuale su tre. Ovvero i 660 mila che attualmente sono tenuti a sottoscrivere il patto e i 173 mila che oggi già lavorano ma con retribuzioni così basse da poter ottenere il sussidio.
(da Open)
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Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
“SOCIALISTI, PROGRESSISTI, ECOLOGISTI: UN ALTRO MODELLO DI SVILUPPO E’ POSSIBILE”
Anche se ufficialmente non ha ancora sciolto la riserva, Elly Schlein parla già da candidata alla segreteria del Partito Democratico.
E in una lunga intervista rilasciata oggi a la Repubblica dice che al Congresso «serve una discussione con le persone e nella società, non nel ceto politico. L’obiettivo deve essere superare le contraddizioni di questi anni che hanno prodotto fratture e fatto sentire orfani tanti elettori ed elettrici della sinistra».
Per Schlein, che parla in un colloquio con Stefano Cappellini, «è mancato il lavoro su politiche redistributive della ricchezza, del sapere e del potere. La sinistra non è riuscita ad anticipare le grandi trasformazioni che stanno spaventando le società. L’aumento delle diseguaglianze, gli effetti sul lavoro delle innovazioni tecnologiche, l’emergenza climatica che mette a rischio il pianeta».
Schlein dice che la sinistra «ha governato a lungo senza agire sulle cause profonde della precarietà del lavoro. Lavoro e povero non dovrebbero mai stare nella stessa frase».
Per esempio «con il Jobs Act si è commesso l’errore di abbandonarsi al mantra neoliberista della disintermediazione». E la svolta passa per una ricetta ben precisa: «Limitare il ricorso ai contratti a termine e alzare subito i salari, il taglio del cuneo va fatto a favore del lavoro. Introdurre il salario minimo, una grande battaglia mancata in questi anni. Siamo l’unico Paese dove gli stipendi sono diminuiti negli ultimi 30 anni. Serve un nuovo Statuto dei lavoratori, la sinistra del 2023 non può non vedere che l’innovazione tecnologica ha facilitato i processi produttivi ma aumenta le diseguaglianze. Se non facciamo una legge sulla rappresentanza non spazzeremo via i contratti pirata. Il problema del precariato è legato anche alla sicurezza sul lavoro, serve un grande investimento, non è accettabile morire né di lavoro né di stage». La deputata dice anche che il governo deve tenere giù le mani dal reddito di cittadinanza: «Senza questo strumento, in pandemia avremmo avuto un milione in più di persone in povertà. È migliorabile».
Infine, su chi dovrebbe pagare i costi della transizione ecologica: «Dovremmo cambiare la domanda: chi, già oggi, paga il costo di non farla? Lo pagano i più fragili, basta vedere gli effetti della crisi energetica che colpisce tutti, ma più duramente le fasce di reddito basse. Un altro modello di sviluppo è possibile ed è nel programma di tutte le forze socialiste, progressiste, ecologiste».
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
“QUESTA E’ LA PIAZZA DEI DISCRIMINATI”
Da Milano a Torino, da Bologna fino a Napoli. 
Il corteo studentesco – con più di 40 presidi in tutta Italia – torna a sfilare per le vie delle principali città contro il governo Meloni e la scuola del merito che «esclude e si basa eccessivamente sulla competizione».
Il «No Meloni Day», la protesta organizzata da Rete degli Studenti Medi, Unione degli Universitari e collettivi locali, è stato indetto – scrivono gli organizzatori – per chiedere «a questo nuovo governo di abbandonare la retorica della meritocrazia e di provare a ragionare di un chiaro e netto investimento sul futuro dell’istruzione di questo Paese». La manifestazione di Roma è l’appuntamento principale della giornata di protesta. Partiti dal Circo Massimo, gli studenti sotto una pioggia insistente, si sono diretti verso il Miur.
Tanti i cori e gli slogan di questa giornata: «La scuola pubblica non si tocca. La difenderemo con la lotta». E ancora: «Se non cambierà, lotta dura sarà». Ad aprire il corteo lo striscione della Rete Studenti medi con la scritta «quale merito». Per la manifestazione nazionale, nella Capitale, a chiedere una scuola pubblica, sono scesi in piazza le sigle Link, la Rete degli studenti medi, collettivi autonomi, Osa. «Questa è la piazza dei discriminati», ripetono i giovani che camminano verso il ministero.
(da Open)
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Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
IL PANEL INCARICATO DI INDIVIDUARE LA PERSONA ADATTA A RICOPREIRE IL RUOLO HA SUGGERITO IL NOME DELL’EX MINISTRO DEGLI ESTERI, PREFERITO AD ALTRI TRE CONCORRENTI
«Sulla base delle prestazioni fornite dai candidati, si raccomanda di nominare il sig. Luigi Di Maio come inviato speciale dell’Ue nel Golfo». Il panel tecnico incaricato dall’Ue a individuare la figura adatta a ricoprire l’incarico di inviato speciale europeo nel Golfo ha dato il suo via libera al curriculum di Luigi Di Maio.
L’ex vicepresidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri italiano l’ha spuntata su altri tre candidati ed è ora il nome notificato dal panel agli uffici dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell.
Oltre all’ex capo della diplomazia italiana, nella rosa c’erano il cipriota Markos Kyprianou, l’ex inviato dell’Onu in Libia Jan Kubis e l’ex ministro degli Esteri greco e commissario Ue Dimitris Avramopoulos. L’opinone del panel non è vincolante, la decisione finale spetta ora allo spagnolo Borrell.
(da agenzie)
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Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
IL TAGLIO NON HA PORTATO A RISPARMI
Il taglio del numero dei parlamentari non ha portato a risparmi
reali nelle spese della Camera.
A svelare l’assurdità è Francesco Verderami sul Corriere della Sera, spiegando che la scorsa estate, prima dello scioglimento delle Camere, c’è stato il via libera all’aumento dei costi della politica.
Meno seggi avrebbero significato meno soldi per le forze politiche e così sono stati ideati alcuni stratagemmi per evitare il problema.
Nella “previsione pluriennale” è stato deciso di non modificare la “dotazione” dello Stato, con la Camera che continuerà a percepire 943 milioni di euro anche nel 2023 e nel 2024. 230 seggi in meno non hanno avuto quindi benefici per le casse dei contribuenti.
“Ma il vero capolavoro – scrive Verderami – si cela dietro un’altra voce. Siccome non si poteva agire sul fondo per le ‘indennità dei parlamentari’, che infatti diminuisce dai 145 milioni del 2022 ai 93 milioni del 2024, si usava l’escamotage dei ‘contributi ai gruppi’ per foraggiare i partiti.
I 30,8 milioni attribuiti per l’anno in corso si riprodurranno anche negli anni seguenti. Se i gruppi nella legislatura con 630 seggi percepivano 49 mila euro l’anno per ogni deputato, con 400 seggi ne otterranno 77 mila a deputato”.
E non ci sono partiti che si salvano da tale blitz sui conti, Movimento 5 Stelle compreso.
(da Il Tempo)
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Novembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
BOTTIGLIE MOLOTOV E DISORDINI NELLE CITTA’, ORMAI E’ RIVOLTA CONTRO IL REGIME
Dopo settimane di proteste sempre più intense contro il regime iraniano a seguito della morte in carcere di Mahsa Amini, la rivolta popolare in Iran alza il tiro e punta al bersaglio politico più alto.
Nella notte, i manifestanti avrebbero dato alle fiamme la casa natale dell’ex leader supremo del paese e fondatore del regime, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini. Lo si vede in alcuni video che stanno circolando in queste ore sui social media, e confermati dall’agenzia stampa iraniana. L’edificio, trasformato in museo dedicato al padre della rivoluzione iraniana, è stato preso di mira dai cittadini iraniani con diverse bottiglie molotov.
Nei giorni scorsi la magistratura aveva emesso le prime condanne a morte per le proteste che attraversano il paese. L’accusa rivolta a uno dei condannati dalla giustizia di Teheran è stata quella di aver «terrorizzato le persone per strada usando un coltello, dato fuoco alla moto di un cittadino e aggredito un individuo con un coltello».
Domenica scorsa la stessa pena era stata inflitta a un uomo accusato di «aver appiccato il fuoco a un edificio governativo, di aver disturbato l’ordine pubblico, di essersi riunito e di aver cospirato per commettere un crimine contro la sicurezza nazionale e di essere nemico di Dio e della corruzione sulla terra». Ma nonostante la dura repressione, le proteste contro il regime di Teheran continuano in tutto il Paese e puntano ora al bersaglio più alto.
(da Open)
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