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IL CONDONO FISCALE COSTA 3,6 MILIARDI

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

SMENTITA MELONI CHE DICEVA: “NESSUN CONDONO, SOLO MISURE VANTAGGIOSE PER LO STATO”

Dalla relazione tecnica della legge di Bilancio emerge che stralci, definizioni agevolate e nuova rottamazione ridurranno gli introiti per l’erario di 1,6 miliardi nel solo 2023. Il conto sale considerando anche gli anni successivi.
Falso che la riscossione delle cartelle sotto i 1000 euro costasse più che annullarle, come sostiene il viceministro Leo: l’intervento vale 730 milioni di mancati incassi. Il buco più grosso è legato alla definizione agevolata per chi ha commesso irregolarità nelle dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni
La relazione tecnica della legge di Bilancio smentisce la premier Giorgia Meloni. “Non è previsto alcun condono nella nostra tregua fiscale. Ci sono solo operazioni di buon senso e vantaggiose per lo Stato“, ha assicurato la leader di Fratelli d’Italia una settimana fa dopo il cdm che ha approvato la manovra. Il testo, finalmente pronto e atteso ad ore alla Camera, dice il contrario. Le tabelle dei 10 articoli dedicati alle “misure di sostegno in favore del contribuente” smentiscono il governo quantificano le mancate entrate per l’erario di qui al 2032 in ben 3,6 miliardi di cui 1,6 solo nel 2023.
Soldi che avrebbero potuto consentire, per esempio, di non ridurre pesantemente l’indicizzazione delle pensioni o potenziare il taglio del cuneo fiscale. I maggiori introiti attesi dal “ravvedimento speciale” e dalla definizione agevolata delle controversie tributarie in ogni grado di giudizio, pari a 1,9 miliardi, compensano solo in piccola parte l’ammanco. E occorre tener presente che il conto finale con buona probabilità sarà assai più alto. Sia perché dalle passate rottamazioni si è ricavato sempre molto meno del previsto, sia perché ogni sanatoria dà un’ulteriore picconata alla futura fedeltà fiscale. L’ultima risale a solo un anno e mezzo fa, con il governo Draghi.
Il buco più grosso – 1,6 miliardi – è legato alla definizione agevolata delle somme dovute a fronte del controllo automatico delle dichiarazioni del 2020, 2021 e 2022, che riduce dal 30 al 3% le sanzioni per chi ha commesso irregolarità e consente di pagare a rate in cinque anni. L’intervento viene giustificato con la necessità di “fornire supporto alle imprese e ai contribuenti in generale, soprattutto nell’attuale situazione di crisi economica dovuta agli effetti residui dell’emergenza pandemica e all’aumento dei prezzi dei prodotti energetici (…) riducendo gli oneri a carico dei contribuenti ed estendendo l’ampiezza dei piani di rateazione”. Risultato: lo Stato su questo fronte sceglie di rinunciare a 387 milioni di incasso già l’anno prossimo e ad altrettanto nel 2024, spiega la Relazione.
Altra botta pesantissima agli incassi fiscali deriverà dalla Rottamazione quater, ovvero la nuova definizione agevolata delle cartelle affidate all’Agenzia delle Entrate Riscossione dal 2000 al 2022 con tanto di abbuono degli interessi e dell’aggio: nel complesso la stima è di 1,3 miliardi in meno di cui 913 milioni nel 2023.
Questo perché, a differenza che per le precedenti rateizzazioni, verranno abbuonati tutti gli interessi, le sanzioni e l’aggio per poi consentire il pagamento a rate in cinque anni.
Di conseguenza “l’introduzione della nuova misura agevolativa”, attesa la relazione, “produrrà una flessione sulla previsione di riscossione in quanto una parte dei carichi per i quali si stima l’adesione alla nuova misura agevolativa, sarebbero stati prevedibilmente riscossi, al lordo delle componenti abbuonate, attraverso l’ordinaria attività di recupero oppure per il tramite di rateizzazioni di pagamento”.
Costa poi oltre 730 milioni lo stralcio delle mini cartelle sotto i 1000 euro affidate alla Riscossione tra 2000 e 2015. Il testo smentisce il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, che in conferenza stampa aveva detto che “non sono più esigibili” e riscuoterle sarebbe “costato di più” che annullarle. Al contrario, spiega la Relazione tecnica, la misura comporta due effetti negativi: verranno annullati crediti per i quali sono ancora in corso pagamenti nell’ambito della Rottamazione ter e ci sarà un impatto negativo sulla riscossione ordinaria “derivante dall’annullamento dei singoli carichi di importo residuo fino a mille euro affidati dal 2000 al 2015, per i quali era ancora in essere un’aspettativa di riscossione“. Quest’ultimo effetto vale oltre 323 milioni di perdita attesa. L’impatto complessivo sulle entrate da riscossione ammonta a 451,5 milioni (di cui 245 per carichi affidati da enti previdenziali), a cui vanno sommati 285 milioni di mancati rimborsi di spese e diritti di notifica dell’erario e 9,7 milioni di aggio in meno. Le cifre sono relativamente contenute perché il nuovo condono segue lo stralcio del 2018 sulle cartelle dello stesso importo affidate fino al 2010 e quello del 2021 sui debiti fino a 5000 euro.
Passando alle misure che dovrebbero aumentare il gettito, al primo posto per incassi stimati c’è l’articolo 42 (anche questo quasi identico a una disposizione del decreto fiscale del 2018) che consente di chiudere ogni lite con il fisco, dal primo grado alla cassazione, pagando una percentuale del valore della controversia variabile a seconda della probabilità di vittoria. In caso di ricorso pendente in primo grado la quota è del 90%, che scende al 40% se l’Agenzia delle Entrate ha perso in primo grado, al 15 se è risultata soccombente in secondo grado e al 5% per definire una lite in Cassazione se le Entrate hanno perso nei gradi precedenti. Il gettito atteso è di 1,1 miliardi di cui solo 165 nel 2023.
L’articolo 40 su un ulteriore “ravvedimento speciale delle violazioni tributarie” attraverso il pagamento in due anni di “un diciottesimo del minimo edittale delle sanzioni”, oltre ad imposta e interessi dovuti, determina una perdita di 119 milioni nel 2023. Questo perché, in assenza di modifiche, l’anno prossimo i contribuenti avrebbero “ravveduto errori ed omissioni” per oltre 1 miliardo, mentre per effetto della nuova disposizione ne pagheranno solo la metà. E il presunto incentivo alla regolarizzazione dato dalle minori sanzioni non sarà sufficiente per coprire i mancati incassi. Al contrario, nel 2024 sono attesi maggiori introiti per 963 milioni nel 2024. Non molto considerato che le violazioni complessive in materia ammontano in media ogni anno a 65 miliardi di euro.
Nessun introito, in via prudenziale, è attribuito invece alla regolarizzazione delle irregolarità formali pagando solo 200 euro per ogni periodo di imposta coinvolto. Idem per la “Regolarizzazione degli omessi pagamenti di rate dovute a seguito di acquiescenza, accertamento con adesione, reclamo/mediazione e conciliazione giudiziale” con il versamento integrale di quanto dovuto entro il 31 marzo 2023 o in 20 rate trimestrali. “Alla disposizione in esame non si ascrivono maggiori entrate per il bilancio dello Stato”, annota tristemente il Mef, “in considerazione della manifestata bassa propensione all’adempimento, seppure in condizioni di favore, da parte della platea dei possibili destinatari della misura, prudenzialmente, alla disposizione in esame non si ascrivono maggiori entrate per il bilancio dello Stato”.
(da agenzie)

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LEGA E FORZA ITALIA TREMANO: LA DISCESA IN CAMPO DI LETIZIA MORATTI PER LA REGIONE LOMBARDIA PUO’ TERREMOTARE LA POLITICA ITALIANA

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

TRA I SUOI SOSTENITORI CI SONO MOLTI EX LEGHISTI FORZISTI, MARONIANI DELLA PRIMA ORA E PURE MOLTI EX GRILLINI…“NON POSSO E NON VOGLIO TIRARMI INDIETRO”

Di bianco vestita, circondata da sostenitori ed esponenti politici il cui nome è scritto quasi in bella copia nella squadra con cui Letizia Moratti punta a conquistare il gradino più alto della Regione.
Ha scelto una mattina di gelido sole milanese al Palazzo delle Stelline l’ex vicepresidente lombarda per prendere la rincorsa e presentare la sua candidatura con la lista civica «Letizia Moratti Presidente», il supporto del Terzo polo e di altre civiche che si andranno ad aggiungere in queste settimane.
Un fischio d’inizio di fronte a oltre 700 persone e a molti «ex» che confluiranno nella sua lista: maroniani, leghisti della prima e ultima ora, forzisti, autonomisti e qualche pentastellato fuoriuscito dal gruppo.
«Sono nella condizione di impegnarmi per il bene collettivo e non posso e non voglio tirarmi indietro», ha detto Moratti lanciando ufficialmente la sfida a Fontana, con cui ha governato fino al 2 novembre, e al candidato di centrosinistra Pierfrancesco Majorino. Perché si tratta di «scardinare le barriere» con «scelte che vadano oltre i partiti».
Da qui, la discesa in campo come «civica», con un «programma aperto alle esigenze di tutto il territorio» e una «politica che metta insieme crescita e necessità di non lasciare indietro nessuno».
Moratti ha ribadito di voler «far tornare la Lombardia ad essere la locomotiva nazionale ed europea». Riprendendo il tema di una regione che «non cresce più», Moratti ha ricordato che «ci sono province al di sotto della media del Pil nazionale: dobbiamo lavorare per superare diseguaglianze territoriali ed economiche». È stato svelato anche il logo della lista, che porta «i colori della Lombardia: il verde delle nostre valli, l’azzurro dei laghi e il bianco delle montagne innevate».
La candidatura di Moratti «sta intercettando attenzione nel centrodestra, nel Terzo polo che ha esplicitato il supporto, nel centrosinistra per quanto riguarda l’area riformista e nel mondo autonomista», dice il consigliere regionale di Lombardia Migliore Manfredi Palmeri, che sarà capolista a Milano. Motivo per cui «è possibile che nascano altre civiche a supporto della sua candidatura».
Per ora l’elenco è lungo e guarda molto a destra: tra i nomi che gli elettori si troveranno con ogni probabilità nella lista civica dell’ex sindaca ci sono Valentina Aprea, fuoriuscita da Forza Italia dopo la mancata nomina a sottosegretaria, Davide Boni, ex presidente del consiglio regionale oggi coordinatore lombardo di Grande Nord, lo stesso fondatore del movimento indipendentista Roberto Bernardelli.
E poi ex maroniani come Marco Tizzoni, capogruppo di «Maroni presidente», e Luca Ferrazzi, già in An, Tiziano Mariani, consulente di Moratti ed editore di Radio Lombardia, Mario Mauro, ex ministro della Difesa nel governo Letta ed ex vicepresidente del Parlamento europeo, Christian Borromini, ex segretario della Lega di Sondrio e l’ex bossiana e assessora Monica Rizzi.
Anche l’azzurro Andrea Mandelli potrebbe confluire e tra i politici in sala c’era Roberto Cenci, appena fuoriuscito dal M5S.
Moratti candiderà anche Akashdeep Singh, 23 anni, bresciano di religione Sikh, studente di Giurisprudenza: sarà «portavoce delle comunità extracomunitarie per intraprendere un necessario percorso interreligioso».
(da agenzie)

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A FINE ANNO CHIUDERA’ LA VERSIONE CARTACEA DELL’AUSTRIACO “WIENER ZEITUNG”, UNO DEI GIORNALI PIÙ ANTICHI AL MONDO

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

L’HA DECISO IL GOVERNO DI VIENNA, AZIONISTA UNICO DEL QUOTIDIANO FONDATO NEL 1703… IL FOGLIO, NATO DURANTE IL REGNO DI LEOPOLDO I D’ASBURGO, RESTERÀ SOLTANTO ONLINE E AVRÀ UN’EDIZIONE MENSILE IN EDICOLA

La sua storia è scritta a lettere d’oro perfino nell’Enciclopedia Britannica: battezzata nel lontano 8 agosto 1703, la Wiener Zeitung è uno tra i più longevi quotidiani al mondo. Ancora per poco, tuttavia: a fine anno anche questo autentico pezzo di cultura mitteleuropea se ne va in pensione.
Lo Stato austriaco, azionista unico del quotidiano viennese, ha deciso di trasferire nel web il foglio nato durante il regno di Leopoldo I d’Asburgo, il nonno di Maria Teresa, col nome di Wiennerisches Diarium (Diario viennese) e il pomposo sottotitolo deliziosamente barocco “Contenente ogni cosa notevole, di giorno in giorno, sia in questa residenza imperiale di Vienna che in tutti i luoghi del mondo”.
Della Wiener Zeitung resterà quindi dal 2023 un notiziario online, e una edizione cartacea mensile. Forse nell’era del digitale non è uno scandalo. Eppure la reazione in Austria è stata forte, con tanto di sollevazione del consiglio comunale di Vienna, petizioni di protesta e così via.
Perché non è solo un antico e blasonato giornale che se ne va: tutti i rintocchi fatali della storia austriaca (anzi europea) hanno suonato all’unisono con la Wiener Zeitung.
In epoca rococò subì i capricci dei Kaiser, che le imponevano tasse inverosimili. Durante la restaurazione il principe Metternich (che guarda caso possedeva un giornale concorrente), spediva i suoi questurini a intimidire il direttore. Dopo l’Anschluss i nazisti chiusero il giornale (a malincuore, perché guadagnava bene): un ex-stato non poteva certo possedere giornali statali. Poi arrivarono le bombe del 1945, che distrussero redazione e rotative. Le pubblicazioni ripresero con otto pagine, nel dopoguerra di miseria, macerie e stipendi da fame così ben evocato dai romanzi di Heinrich Böll.
Tra le firme ci sono stati pionieri dell’estetica musicale come Eduard Hanslick, drammaturghi engagé come August von Kotzebue, guru dell’orientalistica come Joseph von Hammer-Purgstall, cavalli di razza della musica novecentesca come Ernst Krenek, poeti lirici di primo livello come Theodor Kramer.
Dopo ogni crisi, la Wiener Zeitung si è rialzata. Riuscendo anche a evitare di “ingessarsi” nel ruolo di media statale: durante il periodo dell’austrofascismo anni Trenta osò lodare marxisti come Brecht o Ernst Bloch. E ai nostri giorni non ha paura di scrivere chiare e tonde verità scomode, ad esempio che in Austria «senza contributi pubblici chiuderebbero immediatamente tutti i media ».
La sua ottima scuola giornalistica non a caso teneva bene: finora ogni giorno uscivano 24mila copie con una foliazione generosa. Il governo però ha tagliato le ali, abolendo l’obbligo di pubblicazione sulle sue pagine degli annunci a pagamento (fallimenti, costituzioni e scioglimenti di società etc.), che costituiva la sua forza economica e anche di diffusione: per decenni la classe media ha iniziato la giornata spulciando le pagine di bandi e annunci della Wiener Zeitung per sapere se il nuovo partner di lavoro è affidabile, se quel tale cantiere aprirà, se quel finanziamento pubblico verrà concesso. Ora è vittima della crudele ristrutturazione di tutto il comparto mediatico pubblico.
(da La Repubblica)

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MOSCA, LA PETIZIONE CONTRO LA GUERRA DELLE MADRI DEI SOLDATI

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

“PORTATE VIA I NOSTRI FIGLI DA QUELL’IGNOBILE TRITACARNE”

Dopo mesi di combattimento su territorio ucraino le mamme dei soldati russi chiedono di riavere i loro figli a casa, lontano da quello che chiamano «un ignobile tritacarne».
Il movimento Resistenza femminista contro la guerra e un gruppo organizzato di madri di soldati mobilitati e a contratto hanno pubblicato una lettera aperta, invocando la fine della guerra e chiedendo il ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino.
Il documento è stato pubblicato in coincidenza con la festa della mamma in Russia ed è rivolto ai membri delle commissioni competenti della Duma e del Consiglio della Federazione: «Chiediamo il ritiro delle truppe dal territorio dell’Ucraina, il ritorno a casa di tutti i soldati, la protezione dei soldati di leva dalla partecipazione a qualsiasi ostilità», scrivono le donne russe.
Poi le richieste si concentrano sulla condizione femminile nel loro Paese: «Chiediamo l’adozione di una legge sulla prevenzione della violenza domestica, un degno sostegno materiale per l’infanzia e per la maternità!».
Le attiviste hanno lanciato anche una petizione sulla piattaforma Change.org: «Da nove mesi va avanti la cosiddetta “operazione militare speciale”, che porta distruzione, dolore, sangue e lacrime», scrivono. «Tutto ciò che accade in Ucraina e in Russia non può che distruggere i nostri cuori. Indipendentemente da quale nazionalità, religione o status sociale siamo, noi – le madri della Russia – siamo unite da un unico desiderio: vivere in pace e armonia, crescere i nostri figli sotto un cielo pacifico e non aver paura per il loro futuro».
La petizione ha ottenuto più di 5mila firme in poche ore e il numero continua a crescere. «In molte regioni le famiglie dei mobilitati hanno dovuto provvedere autonomamente alla raccolta dell’equipaggiamento per i propri uomini da mandare a morire, comprando tutto a proprie spese, anche i giubbotti antiproiettile», raccontano le madri russe.
«Voi, che avreste dovuto avere il dovere di proteggere i diritti e le libertà delle madri e dei bambini, non dovete chiudere gli occhi su questo. I vostri familiari possono contare sulla protezione dalla partecipazione ad azioni militari, voi non rischiate nulla e non perdete nessuno: noi soffriamo ogni giorno per i nostri cari, inviati con la forza a questo tritacarne», spiegano poi rivolgendosi ai parlamentari di Mosca.
Le madri russe proseguono nella lettera aperta descrivendo le pessime condizioni in cui il Paese versa dopo l’invasione delle forze di Putin in Ucraina: «Dopo il 24 febbraio la situazione non fa che peggiorare. Le sanzioni causate dall’operazione militare in Ucraina portano ad un aumento dell’inflazione e, nel contesto dell’inflazione, il denaro stesso messo a disposizione di noi madri si sta deprezzando».
I temi affrontati sono quelli della povertà e delle situazioni di grave indigenza in cui molti minori sono costretti a vivere: «Secondo i dati ufficiali di Rosstat , quasi un bambino su cinque vive in una famiglia con un reddito medio pro capite inferiore al livello di sussistenza, cioè in condizioni di povertà. Lo Stato ci incoraggia a partorire di più, e poi ci getta nella povertà o sacrifica i nostri figli alle loro ambizioni». E ancora: «Il nostro Paese ha reintrodotto il titolo di “mamma-eroina” per le mamme di famiglia numerosa, ecco solo le statistiche ufficiali ci dicono che la maternità (e soprattutto avere tre figli) in Russia garantisce praticamente alle donne una vita al di sotto della soglia di povertà. Non abbiamo bisogno di titoli inutili, abbiamo bisogno di misure reali che garantiscano a noi e alle nostre famiglie una vita dignitosa».
(da agenzie)

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BERLUSCONI E SALVINI MINANO LA MANOVRA DELLA MELONI

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

CHI VUOLE ALZARE LE PENSIONI MINIME SENZA INDICARE LA COPERTURA, CHI FARE UN FAVORE AGLI EVASORI… LA MELONI SULLA DIFENSIVA

La prima manovra del governo Meloni atterra in Parlamento, tra oggi e domani. Si parte dalla Camera, con un iter compresso: appena un mese per approvarla e il Senato di fatto solo ratificatore di quanto accadrà a Montecitorio.
Ma il clima in maggioranza non è così disteso come sembra.
La Lega vuole piazzare altre bandierine. A preoccupare è soprattutto Forza Italia. Il leader Silvio Berlusconi si è impuntato. Vuole alzare ancora le pensioni minime, a costo di minacciare l’esercizio provvisorio e mandare lunga la manovra, oltre la scadenza del 31 dicembre.
L’allarme è risuonato alto dalle parti di Fratelli d’Italia, al punto tale da contingentare il numero di emendamenti “segnalati”, quelli che contano e su cui votare: non più di uno a testa, massimo 400 in totale.
E con una dote da spartirsi, ben sotto il miliardo atteso, attorno a 500 milioni. Una sorta di Mose, di diga contro l’ostruzionismo “amico” di alleati malpancisti e a difesa della “manovra sociale, modificabile solo a saldi invariati”.
In questo senso, il colloquio annunciato per domani tra il leader di Azione Carlo Calenda e la premier viene guardato con sospetto dalle parti di Forza Italia. Una stampella farebbe comodo a Giorgia Meloni, in caso di frizioni spinte al limite.
Una partita complicata, perché Berlusconi è ancora irritato per non essere stato consultato prima del vertice politico sulla manovra, privato oltretutto della bozza.
Il vicepresidente forzista della Camera Giorgio Mulè si è spinto addirittura a definire la legge di bilancio “una tisana”, per non dire una minestra riscaldata. Ecco allora il bisogno del Cavaliere di marcare il territorio della manovra, cavalcando un classico del suo repertorio elettorale: le pensioni minime. Quelle sotto i 525 euro vanno a 2 milioni di pensionati.
Il governo le alza a 570 al mese quest’anno e 580 il prossimo. Troppo poco. Berlusconi vuole subito, dal 2023, 600 euro. E l’impegno ad aumentarle di 100 euro all’anno, così da arrivare a fine legislatura ai mitici 1.000 euro.
Il problema sono le risorse: se portarle a 570 euro costa circa 200 milioni, mettere quei 30 euro in più ne costerebbe altri 780. Il tentativo però sarà fatto.
Come pure Forza Italia proverà a rafforzare la decontribuzione per l’assunzione degli under 36, il cui tetto (6 mila euro) è considerato troppo basso. E a sbloccare i crediti ceduti del Superbonus.
Per contro, la Lega di Salvini non starà a guardare. Rivendica già Quota 103, la flat tax allargata per le partite Iva, il ponte sullo Stretto, l’esenzione Imu ai proprietari di immobili occupati, l’esclusione dalle sanzioni per gli esercenti che rifiutano il Pos per strisciate fino a 60 euro. Ma punterà ad alzare la soglia delle cartelle stralciate oltre i 1.000 euro, a portare la rateizzazione da 5 a 7 anni, a ripristinare lo sconto sulla benzina. E soprattutto a includere in manovra la stretta sul Reddito di cittadinanza proposta dal ministro dell’Istruzione Valditara: niente assegno ai giovani che hanno lasciato la scuola.
(da agenzie)

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DATAROOM GABANELLI: SUI MIGRANTI 10 ANNI DI ERRORI, IPOCRISIE E IL FALSO PROBLEMA DELLE ONG

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

DATI, FATTI, RESPONSABILITA’

Gli sbarchi sono ripresi e la chiamiamo ancora emergenza immigrazione. Ma come siamo arrivati fin qui? Vediamo come sono andate davvero le cose negli ultimi dieci anni tra sottovalutazioni, ipocrisie, errori e propaganda.
Il regolamento di Dublino
Il regolamento di Dublino sancisce un principio: «Se il richiedente asilo ha varcato illegalmente la frontiera di uno Stato membro, è quello Stato membro che deve farsene carico». Viene ratificato nel 2003 e l’Italia (governo Berlusconi II, qui), che avrebbe potuto esercitare il diritto di veto e bloccarlo, lo firma. E così il nostro Paese accetta (forse inconsapevolmente) tutti gli oneri degli anni a venire, poiché anche la successiva riverniciatura del 2013 non porterà cambiamenti risolutivi.
Le porte girevoli verso l’Europa
La pressione migranti inizia a farsi sentire sulle coste italiane nel 2011, anno in cui gli sbarchi saranno complessivamente 64.261 contro i 4.450 del 2010. Il grosso delle partenze è dalla Libia travolta dall’instabilità del dopo Gheddafi e da dove a migliaia tentano la traversata verso l’Europa via Italia.
Insieme ai numeri salgono anche i morti in mare. Il 3 ottobre 2013 c’è il tragico naufragio all’isola dei Conigli: 366 annegati. Sotto la spinta dell’indignazione mondiale, il 18 ottobre 2013, il governo di Enrico Letta dà il via all’operazione Mare Nostrum, costo 9,5 milioni al mese e tutti a carico nostro (c’è solo l’appoggio della Slovenia).
Due gli obiettivi: pattugliare con le navi della marina militare fino a ridosso delle coste libiche, soccorrere e contrastare i trafficanti. In un anno 366 scafisti arrestati e 166.682 sbarchi . Ma non pesano troppo: i centri di accoglienza si svuotano in fretta perché la maggior parte dei migranti se ne va verso il Nord Europa.
Il fotosegnalamento complica le cose
Nel 2014 la storia cambia: l’Europa accusa l’Italia di violazione del Regolamento di Dublino e di lasciar transitare verso i Paesi europei i migranti non identificati. Il ministero dell’Interno, il 25 settembre, è costretto a emanare una circolare: «Lo straniero deve essere sempre sottoposto a rilievi segnaletici». I rilevamenti devono essere trasmessi entro 72 ore al sistema centrale Eurodac, il database europeo delle impronte digitali per coloro che varcano illegalmente una frontiera europea.
Da quel momento le porte girevoli si complicano. Mare Nostrum finisce e, nel maggio 2015, parte l’operazione Sophia che fa le stesse cose di Mare Nostrum, ma con forze militari e di polizia europee sotto il comando italiano.
In due anni (2015-2016) gli sbarchi sono 335.278 e, a fine 2016, la situazione va fuori controllo. Rivolta dei sindaci, anche di centrosinistra: «Non sappiamo più dove mettere i migranti». A dicembre dello stesso anno. il governo Gentiloni nomina Marco Minniti ministro dell’Interno. Lui la Libia la conosce bene e il mandato è quello di togliere le castagne dal fuoco. E in Libia Minniti va.
I 15 mesi di Minniti al Viminale
Il 2 febbraio 2017 viene firmato il Memorandum Italia-Libia: una convenzione del governo italiano con la guardia costiera libica per fermare le partenze via mare. A luglio, sempre del 2017, vengono stipulati accordi con i sindaci del Fezzan per bloccare la rotta migratoria che entra in Libia (qui il documento) da Algeria, Niger, Chad, offrendo in cambio un sostegno economico allo sviluppo delle comunità locali. Il progetto è finanziato anche dalla Ue, come pure il rimpatrio volontario (gestito dall’agenzia Onu Iom) dai centri di detenzione libici verso i Paesi d’origine con un budget in tasca per rifarsi una vita.
Dal 2017 a oggi i rimpatri sono circa 48 mila. Segue l’intesa con l’Alto commissariato per i rifugiati Unhcr per evacuazioni emergenziali a carico dello Stato italiano con destinazione Roma.
Da fine 2017 al 2019 dai centri di detenzione, quelli accessibili, sono trasferiti a Roma con voli umanitari in 913, fra aventi diritto alla protezione e fragili. Un numero piccolo, ma in Libia governano le bande di taglieggiatori e con loro occorre fare i conti. I trasferimenti riprendono nel 2021 con il coinvolgimento del ministero dell’Interno, la Comunità di Sant’Egidio e Chiese evangeliche.
Dall’orrore delle prigioni salvate 500 persone. Sta di fatto che tra maggio 2017 e maggio 2018 gli sbarchi calano a 72.571 e continuano a scendere fino ad agosto 2019, a quota 28.505. Intanto il governo è cambiato e al posto di Minniti arriva Matteo Salvini.
Le ipocrisie istituzionali
La convenzione con la guardia costiera libica è stata universalmente condannata: impedisce le partenze, ma molti migranti vengono portati nei centri non ufficiali dove sono costretti ai lavori forzati, seviziati, le donne stuprate. Succedeva con Gheddafi, succede dopo. Quella convenzione è scaduta nel 2020, ma il governo italiano (Pd, M5S), dopo averla pesantemente criticata, la rinnova. Così come fa di nuovo il 3 novembre il governo Meloni, mentre la situazione in Libia è ancora peggiore di prima. Tutti lo considerano un accordo scandaloso, ma poi nessuno lo cancella.
La Libia è uno dei pochi Paesi al mondo che non ha mai firmato la convenzione di Ginevra del 1951 che impone il rispetto dei diritti umani. Bombardata nel 2011 sotto la bandiera Nato, giustiziato il dittatore Gheddafi nel 2015 il solo governo legittimo riconosciuto dalle Nazioni Unite è quello di Al-Sarraj. A quel punto l’Onu potrebbe chiedere al premier libico di firmare la convenzione di Ginevra, ma non lo fa, non lo chiede la Ue e nessun singolo Stato membro.
Tant’è che l’Unhcr tutela i rifugiati in Libia dal suo ufficio di Tunisi. Una base a Tripoli viene aperta nel 2017, quando Minniti ottiene da Al-Serraj le garanzie di sicurezza per il personale umanitario che deve entrare nei centri di detenzione e selezionare i più fragili per evacuarli attraverso il corridoio umanitario.
Cosa succede in Europa: gli accordi per la relocation
Intanto in Ue con due decisioni del Consiglio, la 1523 del luglio 2015 e la 1601 del settembre dello stesso anno, viene previsto un sistema di relocation a favore dell’Italia per 39.600 migranti. È quella che comunemente viene definita ricollocazione obbligatoria: vuol dire che l’Europa accetta di prendersi una parte dei nostri aventi diritto all’asilo, che tra il 26 settembre 2015 e il 26 settembre 2017 sono 36.345. Alla fine ne saranno presi 12.740 (la Germania per esempio ne accoglie 5.453, la Francia 641).
Nel settembre 2017 arriva anche la sentenza della Corte di giustizia europea che, rigettando il ricorso di Ungheria e Slovacchia contro i ricollocamenti dall’Italia, riafferma con forza il principio di redistribuzione solidale dei profughi. Principio non accettato, però, dalle cancellerie di Budapest, Varsavia e Praga (Paesi Visegrad) che si oppongono. Scaduta la convenzione, alla prima seduta del Consiglio, Conte e Salvini non insistono e si va verso la redistribuzione facoltativa che, alla fine, si concretizza nell’accordo di Lussemburgo nel giugno 2022, fortemente voluto dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. L’accordo prevede il ricollocamento annuo di circa 10 mila aventi diritto all’asilo. A metà novembre 2022 ne sono stati ricollocati solo 117.
Le nuove partenze dalla Libia: l’influenza della Russia
Nel 2018 Salvini ritira la missione Sophia dalle acque libiche per occuparsi solo dei confini nazionali e, da lì in avanti, l’operazione va verso lo smantellamento (marzo 2020).
Intanto in Libia esplode il caos, l’influenza politica italiana sparisce e arrivano quella turca in Tripolitania e quella russa in Cirenaica. Dal 2021 sono riprese le partenze e quest’anno, su 94.341 sbarchi (al 24 novembre), oltre la metà dei migranti arriva proprio dalla Libia di cui oltre 30 mila dalla Tripolitania e, per la prima volta, oltre 17 mila dalla Cirenaica. E i barconi grossi partono proprio da lì.
Nello stesso periodo dell’anno scorso le partenze dalle due regioni libiche erano rispettivamente 24.697 e 2.276. Non si può escludere che in Cirenaica sia in atto una pressione da parte della Russia.
Ma da quali Paesi provengono i migranti che partono dalla Libia? Principalmente dall’Egitto (17.678), dal Bangladesh (13.794), dalla Siria (5.863), seguono Eritrea e Pakistan. Se includiamo anche gli arrivi da Turchia e Tunisia e altri Paesi, sulle coste italiane negli ultimi 12 mesi si sono superati i 100 mila sbarchi. Il sistema di accoglienza non ne regge più di 70.000. Siamo tornati al punto di partenza.
Cosa chiedere all’Europa: i flussi regolari
Tutta la propaganda sui porti chiusi, impossibili da attuare, ci è di nuovo esplosa in mano. Dopo dieci anni dovremmo aver capito che le migrazioni non sono un’emergenza, ma un fatto strutturale che va governato perché ci saranno sempre. A causa delle guerre, dei mutamenti climatici, della ricerca di migliori condizioni di vita. Bisogna insegnare a convivere con i migranti, di cui peraltro abbiamo bisogno.
Inutile insistere su una ripartizione contando sulla solidarietà europea che non ci sarà. In base agli ultimi dati disponibili, la Spagna deve fare i conti con oltre 100 mila irregolari, quasi 500 mila la Francia, 1,2 milioni la Germania, mentre Ungheria e Polonia stanno gestendo qualche milione di profughi ucraini.
Mentre continuare a litigare su dove devono sbarcare i migranti che arrivano con le Ong allunga solo la lista delle ipocrisie: nel 2022 oscillano intorno al 10% del totale.
Quello che realisticamente possiamo e dobbiamo pretendere dall’Europa è, invece, un sostegno economico per fare due cose: 1) la costruzione di un sistema civile di accoglienza e integrazione; 2) accordi con i Paesi sull’orlo del baratro per avviare flussi regolari. La Tunisia e l’Egitto stanno negoziando un prestito con il Fondo Monetario Internazionale perché hanno la necessità di una stabilizzazione politico-sociale. Un prestito che sarà accordato a condizione che vengano ridotti i sussidi per i beni primari. È inevitabile che, di fronte alla mancanza di speranze, i giovani tentino una miglior sorte rischiando la traversata. Ricordiamo che la quasi totalità degli sbarchi riguarda maschi fra i 14 e i 30 anni. Per questo con Tunisia, Egitto, Niger e Bangladesh è necessario costruire un accordo: concedere 20.000 ingressi legali attraverso il consolato, ma con il rimpatrio immediato di quelli in più.
Così si stronca il traffico di esseri umani e quel che ne consegue: i morti in mare, e migliaia di irregolari dati in pasto alla criminalità o, nella migliore delle ipotesi, al lavoro nero.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da il Corriere della Sera)

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LA FAMIGLIA TRADIZIONALE? IL SINDACO DI RIETI, DANIELE SINIBALDI (FDI) È STATO CAZZIATO PUBBLICAMENTE SU FACEBOOK DALLA MOGLIE PER AVER BIGHELLONATO IN GIRO FINO A TARDI DI SABATO SERA

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

IL MESSAGGIO DELLA CONSORTE: “QUANDO HAI FINITO DI FARE SERATA, MAGARI SE HAI UN ATTIMO PUOI PROVARE A RICHIAMARMI CONSIDERANDO CHE SONO DA SOLA A CASA CON UN BAMBINO DI UN ANNO”

Una discussione in famiglia, tra moglie e marito, è finita per diventare virale. Il caso è esploso a Rieti e ha come protagonisti il sindaco Daniele Sinibaldi, di Fratelli d’Italia, e la moglie.
La notte scorsa, a quanto pare, il primo cittadino è uscito, ha fatto tardi e la consorte non l’ha presa bene.
Lei ha quindi pensato di sfogarsi sui social, inviando un messaggio sulla pagina Facebook del sindaco. “Quando hai finito di fare serata, magari se hai un attimo puoi provare a richiamarmi considerando che sono da sola a casa con un bambino di un anno!”, ha scritto.
Erano circa le 3 e tre ore dopo il messaggio è stato cancellato.
C’era però ormai chi aveva fatto lo screenshot e quel messaggio è passato di chat in chat, facendo il giro del web. E ha monopolizzato il dibattito domenicale.
(da agenzie)

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L’ALLARME DELLA PROTEZIONE CIVILE: “IL 94% DELL’ITALIA E’ A RISCHIO FRANE, CROLLIO ED ALLUVIONI”

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

L’INTERVENTO DI FABRIZIO CURCIO: “SONO 7.400 I COMUNI A RISCHIO”

Quasi tutta l’Italia è a rischio frane, crolli e alluvioni. Mentre la burocrazia frena la messa in sicurezza del territorio.
Il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio lo dice oggi in un’intervista rilasciata a La Stampa, in cui lancia l’allarme dopo la tragedia di Casamicciola. «Il 94% dei Comuni, ovvero 7.400 centri, è a rischio di alluvioni, frane, erosioni costiere: sono state recentemente censite 625 mila frane di cui un terzo a cinetismo rapido. L’Italia è tutta a rischio. Fatichiamo a fare una classifica perché il pericolo è molto esteso. Dobbiamo quindi potenziare la prevenzione strutturale migliorando opere come la costruzione di argini dei fiumi, vasche di espansione, briglie per far defluire l’acqua. Ma è altrettanto necessario un comportamento umano che tenga conto delle allerte meteo e delle criticità che vengono segnalate», avverte l’ingegnere.
La prevenzione e il cambiamento climatico
Curcio punta il dito sulla prevenzione: «Sono fondamentali attività come la cura degli alvei, l’analisi dei confluvi per evitare i cosiddetti “fiumi tombati” dove l’acqua trasborda fuori dal regolare corso. Occorre poi approfondire il reticolo idrogeologico. Dove scorre un fiume e con quale portata? Come si rapporta con le abitazioni? Bisogna conoscere bene il territorio e procedere con la realizzazione di vasche di estensione e la ridefinizione dei corsi d’acqua».
Per l’allarme del cambiamento climatico invece «ci sono due piani di azione. Uno a breve termine, l’altro a medio e lungo termine. Il primo prevede un comportamento improntato alla resilienza e che tenga conto delle allerte ricevute oltre a opere urgenti sul territorio.
Più a lungo termine, invece, servono adeguate politiche sull’emissione dei gas, sulla produzione energetica a impatto ambientale. È importante che il Paese affronti la questione della riduzione dei gas in base a un piano internazionale ma anche con strategie da mettere in atto sul piano personale. Se noi tutti ci impegnassimo ad usare meno l’automobile sarebbe già un primo passo». Infine, per Curcio l’impegno deve partire dai cittadini: «Dovremmo lavorare di più sulla consapevolezza di migliorare il rapporto tra i cittadini e le istituzioni per la gestione del rischio. Pensiamo al Covid: la popolazione si è affidata alle istituzioni per affrontare l’emergenza. Ma sul rischio c’è diffidenza: uno, ad esempio, non vuole rinunciare a usare l’automobile dimenticando che la natura reclama attenzione. Bisogna rispettare di più il rischio e non cedere ad atteggiamenti irresponsabili».
(da agenzie)

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L’ACCUSA DI DE FALCO: “ESPULSO DAL M5S PER IL MIO NO AL CONDONO”

Novembre 28th, 2022 Riccardo Fucile

“IL GOVERNO CONTE UNO CORRESPONSABILE DEL DISASTRO DI ISCHIA”

Mentre si scava ancora alla ricerca dei dispersi e i magistrati indagano sul filone del disastro colposo, la frana di Casamicciola continua a essere al centro del dibattito politico.
L’imputato è il governo Conte I e il M5s. Ad accusarli, Gregorio De Falco. Il militare, diventato celebre per il suo alterco con Francesco Schettino durante il disastro della Costa Concordia, fu candidato ed eletto senatore nelle file grilline, nel 2018. Ma dopo i primi mesi del governo Conte uno, De Falco fu espulso dal Movimento.
Tra le motivazioni, il suo dissenso per i voti di fiducia su decreto Sicurezza, decreto Genova e la legge di Bilancio.
Nel decreto Genova, compariva l’ennesimo condono edilizio della storia italiana, in questo caso dedicato interamente all’isola di Ischia.
Il comandante della Guardia costiera, all’Adnkronos, ripercorre le fasi del procedimento di espulsione dai 5 stelle: «Mi fu contestato il no al decreto Salvini, ma certamente il decreto Genova fu la goccia che fece traboccare il vaso a metà novembre 2018. Contestai i 12 articoli che riguardavano il condono a Ischia. Mi fu risposto che non si potevano presentare emendamenti e che il condono si sarebbe fatto. Il senatore Santangelo, allora sottosegretario ai Rapporti con il parlamento, disse che era stato deciso così».
De Falco ricorda che i grillini difesero la norma, ad eccezione sua e delle senatrici Nugnes e Fattori: «Tutto il Movimento si muoveva come una testuggine».
Il militare spiega che il voto su Ischia contribuì certamente alla sua espulsione e a certificarlo sono le stesse motivazioni fornite dai 5 stelle nel provvedimento disciplinare.
«Su quel condono, Conte non ebbe nulla ebbe da eccepire, così come Salvini. Oggi entrambi balbettano. Il leader del M5s sconta la sua eccessiva attitudine al cambiamento – si toglie qualche sassolino dalla scarpa -. Il disastro di Ischia grava sulle spalle di tanti soggetti e il governo Conte uno è sicuramente corresponsabile. Le case abusive non hanno generato la frana, ma le case costruite laddove non devono stare hanno certamente incrementato la tragedia e probabilmente concorso a rendere ancor più fragile quel territorio».
Riguardo alle spiegazioni che ha fornito Conte nelle scorse ore sul decreto del suo primo governo, De Falco rincara: «Conte sa benissimo che è un vero e proprio condono ex novo che richiama il condono del 1985. In diritto esiste un principio, tempus regit actum, il professor Conte non può non saperlo. Il condono del 2018 doveva essere disciplinato dalle norme del 2018. Se fosse vero quello che dice Conte, sarebbe bastato un atto amministrativo e un modellino unificato».
Il militare, tornato in servizio a Napoli nella Capitaneria di porto, ricorda anche di aver provato a bloccare la norma in commissione, «predisponendo un emendamento che prevedeva di tagliare le ultime parole dell’articolo 25 laddove si faceva riferimento alla legge 47 del 1985, il cosiddetto condono Craxi».
Ma in commissione si decise di mettere ai voti «l’emendamento presentato dalla senatrice forzista Urania Papatheu, identico al mio. Il governo – conclude De Falco – fu battuto e quell’emendamento passò. Immediatamente si autosospesero quattro senatori campani di Forza Italia, tra cui De Siano e Cesaro. Il giorno seguente in Aula, dopo un travaglio interno, Forza Italia tornò a “militare” a favore dei condoni e quindi votò contro il “proprio” emendamento a firma Papatheu. Insieme a Fi votarono la Lega e Movimento 5 Stelle».
(da agenzie)

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