Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
SUL FRONTE ORIENTALE E A SUD, LE TRUPPE UCRAINE AVANZANO E I RUSSI CERCANO DI RESISTIRE IN TRINCEE, BUNKER E CAMPI MINATI
Lo Stato maggiore russo torna a sparare contro la regione di Kiev e le sue infrastrutture civili. «Non ci sarà tregua di Natale», annunciano dal Cremlino. Ma la buona notizia per gli ucraini è che i sistemi di difesa antiaerei nazionali sembrano notevolmente migliorati e ormai la larga maggioranza degli attacchi viene sventata sia dai razzi terra aria che dall’intervento dell’aviazione.
A quasi dieci mesi dall’inizio dell’invasione militare voluta da Vladimir Putin, l’Ucraina mantiene un elevato grado di controllo del proprio spazio aereo.
I dati parlano chiaro. Ieri mattina all’alba, ben 13 droni kamikaze Shahed di fabbricazione iraniana sono stati abbattuti nei cieli della capitale prima di poter raggiungere i loro obiettivi. «Un successo del 100 per cento, tutti i droni sparati oggi sono stati fermati», specificano i comandi militari locali. I rottami dei droni sono caduti sull’area urbana, danneggiando almeno cinque condomini residenziali e due palazzi dell’amministrazione pubblica nel quartiere centrale di Schevchenkivskyi.
Non si registrano vittime, ma solo danni limitati alle strutture; le reti idrica ed elettrica non sono state colpite. Ancora una volta gli alti comandi ucraini dimostrano così un alto grado di efficienza nel fronteggiare il mutare delle strategie di attacco russe. È infatti dalla seconda metà di ottobre che Mosca si concentra nel mirare alle infrastrutture civili con l’obbiettivo dichiarato di costringere la popolazione al freddo e al buio nel pieno dell’inverno.
La prima massiccia ondata combinata di missili e droni sparata il 10 ottobre vide gli ucraini in grave difficoltà, con un tasso di successo fermo al 54 per cento. Allora oltre il 75 per cento della rete energetica nazionale venne messo temporaneamente fuori uso. Ma il 23 novembre il tasso di successo degli abbattimenti era già salito al 76 per cento. E al momento degli ultimi bombardamenti importanti, il 5 dicembre, era ancora migliorato al 87 per cento.
A detta di Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare, nel mese di ottobre la Russia aveva sparato 330 droni iraniani e di questi 222 erano stati abbattuti. «Gli attacchi terroristi del nemico non ci fermeranno», ripete di continuo nei suoi discorsi pubblici il presidente Zelensky. L’aviazione ha intensificato gli addestramenti per artiglieri e piloti, anche se il governo di Kiev continua a chiedere agli alleati l’invio di sistemi avanzati per missili terra-aria.
Gli americani starebbero infatti per inviare una batteria di nuovi missili Patriot nuova generazione, tra i migliori esistenti al mondo. Ma sarà comunque necessario qualche mese affinché gli artiglieri ucraini possano addestrarsi al loro utilizzo in una delle caserme Nato in Germania. Intanto, però, non si ferma la guerra sul fronte orientale del Donbass e in quello meridionale lungo il Dnipro a est di Kherson.
Le truppe ucraine continuano a difendere la zona attorno alla cittadina di Bakhmut e avanzano per accerchiarla alle spalle verso il Lugansk. Scambi di artiglierie avvengono anche attorno alla città di Melitopol. Qui gli ucraini lavorano per tagliare le vie di rifornimento alle truppe russe che si sono posizionate in prima linea con un articolato sistema di trincee, bunker, campi minati e cavalli di frisia mirati a fermare l’avanzata dei blindati.
Rispetto alla logica dei primi mesi la situazione è dunque totalmente mutata: i russi sono fermi a cercare di difendere le terre appena conquistate e invece gli ucraini sono all’offensiva per liberarle. I responsabili ucraini delle inchieste per indagare gli abusi di civili da parte delle truppe russe sostengono di avere le prove dell’esistenza di «camere di tortura per bambini» nel villaggio di Balakliya a sud di Kharkiv e anche a Kherson.
(da agenzie)
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Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
CANCELLATI IL FONDO DI SOSTEGNO ALL’AFFITTO E IL FONDO PER LA MOROSITA’ INCOLPEVOLE
Il governo sovranista abbandona le famiglie che faticano a pagare
l’affitto e rischiano di trovarsi in una situazione di emergenza abitativa. La Manovra cancella il fondo di sostegno all’affitto e il fondo per la morosità incolpevole.
Sono 600.000 le famiglie in una condizione di disagio abitativo, che si vedranno così private di uno strumento a volte fondamentale per non ritrovarsi sotto sfratto, non accumulare debiti e vedersi garantito il diritto alla casa. Uno strumento quello del contributo all’affitto, che unito al fondo per la morosità incolpevole, ha consentito nei due anni più duri della crisi pandemica, di evitare che migliaia di persone perdessero la casa dove abitano o si trovassero sotto sfratto.
Istituito dalla legge 431 del 1998, il contributo all’affitto è stato finanziato per una cifra pari a 4 miliardi. I sindacati e le associazioni che rappresentano gli inquilini da anni fanno notare come una misura di questo segno è sempre di natura emergenziale, a fronte della penuria di case popolari e di politiche strutturali che garantiscano il diritto all’abitare. D’altra parte però la cancellazione da parte del governo Meloni dei fondi per l’affitto rischia di trascinare – a fronte anche dell’inflazione e del caro bollette – in una condizione drammatica decine di migliaia di famiglie. Già oggi in Italia ci sono 150.000 sfratti esecutivi, di cui ben il 90% per morosità. Le famiglie in graduatoria per una casa popolare sono 650.000.
“Giorgia Meloni e il Ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini, riescono a fare peggio di tutti: all’assenza di interventi strutturali per aumentare l’offerta di alloggi pubblici e per eliminare o ridurre la cedolare secca sul libero mercato per contenere gli affitti, aggiungono la cancellazione dei fondi di sostegno. – sottolinea l‘Unione Inquilini – Cosa dicono Regioni e Comuni che su quei sussidi hanno fondato fino ad ora le loro politiche, pure inadeguate e insufficienti? Un problema questo, che non dovrebbe lasciare indifferenti neanche le associazioni dei proprietari per le conseguenze di una ulteriore impennata degli sfratti per morosità”.
Eppure, nonostante una scelta drastica che cancella uno strumento di welfare ormai consolidato lungo più di vent’anni, per il quale regioni e comuni hanno ormai una capacità gestionale nella raccolta delle domande e nell’erogazione delle risorse, la questione non si è imposta nel dibattito pubblico. A questo va aggiunto come potrebbe invece passare una proposta della Lega che prevede lo stop alle imposte di registro, ipotecaria e catastale applicate ai contratti di affitto. Se la destra si occupa di casa lo fa per sostenere esclusivamente i locatari, anche se le associazioni che ne rappresentano gli interessi sono specularmente preoccupata di vedere aumentare gli inquilini morosi.
Le opposizioni dal canto loro non hanno mancato di presentare emendamenti nel senso contrario. È il caso di Alleanza Verdi Sinistra che ha presentato due emendamenti, chiedendo al governo di rifinanziare il fondo morosità incolpevole con 200 milioni di euro e di ripristinare il fondo contributo affitto. Anche il Partito Democratico ha avanzato le sue proposte sulla casa, proponendo anche di implementare il finanziamento per 150 milioni in tre anni del Fondo nazionale di garanzia per la prima casa, che agevola chi vuole richiedere un mutuo offrendo garanzie pubbliche, e della stessa cifra il Fondo nazionale di garanzia per la locazione, che anche in questo caso mette sul piatto garanzie pubbliche ai locatari per aiutare chi è in difficoltà a ottenere un contratto d’affitto. “È grave quello che sta accadendo soprattutto in questo momento: il governo cancella i fondi per il sostegno all’affitto e per la morosità incolpevole, senza nessuna misura alternativa – spiega la deputata Chiara Braga, che per i dem sta seguendo i lavori in commissione – Sono misure che tutelano in ultima istanza sia gli inquilini che i piccoli proprietari. Le regioni e i comuni che li erogano attendono questi fondi per dare risposte concrete ai cittadini”.
Per il sindacato degli inquilini Asia-Usb la Manovra sul terreno della casa rende “tutti scontenti”, a cominciare da “i proprietari che non incasseranno più un euro in aiuti indiretti e gli inquilini i quali non avranno più accesso a fondi per tamponare un eventuale sfratto per morosità incolpevole”. Una condizione di difficoltà che con la liberalizzazione del mercato degli affitti arriva interessare anche i ceti medi: “In prospettiva si configura un ulteriore aumento dell’attuale e già imponente ondata di richieste di sfratto, senza nessuna alternativa pensata per fronteggiare la crisi in corso che, va ricordato, interessa settori sempre più ampi della società. Compresi alcuni che fino a qualche anno fa si credevano ben al riparo da questo tipo di processi”.
(da Fanpage)
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Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
STOP AL SUSSIDIO DOPO 7 MESI E A CHI HA MENO DI 40 ANNI… LE DUE PROPOSTE PER FARE CASSA: SERVONO SOLDI SGRAVI FISCALI
Il governo Meloni cerca risorse aggiuntive per la Legge di Bilancio. E in vista c’è un’ulteriore stretta per il reddito di cittadinanza. La maggioranza potrebbe rimuovere dalla platea dei beneficiari chi ha meno di 40 anni. C’è un emendamento di Italia Viva che va in questa direzione.
Noi Moderati chiede invece il taglio del sussidio in anticipo anziché dopo 8 mesi come prevede attualmente la Manovra. Repubblica racconta che il leader Maurizio Lupi ha proposto di ridurre da otto a sette i mesi di erogazione del RdC ai beneficiari occupabili. Per risparmiare così circa 200 milioni da utilizzare per altre misure.
Ieri durante la riunione sulla manovra dei capigruppo con il governo la proposta è stata condivisa da Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega.
Il partito di Berlusconi in particolare vorrebbe usare i fondi per l’aumento delle pensioni minime a 600 euro. Ma soltanto per chi ha più di 75 anni. FI vorrebbe portare anche a quota ottomila euro gli sgravi fiscali per chi assume giovani.
(da Open)
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Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
LE IMMAGINI E I VIDEO UFFICIALI SMENTIREBBERO CHE IL MEZZO SIA RIMASTO COINVOLTO NELLA TRAGEDIA
Nel crollo del ponte Morandi a Genova, lo scorso 14 agosto 2018,
sarebbe rimasto coinvolto anche un camion frigo carico di hashish, che la ‘ndrangheta cercò poi di recuperare, secondo quanto è emerso dall’operazione “Blu notte” condotta della DDA di Reggio Calabria e che ha portato all’arresto di 47 persone e 93 indagati. Nelle intercettazioni ambientali raccolte durante le indagini si sentono parlare il boss del clan Bellocco di Rosarno, Francesco Benito Palaia, e il suo braccio destro Rosario Caminiti che, riferendosi al video del crollo, dicono: «Allora, quando è crollato il ponte Morandi, se tu vai al primo video, è caduto un furgone. È un euro cargo giallo, lo vedi benissimo perché è giallo, con una cella frigorifera, piccolino! Il piccolino! È caduto paru (orizzontale, ndr). Come è caduto il ponte si è seduto, automaticamente gli è caduta una macchina di sopra». Sul furgone giallo sarebbero stati presenti 900 chili di droga «da fottere ai neri», si sente ancora dire, da cui i malavitosi li avevano comprati e a cui avevano detto di averli persi durante il crollo: ragion per cui i boss avrebbero avuto intenzione di recuperare il carico del veicolo caduto nel crollo del Ponte sul Polcevera. Ma, come fa notare Verità&Affari, ci sarebbero «troppe cose che non tornano» nella vicenda. Nelle immagini della Procura di Genova prima del crollo, infatti, – come riporta il quotidiano – si vedrebbe passare un unico veicolo di colore giallo.
Dai video emerge che si tratta però di un’auto e non di un furgone, ossia della Opel Corsa gialla che viaggiava a 20 secondi dal camion Basko, il furgone che riuscì a fermarsi a pochissimi metri prima dalla voragine che spezzò il ponte. La Open gialla, invece, effettivamente cadde durante il crollo del Morandi, e su di lei piombò un altro veicolo. Ma osservando le foto e i video dei resti dei mezzi coinvolti nella drammatica tragedia, non risultano esserci resti di nessun furgone di colore giallo. Gli unici resti gialli sono quelli dell’Opel Corsa che però, date le sue dimensioni, difficilmente avrebbe potuto portare un carico di 900 chili di droga. È inoltre improbabile che le autorità, i vigili del fuoco, la protezione civile, gli operatori del 118 che sono accorsi sul posto per tentare di salvare la vita delle persone coinvolte nel crollo del Morandi, durante le operazioni di soccorso e di recupero delle vittime non abbiano intercettato anche la presenza di un così ingente carico di droga. Incrociando le parole dell’intercettazione tra gli indagati, i video e le foto prima e dopo il crollo del ponte Morandi, le immagini dei resti dei veicoli coinvolti nel crollo e gli interventi di soccorso e di analisi fatti dalle autorità, risultano profonde incongruenze, in particolare sulle parole tra i boss. La verità sul caso del carico di droga, al momento, non c’è. Ma non è da escludersi – ipotizza il quotidiano economico – che la tragedia del Ponte Morandi non sia stata usata dai narcotrafficanti per “giustificare” la sparizione di un carico così imponente di stupefacenti.
(da Open)
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Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
GLI ESPERTI: “COSI’ CORRIAMO UN RISCHIO TROPPO ALTO”
Con una serie di emendamenti al decreto anti-rave in Senato la maggioranza interviene sulle restrizioni per il contenimento dei contagi da Coronavirus. E i provvedimenti appaiono ancora più radicali rispetto a quanto anticipato in interviste e dichiarazioni dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. Si va dall’abolizione dell’obbligo al tampone una volta terminato l’isolamento, sia per gli asintomatici che per i sintomatici, alla riduzione da dieci a cinque giorni per l’auto-sorveglianza dei contatti stretti dei positivi, tenuti in quel lasso di tempo a indossare la mascherina. Anche in questo caso è abrogato l’obbligo di eseguire un tampone al termine del periodo. Viene inoltre abolito l’obbligo di Green Pass negli ospedali, l’ultimo luogo rimasto ad imporlo fino al termine dell’anno. Lo stesso varrà per le residenze sanitarie assistite (Rsa), le strutture riabilitative e le residenze per anziani.
Il commento di Pregliasco
Gli over 50, insegnanti e forze dell’ordine che al 15 giugno scorso non erano in regola con le vaccinazioni vedranno infine la sospensione fino al 30 giugno 2023 dei procedimenti per le sanzioni attualmente previste e pari a 100 euro.
Il termine per contestare l’infrazione era scaduto a fine novembre, e l’Agenzia dell’Entrate era pronta a far partire le multe. La proroga è stata però ottenuta con un emendamento a firma Lega. Gli emendamenti approvati aspettano ora il via libera definitivo della Camera. Ma hanno già iniziato a far discutere la comunità scientifica. «Un rischio troppo alto», lo definisce il virologo Fabrizio Pregliasco in un’intervista a La Stampa, parlando della ldecisione di abrogare il tampone in uscita dall’isolamento domiciliare. Almeno, specifica, nel caso dei sintomatici. Rispetto agli asintomatici, infatti, ritiene che sia «un passo verso la normalità che si poteva fare», in quanto la contagiosità si concentra nei primi giorni dopo aver contratto l’infezione. «Ciò non significa che sia impossibile contagiare gli altri – puntualizza -, ma solo che il pericolo diminuisce al diminuire della carica virale». Che, al contrario, negli asintomatici è ancora alta: ecco perché abrogare il tampone in questi casi è a suo avviso un pericolo. «Magari era un passo che si poteva tentare scavallato l’inverno», commenta.
La prudenza necessaria
Una prudenza che a suo avviso sarebbe stata necessaria anche rispetto all’abrogazione del Green Pass in ospedali e Rsa. «Si poteva aspettare un po’ anche in questo caso», dichiara, ipotizzando che «in futuro il Green pass si potrebbe mantenere solo su indicazione del direttore sanitario in funzione del contesto in cui ci si trova, ossia della presenza di persone particolarmente fragili, ma anche del periodo. Mantenendolo ad esempio nei mesi invernali». Pregliasco si astiene dal commentare la decisione di non far pagare le multe ai No Vax, così come quella di anticipare il rientro dei sanitari non vaccinati: «Credo che sia una scelta politica. Certo è che così si mandano segnali ambigui». E, a suo avviso, si allontanano le persone dalla vaccinazione, anche perché «c’è già una certa stanchezza vaccinale».
Nessuna ambiguità sui vaccini
La sua idea è che «non possiamo continuare a proporre il vaccino ogni 4 o 6 mesi. Dobbiamo arrivare a un richiamo annuale, concentrandoci su anziani e fragili». Ma sul tema dei vaccini, ribadisce, «non può esserci alcuna ambiguità»: «Hanno salvato decine di migliaia di vite umane solo in Italia. E ora è il momento di proteggersi anche dall’influenza». Anche su questo fronte tuttavia, commenta amareggiato, «la vaccinazione non sta andando bene». Mentre non si dichiara del tutto contrario alla riduzione dell’auto-sorveglianza a 5 giorni senza, anche in questo caso, prevedere un tampone all’uscita: «Accorciare i tempi ci sta per rendere più accettabile l’obbligo di indossare le Ffp2 nei luoghi chiusi e in quelli affollati. In questo caso un piccolo rischio in più lo si corre solo se si hanno sintomi». Invece, prosegue, «se si frequentano persone fragili il tampone lo farei e così come si fa con l’influenza in caso di sintomi si sta a casa».
L’obbligo di mascherina
Rispetto alla questione dell’obbligo di mascherina nelle Rsa, sostiene che l’obbligo andrebbe mantenuto per il momento. Poi, aggiunge, così come per il Green pass, «lascerei che siano i direttori sanitari a dare delle indicazioni a seconda della fragilità dei pazienti con i quali si entra in contatto». Dobbiamo prepararci a «un Natale impegnativo», a suo avviso. E nonostante l’anno nuovo porterà l’abolizione delle misure anti-Covid, ricorda che «non è ancora il momento di abbandonare la prudenza»: «Omicron è meno pericolosa, ma è anche più contagiosa per cui il tasso di letalità dello 0,2% su un gran numero di contagiati dà purtroppo ancora un alto numero di vittime».
(da agenzie)
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Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
LA MANOVRA DEVE CAMBIARE SU POS. LIMITI AL CONTANTE, CONDONO E PENSIONI
La promozione con riserva è stata preceduta da un discreto aut aut da
parte della commissione: in cambio del semaforo verde, i vertici dell’Ue hanno chiesto la garanzia che qualcosa, nella manovra e nelle misure collegate, cambi. L’hanno fatto sapere a Palazzo Chigi e al ministero per l’Economia.
Anzi, stando ai boatos che vengono dai palazzi delle istituzioni europee, il via libera sostanziale alla legge di Stabilità è legato proprio al fatto che Roma si impegna a dare segnali chiari in questo senso. Pos, limite al contante, condono fiscale, pensioni: ci sarà da mettere mano a queste voci. Ad alcune di queste, almeno. Anche se Giorgia Meloni giunge al suo primo Consiglio europeo brindando a quella che definisce una promozione da parte di Bruxelles. “È andata meglio del previsto”, fa sapere in serata prima di partecipare alla cena con i leader dell’Ue e dei Paesi del Sud Est asiatico, al Museo delle belle arti. “I rilievi – è la sua opinione – sono semplici valutazioni su singoli provvedimenti, indicazioni non vincolanti. Quello che conta è il giudizio complessivo, ed è positivo” E poi una sottolineatura: “L’Italia è fra gli undici promossi su 20 Paesi presi sotto esame”. Una collocazione da Champions League, per dirla con il ministro Giancarlo Giorgetti. Toni da enfasi che accompagnano il debutto ufficiale della premier al cospetto dei Grandi d’Europa. Era importante, questo biglietto da visita, per Giorgia Meloni. I conti in regola, per lei, si sommano all’ampia delega ricevuta dal Parlamento sulla posizione atlantista di sostegno all’Ucraina, anche con l’invio delle armi.
Ma ora Meloni dovrà far fronte a quei rilievi che sono altrettante bandierine della Destra, in particolar modo quella salviniana. Abbatterle? E come? Anche il sottosegretario alla presidenza Giovanbattista Fazzolari tira il freno: “Siamo di fronte ad osservazioni marginali: non sarà necessario cambiare la rotta”. Ma almeno su due punti la manovra è destinata a essere modificata, anche sulla spinta dell’Europa (che segue quella di Bankitalia). Il limite sopra il quale il commerciante è obbligato ad accettare pagamenti elettronici sarà certamente rivisto: dai 60 euro attuali si scenderà a 30-40 al massimo. Poi le pensioni: il governo non ha intenzione di rivedere quota 103 ma torna in discussione Opzione donna. Difficilmente, per ottenere il beneficio, potrà cadere il requisito dei figli, come suggerito dal ministero del Lavoro. Non sono grandi modifiche ma con queste pregiudiziali di Bruxelles sarà tutto da verificare il modo in cui, in futuro, il governo potrà allentare ancor di più le maglie, così come vuole Matteo Salvini. E resta il nodo delle pensioni minime da 600 euro, battaglia di Berlusconi che però si scontra proprio con le disponibilità finanziarie. Battaglia più difficile, con gli occhi dell’Ue addosso.
Quel che è certo è che non ci saranno interventi sulle norme che riaprono all’utilizzo del contante. “Il Consiglio europeo ha indicato un tetto di diecimila euro e contesta il nostro limite posto a cinquemila?”, si domanda Fazzolari. “Quella soglia è intoccabile”, aggiunge. Così come, al momento, è formalmente sotto chiave la rottamazione delle cartelle esattoriali fino a mille euro inviate prima del 2015: “Per attuare quella misura spenderemmo più di quanto incasseremmo”, dice una fonte di governo. In sintesi: l’esecutivo si impegna a rivedere alcune parti della manovra – Pos e in parte le pensioni – ma almeno a parole oggi tiene il punto su contanti e condono fiscale. Quando varcherà le porte del Palazzo d’Europa, oggi, Giorgia Meloni lo farà con la “soddisfazione” di chi ha evitato una bocciatura e con il piglio di chi intende chiedere un’Unione non più elitaria, senza distinzioni fra serie A e serie B, con una “pari dignità” reclamata in particolare su alcuni dossier che vedono il governo in posizione critica nei confronti di Bruxelles, migranti ed energia in primis. Ma difficilmente il Consiglio europeo partorirà un accordo su questi temi.
(da La Repubblica)
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Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
IL CAPO DEI SERVIZI E’ SOSPETTATO DALLA PROCURA BELGA DI AVER DIRETTO E PAGATO I PROTAGONISTI DELLO SCANDALO
Non è una semplice storia di corruttori e corrotti. Il “Qatargate” sta diventando un vero e proprio “Spy-game”. Con un protagonista principale: il Dged. Ossia, il servizio segreto marocchino. E una serie di coprotagonisti: l’Intelligence del Belgio con la collaborazione di Paese alleati dell’Unione europea, e il governo del Qatar.
Con il Marocco e Doha nelle parti dei grandi corruttori. O meglio dei grandi “infiltrati” dentro le istituzioni dell’Ue, in particolare il Parlamento. E un solo obiettivo: condizionare l’Unione e farlo attraverso l’arma convincente dei soldi e della corruzione.
È questo il disegno che Repubblica è in grado di ricostruire e che viene tratteggiato nel mandato di cattura con cui venerdì scorso sono stati fermati l’ex europarlamentare Antonio Panzeri, la vicepresidete dell’Eurocamera, Eva Kaili, il suo assistente e compagno, Francesco Giorgi, e il direttore generale della Ong “No Peace Without Justice”, Niccolo Figà Talamanca.
Tutto, allora nasce cinque mesi fa. Gli 007 belgi, assistiti da altri servizi europei, vengono a conoscenza che c’è una “rete” che lavora “per conto” del Marocco e del Qatar. L’atto messo a punto dalla procura di Bruxelles mostra una incredibile dovizia di particolari. E una serie di operazioni che vengono decise e concordate all’interno di un sistema rodato. Ogni mossa infatti è volta a compiere una “attività di ingerenza” nelle sedi dell’Ue e nei posti chiave delle istituzioni comunitarie, in particolare il Parlamento.
Lo sfondo è il ruolo di Rabat nel Sahara Occidentale e i flussi migratori. Il Marocco vuole che l’Ue non si metta di traverso sull’occupazione di quel pezzo d’Africa e punta ad avere meno problemi possibili dal punto di vista dei flussi dei migranti. E in seno al Palazzo che ha preso il nome di Altiero Spinelli c’è una parte politica decisamente “influenzata”: il gruppo socialista di S&D. Attraverso una sorta di cricca composta da tre italiani: Panzeri, Cozzolino (europarlamentare) e Giorgi. Anche se alcuni media della Grecia, addirittura ipotizzano che dentro il Parlamento europeo potrebbero essere una sessantina i nomi coinvolti.
Il più attivo nel cercare l'”influenza” è comunque lo “Stato del Marocco”. Incontri, colloqui, cene con i più alti dirigenti dei servizi segreti di Rabat sono una costante di questo sistema. La “cricca”, infatti, è stata agganciata prima da un ufficiale del Dged, di stanza a Rabat la capitale del paese magrebino. Si tratta di Belharace Mohammed, il quale ha potuto contare sulla intermediazione anche di un diplomatico di base a Varsavia: Abderrahim Atmoun. A dimostrazione che si trattava di una macchinazione di Stato a pieno titolo. Tutte informazioni in un primo momento raccolte dal Vsse, ossia dai servizi segreti del Belgio. Nel mandato di cattura, infatti, si riportano le analisi dell’intelligence brussellese: i tre della “cricca” collaborano con i servizi marocchini, è “fuori di dubbio”.
Il ruolo del diplomatico di Rabat che si muove lungo l’asse Varsavia-Bruxelles, è centrale. Tutti, alla fine, prendono ordini da lui. Ma c’è un anello che è ancora più importante in questa catena che si è stretta intorno all’Europarlamento: Mansour Yassine, direttore generale del Dged. I tre lo hanno incontrato. Cozzolino lo ha fatto ad esempio diverse volte e almeno in una sarebbe andato in Marocco, nel 2019. Secondo la ricostruzione dei pm belgi, infatti, un ufficiale dell’intelligence marocchina ha prenotato due biglietti aerei sul volo Alitalia Casablanca-Roma del 2 novembre 2019 e sulla successiva tratta Roma-Napoli. Su questo, le “spie” del Belgio hanno però un dubbio: non sanno con certezza se Cozzolino sia effettivamente salito sull’aereo. Ma nella descrizione fatta dai magistrati sembra quasi una cautela più che un dubbio. Tanto che, riportando sempre le informazioni del Vsse, raccontano che anche Panzeri è volato verso lo stato magrebino per incontrare ancora lo stesso Mansour. In questo caso era il luglio del 2021.
Ma l’aspetto più interessante è la motivazione che viene assegnata a questo colloquio: discutere la “strategia” del Parlamento europeo. E condizionarla. Anche in questo caso gli 007 si prendono una prudenza: non confermano che il colloquio sia effettivamente avvenuto. Ma che sia stato organizzato sì. Resta il fatto che ogni scelta di Atmoun, il diplomatico, è stata organizzata con Panzeri e/o Cozzolino. In una rete di cui faceva parte anche Figà Talamanca, il vertice della Ong “No Peace without justice”
L’ufficio di Atmoun a Varsavia, dunque, era una specie di crocevia. Lì si sono alternati in visita Panzeri, Cozzolino e anche Giuseppe Meroni, un tempo assistente dell’ex eurodeputato e ora a disposizione della neo eletta di Forza Italia, Lara Comi. All’interno di questo quadro, Francesco Giorgi (compagno della ex vicepresidente del Parlamento europeo, la greca Kaili) veniva identificato come una sorta di “agente” di Panzeri. Almeno i Servizi marocchini lo utilizzavano in quel modo. Ma erano Cozzolino e Panzeri a gestire l’accordo: al fine di consentire “l’ingerenza del Marocco”.
Il sistema del Qatar non cambiava molto. Le regole, alla fine, erano le stesse. E gli obiettivi analoghi. In questo caso gli obiettivi sono quelli di rendere accettabili le procedure adottate da Doha sui lavoratori. In particolare quelli impegnati nella costruzione dei mondiali di calcio e quelli messi al servizio dell’organizzazione della competizione calcistica ormai giunta alla partita finale. Le autorità qatarine sono persino più dirette di quelle marocchine. Non usano direttamente le spie. Ma ricorrono al governo. Gli incontri, infatti, sono fatti con il ministro del lavoro, Bin Samikh al Marri. E il tutto avviene – secondo il mandato di cattura – con l’aiuto di un personaggio misterioso. Lo chiamano Bettahar. Ma il soprannome è ancora più opaco: “l’Algerino”.
Certo – si sottolinea – il Qatar non aveva gli stessi obiettivi del Marocco. A loro interessava soprattutto curare l’immagine del paese in relazione ai diritti civili. Gli inquirenti, poi, non hanno dubbi: Panzeri e Giorgi dividevano tutto al 50%. E il resto era per Figà Talamanca. Insomma “l’obiettivo erano i soldi”. La “cricca” riceveva pagamenti per le sue attività. Come? In due modi quando venivano Doha: attraverso i conti della Ong Fight Impunity o addirittura i contanti. O con qualche “regalo”. Quando il finanziatore era Rabat, allora non si andava per il sottile: la moneta in contanti veniva trasferita in alcune buste o borsoni attraverso la intermediazione del diplomatico di stanza in Polonia Atmoun. Una modalità da “spallone”. Un passaggio da Varsavia verso Bruxelles.
Soldi che venivano utilizzati in due maniere che non avevano nulla a che vedere con le finalità della Organizzazione di Panzeri o con l’attività politica. Secondo, la magistratura belga infatti quegli importi venivano impiegati per pagare tutte le spese che denotavano “un tenore di vita che eccedeva le sue possibilità”. E poi per pagare i “membri della rete” che dentro le istituzioni europee venivano manipolati come delle vere e proprie teste di legno. Uno degli indagati ha addirittura dirottato i fondi che gli erano stati messi a disposizione per acquistare un bene immobiliare, una casa. Anche per questo si spiegano i tanti soldi in contanti ritrovati nella casa di Panzeri e di Giorgi. Settecentomila euro che non potevano trovarsi lì per caso.
(da La Repubblica)
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Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
SEQUESTRATI BENI PER UN MILIONE E MEZZO
Due sindaci ai domiciliari, quattordici misure cautelari. È il risultato di
un’indagine del nucleo di polizia economico finanziaria di Cuneo, coordinata dalla procura di Asti. Gli indagati sono accusati a vario titolo di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, truffa aggravata ai danni dello Stato, turbativa d’asta, falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
Questa mattina quaranta uomini delle fiamme gialle hanno eseguito le misure cautelari disposte dai gip del tribunale di Asti e perquisito gli uffici comunali di Vezza d’Alba e Montaldo Roero, i cui sindaci sono stati messi ai domiciliari, e la sede legale dell’Unione dei Comuni del Roero, Tartufo e Arneis. Tra destinatari delle misure cautelari ci sono funzionari comunali, professionisti e imprenditori. Nei confronti della maggior parte di loro sono stati sequestrati beni e valori per oltre un milione e mezzo di euro.
Le indagini avrebbero ricostruito un articolato e ben consolidato sistema fraudolento di gestione della cosa pubblica. I finanzieri hanno scoperto appalti, affidati i modo fraudolento, sempre agli stessi professionisti e imprenditori, i quali, grazie a molteplici artifizi, facevano ottenere ai Comuni ingenti finanziamenti anche quando non sussistevano i presupposti per la loro concessione. Questo consentiva ai sindaci di aumentare il consenso elettorale e favoriva i professionisti che ottenevano incarichi di progettazione, direzione lavori e assistenza all stazioni appaltanti.
I professionisti su cui pende l’accusa di corruzione grazie al loro ruolo di progettisti e direttori dei lavori e, contemporaneamente, di assistenti alle stazioni appaltanti, sono riusciti a manovrare le gare in favore di imprese compiacenti che, in cambio, hanno acquistato i materiali da impiegare per i lavori oggetto degli appalti affidati, da aziende riconducibili a quegli stessi professionisti che li avevano agevolati.
Le fiamme gialle hanno accertato che tale meccanismo fraudolento ha provocato, nel corso degli anni, effetti disastrosi per le casse degli Enti locali, perché il sistematico conferimento di incarichi ai professionisti veniva in più occasioni effettuato senza copertura finanziaria, falsificando visti di regolarità contabile e creando buchi di bilancio che poi venivano nascosti. Ricostruendo i bilanci del comune di Vezza d’Alba hanno scoperto che nei libri contabili comunali erano stati annotati crediti del tutto falsi.
(da agenzie)
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Dicembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
LE ASSURDITA’ CHE PAGHIAMO TUTTI
Quando parliamo della nostra salute incrociare i dati è fondamentale. Per ciascuno di noi sarebbe molto importante avere un rapido accesso dal computer alle informazioni su esami e visite, tra specialisti diversi o in altre Regioni senza dovere ripetere inutilmente i controlli medici o portarci dietro ogni volta plichi di documenti.
A livello collettivo incrociare i dati serve per individuare su larga scala in quanti soffrono di che cosa, con quali fattori di rischio, e quali cure possono essere più efficaci in base a N varianti. E tutto ciò è indispensabile anche per fare una buona programmazione sanitaria valutando come il Ssn risponde a chi ha bisogno di cosa.
Casi concreti
Qualche esempio per capire meglio. Individuare in tempo reale se chi finisce in ospedale per il Covid ha delle patologie pregresse mi permette di stabilire in modo rapido chi il virus colpisce di più e l’efficacia del vaccino: gli studi eseguiti durante la pandemia sono stati possibili solo con un decreto ad hoc e in ogni caso senza riuscire a sapere prima le comorbilità di ogni singolo paziente (soprattutto di quelli non vaccinati).
Una donna su 8 nel corso della propria vita si ammala di cancro al seno. L’intervento chirurgico tempestivo può essere salva-vita. E quindi per capire i buchi del Servizio sanitario e correggerli è utile sapere quanto tempo passa dalla diagnosi all’intervento. Ma le strutture private non hanno obbligo d’informazione e il dato sulle mammografie a pagamento manca.
Prendiamo il caso dei 3,5 milioni di donne e uomini con il diabete. Le informazioni oggi a disposizione sono contenute nell’anagrafe assistiti, nelle schede di dimissione ospedaliera, negli accessi al Pronto soccorso e nei registri sui farmaci. In questi flussi di dati sanitari manca il valore della pressione arteriosa, importante da sapere per capire su larga scala come può incidere sulla malattia ed evitare che si aggravi. Questi valori sono contenuti nei registri clinici dei diabetologi e dei medici di medicina generale: ma questi sistemi non si parlano tra loro e non si parlano con gli altri citati.
Degli 800 mila malati di Parkinson non si sa praticamente nulla di quelli ricoverati nelle residenze protette e sui risultati della riabilitazione. I dati ci sono ma non sono collegati alle altre informazioni in possesso della Sanità pubblica.
E la lista può continuare. Tutti i dati che servirebbero ci sono. Ma non sempre sono di buona qualità e soprattutto non siamo in grado di utilizzarli al meglio. Vediamo perché.
Perché succede
I dati amministrativi su chi siamo sono contenuti nella tessera sanitaria elettronica che fa attualmente da anagrafe degli assistiti e fa capo al Mef. Le informazioni sulla nostra salute come analisi del sangue, esami diagnostici, referti istologici, visite specialistiche, ricoveri in ospedale e accessi al Ps dovrebbero essere contenuti nel Fascicolo sanitario elettronico da 10 anni, ma finora non ha funzionato perché i dati introdotti sono pochi, non sono inseriti in modo omogeneo perché i sistemi informativi aziendali sono diversi e spesso molto arretrati (manuali, fogli Excel, fotografie, pdf) e ogni Regione va per conto suo (qui l’inchiesta di Dataroom): solo di recente con l’intervento dei ministeri di Salute, Transizione digitale e Mef del governo Draghi la situazione stava migliorando (il Pnrr stanzia 1,38 miliardi per adottare un unico sistema informatico sanitario nazionale e dare alle Regione gli strumenti e le competenze necessari a caricare davvero i dati clinici dei pazienti e condividerli tra medici, ospedali pubblici e privati accreditati).
La cartella clinica elettronica non è usata ovunque e dove viene usata ogni ospedale può avere la sua, così come ogni medico (medici di medica generale o specialista) e non sempre sono raccolte in un archivio, cioè sono usate solo per la cura del singolo paziente.
Le schede di dimissione ospedaliera, gli accessi al Ps, i certificati di assistenza al parto sono contenuti nel cosiddetto Sistema informativo nazionale (Sis) che fa capo al ministero della Salute.
Le cause di morte sono contenute nei registri dell’Istat che le ricevono dalle Asl (solo in alcune Regioni è attivo il registro di mortalità per causa).
Le prescrizioni farmaceutiche sono monitorate direttamente dal ministero della Salute, con l’eccezione dei farmaci ad alto costo monitorati direttamente dall’Aifa. L’Aifa è in realtà un ente vigilato dal ministero della Salute e dal Mef quindi lavora su loro mandato, ma con una grande autonomia che a volte rende difficile lo scambio delle informazioni.
I registri di patologia sono tenuti dall’Istituto superiore di Sanità.
Le banche dati di genomica sono gestite dalle Società scientifiche e alcune anche dall’Istituto superiore di Sanità.
Studi con dati limitati
Il problema è che non tutti i sistemi informativi comunicano tra di loro oppure lo fanno con difficoltà. I vari database sono stati attivati in tempi diversi, con sistemi di codifica differenti e linguaggi informatici diversi. Non sempre è presente un codice univoco, come il codice fiscale o un altro codice che permette di mantenere l’anonimato, ma di identificare in modo inequivocabile quel determinato soggetto in modo da tracciarne gli accessi alle cure senza violarne l’identità. La conseguenza è che oggi le informazioni sull’efficacia sul campo delle cure, sui rischi di chi può vedere peggiorare la propria malattia e perché, e sulla capacità del Ssn di rispondere ai bisogni della popolazione sono parziali, sono affidati a ricerche singole, su periodi di tempo limitati, e su gruppi di soggetti selezionati.
Cosa bisogna fare
Il Consiglio superiore di Sanità con un gruppo di lavoro multidisciplinare molto qualificato coordinato da Paolo Vineis (qui il documento) propone uno schema di riforma dei sistemi informativi sanitari in modo da superare la loro frammentarietà e i linguaggi informatici diversi unificandoli in un «sistema dei sistemi». La sua realizzazione spetta al Governo e riguarda tutti noi.
Circolazione dei dati
Una riforma che deve essere accompagnata anche dalla possibilità di una maggiore circolazione dei dati sanitari oggi stoppata dall’Autorità del garante della Privacy in base a norme di 20 anni fa che non possono più considerarsi in linea con l’Ue (qui il documento). Per dire: oggi degli scienziati se vogliono studiare l’appropriatezza e la sicurezza a lungo termine nella pratica clinica di un farmaco su categorie di pazienti che si sono curati 10 anni fa e che hanno dato il consenso non solo al trattamento terapeutico ma anche all’uso dei propri dati, devono fare ogni sforzo possibile per ottenere per ogni singolo nuovo studio l’autorizzazione specifica del singolo partecipante e da parte dell’Autorità Garante con una trafila infinita che fa perdere la voglia a chiunque. E se il Garante non si esprime entro 45 giorni vale la regola del silenzio-dissenso. È urgente trovare un equilibrio tra la necessità di garantire la privacy e quella di avere risposte rapide indispensabili per la Salute pubblica.
(da Il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »