Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI FANPAGE E’ ATTENDIBILE, MA LA PROCURA NON HA POTUTO DIMOSTRARE IL REATO
La Procura della Repubblica di Milano ha chiesto al giudice per le
indagini preliminari l’archiviazione per gli otto imputati nel procedimento aperto in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta Lobby Nera del team Backstair di Fanpage.it. Come noto, le indagini avevano coinvolto a vario titolo il barone nero Roberto Jonghi Lavarini, la sua collaboratrice Lali Panchulidze, l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza, il commercialista Mauro Antonio Rotunno, il consigliere regionale Massimiliano Bastoni, l’europarlamentare della Lega Angelo Ciocca, l’esponente del gruppo Lealtà e Azione Riccardo Colato e l’attuale consigliera comunale di Fratelli d’Italia Chiara Valcepina. L’inchiesta condotta dai procuratori Polizzi e Romanelli ha provato a chiarire l’esistenza di “un meccanismo illecito finalizzato a incamerare denaro in nero, da destinare alla campagna elettorale di alcuni candidati alle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre 2021”, che sembrava emergere dai video realizzati dal giornalista sotto copertura di Fanpage.it Salvatore Garzillo .
I reati ipotizzati erano quelli di finanziamento illecito ai partiti e di riciclaggio. Dopo oltre un anno di indagini, la procura di Milano ha concluso “nel senso dell’insussistenza delle ipotesi di reato formulate”, spiegando che “non sono emersi elementi in grado di confermare quanto emerso dai video”. Nello specifico, come si legge nella richiesta di archiviazione, le affermazioni di “Jonghi Lavarini e Fidanza sul sistema di riciclaggio e illecito finanziamento ai partiti non hanno trovato riscontro nelle indagini svolte sull’attività del commercialista Rotunno, che a dire dei due, avrebbe dovuto avere un ruolo chiave”. Secondo la procura, però, quello di cui parlano i due politici “parrebbe trattarsi di un progetto futuro ancora in fase iniziale nel momento in cui sono subentrate le indagini penali”, anche se il barone nero affermava si trattasse “di un sistema già utilizzato” (fatto di cui gli investigatori non hanno trovato conferma).
Ma andiamo con ordine e ricostruiamo gli eventi che hanno portato alla richiesta di archiviazione, provando a chiarire alcuni passaggi che in queste ore sono trattati in modo ambiguo da alcuni organi di informazione. Che, probabilmente, non hanno ben chiara la differenza basilare fra un’indagine giudiziaria e una giornalistica, e che tralasciano in queste ore il quadro d’insieme svelato dalle telecamere di Fanpage.it, con rapporti ambigui fra partiti ora al governo e formazioni di estrema destra, non esattamente collocabili nell’ambito del “pittoresco/goliardico”.§
Cosa hanno svelato le indagini della Procura dopo l’inchiesta di Fanpage.it
Cominciamo col dire che la procura di Milano conferma in pieno l’impianto dell’inchiesta giornalistica di Fanpage.it, pur giungendo a concludere per l’insussistenza delle ipotesi di reato. Infatti, scrive il procuratore, “pur essendo emersi elementi che inducono il sospetto del ricorso a finanziamenti illeciti – le affermazioni degli indagati registrate dai video e la consegna della valigia che avrebbe dovuto contenere il denaro – le risultanze delle indagini non hanno restituito riscontri convergenti e concludenti al punto da sostenere l’accusa in giudizio”. È un passaggio importante, perché significa che la procura non può sostenere la sussistenza dei reati, dunque il procedimento nei confronti di Fidanza e degli altri indagati va archiviato, ma al contempo riconosce che la validità delle risultanze giornalistiche.
Come ricorderete, Fanpage.it aveva consegnato alla Procura il girato integrale dei servizi pubblicati sul sito e contestualmente mandati in onda nella trasmissione PiazzaPulita di La7. Il materiale è stato passato al setaccio dagli inquirenti, i quali nella richiesta di archiviazione confermano la coerenza dei montaggi con le riprese integrali. Dai video, scrivono i magistrati, emergerebbe il ruolo di coordinamento di Roberto Jonghi Lavarini nella “raccolta del denaro contante destinato alle campagne elettorali di candidati sostenuti dal gruppo di attivisti appartenenti all’estrema destra milanese”. È sempre il barone nero a rivelare al nostro giornalista sotto copertura, Salvatore Garzillo, “il meccanismo per far arrivare i fondi ai destinatari”. Nel caso di somme consistenti, “il riciclaggio sarebbe dovuto avvenire tramite l’intermediazione di Mauro Rotunno” (presidente del circolo AlaDestra), il quale sarebbe stato in grado “di far confluire mediante bonifici le risorse finanziare sui conti correnti ufficiali dei candidati, dissimulandone la provenienza”. Per le somme minori, invece, sarebbe stato lo stesso Lavarini a “elargire denaro contante ai presidenti dei circoli per consentire di far fronte alle piccole spese concernenti l’attività di propaganda elettorale”, come aperitivi e cene. Proprio a margine di uno di questi incontri è l’europarlamentare Fidanza a menzionare “in modo generico e allusivo” la possibilità di “fare black”, che secondo la procura di Milano è chiaramente riferita a “pagamenti in contanti e non mediante versamenti sul conto corrente aperto per le elezioni”.
Vale la pena di sottolineare come a spiegare il meccanismo di finanziamento sia lo stesso Lavarini, mentre il nostro giornalista si limita ad ascoltare e chiedere ulteriori informazioni. In un incontro del 22 settembre, il barone nero parla espressamente di un commercialista che avrebbe “una serie di lavatrici che aiuterebbero l’operazione”. Come scrivono i giudici, anche Fidanza sembrerebbe essere “consapevole del meccanismo delle lavatrici”, tanto da fare una serie di “riferimenti allusivi per quanto generici” per poi delegare a Roberto (Jonghi Lavarini, ndr) le successive interlocuzioni con il finto finanziatore della campagna.
In incontri successivi, sarà poi il solo Jonghi Lavarini a spiegare a Garzillo il doppio binario di finanziamento: le piccole somme direttamente ai destinatari, le grandi somme con il meccanismo delle lavatrici “tramite il commercialista”. E sempre il barone organizzerà la consegna del contante tramite la valigetta.
Gli investigatori hanno dunque provato a capire nel dettaglio come funzionasse questo sistema e in tal senso hanno analizzato alcune movimentazioni di denaro, senza giungere a conclusioni ultimative. A parte la coincidenza temporale di alcuni prelievi di Jonghi, infatti, la conclusione è che non vi siano chiari collegamenti con il finanziamento delle campagne elettorali. Parimenti, analizzando i conti del commercialista Rotunno, non hanno trovato adeguato riscontro le affermazioni di Jonghi Lavarini e Fidanza sull’esistenza “del sistema di lavatrici in grado di ripulire il denaro in contanti”.
Su questo punto, però, gli investigatori danno una lettura particolarmente interessante: “Parrebbe quindi trattarsi di un progetto futuro, rimasto ancora in fase iniziale nel momento in cui sono subentrate le indagini penali”. Dall’analisi della copia forense, inoltre, appare “verosimile” la cancellazione di messaggi tra diversi soggetti coinvolti “in seguito alla diffusione della notizia nell’ambito della trasmissione PiazzaPulita”
Dal punto di vista giornalistico, ovviamente, non ci sono dubbi che quello che Fanpage.it mostra sia estremamente rilevante: è Jonghi a parlarci dei meccanismi di finanziamento, è Fidanza a fare riferimento al black e a mostrarsi consapevole del sistema delle lavatrici, è sempre il barone nero ad affermare che si tratti “di un sistema già utilizzato”. Non avremmo potuto far altro che pubblicarlo, appunto senza omissioni o manipolazioni, proprio in quanto di estremo interesse pubblico.
La questione della valigetta e il “reato impossibile”
È particolarmente interessante approfondire questo aspetto della vicenda, perché ci consente di smontare ulteriormente le baggianate sull’inchiesta giornalistica “flop”. Come ricorderete, alle insistenze di Jonghi decidiamo di dar seguito fissando un appuntamento in pieno giorno a Milano. Nel trolley che avrebbe dovuto contenere denaro contante decidiamo invece di mettere dei libri sull’Olocausto e una copia della Costituzione Italiana. È fin troppo ovvio che non avremmo mai e poi mai potuto inserire del denaro contante, né che saremmo stati in grado di seguire la valigetta a destinazione, così come è superfluo aggiungere che non è mai stata nostra intenzione quella di commettere un reato.
Ciò che i colleghi (che hanno vergato editoriali al veleno sul “mistero della valigetta”) hanno finto di non capire, appare limpidissimo agli occhi degli inquirenti che scrivono: “ il denaro promesso non era contenuto nella valigetta consegnata e, a monte, non era nella disponibilità del giornalista, il quale ha solo finto di avere alle spalle un’azienda in grado di procurare il denaro”.
Ciò comporta anche l’impossibilità che si configuri il reato in oggetto, perché “viene in rilievo l’istituto del reato impossibile di cui all’art. 49 c.2 c.p. che esclude la punibilità quando per l’inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o pericoloso”. In questo caso, vale la pena di ribadirlo, il denaro all’interno della valigia non c’era semplicemente perché mai avrebbe potuto esserci.
Dunque, la lettura della Procura è del tutto condivisibile: “Non solo fin dall’inizio il denaro non avrebbe dovuto esserci perché non era intenzione del giornalista finanziare effettivamente le campagne elettorali, ma non era nella valigia proprio perché, in radice, quel denaro non esisteva, così come non esisteva la società – fittizia appunto – che avrebbe dovuto erogarlo”.
Sul piano giornalistico, ancora una volta, la questione è totalmente differente: dopo aver pressato per settimane il nostro giornalista, Jonghi Lavarini, che ha millantato un ruolo centrale nella raccolta dei finanziamenti, invia una sua collaboratrice a ritirare una valigia in cui crede sia contenuto del denaro. È lo stesso politico che è stato candidato anni prima con Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, che organizza appuntamenti elettorali in favore di candidati al consiglio Comunale e che ha rapporti strettissimi con consiglieri regionali e, appunto, parlamentari europei. Appuntamenti in cui si celebrano le gesta hitleriane, ci si riconosce col saluto gladiatorio, si parla di affondare barconi e ci si lascia andare a goliardate nei confronti di giornalisti sotto protezione per le minacce degli estremisti di destra.
Tutto ciò resta, a prescindere dalla rilevanza penale dei fatti e dei comportamenti individuali. È il compito fondamentale dei giornalisti: informare, far luce su ciò che è nascosto e dare ai cittadini tutti gli strumenti per farsi un’opinione.
(da FanPage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
IL 71% DEI MAMMOGRAFI HA SUPERATO I 10 ANNI DI VITA (DOVREBBERO ESSERE GETTATI DOPO 6). VANNO ANCORA PEGGIO I MACCHINARI PER LE “TAC”: IL 74% È DA MANDARE IN PENSIONE… LA SITUAZIONE DA INCUBO PER LE CURE DOMICILIARI
Se le liste d’attesa si allungano, se aumentano le diagnosi tardive di tumore, se sempre più giovani medici fuggono all’estero e l’assistenza domiciliare resta un miraggio per la quasi totalità dei nostri anziani di deve anche al Jurassic park tecnologico della nostra sanità, dove l’89% delle strutture utilizza macchinari obsoleti.
Quelli che andando più facilmente fuori uso fanno allungare i tempi per eseguire una tac o una risonanza, che spingono i camici bianchi in carriera verso Paesi dove la tecnologia è più avanzata, che non fanno individuare un cancro allo stato iniziale o che non permettono il monitoraggio da casa di un anziano cronico.
Come stanno le cose ce lo rivela l’Osservatorio parco installato di Confindustria dispositivi medici, l’associazione che rappresenta le imprese del settore. Il 71% dei mammografi convenzionali ha superato i 10 anni di età, il 69% delle Pet ha più di 5 anni e il 54% delle risonanze magnetiche chiuse hanno oltre 10 anni.
Partiamo dai mammografi. L’età media di quelli convenzionali è di 13,4 anni, quando non dovrebbero superare i sei, secondo gli standard di sicurezza e adeguamento tecnologico. Ma solo il 9% ha meno di 5 anni e l’84% supera comunque il limite anagrafico che darebbe diritto al pensionamento. Va un po’ meglio per gli angiografi, le apparecchiature che servono a valutare lo stato dei nostri vasi sanguigni e delle coronarie. Insomma un esame importante, che nel 61% dei casi affidiamo a una strumentazione ormai obsoleta.
La risonanza magnetica sappiamo tutti a cosa serve e quanto sia importante per diagnosticare in alcuni casi malattie, come quelle oncologiche, che prese per tempo possono ancora essere sconfitte. Peccato che ben il 74% di queste apparecchiature abbia superato il limite di età che le rende non più al passo con i tempi.
Anche perché parliamo di risonanze magnetiche con minor livello di precisione, secondo l’unità di misura “Tesla”, che in questo caso è pari a 1, mentre quelle tecnologicamente più avanzate arrivano anche oltre il valore di 3. Qui la percentuale di obsolescenza scende al 41%. Ma le risonanze 4.0 sono una rarità degli ospedali italiani.
Le tomografie assiali computerizzate, le tac tanto per capirci, sono troppo in là negli anni in un caso su due (il 51% per l’esattezza). Anche in questo caso la percentuale si abbassa quando si va a contare l’età delle apparecchiature multistrato, capaci di vedere più in profondità dentro ossa e organi.
Ma anche qui le Tac più avanzate sono quelle meno diffuse. A volte per fare una diagnosi corretta basta una semplice radiografia. Peccato che se parliamo degli apparecchi radiografici tradizionali l’81% abbia superato il limite dei 10 anni di anzianità, oltre i quali si farebbe bene a sostituirli, mentre obsoleto è il 48% di quelli digitali, che sono ancora una rarità nei nostri centri diagnostici.
Quando pensiamo a una sala operatoria ci vengono in mente bisturi e chirurgo ma non immaginiamo quanta tecnologia ci sia. Ad esempio per monitorare i nostri parametri vitali con quei grandi macchinari, definiti in termini tecnici “sistemi mobili ad arco”, obsoleti nel 57% dei casi. «Per capire come l’obsolescenza tecnologica finisca per influire sul nostro lavoro e sulla sicurezza dei pazienti basti pensare alla chirurgia mininvasiva laparoscopica. È chiaro che se abbiamo telecamere di ultima generazione aumenta la definizione delle immagini e questo ci permette di operare con più precisione» spiega Il professor Marco Scatizzi, presidente dell’Acoi, la società scientifica dei chirurghi ospedalieri.
Che poi aggiunge: «Purtroppo oggi con le imprese stritolate dal cosiddetto Pay back, che le impone di rimborsare 2,2 miliardi per il ripiano dello sfondamento di un tetto di spesa sottostimato, oggi abbiamo carenza anche di cose come bisturi elettrici e suturatrici meccaniche», denuncia. Lamentando poi il fatto che «il Pnrr investe circa 4 miliardi per l’ammodernamento tecnologico della sanità, ma nulla per quello delle sale operatorie».
Ma se negli ospedali la tecnologia appartiene in media all’era giurassica, nel territorio spesso manca proprio.
In Italia ci sono oltre 200 mila pazienti con supporto ventilatorio domiciliare, 100 mila in ossigenoterapia, 30 mia nutriti artificialmente per via enterale o parenterale. In moltissimi casi i pazienti domiciliari necessitano di più terapie contemporaneamente, si pensi ad esempio agli oltre 6 mila pazienti affetti da Sla, che nelle fasi più avanzate della patologia hanno bisogno di supporto respiratorio continuo, di essere nutriti tramite Peg, di assistenza sanitaria e riabilitativa, di ausili per la comunicazione oculare.
Secondo distributori e produttori di dispositivi medici però oggi la fornitura di queste terapie domiciliari complesse va spesso a singhiozzo, ed è disomogenea da Asl a Asl, nonostante siano prestazioni a pieno titolo garantite dai Lea, i livelli essenziali di assistenza che garantiscono la mutuabilità delle cure.
E questo finisce per pesare anche economicamente sui pazienti e badanti o familiari che li assistono in casa. Ma anche dove le apparecchiature ci sono mancano poi personale formato a leggere i dati prodotti e reti digitali in grado di connettere tra loro strutture sanitarie e professionisti. «Tutto il flusso di dati che arrivano dal monitoraggio dei pazienti a domicilio devono essere strutturati e gestiti da un collettore di informazioni, che le veicoli poi in modo strutturato giorno per giorno ai medici curanti e alle strutture sanitarie che hanno in carico il paziente.
Per questo occorre formare chi va a domicilio del paziente come avviene per le strutture ospedaliere. E per questo servirebbe un sistema di accreditamento anche per i servizi di assistenza a domicilio, che preveda l’uso delle tecnologie rispetto alla tradizionale presa in carico del paziente e l’integrazione tra medical device, telemedicina e professionisti della sanità».
Mentre oggi larga parte dell’assistenza domiciliare è delegata a cooperative e associazioni private, che hanno poco interesse a pagare di tasca propria la formazione digitale dei propri dipendenti. E così tra apparecchiature ospedaliere simili a vecchie 500 che arrancano nei nostri ospedali e Ferrari tecnologiche parcheggiate nei garage dell’assistenza territoriale la sanità 4.0 resta per ora un sogno.
(da “la Stampa”)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
IL PREZZO DI BENZINA E GASOLIO È COMPOSTO DA QUATTRO MACRO-VOCI: IL COSTO DELLA MATERIA PRIMA, LE COMMISSIONI PER BROKER, TRASPORTATORI, GROSSISTI E INTERMEDIARI VARI, IL PESO DELLA COMPONENTE FISCALE E IL MARGINE LORDO CHE FINISCE NELLA TASCHE DI CHI GESTISCE I DISTRIBUTORI (CHE VALE CIRCA L’8-10% DEL PREZZO PER IL GASOLIO E ARRIVA AL 12% PER LA BENZINA)
Come si forma il prezzo della benzina, quanto ci guadagnano le
società che estraggono petrolio, quanto incidono le commissioni di intermediari e grossisti, quanto pesano le tasse e, infine, qual è il guadagno dei gestori delle pompe di servizio? E dove potrebbe inserirsi la “speculazione” dei prezzi e da parte di chi?
La catena che parte dal giacimento di idrocarburi e arriva al serbatoio delle nostre automobili è lunga e oltre modo complessa. Ma a una domanda è facile rispondere: in Italia – ma anche in molto paesi europei – a guadagnarci più di tutti è lo Stato, a causa del peso di accise e Iva. Poi vengono i produttori, raffinatori e intermediari nel loro complesso e solo in fondo alla catena abbiamo il “guadagno” dei distributori. Vediamo nel dettaglio.
LE COMPONENTI DEL PREZZO
Sostanzialmente, il prezzo di benzina e gasolio è composto da quattro macro-voci principali: il costo della materia prima, le commissioni per broker, trasportatori, grossisti e intermediari vari, il peso della componente fiscale, per arrivare al margine lordo che finisce nella tasche di chi gestisce i distributori.
IL MERCATO DEL GREGGIO
Partiamo dalla materia prima. I prezzi di gasolio e benzina seguono l’andamento delle quotazioni del greggio. Gli indici di riferimento sono il Brent per l’Europa e il Wti per gli Stati Uniti, oltre al Fateh per l’area del Golfo Persico. Al momento, il Brent è ai minimi dell’anno: quota attorno agli 80 dollari al barile, dopo un picco toccato a fine giugno a 122 dollari. A formare i prezzi è soprattutto l’Opec+, il cartello “storico” dei maggiori produttori guidato dall’Arabia Saudita, a cui negli ultimi anni si è aggiunta la Russia. Aumentando o diminuendo la quota di produzione complessiva dei paesi membri, riesce a indirizzare i prezzi.
LA FILIERA INDUSTRIALE
Dal giacimento al serbatoio delle automobili agiscono una serie di intermediari che vanno dai broker dei prodotti raffinati a chi procura il carburante per i distributori, in particolare per quelli indipendenti e “no logo”. Sulla componente raffinazione incide anche il Platts. Di cosa si tratta? Platts è il nome di un’agenzia specializzata che definisce il valore di benzina e gasolio nel momento in cui vengono vendute alle raffinerie. Si tratta quindi di una valutazione di “domanda e offerta industriale”, quindi esprime i prezzi finale dei prodotti raffinati. Complessivamente, il peso della componente industriale vale il 30-35% del prezzo complessivo alla pompa.
PERCHÈ IL GASOLIO È PIÙ COSTOSO
Per rispondere bisogna prima capire cosa è accaduto nel mercato della raffinazione. Il numero di impianti in Europa si è ridotto negli ultimi 10-15 anni, provocando un’aumento della domanda, in particolare dall’Asia (Corea e India soprattutto). La Russia ha garantito una parte delle forniture in calo per la chiusura e la ristrutturazione degli impianti europei, ma sono andate in calando a causa della guerra russo- ucraina. E dal 5 febbraio scatterà il nuovo embargo commerciale nei confronti di Mosca e che riguarda proprio i prodotti raffinati. Il timore è che – almeno in una prima fase – questo comporti un ulteriore aumento delle quotazioni del gasolio.
IL PESO DI IVA ED ACCISE
Come noto, l’Italia è sul podio dei Paesi europei dove maggiore è la componente fiscale: è al primo posto per il gasolio, al secondo per la benzina. Per la benzina la componente fiscale è pari al 58%, mentre il prezzo della componente industriale e commerciale si ferma al 42%. Se si prendono i prezzi del 9 gennaio scorso, con un prezzo della benzina di 1,812 euro al litro la componente fiscale risultava di 1,055 euro al litro mentre la componente industriale era pari a 0,757 euro al litro. Della componente fiscale 0,728 euro/litro sono accise mentre 0,327 euro/litro è Iva (al 22%).
LE TASSE PIÙ ALTE D’EUROPA
Leggermente diversi i numeri con cui si forma il prezzo del gasolio: nel prezzo medio di dicembre scorso (1,717) la componente industriale pesava per il 45% (0,777 euro/ litro) rispetto al 55% (0,940 euro/ litro) della componente fiscale, che porta l’Italia al primo posto in Europa per il peso complessivo delle tasse.
QUANTO INCASSANO I BENZINAI
Il margine dei gestori dei distributori, di conseguenza, vale circa l’8-10 % del prezzo per il gasolio e arriva fino al 12% per la benzina: ed è questo il margine sui cui l’operatore può agire per modificare il prezzo alla pompa.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
LA POLIZIA MILITARE E I SOLDATI HANNO LASCIATO PASSARE I MANIFESTANTI: BOLSONARO ERA IL LORO UOMO
Nella casa dell’ex ministro della Giustizia del Brasile Anderson Torres la polizia federale ha trovato un piano elaborato dall’ex presidente Bolsonaro per ribaltare il risultato delle elezioni che hanno portato alla vittoria di Lula. Lo riferiscono i media brasiliani parlando di documento incostituzionale.
Secondo quanto si legge su Folha de San Paulo, il documento sarebbe stato trovato nell’armadio dell’ex ministro durante una perquisizione. Il testo sarebbe stato redatto dopo lo svolgimento delle elezioni.
L’ex ministro della Giustizia di Bolsonaro, ieri si era detto pronto a costituirsi alla polizia per scontare una pena detentiva derivante dalla suo presunto coinvolgimento nell’assalto di domenica scorsa ai palazzi del potere di Brasilia da parte dei sostenitori radicali dell’ex presidente brasiliano.
Torres, che il 2 gennaio era stato nominato segretario alla Pubblica sicurezza di Brasilia, è accusato di «omissione volontaria» per non aver impedito le depredazioni di quattro giorni fa. Nelle scorse ore, la Corte suprema ha approvato per nove voti a due l’arresto dell’ex ministro, che sarebbe dovuto rientrare nelle prossime ore dagli Usa negli aeroporti di Brasilia o San Paolo.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
“QUANDO SONO STATA MINISTRO NON HO MAI NEGATO LA CONCESSIONE DI UN PORTO SICURO E NON HO MAI EMESSO UN DECRETO DI INTERDIZIONE”
“Durante il periodo in cui sono stata ministro non ho mai negato la
concessione di un porto sicuro – dice Luciana Lamorgese, rispondendo alle domande del pm Geri Ferrara – e non ho mai emesso un decreto di interdizione tranne durante la pandemia, quando l’Italia non era più un paese sicuro, ma per ragioni sanitarie”.
Sui tempi della concessione del pos: “Prima della pandemia la permanenza in mare dei migranti a bordo era di 3 o 4 giorni come media, poi ci sono stati dei casi che sono durati di più, anche 7-8 giorni”.
Per l’accusa e le parti civili, una dimostrazione della “stumentalità” del blocco imposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.
“Noi abbiamo messo sempre in primo piano il salvataggio delle persone”, precisa ancora Luciana Lamorgese, sottolineando la differenza di linea del suo dicastero rispetto a quello del predecessore, il leader della Lega ora sotto processo.
Chiede il pm: “La condotta del comandante dell’imbarcazione intervenuta in soccorso dei profughi incideva sulla concessione del porto sicuro?”.
“No – risponde la teste – e poi le ong durante il mio dicastero non hanno mai violato le regole entrando nelle acque territoriali prima della concessione del pos. Eventuali irregolarità potevano riguardare il mancato rispetto della filiera nella comunicazione dei salvataggi, non altro”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
“GLI CHIESI DI FAR SBARCARE I BAMBINI, C’ERA UNA SITUAZIONE DIFFICILE A BORDO”
Non ha dubbi l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Mai sentito parlare di terroristi a bordo della Open Arms”. Risponde così alla procuratrice aggiunta Marzia Sabella. “Mai sentito parlare di armi o di accordi fra Ong e scafisti, nessuno mi fece cenno a queste circostanze”. In poche parole smentisce subito i proclami di Matteo Salvini, che tre anni fa lanciava emergenze inesistenti per non fare sbarcare i 147 migranti a bordo della Open Arms, è il motivo per cui oggi l’allora ministro dell’Interno è imputato a Palermo di sequestro di persona.
Conte prende le distanze dal suo ex compagno di governo anche quando parla dei decreti sicurezza: “Proponente fu Salvini”.
Rivendica invece l’impegno per la redistribuzione dei migranti in Europa. E precisa: “I migranti potevano sicuramente sbarcare anche prima che si completasse l’iter di redistribuzione delle quote in Europa”. Un’altra presa di distanza dall’ex ministro dell’Interno.
In quei giorni frenetici, l’allora presidente del Consiglio Conte scrisse al titolare dell’Interno per fare sbarcare i “soggetti fragili”: “I minori in una situazione critica non potevano restare a bordo”.
Dall’altra parte dell’aula c’è Oscar Camps, il fondatore di Open Arms. Su Twitter scrive: “Sono sette anni che le Ong del mare vengono indagate, diffamate, ostacolate, bloccate, eppure finora l’unico indagato è l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini”.
Conte ricostruisce il clima di quei giorni: “Non ricordo delle interlocuzioni con il ministro Salvini. Parliamo però di una deduzione logica. Eravamo nella fase annunciata della crisi di governo, escluderei una maggiore occasione di dialogo visto il clima che si era instaurato”. L’ex presidente del Consiglio attacca ancora l’allora collega di governo: “A me infastidiva il fatto che una lettera che era mirata a risolvere un problema fosse stata diffusa dal destinatario senza chiedere al mittente l’autorizzazione – aggiunge – C’era un clima incandescente rispetto a una competizione elettorale che poteva essere imminente e si voleva rappresentare un presidente del Consiglio debole sul fenomeno immigratorio mentre il ministro dell’Interno aveva una posizione di rigore, questo era il clima politico di quel periodo”. E ribadisce: “Sollecitai il ministro Salvini a far sbarcare i minori a bordo della Open Arms perché secondo me era un tema da risolvere al di là di tutto. Cercai di esercitare una moral suasion sulla questione perché mi pareva che la decisione di trattenerli a bordo non avesse alcun fondamento giuridico”.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
IN DIFFICOLTÀ PER IL BOOMERANG COMUNICATIVO SULLA GESTIONE DELLA QUESTIONE ACCISE, SI FA INTERVISTARE IN PARALLELO DA TG1 E TG5
Il video sui social in cui voleva “fare chiarezza” è stato un
boomerang. Giorgia Meloni lo sa. E quindi, nel suo bunker di Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio decide di “chiamare” il Tg1 e il Tg5 per concedere due interviste in prima serata e rispondere alle polemiche sul mancato taglio delle accise sui carburanti e sullo sciopero dei benzinai. Una mossa che dà il senso della difficoltà della premier.
Le immagini delle file ai distributori per accaparrarsi l’ultimo litro prima della serrata sarebbero devastanti. A Palazzo Chigi le temono. Così, di fronte alle telecamere, Meloni rivendica la scelta politica (“avevamo 10 miliardi, abbiamo aiutato i più deboli”), ipotizza il taglio se salirà il prezzo e ci saranno maggiori entrate dall’Iva e prova a difendere i benzinai: “Non vogliamo fare lo scaricabarile, ma basta mistificazioni”.
Infine accusa l’opposizione di dire bugie sul prezzo della benzina e replica a chi l’accusa di aver promesso il taglio delle accise in campagna elettorale: “Non era nel programma, parlavamo di sterilizzazione. L’opposizione ritenti”. Che Meloni sia all’angolo lo si capisce anche da un’altra frase emblematica che pronuncia alle tv nel cortile di Palazzo Chigi: “Ho paura di non riuscire a raccontare agli italiani cosa sta facendo il governo”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
GLI ERRORI DELLA MELONI, DAI COMPROMESSI CON IL PASSATO ALL’ALLINEAMENTO ALLA UE
Dopo un finale di 2022 con il vento demoscopico in poppa, il 2023 appena iniziato sembra presentare alcune prime difficoltà a Giorgia Meloni e al suo governo. E’ ancora presto per parlare di fine della luna di miele, ma qualche segnale di perplessità nell’opinione pubblica si comincia effettivamente a cogliere.
Per quali ragioni? Forse per un comportamento decisionale spiazzante o per aver preso provvedimenti troppo netti, troppo forti? No, sicuramente non per questo.
Anzi, i motivi sono in buona misura il contrario di quanto suggerito nella domanda appena formulata. Se qualche perplessità si sta manifestando a livello demoscopico, è perché sulle grandi tematiche del momento la linea adottata da Giorgia Meloni, e dall’intero governo, si sta mostrando molto cauta e ancora senza una nuova e percepibile visione di Paese.
E’ vero che alcune decisioni dal valore simbolico sono state prese, anche mettendo in conto il fatto di risultare divisivi (è il caso della normativa sui rave party). E’ vero che si è comunicato all’opinione pubblica di voler attuare un cambiamento di rotta rispetto ai governi precedenti, su alcune tematiche di tipo valoriale. Ed è anche vero che sulla “postura” dell’Italia in ambito internazionale, la cosa più saggia che Giorgia Meloni potesse fare era di mettersi in continuità con i governi precedenti.
Però è altrettanto vero che, su altre questioni oggi molto sentite dall’opinione pubblica, la strategia sinora adottata dal governo Meloni sembra essere quella di cercare semplicemente una linea di compromesso col passato.
Nella politica economica, questo governo non si discosta molto da quella che è stata l’impostazione generale data da Mario Draghi. Anche con qualche rischio di impopolarità, come potrebbe succedere con la mancata prosecuzione del ribasso delle accise (con i conseguenti effetti sulla percezione dell’inflazione e del potere di acquisto delle famiglie).
Su questo aspetto in particolare si può anche osservare che la comunicazione del provvedimento poteva essere più efficace. Il video che Giorgia Meloni ha fatto, smentendo di aver promesso l’abbassamento delle accise in campagna elettorale, in qualche misura ha generato l’effetto paradosso tipico della smentita (come si dice in comunicazione politica, fare una smentita significa in realtà comunicare due volte la stessa notizia).
E anche la decisione di aumentare il tetto della flat tax, e parallelamente di rimodulare al ribasso il reddito di cittadinanza, andava meglio sostenuta sul piano della sottostante finalità economica. Senza dimenticare il percorso piuttosto erratico con cui si è prima proposta di alzare molto il limite del pagamento in contanti, per poi fare comunque una significativa marcia indietro.
Nella politica di contrasto dell’immigrazione clandestina, la postura assunta è un po’ una via di mezzo fra quella della “tolleranza” dei due governi precedenti e quella di una linea di vera contrapposizione rispetto alle politiche degli scorsi tre anni.
Anche nel rapporto con l’Europa e con l’establishment finanziario mondiale, la carica di “cambiamento” che Giorgia Meloni aveva saputo evocare in campagna elettorale ha ceduto il passo a un atteggiamento di molto maggiore allineamento e di piena sintonizzazione con il mainstream europeo.
Da un lato, tutto questo è positivo in termini di riduzione dei motivi di resistenza preconcetta nei confronti del governo di centrodestra da poco insediatosi. E’ cioè positivo in termini di ricerca della “legittimazione” sul piano internazionale. Ma, dall’altro, questo posizionamento sulla linea di mezzeria potrebbe portare, nei prossimi mesi, a una percezione, da parte dell’elettorato di riferimento del centro-destra, di troppo marcata “normalizzazione”.
Giorgia Meloni e il suo governo, se vogliono mantenere per tutto il 2023 il consenso raggiunto alla fine del 2022, devono trovare un nuovo punto di equilibrio fra l’esigenza di non destabilizzare in alcun modo il posizionamento internazionale dell’Italia, e di non mettere in pericolo la sua stabilità finanziaria, e quella altrettanto importante di non deludere rispetto ad aspettative di cambiamento che erano state molto forti durante la campagna elettorale. Ci riusciranno? Lo vedremo nei prossimi mesi, sostanzialmente entro la fine di luglio. Quando saranno passati nove mesi dalla formazione del governo, e la sua gestazione demoscopica sarà davvero terminata.
(da affaritaliani.it)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
IL TESSITORE DI UNA RETE DI PESO
La sua rete non è vasta, ma chi ne fa parte in questo momento conta
molto nel Paese. Perché lui oggi è l’uomo forte del governo di Giorgia Meloni: e non solo perché ne è il cognato, ma perché da anni pezzo per pezzo si è preso il partito e adesso detta la linea grazie a relazioni che in questi tempi dorati per Fratelli d’Italia diventano fondamentali per occupare le poltrone che contano.
Il neo ministro Francesco Lollobrigida non ha occhi e volti fidatissimi solo nei rami pubblici del turismo, come raccontato ieri da Repubblica facendo scattare la sua reazione piccata: “Per noi la politica è passione e ci occupiamo con grande cura di tutto ciò che riteniamo utile alla nostra Patria. E continueremo a lavorare così nel mondo del turismo, dell’agricoltura, della scuola, della sanità, del sociale, della cultura, dei trasporti, dello sport, dell’ambiente, delle infrastrutture, della difesa”.
Proprio prendendolo in parola, anche in questi rami si ritrovano spesso uomini che fanno riferimento all’ex capogruppo FdI.
Una rete non vasta, ma pesante, quella costruita da Lollobrigida negli ultimi anni guardando con fiducia all’avvenire che gli ha dato ragione. Un suo uomo fidatissimo è Gianluca Caramanna, deputato alla seconda legislatura piazzato al ministero e nelle Regioni governate dal centrodestra come consulente al Turismo.
Ma Lollobrigida è stato fondamentale anche per la nomina dell’ex rettore di Tor Vergata Orazio Schillaci a ministro della Sanità: un settore sul quale il cerchio magico meloniano, composto anche dalla sorella Arianna, moglie di Lollobrigida, sta ponendo molta attenzione. Poi c’è lo sport, un suo pallino come il turismo: e lì il “cognato d’Italia” ha piazzato un altro suo amico, Andrea Abodi, proveniente dal Credito sportivo. È sempre Lollobrigida a volere la nomina a commissario per il post sisma del 2016 del senatore, fedelissimo anche di Meloni, Guido Castelli: piazzato in una poltrona che conta in un feudo di FdI, le Marche del governatore Francesco Acquaroli.
Il cognato ha scelto anche il candidato presidente del Lazio, giù parte della sua rete: l’ex presidente della Croce rossa italiana Francesco Rocca. Una mossa, quella di candidarlo, suggerita alla premier da Lollobrigida anche per mettere nell’angolo il suo vecchio maestro politico, Fabio Rampelli, con il quale militava tra i giovani di Azione nella corrente “gabbiani”: “La rottura non è stata tra Meloni e Rampelli, ma tra quest’ultimo e Lollobrigida”, ripetono tutti i dirigenti di Fratelli d’Italia, però a microfoni spenti perché oggi far alzare il sopracciglio al ministro dell’Agricoltura significa essere tagliati fuori da tutto.
A proposito di Agricoltura, poltrona ministeriale che da sola gestirà 6 miliardi di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, in casa Fratelli d’Italia si sussurra, sempre a bassa voce quindi, che molto vicino a Lollobrigida sia diventato già prima delle elezioni Ettore Prandini, presidente della influente associazione degli agricoltori Coldiretti: tanto da partecipare il 22 settembre a un evento elettorale organizzato da Lollobrigida a Potenza e targato Fratelli d’Italia. Certo non è un caso che il nome di Prandini sia circolato nel totoministri come possibile responsabile proprio dell’Agricoltura.
Ma la rete del ministro guarda anche fuori dai palazzi della politica in senso stretto. All’Inps dicono sia stato lui a suggerire la nomina di Claudio Anastasio alla guida di 3-I Spa, la società che gestisce i software dell’Istituto nazionale di previdenza. E mentre altri manager di aziende parastatali si sono avvicinati a lui, come l’ex finiano ed ex amministratore delegato di Poste Massimo Sarmi, attraverso i suoi riferimenti nei territori il ministro ha piazzato altre nomine: come quella dell’avvocato Giuseppe Arena al Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, solitamente trampolino di lancio per il gran salto al Consiglio di Stato. Qui i buoni uffici sono arrivati attraverso l’ex assessore del governo Musumeci Manlio Messina, premiato, quest’ultimo, con un posto blindato in Parlamento come molti esponenti locali di FdI che hanno un filo diretto con lui: da Raoul Russo in Sicilia a Fausto Orsomanno in Calabria, da Luca Sbardella nel Lazio a Gianni Berrino in Liguria passando per Giovanni Donzelli in Toscana. I Lollobrigida boys sono pochi, fidati e nominati sempre in ruoli chiave.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »