Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
SALVINI NON SPENDE UNA PAROLA PER DIFENDERE L’ALLEATA. ANZI: LA ASPETTA AL VARCO, ANCHE SULLA RATIFICA DEL MES… E LA MELONI SI CONFIDA: “SONO PEGGIO DI FRATOIANNI”
Nella sua giornata peggiore a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni si ritrova da sola. Ha un consenso forte, ma in tempi mutevoli e nevrotici, basta un niente per far cambiare il vento. L’ondata di malcontento scatenata dagli aumenti, veri, percepiti o gonfiati che siano, rischia di interrompere, o per lo meno di macchiare, una luna di miele finora tutto sommato serena.
Lo sconto alle accise per ora non torna, al di là di quello che Giancarlo Giorgetti aveva ventilato, ma occorre spiegarlo anche ai telespettatori dell’ora di punta. Poi ci sono gli alleati che attaccano.
Silvio Berlusconi non vuole guerre, ma fa una considerazione che ha un suo peso: «Quello sulla benzina è il primo errore della signora Meloni». Poi c’è Matteo Salvini che, occupato com’ è dai cantieri del suo ministero, non spende una parola per difendere la leader in difficoltà. Il Carroccio poi aspetta al varco i Fratelli d’Italia, l’appuntamento è per la ratifica del Mes, il fondo salva Stati che nessuno vuole utilizzare, ma che andrà presto approvato dal Parlamento.
La premier sa riconoscere i segnali e sono negativi: «Sono peggio di Fratoianni», dice privatamente degli alleati, con ironia amara. Le tv del Cavaliere non fanno che mandare in onda servizi con automobilisti inferociti. È il caso di intervenire subito, ammesso che non sia troppo tardi, prima di essere travolta (in termini di consenso) da una misura che la premier continua a ritenere giusta.
Serve una controffensiva. Sin dalle prime ore del mattino i fedelissimi mandano alle agenzie dichiarazioni per giustificare le scelte dolorose del governo. Non basta, però, come non è bastato il video postato sui social mercoledì, e oggetto di critiche per le incoerenze rispetto alle promesse elettorali. Così, nel pomeriggio Meloni decide di concedere due interviste alle edizioni delle 20 dei tg Rai e Mediaset.
L’esigenza di dover spiegare, ancora una volta, la ragione per cui lo sconto deciso da Draghi non sia stato rinnovato, è giustificata dalle prime rilevazioni nell’opinione pubblica.
C’è un’altra insidia poi: lo sciopero minacciato dai benzinai. Oggi le categorie saranno a Palazzo Chigi per scongiurare quello che un dirigente di Forza Italia definisce «il primo sciopero della storia indetto su una norma che nessuno ha capito», ovvero la cosiddetta operazione trasparenza che obbligherebbe i gestori a esporre cartelli con i prezzi medi del carburante.
Una trovata che il responsabile Energia di Forza Italia, Luca Squeri, in un’intervista a La Stampa, ha definito «populista». Da Arcore si fanno diverse critiche alla gestione di questa prima piccola crisi. L’aumento così repentino dei prezzi poteva essere evitato, ragionano i berlusconiani, magari rendendolo più graduale di quanto è stato fatto o con una misura specifica nella manovra, quando era chiaro che il calo del prezzo del petrolio, previsto da Giorgetti, non sarebbe stato così consistente. «Un errore», ripetono gli azzurri, che si sono scagliati contro chi, anche da Palazzo Chigi, aveva addossato la colpa degli aumenti a una fantomatica speculazione. In Fratelli d’Italia c’è molto nervosismo per l’atteggiamento di Lega e Forza Italia.
Questa fase, si ragiona in via della Scrofa, andava gestita insieme, mentre è stata l’occasione per una sorta di rivincita contro gli alleati più forti. Una dinamica che dopo le Regionali, in caso di successo delle liste di FdI a danno del resto della coalizione, potrebbe diventare ancora più evidente.
Meloni ha convocato per lunedì i vertici del suo partito per trovare una linea per i prossimi mesi. Mentre sul fronte della comunicazione la premier ha pensato di imbarcare nella sua squadra il giornalista Daniele Capezzone, che però sarebbe contrario da accettare. l’offerta. Altre inquietudini arrivano dalla questione del Mes, il Fondo salva Stati, che solo l’Italia non ha ratificato.
È un passaggio formale con un suo peso politico. Meloni ha fatto capire nei giorni scorsi che il Parlamento darà il via libera. Ma intanto si prende tempo. Ieri la premier ha incontrato il direttore del Fondo, Pierre Gramegna.
L’obiettivo era ascoltare i dubbi della presidente del Consiglio, ricordando però l’impegno che l’Italia ha preso, assieme a tutti i partner dell’Eurozona, di approvare la riforma pensata per rendere più semplice il funzionamento dell’ex fondo salva-Stati. Nel comunicato di Palazzo Chigi non si fa riferimento alla ratifica. Quel passaggio prima o poi però dovrà avvenire. Ed è proprio a quel varco che la Lega aspetta Meloni. Per il Carroccio la lotta al salva Stati è una bandiera identitaria. E il terreno su cui aprire un nuovo fronte interno alla maggioranza.
(da la Stampa)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
UNA CIRCOLARE AI PARLAMENTARI DISPONE CHE I COMUNICATI A LORO NOME DOVRANNO PASSARE DALL’UFFICIO STAMPA DEL GRUPPO
Basta fughe in avanti, D’ora in poi si parla solo di temi scelti dal
partito con una linea ben precisa.
Quella di Giorgia Meloni. Niente distinguo. Su altri argomenti vige la regole del silenzio fino a quando non lo decide la leader e presidente di Via della Scrofa e di Palazzo Chigi.
Alla Camera, dove i deputati meloniani sono 118, [il capogruppo di Fdi, Tommaso] Foti ha fatto arrivare il seguente messaggio […]: “Il gruppo parlamentare di FdI è dotato di un ufficio Stampa a disposizione dei deputati che intendano avvalersene.
Ai deputati del gruppo che utilizzano invece personale diverso chiedo di disporre affinché i comunicati a loro nome vengano inviati all’ufficio stampa del gruppo, per il successivo inoltro alle agenzie, e ciò sia per favorire lo sviluppo di una comunicazione coerente, sia per evitare la diffusione di prese di posizione relative a temi sui quali si è deciso di non intervenire. Sono certo che, condividendo tutti lo spirito di questo messaggio, darete corso a quanto richiesto”. Un alert simile è stato recapitato ai sessanta senatori che siedono a Palazzo Madama
(da il Foglio)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
IL 46% ESPRIME UN GIUDIZIO NEGATIVO, STESSA PERCENTUALE I POSITIVI
Dopo alcuni mesi di centrodestra al governo, gli italiani sono spaccati nel giudizio sull’operato di Giorgia Meloni e dei suoi ministri. Quasi la metà degli elettori non ha fiducia nell’esecutivo, ma c’è una fetta di popolazione altrettanto consistente che invece ritiene che il governo stia lavorando bene. E in mezzo, alcuni indecisi.
È il quadro che restituisce un sondaggio di Emg Different, realizzato per la Rai, sulla fiducia al governo.
La fiducia nel governo Meloni
Per la precisione, alla domanda “Quanta fiducia ha nel nuovo governo Meloni?”, il 46% degli intervistati ha risposto in modo negativo: tra questi il 24% ha dichiarato di averne poca, mentre il 22% ha detto di non averne per nulla.
Un altro 46%, però, ha invece detto di avere molta (17%) o comunque abbastanza (29%) fiducia nell’esecutivo. L’8%, invece, non ha risposto.
Le principali preoccupazioni degli italiani
I sondaggisti di Emg Different hanno poi analizzato quali sono le maggiori preoccupazioni dei cittadini, in un momento così complicato con l’inflazione ancora elevata e la guerra in Ucraina che non accenna ancora verso una soluzione. Per il 45% la maggiore preoccupazione per il nuovo anno è proprio data dal caro bollette e dall’inflazione. Per il 18% è invece la mancanza di lavoro ad agitare principalmente. Un altro 15% si dice preoccupato per il conflitto tra Mosca e Kiev, mentre un 11% afferma di temere particolarmente per le conseguenze del cambiamento climatico. Infine, un 3% vede nella pandemia di Covid il maggiore fattore di allarme per il 2023.
Proprio sul coronavirus si concentra l’ultima domanda di Emg. Il sondaggio ha infatti chiesto agli intervistati quanto siano ancora preoccupati per la pandemia. La maggior parte afferma di esserlo: l’11% risponde “molto” e il 47% “abbastanza”.
Dal lato opposto, invece, il 28% dice di essere “poco preoccupato” per il Covid e l’11% di non esserlo affatto.
(da Fanpage)
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Gennaio 14th, 2023 Riccardo Fucile
CAPARRE A TRE ZERI E ANCHE 1.000 EURO AL MESE PER UNA STANZA SINGOLA IN APPARTAMENTO CONDIVISO
Affittare una casa o una stanza in una delle maggiori città d’Italia
può rappresentare un vero e proprio percorso ad ostacoli per studenti e lavoratori fuori sede. Da Milano a Bologna, passando per Roma, nelle più grandi città universitarie d’Italia il mercato immobiliare sembra essere letteralmente impazzito. Non è raro, infatti, imbattersi in annunci che offrono alloggi senza i minimi requisiti di abitabilità stabiliti dalle normative. Per non parlare dei prezzi, che arrivano anche a sfiorare i 1000 euro mensili per una stanza singola in appartamento in condivisione in capoluoghi come Milano. Basta aprire un qualsiasi portale di annunci immobiliari per trovarsi di fronte ad offerte che lasciano letteralmente a bocca aperta.
Per fare qualche esempio: a Milano la società ZappyRent offre in affitto un monolocale dall’arredamento di età indefinibile a 600 euro mensili e 85 euro di spese condominiali mensili più tre mesi di cauzione. La metratura? Ben 10 metri quadrati. Praticamente un ripostiglio. Non mancano offerte simili nemmeno a Bologna, tra le città italiane che negli ultimi anni stanno sperimentando una bolla dovuta al grande afflusso di studenti universitari da ogni parte del Paese. Per una stanza singola in affitto in un appartamento in condivisione con cinque persone, la piattaforma specializzata in affitti a medio e lungo termine Roomless richiede 800 euro mensili. Dalle fotografie, la camera appare come un corridoio abbastanza stretto e lungo, metratura dichiarata: 11 mq.
Secondo le condizioni descritte nell’annuncio, non è possibile visitare la stanza prima di affittarla e per rescindere dal contratto prima della scadenza è necessario versare 1,5 mensilità per esercitare l’opzione di uscita anticipata. In caso di subentro, è comunque necessario pagare 200 euro più altri 225 per la chiusura del contratto, contratto che va ufficialmente disdetto almeno 3 mesi prima della data di check-out per non incorrere nel rinnovo automatico. Prezzi leggermente più bassi in media a Roma, che offre comunque soluzioni abitative non esattamente comode. Sempre su Immobiliare.it è presente un annuncio per l’affitto di un “monolocale o bilocale” da 20 metri quadrati a 500 euro mensili. Metratura dichiarata: 20 mq. Dalle foto però è chiaro che la stanza adibita camera da letto è praticamente un ripostiglio incastrato di fianco a un lavello da cucina.
I gruppi Facebook dedicati alla ricerca di affitti nelle principali città d’Italia sono pieni di richieste disperate di studenti e lavoratori in cerca di un posto in cui vivere e dormire, disposti a tutto pur di concludere l’estenuante ricerca immobiliare. Non solo annunci e richieste, nei gruppi sono presenti anche numerosi post di lamentela che descrivono lo stato del mercato immobiliare: affitti alle stelle, condizioni di entrata molto stringenti tra richieste di caparre a 3 zeri, garanti, contratti a tempo indeterminato e in certi casi anche fidejussioni, ma soprattutto richieste totalmente fuori scala rispetto a quanto offerto in cambio: alloggi fatiscenti che spesso non rispettano nemmeno i minimi requisiti di abitabilità e che non assomigliano minimamente a quelli delle foto pubblicate negli annunci online, causa abuso del grandangolo o immagini pesantemente post-prodotte.
Ma quali sono i requisiti minimi di abitabilità da verificare prima di affittare una casa o stanza? La normativa può essere di difficile interpretazione per un non addetto ai lavori. “In linea di massima le superfici minime per un alloggio sono di 28 metri quadri compresi di servizi per un abitante, minimo 9 metri quadri per la camera da letto e 14 per il soggiorno – spiega a ilfattoquotidiano.it l’architetto Barbara Rebecchi – Per una coppia, invece, la metratura minima sarebbe di 38 Mq, requisiti stabiliti dagli artt. 2 e 3 del D.M 5 luglio 1975”. La normativa, però, non è lineare perché anche se il DM del 1975 impone chiaramente che per due persone occorrano minimo 38 mq di superficie, la successiva normativa in materia ha dato una lettura più estensiva: infatti, in caso di verifica per rilascio del certificato di idoneità alloggiativa si computano 14 mq a persona per le prime 4 persone, poi 10 mq dalla quinta persona in avanti. Stando quindi a questo criterio, 28 mq sarebbero sufficienti per due persone.
In caso di affitto, sarebbe buona norma richiedere al locatore o all’agente immobiliare sia la visura catastale, sia la planimetria catastale: “Sulla visura compare la superficie e anche la categoria catastale. Le abitazioni rientrano nelle categorie da A/1 a A/9. Gli A/10 sono uffici, C/1 negozi e C/3 laboratori quindi non dovrebbero essere affittati ad uso residenziale. Si dovrebbe poi diffidare assolutamente delle unità con categoria C/2 (magazzini, depositi, cantine, solai) e C/6 (box) perché non consentono la permanenza di persone”, spiega l’architetto Rebecchi. E’ possibile recuperare un seminterrato o un sottotetto a fine abitativi, ma soltanto a fronte della corretta applicazione delle specifiche leggi regionali.
Per quanto riguarda le camere da letto, la stanza con un solo posto letto deve essere almeno 9 mq e dotata di una finestra grande almeno 1,12 mq. La stanza con due posti letto invece necessita di un minimo di 14 mq con finestra grande almeno 1,75 mq. Le normative, però, non sono identiche in tutta Italia e in determinate aree del Paese le metrature minime possono essere differenti. A Milano, per esempio, la superficie minima di una stanza con un posto letto è di 8 mq con una superficie finestrata di 0,9 mq. Per quanto riguarda l’altezza minima, è necessario rispettare i 2,70 m tranne per i sottotetti recuperati – in quel caso c’è una deroga a 2,40 metri. “Molto spesso i ripostigli in quota, detti anche ripostigli aerei, vengono modificati e spacciati per soppalchi dove posizionare il letto, ma in realtà non sarebbero regolari”, avverte.
Non meno importanti le verifiche di sicurezza che riguardano scaldabagni, caldaie e impianti elettrici: lo scaldabagno a gas non può essere installato in determinate posizioni o in determinati ambienti, come ad esempio il locale in cui si dorme. Per verificare se gli impianti sono a norma bisognerebbe chiedere al locatore o all’agente immobiliare le certificazioni di conformità dell’impianto a gas e di quello elettrico e verificarle con un addetto ai lavori perché sono documenti abbastanza complessi da leggere.
Infine, tutte le aree della casa, comunque, devono rispettare determinati requisiti di legge. “L’ambiente in cui è ubicata la cucina deve avere una finestra, mentre il bagno deve essere dotato di tutti i sanitari”, spiega l’architetto Rebecchi. Inoltre, è necessaria la presenza dell’antibagno. Qualsiasi ambiente contenente la cucina deve essere disimpegnato dal vano wc. “E’ opportuno però chiarire che la normativa igienico sanitaria è derogabile nel caso di unità appartenenti ad edifici sottoposti a vincolo di tutela e che alcune irregolarità potrebbero essere state sanate a seguito di opportuna domanda di condono edilizio nelle tre turnate disciplinate dalle leggi 47/1985, 724/1994 e 326/2003 – conclude l’architetto Rebecchi – quindi sarebbe utile verificare anche questi aspetti”.
(da Il fatto Quotidiano)
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Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
ANGELA MARAVENTANO AVEVA DETTO: “LA NOSTRA MAFIA ORAMAI NON HA PIU’ QUELLA SENSIBILITA’ E QUEL CORAGGIO CHE AVEVA PRIMA”
Era il 3 ottobre 2020 e dal palco dell’evento Noi con Salvini, a Catania, l’ex senatrice leghista Angela Maraventano pronunciò queste parole: «La nostra mafia ormai non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima. Dove sono?».
Due giorni più tardi, anche grazie alla sollecitazione del deputato Stefano Candiani, allora commissario della Lega in Sicilia, Maraventano lasciò il partito.
A distanza di due anni e pochi mesi, la procura di Catania, con il pm Agata Consoli, ha chiesto la condanna a un anno a sei mesi di reclusione: la politica avrebbe commesso il reato di istigazione a delinquere.
Per l’accusa, Maraventano avrebbe fatto «un’apologia pubblica del delitto di associazione mafiosa». Il pretesto di quell’intervento, definito da Candiani «grave e ingiustificabile», era fornito dall’udienza preliminare del caso Gregoretti.
All’epoca Matteo Salvini era imputato sempre per la gestione dei flussi migratori in qualità di ministro dell’Interno. L’inchiesta si è conclusa con sentenza di archiviazione.
Per quanto riguarda il processo, con rito abbreviato, che vede coinvolta Maraventano, si sono costituite le seguenti parti civili: l’associazione antimafie Rita Atria e il giornalista Riccardo Orioles, rappresentati dall’avvocato Goffredo D’Antona, che hanno chiesto simbolicamente un euro di risarcimento danni; le associazioni Libera, con la penalista Enza Rando, e Dhelia, con il legale Nicola Condorelli Caff, che hanno annunciato la donazione in beneficenza a progetti sociali dell’eventuale risarcimento.
Secondo la ricostruzione della procura di Catania, contenuta nella richiesta di rinvio a giudizio, Maraventano «parlando del tema dei flussi migratori, afferma che “questo governo abusivo, complice di chi traffica carne umana e c’è anche dentro la nostra mafia che ormai non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima. Dove sono? Non esiste più perché noi la stiamo completamente eliminando perché nessuno ha più il coraggio di difendere il proprio territorio”».
Per la procura, con quelle frasi, l’ex senatrice avrebbe «riconosciuto alla mafia qualità, come sensibilità e coraggio ed un ruolo di controllo e tutela del territorio, contrapposto a quello dello Stato, di cui contestava l’azione di contrasto alle associazioni mafiose». L’inchiesta della procura, tra gli atti, include la denuncia presentata dall’associazione Rita Atria, la quale contesta anche le dichiarazioni successive fatte dall’ex leghista per giustificare le parole del comizio. «Una frase infelice dettata dalla rabbia e dal momento difficile che sta vivendo il nostro Paese, ma io mi sono sempre battuta contro tutte le mafie». Maraventano precisò anche che «per vecchia mafia intendevo la difesa del proprio territorio, nel senso del coraggio che potevano avere i nostri. Non mi riferivo alla mafia brutta, quella che ha ucciso i nostri valorosi».
(da Open)
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Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
SONO 330.000 GLI ATTRAVERSAMENTI IRREGOLARI DELLE FRONTIERE EUROPEE, MA NON SONO NUMERI DA “INVASIONI”
Altro che Ong “pull factor”. Il governo Meloni-Piantedosi sta facendo
di tutto per cacciare dal Mediterraneo le navi Ong ma questa “guerra” non ha nulla a che vedere con l’obiettivo che, ufficialmente, si vorrebbe raggiungere: contenere i flussi migratori. Perché il vero “pull factor” è un altro….
Frontex sbugiarda il Governo securista
Secondo i calcoli preliminari, nel 2022 sono stati rilevati circa 330.000 attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Ue. Si tratta del numero più alto dal 2016 e di un aumento del 64% rispetto all’anno precedente. E’ quanto rende noto l’ultimo report di Frontex Dopo il minimo indotto dalla pandemia nel 2020, questo è stato il secondo anno consecutivo con un forte aumento del numero di ingressi irregolari.
La rotta dei Balcani occidentali ha rappresentato quasi la metà del totale. Siriani, afghani e tunisini hanno rappresentato insieme il 47% dei rilevamenti nel 2022. Il numero di siriani è quasi raddoppiato, raggiungendo le 94.000 unità, si legge nel report.
Il numero di rilevamenti nel Mediterraneo centrale, rispetto al 2021, è aumentato di oltre la metà, superando di gran lunga i 100.000 rilevamenti. “Egiziani, tunisini e bangladesi sono state le prime tre nazionalità in un anno che ha visto il maggior numero di arrivi in questa regione dalla Libia dal 2017 e il maggior numero di arrivi dalla Tunisia nella storia recente”, spiega l’agenzia europea.
Ma quale “invasione”…
Dati che vanno letti con grande accuratezza per poter poi trarre le giuste, perché corrette, conclusioni. E’ quello che fa su Wired.it Kevin Carboni. Annota Carboni: “Nonostante gli ingressi di migranti irregolari nel 2022 siano aumentati rispetto agli anni precedenti, i dati di Frontex, l’agenzia comunitaria che sorveglia le frontiere, mostrano come qualsiasi allarme “invasione”” propinato dai politici sia totalmente infondato e venga smentito da numeri estremamente bassi. Inoltre, anche l’idea secondo cui il maggior numero di migranti diretti in Europa arrivi in Italia, attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, viene smentita dai fatti, che indicano invece la rotta dei Balcani occidentali come quella più battuta.
I flussi sono diminuiti
Secondo i dati preliminari dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, Frontex, nel 2022 sono stati rilevati circa 330 mila attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione europea. Si tratta del numero più alto tra il 2017 a oggi, ma inferiore ai 500mila registrati nel 2016 e drasticamente più basso rispetto al record di quasi 2 milioni di ingressi irregolari registrati nel 2015, a causa della guerra civile tra il governo della Siria e gli integralisti islamici dell’Isis e di al-Qaeda.
Il nuovo picco è quindi in realtà parecchio più basso rispetto ai momenti di vera crisi migratoria e sembra alto solo rispetto ai livelli di ingressi irregolari registrati tra il 2017 e il 2021, che sono stati pochissimi e pari a circa 150mila ogni anno. Inoltre, come sottolinea Frontex, i dati forniti contano gli attraversamenti delle frontiere e non il numero esatto di migranti.
Questo significa che il numero di persone entrate in Europa è in realtà più basso, perché la stessa persona può aver passato il confine più di una volta. Mentre non sono stati considerati i circa 13 milioni di profughi causati dall’invasione russa dell’Ucraina, perché entrati in maniera regolare.
Insomma, nonostante i 300mila ingressi irregolari l’Unione europea non sta affrontando una crisi migratoria o un’invasione, termine allarmista e scorretto usato dalle destre europee a fini propagandistici. Al contrario, se paragonati all’intera popolazione europea, pari a 447 milioni di persone, i migranti arrivati quest’anno sono appena lo 0,07% del totale e, calcolando in eccesso, tutti i migranti arrivati dal 2017 a oggi sono appena lo 0,22% del totale
Quali sono le rotte più battute
Quasi la metà di tutti gli ingressi irregolari avvenuti nel 2022, esattamente il 45% del totale, sono avvenuti attraverso la rotta dei Balcani occidentali – cioè nella regione composta da Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia – con un incremento pari al 136% rispetto all’anno precedente, per un totale di 145.600. Tra le persone in arrivo, la maggior parte era di nazionalità siriana, afghana, turca o tunisina.
Un altro incremento pari al doppio dell’anno precedente è avvenuto anche nella rotta del Mediterraneo orientale – che riguarda gli arrivi in Grecia, Cipro e Bulgaria. Nel 2022 sono infatti avvenuti 42.831 ingressi irregolari nella regione, il 108% in più rispetto al 2021. Mentre nella rotta del Mediterraneo centrale – cioè verso Italia e Malta – l’aumento rispetto al 2021 è stato del 51%, per un totale di 102.529 persone, provenienti prevalentemente da Egitto, Tunisia, Bangladesh e Siria.
Questa percentuale si riflette anche sul numero di persone sbarcate in Italia. Secondo i dati del ministero dell’Interno, per esempio, nei due mesi successivi dall’insediamento del governo Meloni sono sbarcati sulle coste italiane quasi 23.400 migranti. Nello stesso periodo del 2021, durante il governo Draghi, gli sbarchi erano stati circa 12.600. Numeri che smentiscono fermamente le dichiarazioni rilasciate alla trasmissione L’aria che tira dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, secondo cui “la curva di crescita degli sbarchi è diminuita”, da quando Giorgia Meloni è diventata presidente del Consiglio.
Al contrario, la rotta del Mediterraneo occidentale – che riguarda gli arrivi in Spagna – ha conosciuto una discreta diminuzione della pressione migratoria nel 2022, con circa un quinto di rilevamenti in meno rispetto all’anno precedente, pari a soli 14.582 ingressi”.
Il “pull factor” si chiama meteo
E qui veniamo allo svelamento della fake governativa sulle Ong “pull factor”. Il merito va a il Post.
Che scrive: “Nei primi dieci giorni del 2023 sono sbarcati sulle coste italiane 3.709 migranti, un numero dieci volte superiore a quelli arrivati nello stesso periodo del 2022, quando furono appena 378.
In quei giorni, sia nel 2022 sia nel 2023, il tratto di mare fra la Sicilia e le coste del Nord Africa è stato presidiato dalle stesse due navi: la Geo Barents e la Ocean Viking, rispettivamente delle ong Medici Senza Frontiere e SOS Méditerranée.
A cambiare, a distanza di un anno, sono state le condizioni meteo nel tratto di costa della Tunisia da cui parte la maggior parte delle imbarcazioni di migranti.
Nel 2022 erano sfavorevoli per la navigazione: il vento soffiava fortissimo e le temperature erano assai basse, due condizioni che creano onde troppo alte per gommoni e piccole imbarcazioni. Nel 2023 invece il tempo è stato molto più mite, con livelli inusuali per i primi di gennaio e quasi ideali per la navigazione.
La differenza non è passata inosservata. Ormai da qualche tempo esperti di migrazione e persone impegnate nel soccorso di migranti nel Mediterraneo centrale ritengono che il vero “pull factor”, cioè il fattore che condiziona maggiormente le partenze dalle coste dal Nord Africa, non sia la presenza delle navi delle ong, come sostenuto ancora oggi senza molte prove dal governo di Giorgia Meloni: bensì le favorevoli condizioni del meteo nei luoghi di partenza. «Le imbarcazioni partono quando c’è la possibilità di navigare: esattamente come i pescatori escono a pescare quando c’è bel tempo», spiega Riccardo Gatti, responsabile delle operazioni di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere.
«Se il mare è agitato mettere in mare un’imbarcazione è praticamente impossibile, è un problema fisico». Il sito di meteorologia Rp5 mostra che a Homs, in Libia, all’estremità orientale del golfo che inizia a Sfax, in Tunisia, nei primi dieci giorni del 2023 la velocità delle raffiche di vento era di circa un terzo rispetto a quella registrata nello stesso periodo del 2022. Sempre a Homs nel 2022 la temperatura media in quei dieci giorni era stata di 14,4°C, mentre nel 2023 è stata superiore di quasi due gradi, 16,3°C.
«Per le condizioni del mare anche una differenza di pochi gradi di temperatura cambia tutto», spiega Matteo Villa, ricercatore dell’ISPI esperto di migrazioni, uno dei primi a trovare una correlazione fra condizioni meteo e partenze di migranti dalle coste del Nord Africa.
Nel 2019 Villa stava lavorando a un articolo con Eugenio Cusumano, ricercatore di relazioni internazionali dell’università di Leida, nei Paesi Bassi, per capire se ci fosse una correlazione fra la presenza delle navi delle ong nel Mediterraneo Centrale e la partenza di migranti dalle coste del Nord Africa: il cosiddetto “pull factor” di cui si parla ancora oggi, più volte smontato in seguito dallo stesso Villa e da altri studiosi.
«All’inizio dello studio volevo capire quanto spostassero le ong in termini di numeri di partenze: intuitivamente pensavo fosse molto poco, non che fosse addirittura niente. Le ong sembrano avere un piccolo effetto di incentivo delle partenze, di fatto irrilevanti in termini assoluti, nei mesi invernali, quando le partenze sono già molto basse e tali restano. E nullo nell’arco di tutto l’anno». spiega Villa. «Accumulando dati, abbiamo verificato che erano solo due i fattori importanti a spiegare le partenze: le condizioni atmosferiche dei luoghi di partenza e le condizioni economiche dei paesi d’origine».
Villa e Cusumano si sono concentrati sulle prime, più facilmente misurabili rispetto alle seconde. In un grafico hanno messo le condizioni meteorologiche registrate nella stazione dell’aeroporto di Tripoli, in Libia, dando loro un punteggio da 1 a 14 (1 rappresenta le condizioni meteo peggiori, 14 le migliori), insieme ai numeri delle partenze giornaliere dalle coste della Libia. La correlazione è evidente: nei giorni di meteo migliore partono decine di persone, in quelli peggiori non parte praticamente nessuno, e la curva sale in maniera graduale col progredire delle condizioni meteo. Villa spiega che la correlazione rimane la stessa anche con i dati aggiornati fino al 2021.
Esaminando lo stesso periodo, cioè i primi dieci mesi del 2019, Villa e Cusumano hanno cercato correlazioni fra la presenza delle ong e il numero di partenze: come si vede nel grafico a sinistra qui sotto, non ne hanno trovata alcuna. In media, anzi, dalle coste libiche partivano in media più persone nei giorni in cui non c’erano navi delle ong nel Mediterraneo centrale.
Negli anni fra gli addetti ai lavori la percezione che le condizioni meteo condizionino parecchio le partenze dal Nord Africa si è solidificata. Da qualche tempo è comparsa anche nei documenti interni di Frontex, l’agenzia di controllo delle frontiere dell’Unione Europea. In un documento interno diffuso nel marzo 2021 e letto dal Post, si dice per esempio che «il flusso migratorio irregolare nel Mediterraneo Centrale continua ad essere condizionato dalle condizioni meteo in mare».
Una simile correlazione è stata osservata anche in altre zone di flusso migratorio in Europa: per esempio nel Canale della Manica, fra Francia e Regno Unito. Nel 2021 il sito specializzato InfoMigrants, parlando degli arrivi via mare sulle coste britanniche, scriveva che «un periodo di bel tempo coincide spesso con un aumento del numero di migranti che provano ad attraversare le acque fra Francia, Belgio e Regno Unito».
Gatti, il responsabile delle operazioni di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere, racconta che nella sua esperienza nel Mediterraneo centrale «in inverno i periodi di bel tempo sono intervalli in media di tre giorni, ma possono essere anche di uno, in mezzo a periodi più lunghi di cattivo tempo». In quella breve finestra di bel tempo partono diversi imbarcazioni: è la ragione per cui le imbarcazioni arrivate a Lampedusa dall’inizio del 2023 sono ormai decine.
Il fatto che i periodi di bel tempo siano così brevi, però, aumenta anche i rischi della traversata. E nella logica di Gatti rafforza le ragioni per cui le navi delle ong dovrebbero rimanere a presidiare il Mediterraneo Centrale, e non tornare in Italia dopo una sola operazione di soccorso come prescritto dall’ultimo decreto-legge del governo Meloni, approvato a fine dicembre.
«In questo periodo le imbarcazioni che partono col bel tempo possono ritrovarsi improvvisamente in mezzo a mare grosso, e questo aumenta il rischio di morte delle persone a bordo. Oggi, però, accade spesso che non ci sia nessuno a soccorrerle».
Così il report de il Post.
Le documentazioni citate, gli studi, le ricerche portati a supporto di queste valutazioni finali sono di dominio pubblico. Chiunque può leggerle, anche a Palazzo Chigi e al Viminale. Se non lo fanno non è per ignoranza ma per dolo. Lo stesso di cui si macchia quella stampa mainstream che fa da amplificatore mediatico alle narrazioni criminalizzanti propinate dalla presidente del Consiglio e dai suoi ministri impegnati sul fronte migranti. Criminalizzanti e false. Come quella sul “pull factor”.
(da Globalist)
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Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
I DUE STANNO PROVANDO A ROSICCHIARE VOTI, SOPRATTUTTO PER IL VOTO IN LOMBARDIA… SE FRATELLI D’ITALIA FA IL PIENO DI CONSENSI PER IL PIRELLONE, SALVINI BECCA IL FOGLIO DI VIA E FORZA ITALIA PUO’ ANCHE SCIOGLIERSI
Sebbene continui nella sua campagna di chiarificazione e contro-informazione (dopo l’appuntamento settimanale degli “appunti di Giorgia”, ieri ha rilasciato interviste al Tg1 e al Tg5), Meloni sta attraversando il suo primo vero momento di difficoltà, anche prima dei fatidici cento giorni dalla nascita del governo.
Lo sciopero dei benzinai, proclamato per il 25 e 26 gennaio, forse anche per dare a Palazzo Chigi il tempo di ripensare sul mancato taglio delle accise e sulla pratica inutilità del decreto adottato martedì, avrà anche l’effetto di mobilitare e organizzare una categoria considerata tra quelle sostenitrici del centrodestra.
E non a caso appoggiata da Forza Italia, il partito della coalizione che, diversamente dalla Lega, non ha mai sposato la versione – smentita dalla Guardia di Finanza – degli “speculatori” che sarebbero nascosti dietro i distributori e lavorerebbero ai danni di autotrasportatori e cittadini automobilisti.
Diciamo la verità, se Meloni fosse ancora la leader dell’opposizione, si sarebbe gettata a pesce nella difesa di questi lavoratori e piccoli imprenditori, in tutto simili, dal punto di vista politico, ai gestori dei ristoranti e dei bar all’epoca del Covid e del lockdown, o ai balneari alle prese con la direttiva europea Bolkestein e con la possibilità, per le loro concessioni di essere rimesse all’asta, o ai tassisti in lotta contro i titolari delle licenze “noleggio con conducente”: insomma, uno qualsiasi degli insiemi corporativi che hanno cercato di difendere i loro interessi, a discapito di regole superiori o europee, e si sono trovati accanto la destra e il centrodestra, anche ai tempi recenti di Draghi.
Una resistenza degna di miglior causa, che adesso trova una situazione capovolta, con Meloni alla guida del governo che difende le scelte maturate con la legge di stabilità e resiste alle richieste dei suoi alleati, preoccupati che questa imprevista stagione di tensioni sociali possa ripercuotersi sul voto del 12 e 13 febbraio per le regionali in Lazio e Lombardia. Da oggi allo sciopero dei benzinai, c’è di mezzo il lunedì dei sondaggi: chissà che Meloni non debba tornare sui suoi passi, nel caso di un primo segnale negativo.
(da La Stampa)
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Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
L’ESPERTO: “IN REALTA’ BAKHMUT NON HA NESSUNA RILEVANZA STRATEGICA, SOLO UNA TESTA DI PONTE VERSO KRAMATORSK”… “A PUTIN SERVE RIVENDICARE UNA VITTORIA”
Città rase al suolo e uno scenario apocalittico. È quanto raccontano –
più dei dispacci ufficiali degli eserciti – le immagini satellitari scattate dalla statunitense Maxar a Bakhmut e Soledar, nell’oblast di Donetsk, località da settimane al centro di furenti attacchi da parte delle forze russe e di una strenua resistenza delle truppe di Kiev.
Bakhmut e Soledar sono diventate da tempo il cuore del conflitto. Per la Russia rappresentano un trampolino di lancio per la conquista del Donbass, mentre per l’Ucraina è determinante non perdere nuovamente porzioni di territorio dopo i successi delle controffensive dei mesi scorsi.
In questo quadro gli scontri sono furenti e continui. “È in corso un bagno di sangue”, ha spiegato a Fanpage.it il professor Gastone Breccia, storico ed esperto di teoria militare.
Professore, da settimane si combatte a Soledar e Bakhmut. Perché queste città sono considerate strategiche dalla Russia? E qual è la situazione sul campo?
Si sta verificando un bagno di sangue, le perdite sono molto alte sia tra gli ucraini che tra i russi. Per questi ultimi prendere Soledar sarebbe fondamentale perché consentirebbe poi di attaccare Bakhmut da nord. Questa città, che di per sé non ha nessuna rilevanza strategica, rappresenterebbe la testa di ponte dalla quale lanciare una futura offensiva su Kramatorsk che, in caso di successo, garantirebbe alla Russia il controllo pressoché totale dei due oblast di Donetsk e Luhansk. La vera importanza della battaglia che si sta combattendo da più di un mese a Bakhmut però è un’altra ed è soprattutto simbolica. Il Cremlino, dopo mesi di difficoltà, ha bisogno di un successo tattico tangibile da spendere nei confronti dell’opinione pubblica interna e mondiale. È soprattutto per questo che Putin vuole che a Bakhmut sventoli la bandiera russa.
Il fondatore del Gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, ha dichiarato pubblicamente che nessuna unità, ad eccezione dei suoi combattenti , ha preso parte all’assalto a Soledar. È così?
Le dichiarazioni di Prigozhin sono importantissime. A quanto mi risulta non è affatto vero che a Soledar e Bakhmut stanno combattendo solo mercenari della Wagner, quindi evidentemente Prigozhin ha altri scopi: intende mostrarsi all’opinione pubblica russa come l’unico in grado di ottenere risultati positivi sul campo. La dichiarazione fatta martedì di aver conquistato definitivamente Soledar è in questo senso sorprendente, visto che è stato smentito dal Ministero della Difesa russo. Non è normale, ed è una grave anomalia, che il capo di un gruppo di contractors si sostituisca al governo: si tratta di un grosso sgarbo verso il Cremlino e chi sta conducendo davvero la guerra in Ucraina. Infatti a Mosca non l’hanno presa benissimo. Prigozhin sta chiaramente sgomitando per proporsi come numero uno sul campo.
Va letta in questo modo la nomina del capo di Stato maggiore russo, Valery Gerasimov, come nuovo comandante dell’esercito nella cosiddetta “operazione speciale” in Ucraina?
Quello di Gerasimov è un nome che non è ben visto dai cosiddetti “falchi”, come il capo del Gruppo Wagner Prigozhin o il leader ceceno Kadyrov, che da mesi criticano apertamente e aspramente il Cremlino e lo stato maggiore russo. Nominare Gerasimov è stato quindi un modo per Mosca per riaffermare la sua leadership, per dire che le decisioni che contano vengono e verranno prese da Putin e dal suo entourage. Non dal proprietario di un gruppo di soldati mercenari.
Francia, Germania, UK e Stati Uniti invieranno all’Ucraina carri armati e veicoli per il trasporto truppe. Perché questi mezzi sono così importanti per le forze armate ucraine?
In questo momento per gli ucraini ricevere carri armati sarebbe fondamentale perché consentirebbe loro di riprendere azioni offensive efficaci nei prossimi mesi. Ma cosa si sta davvero muovendo? Si dice che Berlino invierà i migliori “panzer” a Kiev, ma in realtà spedirà 40 Marder: non si tratta affatto di carri armati ma di veicoli per il trasporto truppe corazzati simili agli M110 che si impiegavano decenni fa. Sono mezzi vecchi, quasi fondi di magazzino. Che 40 vecchi mezzi corazzati possano davvero cambiare la situazione sul campo è assolutamente impensabile.
Si è parlato anche di carri armati Leopard e Challenger.
Sì, i polacchi – che come sempre sono molto attivi – hanno chiesto ai tedeschi il permesso di inviare carri armati Leopard II in Ucraina. Qui il discorso cambia, parliamo di carri armati veri di ultima generazione che in caso di offensiva potrebbero avere una grande utilità. Certo, dipenderà anche da quanti ne verranno inviati: si è parlato di 60 unità, un numero decisamente insufficiente. Ne servirebbero centinaia per ottenere qualche risultato. Comunque il dato più importante è un altro: le capitali europee sembrano aver capito che va fatto un salto di qualità. Se si vuole che la guerra non si trascini per i prossimi anni servono armi migliori, anche se non vanno ignorate le problematiche logistiche di una scelta del genere.
Cosa intende?
Fino a che abbiamo inviato agli ucraini vecchi carri armati di origine sovietica come i T72 erano perfettamente in grado di utilizzarli. Ma se decidiamo di inviare armi Nato la catena logistica è ben diversa: seve munizionamento dedicato, pezzi di ricambio appropriati e una formazione specifica delle truppe. Insomma, inviare carri armati sarebbe solo il primo passo.
Cosa servirebbe allora all’Ucraina per respingere definitivamente i russi?
Se l’obiettivo di Kiev è quello di tornare alle posizioni antecedenti il 24 febbraio servono carri armati da battaglia come i Leopard II in numero adeguato. Serve anche più artiglieria, perché abbiamo visto l’importanza degli Himars negli ultimi mesi. Infine occorrerebbero aerei da guerra: un conflitto del XXI secolo non può prescindere da supporto aereo tattico. Non sono informatissimo sullo stato dell’aviazione ucraina ma temo sia significativamente impoverito rispetto a 11 mesi fa.
Fornire cacciabombardieri però sarebbe una decisione molto forte da parte dell’Occidente.
È vero. Fornire pezzi d’artiglieria e carri armati è tutto sommato accettabile per l’opinione pubblica occidentale, ma inviare jet di ultima generazione sarebbe un passo davvero importante e non poco problematico: i piloti ucraini andrebbero prima addestrati per mesi nelle basi Nato prima di diventare davvero operativi. Naturalmente non possiamo sapere se tale addestramento sia già iniziato e se la decisione di inviare cacciabombardieri Nato, con piloti ucraini e non occidentali, sia stata segretamente già presa.
(da Fanpage)
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Gennaio 13th, 2023 Riccardo Fucile
“VENIVAMO A CONOSCENZA DI QUANTO DECIDEVA DAI GIORNALI”
Anche Luigi Di Maio, nel 2019 vicepresidente del Consiglio e ministro del Lavoro, ha attaccato l’attuale ministro dei Trasporti: “Ho appreso del divieto di concessione del Pos alla nave Open Arms attraverso le dichiarazioni pubbliche del ministro Salvini. In quel periodo si stava consumando una crisi di governo, le uniche interlocuzioni avute col ministro Salvini erano legate appunto alla crisi di governo”.
Non ci sono state comunicazioni neanche per decidere sulla questione Open Arms: “Non vi è stata alcuna riunione o confronto del Consiglio dei ministri, sulla concessione del porto sicuro”, ha detto l’ex vicepresidente del Consiglio.
“Casomai, le riunioni vennero fatte per affrontare le conseguenze del diniego di Pos”. Nell’operato del suo ministero, “tutto quello che veniva fatto da Salvini era per il consenso”, ha concluso Di Maio.
(da Fanpage)
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