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LA RUSSA SEMINA LA STAMPA PER EVITARE DOMANDE SU JAN PALACH E IL 25 APRILE

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL SENATO A PRAGA CAMBIA PROGRAMMA PER DEPISTARE I GIORNALISTI

«Il 25 aprile è un giorno molto importante, in cui viene ricordata la Liberazione dall’occupazione nazista e la sconfitta del fascismo».
Così, il presidente del Senato Ignazio La Russa, apre il suo intervento alla Conferenza dei presidenti dei parlamenti europei, a Praga. L’Italia liberata dal nazismo, non dal fascismo. La Russa sottolinea così una differenza sostanziale che, dopo le sue tante controverse uscite sul Ventennio, si fa fatica a considerare involontaria.
Il presidente del Senato aveva pianificato di essere a Praga già da ieri sera. Lontano dall’Italia, quindi, nel giorno del 25 aprile. Un ripensamento dell’ultimo minuto lo ha portato a presenziare, in mattinata, alla tradizionale cerimonia all’Altare della patria, a Roma, al fianco del Presidente Sergio Mattarella, di Giorgia Meloni e del presidente della Camera Lorenzo Fontana.
La sua assenza, d’altronde, sarebbe stata vista come una sgrammaticatura istituzionale, di certo poco apprezzata dal Quirinale. Poi via, in volo verso Praga.
Una volta arrivato in Repubblica Ceca, un nuovo stravolgimento dell’agenda: la visita al monumento di Jan Palach, il martire della lotta al comunismo, viene anticipata senza avvisare la stampa.
Era l’appuntamento più atteso, proprio per le polemiche che avevano accompagnato la scelta di La Russa di omaggiare, nel giorno della Liberazione dall’occupazione nazifascista, un simbolo dell’anti-comunismo. La Russa preferisce invece evitare telecamere e domande.
Prima di recarsi al campo di concentramento di Theresienstadt, il presidente del Senato parla ai suoi omologhi europei, e dopo aver sottolineato la differenza tra la Liberazione dai nazisti e la sconfitta del fascismo, ricorda «l’impegno e il sacrificio per la libertà e l’indipendenza» dall’occupazione nazista, si intende, «così come il valore assoluto della Resistenza nel superare la dittatura e nel ridare all’Italia la democrazia».
(da agenzie)

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GOLDMAN SACHS INVITA A VENDERE I BTP A FAVORE DEI TITOLI SPAGNOLI: I NON ADEMPIMENTI SUL PNRR FARANNO AUMENTARE ANCORA LO SPREAD

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

QUESTA È LA CONVINZIONE DEGLI ANALISTI DI GOLDMAN CHE HANNO ANCHE FATTO UN GIRO IN ITALIA… ISTITUZIONI BANCARIE E ANALISTI STANNO RIVEDENDO LE PROPRIE POSIZIONI SUL DEBITO ITALIANO

I ritardi sul Pnrr e le mosse della Banca centrale europea mettono l’Italia nel mirino dei mercati. Ed è possibile che arrivino nuove fibrillazioni sui Btp. A lanciare l’allarme è il suggerimento di Goldman Sachs, che preferisce la Spagna rispetto all’Italia e vede uno spread in aumento di 50 punti base entro fine anno. Vale a dire, fino a 235 punti base.
Preoccupano l’attuazione del Recovery e le conseguenze del restringimento del bilancio della Banca centrale europea (Bce). Da giugno, salvo sorprese, si aumenterà la stretta, a oggi pari a 15 miliardi al mese. A ballare sono Btp per circa 36 miliardi di euro. E non c’è solo Goldman Sachs a essere scettica. Anche fondi hedge come Brevan Howard, Bridgewater e Citadel sono pessimisti su Roma.
Non si può parlare di fuga totale, che potrebbe non esserci. Tuttavia, l’indicazione è chiara. In uno scenario di crescente incertezza, amplificato dai chiari di luna del governo Meloni su diversi dossier, il consiglio è quello di «andare corti» sui Btp. In altre parole, venderli.
Pnrr in bilico, riforma del trattato del Mes da ratificare, una legge di Bilancio asfittica e un Patto di Stabilità e Crescita che potrebbe penalizzare Roma sono tra le motivazioni che stanno inducendo più di un’istituzione bancaria a rivedere le proprie posizioni sul debito italiano.
Goldman Sachs in particolare prevede che «aumenti il controllo (da parte della Commissione europea, ndr) sull’attuazione del Recovery Fund da parte dell’Italia» il che «potrebbe iniziare a pesare sulle aspettative di crescita» del Paese. Un primo banco di prova si avrà giovedì prossimo, quando il Tesoro emetterà titoli di Stato per 9 miliardi di euro. Nello specifico, il Mef andrà in asta con Btp a 5 anni per 2,5 miliardi, Btp a 10 anni per 5 miliardi e Ccteu a 7 anni per 1,5 miliardi. Importante sarà capire, come sottolineato da Bank of America, «come si muoveranno i rendimenti del debito europeo» in modo «da posizionarsi in modo strategico per il resto del 2023». Occhi puntati sull’Italia.
(da La Stampa)

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GUERRA IN SUDAN, L’ITALIA CHIUDE ED EVACUA L’AMBASCIATA, EMERGENCY RIMANE

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

DA UN LATO LA GRANDE FUGA, DALL’ALTRO IL SENSO DI RESPONSABILITA’: “NON POSSIAMO ABBANDONARE 81 PAZIENTI”

A dieci giorni dall’inizio della guerra in Sudan tra le unità dell’esercito regolare fedeli al suo capo militare, il generale Abdel Fattah al-Burhan, e le forze di supporto rapido, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, il Governo Italiano ha deciso di chiudere l’Ambasciata nel Paese africano e mettere in sicurezza i funzionari che vi operavano: “Tutto è proceduto nel modo migliore”, ha dichiarato in conferenza stampa Antonio Tajani. Gli italiani “sono stati tutti messi in sicurezza. La nostra ambasciata è stata chiusa, molto probabilmente la sposteremo in maniera temporanea o in Etiopia o in Egitto”.
Dopo l’evacuazione di ieri dei primi 98 italiani altri 83 sono stati messi in sicurezza insieme a 23 stranieri, svizzeri e greci, rimasti intrappolati a Khartoum.
L’operazione è stata resa possibile grazie al coordinamento tra la Presidenza del Consiglio, l’Unità di crisi della Farnesina e l’intelligence italiana. “Tutti gli italiani che volevano lasciare il Paese sono ora a Gibuti e rientreranno a Roma con un volo dell’Aeronautica militare. Stanno tutti bene”, ha spiegato il capo della Farnesina Tajani, al suo arrivo al Consiglio Ue Esteri a Lussemburgo.
“Sono rimasti alcuni, volontari di Emergency, credo qualche missionario, che non hanno voluto lasciare il Paese, quindi era una loro libera scelta”, ha aggiunto.
I nostri connazionali sono stati fatti convergere presso la residenza dell’Ambasciatore d’Italia, Michele Tommasi che è partito con loro. L’evacuazione degli italiani così come quella degli altri Paesi è il frutto della mediazione con i due generali che attualmente si contendono il Sudan. Per ora hanno rispettato l’accordo con gli stranieri ma gli scontri continuano.
Emergency: “Restiamo in Sudan, non possiamo abbandonare 81 pazienti”
Come specificato dal Ministro degli Esteri in Sudan sono rimasti alcuni missionari ed operatori di Emergency, Ong da decenni presente nel Paese con il Centro Salam di cardiochirurgia a Khartoum e i centri pediatrici di Mayo (Khartoum), Nyala (Sud Darfur) e Port Sudan.
In tutto 46 operatori internazionali dell’Organizzazione Non Governativa fondata da Gino Strada hanno deciso di rimanere per proseguire il loro lavoro negli ospedali: “Sono giorni estremamente difficili e di grande tensione a Khartoum, ma abbiamo deciso di rimanere qui per gli 81 pazienti in cura nel nostro ospedale. Non possiamo abbandonarli perché rischierebbero la vita – spiega Franco Masini, medical coordinator del Centro Salam di cardiochirurgia di Emergency a Khartoum –. Tuttora molti colleghi dello staff sudanese non possono tornare a casa per motivi di sicurezza e stanno dormendo in ospedale per dare continuità di cura a pazienti ricoverati”.
“Finora, nessuna delle nostre strutture e nessuno del nostro staff è stato attaccato o minacciato direttamente. Ognuno ha deciso individualmente se lasciare l’ospedale sulla base della valutazione delle precarie condizioni di sicurezza della capitale e dei bisogni dei pazienti – aggiunge Muhameda Tulumovic, coordinatrice del Programma di EMERGENCY in Sudan -. Oggi rimane chiuso il Centro pediatrico di Mayo, alle porte della capitale, dove non avremmo potuto garantire nessuno standard di sicurezza né per lo staff, né per i pazienti. Abbiamo ripreso il lavoro a Nyala, nel Sud Darfur, dove negli ultimi giorni i combattimenti si sono affievoliti. Anche nel nostro Centro pediatrico di Port Sudan stiamo continuando le attività, ma lì la situazione è sempre rimasta sotto controllo”.
(da Fanpage)

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SUDAN, UN PAESE E DUE ESERCITI: DA UN LATO MOHAMMED DAGALO DETTO HERMETI, CAPO DELLE FORZE DI SUPPORTO RAPIDO RSF, DALL’ALTRO ABDEL FATTAH AL-BURHAN, CAPO DI STATO DE FACTO DOPO IL GOLPE DEL 2021

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL PRIMO, EX CAMMELLIERE E TRAFFICANTE D’ORO DEL DARFUR (E PROTETTO DI PUTIN), ORA TENTA L’ASSALTO AL COMANDO DI 100MILA MILIZIANI… IL SECONDO, DETTO “L’EGIZIANO”, VUOLE DIVENTARE L’AL-SISI DEL SUDAN

Il cammelliere che divenne generale e il generale che si volle presidente, il trafficante d’oro del Darfur e l’ex cadetto nato sulle sponde del Nilo, l’arricchito outsider di provincia e il predestinato ufficiale di carriera nel Paese dei 16 colpi di Stato, il protetto del Cremlino contro l’aspirante al-Sisi di Khartum.
L’inferno del Sudan si deve a due uomini d’armi e ai loro rispettivi clan con Paesi alleati allegati, due incalliti golpisti che più diversi non potrebbero essere. Mohammed Dagalo detto Hemeti (piccolo Mohammed), classe 1974, capo delle Forze di supporto rapido (Rsf) forti di 100 mila miliziani, si è fermato alla terza elementare.
A 13 anni portava cammelli da una parte all’altra del confine con Libia e Chad. La sua autobiografia prevede 10 anni nel Paese di Gheddafi. Torna in Sudan dopo che alla famiglia hanno rubato 7 mila bestie e rapito diversi parenti. È in 2003 in Darfur: il 25 aprile di vent’anni fa comincia una guerra tra etnie locali e arabi appoggiati dal centro. Hemeti si schiera per sei mesi con i ribelli e poi passa ai governativi: sarà un capo Janjaweed, i diavoli a cavallo accusati di crudeltà e massacri.
Nello stesso periodo anche Abdel Fattah al-Burhan, oggi 62 anni, è da quelle parti: il presidente-dittatore Omar al-Bashir ha incaricato gente come lui della repressione che rasenta il genocidio: generale addestrato in Egitto e Giordania, famiglia del Nord del Paese da dove provengono i quadri dell’esercito sudanese, Burhan torna a Khartum avendo fatto con discrezione il suo sporco lavoro.
Anche il provinciale Hemeti prende la via della capitale: nel 2013 al-Bashir lo chiama a capo di una milizia che ai suoi occhi ha il compito di bilanciare il potere dei militari e fargli da scudo. Uno Stato, due eserciti: la radice dello scontro attuale. Con il perdurare dei moti popolari del 2019, Burhan e Hemeti si alleano e mollano al-Bashir.
I due golpisti all’apparenza uniti: Hemeti in realtà vuole essere presidente, Burhan vuole neutralizzarlo chiedendo che le sue Forze rientrino nei ranghi di quell’esercito che pure non ha mai visto alla pari «i bifolchi» dell’Rsf.
Le stellette del Nilo contro le ricchezze accumulate da Hemeti grazie ai mercenari forniti ai sauditi in Yemen e all’oro del Darfur da contrabbandare in Russia via Emirati, con le milizie addestrate in Libia dalla Wagner di Prigozhin, lo chef di Putin, all’ombra del generale Kalifa Haftar. Una russian connection per cui oggi il segretario di Stato Usa Antony Blinken si è detto «molto preoccupato»
Burhan ha come modello protettore l’omonimo al-Sisi, padre-padrone dell’Egitto che auspica sul confine Sud una replica del suo regime, che magari si schieri con Il Cairo contro la minaccia della diga sul Nilo costruita dall’Etiopia. Certo, gli Emirati amici di Hemeti sono anche finanziatori dell’Egitto a rischio bancarotta. Imbarazzi incrociati. Ecco perché gli stessi sauditi vorrebbero un accordo tra i due nemici. Stabilità sempre, democrazia mai.
(da il Corriere della Sera)

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USA 2024, JOE BIDEN SI RICANDIDA: “DIFENDERE LA DEMOCRAZIA E LA LIBERTA'”

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO IN UN VIDEO

Joe Biden ha annunciato che si ricandiderà alla elezioni presidenziali del 2024. La notizia circolava da parecchi mesi, ma si aspettava la conferma ufficiale del presidente in carica, che affronterà dunque una nuova campagna elettorale a 81 anni.
Biden ha scelto di comunicare la sua decisione con un emozionante video su Twitter, e il messaggio: «Ogni generazione ha un momento in cui ha dovuto difendere la democrazia. Difendere le loro libertà fondamentali. Credo che questo sia nostro».
Un annuncio che arriva a quattro anni esatti dal primo, quando il 25 aprile del 2019 Biden presentò la sua corsa alla presidenza contro Donald Trump. Quello del presidente è un messaggio di continuità rispetto al percorso fatto finora e segnato, ancora una volta, dalla lotta per la democrazia minacciata dal popolo Maga di Trump.
«Finiamo questo lavoro», dice, con accanto la sua vice Kamala Harris, che spunta diverse volte nella narrazione proposta da Biden. Assente invece l’impegno per la guerra in Ucraina e per le questioni internazionali, a voler dimostrare che l’attenzione dell’amministrazione è e sarà soprattutto per le condizioni degli americani.
«Quando ho corso per la presidenza 4 anni fa ho affermato che la nostra era una battaglia per lo spirito dell’America. Lo è ancora», dice il presidente nel video. «La domanda che ci troviamo ad affrontare – aggiunge – è se nei prossimi anni avremo più libertà o meno libertà. Più diritti o meno diritti. Non è il momento di essere compiacenti. Per questo mi candido alla rielezione».
(da agenzie)

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PAGA LA STRATEGIA DI ELLY SCHLEIN: NIENTE POLEMICHE CON CONTE, OPPOSIZIONE DURA A MELONI SU LAVORO E DIRITTI

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

RICOMPATTARE IL PARTITO SU TEMI DI GRANDE IMPATTO PER IL PROPRIO ELETTORATO

C’è una strategia ben definita dietro la scelta di Elly Schlein di non replicare ai “dubbi” espressi da Giuseppe Conte su un percorso comune fra Partito democratico e Movimento 5 stelle. È una questione di priorità e di tempistiche, soprattutto.
La segretaria del Pd ha scelto infatti di non entrare in quello che considera un dibattito prematuro e privo di reale interesse per i cittadini, per concentrarsi su aspetti che ritiene invece centrali.
Schlein ha la necessità di compattare il partito, di trovare un nuovo equilibrio fra esigenze e orientamenti diversi, in modo da concentrare le energie sull’opposizione al governo guidata da Giorgia Meloni.
Non avrebbe senso, ragionano i suoi fedelissimi, gettarsi ora in una polemica tutta politicista su alleanze, equilibri di potere e guerre di posizionamento interne all’opposizione.
Tanto più perché in vista non ci sono scadenze elettorali di fondamentale rilevanza e il primo vero test elettorale, le Europee, non richiede alcun tipo di accordo o di alleanza.
Insomma, c’è tempo per discutere con Conte e ci sarà modo per ragionare su una piattaforma programmatica comune con il Movimento 5 stelle. Affrontare ora la questione significherebbe agitare le acque anche in casa propria, dove non tutti sono disponibili a intraprendere un percorso che porti all’alleanza organica con i 5 stelle e le altre formazioni di sinistra.
C’è invece un punto su cui tutti nel Pd sembrano d’accordo ed è quello che Schlein intende stressare: l’opposizione senza sconti al governo di Giorgia Meloni, soprattutto su alcune questioni di grande impatto sociale e culturale. Non ci sono più le condizioni per ragionare in termini di alleanze larghe, di responsabilità collettiva e di approccio costruttivo (aka mortificazione delle proprie istanze in ragione di non meglio specificate emergenze). Nel Partito democratico tutti invece sono convinti che sia il tempo di un chiaro e netto posizionamento all’opposizione del governo di centrodestra. E che forse è il tempo di tornare a far sentire la propria voce su temi cari al proprio elettorato, dopo il lungo letargo lettiano e una campagna elettorale condotta con i giri del motore al minimo.
È esattamente il progetto di Elly Schlein, che pure ultimamente si è dedicata principalmente a un faticoso lavoro di ricucitura interno (che probabilmente non è ancora finito e che richiederà una certa e non scontata dose di “buona volontà” da tutte le parti in causa), schivando telecamere e taccuini, nella consapevolezza di essere già percepita come l’alternativa a Giorgia Meloni.
Una linea che, almeno a giudicare dai sondaggi politici, sembra aver premiato e che è stata apprezzata anche dai suoi “avversari” interni al partito. Non è un caso che la risposta dei democratici sia stata compatta non solo sul 25 aprile e sul revisionismo spicciolo della destra, ma anche sui contenuti del decreto Lavoro.
È il vero banco di prova per la segretaria democratica: mettere in campo un’azione efficace e profonda contro gli interventi del governo su un terreno dove il Pd ha la necessità di recuperare credito e consenso. Si tratta di un passaggio cruciale per ricostruire non solo l’immagine del partito, ma anche quella cinghia di trasmissione con la Cgil che si è sfilacciata negli ultimi anni.
La difesa degli interessi dei lavoratori e la contestazione radicale alle ricette della destra dovranno poi sposarsi con quell’investimento nel campo dei diritti civili e sociali che Schlein intende fare nella sua reggenza al Nazareno. È un raccordo che sarà cruciale per continuare ad alimentare quel dualismo con Giorgia Meloni che è il vero problema di Giuseppe Conte. Insomma, più che dichiarazioni di principio, l’idea è quella di ricercare un posizionamento netto sui temi, con scelte e dichiarazioni decise e precise, per coltivare credibilità come vera alternativa alla destra al governo. Con chi ci starà, dentro e fuori al Pd.
(da Fanpage)

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SBARCHI A LAMPEDUSA: 705 PERSONE IN 24 ORE, 2 MORTI E 17 DISPERSI

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

ALL’HOTSPOT SONO IN 2.698 A FRONTE DI UNA CAPIENZA DI 400 POSTI… SARA’ TUTTA COLPA DELLA LAMORGESE E DELLE ONG, OVVIO

Proseguono senza sosta gli sbarchi di migranti a Lampedusa. La notte scorsa con 19 imbarcazioni, soccorse al largo dell’isola o approdate direttamente sulla terraferma, sono sbarcati complessivamente 705 migranti.
Dieci, nello specifico, le carrette agganciate da mezzanotte fino all’alba con a bordo 316 persone. Ieri, invece, gli sbarchi erano stati complessivamente 28 con un totale di 1.117 persone.
E sempre ieri, fra l’area Sar italiana e le acque antistanti Lampedusa, si sono verificati quattro naufragi: due i morti, fra cui quello di una giovane donna, tre le persone (compreso un bimbo di 8 mesi) finite al poliambulatorio, 17 i dispersi, per i quali le ricerche vanno ancora avanti, e complessivamente 165 i superstiti portati all’hotspot.
Gli arrivi pesano sul centro d’accoglienza di contrada Imbriacola: in questo momento sono accolte 2.698 persone a fronte di una capienza che non supera i 400 posti.
Ieri, con i due traghetti di linea per Porto Empedocle, su disposizione della Prefettura di Agrigento, erano stati trasferiti complessivamente 539 migranti: gli ultimi in ordine di tempo sono stati 359 sulla motonave Pietro Novelli che ha attraccato all’alba a Porto Empedocle. Per oggi, la Prefettura, d’intesa con il Viminale, ha disposto un ulteriore spostamento, con la nave di linea, di 180 che dopo l’arrivo a Porto Empedocle verranno portati a Messina, Palermo, Caltanissetta e in Basilicata e Molise.
(da agenzie)

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25 APRILE, UN PASSO AVANTI (FINI) E DUE INDIETRO (LA RUSSA E MELONI)

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

IL SOLITO ANNIVERSARIO DIVISIVO

Un passo avanti (Fini) e due indietro (La Russa e Meloni), in questa seconda Repubblica non si era mai arrivati a un 25 aprile tanto divisivo. CasaPound, gli omaggi a Predappio, i cortei come quello per il militante Sergio Ramelli ucciso a Milano proprio in questo periodo nel 1975, ci sono sempre stati. Passati due giorni e un po’ di dibattiti la faccenda si archiviava, in attesa dell’anno successivo.
La speranza era che una nuova generazione politica di area conservatrice riuscisse a recidere ogni filo con la suggestione di un regime troppo lontano nel tempo.
In parte questo processo è avvenuto a Fiuggi, seguito da atti forti e concreti, come la denuncia del “fascismo male assoluto” fatta nel 2003 a Gerusalemme dall’allora leader della destra italiana.
Da quel dì, abbiamo visto arrivare facce nuove e la presa di Palazzo Chigi, ma invece di un sereno riconoscimento delle responsabilità del Ventennio, e una presa di distanza anche naturale per chi in quell’epoca non c’era, stiamo assistendo a una sorta di rivalsa – e neppure tanto latente – di quei disvalori che sono l’antitesi della democrazia.
Siamo passati a una rilettura capziosa della stessa Costituzione, dove un curioso esegeta come il presidente del Senato non ci trova la parola antifascismo, quando ogni riga e ogni virgola sono il rifiuto di qualunque autocrazia.
Queste destre adesso vogliono ridisegnare completamente lo Stato, con il Presidenzialismo e l’autonomia differenziata. Dunque, non c’è in ballo solo la nostalgia e il revanscismo politico, ma un’idea di società e di Paese
(da La Notizia)

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LA PRESIDENTE DELLA COMUNITA’ EBRAICA DI ROMA: “L’ANTIFASCISMO E’ UN VALORE DI TUTTI”

Aprile 25th, 2023 Riccardo Fucile

“IN QUESTA GIORNATA NON CI POSSONO ESSERE AMBIGUITA'”

La presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello ha commentato la lettera scritta al Corriere della Sera dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in cui la premier rispondeva alle polemiche sul fascismo. «C’è uno sforzo ogni giorno da parte di tutti per unire perché il 25 aprile è il giorno di tutti – ha affermato Dureghello -. Non ci sono state differenze politiche, differenze di religione, veramente alcun distinguo in chi ha scelto in quei giorni di sacrificare la propria vita per donarci la libertà».
E ancora: «Troviamo questo valore di unità, facciamo in modo che non ci sia nessuno che se ne appropri da una parte o dall’altra, non ci sono nostalgie. Si tratta del coraggio e del valore assoluto dell’antifascismo innegabilmente riconosciuto da tutti noi». «In questa giornata – prosegue – non ci possono essere ambiguità. Deve essere netto il messaggio che deve passare senza strumentalizzazioni e senza alcun annacquamento del passato». Affermazioni fatte a Porta San Paolo, a Roma: «Abbiamo appena deposto una corona in questo luogo che è il luogo in cui si ricorda la resistenza delle truppe Alleate che permisero all’Italia di essere liberata dalla oppressione nazifascista e riconquistare la meritata e dignitosa libertà. Proprio grazie al sacrificio di uomini e tante donne che oggi ci riconosciamo ancora nei valori assoluti, imprescindibili, dell’antifascismo e della democrazia che sono a presidio anche del nostro presente». «Sono stati uomini – ha concluso Dureghello – di grande coraggio, che hanno capito e scelto da che parte della storia stare. Oggi a loro la nostra gratitudine e il nostro tributo».
(da agenzie)

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