Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
LA MINISTRA VIA IN CASO DI RICHEISTA DI RINVIO A GIUDIZIO
La premier Giorgia Meloni è pronta a sostituire Daniela Santanchè.
E a respingere gli «attacchi» dei magistrati. Accusati di voler «fare opposizione al governo». E mentre la ministra scopre che tra gli indagati ci sono anche il compagno Dimitri Kuntz d’Asburgo e la sorella Fiorella Garnero, la premier dice: «Non farò la fine di Berlusconi». Dettando la linea a Fratelli d’Italia: non rinunceremo alla delega al turismo. Nel caso la prenderebbe lei stessa. Ma soltanto in caso di avviso di conclusione indagini e richiesta di rinvio a giudizio.
Le dimissioni
Le dimissioni di Daniela Santanchè sono quindi ben più che un’ipotesi. D’altro canto Meloni aveva già spiegato ai suoi che sarebbero arrivate in caso di recrudescenza sulle questioni di Visibilia e Ki Group. All’epoca però sembrava invece pronta ad attendere il rinvio a giudizio. E quindi la decisione di un Gip e non quella di un pubblico ministero. Adesso il caso politico rischia la deflagrazione. Anche perché Santanchè «ha combinato un pasticcio pur avendo a disposizione sei avvocati», come sostenevano ieri fonti di maggioranza.
Ora, spiega un retroscena di Repubblica, è il momento dell’azione. Che prevede l’alzata di scudi contro la magistratura. Colpevole di indagare sui suoi ministri. Magari perché Nordio vuole stringere il bavaglio sulle intercettazioni. Per questo la premier dice che non farà la fine di Berlusconi. Se all’epoca il premier, fermato da Giulia Bongiorno (oggi parlamentare della Lega), non bloccò gli ascolti, lei non farà lo stesso errore.
Santanchè e Delmastro
Ma i casi Santanchè e Delmastro (ieri il Gip ha disposto per lui l’imputazione coatta, il pm aveva chiesto l’archiviazione) scottano. Soprattutto la ministra che ha giurato sul suo onore di non essere indagata. Beccandosi poi a stretto giro di posta la smentita della procura. Meloni non ha nemmeno gradito la cosiddetta difesa nel merito della ministra. Che ha professato la sua estraneità nei confronti di Visibilia e Ki Group. Anche se le carte e le cariche dei consigli di amministrazione la smentiscono. Sul caso la linea di Fdi prevede di non cedere da subito la delega. Perché il partito conta molto sul bacino di voti del turismo. E per la successione immediata si pensa a Gianluca Caramanna. Poi la carica potrebbe andare a un uomo di Forza Italia.
La dichiarazione di guerra
Interpellate dall’Adnkronos, fonti vicinissime alla premier avevano rigettato l’ipotesi dell’addio di Delmastro: «Non scherziamo, non se ne parla». Il sottosegretario «resta dov’è, le dimissioni non gli sono state chieste né lo saranno». Delmastro, dal canto suo, si dice ottimista: «Sono fiducioso che la vicenda si concluderà positivamente, convinto che alcun segreto sia stato violato, sia sotto il profilo oggettivo che sotto il profilo soggettivo». Mentre tace, almeno per ora, Donzelli sul suo compagno di stanza a Roma. Da qui la decisione di rispondere a gamba tesa: «Non ci lasciamo intimorire, il messaggio deve essere chiaro», dice un ministro all’agenzia di stampa allontanandosi dal Cdm.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
INDAGA LA PROCURA DI MILANO
Una denuncia per violenza sessuale nei confronti del 19enne Leonardo Apache La Russa, figlio terzogenito del presidente del Senato Ignazio La Russa, è stata presentata a Milano. A dare la notizia è il Corriere della Sera.
A presentare la denuncia è stata una ragazza di 22 anni, figlia di una famiglia benestante milanese. Sul caso indaga la procura di Milano.
La giovane ha raccontato di una serata in una discoteca milanese, il 18 maggio scorso, in cui aveva incontrato il figlio di La Russa. Secondo il suo racconto, dopo aver bevuto due drink la ragazza non ricordava più nulla e si era ritrovata il giorno dopo, nuda e sotto choc, nel letto con il giovane La Russa.
Il figlio di La Russa – secondo la denuncia – in quel frangente le avrebbe detto che avevano avuto un rapporto sotto effetto di sostanze stupefacenti e che anche un suo amico, che lei non ha mai visto, aveva avuto un rapporto con lei a sua insaputa.
Dopo quelle parole la ragazza ha quindi scritto anche all’amica con cui era andata in discoteca, chiedendole cose fosse successo la sera prima e lei aveva risposto: “Penso ti abbia drogata, non mi ascoltavi”.
A quel punto la giovane ha chiesto di riavere i vestiti per potersene andare, e il giovane La Russa le avrebbe chiesto: “Pretendo un bacio sennò non ti faccio uscire”.
La giovane ha raccontato agli inquirenti di essere sicura che quella fosse la casa di La Russa perché a un certo punto si era affacciato Ignazio La Russa che vedendola nel letto se ne era andato.
Dopo essere uscita dalla casa la giovane si è recata alla clinica Mangiagalli dove le sono stati riscontrati un livido sul collo e una ferita alla coscia.
Lorenzo Apache La Russa è adesso iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di violenza sessuale.
Da lì, dopo circa 40 giorni, la denuncia. “Nessuna violenza” ha detto Adriano Bazzoni, l’avvocato milanese incaricato dalla famiglia interpellato dal Corriere della Sera. “Sembra che la giovane si riferisca a una notte nella quale ad avviso di Leonardo non vi fu alcuna forma di costrizione”
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
AL CREMLINO TOLLERANO SEMPRE MENO LE INIZIATIVE DEI SUOI UOMINI, E VORREBBERO PRENDERE DUE PICCIONI CON UNA FAVA: APPROFITTARE DEL REPULISTI SULLA WAGNER PER RIDIMENSIONARE ANCHE KADYROV
Ramzan Kadyrov cammina sul vetro. E lo sa. Per anni la sua
alleanza con Vladimir Putin si è retta su un tacito patto: garantire la stabilità in Cecenia in cambio di fondi e occhi chiusi sulle violazioni dei diritti umani nella Repubblica caucasica, che governa come un feudo personale dal 2005.
Dopo l’ammutinamento della compagnia militare privata Wagner al soldo di Evgenij Prigozhin, le autorità sembrano però meno inclini a tollerare le iniziative indipendenti dei suoi uomini, i kadyrovtsy, accusati di uccisioni rimaste impunite, come quelle di Anna Politkovskaja o Boris Nemtsov.
Lo dimostra l’inedita reazione all’aggressione contro la giornalista di Novaja Gazeta Elena Milashina, picchiata e minacciata sulla strada per Groznyj perché voleva documentare l’ennesimo processo pilotato.ù
Diversi parlamentari come il senatore Andrej Klishas, capo della commissione per gli Affari costituzionali della Camera alta, e il deputato Aleksandr Khinshtein hanno invocato un’inchiesta approfondita. Lo stesso Cremlino ha annunciato «misure energiche».
Un inquietante parallelo tra i kadyrovtsy e i mercenari di Prigozhin che mesi fa avevano torturato a morte un disertore con una mazza e che ora sono considerati dei traditori.
A differenza di Wagner, l’esercito di Kadyrov non può però neppure rivendicare grandi successi militari in Ucraina. I suoi uomini sono stati battezzati “combattenti da Tik Tok” perché sembrano più preoccupati dalle loro performance sui social che sul campo di battaglia.
Persino il video del 24 giugno che li mostrava mentre pattugliavano un ponte deserto promettendo di fermare l’avanzata dei «traditori della madrepatria» su Mosca si è rivelato una sceneggiata: era stato girato al tramonto quando l’insurrezione di Prigozhin si era conclusa e nella città di Kostroma che non era sulla rotta dei ribelli.
Non è un caso che, dopo la fallita rivolta, Kadyrov si sia affrettato a volare a Mosca e abbia pubblicato un selfie col presidente russo sul suo canale Telegram. Voleva dimostrare che il suo rapporto con Putin non aveva subito scossoni. La risposta del Cremlino alla brutale imboscata contro Milashina però fa pensare il contrario.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
E’ DOVERE DI POLITICI E FIGURE PUBBLICHE CONTENERE GLI ISTINTI VERBALI: QUELLO CHE DICONO FORGIA LA SOCIETA’
Turpiloquio: voce dotta, dal latino tardo turpilŏquiu(m), composto di tŭrpis ‘turpe’ e -lŏquiu(m), da lŏqui ‘parlare, esprimersi’, prima attestazione anteriore al 1342. 1. “Modo di parlare turpe, laido, osceno o, più semplicemente, sboccato e volgare”; 2. Nell’ambito del diritto, “reato consistente nell’usare un linguaggio contrario alla pubblica decenza in un luogo pubblico o aperto al pubblico” (Zingarelli 2024).
Il dizionario è molto chiaro: parlare in maniera laida, oscena, sboccata e volgare è turpe. Soprattutto, può configurare un reato, quando il tutto avviene pubblicamente: sembrerebbe esattamente ciò che è successo il 21 giugno al MAXXI di Roma, occasione nella quale Vittorio Sgarbi, in dialogo con Morgan, si è lasciato andare a una serie di espressioni per l’appunto volgari, ma anche sessiste, come si evince dal video che è girato in rete successivamente al suo intervento.
Che sia ben chiaro: le parolacce esistono, con intensità diverse, in tutte le culture. Quando ero piccola, chiesi a mio padre, linguista, ma, soprattutto, veneto di nascita, come mai nei vocabolari fossero censite anche parole orribili, dispregiative, offensive, ma non le bestemmie. La sua laconica risposta fu che ci sarebbe stato bisogno del doppio delle pagine. Si tratta di una scelta editoriale e culturale precisa: le parolacce sì, le bestemmie no. Ciononostante, non possiamo certo negare la presenza sia delle une sia delle altre, nella nostra lingua come nelle altre.
Le parolacce, dunque, sono parte del nostro linguaggio, addirittura del linguaggio umano in senso lato. Sono come delle bombe a mano: disturbano il normale fluire della conversazione, destano scalpore, fastidio o imbarazzo. Creano una cesura. Ciò che è parolaccia non è codificato stabilmente, una volta per tutte: nel corso del tempo, al cambiare del contesto sociale, storico, culturale, un termine può diventare accettabile, da inaccettabile che era, oppure, viceversa, una parola che è stata a lungo usata non viene più ritenuta giustificabile da una specifica comunità.
Dunque, ancora ai tempi di Pasolini era normale usare la “n-word” per riferirsi alle persone dalla pelle nera, mentre oggi, il grosso della società la considera un termine da evitare, brutale e razzista.
Altra questione, ovviamente, è se una parola così fortemente connotata viene usata da soggetti appartenenti a una determinata comunità: si pensi ai rapper e trapper neri, per l’appunto, che la impiegano tranquillamente per riferirsi a sé.
Andando ancora oltre, la parola queer, che in inglese significa “strano/strana”, è andata incontro a un processo di riappropriazione da parte della comunità LGBTQIA+ e oggi è talmente desemantizzata da essere percepita come priva di connotazioni offensive, indipendentemente da chi la usa.
Le parolacce sono anche una caratteristica storicamente presente nei linguaggi giovanili, che per definizione si pongono in rottura con il modo di parlare – e quindi di pensare – delle persone adulte. Se si ascoltano i discorsi di un gruppo di quindici-sedicenni, si coglierà un florilegio di esclamazioni piuttosto colorite, quando non, addirittura, imprecazioni. Questi costumi linguistici possono provocare indignazione, ma, qualora ci venisse voglia di iniziare a inveire contro le pessime abitudini linguistiche dei “giovani d’oggi”, occorrerebbe tenere presente che il fenomeno si ripete tale e quale generazione dopo generazione.
Certo, quando poi si diventa a propria volta grandi, nella maggior parte dei casi si impara a gestire questa tendenza alla coprolalia. Forse, rideremo meno delle barzellette oscene, o delle battute offensive, o diremo meno bestemmie (che oggi fanno parte del settore della lingua più tabuizzato, almeno in Italia)… o magari no.
Qualche anno fa, si è parlato molto di uno sketch del duo comico Pio e Amedeo; i due, nel corso di un programma televisivo, usarono nel loro pezzo la già menzionata parola con la n per riferirsi alle persone nere, e quella che inizia con la r per gli omosessuali. In risposta alle proteste delle comunità tirate in ballo, Pio e Amedeo risposero invocando la libertà di satira e affermando che, nel valutare la gravità delle parole offensive, occorre considerare l’intenzione con cui vengono dette. Siccome loro non avevano intenzione di offendere, le categorie appellate non avrebbero dovuto offendersi (Pio e Amedeo vinsero anche un premio per la satira, quell’anno). Dunque, basta l’intenzione?
C’è un bell’articolo di Tullio De Mauro, uscito su Internazionale il 27 settembre 2016, intitolato “Le parole per ferire”, in cui il celebre linguista elenca una serie lunghissima di termini derogatori, alcuni dei quali apparentemente innocui, come “portoghese” o “maiale”, che possono diventare offensivi, per l’appunto parole per ferire, in un determinato contesto. In fondo, anche una parola come tr*ia, usata da Sgarbi in quella famosa occasione, vuol dire prima di tutto “femmina del maiale”, e caz*o è uno dei tanti nomi del membro maschile.
Ma allora, come mai tutta questa indignazione rispetto all’uscita del sottosegretario alla Cultura? Al di là delle parole, al di là delle intenzioni comunicative, possiamo identificare un’altra dimensione che assume rilevanza nel discorso sulle parole offensive: il contesto. È molto diverso se una persona, essendosi chiusa un dito nella portiera della sua macchina, se ne esce con esclamazioni più colorite di “perdincibacco!” o “poffarre!”, o se un rappresentante delle istituzioni, in un’occasione pubblica, impiega termini considerati inadatti a quel tipo di situazione.
Certo, tra l’anonimo turpiloquente al quale ho appena accennato e Sgarbi esiste un’altra differenza: il primo è una “persona comune”, il secondo, invece, è un personaggio pubblico, tra l’altro noto per la disinibizione con cui usa, non di rado, termini che non avremmo mai sentito che so, in bocca alla Regina Elisabetta, perlomeno non pubblicamente. E quella differenza si chiama “posizione”.
Spesso, quando si parla di questioni linguistiche, viene ripetuta una frase che sicuramente, da un certo punto di vista, corrisponde a verità: «Le lingue le fanno i parlanti». Questa affermazione va però circostanziata: le lingue le fanno i parlanti, certo, ma non tutti allo stesso modo. C’è chi può fare più cose con le parole, persino forzare una situazione che richiederebbe un registro diverso, e c’è chi invece, per un’imprecazione usata fuori posto, un’uscita sessista, razzista o abilista, perde il posto di lavoro, o comunque si ritrova addosso una crisi di reputazione. Dunque, esiste una dimensione importante, nel valutare il peso delle parole dette, che è quella del potere.
Può accadere che la persona in vista, potente, che forse potrebbe agire per esercitare un’influenza positiva, abusi della propria posizione di predominanza e si permetta di dire cose che, per altri soggetti, potrebbero risultare impossibili da giustificare o scusare. Per me è questo l’aspetto più fastidioso dell’uscita dell’onorevole Sgarbi: mi piacerebbe vivere in un contesto nel quale i personaggi pubblici, ancor più quelli politici, sentissero pienamente la rilevanza e la responsabilità dei loro atti di parola, e preferissero, invece che dare sfogo ai loro istinti verbali, fare da modello positivo per la società tutta. Perché, si sa, il pesce puzza sempre dalla testa.
(da agenzie)
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