Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
“IN ITALIA IL 49% DI CHI CONSEGUE UNA LAUREA DOPO TRE ANNI E’ ANCORA DISOCCUPATO”
Da un Report di Openpolis, che rielabora i dati Eurostat sulla disoccupazione, emerge che in Europa il 38,5% dei disoccupati è tale da più di un anno. Relativamente al totale dei disoccupati il dato più elevato è quello della Slovacchia, dove due terzi dei disoccupati lo sono da oltre 12 mesi. Seguono la Grecia (61,9%) e l’Italia (57,3%).
Ultime invece sono Danimarca e Paesi Bassi con cifre inferiori al 20%. Eurostat ricostruisce poi anche quante sono le persone che risultano disoccupate da oltre due anni (disoccupazione di durata molto lunga).
È interessante osservare che anche in questo caso i paesi caratterizzati dalle percentuali maggiori sono sempre gli stessi. La Slovacchia risulta al primo posto con il 46,1% di disoccupati che non trovano lavoro da più di 24 mesi, la Grecia al secondo con il 40,7% e l’Italia di nuovo al terzo con il 39,9%.
Alla luce di questi dati, professore Domenico De Masi, sociologo del Lavoro, lo smantellamento del Reddito di cittadinanza per i cosiddetti occupabili, destinati a perdere il sussidio dopo un breve periodo di tempo, che senso ha?
“Non c’è solo questo. Noi sappiamo anche che dopo tre anni dalla laurea in Germania il 92% ha trovato lavoro, quindi solo 8 sono disoccupati. Da noi il 51% ha trovato lavoro dunque il 49% dopo tre anni sono disoccupati. La disoccupazione di lunga durata non dipende dalla pigrizia dei disoccupati, ma dall’assenza di un lavoro congruo che consente cioè di guadagnare più di quanto si spende. Perché se mi devo trasferire a Milano e lì, tra casa e trasporti, spendo di più mi conviene restare nella casa d’origine. Questa è la situazione italiana che è molto lontana da quella che strombazza Giorgia Meloni come grande conquista di questo governo”.
Il fatto che sia alta la percentuale di chi non trova lavoro oltre i 12 mesi significa che manca personale qualificato? E questo non aumenta la difficoltà per i percettori del Reddito di cittadinanza, la maggior parte dei quali hanno un basso grado di istruzione, a trovare impiego?
“Significa due cose. La prima è che non c’è un rapporto tra domanda e offerta. Per esempio c’è un panettiere o un barbiere a Palermo e serve un panettiere o un barbiere a Udine e magari quelli di Palermo neppure lo sanno perché i Centri per l’impiego hanno solo i dati regionali e non quelli multiregionali. Seconda cosa è che anche dopo che l’hanno saputo il guadagno che farebbero lì è molto inferiore alla perdita che avrebbero spostandosi da casa. Quindi o aumentano i salari o le persone non si spostano. La Meloni ha promesso che troverà ai percettori del Reddito di cittadinanza il posto, aspettiamo di vedere come farà. Ha detto anche che li riqualifica ma non è ancora pronto nessun centro di riqualificazione che avrebbe dovuto iniziare già molto prima la sua attività per poterli riqualificare. Come potrebbe peraltro riciclare un barbone, sarebbe bello capirlo”.
Si dice che le persone non trovino lavoro per colpa dei Centri per l’Impiego. Ma la maggior parte delle offerte di lavoro non passano attraverso questi ma attraverso canali informali. I Centri per l’impiego, destinati più a rendere una persona occupabile che occupata, non rischiano di diventare un alibi per un governo che non è in grado di fare politiche per l’occupazione?
“Le aziende utilizzano anche le agenzie private perché siccome i centri per l’impiego non funzionano c’è lo spazio per queste. Anzi io sospetto che i Centri per l’impiego non siano mai stati messi nelle condizioni di funzionare proprio per dare spazio alle agenzie private, è una forma di neoliberismo. I nostri Centri per l’impiego fanno letteralmente schifo, in Germania hanno 111mila persone addette noi ne abbiamo 12 mila, appena un decimo. Loro spendono 12 miliardi all’anno per mantenerli noi 870mila euro. Noi abbiamo fatto di tutto perché i Centri per l’impiego non funzionino. Sia i governi di destra sia di sinistra non hanno mosso un dito per renderli efficienti. L’unica azione in favore dei Centri per l’impiego fu l’assunzione dei navigator che avrebbero dovuto rimpolparli da 11mila a 14mila, ancora lontanissimi dai numeri della Germania, ma era già qualcosa in più. Ciò nonostante sono stati licenziati. Anche questo governo ha avuto sette mesi di tempo per riformarli e non l’ha fatto. Io non credo sia così difficile fare politiche per l’occupazione. Se uno le vuole fare le fa. In passato sono state molto saltuarie e frammentarie. L’unico atto di una certa corposità non per le politiche dell’occupazione ma per le politiche per mantenere i disoccupati è stato il Reddito di cittadinanza che questo governo ha smantellato”.
A maggio i numeri sull’occupazione sono leggermente migliorati, come si spiega?
“Io credo che l’occupazione sia cresciuta perché ci sono stati soprattutto tra i giovani molti che hanno rifiutato offerte di lavoro non congrue e allora i datori di lavoro hanno aumentato un po’ le offerte di salario e migliorato le condizioni. Ma rimaniamo pur sempre a un tasso attorno all’8% di disoccupazione, comunque sempre tra gli ultimi in Europa. Il punto è che partivamo da una situazione talmente disastrosa che, anche essendo migliorata un po’, fa sempre schifo”.
Salario minimo. La Confindustria dice di non voler porre veti a una legge che lo introduca. Col governo rimane solo la Cisl a opporsi?
“In tutte le contrattazioni storicamente la Cisl ha assunto un atteggiamento diverso. Solo Cgil e Uil votarono contro il Jobs act. La verità è che la Cisl è stata sempre fiancheggiatrice delle politiche padronali”.
La Cisl dice che un buon contratto è sempre meglio di una cifra fissata dalla legge.
“Certo che è così. Ma il punto è che tre milioni di persone non ce l’hanno. Per queste il contratto non l’hanno mai fatto”.
Contratti a termine. Il governo li ha resi più facili. Il mercato del lavoro oggi aveva bisogno di ulteriore flessibilità?
“Il mercato del lavoro è diverso se visto dal punto di vista neoliberista o socialdemocratico. Dal primo punto di vista più il mercato è libero e fa i suoi comodi meglio è. Dal secondo punto di vista più è libero peggio è. Io sono socialdemocratico dunque la mia opinione è che questa scelta di rendere più facili i contratti a termine peggiorerà il mercato del lavoro, secondo la Meloni lo migliorerà”.
(da La Notizia)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
IL SENATO RIPRISTINA I MEGA ASSEGNI ANCHE PER CHI HA FATTO MENO DI UNA LEGISLATURA
Può un dipendente all’ultimo giorno di lavoro decidere di
aumentarsi la pensione e di aumentarla anche per tutti i suoi ex colleghi che in pensione ci sono già? Nel Paese reale la risposta è scontata: no, chiaramente.
Ma nel dorato mondo di Palazzo Madama è accaduto questo e proprio nelle stesse ore nelle quali la ministra Daniela Santanchè in Aula chiedeva aiuto ai senatori contro i poteri esterni, a partire da quello della magistratura.
Lo stesso giorno si è riunito il Consiglio di garanzia di Palazzo Madama: organo di secondo grado e inappellabile per tutte le questioni che riguardano i senatori, compresa quella del vitalizio. E cosa ha deciso lo scorso 5 luglio questo organismo? Si legge nel verbale: “La cessazione degli effetti della delibera 6 del 2018 a far data dal 13 ottobre 2022”.
Tradotto: stop al taglio dei vitalizi deciso cinque anni fa sulla spinta del Movimento 5 stelle. Taglio che prevedeva il ricalcolo dell’assegno in base ai contributi realmente versati e non allo stipendio da senatore percepito. Un passo verso il mondo reale, allora. Un passo verso il ritorno ai mega assegni quello deciso ieri dall’organismo di garanzia presieduto dall’ex senatore Luigi Vitali, dal vice Ugo Grassi, anche lui ex senatore, e composto a maggioranza da ex senatori. Quella del 5 luglio era l’ultima seduta utile del vecchio organismo prima dell’insediamento dei nuovi componenti del Consiglio di garanzia eletti in questa legislatura.
Nel 2018 gli assegni erano stati ridotti in alcuni casi anche del 50 per cento con il ricalcolo contributivo, portando a un risparmio di 60 milioni di euro per Palazzo Madama. Nel 2020 il taglio era stato ridotto, prevedendo il ricalcolo dal 2018 soltanto, ma il Senato ha comunque continuato a risparmiare 40 milioni di euro all’anno. Adesso il taglio è stato eliminato del tutto e torneranno i vecchi mega assegni per tutti gli ex senatori che ricevono il vitalizio anche se hanno fatto meno di una legislatura. Di questo regalo, per la precisione, beneficeranno 851 ex senatori ed ex senatrici e 444 familiari di senatori scomparsi per il principio della reversibilità al coniuge.
Dice l’ex senatore Luigi Vitali, sentito da Repubblica: “Abbiamo rimesso le cose in regola secondo quanto ci ha suggerito il Consiglio di Stato e secondo la strada tracciata dalla Corte costituzionale per i tagli alle pensioni d’oro che devono prevedere un tempo limitato di riduzione – dice Vitali –. Anzi, secondo questi criteri il taglio non potrebbe superare tre anni. Noi siamo arrivati a cinque anni e da ottobre 2022 diciamo basta. La delibera del 2018 era stata fatta male e andava approvata una legge, come ha ribadito anche il Consiglio di Stato. Se questo Parlamento vuole tagliare i vitalizi occorre fare una legge, non una semplice delibera del Consiglio di presidenza del Senato o della Camera. Comunque la nostra decisione farà giurisprudenza e sono certo si adeguerà anche la Camera”.
(da La Repubblica)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
VISTO CHE ERA IN GIURIA, IN BASE A QUALE CRITERIO HA VOTATO, ALLORA?
La cerimonia di assegnazione del Premio Strega, tenutasi il 6 luglio, ha visto trionfare Come d’aria, il romanzo della scrittrice Ada D’Adamo, morta a Roma lo scorso aprile.
Ma il libro non è stato l’unico protagonista della serata: ha dovuto competere con uno scambio di battute tra la conduttrice della cerimonia, Geppi Cucciari, e il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che ha portato molti a gridare alla gaffe.
A causa dell’incarico che ricopre, infatti, Sangiuliano faceva parte della giuria chiamata a votare i libri in concorso. Presupposto del compito è ovviamente leggerli. Ma non sembra che sia stato altrettanto scontato per il ministro: dopo aver elogiato le presentazioni dei libri infatti Sangiuliano ha detto: «Proverò a leggerli».
Quando Cucciari ha chiesto, con sorpresa, se dunque non lo avesse già fatto, Sangiuliano ha ribattuto: «Sì, li ho letti perché ho votato però voglio, come dire, approfondire questi volumi». Lo scambio si è concluso con una battuta da parte della conduttrice: «Cioè oltre la copertina… Dentro. Un bell’applauso al nostro ministro».
Ma c’è anche chi approfitta dell’incidente diplomatico per lanciare un messaggio politico, come Matteo Renzi: «Ho capito perché il Ministro Sangiuliano ha scelto di cancellare la #18App: lui i libri non li legge – ha scritto su Twitter -. Li scrive, li giudica ma non li legge. Ieri al Premio Strega è accaduta questa scena. Ministro, fatti perdonare: restituisci ai diciottenni la Card per i consumi culturali. Leggere serve!»
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
AH BEH, SE LO HA “INTERROGATO” LUI, POSSIAMO STARE TRANQUILLI… “LO RIMPROVERO SOLO PER AVER PORTATO A CASA UNA RAGAZZA CON CUI NON AVEVA RAPPORTI CONSOLIDATI” (LA PROSSIMA VOLTA ESIBISCANO IL CERTIFICATO, CERTO…)
“Dopo averlo a lungo interrogato ho la certezza che mio figlio
Leonardo non abbia compiuto alcun atto penalmente rilevante. Conto sulla Procura della Repubblica verso cui, nella mia lunga attività professionale ho sempre riposto fiducia, affinché faccia chiarezza con la maggiore celerità possibile per fugare ogni dubbio”. Lo afferma il presidente del Senato, Ignazio La Russa, dopo la notizia dell’indagine a carico del figlio Leonardo Apache, 19 anni, accusato di violenza sessuale.
Aggiunge di aver rivolto al figlio una “forte reprimenda” per “aver portato in casa nostra una ragazza con cui non aveva un rapporto consolidato” e dichiara: “Non mi sento di muovergli alcun altro rimprovero”. Afferma invece di avere “molti interrogativi” sul racconto della ragazza: “Per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio. Un episodio di cui Leonardo non era a conoscenza. Una sostanza che lo stesso Leonardo sono certo non ha mai consumato in vita sua”.
A presentare la denuncia contro Leonardo Apache è stata una ragazza di 22 anni, che ha raccontato di aver conosciuto il giovane durante una serata in una discoteca milanese, il 18 maggio scorso, di aver bevuto insieme a lui due drink e poi di essersi risvegliata nuda nel letto con lui in casa La Russa.
La ragazza ha dichiarato agli inquirenti di essere sicura che quella fosse l’abitazione del presidente del Senato perché a un certo punto si era affacciato Ignazio La Russa che vedendola nel letto se ne era andato. Sul caso indaga la procura di Milano.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
SCUOLE INTERNAZIONALI, ASPIRANTE TRAPPER, NEI VIDEO CANTA: “SONO TUTTO FATTO, MA TI FOTTO PURE SENZA STORIE”
Si chiama Leonardo Apache La Russa, in arte Larus, il figlio 19enne di Ignazio La Russa indagato per violenza sessuale ai danni di una ragazza di 22 anni. T
erzogenito del presidente del Senato, è figlio di Laura De Cicco e fratello di Lorenzo Kocis (classe 1995) e Geronimo (1980). Quest’ultimo è nato da una precedente relazione di La Russa con Marika Cattare.
In famiglia c’è la tradizione di aggiungere un nome in omaggio ai nativi americani e così si spiega il nome Apache. Il 19enne è un aspirante rapper.
Nel 2019 ha pubblicato un video musicale sul suo canale YouTube con Apo Way. La canzone si chiama Sottovalutati e fin da subito aveva fatto discutere perché ripeteva più volte «Sono tutto fatto». Oltre a presentare insulti e termini di stampo sessista, come: «Questa bici si muove meglio della tua troia», «Su sta troia dico ciao ciao».
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
NOI INVECE NON DIMENTICHIAMO CHI, PER FARE FAVORI A BOTTEGAI E NO VAX, HA CONTRIBUITO AL DIFFONDERSI DEL VIRUS
In principio fu “onestà, onestà”. Oggi abbiamo “verità, verità”.
Cambiano i governi ma resta immutato il populismo di fondo. Il passaggio del testimone da quel Movimento 5 stelle che muoveva i primi passi istituzionali all’attuale maggioranza del governo Meloni si è registrato ieri dopo l’approvazione alla Camera della proposta di legge sull’istituzione di una commissione bicamerale d’inchiesta sulla gestione della pandemia Covid. Un via libera accolto, per l’appunto, al grido di “verità, verità” dai banchi della maggioranza. Un provvedimento approvato al solo fine di essere utilizzato come clava per colpire le opposizioni. Basti pensare ad alcuni passaggi a oggi rimasti inspiegabili. A cominciare dal mancato coinvolgimento dell’operato delle regioni. Se la commissione doveva servire a comprendere cosa non ha funzionato nella fase di gestione emergenziale, qual è il senso di escludere quelle regioni che già oggi hanno ampie competenze in materia di sanità e che con l’autonomia differenziata ne avranno sempre di più in futuro? Sembra evidente la volontà politica di preservare quelle amministrazioni locali in maggioranza di centrodestra.
E ancora, cosa dire quando si arriva a tirare in mezzo gli atti della rolling review sui vaccini e le decisioni in merito prese dalla Commissione europea e dall’Ema? Le indagini verranno inoltre estese anche a “eventi avversi e sindromi post vacciniche denunciate”. L’unico intento, oltre a quello di voler dare una lezione per così dire agli esponenti del governo Conte, sembra essere quello di strizzare l’occhio alle martellanti richieste del mondo no vax.
Ironia della sorte, l’approvazione arriva il giorno dopo il via libera da parte dell’Icmra, la coalizione che riunisce 38 autorità regolatorie di diverse regioni del mondo, di una dichiarazione congiunta che riconosce non solo l’efficacia ma anche la sicurezza dei vaccini Covid alla luce delle oltre 13 miliardi di dosi somministrate. Un’evidenza scientifica per gli enti regolatori predisposti, ma non per il governo Meloni.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
A SOLI 4 MESI DALLE PRIMARIE, NEL PD E’ GIA’ PARTITO IL FUOCO AMICO CONTRO LA LEADER, MA LEI TIRA DRITTO, HA RIPORTATO OLTRE IL 20% UN PARTITO SFASCIATO DALLE CORRENTI
L’ultima coltellata, in ordine di tempo, è stata quella del governatore della Campania Vincenzo De Luca: «Vedo gente che va in giro a fare cortei… Vedo nullità assolute promosse al rango di dirigenti nazionali….”. Fino all’affondo sul vero bersaglio, Elly Schlein: «Anche lei è al terzo mandato, praticamente una cacicca ante litteram».
Così la neosegretaria del Pd, dopo pochi mesi di leadership si ritrova di nuovo nel mirino, attaccata da tutti i fronti. Ad esempio da Matteo Renzi, che la irride sul salario minimo (una medaglia, ovvio). Poi dalla minoranza gueriniana (nel senso di Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa) per la linea tenuta sulla pace per la guerra in Ucraina (un problema serio, purtroppo).
Quindi da molti media per alcune scelte eccentriche e non politiche (l’armocromia, una fidanzata che parla e pensa con la sua testa). Infine dai cattolici per la scelta di campo sulla gravidanza per altri (un vero e proprio campo minato, in un partito multiculturale). E – dulcis in fundo – dai giornali e dagli opinionisti di destra (qualsiasi cosa dica). Su Il Foglio una rubrica giornaliera poligrafa fa le pulci a tutte le scelte della segretaria.
Ma il problema è la fronda dei dirigenti nel partito. Mentre gli elettori dicono al 67% di essere soddisfatti della leadership e anche della scelta di alleanza con il Movimento 5 Stelle, in una parte dei dirigenti di alto e medio rango gli argomenti di questa fronda sembrano fare breccia.
Non sono più fratelli, se mai lo sono stati, ma sono sicuramente coltElly, nel senso che qualcuno sta giocando a logorare la leader del Pd, e ha deciso di farlo con una velocità sorprendente, mettendosi nell’impresa con una furia metodica e spietata.
I giorni felici di «Non ci hanno visto arrivare» sembrano un ricordo lontano. Adesso le accuse si sommano, come le freccette sul bersaglio di un tiro a segno. Il gruppo al Parlamento europeo (TPI lo ha raccontato due numeri fa) si è diviso sul delicatissimo ordine del giorno Asap, il provvedimento che consente agli Stati membri di acquistare armi per l’Ucraina anche attingendo ai fondi del Pnrr e della coesione.
La Schlein definisce «inammissibile» questa decisione, ritrovandosi in sicura sintonia con il popolo del Pd. Ma il gruppo a Strasburgo si divide: gli eletti delle vecchie correnti (dieci) votano a favore della risoluzione, quattro deputati si astengono, uno vota contro (Massimiliano Smeriglio), un altro (Giuliano Pisapia) non partecipa al voto. Tra gli astenuti c’è l’unica eurodeputata che siede in direzione, la schleiniana Camilla Loreti. È il primo serio campanello d’allarme.
Dopo l’alluvione dell’Emilia Romagna gli oppositori più coperti l’hanno accusata di non essere andata nei territori alluvionati (in realtà ci è andata, ma dopo la Meloni). E il tam tam della vecchia guardia del partito dice che Elly gira poco nei luoghi e che si sottrae alle incombenze dell’incarico.
Nel giorno in cui la Schlein ha abbracciato Giuseppe Conte (mentre lei era in delegazione alla manifestazione del M5S sulla precarietà) tutti i nemici si sono uniti e sono usciti allo scoperto all’insegna dello slogan: «La Schlein sta svendendo il Pd a Conte». Una tesi a dir poco ridicola, alla luce dei sondaggi: nella serie degli ultimi tre mesi la neo-segretaria aveva riportato il Pd ai livelli dell’era Zingaretti. Nel giorno in cui chiudiamo questo articolo, un sondaggio di Swg per il tg di Enrico Mentana indica il Pd al 20%.
A tutti questi veleni si aggiunge un tema vero: nella composizione degli organismi dirigenti e dei gruppi parlamentari, la Schlein ha promosso molti volti nuovi che non vengono dalla storia delle correnti e del partito. Uomini e donne come Marta Bonafoni o Paolo Ciani che hanno molto caratterizzato, negli anni le loro posizioni pacifiste.
“Gli Schlein”, come vengono chiamati, non sono percepiti come uno dei normali avvicendamenti tra maggioranza e opposizione (dove nei gruppi dirigenti del Pd tutti si conoscono dalle elementari) ma come degli Ufo, gente con cui è difficile fare degli accordi. Ed è a questo punto che occorre tornare alla lunga e acida esternazione del governatore della Campania di lunedì scorso.
De Luca ha giurato vendetta alla Schlein per due nobilissimi motivi. Il primo è la degradazione dell’amato figlio Piero, che in età lettiana era riuscito a diventare vice-capogruppo a Montecitorio. Il secondo è la sua ferma risoluzione di ricandidarsi alla guida della Regione. Una scelta che la Schlein considera inopportuna, e a cui si oppone (per adesso) con la moral suasion.
De Luca, tuttavia, con il suo fiuto di animalone politico ha capito una cosa importante: i suoi tempi di scelta non gli consentono di attendere le elezioni europee della prossima primavera. E se arriva alle europee, dato il consenso di cui gode tra gli elettori, la segretaria si conquisterebbe il diritto di dare le carte alle elezioni politiche. Ovvero il potere di decisione sulle liste elettorali che il Rosatellum assegna a tutti i segretari. Un bel problema, dunque, per tutti gli oppositori scoperti e non.
Ecco perché il governatore ha deciso di alzare i toni, sparando a zero sulla Schlein: «Ha rotto con i cattolici, con il mondo delle imprese e non dice nulla sul mondo del lavoro, soprattutto dei giovani», dice De Luca. E subito dopo, tirando alle elezioni amministrative scorse: «È stato un disastro».
De Luca annuncia, per settembre, una «operazione verità». Ovvero un evento in cui mettere sotto accusa in modo organico e sistematico la segretaria del Pd e la sua linea. Ma se non è un ammutinamento poco ci manca. La scelta è quella di porsi come catalizzatore dei lanciatori di “coltElly” per far uscire allo scoperto chi rema contro il nuovo corso “sottocoperta”.
Domanda: quali forze riusciranno a raccogliere gli oppositori occulti e palesi? Dirlo adesso è difficile, e dipenderà da come si chiudono le porte dell’estate, dal Governo al Mes, alla Rai.
Ciò che invece è evidente, anche in questa ultima drammaturgia, è un problema strutturale che si ripete da anni: accadde con il fondatore, Walter Veltroni, che si dimise senza fare i nomi degli oppositori interni dopo la sconfitta delle regionali sarde del 2007. Accadde con Pierluigi Bersani, accoltellato con la manovra di Palazzo dei 101.
E la fronda colpì duramente anche Nicola Zingaretti, arrivato a una lettera di dimissione drammatica, e ad un messaggio choc: «Mi vergogno del mio partito». Anche in quel caso Zingaretti denunciò i suoi oppositori ma non fece i nomi. Poi la sconfitta elettorale di Enrico Letta, con un addio mesto e silenzioso di tutti quelli che lo avevano voluto.
Con l’arrivo della Schlein il fuoco amico è ripreso. Sembra che il Pd sia divorato dal paradosso delle primarie: quando il leader è investito di un grande consenso, i gruppi dirigenti si preoccupano e parte la contraerea di Palazzo. Quando invece il leader è espressioni delle élites politiche tradisce il consenso e perde gli elettori. Molti, anche tra i più scaltri soffrono male.
Per questo, quando nel lunedì in cui esplode il caso De Luca incontro Elly Schlein, mi stupisce il suo sangue freddo. Risponde a De Luca senza citarlo, e spiegando: «Ho dovuto commissariare la Campania per alcune gravissime irregolarità nella gestione del partito durante le primarie». Per il governatore è l’equivalente di uno schiaffo in faccia.
Ma la cosa che mi stupisce – perché non me l’aspetto – è la metafora calcistica con cui la Schlein commenta la sua lotta interna: «Quando ero ragazza, al mio paese, mentre aspettavamo lo scuolabus, giocavano a pallone…». E… «E mai una volta invita mia, correndo intorno al campo sono rimasta dietro un maschio!». Sorriso. E… «Mi divertivo a confondere l’avversario con la veronica».
Qui la Schlein ride di gusto: «È una finta di corpo, non facile da seguire, che consiste nel cambiare direzione, bruscamente, confondere il marcatore e saltarlo andando a rete». Pausa, la guardo stupito e lei, ridendo: «Mi viene molto bene, sa?». Non capisco se parla del calcio, di De Luca, o del Pd. Un avvertimento importante per gli Elly coltelly.
(da TPI)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
NON SOLO IL CASO SANTANCHE’
Aveva ragione Cirino Pomicino nel definire Daniela Santanchè
senza vergogna. La sua esibizione in Senato lo ha confermato una volta di più. Indispettita per essere stata messa con le spalle al muro dalle rivelazioni delle sue malversazioni societarie, di cui anche quotidiani tutt’altro che nemici hanno fornito conferme, non ha fatto altro che seguire il refrain del più puro berlusconismo d’antan: attaccare media e magistrati, in linea peraltro con i sodali internazionali del suo partito al potere in Polonia e Ungheria.
Tuttavia non è solo il ministro del Turismo a essere senza vergogna. È una caratteristica condivisa dal governo e dalla maggioranza nel suo complesso. Qualche esempio. Il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, oltre a descrivere i migranti come carichi a perdere, è arrivato a negare l’evidenza, e le sue responsabilità, nella tragedia di Cutro.
Buon secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che balbetta di informazioni segrete ma non troppo se divulgate dai suoi sodali di governo, per arrivare a dare il la all’evasione fiscale di massa, argomentando le difficoltà a pagare le tasse dei poveri imprenditori (che, notoriamente, non possono permettersi un commercialista).
Il ministro dell’Agricoltura e del Made in Italy, Francesco Lollobrigida, da par suo ha rilanciato messaggi xenofobi conditi di complottismo paventando la “grande sostituzione” della razza bianca da parte degli immigrati di colore, un topos della estrema destra razzista di tutta Europa. Tanto per capirci, era proprio questo il rovello che tormentava Anders Breivik, il norvegese che sterminò 77 giovani socialisti perché li riteneva responsabili di quel progetto.
Per rimediare al disastro Lollobrigida ha fatto la parte dell’ingenuo e dell’ignorante, di chi non sa quello che dice. Invece, chi viene dal quel mondo come il nostro ministro, sa benissimo cosa significhi grande sostituzione, dato che non è una espressione del linguaggio comune. Abbiamo poi il sottosegretario alla Cultura, Vittorio Sgarbi, che benché non avesse bisogno di alcun nuovo elemento per essere screditato agli occhi di una opinione pubblica decente, ha offerto un’altra perla del suo stile triviale e sessuomane, discettando di imprese erotiche al museo Maxxi di Roma. Dopo una tale esibizione, che sarebbe istruttivo proiettare in contesti europei per vederne le reazioni, le sue dimissioni sarebbero state imposte nel giro di un nanosecondo.
Ma inutile sperare: la civiltà delle buone maniera è stata sepolta da vent’anni e più di egemonia culturale forzaleghista. Infine, e soprattutto, sono senza vergogna quei politici che hanno linciato il deputato Soumahoro per gli illeciti compiuti dalla sua famiglia, a cui lui era del tutto estraneo, mentre oggi reggono la coda a Santanchè: una pletora di urlatori razzisti che non esitano a comportarsi in parlamento come ultras delle curve quando parla Souhamouro, sommergendolo di urla e ululati, al punto che meriterebbero anch’essi un daspo come ai tifosi che dileggiano i calciatori di colore. Questo governo di incompetenti e di sguaiati dovrebbe trovare un argine in una opposizione compatta e battagliera. Invece, è più attenta a distinguersi che a cooperare per proporre una alternativa.
(da editorialedomani.it)
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Luglio 7th, 2023 Riccardo Fucile
IL FIGLIO E LA NUORA FREQUENTANO IN VERSILIA UNA MAGIONE DI 400 METRI QUADRI A DUE PIANI CON 16 ETTARI DI GIARDINO E PISCINA
La famiglia allargata di Prigozhin possiede una villa in Italia. Più precisamente a Forte dei Marmi, una delle città più russe d’Italia, dove secondo alcune cifre fornite nel mercato immobiliare, 2500 di circa 7000 magioni di lusso o extralusso sono possedute da russi, spesso attraverso società di comodo offshore.
Di questa villa ora, grazie alla fondazione Fbk e a Georgy Alburov, possiamo raccontare alcuni dettagli. La Stampa è anche in grado di rivelare che in Italia è passata, anche a guerra iniziata, la nuora di Prigozhin, Ekaterina Inkina (che ne è proprietaria) moglie di Pavel Prigozhin, il figlio del capo di Wagner.
Inkina è entrata e uscita più volte, è stata al Forte, non è sottoposta a sanzioni, ma certo la circostanza potrebbe risultare imbarazzante per le autorità italiane. Pavel, il figlio di Prigozhin, è stato almeno una volta in Italia negli ultimi anni. Più volte le sue due sorelle, le figlie di Prigozhin Polina e Veronica, che sono spessissimo in Germania, Francia, e anche in Italia (partecipano serenamente a concorsi equestri, una delle loro passioni). Senonché, tutti i figli di Prigozhin sono sanzionati in Ue, e non potrebbero al momento mettere piede nei paesi dell’Unione europea.
Diverso è il problema della villa, che essendo intestata alla nuora per ora non è ricaduta nel perimetro dei sequestri e dei congelamenti operati dallo stato italiano (anche se, come nel caso del celebre “yacht di Putin” a Marina di Massa, tutto dipende dalla “volontà politica”: Mario Draghi si adoperò per farlo sequestrare nonostante fosse intestato formalmente a quello che sembrava un prestanome, un altro russo, molto vicino a Igor Sechin).
La villa dei Prigozhin a Forte dei Marmi si chiama “Villa Arina”, è una graziosa costruzione a due piani in stile finto neoclassico di 400 metri quadrati con piscina e 16 ettari di giardino, costo che potrebbe oscillare tra i 3,5 e i 4 milioni di euro.
I genitori di Ekaterina Inkina sono nello stesso business di partenza di Prigozhin (il quale, come si sa, ha poi fatto tante altre cose), la ristorazione a San Pietroburgo, e anche loro hanno lavorato soprattutto con commesse pubbliche e contratti con grosse entità del capitalismo di stato, per esempio organizzando i banchetti di Gazprom. La villa al Forte fu comprata nel 2017 dal padre di Inkina, Sergei. Ma è chiaro che l’impero dei Prigozhin raramente ha beni intestati a Evgheny, per evitare che cadano sotto sequestro.
Intanto le aziende di Pavel, il figlio di Prigozhin, che fa l’immobiliarista principalmente a San Pietroburgo, nell’anno dell’aggressione all’Ucraina hanno avuto guadagni record, 900 milioni di rubli (9 milioni di euro), e il suo patrimonio complessivo è stimato dalla Fondazione Fbk in 3 miliardi di rubli. Nell’anno di guerra solo le società di catering di Prigozhin hanno avuto contratti dallo stato per una somma record di quasi 100 miliardi di rubli. Pavel, appena 24 anni, è anche proprietario del centro d’affari di Sinop (solo il terreno dell’edificio vale oltre 1,2 miliardi di rubli – 15 milioni di euro). Resta molto difficile stimare il patrimonio complessivo di Evgheny Prigozhin, che però secondo diversi collettivi giornalistici indipendenti russi è attorno ai 20 miliardi di dollari. Il 2 luglio il propagandista di stato russo Dmitry Kiselyov, sulla tv di stato russa, ha comunicato che Prigozhin ha ricevuto in tutto circa 20 miliardi dollari dal Cremlino (10 per Wagner, e 10 per la società di approvvigionamento, Concord). Un tempo al Cremlino dicevano che Prigozhin neanche esisteva.
Va notato che durante le ormai celebri perquisizioni nella villa di San Pietroburgo del capo di Wagner – di cui ieri La Stampa ha anticipato in Italia le fotografie che sono state scattate durante l’operazione o sequestrate in casa – sono stati anche trovati gli stampi di 600 aziende, che altrimenti sarebbero difficilissime da collegare, e rappresentano una possibile mappa della costellazione delle commesse pubbliche ricevute dal personaggio più demoniaco e flamboyant dell’intera guerra della Russia all’Ucraina.
(da La Stampa)
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