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EPOPEA, IMPRESE, E VANITÀ DEL MINISTRO DELLA CULTURA CHE SI PRESENTA COME L’EREDE DI SPADOLINI E RONCHEY

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

HA CAMBIATO CINQUE PARTITI, PER GLI AMICI È AFFETTUOSAMENTE ‘GENNY ‘O MIRACOL(ATO)’, ‘GENNY CINQUE PARTITI’, ‘GENNY’ ‘O PAVONE’

Voleva somigliare a Benedetto Croce, ma si è convinto che Benedetto Croce somigli a lui. Da quando è ministro del governo Meloni, si presenta così: “Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura come Giovanni Spadolini e Alberto Ronchey”. Subito dopo: “Già direttore, scrittore, giornalista, docente universitario. Grazie”.
Quando un giornalista gli chiede un’intervista la sua risposta è: “Io non rilascio interviste, ma scrivo editoriali, il cui posto è in prima pagina. Un palchetto, grazie”. Le ultime scivolate, il ministro direbbe incomprensioni, non restituiscono pienamente l’originalità, la complessità del “federale” di Soccavo, il Brancaleone vien Napoli, con l’occhiale stringinaso, il pince-nez e la fotografia di Giuseppe Prezzolini dentro al portafogli.
Se gli capitate a tiro vi lancia gavettoni di Croce-Soffici-Papini-Marinetti-Longanesi. Plaf! Clinicamente siete spacciati. C’è una frase che annuncia l’apertura delle ostilità: “Come dice …”. Ogni volta che il cronista con la penna si imbatte in Sangiuliano, armato di microfono, il cronista soffoca. E’ il gas Sangiuliano, solfuro nebuloso, molecole sprigionate dal suo spazzolone acchiappa polvere. E’ polvere da biblioteca, polvere della Sangiuliano Library.
Lo chiamano Genny, all’americana, perché ha scritto una biografia su Reagan, oltre ad aver fatto lo “spallone” del conservatorismo, lo ha dichiarato sul Corriere (“in Italia, il conservatorismo di Bush l’ho importato io”) e dato alle stampe la fondamentale biografia su Trump (altra dichiarazione) “a cui un giorno consegneranno il Premio Nobel”. Le profezie di Sangiulianus.
Per gli amici è affettuosamente “Genny ‘o miracol(ato)”, “Genny cinque partiti”, “Genny ‘a Croce”, “Genny’ ‘o pavone”, mentre per gli ex colleghi, i cronisti che hanno lavorato con lui all’Opinione del Mezzogiorno (giornale liberale) Il Roma, L’Indipendente, Libero, e poi in Rai, è solo “l’intellettuale che ha scritto più libri di quanti ne ha potuti leggere”.
Se gli chiedete quanti libri possiede è come chiedere a un bambino di dieci anni: “La vuoi una bicicletta nuova?”. Mai farlo. Afferma di possedere quindicimila volumi e ne ha scritti diciotto, come diciotto sono i premi che ha ricevuto, e sono solo esercizi per arrivare al capolavoro che ha in cantiere: “Sangiuliano, una vita”, edito dalla Sangiuliano editore, distribuito in tutti i musei italiani, dove un giorno non ci potrà che essere una fotografia di Sangiuliano all’ingresso.
In pochi mesi, da ministro della Cultura, ha demolito la critica dantesca con la frase: “Dante è di destra”. Ha mandato in cortocircuito gli economisti affermando, prima, che i musei devono essere a pagamento, dopo, che è necessario aggiungere altre tre giornate di musei gratis. Ai francesi ha chiesto di restituire sette opere e si attende anche la Gioconda che appenderà, personalmente, a Palazzo Chigi, nello studio di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario che non ama la Francia.
Su Twitter, sul profilo, ha postato una intervista al Corriere di Bologna, e, sotto, si è auto-complimentato: Sangiuliano piace a Sangiuliano. La sua idea, “voglio in Rai una fiction su Fallaci”, era così buona che era già venuta a qualcun altro. Infaticabile.
Si è inventato anche il treno veloce Roma-Pompei che partiva però una volta al mese. Per pubblicizzare l’iniziativa ha fatto salire in carrozza la premier, rinchiuso i giornalisti nel vagone “banditi”. I giornalisti come i lazzari. Stava per scoppiare un’insurrezione. Il caldo ha fatto il resto. […] La buona notizia è un’altra: il treno, anziché partire una volta al mese, dopo questo Quarantotto, partirà una volta a settimana, perché, come spiegherebbe il ministro Sangiuliano, “questa è un’iniziativa di sistema”.
Il problema, nel caso di Sangiuliano, è l’iniziativa. Per dimostrare che Borges, rispetto al ministro, era solo un magazziniere di Buenos Aires, ha dichiarato, in diretta, nel corso della finale del Premio Strega, che “ho ascoltato le storie espresse nei libri finalisti e sono tutte storie che ti prendono e che ti fanno riflettere. Proverò a leggerli”. Quando Geppy Cucciari, che conduceva l’evento, ha chiesto: “Ah, dunque non li ha letti?”, da ministro, Sangiuliano, ha proseguito: “Sì, li ho letti, perché ho votato, ma voglio, come dire, approfondire”.
Manca di ironia, la famosa sostanza che, per il ministro, è la forza del conservatore, la patente che esibisce a ogni conferenza: “Io sono un conservatore”. L’ironia la accetta quando a praticarla è lui, ma quando la subisce vi manda la polizia regia e gli avvocati: “Un milione di euro di risarcimento”. Maurizio Crozza ha trovato in Sangiuliano un’altra maschera italiana. Come spiegherebbe Sangiuliano questo non è altro che il risultato di una “cultura egemonizzata” e di un “giornalismo obnubilato” dal pensiero unico.
Da giornalista ha amato i giornali che, altra intervista, “lo stato ha il dovere di sostenere. Come dico ai miei studenti (è professore di Storia dell’Economia alla Luiss Guido Carli) e dunque il mio consiglio è comprate ogni mattina un giornale e leggetelo bene”.
Ora che i giornali non li scrive, i giornali li maltratta. Dice che “i giornali sono già vecchi al mattino”, tranne se ospitano un suo fondo. Per giustificare questo suo giudizio si arrampica su Heidegger, Omero, la Scuola di Francoforte. Dalla Francia in su è tutto esotico e si può citare senza essere smentiti, tanto chi ha il tempo di andarsi a riprendere le opere di Heidegger custodite nella Sangiuliano Library? Le sue locuzioni sono appunto “Ricordo”; “Come dice …”. A volte, ricorda male.
Sangiuliano è il ministro “a memoria” e, infatti, da piccolo, a sette anni, ha raccontato al Mattino, “mi regalarono un libro sul Risorgimento e lo imparai quasi a memoria”. A memoria ricicla sempre lo stesso discorso sul Futurismo e su Croce che è il suo stuzzicadenti.
Indossa abiti di sartoria, scarpe cucite a mano, cravatte impeccabili, poi però inforca gli occhiali da sole, tutti neri, e pure i bambini si chiedono: “Mamma, mamma, ma chi è?”. Un fotografo: “A me ricorda Totò, quello de La Patente”. Un altro: “Sembra il monaceddhu”. Essendo un conservatore non potrà che comprendere l’ironia di questo passaggio.
Essendo nato a Napoli, nel 1962, dove la scaramanzia è un impasto con la fede, non potrà che perdonare. E’ cattolico. Possiede una collezione di statuette di San Gennaro. La madre Adele è di origine molisana, di Agnone, il paese delle campane, e della Fonderia Marinelli. Da ministro, Sangiuliano è andato, naturalmente, ad Agnone, il 10 dicembre 2022, garantendo che il Molise “entrerà nel grande circuito turistico nazionale”.
Appena si è insediato al ministero ha messo le cose in chiaro con i commessi: “Ho venduto più libri io che Dario Franceschini”. E’ l’ex ministro della Cultura, del Pd, a cui ogni mattina Sangiuliano fa i conti: “Anche oggi, secondo le classifiche, ho venduto più libri di Franceschini. Cominciamo”.
Ha chiamato come suo segretario generale Mario Turetta che però, cronache dal ministero, vorrebbe già scappare via, come è già scappata via Marina Nalesso, portavoce ed ex giornalista del Tg2 che è tornata al Tg2 con i suoi rosarioni al collo.
Sangiuliano tende alla “denastasizzazione”, un processo di allontanamento di tutti i dirigenti del Mic, che ritiene vicini all’ex capo di gabinetto Salvo Nastasi, la sua malabestia, lo spirito che, secondo Sangiuliano, si aggira ancora in quelle stanze: “Dov’è? Io so che c’è? Lo sentite?”.
Per stare il meno possibile in questo ministero, abitato da diavoli, Sangiuliano torna alle origini, a casa, a Napoli. Quasi tutte le sue missioni hanno come luogo d’arrivo la Campania, e ultimamente erano così numerose che al ministero, un giorno, si sono accorti di aver esaurito il budget per le uscite. Il treno Sangiuliano express, quello, sì, che parte ogni giorno e percorre la tratta Roma-Napoli, sua città, suo riferimento dove sogna di candidarsi presidente della regione se non fosse che il viceministro Edmondo Cirielli ha già prenotato quella casella. Si dice che, alla fine, si presenterà alle Europee per FdI come vuole Meloni, e anche sua moglie, la giornalista Rai, Federica Corsini.
Sangiuliano è al suo secondo matrimonio. La sua prima moglie è di San Severino Marche, paese caro a Vittorio Sgarbi, il sottosegretario alla Cultura, già richiamato all’ordine dal ministro dopo la serata Maxxi, in tutti i sensi, al museo di Roma: “Il ministro prende le distanze da Sgarbi”. Turpiloquio, sgarbismi, e lui, Sangiuliano, si è perfino indignato, “non va bene”, come se non fossero tutti compagni di banco.
Nello stesso edificio ci stanno Sangiuliano, Sgarbi, il cantautore Morgan, il sottosegretario Mazzi, sparring partner di Giletti, e prima ancora c’era Francesco Giubilei, come consigliere del ministro. Ma consigliere è pure la bacchetta musicale, Beatrice Venezi. Stanno a Sangiuliano come la coda sta al pavone. Il Moulin Rouge è un convento se equiparato a questo ministero. Se organizzano eventi è sold out. Tutti gli spostati d’Italia chiederebbero l’iscrizione al club.
§La prima tessera, di partito, Sangiuliano l’ha presa a Soccavo, presso la sezione dell’Msi. Con la famiglia si sposta poi al Vomero, l’Arenella, scuola a salita Stella, dietro via Foria. Ha un fratello, Massimo, di cui non parla, al contrario di come fa del cugino Riccardo Sangiuliano, il Gigi Rizzi dei nostri anni, secondo Genny. Rizzi è l’italiano che aveva avuto un flirt con Brigitte Bardot, ma Riccardo è stato marito di Nathalie Caldonazzo, ha baciato Emma Winter, ex moglie di Andrea Agnelli, e oggi viene paparazzato con l’attrice Claudia Gerini.
“Mio cugino Riccardo” vale un capitolo di “Sangiuliano, una vita”. Per anni, agli intimi, Genny raccontava, orgoglioso, le ultime avventure di mio “cugino Riccardo”, il Sangiuliano al rovescio. Giornalista è Genny, mentre manager, nei fondi d’investimento, è Riccardo. Il fratello Massimo è nell’ombra.
Genny e Massimo. Li cresce entrambi, da sola, mamma Adele, sarta, governante a casa del senatore dell’Msi, Francesco Pontone. Sangiuliano perde il padre da bambino. Frequenta il liceo Pansini, succursale del Sannazzaro, va a scuola con Antonio Martusciello, l’uomo forte di Forza Italia in Campania. Genny voleva fare il notaio, ma anche il medico, infine ha scelto la professione di giornalista
Il mestiere da giornalista lo ha appreso nientemeno che da Raffaele La Capria, così garantisce. E qui c’è da restare Ferito a Morte, come nel celebre libro di La Capria. Questa è la versione ufficiale di Sangiuliano. Ora l’altra. Milita nel Fuan, diventa segretario della giovanile a Napoli. Si accorge presto che l’Msi è troppo piccino per i suoi sogni.
Passa con i liberali. Si avvicina all’ex ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo, e va a lavorare in quota liberale a Canale 8, piccola emittente locale dei vicerè napoletani. Quando De Lorenzo viene travolto dalle indagini, processi, tangenti, Sangiuliano collabora già all’Indipendente. Gli amici di Alleanza Nazionale, Italo Bocchino, Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, tutta una famiglia, dimentica la sbandata liberale e lo abbraccia nuovamente.
Viene chiamato a Il Roma, ma mentre è a Il Roma, grazie ad An, si apparta con Forza Italia e riesce a farsi candidare nel 2001, nel miglior collegio di Napoli, Chiaia-Vomero-Posillipo. Viene battuto dall’avvocato Vincenzo Siniscalchi, candidato con la sinistra. I suoi amici di destra non sapevano nulla della candidatura.
Lo scoprono e rimangono senza parole. Era già Genny Verne: ventimila leghe sotto il Tirreno. Sconfitto alle elezioni torna a collaborare a Il Roma, perché, a Napoli, un editoriale non si nega a nessuno, nonostante il secondo tradimento a destra. Prende in mano la redazione romana di Libero, grazie all’aiuto di Gasparri. Non gli basta. Vuole andare in Rai. E ci riesce, ma grazie a Forza Italia (ancora) che intercede con Flavio Cattaneo, allora dg Rai e oggi attuale ad di Enel.
Per irrobustire il cv, e preparare il salto in Rai, Sangiuliano viene promosso vicedirettore di Libero. La vicedirezione gli permette di essere assunto come inviato Rai del Tgr, ma su Napoli, dove garantisce, sempre a Forza Italia, di rimanere per difendere le ragioni del partito.
Transita dal Tgr al Tg1, caposervizio, caporedattore, ma questa volta lo fa in quota An. Ne diventa perfino vicedirettore: “Ho avuto la stanza di David Sassoli”. Ha composto inni pure per Gianfranco Fini tanto che Fini gli diceva: “Gennaro, anche meno”. Ogni promozione di Sangiuliano corrisponde a un partito scaricato e un altro afferrato. Tarzan, al confronto, era un pensionato.
Con servizi su misura, l’arte del soffietto, riesce a fare dimenticare la sua candidatura sciagurata. Il suo nome gira come possibile candidato per la regione Lazio, Campania tanto che nel 2021, baldanzoso, riconosce: “E’ vero. Mi hanno candidato ovunque ma io resto fedele alla mia passione, il giornalismo”.
Si inventa all’interno dell’Usigrai, il politburo dei giornalisti Rai, la corrente anti Usigrai, Pluralismo e Libertà, insieme a Paolo Corsini e Giuseppe Malara. Sangiuliano è stato anche allievo del giurista Guido Alpa. Ha dato esami di diritto con Giuseppe Conte, il leader del M5s, che alla Camera ora prende sotto braccio.
Nel 2018 viene nominato direttore del Tg2, ma lo diventa, e siamo a quattro partiti, in quota Lega. Seduce Matteo Salvini con la sua biografia su Putin, biografia che dice Sangiuliano, “ha venduto centomila copie”, e che gli ha permesso di acquistare il box auto rinominato anche il “box Putin”. E’ il suo vanto. Il box. Il Tg2 viene definito Tele Visegrad. Gaffe, servizi sballati, ma la fede, in quel momento è salda. In realtà non era fede. Erano solo i sondaggi che dicevano: meglio buttarsi sulla Lega. Nasce il governo gialloverde e per Sangiuliano il direttore di
Non appena FdI vola nei sondaggi, Sangiuliano riscopre l’antico amore. E’ alla convention di FdI del maggio scorso. La partecipazione gli costa una lettera di richiamo dalla Rai. Il 24 settembre, da direttore del Tg2, intervista Meloni e le fa la domanda: “Lei potrebbe essere il primo presidente donna della storia repubblicana. E’ un riscatto per tutte le donne italiane?”.
A Meloni alcuni amici hanno chiesto: “Ma perché tra tutti i possibili ministri della Cultura, hai scelto proprio Sangiuliano?”. La sua risposta: “Ha una qualità unica. E’ il solo intellettuale di destra che non vuole piacere alla sinistra. Sangiuliano non ha bisogno di essere qualcos’altro. Sangiuliano vuole essere solo Sangiuliano”. E Sangiuliano infatti si trattiene.
Dietro quel viso morbido nasconde la sua vera natura, come si nasconde dietro ai libri, come gli inquisitori spagnoli si nascondevano dietro al crocifisso. Dietro c’è il fondamentalismo. Il suo ministero lo intende come il Santo Uffizio. Non brucia libri, ma brucia di vanità.
(da Il Foglio)

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STASERA ZAKI ATTERRERÀ A MILANO CON UN VOLO DI LIENA E POI ANDRÀ A BOLOGNA. E SPIEGA: “LA SCELTA DEL VOLO E DELLA CITTÀ DI ARRIVO SONO UN MESSAGGIO POLITICO”

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

CHISSÀ SE AD AL-SISI HANNO DATO IN CAMBIO LA MEMORIA DI GIULIO REGENI

«La scelta del volo e della città di arrivo sono un messaggio politico». Ultimi metri per Patrick Zaki prima di salire sull’aereo che oggi lo porterà in Italia. Sono state ore davvero intense, in cui mantenere la lucidità non è stato sempre facile.
«I giornali mi hanno attaccato, mi sono arrivate pressioni da tutte le parti», spiega mentre sta preparando i bagagli. Lui però non può fare a meno di essere un attivista. E alla fine ribadisce: «Quella del volo e della città di arrivo sono un messaggio politico».
Il riferimento è alle polemiche nate dopo la decisione di non usufruire del volo di Stato messo a disposizione da Palazzo Chigi. E poi aggiunge: «Ho deciso di non dire più nulla fino a quando non varcherò i confini. Allora chiarirò tutto».
C’è stato il rinvio del rientro in Italia per problemi burocratici legati al rilascio del nullaosta a viaggiare all’estero. Ma, finalmente, oggi pomeriggio Zaki atterra a Malpensa. Poi, in auto, verso Bologna insieme al rettore Giovanni Molari e alla professoressa Rita Monticelli. Saranno loro i primi due volti che il ricercatore vedrà dopo tre anni. Nessuna dichiarazione ai giornalisti verrà fatta in aeroporto, scandisce il comunicato dell’Ateneo. L’appuntamento per la stampa è in serata nella Sala VIII Centenario del rettorato.
Ad alimentare le polemiche degli ultimi giorni, pure la scelta di Zaki di non passare prima da Roma a incontrare e figure politiche
Nessun appuntamento è previsto con esponenti dell’esecutivo per il momento, così come ancora non è programmato il conferimento fisico della cittadinanza onoraria bolognese da parte del Comune. Però nei prossimi giorni ovviamente l’agenda potrebbe cambiare. Anche per la festa ufficiale bisognerà aspettare il 30 luglio. Ma non è assolutamente da escludere che in serata Patrick passerà già stasera ad abbracciare gli amici e i sostenitori nella piazza cantata da Lucio Dalla.
(da agenzie)

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AI FUNERALI DEL KILLER MAFIOSO DI LEA GAROFALO HA PARTECIPATO PURE L’ASSESSORA COMUNALE DI CENTRODESTRA

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

NON BASTAVA IL MANIFESTO FUNEBRE VERGATO DAL COMUNE, UNA VERGOGNA SENZA FINE

Non bastavano i manifesti che esprimevano la vicinanza dell’amministrazione comunale alla famiglia di Rosario Curcio, morto suicida in carcere a Opera dove stata scontando l’ergastolo perché ritenuto uno dei responsabili della morte di Lea Garofalo.
Un membro dell’amministrazione comunale ha preso parte anche ai funerali: presente alla cerimonia c’era l’assessora Maria Berardi.
Perché tutta questa solidarietà a un uomo della ‘ndrangheta? Perché l’amministrazione comunale ha espresso tutta questa vicinanza a un ergastolano accusato di aver ucciso una delle donne più stimate d’Italia? Perché non esprimere vicinanza e solidarietà a Lea e per di più nella sua città?
I funerali si sono tenuti a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, paese natale anche di Lea: a sciogliere nell’acido a Milano la donna testimone di giustizia contro la ‘ndrangheta è stato proprio Rosario Curcio. Il Tribunale di Milano lo ha così condannato in via definitiva all’ergastolo ritenendolo così proprio uno degli autori del femminicidio maturato in ambito mafioso. Lea Garofalo è stata uccisa a Milano perché dopo aver deciso di separarsi dal boss Carlo Cosco aveva raccontato tutto alla magistratura.
Eppure, saputo del suicidio in carcere di Curcio, l’amministrazione locale in poco tempo ha fatto girare per le vie di Petilia Policastro un manifesto funebre che così citava: “Il sindaco Simone Saporito e l’Amministrazione comunale partecipano al dolore che ha colpito la famiglia Curcio per la perdita del caro congiunto”. Con tanto di nome e cognome del sindaco, cosa che non capita spesso. Perché scomodarsi così per chi ha ucciso Lea Garofalo?
Ai funerali di Curcio non bastavano fiori e palloncini, uno striscione con l’immagine del defunto in tenuta da body builder e il simbolo della Juventus (era un tifoso bianconero?). Ha partecipato anche un rappresentante istituzionale. Intanto in molti dopo i manifesti ne hanno chiesto le dimissioni del sindaco: primo tra tutti il Partito Democratico sia di Petilia Policastro che della provincia di Crotone con il suo rappresentante Leo Barberio. E poche ore fa, appreso della partecipazione dell’assessora comunale ai funerali, il Prefetto di Crotone ha chiesto un colloquio al primo cittadino per avere spiegazioni.
Sulla questione dei manifesti il sindaco Saporito aveva risposto con un secco “lo facciamo per tutti”.
Chi era la testimone di giustizia Lea Garofalo
Lea Garofalo fu una delle prime donne a ribellarsi alla sua famiglia di ‘ndrangheta. Nel 2002 decise di parlare con la magistratura, in cambio lo Stato la inserì insieme alla figlia Denise, avuta con l’ex compagno Carlo Cosco, nel programma di protezione. Ai giudici raccontò la ‘ndrangheta a Petilia Policastro e la guerra tra clan per lo spaccio di droga. Nel 2009 sfuggì a un primo tentativo di omicidio mentre si trovava a Campobasso. Ma non al secondo: il 24 novembre del 2009 Carlo Cosco convinse Lea Garofalo, che intanto era uscita dal sistema di protezione, di incontrarsi per parlare del futuro della figlia. L’appuntamento era a Milano.
Le telecamere comunali la ripresero per l’ultima volta camminare con la figlia per le vie della città. Il corpo di Lea venne trovato tempo dopo nel quartiere San Fruttuoso a Monza, dove era stato dato alle fiamme per tre giorni. Durante il processo Denise si schierò contro il padre. Nel 2014 la Cassazione ha confermato l’ergastolo Carlo e Vito Cosco, Massimo Sabatino e Rosario Curcio. La pena per Carmine Venturino venne scontata a 25 anni di reclusione perché decise di collaborare con la giustizia.
(da Fanpage)

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PERCHE’ ALLE ELEZIONI DI OGGI IN SPAGNA UN PUGNO DI VOTI PUO’ DECIDERE IL DESTINO DI TUTTA L’EUROPA

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

AVRA’ IMPORTANTI RIPERCUSSIONI SIA CHE CHE VINCA FEIJOO SIA CHE PREVALGA SANCHEZ

È l’ultimo grande appuntamento elettorale prima delle elezioni europee. È un testa a testa tra destra e sinistra. Ed è la prima volta che la destra estrema potrebbe davvero andare al governo. Basterebbe questo per dire che quelle che si terranno in Spagna oggi, domenica 23 luglio, non sono elezioni qualunque. E non sono elezioni che riguardano solo gli spagnoli. Perché il loro esito, oggi quanto mai appeso a un filo, potrebbe davvero condizionare gli equilibri di un intero continente.
Partiamo dagli sfidanti. Il premier uscente Pedro Sanchez, innanzitutto. Socialista, a capo di una coalizione che comprende anche la lista unica della sinistra, Sumar, guidata dalla sua ministra del lavoro Yolanda Diaz. E poi Alberto Núñez Feijóo, presidente del Partido Popular, lo sfidante. Terzo incomodo Santiago Abascal di Vox, partito di estrema destra nazionalista. E poi tutte le piccole liste regionali, soprattutto quelle catalane, che coi loro parlamentari potrebbero risultare decisive per far pendere la bilancia da una parte o dall’altra.
Già, perché il risultato è davvero incerto. Feijóo è avanti nei sondaggi ma gli mancano una quarantina di seggi minimo per arrivare a quota 176, quella con cui si conquista la maggioranza del Congresso. Gli ultimi sondaggi gli danno dai 128 ai 140 seggi. Troppo pochi per sperare di governare da solo. Ecco perché il leader dei popolari potrebbe aver bisogno dei voti di Vox, con cui già governa in Castilla y Leon e che garantisce l’appoggio esterno a molti dei governi regionali spagnoli a guida popolare. I sondaggi accreditano Vox di 36/40 deputati. Potrebbero bastare se il PP arrivasse a quota 140.
Qui le cose si complicano, però. Perché Feijóo sta puntando tutto sul voto utile per i popolari, a discapito di Vox. E Abascal proprio per questo, non passa giorno senza ricordare quanto i popolari siano stati opposizione troppo morbida a Sanchez e ai socialisti, e che solo Vox darebbe la garanzia di un’alternativa. Anche ci fossero i numeri per un’alleanza di governo, insomma, i toni violenti utilizzati uno contro l’altro dai due possibili alleati non lasciano presagire una convivenza semplice.
Ecco perché a sorpresa potrebbero pure spuntarla i socialisti di Sanchez. Che al momento, assieme a Sumar, ballano attorno ai 140/150 seggi. Arrivassero a lambire i 150, potrebbero tentare un governo con i due partiti indipendentisti catalani, Junts ed Esquerra Repubblicana, entrambi attorno agli 8/9 seggi, che potrebbero decidere di sostenere la sinistra per evitare la salita al governo di Vox, che dalla sua lotta all’indipendenza catalana e della fine dello Stato pluri-nazionale spagnolo ha fatto la sua bandiera
Attorno a dieci, quindici seggi ci si gioca tutto, quindi. Dovesse prevalere la destra, la Spagna andrebbe a rimpolpare le fila dei tanti Paesi in cui l’estrema destra è arrivata – in questo caso da junior partner – al governo. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Italia, Svezia, Finlandia, insomma, avrebbero un altro alleato nel Consiglio Europeo per promuovere un’agenda fatta di frontiere chiuse, indifferenza al cambiamento climatico e prevalenza del diritto nazionale su quello comunitario. In attesa del prossimo voto in Belgio e Slovacchia, che con ogni probabilità, dovrebbe rimpolpare ulteriormente il gruppo.
Non solo: la vittoria della destra in Spagna potrebbe far pendere definitivamente la bilancia del Partito Popolare Europeo a destra, verso un’alleanza strategica del gruppo dei Conservatori e Riformisti di cui fanno parte, tra gli altri, Vox e Fratelli d’Italia. Non è un caso che tra un attacco e l’altro ad Abascal, il leader del PP Feijóo abbia invitato Meloni ad entrare a far parte del Partito Popolare Europeo.
Dovesse vincere Sanchez, invece, la valanga nera potrebbe arrestarsi proprio sul più bello. La rottura prolungata tra Feijóo e Abascal potrebbe avere ripercussioni anche al di fuori dei confini spagnoli, innescando un rinnovato dialogo tra popolari e socialisti in Europa, e rafforzando chi come la presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen mira al proseguimento dell’alleanza strategica tra popolari, socialisti, liberali e verdi. Un’eventualità, questa, che finirebbe per marginalizzare Giorgia Meloni e l’Italia, a discapito di un’asse Francia-Germania-Spagna.
Ultima possibilità: che i due leader, Sanchez e Feijóo, il cui consenso è in forte crescita a discapito della destra di Vox e della sinistra di Sumar, decidano di far saltare il banco e di riportare la Spagna al voto tra qualche settimana, se il risultato non fosse chiaramente a favore di uno o dell’altro. Abbastanza per tenere la Spagna col fiato sospeso ancora per un po’. E per aumentare la temperatura della politica della politica europea in questa estate torrida.
(da Fanpage)

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LA SANITA’ PUBBLICA VA IN FERIE: OSPEDALI IN PIENO ALLARME CALDO, UN MEDICO SU TRE E’ IN FERIE

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

“COMPROMESSA LA QUALITA’ DELLE CURE NEL 56% DEI REPARTI”

Sarà il caldo reso più insopportabile da quella cinquantina di corpi accatastati senza distinzione di sesso ed età, ma l’omone dà fuori di testa, aggredisce l’infermiere urlando: «Pago le tasse, qualcuno mi faccia almeno appoggiare da qualche parte». Pronto soccorso di un ospedalone romano, una registrazione speditaci da un paziente racconta una delle tante storie di ordinaria follia della sanità che d’estate va in vacanza. Ignorando che le malattie non prendono ferie. Perché a Roma si replica quel che si recita da Nord a Sud Italia: reparti e studi dei medici di famiglia che chiudono per ferie lasciando che a sbrigarsela siano i servizi d’emergenza. Già congestionati di loro, figuriamoci quando la metà dei camici bianchi e degli infermieri a luglio e agosto si godono il meritato riposo e alle loro spalle si tagliano i di per sé scarsi posti letto. Senza contare che grazie a Caronte gli accessi in ospedale in questi giorni sono aumentati del 20%.
A Milano in chirurgia i letti si dimezzano, nella terapia intensiva si riducono di un quarto. Si salvano i reparti di maternità, attivi all’80 per cento.
In Toscana, seguendo una prassi che va avanti da anni, nelle prossime settimane le aziende sanitarie chiuderanno alcuni reparti, concentrando il personale in quelli che rimarranno aperti. Una scelta, secondo il sindacato delle professioni infermieristiche, che ricadrà anche sui pronto soccorso, a rischio collasso per l’incapacità di liberare posti letto per accogliere nuove persone.
Fatti locali si potrebbe obiettare. Ma che non sia così lo raccontano i numeri di una indagine condotta da Fadoi, la Federazione dei medici internisti ospedalieri in ben 206 delle loro unità operative ospedaliere sparse in tutta Italia. Una situazione che rispecchia quello che avviene anche in larga parte dei dipartimenti di altre specialità mediche. Anche se, come specifica il Presidente Fadoi, Francesco Dentali, “nelle medicine il quadro è ancora più critico per via del fatto che i nostri reparti sono ancora erroneamente classificati come a ‘bassa intensità di cura’, il che non riflette in alcun modo la complessità dei pazienti anziani e con pluri-morbilità che abitualmente trattiamo nelle nostre Unità operative, che da sole assorbono un quinto di tutti i ricoveri ospedalieri”. “E questa anacronistica classificazione delle medicine interne implica già di per se una minor dotazione di tecnologie, medici e infermieri per posto letto, che diventa esplosiva nel periodo estivo, quando anche il nostro personale usufruisce del meritato riposo”.
Resta il fatto che, nonostante molti medici facciano gli extra per coprire i turni di notte ne il 56,8% salta i riposi settimanali, le attività ambulatoriali diminuiscono nel 52,7% dei casi e chiudono del tutto nel 15,1% degli ospedali, mentre complessivamente la qualità dell’assistenza sanitaria è compromessa nel 56% dei casi in modo sensibile.
Tra giugno e settembre, secondo l’indagine Fadoi, oltre il 91% dei medici usufruiscono dei 15 giorni di vacanze nel periodo estivo, come garantito dal contratto nazionale di lavoro. Questo comporta una riduzione degli organici in reparto che varia tra il 21 e il 30% nel 48% dei casi, tra il 30 e il 50% nel 19,4% dei reparti, mentre la carenza è tra l’11 e il 20% in un altro 21,8% dei casi.
Per chi resta il volume di lavoro aumenta nel 42,7% dei casi e ciò incide “abbastanza” sull’assistenza offerta ai cittadini nel 51% dei nosocomi, “molto” in un altro 15,5%, “poco” nel 21,2% dei reparti, “per nulla” soltanto nel 6,3%.
A risentirne nello specifico sono poi le attività ambulatoriali, che diminuiscono le loro attività nel 52,7% dei casi e chiudono del tutto in un altro 15,1% degli ospedali. Il 14,1% garantisce invece l’invarianza nel numero e nei tempi delle attività negli ambulatori, che sono rimodulate nei tempi ma invariate nel numero di prestazioni in un altro 18% di casi.
Se pur riducendo le attività d’estate gli ospedali non chiudono per ferie lo si deve ai sacrifici sostenuti dai medici per coprire la carenza di personale già di per se cronica. Ecco così che il 56,8% tra giugno e settembre vede qua e là saltare i riposi settimanali che pure dovrebbero essere sempre garantiti, mentre l’intervallo delle 11 ore di riposo giornaliero non è sempre assicurato per il 26,7% dei professionisti. Nello stesso arco temporale il 44,7% è obbligato coprire i turni notturni con attività aggiuntive, mentre il 28% è chiamato a garantire anche i turni in pronto soccorso (il 4,4% solo nel periodo estivo), con un numero di ore compreso tra le 12 e le 60 a settimana nel 56,1% degli ospedali, mentre nel 10,5% dei casi le ore trascorse nei Ps è addirittura superiore a 90. “E questo – denuncia a sua volta il Presidente della Fondazione Fadoi, Dario Manfellotto, va a tutto discapito dell’attività delle medicine interne, che già dotate di un minor numero di professionisti sanitari in rapporto alla complessità dei pazienti trattati, finiscono così per perdere ulteriori quote di personale, che anziché essere presente in reparto è dato ‘in prestito’ ai pronto soccorso”.
(da La Stampa)

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GOGNA MEDIATICA, SE I GIORNALI PROCESSANO LA VITTIMA DI VIOLENZA SESSUALE

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

PER SALVARE I POTENTI SI SCORAGGIANO LE DENUNCE… “COM’ERA VESTITA? COME ERA TRUCCATA? ERA DROGATA?”

I commenti e gli articoli usciti sui giornali in merito alla vicenda del figlio 19enne del presidente del Senato Ignazio La Russa, accusato di aver stuprato una ragazza dopo una serata, tendono a colpevolizzare la parte offesa e a far passare in secondo piano l’accusa di stupro. Le insinuazioni sessiste del giornalista Filippo Facci uscite su Libero suggeriscono indirettamente che la situazione in cui sarebbe finita la 22enne sia colpa sua e della sua scelta di assumere droga. Ma spostare il focus sulle sostanze è sbagliato e abusare di una persona sotto effetto di stupefacenti non è un’attenuante, bensì in alcuni casi un aggravante (Art. 609-ter del Codice penale).
Inoltre, usare la scusa della cocaina, equiparandola al consenso, non funziona a livello logico: se la ragazza l’aveva assunta e non era lucida, come poteva dare il suo consenso? La prima domanda che alcuni giornali si pongono di fronte a una querela di questo tipo è «Com’era vestita? Era drogata?».
In diversi si sono focalizzati sull’uso di sostanze stupefacenti la notte della presunta violenza e sul suo profilo TikTok «che un adulto può guardare con sorpresa, imbarazzo, fastidio: perché come tante sue amiche mostra di sé quello che vuole. Abiti succinti, generose scollature e make-up elaborati», parole riportate da Repubblica. Il sottotesto sembra essere: se non capiva niente, la colpa era sua, se ti trucchi e ti vesti con abiti succinti – inutile dirlo – te la sei cercata.
Victim blaming
Quando le querele vengono presentate contro personaggi famosi, alcune testate giornalistiche sembrano inoltre invertire i ruoli: il presunto stupratore diventa la vittima che deve difendersi da chi lo avrebbe accusato solo per ottenere fama e soldi. Ma screditare la vera vittima accusandola di essere in cerca di attenzione significa sottoporla alla gogna mediatica e scoraggiare le denunce di chi subisce abusi da persone potenti. «Incrociata al mattino, sia pur fuggevolmente da me e da mia moglie, la ragazza appariva assolutamente tranquilla. Altrettanto sicura è la forte reprimenda rivolta da me a mio figlio per aver portato in casa nostra una ragazza con cui non aveva un rapporto consolidato. Non mi sento di muovergli alcun altro rimprovero» ha commentato Ignazio La Russa.
Non è la prima volta che un padre, per lo più in una posizione di potere, difende il figlio sostituendosi alla magistratura – il presidente del Senato ha affermato di avere la certezza che il figlio non abbia compiuto alcun atto penalmente rilevante – creando così un sistema di protezione e una rete di supporto che vuole rassicurare l’accusato e levargli di dosso le sue responsabilità. Era successo anche con Beppe Grillo nel 2021, quando il figlio Ciro venne accusato per uno stupro di gruppo: in entrambi i casi l’innocenza dei pargoli esiste fino a prova contraria, ma la testimonianza delle abusate è bugia dal primo istante, quando invece una vittima che denuncia è, anch’essa fino a prova contraria, una persona da ascoltare seriamente.
Ad aggravare questa vicenda è proprio il fatto che chi mette in atto la rete di omertà e di “victim blaiming”, ovvero la tendenza a colpevolizzare le vittime di violenza, in quanto ritenute corresponsabili dei trattamenti loro inflitti, sia un politico, un uomo con un incarico istituzionale che si trova in una posizione di potere estrema: dalle sue parole ci si aspetta attendibilità, come dimostrato dall’intervento della ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, che ha giustificato la posizione della seconda carica più alta dello Stato minimizzando il fatto che questa tolga credibilità alla versione della vittima e ha detto di non voler entrare «nelle reazioni di una persona che ha un rapporto affettivo con l’indagato».
Isolamento
Un’affermazione che sembra legittimare da parte delle istituzioni la possibilità di dubitare della parte lesa. La vittima viene pertanto dimenticata, rimane sola, nessuno le crede o prova a proteggerla. L’episodio infine ha suscitato clamore anche perché il presidente del Senato ha detto di avere “dubbi” su una querela presentata 40 giorni dopo il fatto.
Le sue parole sono sbagliate perché seppur in Italia il tempo massimo entro cui sporgere una querela è di tre mesi, il periodo di alza di 12 per una violenza sessuale. Questo perché non sempre le vittime capiscono immediatamente di aver subito una violenza, oppure perché hanno bisogno di più tempo per denunciare l’aggressore poiché intimorite dalle possibili ripercussioni.
Altri motivi potrebbero essere la vergogna, l’imbarazzo, il ritenere non grave il fatto accaduto o la mancata fiducia nelle forze dell’ordine. Non solo ci vuole molto tempo a capire cosa è successo, ma ce ne vuole altrettanto per dirlo ad alta voce, per prendere su di sé il peso di quelle parole e di quell’etichetta.
Le donne che decidono di denunciare dovrebbero essere maggiormente tutelate, in modo tale da incoraggiare la scelta ed evitare che molti abusi rimangano sommersi. Nell’Unione europea, otto donne su dieci non denunciano le violenze subite e nel nostro Paese lo fa solo il 12,2 per cento di quelle che ha subito violenza dal partner e il 6 per cento delle donne che hanno sofferto abusi da persone con cui non avevano una relazione.
(da TPI)

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IL 70% DEGLI AUTONOMI EVADE LE TASSE, IL BUCO NERO DELL’EVASIONE DA 100 MILIARDI L’ANNO

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

CHI SONO I FINTI NULLATENENTI E I TRUFFATORI, BACINO ELETTORALE DEI SOVRANISTI

Che il cosiddetto “nero”, in Italia, sia ancora ampiamente diffuso, lo dicono i dati: anche se in lieve flessione, ogni anno, circa 100 miliardi di euro continuano a mancare alle casse dello Stato. Con quegli stessi soldi, il Paese potrebbe pagare tre leggi di Bilancio.
Invece, calcola Repubblica, il peso dell’evasione fiscale è pari a 1.672 euro a cittadino, neonati inclusi. Se negli ultimi anni non ci sono state variazioni decisive dal punto di vista numerico, anche per quanto riguarda le categorie di lavoro che svolgono gli evasori il quadro resta sempre variegato.
Certo, è in crescita la quota di nero tra gli influencer, professione relativamente recente, ma gli unici che, oggi, possono definirsi davvero insospettabili sono i lavoratori e dipendenti e i pensionati: le loro tasse vengono decurtate alla fonte.
Mentre, scrive il quotidiano, circa il 70% degli autonomi è avvezzo all’evasione. Queste cifre emergono quando, per il governo, termini come “pace fiscale” e “rottamazione della cartelle” tornano al centro dell’agenda politica.
E poi ci sono le storie incredibili, come quella di un content creator segnalato all’antiriciclaggio da un direttore di banca di Ravenna. Sul conto del 25enne, con causali ambigue e tramiti bonifici emessi dall’estero, arrivavano costantemente cifre tonde di mille, 2 mila, finanche 5 mila euro.
Non milioni, ma comunque dei versamenti rilevanti che hanno fatto attivare il nucleo di polizia valutaria di Roma. È apparso subito chiaro che quei bonifici erano i proventi dell’attività di influencer del ragazzo. Inserito in un elenco più ampio di evasori digitali, al termine dell’inchiesta l’influencer è risultato colpevole di aver guadagnato circa 300 mila euro, in un anno, senza versare nella allo Stato.
Ma sono tanti, nel suo mondo, a non seguire pedissequamente le regole del fisco: un content creator, sempre segnalato da Repubblica, ha ricevuto 150 mila euro di bonifici, per i quali le tasse pagate sono pari a zero. La beffa è che, agli atti, risulta nullatenente e l’Inps ha accolto la sua domanda per il reddito di cittadinanza, per un totale di 16 mila euro percepiti.
«Noi siamo influencer, ci pagano dall’estero sulle Postepay, mica dobbiamo pagare le tasse», è un virgolettato attribuito a uno di loro. Ma l’evasione è davvero trasversale, anagraficamente e geograficamente.
A Genova, vive in un attico da 240 metri quadri Vittorio Zaniboni, un mediatore immobiliare e commerciante di auto di lusso. Possiede un parco veicoli con circa 20 mezzi, ognuno dal valore di centinaia di migliaia di euro. Ciò nonostante, agli occhi del fisco Zaniboni risultava nullatenente. Un Isee da poche migliaia di euro, zero euro dichiarati e, contemporaneamente, una vita condotta nel lusso.
Lui si è giustificato dicendo che era merito dei suoi amici generosi, ma intanto presentava richiesta al Comune di Genova per un bonus spesa durante il Coronavirus. È stato questo il passo falso che ha portato gli inquirenti a fare delle verifiche su Zaniboni, poi condannato in primo grado a 7 anni e 5 mesi. «Un’ingiustizia. In appello sarò assolto perché non ho commesso quello di cui mi accusano. Nessun tesoro, ho avuto un’eredità e di lì è partita la mia compravendita di auto di lusso. E poi, posso capire se uno mi dà due o tre anni, ma così no, ci vuole un po’ di decenza».
Zaniboni continua a vivere nell’attico nel cuore del capoluogo ligure e ha restituito almeno i sodi del buono spesa Covid.
Infine, c’è la truffa del “carosello”: un’azione ingannevole volta a eludere il pagamento dell’imposta sul valore aggiunto, un metodo evasivo che viene attuato mediante una serie di passaggi di merce tra varie società operanti in Paesi diversi. È così che un 51enne di Cerignola, nel Foggiano, avrebbe accumulato un fatturato da 20 milioni di euro annui. Sulla carta, zero euro dichiarati, un nullatenente che in realtà era pronto a mettere sul mercato 51 auto di lusso con targa tedesca. Non avrebbe effettuato 1,5 milioni di euro di versamenti al fisco e, per il momento, sono stati congelati sia i veicoli dell’uomo sia i conti correnti a lui intestati.
(da Open)

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INTERVISTA A TANJA HACURA-JAVORS’KA: “NON C’E’ SICUREZZA NEL MONDO SENZA UNA COMPLETA SCONFITTA DELLA RUSSIA”

Luglio 23rd, 2023 Riccardo Fucile

PARLA L’ATTIVISTA BIELORUSSA, OPPOSITRICE DEL REGIME DI LAKASHENKO

Pubblichiamo qui un’intervista alla dissidente bielorussa Tanja Hacura-Javors’ka, fatta in occasione di un tour di incontri che fra maggio e giugno 2023 ha visto impegnata l’attivista in diverse città italiane. Attivista anti-regime e organizzatrice di eventi culturali, nel 2022 la bielorussa Tanja Hacura-Javors’ka ha lasciato Minsk e si è rifugiata a Kyïv, dove ora è impegnata in varie attività sociali e umanitarie, con le quali sostiene e aiuta il popolo ucraino contro l’aggressione russa, senza ovviamente dimenticare la sua amata Belarus’: “Mi trovo qui ormai da più di un anno: è capitato che qualcuno avesse un atteggiamento circospetto nei miei confronti, ma in generale non ho mai percepito alcuna aggressività. E anche in tutti quegli spauracchi sulla discriminazione della lingua russa non c’è niente di vero: io quasi non parlo ucraino, ma nessuno mi ha mai offesa per questo”.
Dicci qualcosa su di te, sulla tua formazione professionale come giornalista e donna di cultura. Quando è iniziata la tua attività di protesta contro il regime bielorusso?
Sono cresciuta al momento del crollo dell’Impero sovietico e della formazione di una Belarus’ indipendente. Dopodiché, con grande rapidità, in Belarus’ ha iniziato ad imporsi la dittatura. La mia infanzia è stata accompagnata dalla carenza dei prodotti di base, dalla disoccupazione e da un alto tasso di criminalità; la mia adolescenza, invece, dagli scontri di piazza tra la polizia e i sostenitori dell’indipendenza del paese e dei valori nazionali. Ho iniziato ad andare alle mie prime manifestazioni di massa quando avevo quindici, sedici anni. In seguito, questo movimento ha perso la sua dimensione di massa, perché i leader dell’opposizione sono stati uccisi e, inoltre, molte figure influenti sono state costrette ad abbandonare il paese. All’epoca distribuivamo volantini e annunci sulle manifestazioni. Negli anni di scuola ho vissuto anche il mio primo interrogatorio quando hanno arrestato il mio amico e sodale Aleksej Šidlovski. Più avanti lo hanno condannato ad alcuni anni di prigione ed è diventato il primo prigioniero politico nella storia della dittatura di Lukašėnka. È successo nel 1996. Ho sempre cercato dei contesti in cui potevo essere il più possibile utile alla società, e mi sono iscritta alla Facoltà di giornalismo per scrivere la verità e portare avanti inchieste importanti. Ma quasi subito dopo la laurea sono entrata in un’organizzazione per i diritti umani, il “Comitato Helsinki della Belarus’” (CHB), e le mie competenze in ambito giornalistico si sono rivelate utili per scrivere report sulla violazione di tali diritti. Poco dopo ho cominciato ad occuparmi dell’organizzazione di svariate campagne di divulgazione, sempre nella sfera dei diritti umani. In generale, posso dire di aver iniziato la mia attività di protesta ancora negli anni Novanta, quando partecipavo a eventi di piazza contro il regime, e negli anni Duemila l’ho proseguita nel campo dei diritti umani, in modo più sistematico.
Raccontaci qualcosa in più sul CHB e su come, in seguito (nel 2013) è stata fondata l’associazione civile “Zvjano”, di cui poi sei diventata leader. Come ha tentato di ostacolarvi il regime?
Il CHB era una grossa organizzazione con una sua rappresentanza in diverse regioni bielorusse. Si può dire che lì mi sono davvero formata come attivista per i diritti umani e ho avuto modo di conoscere i meccanismi per difenderli. Abbiamo fatto spesso monitoraggio, scritto diversi report. Allo stesso tempo, organizzazioni così grandi hanno i loro svantaggi: l’autorità conquistata in passato è d’intralcio a uno sviluppo nel presente. I giovani aspirerebbero a forme di lavoro più moderne e creative, mentre le vecchie generazioni operano secondo piani già rodati. Così ho fondato la mia organizzazione, appunto “Zvjano” (“Anello della catena”), per fare quello che non riuscivo a fare nel Comitato. Per esempio, organizzare un festival di documentari sul tema dei diritti umani. Per quanto riguarda gli interventi del regime nel nostro lavoro, ci hanno ostacolati in diversi modi: perquisizioni, sfratti dagli uffici, chiusura degli spazi affittati proprio nel giorno in cui dovevano svolgersi i nostri eventi, congelamento del conto in banca dell’organizzazione, procedure penali nei confronti dei suoi vertici. Non hanno mai arrestato i vertici del Comitato, ma tra i nostri colleghi c’è chi ha subito procedure penali e ha dovuto scontare vere e proprie condanne in prigione. Per l’appunto il Nobel per la pace Ales’ Bjaljacki è in prigione ormai per la seconda volta, e i periodi in cui si viene incarcerati per attività legate ai diritti umani sono di durata non breve.
Sei la direttrice del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Minsk. Quando hai iniziato ad interessarti di cinema come strumento di sensibilizzazione e lotta sociale?
Ancora una volta, ho saputo che esisteva una simile forma di sensibilizzazione sui diritti umani lavorando al CHB. Un mio collega è andato a un festival simile a Varsavia e da lì ci ha portato dei materiali informativi. Mi è sembrato davvero interessante e gli ho fatto molte domande dettagliate in merito. L’anno successivo sono andata a mie spese a Varsavia per vedere come funzionava. Vivevo da amici e andavo al cinema, e quando sono partita mi hanno fatto portare a casa molti film in DVD. Allora non c’erano ancora chiavette USB o archivi cloud… Ho avuto una bella impressione, e in più sono venuta a sapere che c’era un festival simile in Ucraina, e mi è dispiaciuto che proprio in Belarus’ non ci fosse niente del genere. Ma nel Comitato non hanno appoggiato la mia iniziativa: non siamo riusciti a mettere insieme una squadra di sodali, quindi sono tornata ad affrontare la questione nella mia organizzazione, cioè all’interno di “Zvjano”. Le prime proiezioni le abbiamo allestite nel 2014.
Cosa ci puoi raccontare delle elezioni presidenziali in Belarus’? Dopo le prime, legittime, del 1994, si ritiene di solito che quelle successive siano state più o meno tutte falsificate dal regime. Tu hai votato? Quando hai iniziato a protestare in strada contro la palese falsificazione di quello che dovrebbe rappresentare un importante momento di pratica democratica?
Partecipo alle proteste da quand’ero adolescente, da prima di avere il diritto di voto. Ho sempre protestato non solo contro i brogli: ero contro la soppressione dei diritti e delle libertà, la chiusura dei giornali, la stipula di alleanze con la Russia. In generale, a parte i voti ‘rubati’, i vertici guidati da Lukašėnka hanno sempre irriso il diritto e i cittadini, e non soltanto durante le elezioni. Avevo raggiunto l’età per votare già alle elezioni del 2001, ma non sono andata al seggio, perché di per sé quelle elezioni non erano legittime. Il fatto è che Lukašėnka era stato eletto nel 1994, dopodiché ha cambiato la Costituzione sulla base di un referendum (anch’esso riconosciuto come non legittimo) e ha iniziato a conteggiare i suoi mandati presidenziali dal momento in cui sono entrate in vigore queste modifiche. Il che significa che dal ’94 al 2001 non ci sono state proprio elezioni presidenziali: lo hanno eletto per un mandato quinquennale, ma hanno organizzato le successive elezioni solo dopo sette anni. Come se non bastasse, in quei sette anni sono stati assassinati svariati leader dell’opposizione: le indagini in merito sono state interrotte, e i loro corpi finora non sono stati rinvenuti. È per questo che nel 2001 non sono andata al seggio. Poi ci sono state le uniche elezioni a cui ho votato, nel 2006. L’ho fatto perché in quel momento l’opposizione si era coalizzata presentando un unico candidato, e ho iniziato a sperare che il cambiamento fosse possibile. Non solo ho votato, ma ho anche partecipato a manifestazioni, vivendo nella tendopoli allestita nel centro della città. Nel giro di quattro giorni le tende sono state smantellate, il leader dell’opposizione ha rinunciato alla corsa presidenziale e io sono rimasta profondamente delusa non tanto dal regime, quanto dall’opposizione. Mi ha salvata dalla depressione solo il fatto che proprio in quel periodo sono entrata nel CHB e vi ho trovato un mio spazio.
Cosa ricordi, invece, delle elezioni del 2020, dopo le quali si è verificata l’ondata di proteste forse più forte della storia bielorussa recente?
Anche nel 2020 c’erano molte speranze, ed effettivamente si è trattato delle proteste più partecipate e durature del popolo bielorusso. Inoltre, una pagina importante di questa protesta è rappresentata dall’unità e dall’attivismo delle diaspore bielorusse in tutto il mondo. All’improvviso abbiamo smesso di avere paura all’interno del paese e di fare finta di niente all’estero. Ma ancora una volta, come attivista per i diritti umani, io mi preoccupavo innanzitutto delle persone. Il 10 agosto ero proprio nel luogo dove hanno sparato a un manifestante, e io stessa ho messo in salvo dei feriti con la mia macchina. Ho visto con i miei occhi quante erano le vittime e che traumi avevano riportato. Così, dall’11 agosto, io e altri volontari ci siamo impegnati negli ospedali. Portavamo ai ricoverati cibo e oggetti per l’igiene personale, gli fornivamo assistenza, e abbiamo anche cominciato a fargli domande sull’accaduto. Sulla base delle prime trentacinque interviste alle vittime abbiamo pubblicato il primo report sulla violazione dei diritti umani, che è stato diffuso tra le organizzazioni internazionali, le ambasciate, nonché presso la Commissione d’inchiesta e la Procura di Belarus’. Abbiamo chiesto che i crimini compiuti venissero indagati. In seguito la mia organizzazione, insieme ad altre, ha dato vita al Comitato per l’indagine sulle torture, che è attivo anche ora e ha avuto già modo di parlare con quasi duemila vittime. Tutto ciò costituirà, in futuro, la prova dei crimini commessi dal regime. Dunque, per quanto riguarda le proteste del 2020 – che, oltretutto, sono anch’esse finite presto –, mi ricordo del dolore che hanno portato, anche se per molti sono state delle manifestazioni molto belle.
Qual è la tua opinione sui tre più noti sfidanti di Lukašėnka alle elezioni del 2020 (Viktar Babaryka, Valeryj Tsapkala, Sjarhej Cichanoŭski)? E cosa pensi in generale dell’opposizione interna al paese?
È una domanda difficile. Nel complesso ho un’opinione neutrale nei confronti di tutti. Certo, è un dato di fatto che Babaryka e Cichanoŭski siano stati incarcerati illegalmente. Non nutro grande ammirazione nei loro confronti, perché sono sempre stati molto fedeli alla Russia e a Putin. Tsapkala ha sempre portato avanti una retorica filorussa. Babaryka, da parte sua, alla domanda su di chi fosse la Crimea, ha risposto: “della Grecia”. Cichanoŭski ha espresso allo stesso identico modo il suo rispetto nei confronti di Putin e ha visitato la Crimea occupata. Con questo non voglio gettare fango su nessuno, cerco solo di essere obiettiva: il fatto che una persona si trovi in prigione non significa che dobbiamo mettere a tacere questioni di cruciale importanza. Che si tratti di prigionieri politici che devono essere liberati, è un dato di fatto; che non siano leader che difendono gli interessi nazionali bielorussi, è anch’esso un dato di fatto. Questa è la mia opinione. E l’opposizione attuale, purtroppo, non esercita nessuna influenza sulla situazione interna al paese.
Nella tua attività il punto di non ritorno è coinciso con la mostra “La macchina respira, ma io no” della primavera 2020, che è stata immediatamente chiusa, quasi sicuramente perché l’idea alla sua base era molto distante dalla narrazione ufficiale del regime riguardo al Covid, narrazione piuttosto minimizzante, se non proprio negazionista. Da cosa dipende, a tuo parere, una simile durezza nei confronti di una mostra il cui principale obiettivo era semplicemente rendere omaggio al lavoro dei medici?
Bisogna capire che per il regime non si trattava solo di una mostra di opere d’arte, ma di un luogo e di un evento dove qualcuno si permetteva di pensare con la propria testa. Perché i vertici riscrivono la storia nei manuali scolastici, e in televisione e sui giornali mostrano quell’immagine del mondo che deve obbligatoriamente fissarsi nella testa di ciascuno. E non ci possono essere immagini alternative o riflessioni libere. In una dittatura non c’è spazio per la riflessione, la comunicazione, il dialogo. Viene deciso in alto cosa dobbiamo guardare e leggere, cosa bisogna sapere, cosa è necessario pensare di determinati fenomeni e avvenimenti. Certo, una mostra d’arte di per sé potrebbe anche corrispondere ai contenuti della propaganda, ma comunque nessuno rischierà: tutti gli spettacoli nel paese vengono passati al vaglio da una commissione prima di essere resi pubblici; vengono stampati solo i libri di scrittori “di fiducia”, e così via. E noi abbiamo annunciato che volevamo ringraziare i medici per il lavoro svolto durante il Covid, la cui esistenza veniva negata dal regime. È importante capire che, se a parte la mostra non avessimo fatto nient’altro, ce la avrebbero solo chiusa, ma difficilmente ci avrebbero arrestati. L’arresto e la persecuzione penale che sono seguiti erano legati non tanto alla mostra, ma al resto del nostro lavoro, in particolare alle indagini sui crimini compiuti durante le proteste del 2020.
Nel marzo 2022 sei stata costretta a lasciare il tuo paese e a trasferirti in Ucraina: un passo certamente estremo e molto doloroso. In che modo questa decisione è legata alle tue proteste contro l’invasione russa in Ucraina? Come ti hanno accolta a Kyїv, e in cosa consiste, ora, la tua attività in Ucraina?
Me ne sono andata da Minsk non perché ho protestato contro l’invasione e mi hanno arrestata, ma perché in quel momento la mia famiglia (mio marito, che è cittadino ucraino, e mio figlio) si trovava già in Ucraina: li avevano espulsi forzatamente dalla Belarus’, mentre a me, quando sono uscita di prigione, avevano impedito di lasciare il paese. Al momento dell’invasione dell’Ucraina dal territorio bielorusso era già un anno che vivevamo lontani. Ho deciso di attraversare il confine illegalmente, per essere vicina alla mia famiglia e aiutare gli ucraini. L’accoglienza non è stata delle migliori: non volevano farmi entrare nel paese perché ho il passaporto bielorusso, ma alla fine sono riuscita lo stesso a raggiungere il mio scopo. Non appena sono arrivata, mi sono subito messa al lavoro: abbiamo iniziato ad aiutare gli ospedali nella cura dei feriti. In particolare, raccogliamo fondi per l’acquisto di attrezzatura medica molto costosa per la terapia VAC [terapia topica negativa per il trattamento delle lesioni profonde, N.d.R.], che permette di evitare la setticemia e accelera il processo di cicatrizzazione. Inoltre, un mese fa abbiamo aperto un centro per la riabilitazione dei veterani e dei soldati ancora attivi che sono stati feriti. Ormai mi trovo qui a Kyїv da più di un anno: è capitato che qualcuno avesse un atteggiamento circospetto nei miei confronti, ma in generale non ho mai percepito alcuna aggressività. Se incontri delle persone e queste vedono che stai dalla loro parte, non avranno alcuna pretesa o risentimento. E anche in tutti quegli spauracchi sulla discriminazione della lingua russa non c’è niente di vero: io quasi non parlo ucraino, ma nessuno mi ha mai offesa per questo.
Cosa pensi dell’invasione russa in Ucraina? In Italia molti sembrano stranamente propensi a “comprendere le giuste ragioni di Putin”, ma spesso dimenticano le ragioni dei cittadini ucraini, che preferirebbero non venire bombardati ogni notte… Tu hai ora la possibilità di vedere tutto con i tuoi occhi e di sperimentare questa invasione direttamente… Cosa puoi dirci in merito?
Ritengo che quest’invasione sia un crimine mostruoso. Ma non va dimenticato che la guerra è iniziata nel 2014, e all’epoca non c’è stata una reazione adeguata da parte della comunità internazionale. Perciò questa nuova fase del conflitto è una conseguenza dell’impunità di Putin per la violazione della sovranità dell’Ucraina, avvenuta otto anni fa. Se la comunità internazionale permetterà anche questa volta a Putin di prendersi una parte del territorio, dei cittadini, delle risorse dell’Ucraina attraverso dei negoziati per così dire “di pace”, tra cinque-sette anni continuerà la sua offensiva verso Kyїv. Penso che per la sicurezza dell’Europa e del mondo ci debba essere un solo esito: la completa sconfitta della Russia e la restituzione dei territori occupati.
Ultimamente sei stata protagonista di un’importante serie di incontri in Italia, all’interno dei quali hai potuto mostrare alcuni aspetti del tuo lavoro e dialogare con il pubblico in diverse città, da Napoli a Trento, fino alla Sardegna. Qual è stata a tuo parere la reazione del pubblico italiano a questi eventi? C’è stato qualcosa che ti ha sorpreso in particolare?
Mi ha sorpreso il fatto che moltissimi italiani ritengono che nella guerra contro l’Ucraina “non sia tutto così chiaro”: alcuni sostengono che il problema siano gli ucraini che si rifiutano di negoziare, altri che la colpa di questa guerra sia della NATO e degli americani. Non nego che i potenti della Terra influiscano significativamente sul corso degli eventi e, va da sé, che ogni paese cerchi un tornaconto innanzitutto per sé. Ma non è stata la NATO ad attaccare l’Ucraina, non sono gli americani a bombardare i civili ucraini e non è la Cina a portare forzatamente in Russia i cittadini ucraini. La colpa di questi crimini e di queste morti è solo di Putin e dei vertici russi. Quando la nostra posizione è sulla falsariga del “la NATO/gli americani dovevano fermare tutto questo, ma non l’hanno fatto”, affranchiamo Putin e il ministro della difesa russo Šojgu dalle loro responsabilità. La guerra è scoppiata non perché qualcuno non ha fatto qualcosa, ma perché Putin l’ha iniziata. Inoltre, è sorprendente il fatto che sia ancora vivo il mito sui nazisti ucraini, sul fatto che in Ucraina ti perseguitano se parli russo. La verità è che in Ucraina c’è una sola lingua di Stato, e i documenti amministrativi, l’istruzione, la televisione ecc. sono in ucraino, ma nessuno perseguita i cittadini se parlano russo. Lo posso confermare come russofona che quasi non parla l’ucraino. Un’altra opinione corrente che mi ha sorpreso è quella secondo cui bisognerebbe fermare la guerra a ogni costo ora, bloccare il conflitto nei confini entro cui si trovano, adesso, le truppe ucraine e russe. Come ho già detto, se lasciamo tutto così com’è, daremo a Putin la possibilità di riprendere forza e, tra cinque anni, tentare nuovamente di conquistare Kyїv. Ma il problema non è solo questo: che fare, infatti, con i cittadini ucraini che l’esercito russo ha conquistato insieme ai territori occupati? Forse l’Ucraina può permettersi di voltargli le spalle, di non lottare per la loro vita, le loro case e il loro futuro? Inoltre, se le cose andassero così, significherebbe che il mondo intero ha chiuso gli occhi davanti a palesi crimini di guerra. Migliaia di civili uccisi, fosse comuni, stupri di donne e bambini: tutto ciò resterebbe impunito, e sarebbe inammissibile. Dobbiamo aiutare l’Ucraina a riavere i suoi cittadini, i suoi territori e un po’ di giustizia.
Purtroppo in Italia la cultura, la letteratura e il cinema bielorussi sono poco noti: forse qualcuno conosce Svjatlana Aleksievič (Premio Nobel per la letteratura 2015), il poeta Dmitrij Strocev (Premio Ciampi Valigie Rosse 2021), mentre ultimamente è stato tradotto anche lo scrittore quarantenne Saša Filipenko. Quali scrittori e registi del tuo Paese ti senti di consigliare ad un pubblico italiano?
Per quanto riguarda film e libri contemporanei, purtroppo è difficile che qualcosa sia stato tradotto in italiano. I nostri rapporti culturali per ora sono poco sviluppati, a mio parere. Nondimeno, sono sicura che il pubblico italiano potrà trovare in traduzione le opere di Vasil’ Bykaŭ. Lui stesso ha combattuto durante la seconda guerra mondiale e ha scritto appunto sulla guerra, sui momenti in cui una persona si trova in una situazione liminare. I suoi libri sono incentrati sulla difficoltà della scelta, e non forniscono risposte alle domande che pongono, al contrario: mettono davanti al lettore questioni su cui egli, forse, non aveva mai riflettuto. A proposito, Bykaŭ è anche autore di un racconto intitolato Ballata alpina, ambientato in Italia [di Bykaŭ sono usciti in italiano Gli ultimi tre giorni (1974), Ballata alpina e altri racconti (1987), La cava (1989), Caccia all’uomo (1992), La disfatta (2000), N.d.R.]. Anche tra i film consiglierei di vedere un classico, uno dei film antibellici più potenti di sempre: Va’ e vedi di Ėlem Klimov, girato sulla base dei testi scritti dal bielorusso Ales’ Adamovič.
Francesca Lazzarin
(da Huffingtonpost)

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