Agosto 22nd, 2023 Riccardo Fucile
POI MANDA UN SILURO AD ALEMANNO: “L’HO DIFESO A SUO TEMPO NONOSTANTE SAPESSI CHE TIPO DI PERSONA FOSSE. QUANDO NON SARO’ PIU’ MINISTRO POTRO’ RACCONTARE COSE SU CERTE PERSONE CHE OGGI IL MIO RUOLO MI IMPEDISCE”
“Ho detto solo due cose: che non si dovevano giudicare tutte le Forze armate sulla base del pensiero di una persona e che il caso sarebbe stato affrontato secondo le regole dell’ordinamento militare e non sui social. Non ho preso decisioni sulla base di ciò che penso del libro, ma di ciò che devo per rispetto all’istituzione che servo”.
Così il ministro Guido Crosetto in una intervista al Corriere della Sera. “Il cambiamento di funzioni del generale non l’avrei neppure fatto proprio per evitare che si trasformasse in un martire. Avrei atteso per vagliare tutte le informazioni, ma le persone che poi hanno agito avrebbero preteso più durezza”.
Sul “fuoco amico” che lo ha investito da esponenti del centrodestra, il ministro della Difesa dichiara: “Non considero amico nessuno di quelli che hanno parlato di me, non capendo che io non parlavo della libertà di opinione di una persona, ma del rispetto delle regole e delle istituzioni”. Nomi e cognomi di chi lo ha attaccato: Donzelli, Salvini, Alemanno, tra gli altri. E Crosetto risponde su ciascun “amico”: “Mi sembra che Donzelli abbia espresso le sue opinioni politiche ma sulla mia decisione mi abbia dato ragione. Così come Salvini si è limitato a dare un giudizio politico su alcune affermazioni del libro di Vannacci senza discutere le mie scelte. Su Alemanno mi limito a dire solo che non mi sono pentito di averlo difeso, a suo tempo, anzi ne vado orgoglioso. Sapevo bene già allora che tipo di persona fosse, ma l’ho difeso lo stesso. Proprio perché io non mi muovo con calcolo politico, ma sulla base di principi. Magari, quando mi svestirò del mio ruolo, dirò anch’io quello che penso e potrò raccontare cose che oggi non posso su alcuni di quelli che hanno speculato in questi giorni”.
Il ministro poi ribadisce: “Non mi sento particolarmente isolato. Peraltro, anche se lo fossi, sono abituato a fare battaglie abbastanza solitarie: la Wagner, la guerra, l’Africa, la Bce, la Pa, i dossieraggi… Quello che ritengo sia giusto dire o fare lo faccio e lo dico. Non ho bisogno di uno scranno per sopravvivere: ho scelto di rivestire un ruolo politico, rinunciando a molto e non lo faccio per mettere insieme il pranzo con la cena. Anche molti avversari me lo riconoscono”.
Infine un giudizio proprio sul libro di Vannacci ‘Il mondo al contrario’’: “Non è compito mio commentarlo, ma il libro l’ho letto e non è nemmeno innovativo nell’attaccare il pensiero unico e, senza questa pubblicità, non sarebbe un successo. Io, a differenza dei soloni di destra e sinistra, non posso permettermi il lusso intellettuale di chi trincia giudizi sul mondo dalla sua poltrona”
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2023 Riccardo Fucile
ALLA FINE LA NAVE AURORA HA ATTRACCATO A LAMPEDUSA INVECE CHE A TRAPANI PER LE DIFFICILI CONDIZIONI A BORDO… BLOCCATA 20 GIORNI, SE PER QUESTO MORIRANNO IN MARE ALTRI BAMBINI SAPPIAMO CHI SARANNO I RESPONSABILI
Un’altra nave di Ong sequestrata, dopo aver effettuato un soccorso
di persone migranti in mare, perché non ha rispettato le norme del decreto Piantedosi. Era successo a inizio giugno alla Mare Go e a Sea Eye 4, invece questa volta è stata la nave Aurora (della Ong Sea Watch) a essere messa in stato di detenzione, nel porto di Lampedusa.
A comunicarlo è stata la stessa organizzazione: “Le autorità italiane ci hanno comunicato poco fa che il nostro assetto veloce Aurora è in stato di detenzione per aver sbarcato 72 naufraghi sabato 19 agosto a Lampedusa, contravvenendo alla legge Piantedosi”. Il fermo durerà per venti giorni. In particolare, la contestazione sarebbe che l’equipaggio non si è “coordinato con le autorità tunisine per sbarcare nel paese nordafricano i naufraghi”, cosa che avrebbe “messo in pericolo la sicurezza delle persone soccorse”.
Dopo il salvataggio, infatti, le autorità italiane avevano indicato come porto di sbarco quello di Trapani. Che però, per le condizioni delle persone a bordo, era impossibile da raggiungere secondo quanto riportato da Sea Watch. La mancanza di acqua e di benzina, oltre al caldo fortissimo di questi giorni, rendeva pericoloso allungare la navigazione. Per questo, la richiesta era di poter sbarcare a Lampedusa.
Invece, l’Italia avrebbe chiesto che la nave, non potendo andare a Trapani, si mettesse d’accordo con la Tunisia. “In Tunisia in queste settimane sono in atto veri e propri pogrom razzisti contro le persone migranti vengono perseguitati e deportazioni verso i confini desertici del Paese”, ha ricordato Sea Watch, “dove non esiste un sistema di asilo e di accoglienza e dove i diritti umani fondamentali delle persone migranti non sono garantiti”.
Alla fine lo sbarco è avvenuto a Lampedusa. Già sabato l’organizzazione aveva dichiarato: “Non è chiaro se Aurora sarà bloccata. Ciò che è certo è che non avevamo scelta”.
Secondo la Ong quindi quella usata dall’Italia sarebbe “una motivazione semplicemente assurda”, a riprova di una “pretestuosa politica di guerra alle Ong che il governo sta combattendo sulla pelle dei migranti”. In più, invece di permettere lo sbarco immediato, “Aurora sabato è stata costretta a una lunga attesa sotto il sole davanti alla costa di Lampedusa e questo ha messo in grave pericolo le persone a bordo: una di esse ha perso conoscenza per il caldo. È stato lo Stato italiano a mettere in pericolo la salute delle persone a bordo e non le decisioni dell’equipaggio di Aurora”.
La portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi, ha affermato che “l’Italia ha assegnato a Aurora un porto che la nave non era in grado di raggiungere e ha poi utilizzato questo pretesto per detenerla. L’indicazione di rivolgersi a Tunisi potrebbe essere un fallace tentativo di attuazione per vie operative del memorandum voluto da Meloni. Triste e assurdo utilizzare la guardia costiera per servire le politiche di esternalizzazione ad ogni costo verso il Nord Africa.”
(da Fanpage)
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Agosto 22nd, 2023 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL’EX CAPO DEL DIPARTIMENTO MARIO MORCONE: “BASTA CERCARE CONSENSO ELETTORALE SULLA PELLE DELLE PERSONE, SERVONO SERVIZI DI INTEGRAZIONE E ACCOGLIENZA DIFFUSA”
Resta acceso lo scontro tra Enti Locali e Ministero dell’Interno sul sistema di accoglienza di migranti nelle Regioni e nei Comuni.
Dopo gli allarmi lanciati da alcuni Sindaci dell’Emilia Romagna, che parlano di “sistema dell’accoglienza al collasso”, dal Ministero dell’Interno stanno provando a suddividere nuovamente tra le regioni l’accoglienza ai migranti ospitati a centinaia negli Hotspot siciliani e nella tendostruttura di Porto Empedocle.
Negli ultimi anni il sistema dell’accoglienza, grazie alle misure volute da Matteo Salvini ai tempi in cui era Ministro dell’Interno, ha avuto un poderoso definanziamento.
Un taglio netto ai fondi per le strutture di accoglienza di prima soglia, i CAS, la cancellazione degli SPRAR in favore dei SAI, gestiti dai Comuni ma con meno fondi, la cancellazione e l’opposizione a qualsiasi forma di accoglienza diffusa, ed ancora il taglio dei servizi di integrazione come le scuole di italiano ed i corsi di formazione professionale.
Tutte misure che avrebbero favorito l’integrazione dei migranti, soprattutto dei richiedenti asilo politico. Ora si fanno i conti con pochi posti all’interno dei CAS, la cui gestione da parte degli enti del terzo settore è diventata complicatissima a causa delle esigue risorse, con gare d’appalto che vanno continuamente deserte. Intanto chi scappa da guerra, povertà e cambiamenti climatici continua ad arrivare sulle nostre coste e vengono ospitati in strutture assolutamente inadeguate, basti pensare alla stessa “tendopoli” a Porto Empedocle. Abbiamo raccolto l’opinione del prefetto Mario Morcone, ex direttore del Dipartimento immigrazione del Ministero dell’Interno, ed oggi Assessore all’immigrazione della Regione Campania.
Prefetto la polemica che sta montando sul sistema dell’accoglienza sembra avere cause nelle scelte politiche degli ultimi anni, cosa ne pensa?
Il definanziamento è uno dei motivi principali. Le risorse sono sempre di meno ed inoltre i pagamenti agli enti del terzo settore arrivano con grande ritardo, si tratta di enti che non si possono permettere di avere dalle banche un sostegno infinito, il Ministero dovrebbe pagare in maniera puntuale. Poi c’è soprattutto il sistema SAI che è stato un po’ fermato per favorire i CAS, le strutture di prima accoglienza che sono la parte “meno nobile” del sistema di accoglienza. Nei CAS i servizi sono limitati e di scarsa qualità, le persone si incazzano e le associazioni serie non lo vogliono fare perché sentono di mettere a rischio la loro credibilità. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di riattivare la rete SAI e ampliarla, finanziarla, ed arrivare poi ad un sistema di accoglienza diffusa.
L’accoglienza diffusa era basata su piccole unità abitative in cui i migranti erano sostanzialmente autonomi e ricevevano dei servizi per integrarsi, ad oggi c’è davvero poco in questo senso in Italia.
Io credo che dovrebbe essere obbligatorio da parte dei Comuni ad aderire al servizio nazionale dell’ANCI per sviluppare l’accoglienza attraverso i SAI. Poi il futuro è quello dell’accoglienza diffusa, non possiamo più giocare sulla presa di posizione del Sindaco veneto che dice che non vuole i migranti, questa roba non può esistere. E’ un servizio che deve essere offerto da tutti i Comuni italiani, è chiaro che deve essere sostenibile, va finanziato, c’è chiaramente un problema sull’accoglienza per i minori non accompagnati, perché per legge costano di più. La Legge Zampa mette a carico del servizio per i minori dei Comuni una serie di misure abbastanza costose, ma d’altra parte quello è un investimento. Non si può non capire che l’accoglienza ai minori non accompagnati è un’investimento, rappresentano i cittadini italiani di domani quasi certamente. Se non vanno via, se li formiamo, saranno una parte della generazione di domani. Quando parliamo di mancanze di figure professionali in alcuni settori, quando parliamo di calo delle nascite, la presenza di questi ragazzi è un’opportunità, ma se la sai gestire come un’opportunità e la vuoi gestire come un’opportunità.
Molto spesso si fa fatica a liberare i posti in accoglienza perché i tempi per l’esito delle richieste di asilo sono lunghissimi, anche uno o due anni, come si esce da questa situazione?
Sono anni che proviamo ad affrontare questo problema. Le commissioni per il diritto d’asilo sono state più che raddoppiate, ma non siamo mai riusciti ad invertire la tendenza, è un problema vecchio. I tempi sono lunghi e bisogna aggiungere che la persona a cui viene negato lo status di rifugiato ha diritto a presentare ricorso al giudice e quindi deve rimanere in Italia nel sistema di accoglienza, in questo modo si va in corto circuito e si creano i tappi.
Qual è la strada per un’accoglienza degna e senza situazioni emergenziali?
Dobbiamo ritornare all’accoglienza nei SAI con un sistema di servizi di integrazione, che vanno dalla scuola d’italiano ai corsi di formazione professionale. I richiedenti asilo vanno inseriti nel mercato del lavoro, che sia un lavoro dignitoso e regolare con i contratti di lavoro collettivi nazionali. C’è tutto il tema del caporalato ad esempio, che va affrontato ed ormai non è più una questione di qualche ragione. Insomma sull’accoglienza bisogna fare un ragionamento di buon senso, non è il tempo degli approcci ideologici. Qualche direttore di giornale sostiene che l’approccio ideologico lo abbia io, ma il mio è puro buon senso. Bisogna cogliere questa occasione problematica per avviare una riflessione seria, non ideologica, non si può fare più consenso elettorale sulla vita delle persone, è una cosa inammissibile. Il Papa ce lo dice tutti i giorni, ma il Papa è il Papa, qui ognuno di noi ha una soglia di umanità, ci sono poi i precetti costituzionali, le persone sono persone e vanno trattate come tali. Affrontiamo questa situazione per accogliere le persone e per farne anche un’occasione di sviluppo per il nostro paese.
(da Fanpage)
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Agosto 22nd, 2023 Riccardo Fucile
GOVERNO SPACCATO: MELONI COSTRETTA A TACERE PER NON PERDERE VOTI, SALVINI NE APPROFITTA SCHIERANDOSI PRO-VANNACCI, TAJANI CONTRO IL GENERALE
Come si è arrivati alla destituzione di Roberto Vannacci? Il
ministro della difesa, Guido Crosetto, ha subito preso le distanze dalle opinioni dell’ex Folgore.
Con un tweet, subito dopo l’esplosione del caso, ha precisato: “Non utilizzate le farneticazioni personali per polemizzare con le Forze armate. Sarà avviato l’esame disciplinare”. Esame che in effetti è partito subito, visto che il giorno successivo, venerdì 18 agosto, Vannacci è stato destituito.
Come ha scritto oggi Matteo Pucciarelli su “Repubblica”, “il ministro infatti si era mosso con il consenso del Quirinale, cioè con il capo delle forze armate”.
Nella gerarchia dell’esercito, dopo il Capo dello Stato, c’è il capo di Stato Maggiore della Difesa, Giuseppe Cavo Dragone. Anche lui è stato ovviamente coinvolto nella decisione e, come Dagospia è in grado di rivelare, aveva chiesto un approccio più drastico.
Cavo Dragone era infatti intenzionato a far dimettere dall’Esercito lo scriba Vannacci, anziché optare per la semplice sospensione e destituizione dall’incarico. A fargli cambiare idea, è stato un intervento di Palazzo Chigi.
Giorgia Meloni è in forte difficoltà: Salvini ha espresso pubblicamente il suo appoggio a Vannacci, per prendere voti a destra, e la Ducetta, per non perderli, è costretta a tacere e mandare avanti i “colonnelli” Donzelli e Montaruli.
Per la sora Giorgia il caso è scottante: Vannacci in definitiva ripete quello che lei ha sempre sostenuto quando era all’opposizione, ma ora, che è appollaiata a Palazzo Chigi, non può più permettersi il “Colle Oppio Style”, per non rischiare una squalifica europea.
In più, tanti camerati d’Italia sottoscrivono parola per parola il libercolo del mal-destro generale (vedi Alemanno) e vogliono approfittarne.
Il problema è sempre il solito: da un lato non può prendere le distanze dai vecchi arnesi , pena l’accusa di tradimento, dall’altro questo le impedisce di fare il salto di qualità che le impone il ruolo di premier, e le viene richiesto dall’Europa.
Senza considerare il dato politico: come in tutti i dossier scottanti (l’ultimo, la tassa sugli extraprofitti delle banche), la Ducetta è nel mezzo di due spinte opposte: da un lato Salvini che la vuole fregare a destra, dall’altra ciò che resta di Forza Italia, che spinge verso il centro. Si vedano a tal proposito le dichiarazioni del ronzulliano Giorgio Mulè: “Sto convintamente con Crosetto”
(da Dagoreport)
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Agosto 22nd, 2023 Riccardo Fucile
IL TITOLARE: “NON POTREI MAI CHIEDERE ALLA MIA DIPENDENTE DI COLORE O AL MIO COLLEGA OMOSESSUALE DI SEGUIRE UN CLIENTE CHE CHIEDA UN LIBRO DEL GENERE”
“Si invita la gentile clientela a non chiederci il libro di Vannacci”. E’ il cartello apparso oggi sulle vetrine della libreria Ubik a Castelfranco Veneto. “Non lo abbiamo perché è autoprodotto, ma non lo venderei, perché non potrei mai chiedere alla mia dipendente di colore, o al mio collega omosessuale, di seguire un cliente che chieda un libro in cui si dica che loro sono persone contronatura”, ha detto all’ANSA la titolare, Clara Abatangelo.
Abatangelo è titolare della libreria Ubik sia a Castelfranco Veneto (Treviso) che ad Asolo (Treviso). Da venerdì all’ingresso è stato affisso un cartello in cui si informa la clientela che nel locale non è disponibile il volume “Il mondo al contrario” scritto e prodotto dall’ex comandante della Folgore.
“A chi in questi giorni me lo chiede – prosegue Abatangelo – rispondo che può rivolgersi alla biblioteca, dato che ogni editore è tenuto a conferire gratuitamente due copie alle biblioteche nazionali di Roma e Firenze, e che grazie al circuito del prestito ognuna può chiedere di ottenerlo”.
La libraia, che guida un sistema di 12 dipendenti, riferisce anche di aver ricevuto in passato visite di militanti di estrema destra, per lo più del “Veneto Fronte Skinhead”, contrari alla sua scelta di allestire vetrine dedicate al mondo degli affetti “arcobaleno”, e di aver visto lo scaffale dei biglietti augurali buttato all’aria, solo perché alcuni di essi erano destinati ai legami amorosi tra coppie omosessuali.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 22nd, 2023 Riccardo Fucile
AVANTI LA DELFINA DI CORREA, MA POTREBBE NASCERE UN BLOCCO PER FERMARLA… LA SFIDA E’ TRA LA PROGRESSISTA GONZALES IN TESTA CON IL 33% E IL PRINCIPE DELLE PIANTAGIONI DI BANANE NOBOA CON IL 24%, TERZO ZURITA CON IL 16%
Ci sarà bisogno di un secondo turno di ballottaggio per definire chi
sarà il prossimo presidente dell’Ecuador. Con un sorprendente 83% di affluenza alle urne, nonostante il cima di violenza e attentati che ha segnato la campagna elettorale, gli elettori hanno premiato due candidati politicamente agli antipodi: in testa con il 33% dei voti si è piazzata la progressista Luisa Gonzalez, del partito dell’ex presidente Rafael Correa, oggi esiliato in Belgio dopo esser stato condannato per corruzione in patria; dietro di lei, con il 24% dei voti, l’imprenditore Daniel Noboa Azin, classe 1987, figlio dell’ex candidato presidenziale Alvaro Noboa, proprietario di grandi piantagioni di banane.
È arrivato terzo, con il 16% dei voti, il giornalista Christian Zurita del movimento Construye, che ha preso il posto del collega Fernando Villavicencio, assassinato durante un comizio a sole due settimane dal voto.
Solo quarto, invece, Jan Topic, imprenditore ed ex soldato della legione straniera che puntava a capitalizzare il clima di paura per la crescente forza dei clan narcos che hanno colpito durante la campagna elettorale.
Il ballottaggio è fissato per il 15 ottobre, saranno altri due mesi di campagna in un Paese spaventato per la violenza e in un clima di grande incertezza sul futuro.
Il vantaggio ottenuto dalla Gonzalez è relativo, perché è probabile che si formi un blocco a favore di Noboa, la vera sorpresa di questo primo turno. Topic, che si è fermato al 15% dei suffragi, ha fatto capire nel suo discorso di ringraziamenti agli elettori di essere pronto ad appoggiarlo e a lavorare con lui, soprattutto sulle questioni relative alla sicurezza.
Non si esclude che ci sia un’alleanza formale tra il suo partito social cristiano e l’ADN (Alleanza democratica nazionale), la forza conservatrice guidata da Noboa.
Alla chiusura dei seggi Zurita ha ricordato la figura di Villavicencio, ma non ha voluto dichiarare, per ora, per chi si inclinerà al ballottaggio. “Siamo tremendamente orgogliosi del risultato che abbiamo ottenuto, è un voto per il cambio e un grande riconoscimento per Fernando, un uomo che ha dato la sua vita per l’Ecuador. Noi siamo un piccolo movimento, senza grandi fondi di campagna e senza l’appoggio delle mafie, ma siamo pronti a continuare per il nostro cammino”.
Zurita, va detto, è stato autore in passato di inchieste giornalistiche condotte assieme a Villavicencio contro il governo di Correa ed è difficile che ora decida di appoggiare proprio Luisa Gonzalez.
Noboa ha buone chances di rimontare la differenza se riuscirà a far convergere su di lui le indicazioni dei candidati moderati.
La base elettorale di Luisa Gonzalez, invece, risiede tutta nei nostalgici di Correa, che ha governato l’Ecuador dal 2007 al 2017, ma questo potrebbe non bastargli per vincere il ballottaggio.
Ieri si è votato anche per il rinnovo del Parlamento e lì l’exploit del movimento progressista Revolucion Ciudadana è stato maggiore rispetto ai voti ottenuti per la corsa presidenziale dalla Gonzalez; la sinistra ottiene il 40% dei seggi, con una solida maggioranza relativa e fa molto bene anche il movimento politico fondato da Villavicencio, che supera il 20% dei seggi.
I due mesi che verranno saranno segnati da una forte contrapposizione, con lo stato di emergenza decretato dal governo uscente che rimane in vigore. Gli ecuadoriani si sono ormai abituati a vedere i candidati circolare con casco e giubbotto antiproiettile, i seggi blindati dall’esercito, i posti di blocco nelle principali città.
La forza delle organizzazioni criminali è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, a causa dell’aumento del traffico di droga. L’Ecuador è la terra di mezzo e passaggio di buona parte della cocaina colombiana che viene poi spedita negli Stati Uniti o in Europa.
Con una tassa di 25 omicidi ogni 100.000 abitanti, tra le più alte al mondo ed un grado di violenza molto diffuso soprattutto nelle periferie urbane e in Amazzonia il prossimo governo è chiamato a cambiare radicalmente la strategia di lotta alla criminalità organizzata.
Grande soddisfazione, infine, per le organizzazioni di indigeni e gli ambientalisti per la netta vittoria nel referendum sui giacimenti di petrolio posti nel parco nazionale di Yasunì, in Amazzonia.
Il 60% degli elettori ha votato per bloccare l’esplorazione petrolifera in una regione chiave per la biodiversità. Secondo Petroecuador, la compagnia pubblica del greggio, la fine delle attività nella regione provocherà una perdita di 14 miliardi di dollari per il Paese nei prossimi 20 anni.
Il presidente uscente Guillermo Lasso ha detto chiaramente che questo comporta una drastica riduzione delle politiche assistenziali e di welfare, che oggi rappresentano un quarto della spesa pubblica. “I soldi non contano nulla – ribattono gli indigeni – se per ottenerli si deve distruggere la nostra terra, la nostra diversità e vedere uno Stato che calpesta i diritti dei popoli originari. Oggi ha vinto la vita e il futuro sostenibile dell’Ecuador”
(da Huffingtonpost)
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Agosto 22nd, 2023 Riccardo Fucile
LE ANALISI DI ALESSANDRO CAMPI, ANTONIO NOTO E MASSIMILIANO PANARARI
Nessun nemico a destra. L’antica massima della sinistra francese (‘pas d’ennemis à gauche’) vale anche per la destra italiana? Pare proprio di no, almeno a sentire politologi e sondaggisti.
Per il partito di Giorgia Meloni potrebbe valere anzi ‘tanti nemici, tanto onore’ (vale anche se i nemici sono post-fascisti) perché lei dimostrerebbe di essere ormai un’altra cosa rispetto al passato.
Se non fosse che a quei voti guarda con sempre maggiore interesse Matteo Salvini, il quale ‘flirta’ con Alemanno e ‘chiama’ Vannacci.
Che si affacci una competition a destra è l’ipotesi rilanciata da molti dopo il caso Vannacci. Il libro del generale (‘Il mondo al contrario’) è in sintesi un manifesto di una nuova destra ? Quella destra che non ha rinnegato il sovranismo in nome dell’atlantismo e dell’europeismo? Mentre in Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli e Galeazzo Bignami cercano di tamponare gli effetti sull’elettorato di FdI della scelta fatta da Guido Crosetto, Forza Nuova si offre di candidare il generale, Gianni Alemanno lo corteggia e annuncia di voler dar vita a un partito, Salvini lo difende apertamente.
Ma quanto valgono e a chi andranno i voti della destra-destra?
Alessandro Campi, ordinario di Scienza politica all’Università di Perugia, non crede che ci sarà un’exploit.
In primo luogo – spiega- per ragioni per così dire tecniche. Alle Europee per essere competitivo devi avere capacità organizzative all’altezza di circoscrizioni enormi: nord-est, nord-ovest, centro, sud, isole. Non a caso alle europee più recenti, quelle del 2019, Forza Nuova prese lo 0,2%. Casapound lo 0,3.
Ma a parte questo, è sul piano politico che la destra-destra rischia un buco nell’acqua. “Se si vuol criticare Meloni perché ha abbracciato l’atlantismo e l’europeismo e sulla base di questa critica raccogliere consensi, allora conviene ricordare che la destra italiana ha già ampiamente metabolizzato quelle scelte”, dice Campi che ricorda come il dibattito nel Msi risalga agli anni ‘50 e si risolse a favore della scelta atlantista sulla base di un forte argomento ideologico: l’anticomunismo. “Anche An sancì che quella direzione di marcia non era reversibile. E’ molto probabile dunque che un nuovo partito alla destra di Meloni che faccia leva su anti-atlantismo, magari condito da simpatie putiniste, sia destinato a una rappresentanza marginale”. Meloni, insomma, terrà.
Non ne è cosi’ convinto Gianni Alemanno, che a Orvieto ha presentato il Forum dell’indipendenza italiana, federazione di 38 sigle appartenenti “all’area del dissenso”. L’ex sindaco di Roma ipotizza che il 10 per cento degli italiani possano votare la sua futura creatura. Sul piano teorico è indiscutibile. Ma sul piano pratico è tutto da vedere.
“Nel continuum delle scelte politiche, tra il 7 e il 10 per cento degli italiani sceglie la destra identitaria”, spiega Antonio Noto, presidente dell’omonimo Istituto demoscopico. Ma un conto è il posizionamento, un altro conto è l’offerta politica.
Per dirla con un esempio: se ti piace la mozzarella, ma ti mettono nel piatto una mozzarella amara, non la mangerai.
“E’ quel che accade ad esempio con il centro. Se chiedi agli italiani se si definiscano di sinistra, di centro o di destra, il 15 per cento si definisce di centro. Poi però – dice Noto – alle elezioni il centro non arriva a doppia cifra. Il posizionamento politico è essenziale, ma poi è importante il prodotto”.
Dal punto di vista dell’offerta politica, Fratelli d’Italia e i partiti alla sua destra sono solo parzialmente in competizione. “Nel 27-30 per cento della stima elettorale di Fratelli d’Italia – ricorda Noto – il 7-10 per cento è un elettorato identitario, che formula le sue scelte in base alle posizioni espresse su temi come l’immigrazione, i diritti delle minoranze, le politiche di genere… Il restante 20-23 per cento è invece un elettorato d’opinione, fluido, che si orienta in primo luogo sulla base delle scelte di tipo economico. E’ un elettorato d’interesse, che vota dopo aver valutato cosa pensano i partiti su temi come l’occupazione, i salari, il risparmio. Il primo è un elettorato identitario, il secondo d’interesse. Negli ultimi 20 anni, è stato questo secondo tipo di elettorato a decidere chi vinceva nelle urne. E’ successo coi M5s e poi con la Lega, che poi hanno perso quegli elettori. Ora Fdi ha l’occasione di stabilizzare il voto a suo favore”.
La sfida per la premier è far andare d’accordo le due anime. Ma soprattutto non perdere l’elettorato d’opinione, d’interesse.
“Il 55 per cento degli italiani non si dichiara nè di centro, né di sinistra, nè di destra. Valutano in base agli obiettivi, non in base alle nostalgie. Paradossalmente, la formazione di un’area politica autonoma a destra di Fdi, una formazione che abbia una certa consistenza, sarebbe per Meloni la consacrazione che il suo è ormai un partito di governo e non l’erede della tradizione postfascista”.
Questo però accadrebbe se la destra-destra si proponesse come formazione autonoma. Nel caso in cui scegliesse di appoggiarsi a uno degli attori già in campo, chi potrebbe avvantaggiarsi di questa dinamica è certamente Matteo Salvini.
Il leader della Lega da tempo intesse rapporti con associazioni e movimenti ‘a destra’. Per dire, alla convention di Alemanno, Salvini ha inviato come osservatori l’eurodeputato Antonio Rinaldi e l’ex senatore Massimo Pillon. Il leghista ha difeso Vannacci, gli ha telefonato, secondo molti potrebbe addirittura candidarlo a Bruxelles.
“Molto probabilmente il leader della Lega vede delle finestre di opportunità nello spostamento di Meloni su responsabilità di governo”, dice Massimiliano Panarari, ordinario di sociologia della comunicazione all’Università Mercatorum di Roma. “Meloni ha iscritto la sua azione in una cornice atlantista ed europeista che è obbligata ma che è molto diversa dall’offerta politica di Fratelli d’Italia, ai tempi in cui era un partito di opposizione. Si è creato un vuoto politico, e Alemanno con il suo partito intende riempirlo”, spiega il sociologo. In questa direzione, la nuova destra di Alemanno sarebbe l’ideale fiancheggiatrice della Lega. “Salvini ha iniziato il progetto di Lega nazional populista. Poi lo ha interrotto. Ora che Meloni ha lasciato scoperta quell’area politica potrebbe tornare a occuparlo”, aggiunge Panarari.
Ad esempio con un’alleanza elettorale alle prossime europee. E questo spiegherebbe l’insistenza di Salvini nell’alleanza con Marine Le Pen e Afd. Potrebbe ad esempio ospitare Alemanno nelle liste della Lega, oppure fare un’operazione come quella che Calenda fece con il Pd nel 2019, quando diede vita alla lista Pd-Noi europei. Per la Lega più Alemanno la lista che nome avrebbe, Lega – Noi antieuropei? Per Meloni sarebbe comunque un problema.
(da Huffingtonpost)
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