Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA MAXI OPERAZIONE “GAME OVER” HA PORTATO ALL’ARRESTO DI 82 PERSONE DELLA ‘SOCIETÀ FOGGIANA’: “È UN’ORGANIZZAZIONE MAFIOSA CON UNA STRUTTURA BASATA SUL FAMILISMO E CON EQUILIBRI FLUIDI, UTILI A TESSERE ALLEANZE CON LE ALTRE MAFIE”
«La provincia di Foggia per troppi anni è stata avvolta in un cono
d’ombra che ha investito ogni livello, a partire da quello mediatico. Una condizione ideale perché una nuova mafia, una quarta mafia, potesse crescere e affermarsi». Preferisce la concretezza alla diplomazia il colonnello Michele Miulli, pugliese di Gioia del Colle, da 11 mesi comandante provinciale dei Carabinieri di una provincia, la Capitanata, tra le più difficili d’Italia.
Pochi mesi dopo l’insediamento, con i suoi uomini, e sotto il coordinamento della Dda di Bari, ha perfezionato la più imponente operazione antimafia nella storia di questo territorio, denominata “Game over”, conclusa, poche settimane fa, con l’arresto di 82 persone: vertici, soldati e vedette della “Società foggiana”, la quarta mafia appunto.
Colonnello, cosa intende per “cono d’ombra”?
Nella conferenza stampa dell’operazione “Game over”, il procuratore distrettuale Antimafia di Bari, Roberto Rossi, ha parlato di una colpevole sottovalutazione del fenomeno mafioso, in questo territorio, da parte dello Stato. Credo siano parole condivisibili alle quali mi permetto di aggiungere un’altra considerazione. Anche i media nazionali non hanno dato al problema il giusto rilievo. Questa “assenza” non ci semplifica le cose.
Che cos’è la Società foggiana?
È un’organizzazione mafiosa priva di un vertice aggregante ma che ha una struttura interna compatta, basata sul familismo. Funziona su un modello federale, ha equilibri fluidi, utili a tessere alleanze con le altre mafie presenti nel Foggiano, a Cerignola come a Vieste, o a San Severo.
È una mafia relativamente giovane, il suo primo riconoscimento risale al 1994 con il famoso maxi-processo Panunzio a 67 imputati. Ma, pur se giovane, è un’organizzazione evoluta, con spiccate capacità imprenditoriali, che fa un uso della forza spregiudicato, persino spettacolare. E che reinveste i profitti in attività imprenditoriali.
Perché “Game over” è una pietra miliare contro la quarta mafia?
Intanto per il numero delle persone coinvolte, poi perché abbiamo preso i capi dell’organizzazione delle tre storiche “batterie” che costituiscono la Società foggiana. Inoltre, perché è stato disvelato un sistema per la gestione monopolistica del traffico di cocaina, in analogia con quanto accade per le estorsioni, i due pilastri della Società foggiana. Ma il curriculum è ricco anche di omicidi, rapine, furti di autovetture finalizzati al riciclaggio, fino agli assalti ai furgoni portavalori che hanno un impatto quasi scenografico.
Cioè?
Sono vere e proprie azioni militari condotte da commando organizzati, esportate pure fuori dalla Puglia.
Perché si arriva a uccidere?
Si arriva ad uccidere quando saltano gli equilibri tra organizzazioni criminali diverse.
A proposito di equilibri, l’operazione “Game over” dimostra proprio che prima delle ambizioni personali vengono gli affari. Non è così?
Confermo. Queste tre batterie della Società foggiana, nonostante fossero in conflitto, hanno raggiunto un accordo con cui è stato costituito un “assetto multipartecipativo” del traffico di droga per condividere e spartire i profitti. È un’assoluta novità rispetto alle altre mafie, perché nessun’altra organizzazione mafiosa gestisce il traffico di stupefacenti in modo unitario. Il controllo del territorio passa quasi in secondo piano a vantaggio di equilibri economici.
Qual è stato lo spartiacque tra il “cono d’ombra” e la presa di coscienza, almeno a livello istituzionale, di un fenomeno così radicato?
Senza dubbio la strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, in cui ci furono 4 morti, tra cui due vittime innocenti, i fratelli Luciani, due agricoltori uccisi perché testimoni di un agguato. Questo accese un faro sulla brutalità della mafia foggiana. Da allora la pressione dello Stato si è fatta serrata. Si sono susseguiti indagini, arresti, condanne, interdittive antimafia, fino allo scioglimento di più consigli comunali.
La “Società” ha collegamenti con altre mafie?
La nascita della mafia foggiana si deve proprio ad un’intesa con il boss camorristico Raffaele Cutolo. Il riferimento è all’incontro del gennaio 1979 all’Hotel Florio, sulla strada che collega Foggia a San Severo, che diede vita alla Nuova camorra pugliese. Poi, dopo una serie di vicissitudini, e dopo la creazione della Sacra corona unita, nata nelle carceri italiane, si registrarono guerre di mafia che hanno portato la Società foggiana ad affrancarsi dai legami con la camorra. Più recentemente sono documentate intese con la ‘ndrangheta e con organizzazioni estere, come la mafia albanese.
(da Avvenire)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
UN DISOCCUPATO: “COMPRARE DAI PRODUTTORI COME DICE IL MINISTRO? CI VUOLE LA MACCHINA E I PREZZI SONO MOLTO PIÙ ALTI” … A NAPOLI GLI ORFANI DEL REDDITO DI CITTADINANZA VANNO A CACCIA DELLA SOCIAL CARD, CHE RIMANE UN MIRAGGIO: “NEMMENO I 300 EURO DEL ‘CONTENTINO”
Davanti all’ingresso si sono radunate una ventina di persone. Anziani, giovani, uomini, donne, italiani, stranieri. Aspettano con calma che si facciano le 9, l’orario di apertura della porta a vetri oltre la quale li aspetta una busta verde di plastica con un pezzo di pane, un pacco di pasta, uno di riso e uno di farina, un cartone di latte, una confezione di tonno, un barattolo di legumi.
Sono una ventina in fila davanti alla porta della Casa dell’Amicizia di piazza dei Consoli al Tuscolano soltanto perché la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato la distribuzione con numeri, tessere e turni. «Altrimenti ci sarebbe la ressa qui fuori», spiega Mario Gabbarini, uno dei responsabili delle Case.
Quella del Tuscolano è una delle 28 che la Comunità ha aperto a Roma, centri dove si trova ascolto e aiuto, anche sotto forma di cibo a chi e ha bisogno. Sono più di 10mila i pacchi distribuiti ogni mese nella capitale, il triplo rispetto al 2019, prima del Covid.
«E il numero di chi arriva è in aumento – racconta Giorgio Bevilacqua, anche lui fra i responsabili delle Case –. In aumento sono soprattutto gli italiani».
Morena Rossetti ha 67 anni e un grande sorriso con cui ha accolto per anni i clienti e con cui ora nasconde la tristezza. «Avevo un negozio di giocattoli qui al Tuscolano – racconta -. Con il Covid siamo stati costretti a fermarci. Eravamo in affitto, le spese erano molte anche quando non incassavamo. Abbiamo venduto la casa per pagare i debiti e così io e mio marito, quando avremmo dovuto essere a un passo dalla pensione, siamo diventati dei senza fissa dimora».
§Morena Rossetti e il marito vivono con il figlio e con la sua compagna. 650 euro di reddito di cittadinanza e i conti che a fine mese non tornano mai. Anche Roberto Cavallini vive con il reddito di cittadinanza. Lui il lavoro l’ha perso un giorno di sei anni fa quando gli hanno rubato il furgone con tutta la merce dentro.
Non va a fare la spesa di prodotti di qualità come sostiene il ministro Lollobrigida. «Ci vuole la macchina per andare dai produttori e i prezzi sono molto più alti» ride Roberto. No, lui corre al supermercato quando arriva il Reddito e quando ci sono le offerte. Compra e surgela per avere le scorte di cibo quando, dopo la metà del mese, i soldi iniziano a scarseggiare.
Stefano Paris ha 68 anni e una pensione sociale di 516 euro che gli lascia pochi spiccioli. «Non fumo, non bevo, il mio unico lusso è il cane ma è la mia famiglia. Mi ha salvato dalla depressione, prima mangia lui e poi io». Per mangiare Stefano Paris fa il giro dei centri di distribuzione. «Oltre al pacco di Sant’Egidio prendo anche quello di un centro che sta a San Lorenzo. E vado alla mensa a Colle Oppio e quella della Caritas. Non ce la farei altrimenti».
E i prodotti di qualità di cui parla il ministro Lollobrigida? «Che falsità! E poi, prendere in giro noi che siamo in difficoltà vuol dire mortificarci. Meno male che Giorgia Meloni è cristiana, a me sembra più Erode che Cristo».
(da La Stampa)
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Agosto 28th, 2023 Riccardo Fucile
“DEDICATA A TE”, LA CARTA DEL GOVERNO DEI RICCHI E’ LA CARITA’ DI STATO DEL GOVERNO: 380 EURO UNA TANTUM CHE DEVONO BASTARE UN ANNO
Brevi storie di piccoli aiuti, concessi e negati, sulla collina delle
grazie ricevute. Ore 10,30, all’ingresso degli uffici comunali di via Salvatore Tomasi – un vicoletto appeso come un passo alpino – non c’è traccia della “processione” di cittadini in attesa di ricevere notizie della social card affettuosamente chiamata “Dedicata a te”, assembramento immortalato da video e foto puntualmente rimbalzati sui social. Ad accogliere tutti è Pasquale, il custode, su una sedia con forbici e numeretti che fanno tutt’uno con le sue mani.
«Adesso, come vede, si sbrigano in pochi minuti», dice. Nei giorni precedenti però la coda sulla strada era arrivata a lambire l’icona della Vergine che dà inizio al percorso di una antica via Crucis.
Per un singolare cortocircuito storico e socio-culturale, infatti, gli uffici del Servizio politiche sociali del Comune di Napoli si trovano in un vecchio convento, giusto di fianco alla secentesca chiesa dove si faceva assistenza ai poveri.
Nell’androne c’è una sfilza di lapidi marmoree che risalgono all’800, sono ex voto. La signora Simona arriva da Bagnoli (dall’altra parte della città): «Nemmeno i 300 euro del “contentino” mi danno, dicono manchi un requisito». Poi stempera con l’ironia: «Volevo comprarmi un ventilatore».
Il riferimento è alla cifra prevista per i percettori dell’aiuto «all’acquisito di beni di prima necessità» previsto dalla legge di Bilancio 2022, che, fatti i conti, si sono ridotti a 382 euro e 50 centesimi. Una tantum.
«Nemmeno un euro al giorno. Cos’è, carità di Stato? Beh, non è così che si fa», dice Luigi, 53 anni e 5 figli. Gli fa eco Antonietta: «È per la spesa? Bene. Io ho 4 figli, quante spese ci posso fare in un anno?».
Al primo piano c’è il dirigente del Servizio politiche di inclusione. Raffaele Salamino – sardo di nascita, marito di una napoletana – è a Napoli da tre mesi: «Sì, sto accogliendo anch’io l’utenza». Problemi di organico? «No. Ma c’è stato un afflusso eccezionale». Code, proteste, giorni difficili… «Guardi, le dico solo che ci sono dipendenti che hanno rinunciato alle ferie per stare qui in questi giorni».
I problemi però esistono. «Abbiamo spedito oltre 31mila lettere che consentivano di andare direttamente negli uffici postali, l’intoppo non è dipeso da noi. E comunque tutto questo procedimento, come sa, non è partito dai Comuni. Purtroppo è vero che ci sono 42.535 nuclei familiari che rientrano tra gli aventi diritto ma sono stati esclusi».
Un’ultima cosa: la sede dei servizi sociali non ha un ascensore, come fanno i malati, le donne incinte, gli anziani, i diversamente abili? «Sì, certo, ha ragione, in questi casi scendiamo noi giù».
(da La Stampa)
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