Destra di Popolo.net

MANOVRA, CACCIA ALLE RISORSE, SCURE SUI CONTRATTI PUBBLICI

Agosto 27th, 2023 Riccardo Fucile

PER I RINNOVI SERVONO OTTO MILIARDI

Otto miliardi difficili se non impossibili da trovare, una grande incognita sulla manovra, che lunedì inizia il suo percorso.
Risorse indispensabili per i rinnovi di tutti i contratti della Pubblica Amministrazione, che a questo punto sono a rischio. Risorse che, secondo i sindacati, sarebbero comunque insufficienti. «Un’indicazione realistica», come ha avuto invece modo di dichiarare il ministro della Pa Paolo Zangrillo, che la prossima settimana vedrà il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Vuole capire su quali risorse potrà contare, nella prossima legge di Bilancio, per avviare la “nuova” tornata di rinnovi 2022-2024. Senza avere la pretesa di recuperare tutta l’inflazione perché costerebbe quanto una manovra intera, sempre parole del ministro.
Per mettere insieme le risorse della tornata precedente (2019-2021) ci sono volute quattro leggi di Bilancio, ed è ancora da completare: «Ci rimane la dirigenza – spiega il presidente dell’Aran (l’agenzia che si occupa della contrattazione pubblica) Antonio Naddeo – Per la dirigenza medica siamo in dirittura d’arrivo, ci vediamo il 5 settembre. Per i comparti istruzione e ricerca ed enti locali attendiamo ancora l’atto d’indirizzo dei rispettivi ministeri».
A rendere più difficile la partita dei nuovi rinnovi il fatto che l’anno scorso non siano state stanziate risorse, perché si è data priorità ai ristori a famiglie e imprese. I dipendenti pubblici si sono dovuti accontentare di una modesta indennità, costata un miliardo e mezzo, e comunque da rifinanziare. Se neanche quest’anno il governo trovasse risorse sufficienti, – e sembrano essercene tutte le premesse visto che al Meeting di Rimini Giorgetti ha messo le mani avanti, affermando che «non si potrà fare tutto» – i sindacati non lo accetteranno. «Non facciamo stime – dice la segretaria generale della Fp Cgil Serena Sorrentino – Diciamo che con un’inflazione a lungo a due cifre il governo non può pensare di non rinnovare i contratti (dentro ci sono quelli di sanità ed enti locali che in questa fase sono particolarmente sotto pressione visto l’aumento del disagio sociale) o di appostare cifre irrisorie».
Il rinnovo dei contratti non è l’unica urgenza della Pa. I concorsi non hanno ancora avuto l’impulso annunciato e gli uffici continuano a svuotarsi per i pensionamenti. «Anche se a fine anno si arrivasse alle 170 mila assunzioni annunciate dal ministro, non si coprirebbe neanche il turnover». dice Sorrentino. Una soluzione parziale potrebbe essere l’assorbimento dei 40 mila idonei delle graduatorie “uniche”, valide per diverse amministrazioni. Oltre ai sindacati, a chiederlo sono anche gli interessati, in particolare i 15 mila funzionari del concorso bandito con la riapertura delle procedure nel 2020, a rischio di decadenza perché la graduatoria scadrà il prossimo febbraio. Di loro, a guardare i numeri dei sindacati, ci sarebbe un gran bisogno. Ma le amministrazioni fanno fatica a programmare il fabbisogno, le procedure non aiutano: rischiano che non li chiami nessuno, e che si debba ricominciare daccapo, con un nuovo concorso .
(da agenzie)

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VITTO, ALLOGGIO E SUPER DELEGAZIONI: GIORGIA SPENDE PIU’ DEGLI ALTRI (I SOLDI DEI CONTRIBUENTI)

Agosto 27th, 2023 Riccardo Fucile

RECORD: IN 6 MESI 26 VIAGGI PER UNA MEDIA DI 12.000 EURO: PESANO PASTI E ALBERGHI… SUPERA DRAGHI, RENZI, GENTILONI E CONTE

Nei primi sei mesi di governo, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha speso più dei suoi ultimi predecessori in missioni e viaggi istituzionali in Italia e all’estero. A certificarlo sono i report sugli “Importi di viaggi di servizio e missioni pagati con fondi pubblici”, resi noti dalla Presidenza del Consiglio fino al mese di aprile, gli ultimi dati disponibili. La leader di Fratelli d’Italia è la premier che negli ultimi anni ha speso mediamente di più per ogni missione nei primi sei mesi di governo: più degli esecutivi di Draghi, Conte-2, Renzi e Gentiloni. Il record riguarda soprattutto le spese legate a pernottamenti e pasti. Buona parte di questi costi sono spesso necessari (a partire dall’utilizzo del volo di Stato) e, in molti casi, obbligatori perché per i movimenti istituzionali della premier devono essere garantite tutte le norme di sicurezza necessarie. A far variare i costi è soprattutto la delegazione istituzionale: Meloni si fa notare per le delegazioni più corpose, con un record di quelli esterni al suo team di Palazzo Chigi.
Le spese sono formate da tre componenti: il costo del trasferimento (aerei, automobili, treni), il pernottamento e i pasti, infine l’indennità di missione. La voce che pesa di più nei viaggi è quella legata a vitto e alloggio e su questo Meloni segna un record rispetto agli altri premier: dei circa 302 mila euro spesi per le sue 26 missioni, circa 194 mila riguardano pernottamento e pasti (pari al 64% della spesa totale). Poco più bassa la percentuale del Conte-2 con 254 mila euro su 410 mila (62%), cifra più alta in valore assoluto ma più bassa in rapporto al numero di missioni (56, il doppio di Meloni). Draghi è al 59% con 50 mila su 86, mentre scendono le spese per vitto e alloggio nei governi Conte-1 (40%), Renzi (39,2%) e Gentiloni (31%).
Il costo medio delle missioni di Meloni è pari a 11 mila 600 euro. Il suo predecessore Draghi, nello stesso periodo, aveva speso 85 mila euro per 11 missioni con una media di 7 mila e 800 euro a viaggio, mentre nei primi sei mesi del governo giallorosso, Giuseppe Conte aveva speso 410 mila euro, però per il doppio delle missioni (56) con una media di 7 mila e 300 euro l’una.
Più bassi invece i costi dei governi Gentiloni e Renzi che, in media, si concentrarono poco sulle missioni internazionali nei primi 180 giorni di governo e più su quelle italiane (dunque meno costose): l’attuale commissario europeo a Palazzo Chigi aveva fatto 34 viaggi per un costo di 196 mila euro (mediamente 5 mila 700 euro), mentre il senatore di Firenze ne aveva fatti 57, per un costo totale di 140 mila euro, 3 mila di media.
L’unica eccezione è quella del governo Conte-1 che nello stesso periodo di tempo ha speso 318 mila euro, con una media di 12 mila a missione. I due casi però sono difficilmente paragonabili: nei primi sei mesi, il premier gialloverde partecipò a un G7 in Canada, fece due visite negli Usa, tre Consigli europei, un viaggio a Mosca, due visite in Africa e una in India.
Il costo delle missioni del Conte-1 si era notevolmente alzato a metà novembre, superando i 700 mila euro: un’impennata dovuta alla conferenza internazionale sulla Libia che si tenne a Palermo e che portò a ospitare 4 delegazioni libiche.
Per quanto riguarda i viaggi “costosi”, nel primo semestre di governo, Meloni ha partecipato alla Cop27 in Egitto, al G20 in Indonesia e a una missione unica tra India ed Emirati. La spesa media, in sintesi, è quasi uguale, ma il “primo” Conte è andato in posti più lontani e con missioni più prolungate.
A pesare sul costo dei viaggi sono soprattutto le delegazioni che in questi mesi hanno accompagnato la premier. La media delle persone che Meloni ha portato con sé è la più alta, escludendo Draghi: 478 persone per 26 viaggi con una media di 19 persone a missione. Più bassa la media del Conte-2 e di Gentiloni (si fermano a 17 persone per missione) mentre il Conte-1 toccò quota 19, come la premier. Draghi invece arriva a 21 persone, ma c’è un motivo che lo rende poco paragonabile agli altri premier: l’ex banchiere centrale ha svolto solo 11 missioni, concentrate tra maggio, giugno e luglio del 2021. Questo perché l’inizio del suo governo fu durante la pandemia Covid-19 e i viaggi furono ridotti all’osso. Quella delle delegazioni esterne alla Presidenza del Consiglio è un’anomalia meloniana: nelle sue 26 trasferte, sono state ben 30 le persone arrivate “da fuori”. Il quintuplo di quelle di Conte, mentre era stata una soltanto per Draghi e zero per Gentiloni e Renzi.
(da Il Fatto Quotidiano)

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UN VOLO E MOLTI MISTERI

Agosto 27th, 2023 Riccardo Fucile

PRIGOZHIN DA SEMPRE OSSESSIONATO DALLA SICUREZZA: PRETENDEVA CHE VI FOSSERO DEI PARACADUTE, CUSTODIVA LE ARMI DELLA SCORTA IN BUSTE SIGILLATE, CAMBIAVA ALL’IMPROVVISO ORARI E DESTINAZIONE DEI SUOI SPOSTAMENTI

Troppi estranei attorno al jet di Prigozhin nei giorni precedenti al disastro. Da qui i sospetti di una mano assassina, in grado di preparare la trappola.
Il primo intervento, noto, risale forse a luglio. L’Embraer — secondo il Moskovsky Komsomolets — è parcheggiato a Sheremetyevo, sosta per consentire agli elettricisti di riparare il frigo di bordo.
Non funzionava bene, serviva agli ospiti. Il capo della Wagner lo voleva riempito di succhi di frutta di produzione nazionale, controllati personalmente, così come aveva vietato l’alcol.
Poi il secondo episodio, alla vigilia dell’ultimo volo. Il pilota Rustan Karimov porta a bordo un uomo e una donna, sono interessati all’acquisto del velivolo e restano nell’abitacolo per circa un’ora. Prigozhin pretendeva che vi fossero dei paracadute, custodiva le armi della scorta in buste sigillate, cambiava all’improvviso orari e destinazione dei suoi spostamenti. Solo che negli ultimi tempi le autorità gli avrebbero posto dei limiti, non poteva fare ciò che voleva.
Le indiscrezioni — tutte da confermare — accreditano la tesi del sabotaggio con il ricorso ad una bomba. [.
Mosca ha precisato che serve tempo per l’esame del Dna, per le verifiche sui rottami — sempre che li abbiano conservati come si deve —, per l’analisi delle scatole nere. Gli inquirenti possono riscontrare tracce di esplosivo, le registrazioni, fornire parametri fondamentali su eventuali avarie o fattori esterni, i medici legali stabilire le identità dei dieci corpi. A patto che ci sia la volontà di farlo.
Al centro resta la domanda principale: Prigozhin era davvero sul jet? I dubbi sono diminuiti ma non scomparsi, persino il presidente Joe Biden ha mantenuto una posizione prudente. Al tempo stesso sono continuate le spiegazioni sul perché il Cremlino sarebbe il presunto mandante. Punire il traditore, dare un segnale, eliminare un personaggio ingombrante.
(da Il Corriere della Sera)

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I PUNTI OSCURI DELLA MORTE DI PRIGOZHIN: I DUE ESTRANEI SUL JET PRIMA DELLO SCHIANTO

Agosto 27th, 2023 Riccardo Fucile

POCO PRIMA DELL’INCIDENTE IL CAPO DELLA WAGNER DICEVA: “IO NON MENTO, PERCIO’ MEGLIO PER LORO UCCIDERMI, LA RUSSIA E’ SULL’ORLO DEL DISASTRO”

È stato sabotato l’aereo precipitato lo scorso 23 agosto su cui viaggiava Yevgeny Prigozhin insieme ad altri membri della sua organizzazione? E il fondatore stesso del gruppo Wagner era presente sul velivolo?
Sono tante le domande senza risposta. La tesi più accreditata, al momento, è quella del sabotaggio con una bomba a bordo nascosta nella cambusa e fatta deflagrare durante il volo, ma sarà l’inchiesta – se condotta con tutti gli elementi a disposizione, in particolare le scatole nere – a chiarire quanto accaduto.
In qualsiasi caso, dopo l’incidente sono emerse diverse anomalie nei giorni precedenti all’esplosione.
Come riporta il Moskovsky Komsomolets il velivolo ha fatto sosta a Sheremetyevo per riparare il frigo-bar a bordo e il freno del carrello del jet executive RA02795.
E pochi giorni prima dell’ultimo volo, il pilota Rustan Karimov avrebbe fatto salire a bordo del velivolo per circa un’ora un uomo e una donna, apparentemente interessati all’acquisto dell’elicottero, in vendita per 5 milioni di dollari.
C’è poi la figura di Sergey Kitrash, ingegnere della Mnt Aero, società proprietaria del velivolo: l’uomo sarebbe stato presente in tutte le occasioni in cui il velivolo è stato riparato. Sospetti aleggiano anche sul responsabile della sicurezza del velivolo e vicedirettore dell’Anm, Sergei Shtyrkov, a cui sarebbe stato promesso un ruolo più alto nella compagnia di aviazione statale russa Atm.
I comportamenti anomali di Prigozhin e la lite con Putin
A ciò si aggiungono i comportamenti più recenti di Prigozhin: il capo dei mercenari sempre più spesso cambiava all’improvviso orari e destinazioni dei suoi spostamenti (sempre più limitate da Mosca) e voleva essere certo che sul velivolo fossero presenti paracadute e armi nascoste.
Malgrado la smentita ufficiale, il Cremlino viene ritenuto il più probabile mandante. Secondo gli analisti la morte di Prigozhin sarebbe stato un “messaggio” che il Cremlino avrebbe voluto mandare ad altri potenziali ribelli, ma anche per ristabilire l’immagine del proprio potere e della propria autorità.
Secondo quanto riportato da Meduza, subito dopo il tentativo di assaltare il Cremlino, bloccatosi improvvisamente, tra Putin e Prigozhin ci sarebbe stato un incontro di tre ore in cui il presidente russo avrebbe inveito contro il capo dei mercenari, come già emerso da alcune indiscrezioni apparse sui media francesi lo scorso luglio. E anche lo stesso Prigozhin sembra aver mostrato sempre più diffidenza verso il Cremlino.
In un video apparso nelle ultime sul canale Telegram, Prigozhin diceva: «Siamo a un punto di ebollizione. Io non mento, perciò meglio per loro uccidermi. Onestamente dico che la Russia è sull’orlo del disastro. Se i bulloni non vengono subito aggiustati, l’aereo si sgretolerà in aria».
(da Open)

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IMBECILLI IN PISTA: ALLA DISCOTECA “BLANCO BEACH BAR” DI FIRENZE LA SCORSA NOTTE TRA I GADGET C’ERANO CARTELLI COLORATI CON LA SCRITTA: “O ME LA DAI O ME LA PRENDO”

Agosto 27th, 2023 Riccardo Fucile

I GESTORI DEL LOCALE HANNO CHIESTO SCUSA: “SIAMO DISPIACIUTI, È STATA UNA LEGGEREZZA. I CARTELLI SONO STATI PORTATI DA UNA SOCIETÀ ESTERNA”

Una serata estiva in discoteca, al Blanco Beach Bar di Firenze, tra drink, balli e membri dello staff vestiti come piloti di aereo. L’evento, che per l’estate si è svolto ogni venerdì, comprendeva anche dei gadget (forniti da una società esterna): cartelli colorati con sopra diverse frasi. Una di queste ha scatenato polemiche sui social. “O me la dai, o me la prendo” si leggeva.
In Rete è rimbalzata su diversi gruppi: “È sessismo” e anche “E’ un messaggio violento”. Un altro cartello riportava la scritta “Check-in” con una freccia indirizzata verso il basso ventre. “In un sistema in cui violenze, molestie e sopraffazioni sono all’ordine del giorno, il Blanco ci offre l’esempio concreto di quanto una cultura basata sul possesso e sulla deumanizzazione dei corpi sia egemonica” si legge in un post pubblicato dal collettivo Panche Network.
“I gadget riprendevano dei celebri meme. ‘O me la dai o me la prendo’ è una battuta che ha fatto il giro dei social, pronunciata da Lello di Bari circa due anni fa in un video che su YouTube ha 1,6 milioni di visualizzazioni e che ha attirato l’attenzione del web con reinterpretazioni e addirittura dei remix” si legge in un comunicato della discoteca.
Una frase però decontestualizzata dalla sua versione originale. In estate, a distanza di due anni, nel locale sembra essere tornata in voga. I vertici della discoteca intervengono e si dicono dispiaciuti. Si legge sempre nella nota: “Le serate Aerofun non sono più parte della programmazione del Blanco dalla fine di luglio. La direzione è fortemente dispiaciuta per essere caduta nella leggerezza di permettere questo tipo di contenuto all’interno del proprio club”
(da agenzie)

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“HO PROVATO A FARE QUELLO CHE SI DOVEVA FARE”

Agosto 27th, 2023 Riccardo Fucile

MATTIA AGUZZI CHE HA SALVATO LA BIMBA CADUTA DAL QUINTO PIANO A TORINO: LA TELEFONATA POCO PRIMA, LA PRESA AL VOLO

«Ero lì sotto e speravo solo di riuscire a prenderla. Credo anche di aver chiuso gli occhi, ma è andata davvero bene». Sono le parole di Mattia Aguzzi, impiegato di 37 anni, l’uomo che ha salvato la piccola di 5 anni caduta dal balcone al quinto piano di un palazzo in via Nizza a Torino. La piccola, salva per miracolo, presenta solo qualche ferita lieve. All’edizione torinese del Corriere della Sera, il 37enne ha spiegato che si trovava in zona perché la fidanzata «abita poco distante da quel palazzo». La coppia stava passando sotto i palazzi per andare a trovare il cugino che aveva chiesto loro di comprare un po’ di pane. E Aguzzi aggiunge: «Io non credo al destino, ma se non avessi ricevuto quella telefonata non sarei mai passato di lì».
Quanto ai delicati momenti del salvataggio, dopo essere stato avvisato del pericolo da un vicino di casa che aveva visto la bambina inciampare sul balcone, il 37enne spiega: «Ho provato a immaginare il punto dove sarebbe potuta cadere e mi sono piazzato lì: nella mia mente ho scolpita l’immagine della piccola con le braccia in alto che tenta di aggrapparsi. Ma poi il peso l’ha trascinata giù».
Entrambi sono caduti a terra, ma l’intervento dell’uomo ha permesso di attutire l’impatto e di scongiurare la tragedia: «Non c’era tempo per pensare. Ho allargato le braccia e sperato di prenderla al volo. Alla fine è rimbalzata sul mio petto e l’ho bloccata per un attimo. Ma l’impatto è stato forte e siamo caduti tutti e due».
Subito dopo la caduta, sono intervenuti i soccorsi. La bambina è stata trasferita al Regina Margherita, mentre l’uomo è stato portato al Cto: «All’inizio facevo fatica a respirare. L’affanno. Oppure la botta. Non so. Mi hanno detto che non ho nulla e sono contento così».
E il giovane, passata la paura del momento, tiene un profilo basso: «Non chiamatemi eroe: ho fatto tutto così, in modo naturale. Non ho pensato a nulla e ho provato a fare quel che si doveva fare». E Mattia Aguzzi, con una battuta bonaria, conclude: «E comunque adesso non mi diranno più che è meglio se dimagrisco un poco! È andata bene. Che cosa possiamo volere di più? Il destino ci ha messi lì. Il caso, la fatalità. A quel che ne so stiamo tutti quanti bene. E questa, mi creda, è la cosa più bella».
(da Open)

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ALL’ELETTORATO SOVRANISTA NON FREGA UN CAZZO DELL’EGEMONIA CULTURALE E DELLA CULTURA IN GENERALE

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

SE IL LIBRO DI DESTRA PIÙ VENDUTO È QUELLO DEL GENERALE VANNACCI, COSA RESTA DEL PROGETTO DELLA CONTRO EGEMONIA CULTURALE? QUALCHE POSTO IN TV, NOMINE NEI MUSEI, QUALCHE DENARO PER LE FONDAZIONI

In certi circoli della destra si era diffusa una certa grandeur dopo la vittoria elettorale dello scorso anno. Pareva finalmente propizio il momento per la costruzione di una élite di destra, un distillato culturale di conservatorismo dalle sfumature eleganti. Ci si aspettava una fioritura di fondazioni, centri culturali, case editrici, riviste, pamphlet raffinatissimi
E invece, nemmeno un anno dopo, il libro di destra più venduto è quello autoprodotto del generale Vannacci e i presunti protagonisti della nuova egemonia culturale sono ridotti alla difesa dell’autore col coltello tra i denti.
Non si tratta certo di proteggere D’Annunzio, Montale, Prezzolini o Ratzinger dalla censura della sinistra, ma di rivendicare le tesi estremistiche, la prosa incespicante, i concetti sempliciotti e tribali, il lessico da caserma, la posa da deep web di un alto ufficiale il cui comportamento, sul piano istituzionale, suscita più di un dubbio.
Insomma dell’alta cultura, e dell’organizzazione ad essa necessaria, per combattere l’egemonia del gramscismo con i suoi stessi mezzi nemmeno l’ombra. Siamo lontani persino dalla più radicale, ma sempre presa a modello, Francia: a Parigi signori come Zemmour, Onfray, Finkielkraut e Bellamy dimostrano di saper scrivere e padroneggiare concetti storici e filosofici.
Invece la compagnia della destra culturale italiana cede subito al richiamo della foresta e si immola per un generale che vuole fare politica e che, per altro, mette anche in difficoltà le forze della maggioranza con i suoi argomenti brutali.
Allora cosa resta del progetto della contro egemonia culturale dei conservatori? Qualche posto in televisione, un manipolo di nomine nei musei e negli enti culturali, qualche denaro per le fondazioni. Non rimane, insomma, che l’ordinaria amministrazione del potere.
Sarebbe stato più onesto che tentar di nobilitare il caso Vannacci come parte di un progetto di contro egemonia o come reazione alle tendenza censorie della sinistra. La destra pertanto torni a ciò che sa fare: rivendicare e alimentare la cultura popolare, scagliarsi contro i progetti dirigisti e pedagogici del progressismo, ma lasci perdere i progetti intellettuali di grande ambizione.
In primis perché nei circoli vicini ai partiti della maggioranza mancano quantità e qualità per realizzare un progetto di quel tipo e in secondo luogo perché all’elettorato di destra non interessa nulla dell’egemonia culturale.
A quella porzione d’Italia basta il bestseller fatto in casa del generale Vannacci. Con buona pace dei gramsciani di destra.
(da Domani)

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LIBIA, USA E ONU SCARICANO IL PREMIER DABAIBA E IL SUO CLAN DI MALFATTORI

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

DABAIBA E’ STATO SPONSORIZZATO DALL’ITALIA MELONIANA…ENNESIMO FALLIMENTO ITALIANO CHE FINANZIA I TRAFFICANTI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA

L’analisi del giornalista che meglio conosce la realtà libica: Nello Scavo, inviato di Avvenire. Scrive Scavo sul quotidiano della Cei: “L’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Abdoulaye Bathily, ha dato lo sfratto al premier in carica Dbeibah. Una proposta a sorpresa che segna il ritorno degli Stati Uniti nelle sabbie mobili libiche. Per anni gli Usa hanno lasciato fare, a patto di non venire esclusi dalla partita e avviare una stabilizzazione che non concedesse vantaggi a Mosca e non creasse i presupposti per incendiare anche i Paesi confinanti. Non è stato così.
L’attuale premier Dbeibah è accusato fra l’altro di avere sabotato i piani originari pur di tenere il potere e rinviare il tempo delle elezioni, e di un suo possibile addio per mano dell’elettorato. Nell’esecutivo ha imbarcato personaggi come il capo milizia Trabelsi, divenuto ministro degli Interni.
Ha ridato slancio alle ambizioni del “comandante Bija”, il maggiore della guardia costiera e uomo di punta del clan al-Nasr, a cui è affidato l’addestramento dei cadetti nonostante su di lui pendano le sanzioni internazionali per svariati traffici illeciti e crimini contro i diritti umani. Ha permesso di fare carriera ad al-Khoja, altro capobanda che ha posto la sua banda armata a disposizione del governo ed ora coordina il dipartimento contro l’immigrazione illegale e i campi di prigionia statali, recentemente accusato dagli osservatori Onu di essere parte integrante nella filiera per il traffico di esseri umani, armi, droga e petrolio.
Per il diplomatico senegalese dell’Onu Abdoulaye Bathily, a questo punto occorre «un governo unificato, concordato dai principali attori», invocato come «un imperativo per condurre il Paese alle elezioni». Dunque un esecutivo che riporti ai tavoli di Tripoli anche la Cirenaica del generale Haftar.
L’emissario dell’Onu ha fatto pressione sul Parlamento, conosciuto come Camera dei Rappresentanti, e su un secondo organo consultivo, l’Alto Consiglio di Stato, per finalizzare le leggi elettorali.
«Il mantenimento della stabilità della Libia – ha avvertito Bathily – è ancora più critico alla luce dei recenti scontri a Tripoli (con 55 morti in poche ore, ndr), dei disordini regionali in Sudan e Niger e degli scontri che hanno avuto luogo nella regione del Tibesti, nel sud, pochi giorni fa, tra l’esercito ciadiano ed elementi armati».
Ma la sorpresa sono gli Usa, che si sono mostrati insofferenti all’inettitudine politica dell’Europa, che da Bruxelles a Roma non è riuscita a fare altro che accaparrarsi contratti energetici senza incidere sul terreno, anche a causa degli sgambetti di Parigi ai danni dell’Italia, e del gioco ambiguo di Mosca, Turchia, Egitto e monarchie del Golfo.
La conferma arriva per bocca dell’ambasciatrice Usa all’Onu, Linda Greenfield. Ha fatto sapere che a Washington sono pronti a supportare la formazione «di un governo tecnico e tecnocratico il cui unico compito sarebbe quello di portare il Paese a elezioni libere ed eque». Poiché le tensioni regionali e il rinnovato attivismo del gruppo russo Wagner in Cirenaica e in Niger, contribuiscono a generare «profonda preoccupazione».
Le mosse annunciate attraverso il Palazzo di Vetro suonano come un ridimensionamento dell’Italia nello scenario libico.
Francois Delattre, ambasciatore francese al Palazzo di Vetro, ha annunciato che Parigi sposerà il progetto dell’inviato del segretario generale a Tripoli, sostenuto dagli Usa, e anche il rappresentante permanente del Regno Unito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, James Kariuki, ha chiesto che «chiunque minacci la stabilità del Paese nordafricano sia sottoposto a sanzioni» e che «i leader politici libici lavorino in modo costruttivo con l’inviato Onu per procedere verso le elezioni».
All’Italia non resta che accodarsi, dopo avere tentato di sostenere le istituzioni libiche anche a suon di motovedette, addestramento, equipaggiamento e importanti impegni di spesa.
Senza mai menzionare la Libia, il ministro degli Esteri Tajani aveva annunciato ad Avvenire che «a novembre ospiteremo a Roma il vertice Italia-Africa a livello di capi di Stato e di governo. In quell’occasione presenteremo che cosa intendiamo per nuovo “Piano Mattei”».
Ma per quella data potrebbe esserci a Tripoli un nuovo «governo tecnico» con un’agenda diversa dagli impegni presi con Roma per gas, idrocarburi e migranti”.
(da Globalist)

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FAZZOLARI TRASFORMERÀ PALAZZO CHIGI NEL COMITATO ELETTORALE DI GIORGIA MELONI DIETRO ALLA NOMINA A COORDINATORE DELLA COMUNICAZIONE DEL SOTTOSEGRETARIO C’È LA VOLONTÀ DELLA PREMIER DI “SPINGERE” ANCORA DI PIÙ L’ATTIVITÀ DEL GOVERNO IN VISTA DELLE EUROPEE

Agosto 26th, 2023 Riccardo Fucile

LEGA E FORZA ITALIA TEMONO DI ESSERE FAGOCITATE ALLE URNE… LE VOCI SUL DUALISMO TRA “FAZZO” E MANTOVANO

Palazzo Chigi diventerà un comitato elettorale permanente con vista sulle Europee nelle mani di Giovanbattista Fazzolari, braccio ambidestro di Giorgia Meloni. Pronto a dettare la linea e i tempi delle scelte politiche del governo.
La nomina a coordinatore della comunicazione del sottosegretario-ideologo-ghostwriter è solo – si fa per dire – l’ufficializzazione di un ruolo che “Spugna” ha sempre portato avanti da quando i patrioti sono alla guida del paese. Con la differenza – come svelato da questo giornale – che dal primo settembre l’incarico sarà ancora più ufficiale.
Obiettivo: sfondare il muro del trenta per cento alle elezioni di giugno. Quelle che decideranno il peso di Fratelli d’Italia a Bruxelles. E’ la missione affidata a Fazzolari, l’amico geniale di Meloni, il sintetizzatore: in arte “Spugna”. “Preparato, con le sue idee a volte un po’ pirotecniche”, dicono al Foglio i vertici di Forza Italia.
E proprio nell’aggettivo pirotecnico (bum!) si nascondono i timori degli alleati della presidente del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Il partito fondato da Silvio Berlusconi e la Lega sanno che dovranno distinguersi nei prossimi mesi per non farsi fagocitare alle urne e non passare dopo l’otto giugno da camerieri.
Ecco, il ruolo di “Fazzo” – l’antifrancese, nonostante gli studi allo Chateaubriand e la passione per Hugo, ma anche il figlio di un diplomatico che non ama la mediazione – servirà a questo: a costruire il comitato elettorale del governo. Per Meloni è la “persona più intelligente che abbia mai conosciuto”, per gli alleati è un petardo pronto a esplodere.
Fazzolari in questi mesi ha fatto asse con il capo di gabinetto Gaetano Caputi, alimentando allo stesso tempo le voci di corridoio (chissà quanto ingigantite) di un dualismo con il felpato Alfredo Mantovano, sottosegretario di grandi relazioni e codici. “Giorgia – raccontano dalla Fiamma magica – tra i due non avrebbe dubbi su chi scegliere: uno è suo fratello, l’altro è una persona competente che le serve”.
Il primo è lui: Fazzolari, creatore del centro studi di Fratelli d’Italia, mente del programma. Prima del partito, poi del governo. Sovranismo in purezza, spruzzatO di complottismo sulle banche, in passato battaglie contro il Green pass e timidezza sui vaccini: sempre tutto ragionato (a modo suo) secondo una coerenza ideologica che sembra inscalfibile.
Così Meloni stringe il cerchio. In un duplex con la nomina della sorella come responsabile della segreteria politica. Anche in questo caso è un messaggio da dare all’esterno perché il peso di Arianna in Via della Scrofa è noto anche ai muri. Nell’ansia di controllo della premier, la sua presenza è fondamentale.
Non ci sono solo i Gabbiani di Colle Oppio da tenere a bada (una decina di parlamentari legati a Fabio Rampelli, meloniani come tutti, ma critici sulla conduzione interna). C’è anche Giovanni Donzelli, uomo macchina del partito, anche lui meloniano – ci mancherebbe – ma in grado di costruirsi con il tempo una rete di parlamentari che a lui è molto legati. E’ il caso di tutti gli eletti, fra Camera e Senato, in Toscana, terra donzelliana, ma anche di Augusta Montaruli e, raccontano, Carolina Varchi.
Il motto dunque non cambia: io, patria e famiglia. Con tutti questi pensieri ieri Meloni è ritornata a Palazzo Chigi dopo le vacanze passate fra Puglia e Albania. Un’ora nel suo studio – con tanto di foto postata mentre prende appunti – per dare una rinfrescata ai dossier che l’aspettano. A partire dal Consiglio dei ministri di lunedì prossimo.
(da agenzie)

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