Agosto 30th, 2023 Riccardo Fucile
ROBERTO MANTOVANI DA TEMPO PUBBLICA I RESOCONTI GIORNALIERI DELLE SUE ENTRATE, IN POLEMICA CONTRO I COLLEGHI DISONESTI
Da tempo pubblica sui social i resoconti giornalieri delle sue
entrate, in polemica contro i colleghi No Pos. Il tassista di Bologna, Roberto Mantovani – su X (ex Twitter) RedSox – è da tempo nel mirino dei suoi colleghi proprio a causa della trasparenza sugli incassi.
Ma ora c’è un indagato per il danneggiamento della sua auto: un collega, anch’egli tassista. All’inizio di maggio, lo hanno visto scendere dal suo taxi, con il volto parzialmente coperto. Dopo aver raggiunto il mezzo di RedSox, parcheggiato in piazza Roosevelt, davanti alla Prefettura, con un lama ha iniziato a tagliare le gomme del “rivale”.
In quell’occasione, il tassista bolognese aveva deciso di predere di petto l’affronto, presentando denuncia in questura. I carabinieri, scrive il Corriere Bologna, hanno così visionato le immagini delle telecamere della piazza e hanno ricostruito la dinamica individuando quello che per loro è il responsabile del gesto. Si tratta di un altro conducente di taxi fra i 30 e i 40 anni: da quanto è emerso fino a questo momento, tra i due ci sarebbero stati già diversi dissapori e anche alcune controversie legali aperte.
Quello dell’8 maggio scorso, non è stato l’unico episodio spiacevole subito dal Red Sox. A luglio infatti qualcuno, utilizzando un sito estero, gli aveva inviato degli escrementi per posta. «Questo è quello che penso di te», era il messaggio di accompagnamento. Anche in quel caso era scattata la denuncia da parte di Mantovani che, intuendo quale potesse essere il contenuto della missiva, non l’aveva aperta e invece aveva subito avvertito le forze dell’ordine.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 30th, 2023 Riccardo Fucile
“CON LA CRISI CI AFFIDIAMO ALLO STATO SOCIALE”
Mentre la crescita economica ristagna e l’altra inflazione fa aumentare il rischio di scivolare nella povertà anche in presenza di un reddito, Italia e Germania fanno scelte diametralmente opposte sul fronte del sostegno alle fasce più deboli.
In Italia il governo Meloni sta portando a compimento il suo piano di abolizione del reddito di cittadinanza: entro dicembre 240mila nuclei avranno ricevuto l’sms dell’Inps che comunica lo stop al sussidio, che per gli occupabili sarà sostituito da un’indennità di frequenza ai corsi di formazione e riqualificazione pari a soli 350 euro al mese per un anno. Berlino, al contrario, aumenta i fondi destinati ai cittadini e alle famiglie in difficoltà. Perché, come ha dichiarato il ministro tedesco delle Politiche Sociali, Hubertus Heil, “soprattutto in tempi di crisi e sconvolgimenti, bisogna poter fare affidamento sullo Stato sociale“. E così, gli oltre cinque milioni di beneficiari del “Bürgergeld“, il nuovo sussidio – l’equivalente del reddito di cittadinanza – introdotto nel Paese a gennaio 2023, vedranno aumentare il loro assegno del 12%.
In Germania i single avranno 563 euro al mese
Già all’inizio dell’anno le tariffe standard erano aumentate di circa 50 euro. Adesso, il livello delle prestazioni verrà adeguato all’evoluzione dei prezzi più rapidamente rispetto a prima. In precedenza, infatti, l’inflazione veniva presa in considerazione con un ritardo ritenuto eccessivo. Gli obiettivi principali della riforma tedesca sono il rafforzamento dell’assistenza individuale nei centri per l’impiego e una maggiore formazione. Questo per permettere alle persone di riqualificarsi e trovare un buon lavoro invece che forzarle ad accettare qualsiasi contratto a termine. La promessa di Heil è che “se scivoli nel reddito di cittadinanza, ti sosteniamo con tutti i mezzi per uscire nel lungo termine dalla disoccupazione”.
Dall’inizio del 2024, gli aventi diritto riceveranno prestazioni notevolmente più elevate: i single otterranno 563 euro al mese invece degli attuali 502 euro; i giovani dai 15 ai 18 anni non ancora compiuti riceveranno 471 euro anziché 420; per i figli dall’inizio del settimo al compimento del 14esimo anno sono previsti 390 invece di 348 euro; per i bambini fino a sei anni arriveranno 357 euro invece di 318. Il ministro ha definito gli aumenti previsti per il prossimo anno “un passo significativo” per i 5,5 milioni di persone, tra cui 1,68 milioni di disoccupati, che attualmente ricevono sussidi di cittadinanza in Germania. Secondo Heil l’aumento avrà un impatto sul bilancio federale di 4,3 miliardi di euro.
L’iter legislativo del “Bürgergeld“, il provvedimento sociale del governo del cancelliere Olaf Scholz che ha sostituito la tradizionale indennità di disoccupazione “Hartz Iv“, si è concluso il 25 novembre scorso. Appena un mese prima, a Palazzo Chigi si insediava l’esecutivo di Giorgia Meloni. Mentre a Berlino si pensava a come incrementare le forme di aiuto statale nei confronti delle fasce più deboli della popolazione, in Italia si iniziava a smantellare il reddito di cittadinanza.
In Italia arriva lo stop
Dopo i primi 169mila nuclei informati dall’Inps via sms a fine luglio, dal 25 agosto altre 32mila famiglie riceveranno il messaggio che comunica lo stop al sussidio disposto con la scorsa legge di Bilancio. I percettori considerati occupabili, cioè senza componenti disabili, minori o over 60 in famiglia e non presi in carico dai servizi sociali, leggeranno: “Gentile utente, il 31 agosto terminerà il suo periodo di fruizione del Rdc. Dal 1° settembre parte la nuova misura Supporto Formazione e Lavoro. Info e Faq sui siti Inps e Ministero Lavoro”. La tensione è alta tra le persone che si sono viste togliere quello che per anni è stato il loro unico mezzo di sostentamento. Nella manifestazione andata in scena ieri, 28 agosto, a Napoli, la seconda in difesa del reddito di cittadinanza dopo quella di inizio agosto, alcune centinaia di persone sono riuscite a scavalcare il muretto che dalla strada porta alle rampe autostradali di via Marina. Ne sono seguiti scontri con la polizia. Solo dopo mezz’ora, le forze dell’ordine sono riuscite a liberare la rampa.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 30th, 2023 Riccardo Fucile
SE SONO QUESTI “I CUSTODI” DEI NOSTRI LITORALI SIAMO A POSTO
I prezzi proibitivi per i servizi offerti dai “peggiori delinquenti” –
così definisce la Cnn i titolari degli stabilimenti balneari italiani che, per il noleggio giornaliero di lettino e ombrellone, chiedono in media tra i 50 e i 150 euro – non sono neppure la peggiore delle storture prodotte da decenni di privilegi e rendite accordati alla lobby dei balneari.
Mentre l’orientamento di Francia, Spagna, Portogallo, Grecia e Croazia è nella direzione della tutela del carattere pubblico delle coste e contro la privatizzazione del demanio, attraverso il rilascio di licenze e concessioni regolate da rigidi criteri che mettono in primo piano la salvaguardia dell’ambiente, l’Italia, in cambio di una “mancia” di Stato, ai balneari concede tutto, anche di indirizzare l’estetica dominante dei nostri litorali, spesso squalificati e mortificati proprio dagli stessi stabilimenti.
La concessione è il titolo che permette la realizzazione di costruzioni stabili finalizzate allo sviluppo di attività turistiche, ed è questo il guasto peggiore che è stato inflitto alle nostre spiagge, perché le amministrazioni hanno delegato la responsabilità del decoro ai titolari degli stabilimenti. Nel corso degli anni il proliferare indiscriminato, spesso sciatto e approssimativo, di ampliamenti, ammodernamenti e sopraelevazioni degli impianti, ha generato un paesaggio disorganico, frammentato, sconnesso, con il risultato che i nostri litorali, nella maggior parte dei casi, mancano di armonia e continuità.
In un breve tratto di pochi chilometri è possibile imbattersi nello stabilimento in calcestruzzo, “discreto” come un autogrill della Roma-Napoli e subito dopo in quello in legno, “grazioso” come una baita di montagna. Seguito dall’immancabile impianto con la successione di archi in “stile messicano” e da quello pretenzioso, completo di timpani, colonne e capitelli; inevitabile lo stabilimento “sovietico”, privo di qualsiasi connotazione estetica perché doveva costare niente.
La totale mancanza di progettualità e di visione d’insieme delle amministrazioni ha consentito che negli anni le spiagge date in concessione divenissero l’estensione domestica dei loro titolari. Le recinzioni e i volumi accessori dello stabilimento sono stati realizzati secondo la loro disponibilità economica e gusto personale: chi ha usato l’incannucciata, chi l’inferriata, chi ha preferito il vetro, chi ha deciso per la muratura – rendendo la vista del mare, in alcuni tratti, un miraggio. E per finire, la scelta del colore: cabine, palizzate, cancellate; stabilimenti tinteggiati di rosso, bianco, azzurro. Non importa, come in un grande negozio di Leroy Merlin, le spiagge in concessione fanno somigliare i nostri litorali a una galleria espositiva della grande distribuzione specializzata in bricolage, fai-da-te, edilizia, giardinaggio, decorazione.
Sono questi i “custodi “dei nostri litorali? Sono i balneari, quelli che – nell’idea della titolare del Turismo Daniela Santanchè – salveranno le nostre spiagge da “tossici e rifiuti”?
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 30th, 2023 Riccardo Fucile
IL LITORALE E’ DI NUOVO SOTTO ATTACCO
Il litorale della Sardegna è, per l’ennesima volta, sotto attacco. A sferrare l’offensiva è la giunta regionale di centro-destra guidata da Christian Solinas, che, per mano dell’assessore all’Urbanistica Aldo Salaris, ha consegnato al Ministro per i beni ambientali e culturali Gennaro Sangiuliano una richiesta di modifica delle attuali norme di tutela della costa sarda.
L’obiettivo di Solinas è infatti quello di provvedere al più presto a nuove costruzioni e riqualificazioni edilizie che possano superare i vincoli inerenti la difesa delle coste contenute nel Piano paesaggistico regionale approvato nel 2006, puntando, tra le altre cose, a un’importante espansione di villaggi turistici e hotel di lusso. Per questo, però, serve l’ok del Ministro, che non si esprimerà prima di fine settembre
La bozza inviata a Sangiuliano contiene un elenco di specifici punti, resi noti alla stampa: concedere la possibilità di demolire e ricostruire edifici in aree tutelate, anche attraverso modifiche all’architettura degli edifici; permettere una riqualificazione degli immobili esistenti; correggere i vincoli nelle zone nei pressi degli stagni, ridefinendo i divieti; ridelineare i confini intorno a una serie di beni archeologici e storici tutelati, rendendo meno stringenti i vincoli presenti nell’area costiera e nelle campagne; snellire pratiche e procedure collegate a interventi urbanistici, nella città e nei comuni dell’entroterra.
Bersaglio delle critiche delle associazioni ambientaliste è anche il contenuto di due emendamenti alla manovra finanziaria regionale, approvati in Commissione con il voto contrario delle opposizioni. Il primo prevede che gli alberghi che sorgono nella fascia costiera protetta dei 300 metri dal mare possano ottenere un incremento del 15% rispetto alle attuali cubature; il secondo consente un aumento degli indici di fabbricabilità del 25% nella fascia oltre i trecento metri della battigia, non tutelata dal Ppr. Proprio per questo motivo, la giunta attende con ansia la decisione del governo sulla eventuale modifica del Piano. La proposta di modifica, si legge, è destinata alla “riqualificazione delle strutture ricettive esistenti che per essere competitive hanno necessità di offrire un elevato e diversificato standard di servizi, come risulta anche dal Piano strategico del turismo, e in coerenza con le previsioni del Piano paesaggistico regionale”.
Se l’Associazione Nazionale Costruttori Edili plaude all’iniziativa della giunta sarda, piovono critiche da Ordine dei geologi, Wwf e Italia Nostra, secondo cui il blitz potrebbe mettere in pericolo non solo la tutela ambientale, ma anche la sicurezza delle persone. Si fa sentire anche Fridays for future Sardegna: «La situazione riflette una realtà politica in cui gli interessi di gruppi potenti come le aziende edili spesso guidano le decisioni politiche – commenta uno dei membri, Luca Pirisi -. Il settore turistico e l’edilizia, profondamente radicati nell’economia e nella società sarda, fanno pressione per una ulteriore deregolamentazione. È questa la dinamica che spiega gli attacchi continui all’integrità delle coste». Ora la palla passa al governo
(da lindipendente.online)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 30th, 2023 Riccardo Fucile
LA STORIA DI DANIELA CHE HA SUBITO PER ANNI LE VIOLENZE DEL MARITO
Per anni ha subito violenze fisiche, psicologiche ed economiche,
una vera e propria prigione costruita dall’ex marito violento, in cui vivevano Daniela e sua figlia. Per anni ha tentato di trovare la forza di denunciare e di scappare, ma le continue vessazioni anche di natura economica, la costringevano a desistere:
“Anche se lavoravo, non avevo autonomia, perché mio marito mi rubava i soldi dal conto corrente. Quando ha cominciato a seguirmi anche sul posto di lavoro, non sono più potuta uscire”
Col passare del tempo, le violenze domestiche hanno finito per coinvolgere anche sua figlia, ed è stato allora che Daniela si è convinta a chiedere aiuto ad un’amica che l’ha aiutata a compilare la domanda per ottenere il reddito di cittadinanza:
La pratica è andata a buon fine e appena sono arrivati i soldi ho preso giusto quattro stracci e sono scappata via insieme a mia figlia. Una volta lontana da casa, ho potuto denunciare e seguire tutto l’iter fino all’arresto e poi alla condanna. Quando denunci tuo marito o il tuo compagno, rimanere a casa è troppo pericoloso.
Grazie al sostegno di un reddito e all’aiuto di amici e parenti, Daniela e sua figlia hanno potuto ricominciare, riacquistando quella libertà e quella dignità per tanto tempo negate. Ma non è finita, dopo quattro anni Daniela continua a subire lo stalking dell’ex marito, motivo per cui la notizia dell’abolizione del reddito di cittadinanza l’ha gettata nello sconforto.
Solo il pensiero di perdere il reddito mi provoca un’angoscia terribile. Senza quella carta gialla sono inerme, i politici devono capire che dietro le richieste del reddito ci sono tante storie come la mia, altro che nullafacenti che vogliono stare in poltrona”
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 30th, 2023 Riccardo Fucile
I SONDAGGI DANNO BIDEN E TRUMP ALLA PARI
A poco più di 4 mesi dall’inizio delle primarie repubblicane, il vantaggio nei sondaggi dell’ex presidente Donald J. Trump sui suoi rivali è talmente marcato che molti esperti ritengono che la corsa alle primarie sia praticamente già decisa, con l’unico dubbio residuo su chi arriverà secondo.
Secondo la media più recente fornita da FiveThirtyEight, uno dei principali siti di analisi politica americana, il suo vantaggio sul secondo classificato, che per ora è il governatore della Florida, Ron DeSantis, è di quasi 50 punti percentuali. Nei cicli elettorali recenti, nessun candidato alla presidenza che aveva un vantaggio simile in questo momento del ciclo elettorale, ha poi perso le primarie.
È importante notare però che, in precedenza, nessun candidato alla presidenza di uno dei due principali partiti era stato neppure incriminato (e per ben quattro volte) durante una campagna elettorale. Una eventuale condanna di Trump potrebbe, infatti, avere un impatto significativo sulla sua candidatura, soprattutto se dovesse arrivare prima della fine della stagione delle primarie repubblicane. Nel resto dell’articolo, esplorerò le principali questioni riguardanti la ricandidatura di Trump e le prospettive dei repubblicani nelle prossime elezioni presidenziali, per spiegare per quale motivo la vittoria repubblicana alle presidenziali 2024 sarà molto complicata.
Come è composto l’elettorato repubblicano delle primarie 2024?
Dopo quasi un decennio di dominio indiscusso di Donald J. Trump nella politica repubblicana, il “Grand Old Party” ha subito una trasformazione significativa. Mentre l’era Reagan era caratterizzata dalla presenza di una maggioranza composta da una coalizione di destra religiosa, conservatori fiscali e neoconservatori, il panorama attuale degli elettori del Partito è molto più sfaccettato.
Contrariamente alla percezione comune, non è, comunque, possibile parlare di un Partito completamente dominato dalla visione populista-conservatrice di Trump. Un recente sondaggio del New York Times/Siena College ha rivelato infatti che solo il 37% dei repubblicani si riconosce nella base trumpiana. E, sebbene la maggioranza dei repubblicani si allinei con Trump su molte questioni, queste maggioranze sono spesso sottili. Per comprendere meglio la composizione attuale dell’elettorato repubblicano, il sondaggio ha suddiviso gli elettori repubblicani in sei gruppi distinti:
L’Establishment Moderato (14%): Istruiti, benestanti, socialmente moderati o liberali e spesso apertamente contrari a Trump.I Conservatori Tradizionali (26%): Conservatori economici e sociali di vecchia scuola che sostengono Trump pur non amandolo appieno.L’Ala Destra (26%): Spettatori assidui di Fox News e Newsmax, profondamente conservatori e fortemente pro-Trump.I Populisti dal Colletto Blu (12%): Principalmente del Nord, con vedute conservatrici su razza e immigrazione e fortemente pro-Trump.I Conservatori Libertari (14%): Favoriscono un governo ridotto e sono relativamente moderati sulle questioni sociali.I Nuovi Arrivati (8%): Giovani, diversificati e moderati, ma delusi dai Democratici e dalla sinistra “woke”.
La forza di Trump all’interno del Partito Repubblicano si basa principalmente sull’alleanza tra l’Ala Destra e i Populisti dal Colletto Blu. Sebbene questi gruppi non siano sempre d’accordo su tutte le questioni, esprimono entrambi forti preoccupazioni riguardo ai cambiamenti demografici del Paese ed alla riduzione del potere della popolazione bianca. Questa alleanza ha messo in difficoltà l’opposizione potenziale a Trump all’interno del Partito. Prima dell’ascesa di Trump, le fazioni moderate e conservatrici tradizionali del partito erano, infatti, solite unirsi contro i candidati dell’Ala Destra. Ora, questa strategia sembra non essere più valida. In particolare, il governatore della Florida Ron DeSantis, pur essendo un potenziale rivale di Trump, ha avuto serie difficoltà a mantenere una posizione solida nella corsa per le primarie. Trump lo supera, infatti, in ogni gruppo di elettori repubblicani identificato nel sondaggio.
Inoltre, sebbene una parte dell’elettorato repubblicano potrebbe non sostenere sempre le politiche di Trump, ciò non significa che sia necessariamente anti-Trump. L’unico gruppo veramente anti-Trump, l’Establishment Moderato, sembra dunque ormai essersi allontanato dalle opinioni dominanti nel resto del Partito.
Perché Trump è così popolare tra i repubblicani nonostante le incriminazioni?
Nonostante le numerose incriminazioni, Donald J. Trump continua a dominare il panorama politico repubblicano, mantenendo una presenza imponente e una lealtà senza precedenti tra i suoi sostenitori. Questo diventa ancora più significativo alla luce dei recenti problemi legali di Trump.
Ad oggi, l’ex presidente è stato incriminato quattro volte per vari motivi: a New York dal procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg, per la questione relativa al pagamento in nero alla pornostar Stormy Daniels in cambio del suo silenzio su una relazione extraconiugale con Trump prima delle elezioni presidenziali 2016; in Florida dal procuratore speciale del Dipartimento di Giustizia, Jack Smith, per la questione dei documenti riservati detenuti illegalmente a Mar-a-Lago che avrebbero, secondo l’accusa, messo potenzialmente a rischio segreti di sicurezza nazionale americana; a Washington D.C., sempre dal procuratore speciale del Dipartimento di Giustizia, Jack Smith, per quanto riguarda il ruolo di Trump nel tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020 che lo ha visto battuto dall’attuale presidente Biden, prima della fallita insurrezione al Campidoglio del 6 gennaio 2021; infine, ad Atlanta, in Georgia, sempre per il tentativo fallito di ribaltare il risultato delle elezioni 2020, a causa del quale Trump è stato incriminato per “associazione a delinquere” dalla procuratrice distrettuale della Contea di Fulton, Fani Willis, assieme ad altri 18 co-imputati, tra cui l’ex sindaco di New York City ed ex legale di Trump, Rudy Giuliani, e l’ex capo dello staff della Casa Bianca di Trump, Mark Meadows.
Tuttavia, nessuna di queste incriminazioni sembra aver scalfito la sua popolarità tra gli elettori repubblicani. Per molti dei suoi sostenitori sono anzi viste come attacchi politicamente motivati piuttosto che come questioni legali legittime. Un commento dello stratega repubblicano Doug Heye sottolinea questa percezione, affermando che le incriminazioni “rinforzano essenzialmente il messaggio centrale di Trump che il sistema è truccato” contro di lui ed i suoi sostenitori. Inoltre, un altro aspetto cruciale della forza di Trump nei sondaggi tra gli elettori delle primarie è la percezione della veridicità. Molti elettori repubblicani ritengono che, nonostante tutto, sia Trump a dire loro la verità su come stanno davvero le cose.
Questa fiducia si riflette nei dati di sondaggi che mostrano una forte inclinazione a credere a Trump piuttosto che ad altre figure.
Un dato sorprendente di un recente sondaggio CBS News/YouGov è che il 71% di coloro che prevedono di votare per lui ritiene che ciò che dice l’ex presidente sia vero. Questa percentuale supera quella di amici e familiari (63%), figure dei media conservatori (56%) e leader religiosi (42%). Si tratta di un dato è particolarmente rivelatore: i sostenitori di Trump sono quindi più inclini a credere a lui piuttosto che alle persone a loro più vicine o persino ai leader spirituali.
In sintesi, mentre le incriminazioni in altri momenti storici avrebbero probabilmente danneggiato la reputazione di altri esponenti politici, nel caso di Trump ora sembrano aver solo rafforzato la sua posizione tra i repubblicani.
La sua capacità di mantenere una tale fiducia tra i suoi sostenitori sottolinea il suo unico e potente legame con la base elettorale del Partito Repubblicano, in particolare con l’ala a lui più fedele. Tuttavia, tutto questo potrebbe non bastare di per sé per assicurarsi la nomination presidenziale repubblicana.
Cosa potrebbe accadere nel caso di una condanna?
Secondo alcune opinioni che circolano in Italia, le incriminazioni di Trump finiranno alla lunga solo per aumentare il suo supporto elettorale e gli permetteranno di tornare trionfante alla Casa Bianca. Tuttavia, i sondaggi americani mostrano un quadro diverso: una potenziale condanna potrebbe invece avere ripercussioni negativamente significative sulla sua candidatura presidenziale per il 2024.
Nello specifico, un sondaggio Reuters/Ipsos ha rivelato che circa la metà dei repubblicani sarebbe pronta a non votare più per Trump se l’ex presidente venisse davvero condannato. Nel sondaggio è stato chiesto specificamente ai partecipanti se intenderebbero votare per Trump anche nel caso in cui fosse “condannato da una giuria per un crimine” nei processi a suo carico: ebbene, tra gli elettori repubblicani, il 45% ha dichiarato che in quel caso non voterebbe per lui, mentre il 35% ha affermato che lo farebbe lo stesso.
Quando gli stessi elettori sono stati interrogati sulla possibilità in cui Trump fosse “attualmente in carcere” nel giorno delle elezioni, ben il 52% dei repubblicani ha affermato che non voterebbe per lui in questo caso, rispetto al 28% che afferma di volerlo fare lo stesso.
Tutto ciò è particolarmente rilevante se si tiene conto che, nello stesso sondaggio, il 75% degli elettori repubblicani intervistati concorda con l’affermazione secondo cui le accuse contro Trump fossero “politicamente motivate” ed il 66% dei repubblicani descrive come “non credibili” le accuse contro Trump per aver cercato di ribaltare le elezioni del 2020.
La prospettiva di una condanna per Donald J. Trump potrebbe avere un impatto ancora più significativamnete negativo sull’elettorato delle elezioni generali.
Secondo un recente sondaggio POLITICO Magazine/Ipsos, la maggior parte degli americani prende infatti sul serio le accuse contro Trump, in particolare quelle intentate dal Procuratore Speciale del Dipartimento di Giustizia, Jack Smith, relative al tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020.
Il sondaggio ha rivelato che il 59% degli intervistati desidera che il processo federale relativo al caso di sovversione elettorale del 2020 di Trump si svolga prima delle primarie repubblicane del 2024.
Le cifre sono ancora più sorprendenti quando si considera la percezione di colpevolezza. Tra i quattro processi pendenti, il 51% degli intervistati ritiene che Trump sia colpevole delle accuse mosse dal Dipartimento di Giustizia e della Contea di Fulton relative al tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020.
Un dato particolarmente rivelatore riguarda le possibili conseguenze di una condanna nel processo intentato dal Dipartimento di Giustizia: il 50% degli intervistati afferma, infatti, che Trump dovrebbe finire in prigione se venisse condannato in questo processo.
Tale dato suggerisce il fatto che l’elettorato americano delle elezioni generali potrebbero considerare la condotta di Trump riguardo alla insurrezione fallita del 6 gennaio ed al suo precedente tentativo fallito di ribaltare le elezioni come più grave rispetto alle altre accuse a suo carico.
Inoltre, la difesa di Trump riguardo alla “strumentalizzazione politica” del Dipartimento di Giustizia sembra avere un’eco piuttosto limitata tra l’opinione pubblica americana in senso lato, rispetto al solo elettorato repubblicano.
Il 59% degli intervistati ha dichiarato, infatti, che la decisione del Dipartimento di Giustizia di incriminare Trump per le elezioni 2020 si basa su una valutazione equa delle prove e della legge. Tutto questo aiuta a spiegare anche il fatto che, secondo questo sondaggio, la percezione pubblica di Trump rispetto ad altre figure chiave è notevolmente più negativa. Trump ottiene infatti un indice di gradimento netto di -31 punti principali, il peggiore tra tutte le figure menzionate nel sondaggio.
Il tasso di gradimento netto è un indicatore utilizzato per misurare la popolarità di una figura pubblica, che si calcola sottraendo la percentuale di opinioni negative dalla percentuale di opinioni positive.
Se il risultato è positivo, indica che la figura ha una percezione complessivamente positiva; se è negativo, indica una percezione complessivamente negativa.
Ad esempio, nel caso di Trump un tasso netto negativo di -31 punti percentuali significa che il 27% degli intervistati ha una opinione favorevole dell’ex presidente rispetto al 58% che ne ha una sfavorevole. In paragone, Biden a confronto ottiene un indice di gradimento netto di -9 punti percentuali (il 36% degli intervistati ha una opinione favorevole dell’attuale presidente rispetto al 45% che ne ha una sfavorevole).
Non è finita qua: per via dei processi a suo carico, a partire dalla primavera, Trump sarà obbligato a partecipare a molte udienze in tribunale per i processi a suo carico, proprio nel momento in cui la campagna elettorale sta entrando nel suo momento chiave.
Al momento, le date di tre processi sono già state stabilite: il 4 marzo 2024 inizierà a Washington D.C. il processo federale relativo al tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni 2020, mentre il 25 marzo 2024 inizierà a New York quello riguardo i pagamenti in nero a Stormy Daniels, ed il 20 maggio 2024 in Florida quello relativo ai documenti riservati di Mar-a-Lago.
In tutti questi casi la legge prevede che l’imputato debba partecipare in aula alle udienze a suo carico. Inoltre, anche la procuratrice distrettuale di Atlanta, Fani Willis, ha chiesto di tenere il processo per “associazione a delinquere” per Trump ed i suoi co-imputati a partire dal mese di marzo 2024.
Il risultato di tutto questo è che, in piena campagna elettorale, Trump potrebbe finire per passare la gran parte del tempo saltando da un tribunale all’altro a difendersi dalle accuse.
A prescindere da una possibile condanna, già questo di per sé, non è un bel segnale per gli elettori. Insomma, sebbene Trump abbia sfruttato sapientemente le sue incriminazioni per rafforzare la sua posizione nel contesto della nomination repubblicana, i processi a suo carico e soprattutto una una eventuale condanna potrebbero effettivamente minare il suo sostegno tra gli elettori repubblicani e rappresentare alla lunga un ostacolo significativo per Trump nella corsa alla presidenza del 2024.
Cosa dicono i sondaggi per le elezioni generali?
Al momento, nonostante tutti i rischi legali legati alla candidatura di Trump, i sondaggi per le elezioni generali vedono generalmente il presidente in carica Joe Biden sostanzialmente alla pari con l’ex presidente Trump.
Sebbene i sondaggi sulle elezioni generali effettuati così lontano dalla data delle elezioni abbiano notoriamente un valore predittivo estremamente basso, da questi risultati possiamo lo stesso trarre alcune interessanti osservazioni.
Infatti, nonostante tutti i problemi di Trump, i sondaggi suggeriscono che una parte cospicua degli elettori ha serie preoccupazioni anche riguardo all’attuale presidente Joe Biden, suo quasi certo rivale alle elezioni presidenziali 2024, in particolare per via della sua età avanzata e dei dubbi espressi sulla sua capacità di servire un altro mandato di 4 anni alla Casa Bianca.
Inoltre, lo stesso Biden ha al momento un tasso netto di popolarità di -11,1 punti percentuali in media, uno dei dati peggiori di qualsiasi presidente. Peggio di lui, in questo stesso periodo del proprio mandato alla presidenza, hanno fatto solo l’ex presidente Trump (tasso netto negativo di -14,5) e l’ex presidente Jimmy Carter (netto negativo di -22,5), entrambi poi sconfitti per la rielezione.
Oltre ai tassi di popolarità e alle dinamiche interne dei partiti, è essenziale tenere in mente che anche i grandi temi nazionali e internazionali potrebbero giocare un ruolo cruciale nel determinare l’esito delle prossime elezioni, come l’andamento dell’economia al momento delle prossime elezioni, le tensioni in politica estera, le sfide in ambito di salute pubblica e tutte le altre questioni rilevanti per l’elettorato.
Questo significa che, indubbiamente, per Biden la corsa per la rielezione non sarà una passeggiata. I repubblicani, d’altro canto, hanno una concreta chance di poter riconquistare la Casa Bianca alle prossime elezioni di novembre 2024.
Obama, che ancora oggi resta la figura più popolare tra gli elettori democratici e l’ex presidente ancora in vita più popolare tra gli elettori americani, sottolinea che il rischio di vittoria di Trump alle prossime elezioni è molto concreto. Pertanto, ha consigliato direttamente a Biden, nel corso di un colloquio di recente intercorso tra i due, di non sottovalutare questa minaccia e di prenderla seriamente.
Ed in effetti, è importante per i democratici tener presente cosa è accaduto nel 2016, quando Trump, a sorpresa, ha vinto le elezioni che tutti pensavano avrebbero incoronato Hillary Clinton come prima presidente donna degli Stati Uniti.
Perché il Partito Repubblicano rischia di perdere sia con che senza Trump?
Nonostante le preoccupazioni espresse da Obama, Biden al momento resta comunque favorito per la rielezione e questo è dovuto in buona parte proprio alla presenza di Trump come suo probabile rivale.
Come abbiamo visto, infatti, poco più di un terzo dell’intero elettorato repubblicano è costituito da trumpiani hardcore, la cosiddetta base MAGA, dallo slogan elettorale “Make America Great Again” dell’ex presidente. Questo è il vero dilemma in cui si trova di fronte il Partito Repubblicano oggi.
Nell’improbabile caso in cui Trump non dovesse alla fine essere in grado ottenere la nomination presidenziale, sia perché finisse sconfitto alle primarie, sia perché finisse in carcere a seguito di una sentenza giudiziaria, è possibile immaginare che una parte cospicua di questi elettori finirebbe, per protesta, per non votare più per il Partito Repubblicano (o astenersi del tutto). Questo finirebbe per danneggiare seriamente, forse in maniera fatale, le prospettive di vittoria repubblicana alle elezioni presidenziali.
Di converso, nel caso in cui, come sembra molto probabile al momento, Trump venisse effettivamente eletto come candidato repubblicano alla presidenza anche per il 2024, troverebbe di fronte a sé una strada molto stretta per cercare di tornare alla Casa Bianca.
Come molti sapranno, ad eleggere il presidente degli Stati Uniti non è, infatti, il voto popolare, ma il cosiddetto Collegio Elettorale, composto da 538 membri eletti nei vari Stati con il metodo “first takes all”.
La presidenza viene assegnata a chiunque sia in grado di ottenere almeno un voto in più della maggioranza nel Collegio Elettorale, ovvero chiunque ottenga almeno 270 voti. Ogni Stato elegge un numero di Elettori del Collegio Elettorale, volgarmente detti Grandi Elettori, tendenzialmente in proporzione alla popolazione del singolo Stato. Questo sistema arcaico, unito alla profonda polarizzazione politica americana che rende buona parte degli Stati già sicuri prima del voto per uno o l’altro candidato, ha di fatto reso fondamentali per la vittoria solo pochissimi Stati, definiti “Stati chiave” (o “swing State” in americano) dove si concentra praticamente tutta la campagna elettorale per le presidenziali.
Fino a qualche ciclo elettorale fa i due Stati chiave decisivi per la vittoria alle elezioni presidenziali erano la Florida e l’Ohio: entrambi però, da quando Trump si è candidato alla presidenza, si sono spostati sempre più a destra, tanto da finore ora per essere considerati come Stati tendenzialmente repubblicani. Di converso, però, altre due Stati che tradizionalmente erano considerati come conservatori (ovvero Arizona e Georgia) nel 2020 hanno per la prima volta votato democratico da decenni ed oggi sono diventati a tutti gli effetti Stati chiave delle prossime elezioni.
Secondo la mappa elettorale preparata dal sito 270towin che si basa sul “Consensus” dei principali analisti politici americani, fino ad un massimo di 476 Grandi Elettori potrebbero essere attribuiti con buon grado di certezza anche prima che gli elettori inizino a votare, per via della inclinazione politica dei vari Stati.
Ciò significa che i repubblicani potranno contare così con 235 Grandi Elettori quasi certi, mentre i democratici con 241 Grandi Elettori. I 62 residui sono così suddivisi in soli 5 Stati chiave: Nevada (6) Arizona (11) Georgia (16) Wisconsin (10) Pennsylvania (19)
Vale la pena notare che si tratta di tutti Stati che Biden ha vinto nel 2020 con un basso margine di vantaggio. Chiunque fosse il prossimo candidato repubblicano alla presidenza, quindi, ha sostanzialmente due concrete possibilità per ottenere le chiavi della Casa Bianca: riconquistare Georgia ed Arizona ed uno tra Wisconsin e Pennsylvania. Riconquistare Wisconsin e Pennsylvania, ed uno qualsiasi degli altri tre Stati.
Permettetemi una piccola digressione a questo punto: normalmente, negli ultimi cicli elettorali i repubblicani partono avvantaggiati al Collegio Elettorale. Nel 2020, ad esempio, per poter ottenere la maggioranza al Collegio Elettorale, vista l’inclinazione politica dei vari Stati rispetto alla media nazionale, per i democratici era necessario vincere il voto popolare di almeno 4 punti percentuali (che alla fine Biden ha vinto di 4,5 punti). Tuttavia, questo vantaggio insito per i repubblicani potrebbe finire per ridursi fortemente in questo ciclo elettorale al punto che i democratici potrebbero per la prima volta da tempo avere la possibilità di vincere anche con un vantaggio minimo a livello nazionale.
Le recenti elezioni di metà mandato sono una possibile dimostrazione di quanto appena detto.
Nonostante l’elettorato fosse costituito da elettori più conservatori e di età media più alta di quella delle presidenziali, ed in un anno molto difficile a causa dell’alta impopolarità del presidente Biden, i democratici sono stati in grado di vincere le elezioni principali in tutti gli Stati chiave, sebbene abbiano perso il voto popolare (sulla base delle elezioni alla Camera) di quasi 3 punti percentuali.
Ciò è accaduto per un motivo molto semplice: le elezioni negli Stati chiave sono andate molto meglio del previsto per i democratici, ed i repubblicani hanno finito per recuperare voti soprattutto in due Stati (California e New York) che alle elezioni presidenziali finirebbero comunque per votare saldamente a favore del candidato democratico.
Ora possiamo analizzare nel dettaglio i risultati delle elezioni più recenti in quelli che saranno i cinque Stati chiave delle elezioni presidenziali del novembre 2024.
In Nevada la senatrice uscente democratica Catherine Cortez Masto ha vinto nel novembre 2022 con un margine di 0,8 punti percentuali la rielezione al Senato, sebbene alle contemporanee elezioni per il governatore il candidato repubblicano Joe Lombardo sia riuscito a farsi eleggere con un margine di vantaggio di 1,5 punti percentuali. La vittoria di Masto era data in serio dubbio in base ai sondaggi preelettorali. Negli ultimi quattro cicli elettorali presidenziali, inoltre, il Nevada ha sempre votato democratico;In Arizona, tutti i principali candidati repubblicani sono stati sconfitti nel novembre 2022, nonostante il fatto che in alcuni casi i sondaggi davano loro alte possibilità di vittoria. La sconfitta più bruciante (con un margine di 0,7 punti percentuali) è stata quella di Kari Lake, candidata ultra-trumpiana alla posizione di governatrice dell’Arizona apertamente negazionista sul risultato elettorale del 2020, sconfitta dall’attuale governatrice democratica Katie Hobbs. Ma anche tutti gli altri candidati per posizioni di primo piano a livello statale e federale, altrettanto ultra-trumpiani e negazionisti delle elezioni 2020, sono stati sonoramente bocciati alle urne.
In Georgia, alle primarie repubblicane del 2022, in maniera differente che in altri Stati, hanno vinto due grandi nemici di Trump interni al Partito Repubblicano: il governatore Brian Kemp ed il Segretario di Stato Brad Raffensperger. Entrambi hanno poi agevolmente ottenuto la rielezione a novembre 2022, nonostante alle contemporanee elezioni per il Senato sia stato rieletto il senatore uscente democratico Raphael Warnock contro il rivale Herschel Walker, appoggiato dall’ex presidente Trump. Insomma, in Goergia sembra proprio essere presente una parte importante dell’elettorato tendenzialmente repubblicana ma disposta a votare per i democratici a livello federale, pur di impedire la vittoria ai candidati trumpiani. Inoltre, le trasformazioni demografiche in corso nello Stato, soprattutto nei sobborghi di Atlanta, lo rendono sempre con l’andare del tempo un terreno elettorale sempre più favorevole per i democratici.
È andata leggermente meglio per i repubblicani in Wisconsin dove il senatore uscente Ron Johnson è stato rieletto nel novembre 2022 con un margine di un punto percentuale battendo il candidato rivale ed esponente dell’ala sinistra democratica, Mandela Barnes. Tuttavia, anche qui i repubblicani hanno perso buona parte delle altre sfide più importanti, incluse quella per il governatore (è stato rieletto il democratico Tony Evers), per il Segretario di Stato e per il Procuratore Generale dello Stato. Inoltre, ancora più di recente, alle elezioni speciali che si sono tenute nell’aprile 2023, la candidata liberal (Janet Protasiewicz) ha ottenuto una agevole vittoria per un posto chiave alla Corte Suprema statale in una campagna elettorale che si è basata quasi integralmente sul diritto dei cittadini del Wisconsin ad avere accesso all’aborto.
Infine, in Pennsylvania le elezioni di metà mandato del 2022 hanno rappresentato una vera e propria débâcle per i repubblicani che hanno perso non solo la sfida per il governatore (dove ha vinto nettamente il candidato democratico Josh Shapiro, contro il candidato ultra-trumpiano e negazionista delle elezioni 2020, Doug Mastriano), ma anche quelle per il Senato, dove il candidato democratico John Fetterman ha vinto con un margine di quasi 5 punti percentuali contro il suo rivale, il dottor Mehmet Oz anche egli appoggiato da Trump, nonostante abbia subito un infarto in piena campagna elettorale.
Insomma, in tutti gli Stati chiave le indicazioni arrivate dalle elezioni più recenti sono state decisamente negative per i repubblicani, in particolare per i candidati più vicini all’ala trumpiana del partito.
Da qui a novembre 2024 può, ovviamente, ancora accadere di tutto. Tuttavia, è difficile, al momento comprendere in che modo la ricandidatura di Trump alla presidenza possa permettere ai repubblicani di guadagnare abbastanza voti per vincere in questi Stati chiave che per ben due volte hanno rigettato il trumpismo dopo il 2016 e la cui vittoria è assolutamente necessaria per tornare alla Casa Bianca.
Questo in particolare è ancora più complicato se, come tutto lascia sembrare, Trump sia intenzionato a mettere al centro della sua agenda elettorale ancora una volta la battaglia sul risultato delle scorse elezioni che lui ancora oggi non ammette di aver perso.
In tale contesto, la principale questione a cui gli elettori repubblicani dovrebbero rispondere prima di votare alle primarie repubblicane è questa: siete davvero convinti che riproporre come candidato colui la cui agenda è stata già sconfitta due volte sia la strada migliore per convincere gli elettori che non lo hanno fatto in precedenza nelle ultime due elezioni a votare di nuovo per il vostro Partito?
Alcuni sondaggi sembrano rispondere a questa domanda affermando che, almeno per ora, gli elettori repubblicani sembrano più interessati a votare qualcuno che sia più vicino alle loro idee che qualcuno che possa avere più chance di vincere alle prossime elezioni. È la scommessa che ha avuto già successo nel 2016, d’altronde, ma non è detto che la storia si possa ripetere. Personalmente ritengo sia stato già ampiamente dimostrato che riproporre i candidati sconfitti non sia la strategia più saggia per vincere le prossime elezioni, anche perché agli elettori americani notoriamente non piacciono i perdenti, anche se questi non ammettono la propria sconfitta. Staremo a vedere alle prossime elezioni chi avrà ragione.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
IL SUO DISCORSO SU COME SI DOVREBBERO COMPORTARE LE RAGAZZE “PER NON INCONTRARE IL LUPO” E’ L’ESEMPIO PERFETTO DELLA COLPEVOLIZZAZIONE DELLA VITTIMA
Andrea Giambruno giornalista e conduttore tv, compagno di
Giorgia Meloni, ha spiegato a qualche milione di spettatori che – nella sostanza – se ti ubriachi rischi di incontrare uno stupratore. “E’ tuo diritto ubriacarti”, aveva premesso, continuando poi con “però”. Avete presente lo schema, vero? Però ho amici gay, però non sono razzista, questa volta è toccato a “però poi effettivamente il rischio è che il lupo ti trovi”.
E invece no: una persona ha diritto a essere sicura anche da ubriaca, anche se indossa una gonna. Anche se la gonna è corta o cortissima. Anche se è in mutande e con un bicchiere di vino in mano, pensa tu.
Partiamo dai fondamentali: ubriacarsi non è reato, approfittarsi di uno stato di alterazione di una persona sì.
Ad esempio se la vittima è ubriaca è un’aggravante perché la vittima è “in minorata difesa”, cioè lo stupratore agisce in circostanze tali da ostacolare la difesa della vittima.
Andiamo avanti: una persona ha diritto a dire “no” – o di renderlo manifesto – in qualsiasi momento: prima, poco prima o anche durante un rapporto, di qualsiasi tipo sia il rapporto.
Il fatto che lo stato di ubriachezza possa influire sulla decisione o meno di stuprare una persona è poi abbastanza fallace, o almeno non esistono studi specifici.
Le cuginette bambine di 10 e 12 anni violentate per mesi nel parco verde a Caivano da branchi di ragazzini e ragazzi, erano ubriache? Fortuna Loffredo di sei anni era ubriaca? Sharon Barni di un anno e mezzo? Franca Rame aveva bevuto? Roberta Siragusa? Anna Maria Scarfò?
Ricordo di aver visto una mostra: erano esposti gli indumenti delle persone nel momento in cui avevano subito lo stupro: c’erano pantaloni, gonne, scarpre antinfortunistica e scarpe con i tacchi o da ginnastica. Potremmo fare la stessa mostra con i bicchieri e scopriremmo bicchieri d’acqua o di vino, vuoti o pieni di aranciata, o di vodka, talvolta tazzine di caffè e talvolta anche qualche biberon pieno di latte.
Andrea Giambruno (forse) non voleva colpevolizzare la vittima, ma questo è un altro problema: con le sue dichiarazioni lo ha fatto
Tra l’altro chiamare gli stupratori “lupi” è un errore straordinario. Usare lo stesso linguaggio da branco degli stupratori (“eravamo cento cani sopra una gatta”), edulcora la storia e non ne dà corretta contezza.
Lo stupro non è infatti un tentativo di ripopolamento dei boschi di una specie protetta, il lupo, ma un’azione criminale di abuso sessuale da parte di stupratori che (in questo caso) hanno anche filmato l’azione e poi sono andati a festeggiare in rosticceria.
Diciamolo chiaramente: le colpe del compagno di Giorgia Meloni non possono ricadere su Giorgia Meloni, a meno che lei non lo appoggi e dica cose similari, come in effetti fa da sempre. Il problema e lo schema sono infatti i medesimi.
“Se non vuoi affogare fra le onde del mare, non provare a venire in Italia su un barchino”, non è sempre quello il ragionamento? Ricordate la premier ai familiari delle vittime di Cutro, quando sussurrò ai padri che avevano perso le figlie: “Ma tu non sapevi che era pericoloso partire?”
Lo schema continua oggi, in famiglia Meloni infatti si passano i concetti che è un piacere, ed ecco Andrea Giambruno: “Però se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche”. Insomma, la soluzione sarebbe “evitare di svenire” (ma esiste qualcuno che “sviene” consapevolemente?) per non incorrerere in “determinate problematiche”, che però questa frase più che a uno stupro fa pensare a una multa del controllore se non obliteri il biglietto.
Per la posizione in cui le ha pronunciate Andrea Giambruno, le sue sono dichiarazioni gravissime e non emendabili. Non si tratta infatti di consigli di un padre (o di una madre) preoccupati prima di un’uscita serale della figlia, del tipo: “Non bere perché esistono anche brutte persone”. In quel caso sarebbe un fatto privato, una frase comunque non perfetta ma condivisibile negli intenti e finanche nel messaggio, rivolto a una persona specifica, con l’obiettivo di salvaguardarla prima dell’eventualità di un fatto terribile; una frase non eretta a modello di comportamento, come dire: “Stai attenta a non metterti in una condizione di non lucidità”, che in fondo è una frase che può essere giusta, quando si tratta del consiglio personale di un amico o di un familiare. Se la stessa frase invece la pronunci dopo uno stupro di gruppo, in cui proprio il gruppo ha fatto bere quella che poi è diventata la vittima di quello stesso gruppo, e lo fai da maestro in diretta tv, allora abbiamo un problema grande come il cognato di Meloni quando ha detto “i poveri mangiano meglio dei ricchi”.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
LA STORIA RIMBALZA IN ITALIA, UN PAPÀ SI ACCORGE CHE UNO DEGLI STRONZETTI È IL FIGLIO E PROVA A RIMEDIARE: PAGA IL CONTO E PROPONE AL PROPRIETARIO DEL RISTORANTE DI SPEDIRGLI IL FIGLIO A LAVORARE GRATIS LA PROSSIMA ESTATE
Ormai sembra quasi la norma. Clienti consumano il pasto al ristorante, poi alzano i tacchi e scappano senza pagare il conto. […] stavolta il gruppo di italiani a darsela a gambe era a Malta. Per la precisione, a Msida, lo scorso 25 agosto. Ma, questa volta, i “furbetti” non sono riusciti a farla franca.
Con la scusa di fumarsi una sigaretta, il gruppo di giovani si è alzato dal tavolo del «Pasta & Co.» ed è uscito fuori. Poi, la fuga. Il conto da 100 euro è rimasto in capo al locale, che ha denunciato i clienti alle autorità. Uno dei proprietari, italiano, ha riconosciuto l’accento siciliano dei clienti, così ha contattato i quotidiani locali per provare a trovare i colpevoli.
E la mossa ha dato i suoi frutti.
Una volta arrivata in Italia, la storia è balzata agli occhi di un uomo, che tra quei ragazzi (nonostante i volti coperti) ha riconosciuto suo figlio. «Mi ha telefonato chiedendo i miei dati per saldare il dovuto — racconta il proprietario del ristorante – Mi ha raccontato che il figlio si è pentito subito, piangeva a dirotto. Io gli ho detto che ho apprezzato moltissimo il suo gesto, che si vedeva fosse una persona onesta e un padre esemplare, ma che non ci fosse bisogno di saldare un conto da 100 euro.
Lui però ha continuato a insistere, così gli ho proposto di devolvere la somma ad Arka un’organizzazione dell’isola di Gozo che si prende cura di persone con disabilità. La mia idea lo ha colpito molto e, alla fine, mi ha richiamato annunciando di aver donato ben 250 euro. Noi, per conto nostro, a quel punto siamo tornati dalla polizia e abbiamo ritirato la denuncia», ha detto. Poi, l’idea del papà: «Vi mando mio figlio a lavorare gratis la prossima estate». L’offerta è stata declinata, ma i proprietari del ristorante hanno apprezzato il gesto.
(da Il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 29th, 2023 Riccardo Fucile
DOPO UNA SERIE DI USCITE IMBARAZZANTI GETTA LA SPUGNA
Marcello De Angelis getta la spugna. Il responsabile della
comunicazione istituzionale della Regione Lazio, finito in un vortice di polemiche dopo le sue frasi di inizio agosto sulle responsabilità della strage di Bologna, ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico.
De Angelis ha comunicato la propria irrevocabile decisione al presidente della Regione Lazio Francesco Rocca – riferisce l’Ansa – con una lettera, dopo averla anticipata nel corso di un colloquio privato.
Il presidente Rocca, si apprende, ha accettato le dimissioni di De Angelis con effetto immediato. «Con la strage di Bologna non c’entrano nulla Fioravanti, Mambro e Ciavardini. Non è un’opinione: io lo so con assoluta certezza», aveva detto pochi giorno dopo l’anniversario della strage il responsabile della comunicazione della Pisana, già noto militante dell’ultradestra romana.
Nelle settimane seguenti era anche riemersa una sua canzone degli anni ’90 in cui De Angelis metteva in fila una serie di macabre frasi antisemite sulle vittime delle stragi del gruppo terroristico palestinese Settembre Nero. La mossa di De Angelis anticipa quello che sarebbe stata la sua possibile defenestrazione. Venerdì prossimo, 1°settembre, era infatti in programma un consiglio regionale straordinario sulla vicenda.
Mea culpa per l’antisemitismo, nessun passo indietro su Bologna
L’ormai ex dipendente della Pisana, nella lettera inviata a Rocca, tende a rimarcare che il suo unico errore riguarda la canzone antisemita, composta decenni fa: nessun ripensamento sulla difesa di Fioravanti, Mambro e Ciavardini, dunque.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »