Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile
CHI E’ ALESSANDRA TODDE, IL CERVELLO IN FUGA CON CAZZIMMA
Più che con l’accusa di essere la quinta colonna del centrodestra,
Renato Soru lo ha messo a cuccia come Grazia Deledda al tempo della vittoria del premio Nobel, aveva liquidato l’invidia di Luigi Pirandello: “Tutto potrà forse essere vinto per mezzo dell’amore e della buona volontà”. Alessandra Todde non è tipa da battaglia nel fango, ma la misura nei toni non fa velo alla sua determinazione per non dire cazzimma.
Di lei Pier Luigi Bersani dice che è un perfetto mix di “sardità e innovazione”. L’attuale segretaria del Pd Elly Schlein ha invece riconosciuto nella sua stessa candidatura quel quid che serve come il pane all’unità del centrosinistra: competenza più che appartenenza. Musica per le orecchie di Giuseppe Conte: il profilo di Todde, già da lui indicata come sottosegretaria e poi viceministra oltre che sua vice nel M5S, incarna idealmente la classe dirigente pentastellata che vuole essere il suo marchio di fabbrica.
Nuorese, classe 1969, famiglia democristiana, nonno finito al confino e dunque strutturalmente antifascista, Alessandra Todde è però soprattutto orgogliosamente sarda. Al cubo in quanto sarda di nascita e di ritorno. “Ho vissuto gran parte della mia vita tra l’Italia e l’estero, lavorando in otto Paesi diversi, tra cui Stati Uniti, Spagna, Inghilterra, Francia, Olanda, occupandomi di tecnologia, energia e finanza per poi rientrare stabilmente in Italia nel 2018. Parlo 4 lingue, tra cui il sardo. Mi sono subito resa conto di quanto siano importanti e indispensabili, soprattutto in politica, competenze, capacità di gestire complessità e dedizione al lavoro. Con questi strumenti e i valori che ho ricevuto dalla mia famiglia, ho deciso di iniziare la mia nuova avventura personale e umana” si legge in una sua bio pubblicata cinque anni fa sul sito del Movimento 5 Stelle. Nel 2019 Luigi Di Maio aveva pensato a lei, allora manager di Olidata, come innesto di lusso: capolista all’Europee nella circoscrizione isole anche se poi il seggio non era scattato. Poco male.
Todde era stata nominata sottosegretaria nel governo Conte-2 e poi viceministra allo sviluppo nel governo Draghi fino alla candidatura, da ultimo, alla Camera per le elezioni del 2022. Incarichi onorati sempre con lo stesso piglio dimostrato anche durante la corsa per la successione a Christian Solinas.
“La Sardegna non è un laboratorio e i sardi non sono delle cavie” ha detto a una settimana dalla chiusura dei seggi cercando di riportare sui temi regionali il dibattito della campagna elettorale che l’ha vista contrapposta al sindaco di Cagliari, il meloniano Paolo Truzzu. Che ha sfidato a misurarsi sul merito: “Dobbiamo definire quali politiche industriali vogliamo. Abbiamo proposto un’agenzia che si occupi di attrarre investimenti, perché serve mantenere quelli che già ci sono e creare leve di competitività”.
E ancora. “Serve guardare alle nuove filiere: un polo nazionale per le bonifiche perché i problemi diventino opportunità. Penso al Sulcis e a ciò che si può fare con le nuove tecnologie sfruttando gli scarti minerari per l’estrazione di terre rare”.
E che dire dell’autonomia? “Lo statuto sardo va attuato sulla cultura, sull’insegnamento della lingua e della nostra storia affinché i nostri ragazzi capiscano chi sono e da dove vengono. Sull’istruzione potremo fare da subito una legge quadro in deroga ai parametri nazionali, potremo agire sulla produzione di energia e su altre prerogative primarie sulle quali la Sardegna può finalmente esercitare la sua specialità, cosa che non ha fatto fino a questo momento”.
Questo dopo essersi lavorata il terzo incomodo, ossia il fondatore di Tiscali: “Soru rappresenta la decima lista a favore di Truzzu. Non ha alcuna possibilità di essere eletto: ci sono due coalizioni in campo, quella che vuole portare avanti la continuità e quella che chiede il cambiamento”.
(da ilfattoquotidiano.it)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile
L’UNICA VIA CHE L’OPPOSIZIONE PUO’ PERCORRERE SE VUOLE ESSERE COMPETITIVA RESTA IL CAMPO LARGO
La vittoria di Alessandra Todde e della sinistra in Sardegna, data da addetti ai lavori per “impossibile” fino a qualche giorno fa, pur nei limiti di un voto che resta regionale, fa crollare un assioma che in troppi davano ormai per scontato: la destra di Giorgia Meloni non è affatto imbattibile, se le opposizioni riescono a trovare candidati credibili e se allargano l’alleanza proponendo nel contempo programmi plausibili.
Una rondine non fa primavera, ma è innegabile che il voto sardo segnali la fine della luna di miele tra la destra e il paese – dopo un anno e mezzo di pessimo governo – e che lo stesso avrà effetti politici sulla maggioranza, che torna dall’isola malconcia e spaccata come mai era accaduto dal 25 settembre di due anni fa.
IL PRIMO CAMPANELLO D’ALLARME
La premier ha imposto personalmente il candidato perdente. E ha deciso di personalizzare la tenzone, mettendo la sua faccia su tutti gli autobus tra Cagliari e Sassari e sulla fine della campagna elettorale: è lei la grande sconfitta della tornata, è per lei che squilla il primo campanello d’allarme sul tema – per lei sensibilissimo – del consenso.
Non solo. La scelta scellerata di indicare Paolo Truzzu (considerato dai sondaggi uno dei sindaci meno amati d’Italia) evidenzia debolezze politiche che si riverberano pari pari anche sul continente: la cronica assenza dentro Fratelli d’Italia di una classe dirigente spendibile va di pari passo con la volontà, ferrea, di pescare candidati esclusivamente tra fedelissimi e seguaci. Un paradosso a cui in politica è difficile, alla lunga, non pagare pegno.
Meloni ha perso la sua scommessa e contemporaneamente è riuscita a rovinare i rapporti già infetti con la Lega di Salvini, che con ogni probabilità da ieri sera starà festeggiando a champagne e mirto: umiliato sulla defenestrazione del “suo” Christian Solinas, governatore uscente indagato per corruzione, e pochi giorni fa sul terzo mandato, in molti sostengono che la sconfitta sia figlia pure del voto disgiunto dei leghisti, ridotti tra l’altro come partito a percentuali residuali.
Sia vero o meno un complotto salviniano, tra le forze dell’estrema destra veleni e sospetti incrociati cominciano a essere troppi: se Meloni non troverà nuovi equilibri per migliorare i rapporti con gli alleati, assicurare una navigazione tranquilla al governo fino alla fine della legislatura sarà arduo. Soprattutto se le divisioni dovessero portare nuovi rovesci su altre elezioni date già per vinte, ma da oggi meno scontate: quella in Abruzzo, dove si gioca la riconferma il meloniano Marco Marsilio, e l’altra in Basilicata, regione in cui la maggioranza sta ancora litigando sul candidato (manche a sinistra non sono messi benissimo).
L’UNICA VIA
Dall’altro lato il blitz inatteso di Todde dimostra che l’unica via che l’opposizione può percorrere se vuole essere competitiva resta il campo largo. Elly Schlein ha vinto la sua scommessa appoggiando – come a Foggia – un pretendente scelto da Giuseppe Conte, ma aver abbozzato in nome dell’unità della coalizione ha pagato. Non era affatto facile, visto il tentativo di boicottaggio dell’ex dem Renato Soru. La speranza della segretaria adesso è che l’alchimia tra Pd e M5s funzioni anche a parti inverse alle prossime sfide locali: vittorie ravvicinate darebbero un booster non banale per il big match dell’8 e 9 giusto.
Il problema, per il Pd e per chi crede che una larga alleanza riformista sia l’unica opzione vincente contro le destre, è che Conte – vero trionfatore del voto sardo – non è affatto un partner affidabile e coerente: finora ha dato lui le carte, accettando a macchia di leopardo solo le soluzioni a lui più convenienti. Qualcuno al Nazareno sostiene che dopo le europee il camaleontico professore arriverà a più miti consigli. Speriamo abbia ragione: perché a destra quando il gioco si fa duro il patto per il potere scalza ogni alterco, almeno per un po’. Mentre a sinistra il masochismo resta ancora uno dei passatempi preferiti.
(editorialedomani.it)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile
OGNUNO HA QUALCOSA DA RIMPROVERARE AGLI ALTRI, NON ESISTE PIU’ LA BACCHETTA MAGICA DI BERLUSCONI CHE SAPEVA TRASFORMARE SCONOSCIUTI IN PRINCIPI
Alla lotteria del voto sardo la destra perde per eccesso di
sicurezza e ci sarà da lavorare per impedire che l’esito delle Regionali produca un rodeo senza regole. Ciascuno degli alleati ha qualcosa da rimproverare all’altro.
Matteo Salvini a Giorgia Meloni: l’imposizione di Paolo Truzzu, fedelissimo della premier, sindaco assai poco amato di Cagliari, a dispetto dell’uscente Christian Solinas.
Giorgia Meloni a Salvini: il crollo della lista leghista e il voto disgiunto che ha portato Truzzu ben sotto le quote raggiunte dalla coalizione. Antonio Tajani a tutti e due: l’eccesso di litigiosità e dispetti che, per la prima volta, ha azzerato la regola del «vinceremo sempre contro un’opposizione divisa».
Nella infinita maratona di ieri, con i risultati che arrivavano col contagocce, la maggioranza ha sperato a lungo di tenere in piedi la prospettiva di una vittoria in extremis, magari approfittando della norma-tagliola vigente in Sardegna che avrebbe consentito il rinvio della partita al conteggio degli uffici centrali. Un pasticcio già visto nel 2019, quando il risultato finale della contesa fu reso noto e certificato addirittura due mesi dopo la prova elettorale.
Il potenziale scenario trumpiano – seggi chiusi alle 19, scrutatori mandati a casa, plichi sigillati e spediti chissà dove, sospetti di brogli – deve aver provocato legittimi sussulti. E allora, niente tagliola, spoglio sbloccato, avanti a oltranza, con i tre leader del centrodestra riuniti in un inusuale pranzo a Palazzo Chigi per concordare una linea di limitazione del danno per i prossimi giorni.
Quanto reggerà quella linea? Sulla capacità di tenerla in piedi si fonda la continuità della narrazione politica del centrodestra, che dai tempi di Silvio Berlusconi promuove l’idea di un patto inaffondabile tra centristi, destra e leghisti sotto la guida «di chi prende più voti», in contrapposizione con le lacerazioni e gli esperimenti della sinistra, con le sue alleanze variabili e asimmetriche, le sue scissioni, il suo viavai di uomini e formule di intesa.
La premier ha fatto suo quel racconto e ha trasformato questa prima prova dopo le Politiche in qualcosa di più di un test locale: la certificazione del suo ruolo di capo-coalizione in uno schema che non cambierà. Il comizio di chiusura a Cagliari è servito quasi esclusivamente a questo. «Noi non stiamo insieme per costrizione, stiamo insieme da trent’anni» (Meloni). «In Giorgia non ho trovato un’alleata o un’ottima presidente del Consiglio ma un’amica, e questo fa la differenza» (Salvini). «Nessuno di noi vuole andare a pescare nel mare degli alleati, non ci rubiamo voti tra alleati». (Tajani).
Facile a dirsi, soprattutto in un contesto vincente. Ma davanti a una imprevista sconfitta, tenere a bada gli animi sarà difficile.
Per il mondo di Meloni, soprattutto, il dopo-voto sarà un complicato esame di maturità. È vero che il governo della destra non rischia nulla e che FdI potrà ritrovare le sue sicurezze al prossimo giro, in Abruzzo e Basilicata, competizioni più scontate.
Tuttavia dovrà essere accantonata l’idea di andare a traino di una leader fatata, capace di intronare cavalieri e dame con il solo tocco della sua spada. Anche questo è un retaggio dell’età berlusconiana che trasformò in principi del regno legioni di sconosciuti amici del Cavaliere, medici e commercialisti, igieniste dentali ed esperti di pubblicità. Ma erano altri tempi e soprattutto un altro livello di potere.
Quel tipo di bacchetta magica non esiste più. Il consenso della premier, per quanto appaia solido, non si riverbera automaticamente su chi la circonda. Il suo volto sui manifesti non basta a fare i risultati. I successi, personali e di gruppo, andranno conquistati uno per uno.
Poi, certo, c’è la riflessione sui candidati perché il voto sardo (già qualcuno comincia a dirlo sottovoce) fa il paio con un’altra elezione “di bandiera” clamorosamente fallita dalla destra: quella del sindaco di Roma nel 2021, quando si scelse come candidato Enrico Michetti, anchorman delle reti private della città, micidiale gaffeur, sconfitto malamente e poi indotto addirittura al ritiro dal Consiglio comunale. Anche in quel caso fu una prova di forza rispetto agli alleati che spingevano per Guido Bertolaso: FdI prevalse grazie alla sua indiscutibile primogenitura nella Capitale.
Il mormorio che si percepisce adesso è lo stesso di allora: «Ma ‘sti candidati come ce li scegliamo?», «Ma davvero credevano che Truzzu potesse farcela?». Queste le domande, questo il clima ieri sera, mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte già volavano verso la Sardegna per festeggiare Todde.
A cento giorni o poco più dalle Europee e dal “libera tutti” di una campagna percepita come questione di vita e di morte, la sconfitta sarda della destra segna uno spartiacque per molti motivi.
Interrompe una lunghissima serie di Regionali vittoriose, Calabria, Sicilia, Lazio, Lombardia, Friuli, Molise, Trentino. Segnala il declino leghista in proporzioni inaspettate. Boccia un candidato espresso direttamente dalla premier, con l’onta di un voto personale inferiore a quello della coalizione. Insomma, uno choc.
Per paradosso, potrà determinare persino effetti positivi se sarà affrontato con lucidità, mettendo mano a una nuova fase delle relazioni interne della maggioranza. Se prevarranno altri impulsi, il desiderio di rivincita di Salvini o l’istinto meloniano a blindare la sua roccaforte, il rodeo sarà inevitabile e spettacolare.
Flavia Perina
(da LaStampa)
argomento: Politica | Commenta »
Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE HA VIOLATO LE REGOLE MENTRE STAVA SCONTANDO UNA CONDANNA DEFINITIVA DI 6 ANNI
Revocata la detenzione domiciliare a Denis Verdini. E’ questa la decisione del tribunale di sorveglianza di Firenze.
La polizia sta eseguendo il rientro il carcere nei confronti dell’ex coordinatore di Forza Italia ed ex senatore di Ala, oggi 72enne. Secondo quanto si apprende, Verdini viene portato nel carcere fiorentino di Sollicciano. A Verdini, che stava scontando dal 2021 la condanna definitiva a 6 anni per il crac del Credito Cooperativo ai domiciliari nella sua villa al Pian dei Giullari, sulle colline intorno a Firenze, viene contestata dalla procura di Roma l’evasione per alcune cene a cui avrebbe preso parte nella capitale con manager e politici.
L’ex senatore è stato condannato inoltre in via definitiva a 5 anni e mezzo anche per il fallimento della Società Toscana Edizioni. Con il cumulo pena si arriva a un totale di circa 15 anni.
Il carcere però è poco probabile: sarebbe una soluzione estrema e poco applicata nei casi in cui i detenuti, come Verdini, hanno superato i 70 anni. Altra possibilità sarebbe l’applicazione del braccialetto elettronico o anche una drastica riduzione dei permessi.
In realtà le assenze e le “gite” a Roma sarebbero peraltro state autorizzate dallo stesso tribunale di sorveglianza. Ma l’ex senatore aveva chiesto di potersi assentare per andare dal dentista e per aiutare il figlio: mentre le sue uscite si sarebbero protratte ben oltre i limiti consentiti.
Dopo l’arresto del figlio Tommaso Verdini, nel dicembre scorso, il Tribunale di sorveglianza aveva aperto un procedimento e il 22 febbraio si è celebrata l’udienza. La procura generale aveva chiesto la revoca dei domiciliari per l’ex senatore. In aula Verdini, assistito dall’avvocato Marco Rocchi, si era difeso spiegando che riteneva di poter partecipare alle cene, essendo stato autorizzato ad andare dal dentista a Roma e a fermarmi a casa del figlio.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »