Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile
OGNUNO HA QUALCOSA DA RIMPROVERARE AGLI ALTRI, NON ESISTE PIU’ LA BACCHETTA MAGICA DI BERLUSCONI CHE SAPEVA TRASFORMARE SCONOSCIUTI IN PRINCIPI
Alla lotteria del voto sardo la destra perde per eccesso di
sicurezza e ci sarà da lavorare per impedire che l’esito delle Regionali produca un rodeo senza regole. Ciascuno degli alleati ha qualcosa da rimproverare all’altro.
Matteo Salvini a Giorgia Meloni: l’imposizione di Paolo Truzzu, fedelissimo della premier, sindaco assai poco amato di Cagliari, a dispetto dell’uscente Christian Solinas.
Giorgia Meloni a Salvini: il crollo della lista leghista e il voto disgiunto che ha portato Truzzu ben sotto le quote raggiunte dalla coalizione. Antonio Tajani a tutti e due: l’eccesso di litigiosità e dispetti che, per la prima volta, ha azzerato la regola del «vinceremo sempre contro un’opposizione divisa».
Nella infinita maratona di ieri, con i risultati che arrivavano col contagocce, la maggioranza ha sperato a lungo di tenere in piedi la prospettiva di una vittoria in extremis, magari approfittando della norma-tagliola vigente in Sardegna che avrebbe consentito il rinvio della partita al conteggio degli uffici centrali. Un pasticcio già visto nel 2019, quando il risultato finale della contesa fu reso noto e certificato addirittura due mesi dopo la prova elettorale.
Il potenziale scenario trumpiano – seggi chiusi alle 19, scrutatori mandati a casa, plichi sigillati e spediti chissà dove, sospetti di brogli – deve aver provocato legittimi sussulti. E allora, niente tagliola, spoglio sbloccato, avanti a oltranza, con i tre leader del centrodestra riuniti in un inusuale pranzo a Palazzo Chigi per concordare una linea di limitazione del danno per i prossimi giorni.
Quanto reggerà quella linea? Sulla capacità di tenerla in piedi si fonda la continuità della narrazione politica del centrodestra, che dai tempi di Silvio Berlusconi promuove l’idea di un patto inaffondabile tra centristi, destra e leghisti sotto la guida «di chi prende più voti», in contrapposizione con le lacerazioni e gli esperimenti della sinistra, con le sue alleanze variabili e asimmetriche, le sue scissioni, il suo viavai di uomini e formule di intesa.
La premier ha fatto suo quel racconto e ha trasformato questa prima prova dopo le Politiche in qualcosa di più di un test locale: la certificazione del suo ruolo di capo-coalizione in uno schema che non cambierà. Il comizio di chiusura a Cagliari è servito quasi esclusivamente a questo. «Noi non stiamo insieme per costrizione, stiamo insieme da trent’anni» (Meloni). «In Giorgia non ho trovato un’alleata o un’ottima presidente del Consiglio ma un’amica, e questo fa la differenza» (Salvini). «Nessuno di noi vuole andare a pescare nel mare degli alleati, non ci rubiamo voti tra alleati». (Tajani).
Facile a dirsi, soprattutto in un contesto vincente. Ma davanti a una imprevista sconfitta, tenere a bada gli animi sarà difficile.
Per il mondo di Meloni, soprattutto, il dopo-voto sarà un complicato esame di maturità. È vero che il governo della destra non rischia nulla e che FdI potrà ritrovare le sue sicurezze al prossimo giro, in Abruzzo e Basilicata, competizioni più scontate.
Tuttavia dovrà essere accantonata l’idea di andare a traino di una leader fatata, capace di intronare cavalieri e dame con il solo tocco della sua spada. Anche questo è un retaggio dell’età berlusconiana che trasformò in principi del regno legioni di sconosciuti amici del Cavaliere, medici e commercialisti, igieniste dentali ed esperti di pubblicità. Ma erano altri tempi e soprattutto un altro livello di potere.
Quel tipo di bacchetta magica non esiste più. Il consenso della premier, per quanto appaia solido, non si riverbera automaticamente su chi la circonda. Il suo volto sui manifesti non basta a fare i risultati. I successi, personali e di gruppo, andranno conquistati uno per uno.
Poi, certo, c’è la riflessione sui candidati perché il voto sardo (già qualcuno comincia a dirlo sottovoce) fa il paio con un’altra elezione “di bandiera” clamorosamente fallita dalla destra: quella del sindaco di Roma nel 2021, quando si scelse come candidato Enrico Michetti, anchorman delle reti private della città, micidiale gaffeur, sconfitto malamente e poi indotto addirittura al ritiro dal Consiglio comunale. Anche in quel caso fu una prova di forza rispetto agli alleati che spingevano per Guido Bertolaso: FdI prevalse grazie alla sua indiscutibile primogenitura nella Capitale.
Il mormorio che si percepisce adesso è lo stesso di allora: «Ma ‘sti candidati come ce li scegliamo?», «Ma davvero credevano che Truzzu potesse farcela?». Queste le domande, questo il clima ieri sera, mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte già volavano verso la Sardegna per festeggiare Todde.
A cento giorni o poco più dalle Europee e dal “libera tutti” di una campagna percepita come questione di vita e di morte, la sconfitta sarda della destra segna uno spartiacque per molti motivi.
Interrompe una lunghissima serie di Regionali vittoriose, Calabria, Sicilia, Lazio, Lombardia, Friuli, Molise, Trentino. Segnala il declino leghista in proporzioni inaspettate. Boccia un candidato espresso direttamente dalla premier, con l’onta di un voto personale inferiore a quello della coalizione. Insomma, uno choc.
Per paradosso, potrà determinare persino effetti positivi se sarà affrontato con lucidità, mettendo mano a una nuova fase delle relazioni interne della maggioranza. Se prevarranno altri impulsi, il desiderio di rivincita di Salvini o l’istinto meloniano a blindare la sua roccaforte, il rodeo sarà inevitabile e spettacolare.
Flavia Perina
(da LaStampa)
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Febbraio 27th, 2024 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE HA VIOLATO LE REGOLE MENTRE STAVA SCONTANDO UNA CONDANNA DEFINITIVA DI 6 ANNI
Revocata la detenzione domiciliare a Denis Verdini. E’ questa la decisione del tribunale di sorveglianza di Firenze.
La polizia sta eseguendo il rientro il carcere nei confronti dell’ex coordinatore di Forza Italia ed ex senatore di Ala, oggi 72enne. Secondo quanto si apprende, Verdini viene portato nel carcere fiorentino di Sollicciano. A Verdini, che stava scontando dal 2021 la condanna definitiva a 6 anni per il crac del Credito Cooperativo ai domiciliari nella sua villa al Pian dei Giullari, sulle colline intorno a Firenze, viene contestata dalla procura di Roma l’evasione per alcune cene a cui avrebbe preso parte nella capitale con manager e politici.
L’ex senatore è stato condannato inoltre in via definitiva a 5 anni e mezzo anche per il fallimento della Società Toscana Edizioni. Con il cumulo pena si arriva a un totale di circa 15 anni.
Il carcere però è poco probabile: sarebbe una soluzione estrema e poco applicata nei casi in cui i detenuti, come Verdini, hanno superato i 70 anni. Altra possibilità sarebbe l’applicazione del braccialetto elettronico o anche una drastica riduzione dei permessi.
In realtà le assenze e le “gite” a Roma sarebbero peraltro state autorizzate dallo stesso tribunale di sorveglianza. Ma l’ex senatore aveva chiesto di potersi assentare per andare dal dentista e per aiutare il figlio: mentre le sue uscite si sarebbero protratte ben oltre i limiti consentiti.
Dopo l’arresto del figlio Tommaso Verdini, nel dicembre scorso, il Tribunale di sorveglianza aveva aperto un procedimento e il 22 febbraio si è celebrata l’udienza. La procura generale aveva chiesto la revoca dei domiciliari per l’ex senatore. In aula Verdini, assistito dall’avvocato Marco Rocchi, si era difeso spiegando che riteneva di poter partecipare alle cene, essendo stato autorizzato ad andare dal dentista a Roma e a fermarmi a casa del figlio.
(da agenzie)
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Febbraio 26th, 2024 Riccardo Fucile
LE EUROPEE RISCHIANO DI ESSERE UNA CAPORETTO PER “IL CAPITANO” – ZAIA RANDELLA: “ERA MEGLIO LA LEGA NORD, ANZI LA LIGA”… DIETRO L’IPOTESI DI CALDEROLI COME TRAGHETTATORE, SI MUOVE SOTTOTRACCIA RICCARDO MOLINARI PER RACCOGLIERE QUEL CHE RESTA DEL PARTITO E RILANCIARE LA VECCHIA LINEA SECESSIONISTA
Torna a soffiare sul Nord il vento della secessione. Stavolta, però,
non è dalla Lega in un viaggio nel tempo all’indietro di trent’anni che si muove l’aria di separazione, bensì proprio all’interno di un partito che ormai non si riconosce più in sé stesso, o meglio in quello che credeva di essere e, soprattutto riconosce sempre meno il suo leader. Credevano di avere un otre pieno di consensi, ma quando recenti elezioni e ancor più freschi sondaggi lo hanno aperto è uscito, gelido e forte quel vento che Matteo Salvini, come Eolo, non riuscirà a placare.
Il Carroccio salviniano, ormai un ossimoro vista la linea del segretario rispetto alle origini sia pure da adeguare ai tempi, va male ormai da un bel po’. E ormai, perfino i più cauti e avvertiti dell’uso delle parole, non ne fanno mistero, così come non nascondono aspre critiche verso chi conduce una forza politica che, proprio per queste esternazioni, si fa fatica a definire ancora come l’ultimo partito leninista. Caratteristica su cui Salvini non può più di tanti fare conto. Così come non può cercare di cavarsela con narrazioni rassicuranti.
Ieri, nell’ultimo giorno della scuola di formazione politica, ha raccontato che la prima telefonata del mattino l’ha ricevuta da Luca Zaia “per raccontarmi cosa stiamo facendo insieme”. Peccato che, il giorno prima, altre parole erano state quelle del governatore del Veneto, pronunciate a Treviso in quel Nord-Est cui si guarda, con più d’una ragione, per capire quel che succederà alla Lega dopo il voto europeo. “Noi nasciamo per difendere i veneti. Abbiamo fatto una federazione con le altre regioni si chiamava Lega Nord. E a me piaceva di più”.
Parole come pietre quelle del Doge, che nella chiosa a quel che più d’un nostalgico ricordo è un nuovo manifesto per un rinnovato partito – in primis proprio l’aspetto federativo – aggiunge un carico da undici nella briscola dove il mazzo sta sfuggendo al segretario: “Anzi, a dirla tutta, era più bello Liga”. Già, la Liga Veneta, quella di San Marco, della locomotiva economica del Paese, dei militanti e degli elettori gelidi di fronte al basco da paracadutista del generale Roberto Vannacci, ma ai quali si scalda ancora il cuore al ricordo del Tanko, il trattore mascherato da carroarmato dei Serenissimi.
Guerra non dichiarata, ma già di trincea in attesa dell’assalto di giugno, quella che ricompatta ulteriormente all’interno della Lega ogni giorno più sbigottita dal suo Capitano un Lombardo-Veneto critico e allarmato, tanto che nella stessa sua regione Salvini vede crescere fronde e atteggiamenti lontani dal sincero e convinto assenso alla linea.
Spiegano che la sua credibilità è ai livelli dell’acqua alla sorgente del Po in agosto, che ormai ogni suo affermazione cozza con l’esatto contrario sostenuto di recente e quindi rinfacciabile come gli avversari non perdono occasione di fare. A ogni affermazione esce dagli archivi dei social una sua verrsione opposta.
Raccontano della rabbia che sale in chi sa bene come sia proprio il Nord e l’impronta federalista, pur accuratamente sfrondata da non più riproponibili orpelli scenografici bossiani, il core business, anzi il cuore pulsante della Lega che sta sfuggendo.
Riferiscono dei mal di pancia che già aveva provocato l’idea del Capo di candidare Vannacci, finiti in coliche a sentirlo difendere ancor più il generale e rafforzarne l’ipotesi di mandarlo in Europa quando si è sparsa la notizia dell’indagine a suo carico per presunte spese gonfiate a Mosca. Già, proprio a Mosca, pure quell’assist ci mancava a Salvini che già se n’era uscito affidando ai giudici di Vladimir Putin il chiarimento sulla morte del dissidente Aleksej Navalny.
L’indice cala di decimale in decimale e l’esito del voto di giugno sarà il Piave. Sotto l’otto per cento, fatale Caporetto per Salvini che rischia di vedersi sorpassato dall’alleato forzista dato per defunto insieme al fondatore, in realtà quasi alla pari con la Lega.
La stessa operazione di sbarco al Sud, appaltando il partito al solito notabilato consunto e pronto a muoversi a seconda del vento, è miseramente e prevedibilmente fallita, confermando ulteriormente come sia e resti il Nord il bacino delle istanze e dei consensi verso il partito cui, il leader, non ha mancato di togliere proprio il riferimento geografico dal simbolo. Ma è lì, nel Nord, da Est a Ovest, che la Lega può avere un suo futuro ed è lì che bolle la pentola del cambiamento in quel federalismo tra regioni che ancora prima di tornare ad essere il fulcro dell’azione politica è, oggi, l’intreccio di assi su cui reggere la svolta dopo la assai probabile débâcle europea.
Di un “dopo” ormai si parla con sempre maggiore certezza e non meno auspici nel partito. Dopo il voto, che vorrebbe dire dopo Salvini. Il ritorno a prima non sarà l’ennesima operazione nostalgia, ma un recupero dei fondamentali il cui abbandono a favore della svolta nazionalista e eccessivamente destrorsa ha significato la via del tramonto. E al giorno successivo alle elezioni già si guarda, nel partito, lavorando a un piano non facile, ma ormai da molti ritenuto inevitabile. Reggere l’urto di un passaggio comunque traumatico non sarà cosa da poco.
E pochi, oggi, paiono quelli cui affidare quel ruolo. Forse uno soltanto, Roberto Calderoli, artefice dell’ultimo brandello di autonomia da issare a vessillo sul ponte tra il vecchio e il nuovo corso. Una reggenza da cui aprire la strada a un nuovo leader che difficilmente potrebbe essere Zaia, determinato a non mollare la sua regione, così come Massimiliano Fedriga che oggi presidia il Friuli-Venezia Giulia, ma anche la Conferenza delle Regioni. Non ad escludendum, ma per il ruolo politico di capogruppo ancor prima di quello di segretario regionale del Piemonte, Riccardo Molinari potrebbe raccogliere quel che resta del partito, per accompagnarlo verso un ridisegno ormai inevitabile per la sua sopravvivenza e una risalita, verso il Nord e verso i consensi perduti proprio lì.
(da Lo Spiffero)
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Febbraio 26th, 2024 Riccardo Fucile
“SPERO IN UN PARTITO SCALABILE. CANDIDARMI? SCIOGLIERÒ LE RISERVE A FINE APRILE PERCHÉ NON VOGLIO DARE NESSUN TIPO DI VANTAGGIO. HO RICEVUTO DIVERSE PROPOSTE…”
«Credo e auspico che possa nascere una scalabilità di Forza Italia». È un ritorno con il botto quello di Roberto Formigoni che mercoledì sarà l’ospite di onore a un evento di Forza Italia a Vimercate.
Se da una parte il Celeste non scioglie ancora l’ultima riserva sulla sua candidatura, dall’altra indirizza un messaggio a quello che è stato il suo partito per oltre 20 anni e che già a fine aprile potrebbe tornare a essere la sua casa: «Giusto che questo primo congresso si sia concluso con l’elezione per acclamazione di Tajani perché bisognava dimostrare che FI può continuare ad avere un ruolo importante anche senza Berlusconi evitando conflitti e competizioni interne.
Dopodiché credo e auspico che possa nascere una scalabilità di Forza Italia, che si possano presentare altre figure per competere democraticamente avanzando proposte che non siano solo correnti perché troppo spesso il confronto in un partito è fatto solo di numeri e correnti».
Dove? Con chi? «Mettiamo le cose in chiaro. In questo momento non ho in tasca nessuna tessera di partito, ma l’ultima è stata quella di Forza Italia. La mia storia politica dopo la Dc è stata legata a FI. Il motivo è semplice: sono sempre stato un cattolico popolare che ha militato prima nella Dc e poi in FI che è un partito aderente al partito popolare europeo, in cui i cattolici hanno sempre trovato spazio». Anche se in un recente passato non ha lesinato complimenti a Giorgia Meloni: «Stimo Meloni da tempo. Da quando era compostamente all’opposizione. E poi per la sua azione di governo di oggi. Non ho nulla da osservare se chi cattolico popolare come me scegliesse di militare all’interno di FdI».
E se Formigoni si dovesse trovare di fronte al bivio politico e decidere dove andare che farebbe? FI o FdI? «Siccome c’è qualcuno che ha come compito principale quello di sparare addosso a Formigoni, lasciamoglielo fare senza offrire ulteriori spunti. Scioglierò le riserve a fine aprile perché non voglio dare nessun tipo di vantaggio. Ci sto riflettendo. Ho ricevuto diverse proposte. Anche da altre realtà politiche. Guardo con attenzione anche a quei piccoli gruppi che si rifanno all’esperienza della Dc ai quali auspico che raggiungano l’ unità e si mettano insieme altrimenti è una testimonianza che viene dispersa. Anche da lì ho ricevuto delle proposte».
Formigoni che fa svicola? «È vero, non le ho risposto, nel senso che fa parte del ragionamento che sto facendo. Sia sulla candidatura, sia se mi candidassi dove e con chi mi candiderei (a oggi resta ancora incandidabile, ndr ). In realtà ho in qualche modo risposto dicendo che l’ultima tessera che ho avuto è quella di Forza Italia e l’ho avuta per 20 anni».
Tanti ritorni. Letizia Moratti, Roberto Formigoni, all’appello manca solo Gabriele Albertini: «Ci siamo scoperti grandissimi amici da quando abbiamo lasciato la politica. Ci troviamo spesso a pranzo con altri colleghi e con personaggi della società milanese. Abbiamo fatto parte della stessa avventura»
(da agenzie)
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Febbraio 26th, 2024 Riccardo Fucile
QUANTO AVRANNO RISO A PARIGI E BERLINO VEDENDO, ACCANTO A ZELENSKY, IL SOTTOSEGRETARIO ALL’ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA?
Siamo all’ennesimo scambio di carinerie tra Emmanuel Macron e
Giorgia Meloni. La Ducetta, il 24 febbraio, ha organizzato una videoconferenza da Kiev del G7 per ricordare i due anni di attacco della Russia all’Ucraina. L’Eliseo non ha partecipato, ufficialmente per “motivi di agenda”.
Oggi a Parigi ospita un vertice straordinario degli alleati dell’Ucraina per dare un messaggio alla Russia e l’Italia, come ritorsione, diserterà l’evento con i suoi pesi massimi. In rappresentanza del governo andrà un peso così piuma da essere nullo, il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli.
Un calcione dopo l’altro che non allenta la tensione tra il toyboy dell’Eliseo e la Sora Giorgia. Ma da dove nasce quest’ultimo scazzetto diplomatico? Dalla volontà di Giorgia Meloni di non coinvolgere i paesi traino dell’Ue, Francia e Germania, nel suo viaggio a Kiev da presidente di turno del G7.
A interloquire con Zelensky, cianciando promesse e assumendo impegni che faticherà a rispettare, la Ducetta ha portato con sé…Giovanbattista Fazzolari. Che fosse fuori luogo, in un paese in guerra, il sottosegretario con delega all’attuazione del programma era evidente a tutti. Che venisse preferito al cancelliere tedesco e al presidente francese è roba da far venire l’itterizia anche al più smaliziato dei diplomatici.
Anche perché escludere Francia e Germania significa tenere lontani dall’Ucraina i due paesi dell’Ue che più hanno contribuito alla difesa di Kiev con forniture d’armi e robuste iniezioni di denaro. L’Italia della turbo-atlantista Meloni finora ha brillato in chiacchiere e promesse ma ha elargito solo briciole, rispetto ai partner europei.
Mario Draghi, da presidente del Consiglio, comprese che la cronica debolezza dell’Italia poteva essere superata solo creando un’alleanza strutturale con Parigi e Berlino (da cui derivò il Trattato del Quirinale, firmato a novembre 2021 da Draghi e Macron sotto lo sguardo emozionato di Mattarella).
Il viaggio di Mariopio a Kiev con il presidente francese e il cancelliere Scholz, il 16 giugno 2022, segnò l’inizio di un triumvirato per la guida dell’Unione. Era un posticino al sole per l’Italia, visto che l’asse franco-tedesco ha sempre guidato il continente in piena autonomia e senza il coinvolgimento italiano. L’intuizione di Draghi fu quella di mettere Roma a rimorchio di paesi più attrezzati militarmente (la Francia) e economicamente (la Germania), unica via per dare al nostro disgraziato e indebitato paese una qualche rilevanza internazionale.
L’ambasciatore Luca Ferrari, sherpa G7/G20 a Palazzo Chigi, avrebbe potuto attivarsi per coinvolgere gli omologhi franco-tedeschi per un maggiore coinvolgimento ma non è un mistero che lui e la premier non siano mai entrati in sintonia. In ogni caso lo sgarbo di Macron, con contro-pernacchia italiana, è solo l’antipasto di quel che accadrà dopo le elezioni europee del 9 giugno.
Blindata Ursula von der Leyen a capo della Commissione, gli euro-poteri torneranno alle antiche durezze verso sovranisti, euro-scettici e quinte colonne putiniane. Già il Ppe, per bocca del suo presidente Manfred Weber, ha precisato che non intende avere come alleato il destrissimo Zemmour, appena entrato in Ecr, l’eurogruppo guidato da Giorgia Meloni, con il suo partito “Reconquete”. Un messaggio chiarissimo alla premier italiana: se vuole essere considerata in Europa deve rispettare certi equilibri, rispettare le gerarchie e badare bene alle alleanze…
(da Dagoreport)
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Febbraio 26th, 2024 Riccardo Fucile
ADESSO RISCHIA I 1.200 EURO DI “GIUSTIFICA” ALLA CAMERA
L’onorevole Marta Fascina ha deciso di non farsi vedere al congresso di Forza Italia. Ha disertato anche la festa per i 30 anni del partito. Anche se nel frattempo ha continuato a ricordare sui social Silvio Berlusconi, anche a San Valentino.
E a questo punto, spiega oggi Repubblica, dentro la creatura di Berlusconi oggi ereditata da Antonio Tajani comincia a serpeggiare un po’ di malumore. E diversi deputati hanno fatto capire che è il momento di mandare un segnale. La prima mossa potrebbe essere quella di toglierle la giustificazione. Ogni gruppo parlamentare ne ha a disposizione un pacchetto, e FI ne ha due. Servono a permettere al deputato assente di ricevere lo stesso la diaria: 206 euro a seduta per un totale di 1.200-1.600 euro al mese. Certo, Fascina ha ereditato 100 milioni di euro dal compagno, e per lei questi sono spiccioli.
Eppure toglierle lo scudo manderebbe un segnale forte. A lei e al resto del partito, che continua a lamentarsi per il trattamento riservatole. Così come è a rischio anche il suo incarico di segretaria della Commissione Difesa. Anche se per questo si potrebbe attendere un anno, ovvero il momento in cui si rivedranno tutti i vertici delle commissioni come sempre accade a metà legislatura. Intanto lei è riuscita ad imporre il suo fedelissimo Stefano Benigni come vicesegretario. Anche se qualcuno potrebbe far ricorso ai probiviri per violazione dello Statuto. Lei intanto vorrebbe anche Gloria Saccani Jotti come sottosegretaria all’università. Il posto è ancora da assegnare.
(da agenzie)
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Febbraio 26th, 2024 Riccardo Fucile
C’E’ UNA RISOLUZIONE DELL’UE CHE HA ESORTATO GLI STATI MEMBRI “A GARANTIRE CHE IL PERSONALE DI POLIZIA PORTI UN NUMERO IDENTIFICATIVO”. MA IL CENTRODESTRA SI OPPONE CONSIDERANDOLI STRUMENTI “VESSATORI” PER POLIZIOTTI E CARABINIERI (E TI PAREVA…)
Numeri sui caschi e body cam. Le opposizioni, dopo i fatti di Pisa,
vanno in pressing per chiedere che in Parlamento si discutano le proposte di legge per consentire l’identificazione degli agenti.
Un modo – dicono – per tutelare non solo i manifestanti ma anche chi ha il compito di tutelare l’ordine.
Ma arriva il no del centrodestra che si dice contrario a strumenti “vessatori” per poliziotti e carabinieri.
Il tema, d’altra parte, dal G8 di Genova in avanti, è aperto da oltre vent’anni. E da tredici se ne parla in maniera più concreta.
Da quando, cioè, una risoluzione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Ue ha esortato gli Stati membri «a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo».
Ora l’opposizione lo rilancia.
(da la Stampa)
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Febbraio 26th, 2024 Riccardo Fucile
L’INDAGINE DELLA MAGISTRATURA POTREBBE ALLARGARSI ALL’INTERA CATENA DI COMANDO DELLA QUESTURA
Quindici poliziotti del reparto mobile di Pisa potrebbero finire sotto inchiesta per le manganellate agli studenti.
Tra questi anche il capo squadra e uno dei responsabili dell’ordine pubblico.
Su di loro si concentra l’attenzione degli inquirenti dopo l’informativa della Questura sull’accaduto.
Attualmente il fascicolo d’indagine è aperto ma senza ipotesi di reato. Le prime iscrizioni potrebbero arrivate già oggi.
Al vaglio ci sono anche le immagini girate dalla polizia scientifica della manifestazione degli studenti. Ma l’indagine potrebbe allargarsi all’intera catena di comando della Questura.
Intanto le famiglie valutano una causa collettiva contro il Viminale.
(da agenzie)
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Febbraio 26th, 2024 Riccardo Fucile
“RIMBORSI PER CENE IN RISTORANTI CHE NON SI SONO MAI SVOLTE”
Le tre inchieste che coinvolgono il generale Roberto Vannacci si
avvalgono di un supertestimone. Ovvero il colonnello Vittorio Parrella. Che nel 2023 ha preso il posto dell’autore de Il mondo al contrario. Proprio lui ha segnalato alcune anomalie e criticità nella gestione amministrativa del suo predecessore.
Lo ha fatto durante l’ispezione che poi ha portato al dossier inviato alle magistrature. Attualmente Vannacci è indagato per l’ipotesi di reato di truffa dalla giustizia ordinaria, per truffa e peculato dalla procura militare, per peculato dalla Corte dei Conti.
L’incarico in Russia è cominciato il 7 febbraio del 2021 ed è terminato il 18 maggio 2022. All’epoca decretò l’espulsione di diplomatici e militari italiani per rispondere a una decisione analoga dell’allora premier Mario Draghi.
Le indennità per moglie e figlia
L’accusa più grave, spiega il Corriere, riguarda le indennità incassate. Si erogano al completo quando le famiglie dei militari si trasferiscono nel luogo in cui lui svolge la missione. Ma secondo l’analisi degli ispettori sui passaporti della moglie e delle figlie di Vannacci, questo non è accaduto per tutto il periodo di soggiorno in Russia. Anche se la famiglia ad un certo punto ha passato un periodo più o meno lungo insieme al generale. In ogni caso, e questa è la parte più importante, non tutte le date per le quali Vannacci ha chiesto il rimborso coincidono con i soggiorni in Russia della moglie e delle figlie. Si tratta di una questione dirimente perché va ad incidere anche sulle possibilità di difendersi da parte di Vannacci. E non è l’unico problema all’orizzonte per il generale. Perché ci sono anche i rimborsi percepiti per alcune cene ed alcuni eventi.
I rimborsi
Che però non si sarebbero mai svolti. In questo caso i reati contestati sono truffa e peculato. «Risulta che il generale Vannacci avrebbe chiesto e ottenuto rimborsi per spese sostenute impropriamente per organizzare eventi conviviali per la “Promozione del paese Italia” presso ristoranti di Mosca piuttosto che presso la propria abitazione», è la premessa contenuta nel dossier. A queste cene sarebbero stati presenti alcuni ospiti, tra cui proprio Parrella. Il quale però ha smentito la sua presenza. La data in cui si è svolta una di queste cene, che coincide con quella del trasloco del generale dalla casa assegnatagli a Mosca. Infine, c’è la Bmw. La prima contestazione, che arriva dalla Corte dei Conti competente in materia, è quella del danno erariale. Ma i giudici contabili potrebbero contestare al generale anche il peculato. In questo caso si parla di oneri di spesa per 9 mila euro.
Peculato, truffa e danno erariale
Il peculato è il reato che attiene al pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che ricevuta disponibilità economica o altra utilità, se ne appropria. È punito con la reclusione da quattro a dieci anni. In questo caso la contestazione riguarda le somme di denaro ricevute per la promozione delle cene e per la moglie e la figlia. La truffa, che riguarda chi con inganni e raggiri si procura un ingiusto profitto arrecando un danno ad altri. La pena va da sei mesi a tre anni. Il danno erariale infine è contestato quando si verifica una lesione, un danneggiamento, un furto, uno spreco o un impoverimento della cosa pubblica. Questa è l’ipotesi, alternativa al peculato, per l’uso della Bmw.
(da Open)
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