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GRATTERI: “I BOSS SI CHIAMANO DA UNA PRIGIONE ALL’ALTRA, QUESTO E’ IL FALLIMENTO DEL NOSTRO SISTEMA”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

“NEI PENITENZIARI CI SONO 100 TELEFONINI ATTIVI”

L’allarme del procuratore di Napoli: «In questo momento nei penitenziari ci saranno cento telefonini attivi. Così i capimafia mantengono rapporti e danno ordini. E all’interno lo spaccio è diventato business»
Difficile accettare che «detenuti di mafia organizzino chiamate collettive anche da carcere a carcere mentre fuori si conduce una battaglia per arginare profitti e reati delle organizzazioni». E ancora: «È ormai più facile gestire una piazza di spaccio in carcere che fuori». Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri parla apertamente di «fallimento» del sistema carcerario italiano, ridotto ormai a un colabrodo. Tra droni, palloni imbottiti di device e sim card lanciati nei cortili del passeggio, il quadro «è allarmante».
Telefoni, microtelefoni, droga. In carcere, in Italia, entra di tutto dottor Gratteri. Cosa sta succedendo nei penitenziari del nostro Paese
«Cominciamo col dire che mediamente in ognuna delle strutture italiane ci sono 100 telefonini attivi in questo momento
Su centonovanta istituti nel nostro Paese il calcolo restituirebbe una cifra drammatica
«È l’amara realtà dei fatti».
Partiamo dalla droga: dall’hashish alla cocaina, fino al mercato del Subutex, un farmaco che ha effetti simili al metadone. L’immagine di molte carceri sembra quella di una piazza di spaccio. È cosi?
«Il traffico di sostanze stupefacenti dentro i penitenziari è diventato un vero e proprio business. È più facile oggi gestire una piazza di spaccio in carcere, dove i detenuti di spessore hanno a disposizione una nutrita manovalanza di detenuti di minore levatura per la gestione, che in una singola città ove le rivalità tra clan ne riduce la loro potenzialità».
Risultato?
«I capi si arricchiscono e i detenuti tossicodipendenti invece di essere curati continuano a drogarsi in ambiente che dovrebbe invece essere deputato al loro recupero».
Un fallimento?
«Ne sono assolutamente convinto».
E poi ci sono i telefonini. Più di duemila sono stati ritrovati nell’ultimo anno nelle celle.
«La situazione è allarmante, non c’è bisogno di ripeterlo».
Siamo tornati ai tempi del Grand Hotel Ucciardone?
«La domanda non è retorica, ma pertinente a una storia che si ripete, con i dovuti adattamenti, uguale a se stessa».
Bastano gli strumenti attuali per combattere il fenomeno?
«Dire proprio di no».
Cosa servirebbe?
«È oltremodo necessario recidere definitivamente il fenomeno con la predisposizione di jammer con i quali poter impedire ai telefonini, in possesso illecitamente dei detenuti, di poter ricevere e comunicare».
Che posta c’è in gioco?
«Il pericolo è la possibilità di poter decidere le sorti di un carcere anche con soli pochi telefonini, mai in possesso di capimafia ma da loro comunque utilizzati, con i quali detenuti di alta e media sicurezza, per i quali dovrebbe esistere la netta separazione, organizzano la commissione di reati, proteste e spedizioni punitive per accrescere il loro carisma penitenziario e mafioso».
Può citare esempi?
«Ci sono detenuti appartenenti ad organizzazioni mafiose che organizzano incontri telefonici, anche collettivi e finanche tra carcere e carcere. In alternativa pensiamo al fatto che nel carcere di Rossano, ove esistono reparti di alta sicurezza per mafiosi e per terroristi internazionali, di recente sono stati rinvenuti complessivamente circa 140 telefonini».
Che immagine ci restituisce quanto sta dicendo?
«Un capomafia, inserito nel circuito dell’Alta Sicurezza, riservata essenzialmente a soggetti di elevato spessore criminale, che ha nella disponibilità un telefono cellulare rappresenta il sunto di un fallimento. Con l’occhio rivolto alle dinamiche extra-murarie, i boss riescono agevolmente a mantenere vivi e vitali i rapporti criminali – impartendo ordini e contribuendo alla commissione di nuovi reati satellite – nonché ad accrescere il loro prestigio e, di pari passo, il vincolo associativo stesso. Credo assolutamente si debba parlare di fallimento, o, forse meglio, di un duro colpo che la criminalità di stampo mafioso sferra allo Stato, nella sua perenne e gravosa lotta a tale abietto fenomeno».
Perché?
«L’immagine del mafioso che diventa – se possibile – ancor più autorevole, in grado di esibire pienamente il proprio potere, ancor più percepito giacché esercitato da dietro le sbarre, in barba all’amministrazione penitenziaria e allo Stato stesso è scoraggiante e mortificante per tutto l’apparato che cerca invece di elidere i contatti con l’esterno attraverso la carcerazione».
(da ilfattoquotidiano.it)

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IL REPORT DEGLI USA SULLA PROPAGANDA RUSSA E IL “TIFO” PER SALVINI: “E’ STATO L’UNICO A CHIEDERE L’ABOLIZIONE DELLE SANZIONI”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

IL FARO DEL DIPARTIMENTO DEL TESORO SULLA DISINFORMAZIONE PILOTATA DA MOSCA

La disinformazione creata ad arte dall’intelligence russa sembra avere un debole per l’Italia. Lo rivela oggi Repubblica, che ha letto il contenuto di un rapporto stilato dagli ispettori del dipartimento del Tesoro americano.
Il report in questione, del German Marshall Fund, riguarda in particolare le disinformazione che ha sfruttato l’attacco lanciato da Hamas il 7 ottobre scorso contro Israele allo scopo di demolire l’immagine dell’Ucraina ed erodere il sostegno del blocco occidentale nei confronti di Kiev. Stando al report del dipartimento del Tesoro americano, sono 265 le riprese fatte dai media sul falso collegamento tra Kiev e l’attacco sferrato da Hamas contro Israele. A rilanciare la bufala sono anche diverse ambasciate russe, tra cui quelle in Usa, Canada, Gran Bretagna, Germania, Giappone e Israele.
Chi diffonde disinformazione dalla Russia
Il report del German Marshall Fund ricorda che il dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato 26 individui e 7 entità coinvolte nella diffusione di fake news sull’Ucraina. Tra questi ci sono anche la Strategic Culture Foundation, InfoRos, NewsFront, SouthFront, tutti accusati da Washington di essere «legati all’intelligence russa». Lo stesso vale anche per altre pseudo testate come il New Eastern Outlook e Oriental Review, sospettati di dipendere dal Cremlino. Mentre United World International e Geopolitica graviterebbero nella sfera di Alexander Dugin, l’ideologo di Vladimir Putin.
Il “tifo” per Salvini e gli attacchi a Meloni
Tra i siti accusati da Washington di diffondere disinformazione per mano dell’intelligence russa sembra esserci un forte interesse per l’Italia. Il 23 ottobre 2023, per esempio, il sito SouthFront accusa il nostro Paese di «tradire la Palestina e la propria tradizione pro araba», mentre l’anno precedente diffondeva allarmi in merito a un’imminente «recessione» economica. Sempre nel 2022, lo stesso sito riprende con grande enfasi le registrazioni in cui Silvio Berlusconi si mostra critico nei confronti dell’Ucraina. Tra i bersagli dei siti di disinformazione russa c’è spesso la premier Giorgia Meloni, criticata perché una volta salita al governo si sarebbe confermata «il più fedele alleato di Washington». L’unico leader italiano, scrive Repubblica, a raccogliere apprezzamenti dai siti russi sembra essere Matteo Salvini. L’unico, fa notare un articolo di SouthFront, «che ha preso una posizione diversa sulla Russia, chiedendo l’abolizione delle sanzioni che danneggiano l’economia italiana».
(da agenzie)

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EMERGENZA PRONTO SOCCORSO: CHI CI ASSISTERA’ SE AVREMO BISOGNO DI CURE URGENTI?

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

PAZIENTI IN BARELLA IN ATTESA DEL RICOVERO, 10.000 INFERMIERI E 5.000 MEDICI IN MENO…LA NASCITA DI PS PRIVATI

Sono state oltre 18 milioni le richieste di assistenza al Pronto Soccorso nel 2023 e in più di un caso su cinque si poteva evitare. Tornano a crescere da più di un anno gli accessi nelle strutture di emergenza e urgenza dopo il calo negli anni della pandemia, a fronte di una riduzione del personale sanitario, con una carenza di quasi 5 mila medici e 10 mila infermieri. E coi professionisti in servizio costretti a turni massacranti in un’area in cui, oltre alle competenze, occorre anche lucidità poiché arrivano pazienti in condizioni anche a rischio di vita. Per coprire i turni, si fa ricorso anche a medici non specializzati in medicina dell’emergenza o professionisti cosiddetti «a gettone».
Le prospettive per il futuro non sono incoraggianti anche perché c’è una fuga dalla medicina di emergenza urgenza dei giovani neolaureati. Intanto, i Pronto Soccorso della maggior parte degli ospedali italiani continuano a essere sovraffollati, con pazienti anche anziani che rimangono sulle barelle per giorni, in attesa che si liberi il posto letto in reparto per il ricovero. Condizioni non solo poco dignitose per persone con patologie critiche ma che mettono a rischio la vita stessa, come dimostrano studi scientifici.
Ma che cosa sta succedendo? Chi ci curerà se avremo bisogno di cure urgenti? Quali misure si stanno adottando? E cosa può fare ciascuno di noi
Se è vero, infatti, che il Pronto Soccorso è l’unico avamposto della sanità pubblica aperto 365 giorni l’anno, giorno e notte, e nessuno esce senza una risposta al proprio bisogno di salute anche se attende giornate intere, dobbiamo anche noi utilizzarlo solo quando è davvero necessario.
Codici verdi e bianchi
Il Pronto Soccorso, si sa, è il servizio dedicato alle emergenze sanitarie, spontanee o traumatiche, che necessitano di interventi immediati.
L’anno scorso su oltre 18 milioni di accessi alle strutture di emergenza urgenza, 12 milioni di pazienti (il 68%) hanno ricevuto, dall’infermiere addetto al triage, un codice verde (urgenza minore) o bianco (non urgente). Tra questi, secondo un recente studio di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, 4 milioni di assistiti avrebbero potuto evitare di rivolgersi alle strutture di emergenza urgenza per i loro disturbi, curabili dal proprio dottore, dal medico di continuità assistenziale (ex guardia medica) o presso l’ambulatorio della Asl.
Osserva Andrea Fabbri, dell’ufficio di presidenza della Società italiana della medicina di emergenza urgenza (Simeu) e direttore dell’Unità operativa Pronto Soccorso, medicina d’urgenza e 118 dell’ospedale di Forlì: «Il Pronto Soccorso è il luogo dove si trattano le emergenze e si fa di tutto per salvare la vita a chi rischia di perderla, ma negli ultimi anni è diventato sempre più il posto dove si cercano risposte ai propri bisogni di salute che non si trovano altrove».
Cure urgenti non gravi sul territorio
Per esempio, continua il dottor Fabbri, «i pazienti a bassa criticità e a bassa complessità di percorso potrebbero essere visitati non nei servizi di emergenza e urgenza ma in strutture prossime al Pronto Soccorso, come succede in tutto il mondo e si sta cercando di fare in Emilia Romagna con i Cau (Centri di assistenza e urgenza), dove si curano le persone con problemi di salute urgenti ma non gravi».
Il potenziamento della medicina territoriale in atto dovrebbe anche garantire adeguata assistenza, fuori dall’ospedale, a chi ha problemi urgenti cosiddetti «minori».
Carenza di personale e di posti letto nei reparti
Ma il sovraffollamento nell’area dell’emergenza urgenza va attribuito ad altri motivi, come spiega il dottor Fabbri: «I mali del Pronto Soccorso non dipendono, principalmente, dai codici bianchi e verdi all’ingresso, tra i quali, peraltro, possono nascondersi problemi anche gravi – per fortuna pochi – che richiedono il ricovero; ma sono dovuti soprattutto alla carenza di personale e di posti letto nei reparti, che non possono accogliere i pazienti da ricoverare dopo essere stati stabilizzati al Pronto Soccorso».
«Da anni denunciamo il cosiddetto boarding, cioè la permanenza in Pronto Soccorso, in molti casi in barella, di pazienti già critici e spesso anziani, in attesa di un posto letto per il ricovero – interviene il presidente Simeu, Fabio De Iaco, direttore del PS dell’ospedale Maria Vittoria di Torino – . Trovare il posto letto non è compito del Pronto Soccorso, che non è un’organizzazione autosufficiente, ma dell’intero ospedale».
«Mai più sulle barelle»
Eppure, la riforma del Pronto Soccorso avviata nel 2019, in gran parte disattesa, prometteva: «Mai più pazienti lasciati giorni sulle barelle». E il nuovo approccio di sistema prevedeva che la gestione del sovraffollamento non sia solo un onere del PS ma che debba farsene carico l’intero ospedale, con tutti i reparti chiamati a evitarne l’intasamento. Con l’approvazione in Conferenza Stato-Regioni di tre documenti – Linee di indirizzo nazionali sul triage intraospedaliero, sull’Osservazione breve intensiva (Obi) e sulla gestione del sovraffollamento – le Regioni si erano impegnate a recepire l’Accordo entro febbraio 2020 e a renderlo operativo entro 18 mesi dalla data di approvazione. Poi è arrivata la pandemia e, in molti casi, si è interrotto il passaggio al nuovo modello organizzativo che si stava svolgendo gradualmente; basti pensare che in alcune Regioni i Pronto Soccorso ancora oggi non hanno adottato i nuovi codici di priorità, che sono cinque(si veda il grafico) e non più quattro come in passato.
Riforma disattesa, ma indicazioni tuttora valide
«Quei documenti sottoscritti da Stato e Regioni sono ancora validi e indicano soluzioni tuttora utili, che andrebbero applicate» sottolinea il dottor Fabbri.
Tra le misure raccomandate: l’adozione in ogni azienda sanitaria e ospedaliera di un piano per la gestione del sovraffollamento, requisito per l’accreditamento regionale del Pronto Soccorso dell’ospedale; il servizio di Bed management per facilitare i ricoveri e le dimissioni; il monitoraggio dei tempi di esecuzione e refertazione di esami di laboratorio, radiologici, consulenze al fine di ridurre i tempi di permanenza in Pronto Soccorso, un’«adeguata dotazione organica di personale nella rete dell’emergenza urgenza»; mettere a disposizione del Pronto Soccorso un numero di posti letto in area medica e chirurgica, in condizioni di iperafflusso, come succede, per esempio, nella stagione invernale.
In generale, però, i piani per la gestione del sovraffollamentoin Pronto Soccorso non prevedono un aumento di posti letto ma soluzioni come la riconversione temporanea di una quota di “letti”, di solito dell’area chirurgica, a favore di quella medica.
Per i turni ricorso a «gettonisti»
Quanto alla carenza di personale nei Pronto Soccorso, secondo le stime di Simeu e della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), mancano rispettivamente almeno 4.500 medici e 10mila infermieri. E, per coprire i turni, si fa ricorso anche a medici non specializzati in medicina dell’emergenza, a cooperative di servizio o professionisti «a gettone».
Avverte il dottor De Iaco: «Si sta liberalizzando il rapporto col Servizio sanitario nazionale con differenti tipologie contrattuali e di orario (a volte irrisori, per esempio 6-12 ore a settimana), producendo così una continua frammentazione delle risorse professionali che lavorano in PS e riducendo la capacità di governo di queste strutture» sottolinea il presidente Simeu.
Fuga dall’emergenza urgenza
Nell’ultimo anno, secondo i dati di Simeu, a fronte di 567 nuovi ingressi di medici dell’emergenza urgenza nei Pronto soccorso, se ne sono persi 1.033: di questi, circa 700 sono andati in pensione o si sono dimessi perché hanno scelto di lavorare nel privato o di passare alla medicina generale; circa 300 trasferiti ad altri reparti ospedalieri. In pratica, solo il 55% dei fuoriusciti è stato sostituito.
E poi: le borse di specializzazione in Medicina d’emergenza urgenza non «attraggono» i neolaureati. Nel 2023, una borsa su due non è stata assegnata. I motivi? Turni massacranti, aggressioni, elevato contenzioso legale non incoraggiano i giovani a intraprendere la professione.
Pronto soccorso privati (si paga): ma lo sono davvero?
Si stanno diffondendo, prevalentemente al Nord, Pronto Soccorso privati, quindi a pagamento. Sono davvero servizi di emergenza urgenza? «Attenzione a definirli Pronto Soccorso — avverte il dottor De Iaco, —. In generale sono ambulatori ad accesso diretto, che possono definirsi “a rapida attesa” o “per codici minori”; infatti, molti stanno cambiando denominazione. Quando si entra in un Pronto Soccorso pubblico – sottolinea il presidente Simeu – è possibile usufruire gratuitamente di tutte le prestazioni del Servizio sanitario nazionale. Per esempio, se il paziente ha mal di stomaco ma si scopre che ha l’infarto, la continuità dell’intervento terapeutico è garantita; in un cosiddetto “Pronto Soccorso privato” o firma e paga tutto, ammesso che la struttura garantisca prestazioni necessarie come la coronarografia eseguita in urgenza, o esce e si rivolge al Pronto Soccorso pubblico, ricominciando il percorso».
Sperimentazione in Emilia Romagna: i Cau (strutture pubbliche)
In Emilia Romagna si stanno diffondendo i Centri di assistenza e urgenza (Cau), strutture territoriali ad accesso diretto dove possono essere visitati, giorno e notte, pazienti con problemi di salute urgenti ma non gravi, per esempio lievi traumatismi, ferite superficiali, coliche, lesioni agli arti, eritemi. Nascono nell’ambito del Piano di riorganizzazione della rete regionale dell’emergenza urgenza, per la gestione dei casi di bassa complessità. Da novembre 2023 al 16 aprile 2024 sono stati già aperti 33 Cau (ne sono previsti altri 30) – distribuiti in modo capillare sul territorio – e visitati oltre 132 mila pazienti, principalmente per disturbi generali, traumi, problemi ortopedici, respiratori, dermatologici, gastrointestinali, cardiovascolari. Si attendono in media 44 minuti per la visita.
I Centri, in generale ubicati vicino a ospedali o nelle Case della Comunità, sono dotati di personale medico e infermieristico (in qualche caso anche operatore sociosanitario), strumenti per la diagnosi (esami di laboratorio, imaging), di supporto di specialisti anche con telemedicina. I residenti e domiciliati che hanno scelto il medico di famiglia in Regione non pagano il ticket; gli altri pagano 20 euro per la visita e le prestazioni erogate. A breve sarà attivato il Numero unico europeo per cure non urgenti: chiamando il numero 116117, gli operatori valuteranno il bisogno di salute del paziente e lo orienteranno verso il Cau o altre strutture adeguate.
Dice Luca Baldino, direttore generale Cura della persona, Salute e Welfare dell’Emilia Romagna: «Dal confronto dei dati sugli accessi al Pronto Soccorso di Piacenza nei tre mesi precedenti alla nascita del Cau e i tre mesi successivi, risulta che gli accessi con codici bianchi in PS erano 2.071 prima del Centro, 379 dopo tre mesi. Anche i codici verdi sono passati da 11.122 a 6.956. Si tratta di dati preliminari che vanno verificati nel tempo».
Se i risultati saranno confermati a lungo termine, potrebbe essere un’esperienza replicabile anche in altre Regioni.
Quando non serve correre in ospedale
In quali casi non è corretto andare al Pronto Soccorso per risolvere i propri problemi di salute? Agenas ha provato a dare una definizione di accessi «impropri», cioè evitabili: sono quei casi di pazienti cui è stato assegnato il codice bianco o verde – esclusi i traumi – che arrivano in modo autonomo al Pronto Soccorso o sono inviati dal medico di famiglia, in giorni feriali o festivi in orari diurni (dalle 8 alle 20) e che alla fine del percorso al PS ritornano a casa o sono inviati a strutture ambulatoriali.
Spiega Maria Pia Randazzo, responsabile Unità operativa statistica e flussi informativi sanitari di Agenas: «È un fenomeno presente in tutte le regioni e in tutte le strutture. Secondo i nostri calcoli, è stato “improprio” circa il 22% degli accessi totali in Pronto Soccorso nel 2023, pari a oltre 3,9 milioni».
Si tratta di pazienti soprattutto uomini, di età compresa tra i 25 e i 64 anni, ma anche bambini. Nel 50% dei casi hanno richiesto cure per disturbi generici, seguono sintomi oculistici, dolori addominali aspecifici, disturbi ginecologici, otorinolaringoiatrici, febbre.
Case della comunità e Ospedali di comunità
Agenas ha poi effettuato una serie di simulazioni in alcuni ospedali e verificato che, eliminando gli accessi impropri, presi in carico sul territorio nelle Case della Comunità, si alleggerisce il carico di lavoro dei Pronto Soccorso.
Del resto, la riforma dell’assistenza territoriale, delineata dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), prevede tra l’altro l’implementazione su tutto il territorio nazionale di strutture di prossimità quali le Case della comunità (almeno 1.038 rinnovate e attrezzate tecnologicamente entro il 2026) e gli Ospedali di comunità (almeno 307 entro il 2026), per migliorare la presa in carico soprattutto di persone in condizioni di cronicità e fragilità con bisogni anche socioassistenziali, nonché di pazienti che necessitano di interventi sanitari a media e bassa intensità clinica, oppure di brevi ricoveri prima di ritornare a casa dopo le dimissioni dall’ospedale per acuti.
Come usare (bene) il Pronto Soccorso. Significato dei 5 codici
Se si ha bisogno di soccorso immediato in situazioni di emergenza e urgenza – come malore improvviso, evento acuto, incidente – che possono provocare gravi conseguenze o mettere in pericolo la vita stessa, bisogna chiamare il 118 (o 112) o recarsi al Pronto Soccorso. Va ricordato che le visite non si effettuano per ordine di arrivo ma in base alla gravità delle condizioni, quindi viene assegnato il codice di priorità da un infermiere esperto in triage.
I codici sono cinque e non più quattro come in passato (in qualche Regione si usa ancora il codice «giallo» invece che i codici «arancione» e «azzurro» ndr):
– codice 1 (rosso) che indica «emergenza» e pericolo di vita, quindi priorità massima con ingresso immediato in sala visite
– codice 2 (arancione) per le urgenze (potenziale pericolo di vita);
– codice 3 (azzurro), «urgenza differibile»;
– codice 4 (verde), «urgenza minore»;
– codice 5 (bianco), che indica «non urgenza».
Per i codici bianchi non seguiti da ricovero si paga, per legge, una quota fissa di 25 euro (ticket variabile a seconda delle Regioni).
Per problemi di salute in giorni festivi e prefestivi o di notte – quando il medico curante non è in servizio – e per i quali non si può aspettare, si contatta la guardia medica o si va nelle Case della Salute.
Il Pronto Soccorso non va usato per «saltare» liste d’attesa per visite specialistiche ed esami diagnostici.
(da corriere.it)

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“CHE SUCCEDEREBBE SE IN UN’ALTRA LISTA FIGURASSE UN’ALTRA CANDIDATA ‘DETTA GIORGIA’?”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

IL COSTITUZIONALISTA STEFANO CECCANTI RICORDA UN PRECEDENTE: “NEL 1996 I RADICALI FECERO DEPOSITARE DA UN TAL ‘MARIANO DINI DETTO LAMBERTO’, UN SIMBOLO CHE COPIAVA IN TUTTO E PER TUTTO QUELLO CHE LAMBERTO DINI, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO USCENTE, AVEVA PRESENTATO ALLA STAMPA MA NON ANCORA DEPOSITATO”

Sulle liste elettorali esposte per legge in tutti i seggi, la presidente del Consiglio sarà indicata come «Giorgia Meloni detta Giorgia». […] Ma dal punto di vista tecnico, si corre il rischio che le schede in cui la preferenza sia espressa con il solo nome di battesimo della premier vengano annullate?
In base alle norme, infatti l’elettore per votare il candidato o i candidati (alle Europee si esprimono fino a tre preferenze, purché si alternino i due generi) deve scrivere il cognome o il nome e cognome insieme.
Ma dentro FdI escludono qualsiasi rischio […]. Giovanni Donzelli […]: «Tra i candidati, la premier sarà in cima all’elenco di FdI come “Giorgia Meloni detta Giorgia”. Una eventualità prevista e già utilizzata. Non ci sono rischi di contestazione».
Un’opinione condivisa, pur con qualche prudenza, da Stefano Ceccanti, costituzionalista ed esperto di sistemi elettorali, già parlamentare del Pd: «La legge prevede che il voto venga riconosciuto se la preferenza è indicata con un nome diverso, purché quel nome sia lo stesso riportato sul manifesto elettorale affisso nei seggi. Poi certo si può discuterne l’opportunità».
Lo spirito della legge è quello della conservazione del voto: se l’indicazione dell’elettore è chiara, la preferenza va attribuita. E tuttavia un rischio potrebbe essere innescato da una contromossa degli avversari.
Ceccanti ricorda un precedente: nel 1996 i radicali fecero depositare da un tal «Mariano Dini detto Lamberto», un simbolo che copiava in tutto e per tutto quello che Lamberto Dini, presidente del Consiglio uscente, aveva presentato alla stampa ma non ancora depositato.
«Che succederebbe — si domanda Ceccanti — se alle Europee di giugno altre liste usassero un analogo stratagemma? Se in un’altra lista, cioè, figurasse un’altra candidata “detta Giorgia” e qualche elettore scrivesse “Giorgia” ma non nel riquadro di FdI?».
(da agenzie)

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“È PURO MARKETING ELETTORALE, UNA PRESA IN GIRO DEGLI ELETTORI”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

CACCIARI: “LA SCELTA DI CANDIDARSI E DI FAR SCRIVERE ‘GIORGIA’ SERVE A DARE UNA SPINTA IN PIÙ NELL’ELETTORATO DI DESTRA E DI DESTRA-DESTRA. MELONI NON HA MEZZO NOME SPENDIBILE E VUOLE SOLO COPRIRSI A DESTRA” … “VANNACCI? È UN AUTOGOL CLAMOROSO DI SALVINI CHE NON NE STA PIÙ IMBROCCANDO UNA. AL NORD I LEGHISTI SONO IN TILT E NON SOPPORTANO PIÙ IL CAPO”

“Abbiate pietà di me e degli elettori”. Al telefono, il filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari risponde così quando gli viene citata la trovata di Giorgia Meloni: candidarsi alle europee chiedendo ai cittadini di far scrivere solo il suo nome sulla scheda.Professor Cacciari, cosa ne pensa?
È un’idea pubblicitaria, puro marketing elettorale. Saranno andati da un esperto della comunicazione e magari sarà pure efficace. D’altronde anche Elly Schlein voleva mettere il suo nome nel simbolo: siamo in epoca di pura demagogia e populismo. Sa chi mi ricorda? Berlusconi, anche lui diceva sempre: “vota Silvio”. È una mossa in pieno stile berlusconiano. Non a caso c’era un solo precedente di un premier che si è candidato alle elezioni europee: l’ex leader di Forza Italia.
Figure come Togliatti, Berlinguer, De Gasperi e Almirante non avrebbero mai fatto una cosa del genere: non si sarebbero mai immaginati di mettere il proprio nome nel simbolo. Ora si crede solo che per prender voti occorra la telegenia, il leader forte, il capo. Siamo ancora in piena epoca berlusconiana.
Che differenza c ’ è con Elly Schlein che voleva mettere il nome nel simbolo?
Nessuna, se non che la povera Schlein si è dovuta rimangiare la scelta perché era ridicola, mentre Meloni ha ancora un suo carisma forte nell’elettorato.
Anche la candidatura non è reale: Meloni a Bruxelles ovviamente non ci andrà.
Certo che non ci andrà, è una candidatura finta. A differenza di tutti gli altri Paesi noi per le europee facciamo il bis delle elezioni politiche mentre nel resto d’Europa ci sono gruppi politici specializzati che si candidano per il Parlamento Europeo. quella di farsi votate per poi non andare al Parlamento Europeo è una presa in giro degli elettori.
Quale sarebbe?
La scelta di candidarsi e di far scrivere “Giorgia” serve a dare una spinta in più nell’elettorato di destra e di destra-destra galvanizzando gli elettori. Questo perché Meloni non ha mezzo nome spendibile oltre a lei stessa all ’interno del suo partito. Vuole solo coprirsi a destra in una elezione molto polarizzata.
Lo fa in risposta alla candidatura di Vannacci con la Lega?
No, non credo proprio. Quello è un autogol clamoroso di Matteo Salvini che non ne sta più imbroccando una. Al Nord i leghisti sono in tilt per Vannacci e non sopportano più il capo.
(da agenzie)

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L’INDAGINE SUGLI 007 E L’AUTO DI GIAMBRUNO SOTTO CASA DI GIORGIA MELONI

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

TUTTO QUELLO CHE NON TORNA

Ladri d’auto o agenti segreti? La storia dei due uomini vicino all’auto di Andrea Giambruno parcheggiata sotto casa di Giorgia Meloni nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre ha molti interrogativi da soddisfare. Anche se il sottosegretario Alfredo Mantovano ieri ha smentito che quei due uomini appartenessero all’Aisi, ovvero ai servizi segreti italiani. Ma senza spiegare perché allora proprio l’Agenzia informazioni sicurezza interna li abbia identificati prima come tali. E nemmeno perché i due, nel frattempo trasferiti all’Aise, siano stati spediti rispettivamente in Tunisia e in Iraq e non siano ancora rientrati in Italia, visto che sono stati scagionati. Così come non si capisce perché, se i due davvero facevano parte della scorta della premier, quella sera fossero «da un’altra parte». E come mai proprio la premier ne avesse chiesto l’allontanamento da tempo.
Spy and Love Story
Una spy story che si intreccia a una love story. E per comprenderne l’esatta dinamica bisogna ricostruire tutto dall’inizio. Flashback. Il 20 ottobre del 2023 la premier annuncia la separazione dal compagno e padre di sua figlia Ginevra. Soltanto un paio di giorni prima Striscia la notizia aveva pubblicato il primo fuorionda dell’allora conduttore del Diario del Giorno su Rete 4. Ovvero quello in cui si lamentava delle critiche sul suo ciuffo e provava qualche avance nei confronti di una collega: «Sei una donna intelligentissima, ma perché non ti ho conosciuta prima, è incredibile». Quello con le proposte hard sulle «cose a tre» deve ancora arrivare. Ma la premier ha già deciso. E scarica il conduttore Mediaset aggiungendo anche che le loro strade «si sono divise da tempo». Ovvero dando a intendere che già all’epoca i due fossero in crisi. E rivelando così un retroscena inedito su Instagram. Sempre che fosse vero.
40 giorni dopo
Flashforward. Un mese e dieci giorni dopo in piena notte l’auto di Giambruno è parcheggiata sotto casa di Meloni, che secondo i giornali in quel momento è all’estero: a Dubai per partecipare alla Cop28. Ma trovandosi parcheggiata sotto casa di Meloni, è evidente anche a una persona non molto sveglia che tentare un furto mentre c’è la scorta in giro è piuttosto pericoloso. Così come qualsiasi altra cosa. Ciò nonostante, davanti alla villa appena acquistata dalla premier al Torrino, zona Roma Sud, due uomini vanno ad armeggiare attorno all’auto e hanno persino una luce per illuminarla. La polizia fa la polizia: i due uomini della scorta si avvicinano agli altri e chiedono loro cosa stiano facendo. Loro a quel punto mostrano un distintivo qualificandosi come colleghi e si dileguano in fretta.
L’inchiesta dei servizi segreti
I due agenti segnalano tutto alla Digos. Che gira l’informazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, a Mantovano, all’allora capo dell’Aisi Parente e al suo braccio destro Del Deo. Oltre che a Meloni. Il capo della procura di Roma Francesco Lo Voi se ne occupa in prima persona. Gli uomini dell’Aisi iniziano l’indagine ed effettivamente individuano due colleghi. Non solo: fanno parte della scorta degli agenti segreti di Meloni. E la leader, scrive il Corriere, ne aveva chiesto già l’allontanamento, anche se non se ne conoscono le ragioni. A questo punto si può immaginare di tutto. Ovvero che i due volessero mettere una cimice nell’auto di Giambruno. Oppure che volessero toglierla. O ancora che avessero intenzione di utilizzare l’automobile per pedinarlo con dispositivi elettronici.
Colpo di scena
Ma a quel punto arriva il colpo di scena. I due non sono agenti segreti, ma una coppia di «ricettatori». Che però, appunto, non sono ladri. E di solito non perlustrano le automobili da far rubare agli altri, visto che ai ricettatori non piace correre rischi. Ma allora perché avrebbero agito in prima persona? In più emerge che dalle celle telefoniche i due agenti prima identificati erano in quel momento da tutt’altra parte. E anche qui c’è una domanda senza risposta: ma non facevano parte della scorta della premier? Ma allora perché erano da tutt’altra parte? E ancora: sempre nell’indagine e grazie a una videocamera di sorveglianza si risale a un’auto rubata presa in carico da un noto ricettatore. Lui sarebbe il mandante del tentato furto. Della portiera, specifica oggi Il Giornale.
Ladri d’auto e 007 puniti
Ma a parte le gomme, raramente i ladri portano via soltanto una parte di un’auto. La rubano e poi la smontano. E allora come si fa a sapere che si voleva rubare l’auto per prendersi la portiera? Infine c’è da capire anche perché la premier avesse già chiesto l’allontanamento proprio dei due identificati (una casualità incredibile) e come mai questi siano stati spediti subito dopo l’emergere del caso fuori dall’Italia. Ma soprattutto: perché poi non sono stati fatti rientrare? Lo hanno chiesto? Sono stati comunque interrogati a piazzale Clodio? E qual è la loro versione dei fatti? E come è possibile che gli agenti li abbiano riconosciuti e poi invece abbiano sbagliato? I poliziotti non sono più addestrati dei semplici testimoni, nei riconoscimenti?
Infine, bisognerebbe avere una risposta certa anche sulla presenza di Giambruno a casa di Meloni. Lei era in volo, ed evidentemente il giornalista aveva l’ottimo motivo della figlia Ginevra per trovarsi là. Ma anche questo andrebbe confermato. Se non altro per fugare ogni dubbio.
(da agenzie)

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ANTONIO SCURATI DA FAZIO: “TRASCINATO IN UNA LOTTA NEL FANGO, DA MELONI PAROLE SGRADEVOLI”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DELLA CENSURA ALLO SCRITTORE

Antonio Scurati torna per la prima volta in Tv a Che tempo che fa, dopo il caso scoppiato in Rai sul suo monologo sul 25 aprile non andato più in onda a «Che sarà» da Serena Bortone. Accolto in studio da un lunghissimo applauso del pubblico, lo scrittore ha raccontato come tutto è iniziato. «Sono stato chiamato da un programma della tv che pensavo fosse di tutti, in prossimità del 25 aprile perché ho scritto almeno cinque libri che hanno affrontato quel periodo, mi sono sentito in dovere di ricordare l’anniversario e dicevo le mie idee e muovevo le critiche a chi ci governa e per questo sono stato trascinato per i capelli in una lotta nel fango». Scurati dice di aver saputo che il suo monologo era stato annullato mentre si stava facendo la barba: «È arrivata la telefonata della conduttrice che non conoscevo, era affranta e ha detto “la sua partecipazione è stata annullata”. Non ho risposto a chi mi chiamava, ho cercato di non replicare anche se ero dispiaciuto. La cosa più grave è che ad un certo punto della giornata il capo del governo dicendo che, non sa bene come sono andate le cose, e questo mi pare un buon motivo per tacere direbbe mio padre, usa delle parole sgradevoli, mi descrive come un avido. Non deve succedere che un capo di governo attacchi con frasi denigratorie un cittadino che è anche uno scrittore e dovrebbe poter esprimere il suo punto di vista».
Scurati ha ammesso che in situazioni come quelle che ha vissuto «c’è enfasi anche nei tuoi sostenitori… Mi dispiace di essere trascinato in una polemica così volgare e così bassa». E poi commenta le dichiarazioni di Ignazio La Russa nei suoi confronti: «La seconda carica dello stato è lo Stato, non può buttarsi contro un singolo individuo. Immaginate Mattarella che si sveglia e dice “Fazio è un conduttore pessimo”». Fazio scherza: «Lui è l’unico che non lo ha detto». Scurati poi aggiunge: «È come dire che un medico fa soldi con la malattia, io non faccio soldi con Mussolini ma con il talento, con il lavoro. Non ho fatto nulla di originale con il mio monologo, sono idee e valori che mi sembravano ovvi e scontati».
Fazio ironizza promettendo a Scurati di pagargli il biglietto e «un contratto di una sola pagina» se accetterà di essere ospite della prossima stagione di Che tempo che fa. Scurati non si nega. E prova un bilancio della sua vicenda: «Se vuoi viver tranquillo in questo momento in questo paese non devi criticare il governo, credevo di sapere avendo studiato e raccontato gli anni bui del fascismo, ho capito un pochino sulla mia pelle che la democrazia è sempre lotta per la democrazia e ci viviamo oggi grazie alla lotta dei nostri nonni e delle nostre nonne. La democrazia non è un albero ad alto fusto ma è come la vite, la devi curare ogni giorno e solo alla fine ti da il magnifico vino della democrazia».
(da agenzie)

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BEBE VIO RISPONDE AL GENERALE ACCUSATO DI CORRUZIONE E TRUFFA SUI DISABILI IN CLASSE: “UN PASSO INDIETRO CULTURALE”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

L’ATLETA RISPONDE A VANNACCI: “NON SI TORNA INDIETRO”

A Bebe Vio non è piaciuta l’idea del generale Roberto Vannacci delle classi separate tra alunni disabili e non. «A me sembra paradossale che si possa anche solo pensare una cosa del genere. Abbiamo iniziato l’inclusione a scuola, ora qualcuno propone di dividerci ancora e fare passi indietro anche culturalmente», dice oggi al Corriere della Sera.
L’atleta spiega che «siamo stati il primo Paese al mondo a eliminare le classi separate fra chi ha una condizione di disabilità e chi non la ha, perché tornare indietro? Mi sembra una cosa senza senso». Mentre gli insegnanti di sostegno sono utili anche a chi non ha disabilità: «Penso ai tanti minori stranieri. Anche nelle mie classi ce n’erano. O a quel mio compagno che non capiva l’italiano, perché a casa parlava solo in dialetto veneto, e gli è stata affiancata una persona. Dividiamo anche loro? Giusto che si venga aiutati».
Infine, Vannacci ha anche detto che mai farebbe correre i 100 metri a un disabile insieme a chi fa il record: «Non conosce Markus Rehm», replica Bebe Vio. «È un saltatore in lungo tedesco. È amputato a una gamba e da anni è il migliore del mondo, non solo fra i paralimpici, anche fra gli olimpici. A Wembrace Sport, l’evento organizzato da art4sport, la mia associazione, partecipano insieme persone con e senza disabilità».
(da agenzie)

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PEDRO SANCHEZ NON SI DIMETTE: “NON CI FACCIAMO FERMARE DAL FANGO”

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

IL TRIBUNALE HA CHIESTO L’ARCHIVIAZIONE SULLE DENUNCE DI UN SEDICENTE SINDACATO SOVRANISTA CONTRO LA MOGLIE DEL PREMIER SPAGNOLO

Il premier spagnolo Pedro Sánchez continuerà a ricoprire l’incarico di capo del governo. Al termine di un periodo di riflessione durato cinque giorni, il primo ministro socialista ha comunicato la sua decisione in una conferenza stampa al Palazzo della Moncloa, a Madrid. Il 24 aprile scorso, Sánchez ha colto tutti di sorpresa quando ha annunciato di star valutando le dimissioni. A scatenare il terremoto politico è stata la decisione del tribunale di Madrid di aprire un’inchiesta preliminare su Begona Gomez, moglie del premier, per presunta corruzione. L’indagine – per cui la Procura ha chiesto l’archiviazione – è scattata su denuncia di Mano Limpias, un autoproclamato sindacato con simpatie di destra. Si tratta, scrive El Pais, di un’organizzazione che in passato ha presentato diversi esposti che non hanno «portato a nulla» contro rappresentanti di sinistra, e che è stata a sua volta indagata per false accuse.
L’annuncio di Sánchez
«Assumo la decisione di continuare, se possibile con più forza», ha detto oggi Sánchez sciogliendo le riserve sul suo futuro. «Non si tratta del destino di un particolare leader. Si tratta di decidere che tipo di società vogliamo essere. Il nostro Paese ha bisogno di questa riflessione. Abbiamo lasciato che il fango contaminasse la nostra vita pubblica per troppo tempo», ha insistito il premier spagnolo. E poi ancora: «Chiedo alla società spagnola di dare ancora una volta l’esempio. I mali che ci affliggono fanno parte di un movimento globale. Mostriamo al mondo come si difende la democrazia». Infine, un ringraziamento a chi gli ha chiesto di andare avanti: «Vogliamo ringraziarvi per le manifestazioni di solidarietà ricevute da tutti i settori. Grazie alla mobilitazione sociale, che ha influito».
La lettera ai cittadini
Nella lettera della scorsa settimana, Sánchez aveva denunciato l’esistenza di una «operazione di demolizione» continua nei confronti suoi e della sua consorte, con «attacchi orchestrati dalla destra e dall’estrema destra» e la complicità «di settori mediatici e giudiziari» ultraconservatori, che non hanno mai riconosciuto come legittimo la coalizione progressista del suo governo. Nel fine settimana, migliaia di cittadini sono scesi in strada davanti alla sede del Partito socialista spagnolo e davanti al Congresso dei deputati per chiedergli di «resistere» e non rinunciare al suo incarico di capo del governo.
L’«incertezza totale»
Fino all’annuncio di questa mattina, nessuno in Spagna aveva idea di cosa avrebbe fatto Sánchez. El País, il quotidiano più letto del Paese, parlava di «incertezza totale». Da mercoledì scorso, il premier è rimasto rinchiuso alla Moncloa nel più stretto riserbo, circondato dalla sua famiglia. Sánchez ha risposto soltanto alle telefonate di solidarietà di altri leader internazionali e alle consultazioni dei ministri.
(da agenzie)

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