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MELONI: “SCRIVETE SOLO GIORGIA SULLA SCHEDA PER LE EUROPEE”. MA PER I GIURISTI C’E’ IL RISCHIO RICORSI

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

PELLEGRINO: “GIORGIA NON E’ UN SOPRANNOME”… AZZARITI: “FORZATURA POPULISTA”… SCOCA: “POSSIBILI CONTESTAZIONI”

Non c’è norma che la vieti, ma la mossa di Meloni per diventare “solo” Giorgia nel seggio elettorale si espone a una bocciatura senza sconti da parte dei giuristi. E al rischio di contestazioni.
Anche sul filo dell’ironia, come fa il costituzionalista della Sapienza Gaetano Azzariti: «Solo Giorgia? E se c’è un’altra Giorgia che fanno? Saranno costretta a eliminarla? Vietate tutte le Giorgia dentro FdI? Già questa è una discriminazione e una lesione di un diritto fondamentale…».
Ma la decisione della premier è possibile o siamo di fronte all’ennesimo svarione istituzionale?
Un professore emerito di diritto amministrativo come Franco Gaetano Scoca la definisce «una scelta molto discutibile e che può far sorgere contestazioni». Poteva farlo? «Non c’è una norma che lo vieta, ma quel nome, Giorgia, in sé non dice che è una donna del popolo e comunque non è affatto detto che una donna del popolo debba essere chiamata per nome. In ogni caso stiamo sempre parlando della presidente del Consiglio».
Per Azzariti «siamo di fronte a un’evidente forzatura della legge elettorale che parla chiaro, solo il cognome, nome e cognome, se due cognomi anche uno solo dei due, e se c’è confusione tra omonimi ecco la data di nascita. Ormai gli esponenti di questo governo si ritengono legibus soluti, come dimostra il voto annullato e ripetuto sull’autonomia». Azzariti porta l’esempio di Marco Pannella, in cui vero nome era Giacinto, e quindi si candidava come Giacinto detto Marco Pannella. Qui nulla quaestio. Ma se il nome è già Giorgia Meloni, quel “detta Giorgia” è «solo una forzatura». Peggio: «Per demagogia viene piegata la legge elettorale e la lettera stessa della legge per uno scopo populista».
L’avvocato amministrativista Gian Luigi Pellegrino la definisce «una gran furbata, che però non si può fare, perché il soprannome non può essere lo stesso nome».
Ed è convinto che «non si possa usare un sistema fatto per salvaguardare il voto per fare campagna elettorale perfino dentro la cabina». Ma quel “detta Giorgia” può essere bloccato? Secondo Pellegrino «gli uffici elettorali potrebbero non accettare quello che non è un soprannome, ma con questo clima non è probabile che lo facciano».
E parla di “frode elettorale” il costituzionalista di Perugia Mauro Volpi. «È vero che a legge legittima l’uso di uno pseudonimo o di un diminutivo o al limite del solo nome se il cognome è complicato o di difficile scrittura. Ma questo non è il caso di Giorgia Meloni. Nella sostanza c’è una frode agli elettori che deriva dal dire che lei è “una di loro”, il che corrisponde a una concezione populista e plebiscitaria che punta ad anticipare gli effetti del premierato».
(da La Repubblica)

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ALLA FACCIA DEI PRESUNTI MIRACOLI DI CUI PARLA GIORGIA MELONI, GLI ITALIANI STANNO SEMPRE PEGGIO

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO CHOC DEL CENTRO STUDI DI UNIMPRESA: 8 MILIONI E MEZZO DI PERSONE (IL 15% DELLA POPOLAZIONE) SONO A RISCHIO POVERTÀ… 6,6 MILIONI DI PERSONE SONO “WORKING POOR”, OVVERO LAVORATORI PRECARI E SOTTOPAGATI

Una fetta della popolazione vicina al 15% è a rischio povertà: sono, infatti, oltre 8 milioni e mezzo gli italiani che rientrano nell’area di disagio sociale e quindi vivono in una condizione economica fortemente precaria.
L’aumento del dato relativo al mercato del lavoro negli ultimi mesi non cancella le zone ad altissimo rischio, con quasi 2 milioni di disoccupati a cui vanno sommati 6,6 milioni di cosiddetti “working poor”. Senza dimenticare gli oltre 5 milioni di soggetti in povertà assoluta che portano il totale degli italiani in difficoltà parziale o estrema a quasi 14 milioni.
Emerge da un rapporto del Centro studi di UNIMPRESA, secondo il quale è comunque leggermente calata, l’anno scorso, la fetta di persone a rischio povertà, pari a 8 milioni e 440 mila in discesa di circa 28mila unità rispetto al 2022. «Ci concentriamo su questo fenomeno da quasi 10 anni.
La vera sfida del governo, che comunque sta operando in maniera positiva, ancorché non pienamente soddisfacente, sta nell’arrivare a fine anno con questo numero, quello dell’area di disagio sociale, più contenuto rispetto all’attuale 8,5 milioni: serve una traiettoria nuova, un cambio di passo verso un orizzonte diverso.
È un obiettivo ambizioso, ma a nostro avviso raggiungibile. Si tratta di creare le condizioni affinché le imprese possano crescere, investire e creare nuova occupazione. La ricetta è semplice: meno burocrazia e meno tasse, con una quota consistente di incentivi per chi crea nuova, stabile occupazione. Il consiglio dei ministri in programma martedì è una occasione formidabile anche da questo punto di vista» commenta il presidente onorario di UNIMPRESA, Paolo Longobardi
Secondo il rapporto del Centro studi di UNIMPRESA, che ha elaborato dati Istat, l’area di disagio sociale corrisponde al 14,4% della popolazione: si tratta di 8,5 milioni di persone sul totale di 59,1 milioni di cittadini italiani. Il fenomeno osservato da UNIMPRESA riguarda principalmente i disoccupati e i working poor ovvero lavoratori precari o sottopagati: in particolare, questo bacino, negli ultimi anni, ha alimentato la fetta di poveri assoluti: infatti, se i poveri, a partire dal 2005, sono più che raddoppiati, salendo da 2,4 milioni a 5,6 milioni, i “working poor” sono passati, negli ultimi anni, da 10,4 milioni a 8,5 milioni: un “saldo” negativo di 2,2 milioni che va letto come un passaggio da un’area a rischio alla povertà assoluta.
«Mentre vanno definiti sostegni, misure emergenziali e misure per il reinserimento a livello occupazionale per i poveri, è dunque indispensabile evitare che la situazione degli occupati in difficoltà peggiori ancora di più» spiega Longobardi. I lavoratori a rischio povertà, a fine 2023, erano 8,5 milioni, in leggero calo 28mila unità rispetto all’anno precedente (-0,3%). I disoccupati, tra il 2022 e il 2023, sono rimasti sostanzialmente stabili, con una lieve variazione negativa: sono passati da 2 milioni e 27 mila a 1 milione e 947mila, in diminuzione di circa 80mila unità (-3,9%).
Tra i disoccupati, gli ex occupati sono passati da 1 milione e 129mila a 1milione e 55mila, in calo di circa 74mila unità (-6,6%); gli ex inattivi sono arrivati a quota 390mila in discesa di circa 3mila unità (-0,8%); coloro che sono senza esperienza di lavoro, infine, sono calati di 3mila unità (-0,6%), passando da 505mila a 502mila. Quanto ai “working poor” (precari e sottopagati), questa categoria è passata da 6 milioni e 551mila soggetti a 6 milioni e 603mila soggetti, con una crescita di 52mila unità (+0,8%).
Tra gli occupati instabili o a basso reddito, i lavoratori con contratto a termine part time sono passati da 867mila a 920mila, in aumento di 53mila unità (+6,1%); gli addetti con contratto a termine e a tempo pieno sono calati, invece di 93mila (-4,4%) da 2 milioni e 114mila a 2 milioni e 21mila; i lavoratori con contratto a tempo indeterminato part time involontario rappresentano un’altra fascia cresciuta, con un aumento di 17mila unità (+0,6%) da 2 milioni e 638mila a 2 milioni e 655mila; i lavoratori con contratti di collaborazione sono aumentati di circa 2mila unità (+0,8%) da 248mila a 250mila; gli autonomi part time, infine, sono cresciuti di 73mila unità (+10,7%) da 684mila a 757mila.
«Quello dei poveri è un vero e proprio dramma e chi, come me, ogni giorno trascorre del tempo tra le persone, nei negozi e nei mercati si rende conto delle difficoltà delle persone. Chi ha impresa e dà lavoro: crea dignità ed è proprio questo aspetto che sta venendo a mancare. La perdita di lavoro o una retribuzione da fame rappresentano un elemento di vergogna per molti, in tanti hanno timore di chiedere un aiuto economico. Dobbiamo combattere proprio questo e il governo, se davvero vuole mantenere le promesse fatte fin qui, deve creare le condizioni per far lavorare al meglio le imprese. Noi non crediamo nei sussidi a tempo indeterminato e siamo convinti che i posti di lavoro possano nascere solo dalle imprese, adeguatamente sostenute in termini normativi e in termini fiscali» aggiunge il presidente onorario di Unimpresa.
(da Il Sole 24 Ore)

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LA CASSA È VUOTA MA UN MODO PER VARARE UNA MANCETTA ELETTORALE SI TROVA SEMPRE

Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI È STATA CATEGORICA: PRIMA DELLE EUROPEE DEVE ARRIVARE IL BONUS TREDICISIME. ANCHE UNA TANTUM, ANCHE A UNA PICCOLA PLATEA DI BENEFICIARI. E COSÌ ARRIVA L’IDEONA: ANNUNCIARLO SUBITO E FARLO ARRIVARE IL PROSSIMO ANNO CON UN AZZARDO CONTABILE

Giorgia Meloni ha fatto arrivare al Tesoro un messaggio indiscutibile: provateci, fino all’ultimo minuto utile. Anche a costo di dover intervenire in extremis, durante il Consiglio dei ministri che presiederà martedì mattina a Palazzo Chigi, dopo l’incontro di domani con i sindacati.
Alla premier come arrivare al risultato importa poco. Quello che conta è trovare la copertura per finanziare il “bonus tredicesima”, l’obolo elettorale che può assicurarle voti preziosi tra poco più di un mese, quando dovrà misurarsi con le urne. Ci conta, la premier. Spera e preme. Perché, secondo il ragionamento all’interno di Fratelli d’Italia, “i voti non si prendono con il Pnrr, arrivano se dai qualcosa a chi ci ha portato al governo”.
Quel qualcosa è il bonus. Anche una tantum. Anche a una platea ridotta di beneficiari. Qualcosa che dia il senso di una politica in movimento
L’alibi del Superbonus che prosciuga i conti pubblici non basta per giustificare il passo che si è fatto troppo lento dopo appena un anno e mezzo alla guida del Paese. Ma soldi non ce ne sono, anzi da qui a ottobre vanno trovati 20 miliardi per presentare una manovra risicata a “politiche invariate”, dal taglio del cuneo fiscale al “ritocco” all’Irpef, in scadenza a fine anno.
Guardando all’estate, periodo in cui bisognerà iniziare a impostare una correzione dei conti che potrebbe arrivare a costare fino a 13 miliardi ogni anno per i prossimi sette. Un dato di realtà che al ministero dell’Economia è ben impresso nelle convinzioni del titolare Giancarlo Giorgetti. L’andamento della “caccia” ai soldi per “il bonus tredicesima” conferma che la salita è appena iniziata: a ieri sera le risorse per il regalo di Natale non erano state trovate. E non è detto che si troveranno entro martedì, quando sul tavolo del Cdm arriverà l’ennesimo decreto legislativo per l’attuazione della riforma fiscale, il contenitore del bonus.
Ecco perché nelle ultime ore a Palazzo Chigi è stato messo in conto un “piano B”: trasformare il bonus di dicembre in un segnale da far scattare il prossimo anno. Una promessa da annunciare subito. Per non cestinare l’effetto “acchiappa-voti”. E per non sconfessare le convinzioni di qualche giorno fa, quando il decreto è stato cancellato all’ultimo minuto dall’ordine del giorno del Cdm.
Fonti di governo si erano affrettate a gettare acqua sul fuoco, parlando di uno slittamento alla riunione del 30 aprile. Ma “il regalo” per il 2025 sarebbe un azzardo contabile: l’impegno potrebbe contare solo sulla promessa di caricare il bonus o un’altra misura sul bilancio dell’anno prossimo.
I conti, però, li fa il Mef. La decisione sul bonus sarà presa nelle prossime ore. Tanto che ieri mattina la premier ha mandato avanti il fedelissimo viceministro all’Economia Maurizio Leo a dire che l’inserimento o meno del bonus nel decreto dipende dalle coperture. A specificare che il provvedimento, che contiene anche altre norme in materia di Irpef e Ires, arriverà comunque al Cdm, ma lasciando in stand-by il nodo tredicesime.
Ai tecnici del ministero dell’Economia è stato chiesto di recuperare 100 milioni, anche qualcosa meno se alla fine dovesse prevalere l’obiettivo della convenienza. E cioè che è comunque meglio dare un piccolo segnale piuttosto che niente.
Per questo al Tesoro si lavora anche a un bonus più “povero” rispetto a quello pensato la settimana scorsa per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 28 mila euro, sposati e con almeno un figlio.
Tra le versioni della norma all’esame della Ragioneria c’è anche una che non contiene il requisito del matrimonio. Il pilastro è il figlio a carico. Quello sì inderogabile per la premier. A meno che alla fine non si scelga di rinviare tutto all’anno prossimo, puntando solo sull’annuncio. Ecco l’affanno. Il passo è lento. Una retromarcia o quasi.
(da La Repubblica)

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