Aprile 30th, 2024 Riccardo Fucile
L’APPELLO DELLA MADRE: “CAMBIATE LE LEGGI”… LA PROPOSTA DEL M5S: INTRODURRE IL REATO DI “OMICIDIO SUL LAVORO”
Il prossimo 3 maggio saranno passati 3 anni dalla morte di Luana d’Orazio, la ragazza di 22 anni stritolata da un orditoio manomesso nella fabbrica dove lavorava di Montemurlo, in provincia di Prato. La madre della ragazza, Emma Marrazzo, oggi, martedì 30 aprile, è è intervenuta durante una conferenza stampa al Senato organizzata per illustrare il ddl del M5S che introduce il reato di ‘omicidio sul lavoro’.
La legge “attuale è ipocrita, servono pene più severe, con l’aggravante. Sennò tutto è inutile. Nel caso della morte di Luana, i proprietari dell’azienda hanno patteggiato per omicidio senza dolo. E il dolo, che fine ha fatto? La proprietaria Luana Coppini ha avuto 2 anni, il marito un anno e 6 mesi, con la condizionale. E una multa di 10mila e 300 euro. L’azienda ha subito ripreso a funzionare, Luana è morta il 3, le macchine sono state riaccese il 5″, ha raccontato ancora la donna in un’intervista a Repubblica.
“Io so che queste sono morti volute perché sul tema lavoro ci sono troppe cose che non vanno e noi vedove di mariti o figli sappiamo cosa vuol dire”, aggiunge la donna che ricorda: “Il 29 aprile, 4 giorni prima di morire, avevamo saputo insieme dalla televisione della morte di Mattia Battistetti, ucciso in un cantiere di Montebelluna. Luana aveva detto: ‘Ma come fanno a succedere queste cose’. Era un ragazzo di 23 anni. Poi è successo a lei”.
La mamma della 23enne dice di aver voluto guardare durante il processo le foto delle perizie. “Tutte, le ho guardate. Il corpo aveva fatto quattro giri completi intorno all’asse, prima che un operaio fermasse la macchina, che stava andando alla velocità massima. Ormai sembrava un gomitolo, aveva la testa schiacciata contro il rullo. È stato terribile guardare quelle immagini, ma ho dovuto farlo”.
Durante l’incontro al Senato Emma Marrazzo ha ricordato anche la strage del cantiere dell’Esselunga e afferma che “i lavoratori dovrebbero essere messi su un piedistallo perché senza di loro l’Italia si fermerebbe”. “Mia figlia si alzava alle 5 del mattino per andare a lavorare – ha aggiunto – e mia figlia quel 3 maggio era il numero 185 di morti bianche di quell’anno. Non si può continuare così”.
(da Fanpage)
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Aprile 30th, 2024 Riccardo Fucile
“ANCHE SE PASSA E SE NE VA, ABBIATE LA FORZA DI RICOMINCIARE DA CAPO OGNI VOLTA CHE SI CADE”
José Mujica ha un tumore all’esofago, lo ha annunciato lo
stesso ex presidente uruguaiano oggi in un conferenza stampa convocata appositamente dopo la diagnosi medica dei giorni scorsi. Il politico 88enne ha spiegato che la malattia è stata rilevata durante un controllo medico venerdì scorso. “Devo informarvi che venerdì scorso mi sono recato all’ospedale di Casmu per un controllo, durante il quale è stato scoperto che ho un tumore all’esofago, che ovviamente è molto complicato e lo è doppiamente nel mio caso, perché soffro di una malattia immunologica da più di 20 anni”, ha detto l’ex presidente
Pepe Mujica ha aggiunto che il cancro è già esteso e ha colpito, tra le altre cose, i suoi reni, il che crea “evidenti difficoltà” per la chemioterapia o le tecniche chirurgiche. “I medici stanno valutando tutto questo, stano facendo analisi cellulari” ha aggiunto.
“Nella mia vita, più di una volta la Triste Mietitrice si aggirava intorno alla branda, ma ha continuato a farmi da pastore in tutti questi anni. Questa volta mi sembra che arrivi con la falce pronta”, ha proseguito con una delle sue solite metafore, aggiungendo: “Vedremo cosa succede”.
“Nel frattempo e finché potrò, continuerò ad essere attivo e lottare coi miei compagni e a divertirmi con le verdure. Finché reggerò, continuerò”, ha detto Mujica che ha voluto lanciare un messaggio anche ai giovani. “Voglio dire alle ragazze e ai ragazzi che la vita è bella, anche se passa e se ne va. Il nocciolo della questione è ricominciare da capo ogni volta che si cade, e se c’è rabbia trasformatela in speranza e lottate con amore, non lasciatevi ingannare dall’odio. Nessuno si salva da solo ”.
Infine, ha aggiunto che l’unica libertà che esiste è nella testa e si chiama “volontà”. “Se non la usiamo non siamo liberi. E questo va capito. Questa sfida spetta alle nuove generazioni. E la vita è così bella che non ha senso sacrificarla alla stupidità” ha concluso.
Mujica, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, è famoso per la sua austerità, semplicità e lo stile diretto, José “Pepe” Mujica è stato uno dei leader più importanti dell’onda progressista in America Latina, diventando un influente riferimento per la sinistra mondiale. Prima di essere eletto 40esimo Presidente del Paese sudamericano, è stato Ministro dell’Allevamento, dell’Agricoltura e della Pesca mentre in seguito è stato eletto senatore altre due volte. Si è dimesso da quest’ultima carica nel 2020, ritirandosi dall’attività politica per dedicarsi alla militanza popolare.
(da Fanpage)
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Aprile 30th, 2024 Riccardo Fucile
L’EX LEADER DI AN AVEVA DICHIARATO DI ESSERE STATO INGANNATO DALLA COMPAGNA ELISABETTA TULLIANI (CHE HA AVUTO 5 ANNI DI PENA)
Condannato Gianfranco Fini per il «caso della villa di Montecarlo» che, 14 anni fa, accelerò la fine della carriera politica dell’ex leader di Alleanza nazionale. Il tribunale di Roma ha inflitto all’ex presidente della Camera – che era presente in aula – una pena di due anni e otto mesi. Condannata anche Elisabetta Tulliani a 5 anni, il fratello Giancarlo a 6 anni e il padre dei due, Sergio a 5 anni.
La pm di Roma, Barbara Sargenti, aveva chiesto 8 anni per il politico, 9 anni per la compagna Elisabetta Tulliani, 10 anni per il cognato Giancarlo Tulliani e 5 anni per il padre dei due, Sergio Tulliani. L’avvocatura generale dello stato, invece, aveva chiesto l’assoluzione. Dopo le repliche dei quattro difensori, nella mattina del 30 aprile, è stata emessa la sentenza.
Il tentativo di Elisabetta Tulliani di “scagionare” Fini
Elisabetta Tulliani, lo scorso mese, aveva provato a difendere Fini rendendo delle dichiarazioni spontanee in aula: «Dopo un lungo travaglio interiore, sento l’obbligo morale di offrire un contributo alla verità. Finora non ho partecipato al processo per non turbare, alla luce dell’eco mediatica, le mie figlie ancora adolescenti. Il processo ha già turbato la mia famiglia, ma il mio silenzio continuerebbe a danneggiare le persone a me care. Sento il dovere di confessare al collegio giudicante le mie responsabilità: ho nascosto a Gianfranco Fini, padre delle mie figlie, le intenzioni di mio fratello di acquistare la casa di Montecarlo. Ero certa che il denaro per l’acquisto fosse di mio fratello. Non ho mai detto a Fini del denaro ricevuto da mio padre, di cui ignoravo la provenienza. Il comportamento di mio fratello è la più grande delusione della mia vita. Mai avrei immaginato che mi avrebbe coinvolto in vicende che ho appreso dalle indagini e che mi hanno travolta».
La vicenda
La versione di Elisabetta Tulliani cozza, tuttavia, con quella di Fini stesso, che invece ha imputato alla compagna di essere parte attiva dell’inganno: «Quella dell’appartamento di Montecarlo è stata la vicenda più dolorosa per me – aveva affermato in precedenza Fini -. Sono stato ingannato da Giancarlo Tulliani e dalla sorella Elisabetta. Loro insistettero perché mettessi in vendita l’immobile. Giancarlo mi disse che una società era interessata ad acquistarlo, ma non sapevo che della società facevano parte lui e la sorella: la sua slealtà e la volontà di ingannare e raggirare credo si sia dimostrata in tutta una serie di occasioni».
Il reato di riciclaggio, per il quale Fini è stato condannato, riguarda, appunto un’operazione immobiliare a Montecarlo. La contessa Annamaria Colleoni, nel 1999, lasciò in eredità ad Alleanza nazionale la sua residenza monegasca. Nel 2008, la villa fu ceduta al cognato dell’ex leader della destra. Secondo l’accusa, tuttavia, la compravendita è avvenuta grazie ai soldi dell’imprenditore Francesco Corallo, accusato a sua volta di associazione a delinquere finalizzata al peculato, riciclaggio ed evasione fiscale. Stando all’originario impianto accusatorio, Corallo non avrebbe erogato allo Stato italiano 85 milioni di euro di tributi erariali, parte dei quali è confluita in una società, la Printemps, attraverso cui Giancarlo Tulliani ha comprato l’appartamento monegasco di boulevard Princesse Charlotte. L’immobile, acquistato per soli 300 mila euro, è poi confluito in un’altra società schermata, riconducibile a Elisabetta Tulliani.
(da Open)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO UN ANNO DI INTERVISTE A RETI UNIFICATE, IL MILITARE E LE SUE IDEE MAL-DESTRE HANNO STUFATO …IL DATO SCOMPOSTO PER AREE DOVREBBE FAR RIFLETTERE IL “CAPITONE”: VENDE SOPRATTUTTO NEL NORD-EST, BACINO STORICO DELLA LEGA, E POCO O NIENTE AL SUD E AL CENTRO (DOVE VANNACCI È CAPOLISTA)
Il generale è in caduta libera, e questa volta non c’entrano i
paracadute dell’esercito. Il secondo libro di Roberto Vannacci, “Il Coraggio vince”, fa flop in libreria.
Il soldato mal-destro l’anno scorso divenne improvvisamente una celebrità con la prima fatica, “Il mondo al contrario”. Un successo clamoroso e senza precedenti nel panorama recente dello stantio mercato editoriale italiano.
Vendette la bellezza di 240mila copie. Vere. E, considerando che la gran parte di esse fu acquistata quando il volume era autoprodotto (solo successivamente è stato ripubblicato dalla casa editrice “il Cerchio”), il libro è stato in grado di cambiare la vita a Vannacci, fruttandogli, pare, più di un milione di euro.
Ma in Italia, si sa, una volta assurti alla ribalta, è facile diventare presto parte dell’arredamento. E così, Vannacci, come molte altre meteore prima di lui, ha iniziato a macinare ospitate tv, a rilasciare interviste a giornali unificati. A essere onnipresente e, di conseguenza, a stufare gli italiani.
Il risultato? “Il coraggio vince”, dall’uscita a oggi (son passati poco più di 40 giorni), ha venduto meno di 15mila copie. Proprio nel momento in cui Matteo Salvini l’ha candidato per le Europee, sperando nel suo traino per risollevare la Lega, il generale incursore ha fatto un tonfo clamoroso, il tutto nel giro di un anno.
È interessante analizzare il dato scomposto nelle sei settimane di vendita del libro: stando a quanto apprende Dagospia, infatti, dopo un inizio a circa 5000 copie, ormai si è assestato 800 copie a settimana, e se va avanti così non supererà mai le 30 mila totali. La scommessa di Salvini, insomma, potrebbe non essere così fruttuosa, soprattutto perché Vannacci vende soprattutto al nord-est, cioè nel bacino elettorale che è già della Lega, dove questa settimana ha venduto 439 copie).
Il “seggio in più” che garantirebbe il generale al partito, secondo il vicesegretario del Carroccio, Andrea Crippa, rischia di essere un miraggio: anzi, in quella zona, come si è visto dalle prese di posizione dei leghisti doc, il nome di Vannacci è kriptonite.
“Il coraggio vince”, invece, non vende praticamente niente al sud e nelle isole (33 copie questa settimana), e va maluccio anche al centro (151 copie), dove Vannacci sarà capolista.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
SOPRA LA SOGLIA DI SBARRAMENTO DEL 4% ALLEANZA RENZIANI-BONINO (4,4%), E VERDI-SINISTRA (4,3%)… SOTTO AZIONE AL 3,5%
Nell’ultimo sondaggio di Quorum/YouTrend per Sky TG24 resta in testa Fratelli d’Italia (27,6%, in flessione dello 0,2% rispetto a una settimana fa), davanti a Pd (20,6%) e M5S (16,3%). Dietro di loro continua il duello fra Forza Italia (8,3%) e Lega (7,9%) per il ruolo di seconda forza del centrodestra.
Grande movimento attorno alla soglia di sbarramento: Stati Uniti d’Europa perde lo 0,6% e arriva al 4,4%, appena un decimo davanti ad Alleanza Verdi Sinistra (4,3%)
In leggera salita Azione (3,5%, +0,2%), che si avvicina all’obiettivo 4%. Seguono Pace Terra Dignità 2,0% (+0,1%); Libertà 1,0% (-0,6%); Un altro partito 4,1% (-0,1%); Astenuti + Indecisi 40,5% (+2,7%).
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
LE PARTECIPATE SERVONO ALLA DESTRA ANCHE PER “RISARCIRE” I TECNICI NON GRADITI, DA SOSTITUIRE CON BUROCRATI AMICI… CON LA NUOVA TORNATA DI NOMINE IN ARRIVO, CI SONO 694 POLTRONE IN BALLO, TRA SOCIETÀ E ORGANI SOCIALI
La pattuglia che sconfessa lo slogan meloniano del «mai più
amichettismo» è assai nutrita. Al punto che in molti casi la “scenetta” del manager dell’Agenzia per la cybersicurezza Bruno Frattasi e del presidente di Leonardo Stefano Pontecorvo, sul palco di Pescara con la maglietta in mano a sostegno di FdI, è superflua.
Perché in tanti consigli di amministrazione delle partecipate di Stato il governo del «merito come ascensore sociale», copyright di Giorgia Meloni, è pieno, strapieno, di uomini di partito o legati alla politica. Non eletti, non ricandidati, segretari di sezioni provinciali di Fratelli d’Italia e Lega oppure iscritti a Forza Italia. In questo caso la maglietta sul palco non la devono mostrare: sanno già a chi devono rispondere.
Repubblica ha contato almeno una ventina di politici che il governo ha piazzato nei cda di aziende strategiche dello Stato. A partire dalla casa madre della presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia: Alessandro Zehentner, candidato non eletto al Senato per i meloniani, siede nel consiglio di amministrazione dell’Enel.
Insieme a Pontecorvo, nel board dell’ex Finmeccanica siede Francesco Macrì, ex consigliere comunale meloniano ad Arezzo, in rampa di lancio per una candidatura blindata alle ultime politiche. La candidatura è saltata ma già nell’autunno del 2022, appena la destra arrivò a Palazzo Chigi, disse con tono sicuro: «Avrò un incarico nazionale». Ed eccolo servito.
Con una norma fatta approvare dal Parlamento il governo ha poi creato una nuova società, la Acque del Sud, che prende il posto dell’Eipli, carrozzone che gestiva le reti idriche tra l’Abruzzo e la Puglia. A presiedere Acque del Sud è l’ex liquidatore della stessa Eipli, Luigi Giuseppe Decollanz, avvocato di Bari, con esperienza nel settore ma anche coordinatore del partito di Fratelli d’Italia nel capoluogo pugliese.
Nella provincia FdI pesca alla grande: l’ex assessore meloniano di Frosinone, Fabio Tagliaferri, è stato nominato al vertice di Ales, società in house del ministero della Cultura guidato da Gennaro Sangiuliano
Anche il partito del vicepremier Matteo Salvini è molto attivo sul fronte controllate di Stato. Pure lui ha una passione per il «merito », parola inserita nel nome dell’ex ministero della sola Istruzione, guidato oggi, in quota Carroccio, da Giuseppe Valditara. Quando c’è da scegliere la classe dirigente, Salvini guarda molto in casa.
Nei giorni scorsi nella neonata società Autostrade dello Stato, controllata al 100% dal ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti, sono stati nominati Carlo Vaghi al vertice e Christian Schiavon alla presidenza del collegio sindacale. Entrambi sono dirigenti leghisti in Lombardia e in Veneto. Per dire, il merito.
Nel cda di Leonardo siede Altieri Trifone, leghista di Conversano, provincia di Bari, mentre l’ex senatore del Carroccio Paolo Arrigoni ha ottenuto una poltroncina come presidente del Gestore servizi energetici (Gse)
L’ex assessora leghista del Friuli Venezia Giulia, Federica Seganti, siede nel cda dell’Eni, ma in quota Lega c’è anche Paolo Marchioni, ex sindaco di Omegna, nel cda di Poste, e l’ex consigliera della Regione Lombardia Francesca Ceruti nel cda di Consap insieme all’ex deputato Antonio Gennaro.
Non è da meno Forza Italia guidata dal vicepremier Antonio Tajani. Pochi voti alle urne nel 2022: molti degli allora uscenti parlamentari non hanno ritrovato lo scranno tra Camera e Senato. Ma una poltroncina di Stato comunque sì. Ed ecco quindi l’ex deputato Giuseppe Moles nel cda della società Acquirente Unico del Gse: nel cda dell’azienda madre siede anche l’ex senatrice azzurra Roberta Toffanin.
Ma le partecipate servono alla destra anche per risarcire i tecnici non graditi, che si vuole sostituire con “burocrati” amici, più in linea con l’indirizzo del governo. Non sempre, però, i “malgraditi” si possono mandare a casa direttamente.
È il caso del Ragioniere di Stato Biagio Mazzotta: Palazzo Chigi e il Mef hanno deciso che il suo mandato è giunto al capolinea, ma lui ha un contratto che scade a gennaio del 2026. Ecco allora che il governo ha deciso di “agevolare” le dimissioni, con una buonuscita che tira in ballo proprio le partecipate. Cosa di meglio della presidenza di Ferrovie da offrire al Ragioniere? Detto fatto. Ed è solo l’inizio. Ci sono 694 posti in ballo, tra società e organi sociali. In tanti già aspettano una chiamata. Come si diceva? Ah, sì, «il merito»
(da la Repubblica)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
PIETOSA BUGIA, IN REALTA’ IL GOVERNO TUNISINO NON LI VUOLE
Il governo non costruirà un hotspot per i migranti in Tunisia. Lo assicura il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, pur confermando che il modello da seguire per la gestione dei flussi migratori sia quello fondato su una cooperazione rafforzata con i Paesi di origine e transito. In un’intervista a La Stampa il titolare del Viminale afferma che l’idea di un hotspot in Tunisia “è da escludere nel modo più assoluto” perché “non ce n’è bisogno”.
Nei prossimi giorni Piantedosi incontrerà al Viminale funzionari provenienti dall’Algeria, dalla Libia e dalla Tunisia “per una importante riunione”, anche se non è ancora chiaro quale sarà il tema preciso dell’incontro.
Il ministro si limita a dire che sarà “un’altra tappa della collaborazione con i Paesi di partenza e di transito”. E spiega: “Stiamo lavorando alla condivisione di progetti di rimpatrio volontario assistito che, se funzioneranno, serviranno ad alleggerire la pressione anche nel territorio tunisino, nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone”.
Questo non significa, però, che il governo ci stia ripensando sui centri in Albania. Sono due cose molto diverse, sottolinea il ministro. Per poi spigare che i primi migranti saranno portati in Albania “appena saranno pronte le strutture per ospitarli”. Sui ritardi nel via al progetto, Piantedosi commenta: “Non conta la data di partenza, ma il risultato dell’operazione, che prevedo possa essere estremamente importante. Al progetto guardano con attenzione tutti i nostri partner europei”.
Secondo l’ultimo aggiornamento disponibile nel sito del ministero dell’Interno, dall’inizio dell’anno sono sbarcati sulle coste italiane 16.090 migranti. Secondo quanto sostenuto più volte dal governo italiano, nei centri in Albania dovrebbero essere ospitate 3mila persone al mese, ma i posti effettivamente disponibili sembrano essere molti meno. Facendo un po’ di calcoli, sorgono diverse domande sull’utilità della spesa che il governo sta sostenendo per costruire i centri in Albania, anche considerando che secondo diversi esperti del settore non è con queste due strutture che si riuscirà a favorire i rimpatri o a migliorare la logistica dell’accoglienza.
(da Fanpage)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
LA CARTA DELLA DISPERAZIONE, CIOE’ VANNACCI, NON PIACE AI MILITANTI: E’ IL MENO APPREZZATO DEI CANDIDATI LEGHISTI
Per affrontare il declino del partito, si realizza l’incrocio fra
LdS e LdV. La Lega di Salvini e la Lega di Vannacci. E ciò rende evidente la distanza, non solo storica, dalla Lega, anzi: le Leghe, delle origini.
In origine, il “territorio di riferimento” aveva caratteri economici e urbanistici molto precisi. Era, infatti, costituito dalle aree di piccole imprese e piccole città. Un ambiente “lontano da Roma” e, semmai, più “vicino all’Europa”. Vista la proiezione dell’economia e delle imprese oltre confine.
A fine decennio, per iniziativa di Umberto Bossi e Roberto Maroni, venne costituita “la Lega delle Leghe”, cioè, la “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”. Che marcò la distanza fra il Nord e il resto del Paese. Un passaggio segnato dalla marcia lungo il Po, dalle sorgenti sul Monviso alla laguna di Venezia, nel settembre 1996.
Fino al 2013, quando Matteo Salvini divenne segretario del partito. E ne cambiò l’identità e il profilo. D’altronde, nel corso degli anni, la Lega aveva subìto un declino pesante e costante, crollando al 4%, in ambito nazionale, alle elezioni del 2013, quando si presentò con il Popolo delle Libertà, di Silvio Berlusconi.
E all’11% in Veneto. […] Salvini definì e realizzò una svolta profonda. E radicale. In quando ne cambiò le “radici”. Infatti, si proiettò oltre i confini del Nord. Sotto il profilo geopolitico e dell’identità. Salvini, infatti, trasformò la “Lega Nord” in “Lega Nazionale”.
Ispirandosi al modello di successo delineato, in Francia, da Marine Le Pen, leader del Front National. Divenuta, presto, sua alleata e amica. In questo modo il partito riprende a crescere, fin dalle elezioni Europee del 2014. Quando risale sopra il 6%. Salvini, allora, precisa il suo disegno politico. Trasforma, cioè, la Lega in un “partito nazionale” di destra, sulle tracce del Fn di Marine Le Pen. Un “partito personale”. Anche nel simbolo: “Lega per Salvini Premier”.
Una scelta che dà effetti positivi evidenti, alle elezioni politiche del 2018, quando supera il 17% e diviene il terzo partito in Italia. E alle Europee del 2019 va oltre il 34% e ottiene 9 milioni di voti. Il percorso della Lega Nazionale di Salvini si compie con il governo giallo-verde, costituito insieme al M5S di Giuseppe Conte. Quando, “entrambi i partiti sperimentano il governo degli anti-partiti”. Una contraddizione che, in seguito, pagano entrambi “i partiti”.
In particolare, la Lega di Salvini, che scende rapidamente. Fino a scivolare sotto il 9%, nei sondaggi recenti condotti da Demos. E, prima ancora, alle elezioni politiche del 22 settembre del 2022, quando ha ottenuto l’8,8%. Erosa e “prosciugata”, anche nelle sue zone di forza, nel Nord, soprattutto dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che ne raccoglie l’eredità di anti-partito […] Attualmente coloro che voterebbero per la Lega, sono stimati intorno all’8,5%. Parallelamente, è calato anche il grado di fiducia nei confronti di Matteo Salvini.
Su Vannacci, però, non sembrano esservi dubbi. È il meno “stimato” dei candidati leghisti, fra chi vota per la Lega e, a maggior ragione, fra gli elettori nell’insieme. Tuttavia, è indubbio che Salvini abbia coinvolto Vannacci per dare una svolta a un declino ormai di lungo periodo. Questa scelta, però, sembra aver indebolito la legittimazione del leader leghista, fra gli elettori nell’insieme. Che oggi gli preferiscono Luca Zaia.
Tuttavia, la posizione di Salvini nel partito appare ancora solida. Quasi 9 elettori su 10 della Lega, infatti, confermano un alto grado di consenso, nei suoi riguardi. Ben oltre gli altri leader leghisti. Compreso Bossi e lo stesso Zaia. Quasi 6 su 10 pensano che non ci sia alternativa al “capo” attuale. Neppure nel caso di un risultato deludente alle prossime elezioni Europee. Anche se, in questo caso, circa 3 elettori leghisti su 10 la pensano diversamente.
(da “la Repubblica”)
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Aprile 29th, 2024 Riccardo Fucile
LE LISTE SONO MOSCISSIME: MANCANO NOMI DELLA SOCIETÀ CIVILE CAPACI DI ATTIRARE CONSENSI E NON SONO STATE CONCESSE DEROGHE AL LIMITE DEI DUE MANDATI A BIG COME DI BATTISTA E RAGGI
Se più indizi faranno una prova lo si saprà solo il 9 giugno, per adesso la certezza è che il M5S non si avvicina alle Europee in ottimo stato di salute. La composizione delle liste è stata votata sul sito del partito da sole 18mila persone, poco più di un decimo degli aventi diritto di voto, cioè i 170 mila iscritti.
Mancano nomi della società civile capaci di attirare consensi fuori dai confini classici e come ampiamente previsto non c’è stata alcuna deroga o apertura a nomi della vecchia guardia, tipo Alessandro Di Battista, Virginia Raggi, Roberto Fico.
Lo scouting di Giuseppe Conte non ha sortito alcun fuoco d’artificio, perlomeno a livello comunicativo: Ugo Biggeri di Banca Etica, il direttore de La Notizia Gaetano Pedullà, la ex calciatrice e allenatrice Carolina Morace, una figura nota dell’antimafia come Giuseppe Antoci. Stop.
Per il resto ci si affida all’usato sicuro: capolista nel Nord-Ovest è l’uscente Mariangela Danzì, al Nord-Est l’altra uscente Sabrina Pignedoli, al Sud l’ex presidente dell’Inps Pasquale Tridico, da sempre organico al M5S. Nonostante i sondaggi che attestano i 5 Stelle al 15-17 per cento, il combinato disposto di voti reali in Sardegna, Abruzzo e Basilicata e delle tendenze storiche è impietoso. Il terrore di finire attorno – se non sotto – il 10 per cento, è tanto.
Alle ultime regionali le liste del Movimento hanno preso rispettivamente il 7,8 per cento, 7 per cento e 7,7 per cento. Poi come detto c’è la casistica storica. Nel 2014 il Movimento era entrato per la prima volta in Parlamento da un anno e come oggi stava all’opposizione: i sondaggi lo accreditavano attorno al 25 per cento, la campagna elettorale fu aggressiva e antisistema, si parlava di referendum per l’uscita dall’euro, piazza piene. Il M5S prese il 21 per cento.
Cinque anni più tardi: il governo gialloverde era in carica da un anno, il reddito di cittadinanza era stato appena varato e dal cilindro comunicativo uscì fuori la storia ora sepolta nella memoria del franco svizzero. I sondaggi davano i 5 Stelle tra il 22 e il 24, presero il 17.
La costante è sempre una: alle elezioni per l’Europarlamento il Movimento va sempre peggio del previsto. In testa alle ragioni che ogni volta ci si prova a dare, c’è la questione delle preferenze. Da ex non-partito senza radicamento, con personale politico ridotto e regole inflessibili per le liste — no alle candidature civetta, no ai terzi mandati, votazioni interne che premiano gli attivisti, spesso sconosciuti al grande pubblico — diventa poi difficile presentarsi con nomi da centinaia di migliaia di preferenze, che quindi possano trainare un po’ il partito.
Come nel 2014 e nel 2019, anche stavolta il M5S non ha un gruppo europeo di riferimento da indicare. Archiviata l’epoca euroscettica che portò all’alleanza con il britannico Nigel Farage, con Conte alla guida si è tentato senza successo l’accordo a Bruxelles prima con i socialisti e poi con i verdi.
Lo strattone dell’ex presidente del Consiglio a Bari e in Puglia su un tema centrale per l’elettorato (attuale, passato e potenziale) come la legalità e la “questione morale” basterà per rivitalizzare il M5S? Difficile dirlo, di sicuro da giugno in poi Conte dovrà tornare a discutere con mezzo gruppo parlamentare di un argomento che ciclicamente torna sul tavolo: il tetto ai due mandati.
Con la propria leadership indebolita, il presidente dovrà scendere a patti con chi già pensa al dopo 2027. Se invece le Europee andranno bene, il M5S già oggi diventato partito di Conte sarà contiano in purezza.
(da per la Repubblica)
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