Maggio 24th, 2024 Riccardo Fucile
LE IMMAGINI GIRATE DURANTE UNA FESTA NEL NOTO CLUB “PONY” SULL’ESCLUSIVA ISOLA DI SYLT… TUTTI CANTANO: “LA GERMANIA PER I TEDESCHI, FUORI GLI STRANIERI”… LA POLIZIA APRE UN’INDAGINE… I SOLITI FIGHETTI RAZZISTI CON IL PORTAFOGLIO DI PAPA’
Polemiche e indignazione in Ger
mania per un video, diventato subito virale sui social, in cui un
gruppo di giovani “vip” tedeschi intona cori contro gli stranieri e accenna dei saluti romani e imitazioni di Hitler in un rinomato locale dell’esclusiva isola di Sylt, la Capalbio del Mare del Nord. I media tedeschi parlano di “scandalo nazista” e “scene disgustose” nell’isola dei “ricchi e famosi”.
Nell’elegante cittadina di Kampen, il gruppo di giovani si è filmato nel bar delle celebrità “Pony” mentre intonava il coro “Deutschland den Deutschen, Ausländer raus” (“La Germania per i tedeschi, fuori gli stranieri”) sulle note della famosa hit “L’amour Toujours” del dj italiano Gigi D’Agostino. Negli ultimi mesi, la canzone è stata spesso usata dai gruppi neonazisti per adattarla a slogan xenofobi.
Le immagini mostrano anche un uomo in camicia bianca che, ridendo, si porta due dita alle labbra, imitando i “baffetti” di Hitler e poi accenna un saluto romano. In Germania fare il saluto hitleriano e i cori xenofobi possono essere considerati reati punibili penalmente. La polizia di Sylt ha reso noto di aver avviato le indagini per identificare gli autori del video mentre l’agenzia per la sicurezza statale sta indagando sull’accusa di incitamento all’odio e di utilizzo di simboli incostituzionali.
L’episodio, riporta Bild, è accaduto durante l’apertura della stagione per la festa di Pentecoste nella Strönwai Strasse, meglio conosciuta come il “Whisky Mile” (Il miglio del whisky) dove si trovano ville di lusso, boutique esclusive e i locali dei vip come il “Pony”, tra i più noti ritrovi dei “rich kids” tedeschi. Qui festeggiano regolarmente i figli delle star televisive, degli artisti e dei più importanti uomini d’affari di Germania. Entrare al “Pony” costa intorno ai 150 euro – bevande escluse.
Il proprietario del “Pony”, Tim Becker, si è detto inorridito per quanto accaduto. “Quando ho visto il video, ho subito pensato che non potesse essere vero. Se lo avessimo notato, i ragazzi sarebbero stati cacciati subito. Ma intorno alla terrazza all’aperto c’erano circa 500 persone”, ha spiegato Becker. “Abbiamo visto il video sui social media e stiamo valutando se possiamo sporgere denuncia e quali altre opzioni abbiamo. Il “Pony” non discrimina nessuno, siamo un bar aperto a tutti. Stiamo cercando di scoprire chi è stato. Saranno banditi a vita. Chiunque riconosca queste persone deve contattare noi o la polizia”, ha detto ancora il proprietario del locale.
(da agenzie)
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Maggio 24th, 2024 Riccardo Fucile
CAOS IN AULA: IL GIUDICE RIVELA IL SUO DOMICILIO SEGRETO, INSORGE IL PADRE: L’ENNESIMA VERGOGNA DEL REGIME DI ORBAN
La prima sveglia ai domiciliari ungheresi con una telefonata del padre dopo 15 mesi poi la corsa in tribunale. Ilaria Salis è arrivata oggi in aula nel processo che la vede imputata per la prima volta senza catene, guinzagli e manette, in taxi con l’infaticabile padre, Roberto Salis.
Alle 8.30 in punto maglietta a righe bianche e rosa, rosa il maglioncino e il legacapelli al polso, jeans grigi strappati sopra il ginocchio, sneakers bianche, braccialetto elettronico fissato alla caviglia, è sfilata davanti ai giornalisti: “Ringrazio tutti per il supporto che mi hanno dato in questi mesi, ma ora non posso fermarmi. Devo andare al processo». Le prime parole non da donna libera ma fuori dal carcere di massima sicurezza.
In aula parla mezzora con il papà, gli avvocati italiani e ungheresi, il traduttore: “Stanotte non ho dormito, la cavigliera mi dà fastidio, vibra, fa cose strane”. Sotto quel braccialetto fissato sopra il piede i lividi. I parenti la rassicurano: «Quando vedi Balint (l’avvocato ungherese, ndr) diglielo».
Sorride, saluta la mamma e nelle ultime file i suoi amici, i compagni arrivati dall’Italia, il fumettista Zerocalcare.
A chi si avvicina, risponde: «Non posso parlare ora, scusatemi». Poi inizia l’udienza, la sua terza qui a Budapest (una preliminare e due dibattimentali): saranno ascoltati una vittima di una delle due aggressioni per cui l’antifascista italiana è imputata e due testimoni dell’accusa. I tre si trovano in una altra aula, video collegati con la sala in cui si trova la detenuta italiana.
Ilaria Salis, con il suo avvocato Gyrogy Magyar, ha chiesto che l’udienza venisse aggiornata a quando gli atti processuali saranno finalmente tradotti in italiano, non prima di novembre. Il giudice però ha rigettato la richiesta.
“Il provvedimento dei domiciliari – spiega il giudice – sarà valido solo per sei mesi”. Poi in aula scoppia il caso. Perché il giudice, nel parlare della misura cautelare, rivela l’indirizzo di attuale domicilio di Salis, un luogo che doveva rimanere segreto per ovvie ragioni di sicurezza. Il padre di Ilaria si alza in piedi, dai banchi si rumoreggia, l’avvocato della difesa chiede per due volte che non sia diffuso né dal verbale processuale, né dalla molta stampa presente, né tantomeno dal giudice.
Poi è la volta della vittima, collegata da una aula al primo piano del tribunale di Budapest: “Zoltan Toth riconosce il volto Ilaria Salis?”. “No, non la riconosco. So chi è perché il suo nome è legato a questo caso ma non riconosco il suo viso. Chi mi ha aggredito aveva il volto coperto da maschere e cappelli. Mi hanno picchiato con bastoni telescopici, mi hanno colpito alla testa, mi hanno spruzzato spray al peperoncino in faccia, non ho capito nulla, ho riportato 7 ferite, tre costole rotte”
(da agenzie)
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Maggio 24th, 2024 Riccardo Fucile
IN TOTALE SONO 380 LE PERSONE ASSUNTE, CHE NON SONO BASTATE A SISTEMARE I GUAI DELL’ENTE (119MILIONI DI PERDITE E UN’INCHIESTA SU PRESUNTE MAZZETTE IN CORSO) – IL MEGA APPALTO DA 176 MILIONI A DELOITTE E I LAVORI CHE ARRANCANO
Lo schema è rodato. Si prende qualche centinaio di milioni di fondi
pubblici, li si travasa in una fondazione di diritto privato e privatamente li si amministra. Come? Con assunzioni di giovani di ottima e influente famiglia, quelli che negli anni del boom si chiamavano raccomandati, con affidamenti senza gara e con zero problemi sull’equilibrio fra entrate e uscite.
Capita così che la Fondazione Milano Cortina, ente strategico di un’Olimpiade invernale in arrivo fra una ventina di mesi, metta insieme 119 milioni di perdite aggregate fra 2022 e 2023 e, en passant, un’inchiesta della magistratura milanese centrata sull’ex ad Vincenzo Novari, peraltro uscito nell’agosto 2022, dunque non del tutto responsabile del rosso di bilancio.
In realtà, le inchieste sarebbero due ma il fulcro dell’azione ruota intorno a Novari, il supermanager piazzato durante il governo gialloverde che doveva raccogliere 500 milioni di euro di sponsorizzazioni private per giustificare un assetto finanziario coerente con le dichiarazioni di partenza: i Giochi di Milano Cortina 2026 non costeranno un euro al contribuente.
Era il 24 giugno di cinque anni fa e la storia ha fatto il suo corso. I lavori davvero privati, come quelli del villaggio olimpico nell’ex scalo ferroviario di Porta Romana, procedono alla velocità del discesista Dominik Paris sulla Streif di Kitzbühl. Il resto delle opere batte la fiacca e slalomeggia fra rinvii ben oltre il 2026, extracosti e vicende che avrebbero acceso la fantasia surreale di Dino Buzzati, habitué cortinese. È il caso della pista di bob intitolata a Eugenio Monti e giacente in stato di abbandono prima che il governo decidesse di rifarla da capo di fronte alla prospettiva di emigrare in Svizzera o in Austria o addirittura negli Usa, per la prima Olimpiade intercontinentale della storia.
In linguaggio millennial, il nuovo sliding centre in costruzione sul cadavere della Monti costa oltre 80 milioni per una platea di una cinquantina di professionisti fra bob, slittino e skeleton: oltre 1,5 milione di euro per atleta. Non solo è destinata a un secondo abbandono dopo la kermesse a cinque cerchi ma non è affatto certo che il Comitato olimpico internazionale (Cio) conceda l’omologazione per il febbraio 2026. Anzi, è molto probabile il contrario.
Magari servivano a risolvere questo e molti altri problemi i 380 assunti della Fondazione fra i quali spiccano i nomi di Cochis La Russa, figlio di Ignazio, Silvia Draghi, nipote di Mario, Ursula Bassi, fedelissima di Matteo Renzi, Antonio Marano, ex direttore del Tg2.
E di sicuro deve avere risolto moltissimi problemi il gruppo Deloitte con un appalto da 176 milioni di dollari compensato in misura minima da una sponsorizzazione che vale 7 milioni. Al momento, la filiale italiana di una delle Big four della consulenza avrebbe detto ai finanzieri che serve il permesso della casa madre Usa per fornire le carte del contratto alla polizia giudiziaria. Visto che il Cio ha sede a Losanna e che il bob lo faranno quasi sicuramente a Saint-Moritz, potevano appellarsi alla convenzione di Ginevra.
(da L’espresso)
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Maggio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
“NON SI CALCOLA COSÌ LA SPESA SANITARIA. SE A UN BAMBINO DI 10 ANNI DAI UNA SCARPA MISURA 22 E POI, QUANDO COMPIE 30 ANNI, GLIENE DAI UNA 24 DICENDOGLI CHE GLI HAI DATO DUE NUMERI IN PIU’”
Scontro vivace a Dimartedì (La7) tra Pier Luigi Bersani e Italo
Bocchino sull’operato del governo Meloni. Il primo motivo di discussione riguarda la figura della presidente del Consiglio, sulla quale il direttore editoriale del Secolo d’Italia sentenzia: “Giorgia Meloni ha un’idea di potere perfettamente aderente all’art.1 della nostra Costituzione: la sovranità appartiene al popolo. Giorgia Meloni ha un’idea di potere che non è il potere dei partiti, ma quella del popolo che si sceglie un leader per farsi governare”.
Poi naturalmente magnifica l’esecutivo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia: “Da quando la Meloni è al governo, il Pil è aumentato e l’occupazione è al massimo storico“.
L’ex segretario del Pd replica: “Bocchino, intanto l’art.1 dice una cosa. Io spero che lei l’abbia letto tutto”. “Lo so a memoria”, ribatte l’ex parlamentare del Pdl. “Ah, benissimo – continua Bersani – L’art.1 dice che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“. “Le elezioni”, ripete più volte Bocchino. “No, no, la presente Costituzione – sottolinea Bersani – dice per esempio all’art.3 che c’è uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge“. “Ci mancherebbe”, commenta l’ex finiano. “Ah, sì? – replica Bersani – Cominciamo dal fisco. C’è anche l’art.32 della Costituzione che sancisce il diritto alla salute. Sta venendo giù“.
L’ex ministro menziona poi l’art. 36 (“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa“) e ricorda a Bocchino l’ultimo rapporto Istat: “Quando voi andate a raccontare dell’aumento dell’occupazione, aggiungete per favore che questa è trainata da bassi salari, da precarietà, da scarsa produttività, che è una linea da paese in via di sviluppo. A noi i salari calano del 4,5%, mentre negli altri paesi europei sono aumentati dal 3 al 5%”
Bocchino ribatte che sulla sanità nel governo Meloni “i numeri parlano” e aggiunge: “Quando tu eri al governo, in 8 anni avete dato 8 miliardi in più al Fondo Sanitario, la Meloni nel primo triennio ha destinato 9 miliardi in più al Fondo Sanitario, quindi stiamo parlando di più del doppio di quello che avete fatto voi. La verità è che avete lasciato un paese allo sfascio”.
Bersani sorride e, utilizzando una delle sue celebri metafore, spiega a Bocchino come funziona la spesa sanitaria, che va sempre rapportata a quanto cresce il paese: “Guarda che non si calcola così la spesa sanitaria in nessun posto al mondo. Se a un bambino di 10 anni dai una scarpa del 22 e poi quando compie 30 anni gliene dai una del 24 dicendogli che gli hai dato due numeri in più, lui deve tagliarsi un piede“.
E conclude: “La spesa sanitaria si calcola sempre rispetto al Pil. E mai, mai è andata al livello a cui la state portando voi, cioè al 6% del Pil, quattro punti sotto la Germania e la Francia. Ma che cosa mi vieni a raccontare? Bocchino, io lo so che non è facile e possiamo discuterne, ma se partiamo raccontandoci delle balle, non andiamo da nessuna parte”.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
IL SUO PARTITO, AFD, HA INIZIATO A PERDERE CONSENSI QUANDO HA INIZIATO A PARLARE DI “REMIGRAZIONE” DI 2 MILIONI DI PERSONE: NEL GIRO DI UN ANNO È CROLLATO DAL 22% AL 15%
Stavolta le dimissioni di Maximilian Krah non erano premature.
Quando un mese fa il suo assistente all’Europarlamento fu arrestato, accusato di essere una spia cinese in servizio effettivo, il più spaccone e imprevedibile dei politici AfD si presentò davanti ai giornalisti e disse: «Mi dispiace deludervi, ma resto capolista alle Europee». La realtà è che non si poteva fare altrimenti: un capolista si può sostituire solo in caso di morte, e a tutti gli effetti Maximilian Krah non era deceduto.
All’AfD non restava che tenersi l’anatra zoppa. Ma l’ennesimo colpo di testa è stato troppo, e quella frase pronunciata in un’intervista — «non tutte le SS erano dei criminali» — che Marine Le Pen ha preso al balzo per troncare l’alleanza con l’estrema destra tedesca che le andava stretta, è stata alla fine l’occasione per «oscurarlo».
E così Maximilian Krah, per il «bene del partito» ha accettato di dimettersi dal Consiglio federale e di «interrompere la campagna elettorale». Sarà il capolista invisibile. E l’AfD ha trovato il capro espiatorio di una crisi — e di un crollo dei consensi — che i vertici non hanno saputo come frenare.
Krah è il «ragazzo di TikTok» di Alternative für Deutschland, abituato a scivolare di affaire in affaire salvando sempre la pelle. Due settimane fa si è presentato in una Jaguar cabrio in Baviera […] atteggiandosi a Mad Max che schiva tutti i disastri.
Alice Weidel e Tino Chrupalla, i due capi, non hanno apprezzato. Krah è il politico radicale che di «provocazione in provocazione», come direbbe Marine Le Pen, varca le linee rosse relativizzando il nazismo. La faccia allegra degli identitari, che danza sul confine del razzismo e revisionismo, il volto dell’ala radicale di Björn Höcke.
La verità è che dentro l’AfD, nella corsa alle Europee, hanno vinto loro. L’estate scorsa al congresso nel Magdenburgo a sorpresa i «pragmatici» sono stati scalzati dai radicali Maximilian Krah e Petr Bystron, eletti capilista.
Sono bastati sei mesi, perché si scoprisse che Bystron riceveva soldi dai russi attraverso il portale Voice of Europe . A casa sua la polizia ha sequestrato una decina di lingotti d’oro. Mentre Krah, da sempre filo Mosca, è impelagato fino al collo anche sul versante cinese: l’assistente-spia Jian Guo gli avrebbe versato regolari «contributi» da Pechino.
Durante un viaggio in America, Krah è stato interrogato dall’Fbi. I giornali aggiungono nuovi dettagli ogni settimana. In breve, i «patrioti» si sono rivelati patrioti degli altri, o meglio al soldo dei despoti. E questa ultima definizione si è attaccata all’AfD come un tatuaggio.
C’è un momento in cui la traiettoria dell’AfD — che ha fatto irruzione nella politica tedesca 10 anni fa con i «professori anti-euro» e che con la crisi ucraina ha toccato il 22% dei consensi fino a diventare il secondo partito tedesco — ha iniziato la discesa. È successo quando si è scoperto che alti dirigenti AfD hanno partecipato al convegno di Potsdam che predicava la «remigrazione» di 2 milioni di persone, anche con passaporto tedesco.
Per la Germania è stata come una sveglia: se un partito anti-sistema, populista poteva essere tollerato, per un’ampia parte del Paese invece quella era la prova dell’ideologia razzista, di condiscendenza per il passato nazista verso il quale c’è un completo ripudio.
Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per la democrazia: in poche settimane, questa «ribellione pacifica» ha ricacciato i consensi dell’AfD al 18%. Poi sono arrivati gli scandali dei patrioti di Putin. Un mese fa perfino la Spd di Scholz e i Verdi hanno superato l’AfD, crollata al 15%. E alla fine, anche la francese Marine Le Pen ha pensato che questi alleati non le erano di nessuna utilità.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
AL SETACCIO I TRE TELEFONI DELLA SEGRETARIA DEL PRESIDENTE
Così fan tutti, nel cerchio magico di Toti che oggi racconterà la sua verità alla procura. Se nelle carte della Tangentopoli ligure sono emersi 55 mila euro spostati dal conto corrente di “Giovanni Toti Presidente” a un suo iban privato, secondo la Finanza uguale giochino per oltre 27 mila euro ha compiuto Matteo Cozzani, il braccio destro del governatore pure lui agli arresti domiciliari.
Il rampante ex sindaco di Portovenere, folgorato sulla via del totismo fino a diventare coordinatore della sua campagna elettorale e capo di gabinetto in Regione, è al centro di una annotazione del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria. Un documento che pare l’esatta fotocopia del “travaso”, quantomeno opaco, fra depositi bancari del presidente.
Scrivono i finanzieri come sia emerso che Cozzani «nel corso delle elezioni regionali liguri svoltesi nel settembre dell’anno 2020, è risultato essere beneficiario, su un proprio conto corrente Passadore, di un bonifico di euro 27 mila e 200 euro, disposto in data 07/08/2020 dal conto corrente Intesa Sanpaolo intestato al Comitato Giovanni Toti».
Proprio per questo, la Gdf ha interrogato l’Archivio dei Rapporti Finanziari «al fine di tracciare il flusso di denaro derivante da presunte condotte e/o scambi di natura corruttiva».
Gli inquirenti potrebbero trovare risposte concrete ai giroconti sospetti di Toti nei tre telefonini sequestrati a Marcella Mirafiori, a capo della segreteria del governatore, nonché tesoriera proprio del Comitato Toti Presidente.
Gli investigatori hanno messo nero su bianco che gli accertamenti bancari sul conto personale di Toti «consentivano di verificare che tale conto veniva solitamente utilizzato per sostenere spese correlate all’attività politica posta in essere da lui e dal proprio entourage . Delegata a operare sul citato conto era Marcella Mirafiori».
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
“SE HAI UN SALARIO DA FAME, SE NON RIESCI A PAGARE L’AFFITTO E A CURARTI NON SEI UN INDIVIDUO LIBERO, MELONI HA CANCELLATO IL FONDO AFFITTI E BLOCCATO IL SALARIO MINIMO”… “DIRE MENO EUROPA VUOL DIRE TAGLIARE LE GAMBE ALLO SVILUPPO DEL NOSTRO PAESE”
“Non vedo la differenza tra l’Afd e il razzista, misogino, fan di Putin
e omofobo Eric Zemmour. Quindi vorrei fare una domanda a Meloni: dopo di lui è pronta ad accogliere Orban e Le Pen?“. Lo dice la segretaria del Pd Elly Schlein, in un’intervista alla Stampa, spiegando: “Vedo i segnali e dico che i cittadini hanno il diritto di saperlo prima del voto”.
“Meloni a Madrid, dov’era anche Le Pen, in mezzo a nazionalisti, nostalgici della dittatura franchista, amici di Trump, ha pensato bene di attaccare la sinistra dicendo che cancella l’identità. Un giorno ci spiegherà cosa vuol dire. Intanto ricordo che in questo anno e mezzo di governo lei sta cancellando la libertà delle persone“, sottolinea la leader Dem.
“Se hai un salario da fame – ha incalzato la segretaria Pd – e non riesci a pagare l’affitto non sei pienamente libero, e questo governo ha bloccato il salario minimo e cancellato il fondo affitto. Non lo sei se ti ammali e la prima visita te la danno tra un anno e mezzo”.
“I popolari stanno rincorrendo l’estrema destra nazionalista tradendo la loro cultura politica che fino a qui era comunque stata europeista”, dice Schlein.
Una rincorsa, quella del Ppe verso l’estrema destra nazionalista, che si mostra evidente “nelle gravissime e ambigue dichiarazioni con cui Ursula von Der Leyen non ha smentito un’ipotesi di coalizione con i nazionalisti dell’Ecr e di Identità e democrazia, i gruppi di Salvini e Meloni in Europa”.
In Olanda Wilders sta per andare al governo con popolari e liberali: “Stanno prendendo una china pericolosa. Wilders, l’amico di Salvini, è quello che girava con il cartello: ‘Non un centesimo all’Italia‘. Queste destre sono nemiche del nostro Paese. Non hanno mai creduto nella strada della solidarietà europea e degli investimenti comuni. Dire meno Europa vuol dire tagliare le gambe allo sviluppo dell’Italia”. Come socialisti, spiega la segretaria dem, “siamo stati a Berlino insieme a Scholz e a tutte le altre forze del Pse per dire che mai saremo in coalizione con le forze nazionaliste”.
Oggi sarebbe stato il giorno del confronto tv con la premier Meloni, saltato per volontà dell’Agcom dopo un esposto dei 5 stelle: “Ho preso atto che c’è chi ha preferito rinunciare a un ampio spazio di confronto in prima serata pur di impedirlo alle due donne che guidano i primi due partiti del Paese”, afferma Schlein, ricordando che il confronto “avevo accettato di farlo su Telemeloni”.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
“PIU’ FUNZIONA L’INTEGRAZIONE E MENO PROBLEMI DI SICUREZZA AVREMO: PER QUESTO BISOGNA APRIRE CANALI DI ACCESSO ALL’ITALIA SICURI E LEGALI”
Cecilia Strada, dopo una vita trascorsa a occuparsi dei più deboli, ha deciso di candidarsi per le elezioni europee con il Partito democratico.
Il tema della migrazione è, ovviamente, al centro della sua campagna elettorale: “Aprire canali di accesso sicuri e legali è l’unico modo per togliere le persone dalle mani dei trafficanti”, spiega in un’intervista a Fanpage.it. E aggiunge: “Dobbiamo metterci in testa che non si può fermare il flusso delle persone che si muovono in giro per il mondo, né chi cerca una vita migliore, né chi scappa da tante cose, una per tutte il disastro climatico, ma si può governarlo, si deve governare questo flusso e farlo si chiama politica”.
Cecilia Strada, partiamo da cosa nasce la scelta di candidarsi alle elezioni europee?
Nasce dalla voglia di fare la mia parte in un modo nuovo. Di fare le cose di sempre, cioè impegnarmi per i diritti umani, praticare diritti umani, chiedere diritti umani, ma farlo in un modo nuovo. Nella mia vita l’ho fatto da volontaria prima e da lavoratrice poi e inevitabilmente ogni mio racconto di quello che facevamo sul campo si chiudeva con una richiesta alla politica: “Fate la vostra parte, perché le persone non arrivino a noi”. Perché quando arrivano agli operatori umanitari sono già in emergenza, hanno perso la dignità e il compito della politica è risolvere i problemi delle persone prima. Quindi, quando Elly Schlein mi ha chiesto “ma vorresti fare la tua parte in un modo nuovo, con questa rotta qua, che è la rotta della giustizia sociale per l’Europa”, ci ho pensate e ho detto sì.
Quando parla di fare la sua parte, immagino si riferisca soprattutto al tema dell’accoglienza. Quali sono le istanze che porta in sede europea?
Il tema dell’accoglienza e in generale della gestione dei flussi migratori è sicuramente un tema che mi è molto caro, visto che ho passato gli ultimi anni a occuparmi di Mediterraneo centrale, di soccorso in mare e a terra, anche con missioni di soccorso. Io penso che qui il punto sia rivedere il Patto Ue migrazione asilo che è appena stato approvato. Il Partito democratico non l’ha votato, perché è un patto che va proprio nella direzione sbagliata, in una direzione di riduzione dei diritti umani delle persone migranti richiedenti asilo.
In compenso non è neanche tutelante per i Paesi di primo approdo, come l’Italia. Penso che questo patto sia qualcosa che non solo non piace ed è gravissimo per i difensori dei diritti umani, ma non dovrebbe piacere neanche agli elettori di destra, perché non tutela di fatto l’Italia. Come si fa a combattere il traffico di esseri umani? Come si fa a evitare non solo che le persone muoiano, ma che le persone possano arrivare in modo controllato? È semplice: bisogna aprire canali di accesso sicuri e legali. Questo è l’unico modo per togliere le persone dalle mani dei trafficanti, per togliere il potere ai trafficanti lungo tutto il globo terracqueo. E bisogna necessariamente superare il regolamento di Dublino: penalizza tantissimo Stati come l’Italia, perché le persone che arrivano in Italia in realtà arrivano in Europa. E quindi bisogna che l’Europa faccia la sua parte. Dobbiamo metterci in testa che non si può fermare il flusso delle persone che si muovono in giro per il mondo, né chi cerca una vita migliore, né chi scappa da tante cose, una per tutte il disastro climatico, ma si può governarlo, si deve governare questo flusso e farlo si chiama politica.
Come giudica invece l’accordo tra il governo italiano e quello albanese?
Per me è una follia, che costerà l’ira di Dio di soldi per nulla. Non potremo controllare le condizioni delle persone. Ma in generale è sbagliato l’approccio, che è quello degli ultimi anni, di spingere le nostre frontiere più in là: di pagare la Libia perché intercetti le persone in mare e le riporti indietro, pagare la Turchia. Di fatto negli ultimi anni, a livello europeo, si è chiesto a Stati che non rispettano i diritti umani di tenere le persone lì. Ma spostare le frontiere più in là è evidentemente qualcosa che mette in pericolo i diritti umani, che mette la vita delle persone in pericolo e che dubito sia costituzionale
L’unico modo per risolvere seriamente il problema è aprire canali di accesso sicuri e legali, che tra l’altro consentirebbero di far arrivare persone anche con livelli di istruzione più alta. Questo comporterebbe più facilità di integrazione nel nostro sistema sociale: noi abbiamo bisogno di lavoratrici e lavoratori di origine straniera, perché siamo nel pieno inverno demografico e nel 2045 avremo un rapporto di occupati e non occupati di 1 a 1. Che ci piaccia o no, che lo capiamo no, abbiamo bisogno di trovare altri compagni e compagne di viaggio per far crescere questo Paese. È oggetto della politica capire come governare questo flusso.
Penso che ormai tutti gli italiani abbiano capito che il blocco navale era soltanto uno slogan, che non è fattibile e che l’unico modo per avere veramente più sicurezza è avere canali d’accesso sicuri e legali. È quello che dovrebbero volere tutti, a partire dagli elettori di Giorgia Meloni.
Ha accennato al tema della sicurezza in relazione al tema immigrazione. Quanto l’accoglienza dei migranti influisce sulla sicurezza di un Paese e perché?
Io penso che l’accoglienza influisca molto su quello che è il risultato in termini di sicurezza. Sicuramente un’accoglienza non adeguata o addirittura sistemi legali come la legge Bossi-Fini fanno sì che le persone che sono qui regolarmente, con un permesso di soggiorno, possano perdere i requisiti per stare sul territorio perché hanno perso il lavoro. Evidentemente queste cose sono fabbriche dell’insicurezza. Più il fenomeno migratorio è gestito e controllato e più l’integrazione è reale e funziona, più teniamo tutti nella luce del diritto, nella bellissima e scintillante luce della legalità e avremo meno problemi di sicurezza. Più abbiamo persone che sono lasciate ai margini, più avremo problemi di sicurezza, avremo percezione di insicurezza, a volte anche dove non c’è di fatto una reale emergenza sicurezza.
Io vivo a Milano, che la destra sta cercando di rappresentarla come il Far West. In realtà sono 15 anni che gli omicidi sono continuamente in calo. Abbiamo un problema di crimini contro il patrimonio, ma è una delle più grandi città d’Europa, una città ricca ed è naturale che ci siano molti più reati contro il patrimonio che in realtà molto più piccole. Io non la chiamo microcriminalità, perché è sempre una cosa gravissima e drammatica. Sicuramente si può fare di più e si può fare meglio. La destra, però, parla di ordine pubblico in un solo modo: crimine degli stranieri, crimini degli stranieri, crimini degli stranieri. In realtà quando vai a guardare la percentuale degli stranieri sul totale di denunciati sono anni che non cambia.
A proposito di ordine pubblico, un’ondata di proteste da parte in particolare degli studenti ha creato diversi problemi di ordine pubblico e molte polemiche. Pensa che ci sia stata una reazione sbagliata da parte dello Stato?
Mi ha molto colpito l’utilizzo della parola censura che le istituzioni hanno fatto, parlando di studenti che contestano una ministra e le contestazioni portano poi alla sospensione dell’incontro. È stata utilizzata la parola censura, che però è proprio un’altra cosa. La censura è quando qualcuno che ha un potere lo utilizza per togliere la parola a qualcun atro che il potere non ce l’ha. Quella che invece viene dal basso verso l’alto è una contestazione. È chiaro che ci sono sproporzioni di potere infinite tra il collettivo degli studenti e una ministra della Repubblica italiana o una qualunque carica istituzionale che può dire la sua in ogni sede, in ogni modo, ogni volta che vuole.
Penso, ad esempio, che la libertà di espressione della ministra Roccella vada tutelata e allo stesso modo della libertà di espressione degli studenti che protestano e che non hanno le stesse possibilità di esprimersi. Ma dovremmo anche parlare dei temi che contestavano: si è parlato di censura e di quello che chiedevano in quell’occasione i contestatori. Chiedevano cose sacrosante per gli studenti.
Invece teme che nell’attuale Rai ci sia un rischio censura?
Sì, mi sembra anche che ci siano persone che vogliono essere più realiste del re e quindi che si applichi anche una censura preventiva. E non va assolutamente bene, perché la nostra partecipazione democratica si fonda sulla possibilità di essere informati. Se non c’è informazione semplicemente non c’è più democrazia: l’esercizio dei diritto di voto, per esempio, diventa una cosa evidentemente vuota se si va a votare senza avere le informazioni corrette, gli strumenti per poter capire chi si sta votando e per quale motivo. L’esercizio del voto non è più un esercizio democratico, è solo mettere una croce su un foglio.
Torniamo ai temi più prettamente europei. Prima parlava di cambiamenti climatici. Come giudica le politiche finora intraprese dall’Unione nel contrasto ai cambiamenti climatici? E secondo lei cosa bisognerebbe fare?
Bisogna fare di più. C’è chi dice che dobbiamo fare ogni sforzo possibile per salvare il pianeta, se siamo ancora in tempo e confidiamo di esserlo. Dall’altro ci sono quelli che dicono che il cambiamento climatico non esiste, anzi “senti che freschino, ha grandinato ad aprile”. Ecco è esattamente quello di cui stiamo parlando. Quindi, che ci piaccia o no, che lo capiamo o no, bisogna fare di più e bisogna andare avanti non solo sul tema delle case green e della riduzione delle emissioni. Dovremo evidentemente mettere mano al tema degli allevamenti intensivi, da cui deriva la grossa parte delle emissioni di Co2. Per cui ci sono davvero delle rivoluzioni da fare nel modo in cui produciamo, in cui consumiamo e in cui viviamo.
Il problema è che l’Italia non ce la può fare da sola e quindi è esattamente l’Europa la casa in cui troveremo gli strumenti e le risorse economiche per poter accompagnare le famiglie italiane in questa necessaria transizione ecologica. Il problema è anche che l’impatto del disastro climatico non è uguale sui poveri e sui ricchi, perché è molto più forte su chi ha meno. Per questo il costo della transizione ecologica non può essere scaricato su chi ha meno, perché aumenterebbe le disuguaglianze che già esistono. È essenziale che l’Europa ci sia per darci strumenti e risorse per affrontare questo passaggio. Ma è essenziale che gli strumenti, le risorse, vadano alle persone giuste, perché altrimenti si rischia di aumentare le disuguaglianze.
(da Fanpage)
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Maggio 23rd, 2024 Riccardo Fucile
“MI HANNO SPUTATO IN FACCIA. DOPO IL TAGLIO DELLE GOMME LA POLIZIA MI HA AVVERTITO: LA PROSSIMA VOLTA SARANNO BOTTE” … “SONO DISTANTE DALLE POLITICHE DI DIFESA DELLA CATEGORIA ANCORATE AL SECOLO SCORSO. I SINDACATI DEI TASSISTI NON VOGLIONO TRATTARE SU NULLA”
Incappare in un tassista di notte con la tendenza ad andare
contromano può essere rischioso. Di certo lo è per lui. Roberto Mantovani è ormai noto non solo a Bologna, dove lavora, ma in tutta Italia. Più come Red Sox, soprannome derivante dalla squadra di baseball per cui tifa.
Ha cominciato denunciando su Twitter le malefatte dei colleghi “no pos”, che pretendono il contante per evadere il fisco, poi pubblicando i propri incassi, svelando segreti di categoria e ricevendo per questo minacce, sputi, tagli alle gomme e l’isolamento, fino all’esclusione dalla cooperativa. Per risposta, ora pubblica Tassista di notte (Garzanti) il libro che contiene le sue avventure, ma soprattutto le sue accuse.
Prima domanda, retorica: ha aderito allo sciopero nazionale di martedì scorso?
«Certo che no, perché sono distante dalle loro politiche di difesa della categoria ancorate al secolo scorso: un puro sistema di protezione».
Di che cosa?
«Dello status quo».
Quindi è favorevole a concedere nuove licenze?
«Il punto è come farlo senza azzerare il valore delle licenze esistenti, che sono state pagate. Da me, ad esempio: 240mila euro. Occorre stabilire il prezzo a cui restituirle. Bisognerebbe trovare un accordo, ma non lo vogliono».
Chi?
«Le sigle sindacali».
Che sono molte, almeno una dozzina nella manifestazione romana, per quanti tassisti?
«La cifra esatta non si sa: diciamo trentamila».
Non tanti, per l’influenza che esercitano…
«Poi ci sono i familiari, gli amici. E il potere psicologico: siamo sulla strada, a contatto. Diffondiamo opinioni. Se ogni giorno diamo venti passaggi e raccontiamo la stessa storia o la stessa visione delle cose, moltiplicato trentamila è una bella propaganda».
«comunque il tassista ha potere».
Sarà per questo che il ministro Salvini, di solito duro con gli scioperi si è limitato a “sperare” che questo non arrecasse disguidi?
«Ma li ha arrecati, e tanti. Sa quanti turisti hanno perso il treno o l’aereo? Ma il ministro non voleva altre critiche dopo quelle ricevute per aver allargato del dieci per cento le licenze».
Lei fa il tassista da otto anni e ha capito quello che non hanno sistemato in trenta?
«Non è così difficile. Bisognerebbe smetterla di dire no a qualsiasi intervento, ma evitare l’estremismo del “liberi tutti”. Trattare, anche con Uber, alla luce del sole, senza appelli populisti. Se abbiamo causato odio è colpa nostra».
Lo sa di essere diviso, di passare dal “noi tassisti” a “loro”?
«Sì. Amo il lavoro, meno come viene fatto».
Tutte le magagne che denuncia, quando sul taxi saliva da passeggero non le aveva intuite?
«Molte le ho capite dopo, soprattutto questo egoismo da pazzi».
Perché non rivende la licenza e fa altro?
«Me lo dicono in molti. E mi danno un motivo in più per continuare. È un mestiere magnifico. C’è l’emozione del primo cliente, la notte, che è come la prima pagina di un romanzo e determina le successive».
Poi però c’è da stare al posteggio: stessa allegria?
«Mi aspettavo chiacchierate tra colleghi e invece mi tocca stare chiuso in macchina. Nessun rapporto. Adesso però si sono passati parola e almeno mi lasciano stare».
L’uscita del libro non aiuterà…
«A Bologna, peggio di così. Nelle altre città vorrà dire che se prendo il taxi mi camufferò».
Visto che è trasparente sugli incassi, quanto ha ricevuto di anticipo?
«Un euro per copia, presumendone diecimila. Lordi».
Ha anticipato anche la risalita delle ostilità? Fatte le debite proporzioni, ha mai visto Serpico?
«Ho messo tutto in conto. Mi sveglio come voglio essere. Sono un miracolato, sopravvissuto a un cancro. So incassare senza reagire. Mi hanno sputato in faccia, mi sono asciugato. Dopo il taglio delle gomme in questura mi hanno avvertito: la prossima volta saranno botte. Ma se prendo un pugno, ho vinto io».
Quindi, provoca?
«No, dico la verità, non so trattenermi».
La sua campagna contro i No Pos ha avuto effetti?
«A Bologna sì. E mi dicono che in tutta Italia le carte di credito sono più accettate».
Però la sua cooperativa, la Cotabo, l’ha espulsa…
«Me l’aspettavo. Già c’era stata una raccolta di firme contro di me, ma occorreva un provvedimento dall’alto ed è arrivato. Mi hanno accusato di diffamare, non essere consociativo, non remare dalla stessa parte».
Contromano si dichiara anche nel sottotitolo del libro. Quanto le costa fare l’indipendente?
«Più di metà degli incassi. Dopo ogni corsa devo tornare al posteggio e aspettare».
A casa tutti bene? Tutti sereni per questa sua esposizione?
«I miei figli erano preoccupati, trovare escrementi nella cassetta della posta non è piacevole. Ora vivo solo, con due gatte. Essere solo mi rende più libero».
Il cliente ha sempre ragione?
«Non sempre, ma bisogna cercare di evitare le controversie».
Anche quando chiede ricevute in bianco o blocchetti intonsi?
«Io non li dò mai, ma li chiedono: dipendenti in trasferta, politici. Categorie in nota spese, insomma. Pagare in contanti e avere la ricevuta in bianco è un do ut des».
(da La Repubblica)
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