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IL DUTY FREE DI FIUMICINO STRONCA SUL NASCERE LA STRATEGIA DI FASSINO: LA DENUNCIA PER IL FURTO DI UN PROFUMO DA 130 EURO, NON SARÀ RITIRATA

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

DOPO LE VOCI SU POSSIBILI ACCORDI, LA SOCIETÀ “AELIA LAGARDERE” PRECISA: “NON ESISTE ALCUNA TRATTATIVA”

Il Duty Free dell’aeroporto di Fiumicino chiude la porta a Piero Fassino. La società francese Aelia Lagardere, dopo le voci su un possibile accordo con il deputato Pd sotto inchiesta per furto a Civitavecchia per essersi allontanato dallo store con una boccetta di profumo Chanel, assicura che “allo stato non esiste alcuna trattativa” con il parlamentare.
Quindi il silenzio su ogni possibile azione futura su quanto accaduto al negozio nel cuore del Terminal 1 del primo scalo aeroportuale romano. Aelia, infatti, “non intende rilasciare alcuna dichiarazione aggiuntiva in merito alla vicenda”. L’azienda mette così temporaneamente a tacere le voci su possibili accordi e tiene ancora aperto il Fassino-gate partito con l’accusa di furto per il profumo da 130 euro.
Dopo il caso esploso lo scorso aprile, gli agenti della Polaria hanno inviato in procura, a Civitavecchia, un’informativa. Poi anche il video che ritrae il parlamentare del Partito democratico mentre si appropria di una boccetta di Chanel. E infine sei diverse testimonianze
Video e filmati inquadrano Piero Fassino che si ferma qualche minuto al duty free, in attesa di partire per Strasburgo, per poi allontanarsi. Tutto d’un tratto scatta l’allarme antitaccheggio: i dipendenti fermano l’ex ministro, lo accusano di essersi impossessato di un prodotto. Quindi allertano la Polaria.
Fassino, dal canto suo, smentisce le accuse dicendo che si è trattato di un gesto automatico, di una distrazione. Il politico dice di essersi confuso: aveva in una mano il cellulare, nell’altra il trolley.
“Non avendo ancora tre mani, ho semplicemente appoggiato la confezione di profumo nella tasca del giaccone, in attesa di andare alle casse”, è la versione del parlamentare.
Le prove però destano numerosi sospetti a carico del politico. Da qui le voci che si rincorrono da settimane: vedono Fassino e i suoi legali intenti a mediare , magari per trovare un accordo .
Dalla società che gestisce il duty free ribadiscono il “no” a un possibile accordo. E anche chi segue la vicenda dall’altro lato della barricata, quello di Fassino, giura di non essere al corrente di una trattativa. Resta il mistero e una sola verità: esiste un video che chiarisce come sono andate le cose. Quindi in pm di Civitavecchia hanno già le idee molto chiare.
(da agenzie)

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ARRIVA UN ALTRO CEFFONE AL PREMIERATO BY MELONI – STAVOLTA LO MOLLA L’EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE, MARTA CARTABIA: “L’ELEZIONE DIRETTA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO È UNA SCELTA MOLTO DISCUTIBILE PERCHÉ, SE IL PROBLEMA È L’INSTABILITÀ DELLE COALIZIONI, BISOGNA APPRONTARE DISPOSITIVI ISTITUZIONALI CHE SOSTENGANO LA CAPACITÀ DI GOVERNARE ANCHE QUANDO GLI ORIENTAMENTI DIVERGONO”

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

“SI VIENE A SVUOTARE DI FATTO IL RUOLO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, FONDAMENTALE NELLA STORIA RECENTE DEL NOSTRO PAESE”

“Il populismo è una caricatura, una riduzione della democrazia”. Lo afferma Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale e ministro della Giustizia nel governo Draghi, in un’ampia intervista a Civiltà Cattolica, in uscita sabato 1/o giugno nel quaderno n. 4175 e di cui l’ANSA è in grado di dare anticipazione.
“Sono state date tante definizioni del fenomeno, però l’elemento centrale nel populismo – che può essere di destra o di sinistra – è la presenza di un leader o di un partito che si considera interprete unico della volontà del popolo”, sottolinea Cartabia nell’intervista: “A volte questa forza politica esprime una maggioranza, ma in molti casi, anche per via dell’astensionismo, è espressione di una minoranza più forte delle altre”. “Il populismo soffoca la pluralità – prosegue -; e, dopo una vittoria elettorale, ha una tendenza a occupare tutti gli spazi di potere: politico, mediatico, amministrativo, culturale”.
Secondo l’ex presidente della Consulta, prima donna in Italia a ricoprire tale carica, “il populismo è l’antitesi del pluralismo di cui si nutre la democrazia. In un Paese libero, il popolo non parla con un’unica voce, è composto da una molteplicità, e la volontà generale è frutto di un lavoro comune per arrivare ad accordarsi”. Per questo, aggiunge, “il populismo può essere visto come una degenerazione della democrazia: perché perde il senso dell’altro e perché smarrisce il senso del limite del potere”.
Secondo Cartabia, “oggi il populismo non si presenta nelle forme che abbiamo conosciuto in passato con i totalitarismi aggressivi e oppressivi della prima metà del Novecento. È più sottile, ma genera una perdita di spazi di libertà che quasi non si avverte”. Non a caso, conclude, “esso è fortemente insofferente al costituzionalismo e alla giustizia costituzionale, perché le Costituzioni – e le Corti costituzionali che ne sono i custodi – servono proprio a questo: a porre limiti al potere della maggioranza sulla base di valori condivisi”
“Affidare alla capacità del leader la tenuta e la durata nel tempo di un governo è una semplificazione, a mio parere, molto rischiosa”.
Dopo aver definito “condivisibile” l’esigenza “da cui partono alcune proposte di riforma” e “innegabile” la necessità “di affrontare la questione dell’instabilità dei governi, che è un problema vero”, per Cartabia “la domanda vera è se le proposte in campo siano in grado di offrire una soluzione al problema”.
E osserva: “si sta puntando all’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri, con un sistema elettorale ancora da definire, ma che dovrebbe portarsi appresso la maggioranza dei voti dentro le Camere. Cioè, si confida nella forza del leader per dare stabilità”. “Ecco, questa è una scelta ai miei occhi molto discutibile – sottolinea -, perché, se il problema è l’instabilità delle coalizioni, il punto torna a essere quello di approntare dispositivi istituzionali che sostengano la capacità di governare insieme anche quando gli orientamenti divergono”.
Secondo l’ex presidente della Consulta, “tra l’altro, così facendo si viene a svuotare di fatto il ruolo del presidente della Repubblica, che è stato fondamentale nella storia recente del nostro Paese”. “È vero che la riforma non incide formalmente sui poteri del capo dello Stato – aggiunge -, ma con la centralità data alla figura del premier si svuotano di fatto i due poteri più importanti del Presidente: quello di nomina di un nuovo presidente del Consiglio, perché si formi un nuovo Governo in caso di crisi, e quello dello scioglimento delle Camere”.
Cartabia precisa inoltre che “i nostri governi sono instabili, cioè durano poco, ma non sono affatto deboli. Essi hanno da tempo trovato il modo per decidere anche con tempestività, soprattutto attraverso un uso molto frequente dei decreti legge. Non c’è un ostacolo alla decisione. E non da ora”. “Lo strumento per dare forza al governo, che era pensato per situazioni eccezionali, e di cui molti Governi hanno anche spesso abusato, c’è, eccome”, conclude
(da agenzie)

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PREMIERATO, LA RIFORMA CHE CONTRADDICE SE STESSA

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

IL COSTITUZIONALISTA AINIS: “FORGIA DUE COSTITUZIONI, NEMICHE UNA DELL’ALTRA E OBBLIGATE A CONVIVERE”

«Preferirei che la maggior parte delle persone mi contraddicesse» diceva Socrate «piuttosto che sia io ad essere in disaccordo con me stesso». Ma a quanto pare la coerenza è una virtù negletta, dimenticata. Ne è prova l’impresa che ne esigerebbe viceversa la massima applicazione: il premierato, la super-riforma costituzionale al vaglio del Senato.
Che non contraddice solamente i principi del costituzionalismo democratico (separazione dei poteri, check and balance, sovranità del Parlamento). No, s’oppone anche a se stessa. Giacché i nuovi istituti lasciano in vigore i vecchi, senza abrogarli né correggerli, pur essendo reciprocamente incompatibili.
Di conseguenza il premierato forgia due Costituzioni, nemiche una dell’altra. E obbligate tuttavia a convivere sotto lo stesso tetto, come due coniugi separati in casa. Insomma, è una riforma che dà i numeri. Eccoli.
Anzitutto un terno: 56, 57, 92. I primi due articoli — che restano invariati — assegnano dodici parlamentari su seicento al voto degli italiani residenti all’estero; l’ultimo — nuovo di zecca — stabilisce che il presidente del Consiglio venga eletto “a suffragio universale e diretto”.
E allora facciamo qualche calcolo. Gli elettori sono, più o meno, cinquanta milioni; fra questi, cinque milioni vivono fuori dai sacri confini. Quindi un decimo del corpo elettorale, che però non elegge un decimo del Parlamento, bensì un cinquantesimo.
Viceversa nell’elezione più determinante — quella del nuovo capo della democrazia italiana — uno vale uno, anche se hai casa in Ecuador, e qui non ci paghi le tasse. Anche se voti per corrispondenza, dove i brogli sono all’ordine del giorno. Anche se il tuo voto, quando la vittoria corre sul filo del rasoio, può decidere il sovrano che noi indigeni ci terremo sul groppone.
E anche se ne deriva in ultimo una sproporzione — di più: una contraddizione — fra seggi e voti, fra il peso di ciascun emigrato rispetto al Parlamento e rispetto al presidente del Consiglio. Pazienza, ci procureremo due bilance.
Secondo: la fiducia. Dice l’articolo 94, in un comma che non viene scalfito dallo scalpello dei riformatori: “Il governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Significa che senza il loro appoggio non può governare. Ridice l’articolo 94, in un comma aggiunto adesso: “In caso di revoca della fiducia al presidente del Consiglio eletto, mediante mozione motivata, il presidente della Repubblica scioglie le Camere”. Dunque per licenziare il governo serve una “mozione di sfiducia”.
Ma nella storia della Repubblica non è mai accaduto. È accaduto viceversa (a Prodi, per due volte) che l’esecutivo sia caduto su una “questione di fiducia”. Che a sua volta si traduce in un ricatto verso i parlamentari della maggioranza: o votate quel tal provvedimento oppure mi dimetto, e andiamo tutti a casa. Ricatto, peraltro, largamente praticato dal governo Meloni: 47 questioni di fiducia nei primi 18 mesi, un record.
E che succederà in futuro? Se applichiamo il primo comma, in caso di voto contrario scattano le dimissioni obbligatorie. Se applichiamo il quarto comma no, giacché l’esecutivo verrebbe battuto su una “questione” di fiducia, non su una “mozione”. Vorrà dire che tireremo i dadi.
Terzo: le elezioni anticipate. Anche qui due commi in lite come due comari. Dice l’articolo 88, nel suo primo comma: “Il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere”. Se “può” farlo, vuol dire che può anche non farlo. Decide lui, insomma, valutando le condizioni politiche.
E continuerà a decidere, dato che quel comma sopravvive alla riforma. Che però gli affianca un secondo comma, dove lo scioglimento diventa “atto dovuto”. Da qui un rovello, un dubbio esistenziale: il capo dello Stato “può” o “deve” sciogliere il Parlamento? Delibera in autonomia oppure agisce sotto dettatura?
Mentre ci angoscia l’incertezza, dovremmo forse aggiungere un terzo comma a questa amletica disposizione. Chiamando in soccorso, nella nuova Costituzione, gli psichiatri.
Michele Ainis
(da repubblica.it)

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GIORGIA MELONI SI CONFERMA SEMPRE PIÙ “REGINA DI COATTONIA”: A CAIVANO LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SALUTA IL GOVERNATORE VINCENZO DE LUCA DICENDO, CON FARE DI SFIDA: “PIACERE. SONO QUELLA STRONZA DELLA MELONI. COME STA?”

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

DAVANTI ALLA COATTATA DELLA MELONI, DE LUCA MANTIENE IL RUOLO ISTITUZIONALE E RISPONDE “BENVENUTA”… POI AGGIUNGE “NOI SIAMO PERSONE EDUCATE, OSPITALI E ABBIAMO IL SENSO DELL’OPPORTUNITA’ IN GIORNATE DI VALORE COMUNITARIO”

«Presidente De Luca, sono quella stronza di Meloni. Come sta?». Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata al governatore della Campania Vincenzo De Luca durante i saluti istituzionali a Caivano.
Una replica a quando, tre mesi fa, il presidente campano fu catturato dai microfoni della stampa alla Camera dicendo «Lavora tu, stronza!». Il riferimento era diretto alla premier che dalla Calabria gli aveva detto: «Se si lavorasse invece di fare le manifestazioni si potrebbe ottenere qualche risultato in più».
Il faccia a faccia tra i due politici è, infatti, avvenuto all’inaugurazione del nuovo centro sportivo a Caivano (Napoli) dove la presidente del Consiglio ha fatto visita assieme al sottosegretario Alfredo Mantovano.
Dopo il gelo calato durante i primi saluti, De Luca ha cercato di mantenere la calma replicando con un innocuo «Benvenuta»
“Certo che ci siamo salutati”. Così il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, intervistato al termine dell’inaugurazione del centro sportivo ‘Pino Daniele’ a Caivano, rispondendo alle domande dei giornalisti dopo il “saluto” polemico della premier. “Noi siamo persone educate, garbate, ospitali e abbiamo il senso dell’opportunità quando vi sono giornate come questa di valore comunitario”, ha aggiunto De Luca.

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SCHLEIN A REGGIO CALABRIA: “LO STATO DEVE ARRIVARE PRIMA DELLE MAFIE, IL GOVERNO HA FATTO L’OPPOSTO CANCELLANDO IL REDDITO. UN ITALIANO SU DIECI E’ IN POVERTA’, NON PUO’ PAGARSI VISITE PRIVATE E MELONI L’UNICA COSA A CUI PENSA E’ FAR ENTRARE GLI ANTIABORTISTI NEI CONSULTORI”

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

“PER LA MELONI LA POVERTA’ E’ UNA COLPA INDIVIDUALE, INCONTRO PERSONE A CUI HANNO TOLTO IL REDDITO DI CITTADINANZA CHE MI DICONO “CHIEDI ALLA MELONI DOV’E’ IL LAVORO CHE TANTO SBANDIERA? DOV’E’?”

“Non si è mai vista una sedicente patriota spaccare in due il Paese con una riforma sbagliata come l’autonomia differenziata. Non hanno neanche provato a celare il loro intento. È ancora l’intento secessionista della Lega, a cui Giorgia Meloni si è piegata per ottenere il premierato. È un cinico baratto sulla pelle del Sud, quando noi sappiamo che non c’è riscatto per l’Italia senza il riscatto per il Sud”.
È una Elly Schlein tutta contro Giorgia Meloni sul palco a Reggio Calabria per il comizio elettorale in sostegno dei candidati del Partito democratico.
Dalla sanità al lavoro passando per i trasporti, il reddito di cittadinanza e l’immigrazione: l’intervento della segretaria del Pd è stato incentrato sulla presidente del consiglio: “C’è una bella differenza – dice Schlein – tra una leadership femminile e una leadership femminista perché non ce ne facciamo niente di una premier donna che non si batta per migliorare la vita di tutte le altre donne di questo Paese”.
Sul lavoro? “Lo Stato deve arrivare prima della criminalità e deve arrivare prima anche delle mafie, che è il contrario di quello che sta facendo questo governo, che ha avuto la bella idea, in un Paese che oggi ha un italiano su 10 in povertà assoluta, di cancellare l’unico strumento di contrasto alla povertà. Potevamo cambiarlo insieme, ma non smantellarlo. Sto incontrando le persone che hanno perso quel sussidio e mi dicono di chiedere a Giorgia Meloni dove è il lavoro di cui parla. Dov’è? Che tu sia povero o non povero, checché ne dica Giorgia Meloni, non dipende da come è composta la tua famiglia o da quanti anni hai: la povertà è una cosa molto più complessa, ma non siamo stupiti di una destra che in fondo pensa che la povertà sia una colpa individuale. Noi abbiamo bisogno di un’Europa più solidale. Diciamoglielo un po’ a quei pazzi che dicono meno Europa e non capiscono che in questo modo riducono le possibilità del Sud e del nostro Paese, che noi vogliamo un’Europa solidale”.
Critiche anche sul tema dell’immigrazione e al cosiddetto decreto Cutro: “Serve più rispetto per i morti di quell’ennesima strage, ma è un decreto che ha solo due obiettivi: smantellare l’accoglienza diffusa che è l’unica buona accoglienza e rendere più difficile salvare le vite in mare. È per questo che il Pd si batte in Europa per una missione europea di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, perché non è un mare solo nostro, è una responsabilità condivisa. Perché dobbiamo fare noi ciò che Giorgia Meloni non ha avuto il coraggio di fare con i suoi alleati nazionalisti come Orban. Siamo noi a dovergli ricordare che i trattati chiedono una condivisione equa delle responsabilità sull’accoglienza. Chi entra in Italia entra in Europa”.
Schlein, infine, bacchetta Meloni anche sul tema famiglia: “Non c’è soltanto una famiglia tradizionale di cui la destra tanto parla ma che poi nessuno di loro ha. Le famiglie sono tante, sono plurali e tutte vanno difese nei loro diritti, soprattutto quelli dei loro figli e delle loro figlie. Non ci facciamo dire dalla destra chi possiamo amare o chi possiamo sposare. I diritti di tutte e tutti sono anche i diritti delle donne, perché noi vogliamo un’Europa femminista e fa male doverlo dire alla prima presidente del consiglio Donna di questo Paese. Ma l’unica cosa concreta che ha fatto sulla sanità Giorgia Meloni è fare entrare gli antiabortisti nei consultori per fare pressioni violente sulle donne e le ragazze che vogliono accedere all’interruzione volontaria di gravidanza. Noi difenderemo invece quel diritto e ricorderemo alla presidente del consiglio che lei guida un governo che ogni giorno sta facendo scelte proprio contro le donne. La Costituzione va attuata fino in fondo prima di modificarla con una pessima riforma del premierato che vuol dire accentrare un potere nelle mani di un capo. L’Italia ha già dato, mi pare, e non è andata bene”.
(da il Fatto Quotidiano)

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EUROPEE, VERIFICHE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA: SETTE I CANDIDATI “IMPRESENTABILI” NELLE LISTE, IN VIOLAZIONE DEL CODICE DI AUTOREGOLAMENTAZIONE

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

3 DI FORZA ITALIA, 2 DI FRATELLI D’ITALIA, 1 DI STATI UNITI D’EUROPA E 1 DEL PD

Sarebbero sette i candidati alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno che sono in una situazione di violazione del codice di autoregolamentazione. Lo ha reso noto la presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo nell’audizione in corso della stessa commissione da lei presieduta, dopo le verifiche fatte. Gli elenchi dei candidati sono stati trasmessi il 7 maggio scorso alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo: la rilevazione ha interessato 817 nominativi.
Dalle verifiche della Commissione, ha detto Colosimo, risultano “in violazione del codice di autoregolamentazione sette candidature”.
I candidati alle europee per i quali la Commissione antimafia ha constatato la violazione del codice di autoregolamentazione, per lo più per via di procedimenti giudiziari in corso, sono – in base a quanto reso noto dalla presidente Colosimo – Angelo Antonio D’Agostino (FI), Marco Falcone (FI), Alberico Gambino (FdI), Filomena Greco (Stati Uniti d’Europa), Luigi Grillo (FI), Antonio Mazzeo (Pd), Giuseppe Milazzo (FdI). In tutto si tratta di venti candidati alle europee di giugno.
Angelo D’Agostino, candidato Fi-Noi moderati-Ppe nella circoscrizione Italia Meridionale, è imputato per corruzione per atto contrari ai doveri d’ufficio. Marco Falcone (FI-Noi Moderati) è imputato per induzione indebita a dare e promettere utilità e tentata concussione. Alberico Gambino, candidato Fdi nella circoscrizione Italia Meridionale, è decaduto come sindaco del comune di Pagani, “essendo divenuta definitiva la sentenza con la quale era stata dichiarata la temporanea incandidabilità di Gambino, quale amministratore che ha dato causa allo scioglimento del consiglio comunale di Pagani, disposto con dpr del 26 luglio 2011, ex articolo 143 comma 1, Tuel”, ha spiegato Colosimo, risultando “in violazione dell’articolo 1, comma 2, lettera c) del codice di autoregolamentazione”.
Filomena Greco candidata per Stati Uniti d’Europa nella circoscrizione Italia meridionale, è imputata per turbata libertà del procedimento di scelta del contraente. Luigi Grillo, candidato per Fi-Noi moderati-Ppe nella circoscrizione Italia Nord occidentale, è condannato a due anni e otto mesi per associazione a delinquere, turbata libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, utilizzazione di segreti d’ufficio. Antonio Mazzeo candidato Pd nella circoscrizione Italia centrale, è imputato per bancarotta fraudolenta, Giuseppe Milazzo, candidato FdI nella circoscrizione Italia insulare, è imputato per tentata concussione.
(da agenzie)

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L’ACCORDO CON L’ALBANIA SUI MIGRANTI È UNA PATACCA PAZZESCA: UNO DEI DUE HOTSPOT SULLE COSTE ALBANESI, CHE DOVEVA ESSERE PRONTO PER IL 20 MAGGIO, È ANCORA UN CANTIERE A CIELO APERTO

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

NEL FRATTEMPO L’ITALIA PAGHERA’ 20 POLIZIOTTI PER VIGILARE SULLA STRUTTURA IN COSTRUZIONE. COSTO? 100 EURO AL GIORNO D’INDENNITÀ PER OGNI AGENTE, PIÙ VITTO E ALLOGGIO IN HOTEL… IN ARRIVO UNA NUOVA INCHIESTA DI “REPORT”: CHI COSTRUISCE L’HOTSPORT E CHI GESTISCE IL CENTRO SONO STATI GIA’ COINVOLTI IN VICENDE GIUDIZIARIE

I responsabili del cantiere del Genio dell’Aeronautica militare provano a sbarrare il passo: «Ci dispiace, senza autorizzazione qui non si può entrare». Alle loro spalle alte palizzate proteggono da occhi indiscreti l’hotspot che diventerà primo approdo dei migranti soccorsi in acque internazionali da navi militari italiane, portati qui per essere sottoposti a procedure accelerate di frontiera e rimpatrio.
Il deputato di Avs Angelo Bonelli insiste: «Sono un parlamentare, intendo esercitare le mie prerogative ispettive in territorio dove c’è giurisdizione italiana». «Ma qui occorre il nullaosta del ministero della difesa albanese, non c’è ancora la giurisdizione italiana», replicano i militari.
Già, è scritto chiaramente nel protocollo Italia-Albania, ratificato con legge pubblicata sulla Gazzetta ufficiale in aprile e dunque in vigore, che nelle due aree “cedute” da Edi Rama a Giorgia Meloni per il suo progetto apripista in Europa di esternalizzazione delle richieste di asilo la giurisdizione è italiana.
Ma visto che il progetto che doveva partire il 20 maggio è ancora all’anno zero, meglio provare a inventarle tutte per tenere lontano parlamentari e giornalisti.
Alla fine, un paio d’ore e due telefonate dopo, toccherà all’ambasciatore italiano a Tirana Fabrizio Bucci arrampicarsi sugli specchi per sostenere che «la giurisdizione italiana comincerà solo a lavori consegnati» per poi accompagnare con estrema disponibilità Angelo Bonelli nella visita dei due centri.
Se al porto di Schëngjin l’hotspot è quasi pronto, trenta chilometri più all’interno, nell’area militare di Gjader, ruspe e camion sono ancora alle prese con complicatissime e impreviste operazioni di sbancamento del terreno che ha presentato grossi problemi di natura geotecnica. «Non siamo in grado di dire quanto tempo ci vorrà», spiegano i tecnici. Novembre, come sembra suggerire la scadenza per la consegna dei lavori? «Dobbiamo fare le cose per bene, la sicurezza innanzitutto, ma spero prima», sottolinea l’ambasciatore Bucci.
Certo è che fino a quando a Gjader non saranno montati i prefabbricati che daranno forma al centro di trattenimento per richiedenti asilo, al Cpr e al piccolo carcere da 24 posti, l’hotspot di Schëngjin rimarrà chiuso. E il progetto dunque di certo non partirà prima di diversi mesi.
E dal 2 giugno verranno mandati 20 agenti di polizia italiani per vigilare sulle strutture vuote: riceveranno un’indennità di 100 euro al giorno più vitto e alloggio in hotel. Telecamere ovunque, chiuso da recinzioni in lamiera alte tre metri, moduli a un piano per ospitare infermeria, ufficio per le identificazioni, stanzetta per l’attesa, l’hotspot di Schëngjin attende solo gli arredi interni.
Niente posti letto, qui i migranti (solo uomini maggiorenni) rimarranno solo poche ore prima di essere trasportati in bus nel centro di reclusione di Gjader: 70.000 metri quadri in area militare, divisi per blocchi nelle strutture prefabbricate che il ministero della Difesa, con un appalto di cui non c’è alcuna evidenza pubblica, ha affidato — per una cifra di poco superiore ai 6 milioni di euro — alla Rigroup, società leccese dell’imprenditore Salvatore Tafuro già finita al centro di un’inchiesta giudiziaria così come la Medihospes, il colosso dell’accoglienza a cui è stata affidata la gestione dei servizi ai migranti.
Come ha scoperto Report, che tornerà sui centri in Albania nella puntata del 2 giugno, la Rigroup è finita a giudizio per turbativa d’asta in un’indagine del 2018 per la realizzazione del Cie di Foggia in cui alti ufficiali dell’aeronautica furono accusati di corruzione.
La vicenda finì con un patteggiamento e Tafuro si liberò dalle accuse grazie all’intervento della prescrizione.
(da La Repubblica)

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SIGNORINI CONFESSA A META’, HA AMMESSO DI AVERE ACCETTATO RICCHI FAVORI E REGALI DA ALDO SPINELLI: 22 FINE SETTIMANE A MONTECARLO, COMPRESE PUNTATE AL CASINÒ, UNA BORSA CHANEL E UN BRACCIALETTO CARTIER

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

“MA È TUTTO FRUTTO DELL’AMICIZIA TRA ME E SPINELLI. HO AVUTO UN COMPORTAMENTO NON APPROPRIATO MA NON SONO UN CORROTTO”…LA VERSIONE BALBETTANTE DI SIGNORINI NON HA CONVINTO PER NIENTE LA PROCURA

Dopo poco più di due ore di interrogatorio, l’avvocato difensore dichiara che Paolo Signorini «ha riconosciuto la sostanziale inappropriatezza di una frequentazione con quello che ha sempre ritenuto un amico. Col senno di poi, ha capito che il suo non era un comportamento adeguato».
Signorini è l’ex presidente dell’Autorità portuale di Genova, il suo «amico» è Aldo Spinelli, il re della logistica locale. Sono loro gli indagati intorno ai quali ruota l’inchiesta per corruzione che il 7 maggio ha stravolto la Liguria con l’arresto del governatore Giovanni Toti.
Il tempo relativamente breve in cui Signorini (l’unico in carcere) ha risposto a una lista di una dozzina di domande dei magistrati, a fronte di accuse molto pesanti e complesse, è indice che l’interrogatorio è rimasto in superficie, con l’indagato a negare di essersi fatto corrompere da Spinelli affermando, come ha detto il suo avvocato Enrico Scopesi, di non averlo mai favorito su pressione del potente governatore. Non ha convinto la Procura.
Due anni fa Signorini aveva avuto chiaro il dubbio che non fosse proprio corretto che un pubblico ufficiale andasse il fine settimana a Montecarlo a spese di un ricco imprenditore ben 22 volte, e 42 notti, nel lussuoso Hotel de Paris, compresi puntate al casinò, una borsa Chanel e un braccialetto Cartier da 7.200 euro alle sue amiche, o che accettasse la promessa di un lavoro da 300 mila euro l’anno una volta uscito dall’Authority.
«Noi c’abbiamo un bellissimo rapporto, sei sicuro che qualcuno non ci tira un attacco ché noi ci vediamo?», chiedeva a Spinelli due anni fa. «Ma Paolo per quale motivo? Tu non fai niente…belin (…) se mi dicono che fai qualcosa per me io il denuncio», rispondeva con sicurezza l’armatore. Signorini: «Ma a Montecarlo se controllano il tuo conto, perché sai…».
Spinelli: «Ma non controllano, a Montecarlo stai tranquillo ché lì non esce niente (…) tu non risulti, hai capito?». Li hanno arrestati entrambi. Dopo aver ottenuto la proroga della concessione del terminal Rinfuse il 2 dicembre 2021, secondo l’accusa grazie alle pressioni esercitate da Toti sul «proprio» uomo Signorini in cambio di finanziamenti (74 mila euro) di Spinelli ai suoi comitati elettorali, l’imprenditore ha costruito un rapporto personale con Signorini per ottenere altre aree del porto per le sue attività.
«L’iter delle pratiche è stato regolare, non ho svenduto la mia funzione, ho operato solo nell’interesse del porto e degli operatori portuali», ha dichiarato ai magistrati rispondendo anche al gip che, facendolo rinchiudere nel carcere di Marassi, ha scritto che «ha una personalità del tutto incurante dell’interesse pubblico» con totale «asservimento» ai privati.
Signorini partecipa all’incontro con Toti e Spinelli nello yacht dell’imprenditore il primo dicembre 2021, vigilia dell’approvazione della proroga per 30 anni della concessione Rinfuse che, diceva Toti, «se vengono festeggiamo le Rinfuse a Montecarlo!». Il giorno dopo Spinelli non è ancora soddisfatto, vuole anche l’area Carbonile ma Signorini, invece di stopparlo, ironizza: «Sei ingordo».
Una delle tangenti che l’ex presidente dell’Autorità avrebbe incassato sono 15 mila euro che Spinelli ha confermato di avergli «prestato» per il matrimonio della figlia. «Non è vero, li ho ricevuti in prestito da un’amica alla quale li ho restituiti dopo una vincita di 40 mila euro al casinò», ha dichiarato Signorini ai pm.
Viaggi, cene, i soggiorni all’Hotel de Paris di Montecarlo, il bracciale d’oro di Cartier e l’Apple Watch per la sua fidanzata. Perfino le fiches al casinò: «Tutto frutto dell’amicizia tra me e Aldo Spinelli», racconta ai magistrati Paolo Emilio Signorini. Nessuna pretesa di ricevere a tutti i costi regali, tantomeno nessuna corruzione.
«Nulla per avere un ritorno, i miei atti non erano volti a favorire Spinelli e Vianello ma orientati all’interesse generale del porto», ripete l’ex presidente dell’Autorità Portuale coinvolto nella Tangentopoli ligure, l’unico finito in carcere. D’altra parte «non era nelle mie possibilità accelerare o ritardare la proroga della concessione del Terminal Rinfuse», la pratica più cara a Spinelli fra quelle finite nel mirino della Guardia di Finanza insieme all’assegnazione delle aree ex Carbonile e al tombamento di Calata Concenter. Insomma, tutte le «pratiche amministrative sono state fatte correttamente e per mantenere un equilibrio tra gli operatori portuali».
Per la Procura quello di ieri è stato un interrogatorio senza grande interesse investigativo, quasi una perdita di tempo. Poco meno di tre ore di domande e risposte, dalle 13.30 alle 16.10, nell’ottica dell’accusa non hanno spostato di una virgola quanto contestato dai pm Luca Monteverde e Federico Manotti. Lo si intuisce anche dalle espressioni del procuratore capo Nicola Piacente e dell’aggiunto Vittorio Ranieri Miniati, presente pure lui all’interrogatorio.
Signorini ha risposto a una decina di domande (pochissime rispetto alle 167 rivolte al presidente della Regione Giovanni Toti), ma il suo avvitamento interpretativo avrebbe spinto i magistrati a smettere di porgli ulteriori quesiti e a lasciargli la possibilità di rilasciare spontanee dichiarazioni.
I pm hanno rinunciato anche a chiedere conto della consulenza da 200mila euro affidata da Signorini all’altro imprenditore del porto coinvolto, Mauro Vianello, non appena l’ex manager è diventato amministratore delegato della multiutility Iren.
(da Corrire della Sera)

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SALVINI E’ UN LEADER COL TAPPO: GLI RESTA SOLO QUALCHE GAFFE

Maggio 28th, 2024 Riccardo Fucile

POLITICAMENTE E’ UN MORTO CHE CAMMINA… RITIENE I SUOI ELETTORI COSI’ COGLIONI DA NON ESSERE CAPACI A GIRARE UN TAPPO VERSO IL BASSO

Matteo Salvini è (politicamente) morto. Gli auguriamo ovviamente ogni fortuna – e ogni gioia privata – per i prossimi cent’anni almeno, ma come “leader politico” è oltremodo defunto.
Postumo in vita, né più né meno, dal Papeete 2019. Se è ancora segretario della Lega, è solo per mancanza di alternative. E se per attutire l’inesorabile crollo alle prossime Europee è stato costretto a candidare Vannacci, vuol dire che è oltre ogni canna del gas.
C’è stato un tempo in cui Salvini era così performante (mediaticamente di sicuro) da trasformare tutte le sue belinate (che ha sempre elargito con generosità bulimica) in oscuro e spietato propellente elettorale. Più sbagliava e più faceva notizia. Più le sparava grosse e più aumentava consensi.
Una bolla tracotante quanto efficace, che ha raggiunto l’apice nella stagione 2018/19, ovvero durante il Conte-1, e che lui stesso ha poi fatto scoppiare (e finire) con il suicidio dell’estate 2019 (e la figuraccia in Parlamento con Conte). Da allora, un disastro dopo l’altro. Persino più del solito, e senza stavolta effetti benefici elettorali (anzi).
Salvini non solo non fa più notizia, ma nessuno se lo fila di pezza. La Lega crolla. Mezzo partito non lo sopporta. La Meloni lo prosciuga. E lui annaspa goffamente nella sua smisurata evanescenza. L’unica cosa che è rimasta, del vecchio Salvini, è l’unica cosa che non doveva rimanere: l’incapacità politica. La propensione alla gaffe. La predisposizione alla figuraccia.
L’ultima sua trovata è la guerra santa ai tappi di plastica delle bottiglie: una vera e propria urgenza nazionale. La sua Lega ha partorito un meme in cui si vede un uomo che fatica a bere da una bottiglia perché il tappo, che resta ancorato al collo (?), gli schiaccia il naso (??). Poi la scritta: “Eco-norme surreali volute da Bruxelles? No, grazie”. Il tutto accompagnato dallo slogan “più Italia e meno Europa”.
Evidentemente, secondo Salvini, i suoi elettori non sono neanche in grado di girare il tappo verso il basso. Praticamente li considera degli emeriti citrulli, e se lo dice lui vien quasi di credergli.
A tale sopraffina trovata elettorale ha risposto con agio Domenico Aiello, avvocato e responsabile tutela giuridica della natura per il Wwf, che ha mostrato al fu Salvini come sia possibile bere dalla bottiglia – senza con ciò decapitarsi – con poche e non proprio impossibili mosse. “La vera ecofollia è continuare a seguire chi semina ignoranza – ha scritto Aiello – La tutela dell’ambiente non è uno scherzo e passa anche dalle piccole cose”. Parole tanto giuste quanto incomprensibili per Salvini, che spesso non ci arriva oppure non vuole arrivarci.
In un altro meme targato Lega, creato con l’intelligenza artificiale, si vede un uomo barbuto “incinto” che viene orrendamente contrapposto alla famiglia tradizionale. La solita menata della sessualità normale e no, propagandata peraltro da un uomo (e da un partito) che tutto hanno fuorché famiglie “tradizionali”. Salvini è un leader disperato che urla e inciampa, ma i sondaggi continuano a languire. Non scandalizza neanche più: non esiste, che è molto peggio.
Ogni suo gesto è un’ostentazione di se stesso, un disperato tentativo di ricordare al mondo di essere ancora politicamente vivo. Le adunate con la destra peggiore. La boiata del Ponte sullo Stretto. Il mito delle grandi opere. Il ritorno della leva obbligatoria. Persino la legge atta a punire fino a 25 anni (!) chi ferma i cantieri e si oppone alle grandi opere, praticamente una legge ad personam contro gli umarell e Mario Tozzi.
Una poraccitudine tanto malinconica quanto incurabile, per un leader che voleva i pieni poteri e che ha finito con l’ottenere una sorta di oblio tragicomico perenne. Un altro “Matteo cazzaro” che, dopo aver fatto il pieno alle Europee, non ne ha più indovinata mezza fino a farsi superare financo da Tajani. Che triste destino! Gli sia lieve il mojito.
(da Il Fatto Quotidiano)

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