Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
IL GUADAGNO SAREBBE STATO DI 3,20 EURO LORDI: E’ QUESTA L’OCCUPAZIONE CHE PIACE AI SOVRANISTI, UN VERGOGNOSO SFRUTTAMENTO DEL PEGGIORE CAPITALISMO
Una pedalata di cinquanta chilometri per consegnare un panino, sotto la pioggia e per un compenso lordo di 3.20 euro. È questo l’episodio che ha fatto scattare la protesta di alcuni rider di Deliveroo a Portogruaro, in provincia di Venezia. Al fattorino era stato chiesto dalla nota compagnia di consegnare un ordine effettuato da Buger King del centro commerciale Adriatico 2 fino a una località lontana 25 chilometri e per una paga di soli 3,20 euro lordi. La distanza, ovviamente, avrebbe comportato un tragitto di andata e ritorno di 50 chilometri complessivi. Secondo quanto raccontano i colleghi al Corriere della Sera, il rider avrebbe subito una sorta di sanzione per essersi opposto alla richiesta, con la disattivazione del palmare, strumento indispensabile per ricevere e gestire gli ordini.
Lo sciopero spontaneo dei colleghi
Una misura punitiva che ha innescato la solidarietà di altri lavoratori, sfociata in uno sciopero spontaneo. «Siamo stanchi di questo ricatto – denuncia Massimo Bastia, uno dei rider coinvolti nella protesta –. Già a novembre avevamo avuto problemi simili, legati agli stipendi e alla disattivazione dei palmari. Ora si è
superato il limite. Non consegneremo più per Burger King finché il responsabile del punto vendita non ci chiederà scusa pubblicamente». I rider, sempre più visibili nelle strade cittadine ma ancora invisibili dal punto di vista dei diritti, denunciano da tempo compensi bassissimi, ritmi di lavoro insostenibili e assenza di tutele. Il settore del food delivery, cresciuto in modo esponenziale durante la pandemia, ha moltiplicato le richieste – sottolineano i sindacati – ma non ha garantito migliori condizioni ai lavoratori.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
IN UN PAESE NORMALE UN MINISTRO DEL GENERE AVREBBE GIA’ FATTO LE VALIGIE
Da una parte il dialogo con gli Stati Uniti, i cui il ministro Carlo Nordio aveva descritto
la decisione di scarcerare Artem Uss e concedergli i domiciliari come «inattaccabile». Dall’altra il rapporto con il Consiglio superiore della magistratura, sollecitato perché portasse avanti un procedimento disciplinare contro i giudici della Corte d’Appello di Milano che avevano disposto il braccialetto elettronico per il manager russo, arrestato a Malpensa il 17 ottobre 2022 ed evaso dalla sua villa di Basiglio mentre attendeva l’estradizione verso Washington. Un comportamento che «stride con la coerenza del sistema», si legge nelle motivazioni della sentenza con cui la sezione disciplinare del Csm ha assolto i tre componenti del collegio Monica Fagnoni, Micaela Curami
Stefano Caramellino.
Il Csm e le mancanze di Nordio: «Poteva chiedere aggravamento della misura»
Nel 2023, dopo la fuga di Uss nel mese di marzo, il Guardasigilli aveva aspramente criticato – non per il «merito» ma per il «metodo» – la decisione della Corte d’Appello di disporre i domiciliari per il figlio di un oligarca molto vicino al presidente russo Vladimir Putin. L’imprenditore era accusato di associazione a delinquere, truffa e riciclaggio. Al contempo era sospettato di spionaggio e sulla sua testa pendeva una richiesta di estradizione emessa dalla Casa Bianca. Non condividendo, con il senno di poi, la decisione di scarcerarlo perché «non sussisteva pericolo di fuga», Nordio spinse perché il Csm sottoponesse a procedimento disciplinare i giudici responsabili. Al contrario, scrive il Csm nelle motivazioni, il Guardasigilli avrebbe potuto (e forse dovuto) fare ricorso chiedendo «l’aggravamento della misura cautelare» o impugnare la decisione «per abnormità», quindi per un difetto formale tale da annullare la validità dell’atto. Il titolare di via Arenula si era invece limitato ad agire «in via disciplinare».
La corrispondenza con gli Usa e le rassicurazioni di Nordio: «Provvedimento inattaccabile»
Una ulteriore perplessità, si legge nelle 71 pagine di motivazione, emerge confrontando il comportamento di Nordio nei confronti dell’interlocutore americano. Pur sempre rimanendo «nell’ambito della cornice tecnica qui avallata», quindi quella giuridica, il Consiglio superiore della magistratura evidenzia l’esistenza di una lettera – datata 6 dicembre 2022 – in cui lo stesso Carlo Nordio si schierava in favore dei giudici milanesi. Davanti alla richiesta di Washington di «prendere ogni possibile misura» per riportare in carcere Artem Uss, in attesa della sua estradizione, il Guardasigilli aveva assicurato che la decisione del tribunale era «inattaccabile» e «la più idonea a bilanciare il pericolo di fuga con la libertà di un cittadino extracomunitario».
L’arresto, la detenzione e la fuga di Artem Uss
Artem Uss, dopo una prima fase in cui era rimasto in custodia cautelare presso il carcere di Busto Arsizio «per pericolo di fuga», fu scarcerato il 25 novembre 2022. Secondo la Quinta sezione penale della Corte d’Appello di Milano, che già aveva fornito l’ok definitivo all’estradizione, un regime di braccialetto
elettronico e confino domestico sarebbe stato più «idoneo a garantire l’eventuale consegna all’autorità estera». Dalla sua villa di Basiglio, alle porte del capoluogo lombardo, Uss era poi fuggito il 22 marzo rompendo il braccialetto e rientrando in Russia. I complici che lo aiutarono sono ora sotto processo.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
NESSUNO ARRIVERA’ OLTRE IL 50%, SI ANDRA’ AL BALLOTTAGGIO
La Romania ci riprova. Domenica 4 maggio i cittadini romeni sono chiamati nuovamente alle urne per scegliere il nuovo presidente, dopo le tensioni anche a livello internazionale seguite all’annullamento della precedente tornata elettorale, vinta al primo turno dall’estremista di destra e filo-Putin Călin
Georgescu. A soli due giorni dal ballottaggio, la Corte costituzionale invalidò il risultato del candidato pro-Russia per irregolarità finanziarie nella sua campagna elettorale e pesanti ingerenze da parte di Mosca veicolate attraverso TikTok.
Nonostante l’esclusione di Georgescu, che aveva gridato al «golpe» e che nei mesi scorsi era stato posto sotto inchiesta, i sondaggi danno largamente favorito il suo “rimpiazzo”, il populista e ultranazionalista George Simion, 38 anni, fondatore e leader del partito di estrema destra Aur (Alleanza per l’unione dei romeni), dato tra il 29 e il 34% delle preferenze. Simion, che alle presidenziali del 24 novembre poi annullate ottenne il 13,9% dei voti, ha posizioni euroscettiche, contrarie all’immigrazione e favorevoli all’unificazione della Romania e della Moldavia. Durante la pandemia da Covid-19, la sua forza politica Aur era stato il principale partito no-vax.
I candidati favoriti
Tra i favoriti figurano, inoltre, il liberale Crin Antonescu, esponente moderato sostenuto dalla coalizione di governo Psd-Pnl-Udmr con un consenso tra il 21% e il 26%; Nicusor Dan, sindaco indipendente di Bucarest e riformista pro-Ue, che oscilla tra il 19% e il 23%; e Victor Ponta, ex premier socialdemocratico, anch’egli indipendente, ma candidato con una piattaforma di orientamento nazionalista, e che può contare su percentuali minori di consenso.
Pur essendo il grande favorito, Simion difficilmente potrà affermarsi già al primo turno e i sondaggi ritengono molto probabile un ballottaggio il 18 maggio, con Antonescu e Dan in lotta per il secondo posto e l’accesso al secondo turno. I romeni residenti all’estero hanno già votato e secondo i dati parziali sarebbero quasi 400mila le persone della diaspora ad aver già espresso la loro preferenza. Un’affluenza doppia rispetto allo stesso orario del primo turno poi annullato, che potrebbe avere un impatto significativo sull’esito della consultazione.
Integrazione euro-atlantica o svolta nazionalista
Il risultato di queste elezioni avrà un impatto rilevante non solo sul futuro politico interno della Romania, ma anche sulle sue relazioni con l’Unione europea e l’Alleanza atlantica. Con l’Ucraina in guerra al confine e la crescente pressione geopolitica nel quadrante sud-orientale dell’Europa, Bucarest si trova,
ormai da tempo, di fronte a un bivio: proseguire sulla strada dell’integrazione euro-atlantica o imboccare una svolta nazionalista e isolazionista. Il probabile ballottaggio di maggio potrebbe però aprire la strada a una riconferma della linea filo-europea. Il nuovo presidente prenderà il posto del liberale Klaus Iohannis, dimessosi a febbraio dopo dieci anni di mandato, e sarà chiamato a guidare il Paese in un momento cruciale. Attualmente la presidenza è ricoperta ad interim da Ilie Bolojan. I seggi saranno aperti dalle 7 alle 21 ora locale (dalle 6 alle 20 italiane) di domenica 4 maggio, con possibilità di estensione in caso di lunghe code.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
LO “SPETTACOLO INDECOROSO” PER FREGARE I CARDINALI INESPERTI
Sei cordate per altrettanti nomi si starebbero formando in vista del Conclave del 7
maggio. Cresce la pressione soprattutto sui porporati alla prima esperienza e che parlano poco o niente l’italiano
A tre giorni dall’inizio del Conclave, tra i cardinali non c’è ancora un nome davvero forte che possa mettere più o meno tutti d’accordo. Al cardinale Pietro Parolin sono attribuiti almeno 45 voti finora, secondo i retroscena dei
quotidiani. Il segretario di Stato vaticano da favorito è già finito sotto attacco. Come ha già spiegato Open, gli attacchi per l’operato sotto il pontificato di Bergoglio e i veleni sulla salute del porporato vicentino non mancano, tanto dall’ala più conservatrice, tanto da quella bergogliana. Un modo certamente per indebolirne la candidatura, mentre sembrano stabilizzarsi sei cordate principali attorno ad altrettanti aspiranti pontefici.
I sei principali candidati
Oltre a quella di Parolin, secondo il Messaggero stanno prendendo forma altre cinque candidature, spinte da altrettanti cordate di cardinali. Tra questi ci sarebbe il sempre più citato porporato filippino Tagle; non mancherebbe l’alternativa italiana sia con Matteo Zuppi, che con Pierbattista Pizzaballa; c’è poi l’ungherese Erdo, su posizioni più conservatrici; infine il francese Aveline. Open aveva anche anticipato movimenti sul maltese Grech, con una sua cordata. Nessuno di questi può vantare numeri vicini al quorum, sui 133 cardinali votanti.
Gli outsider
La situazione viene definita ancora molto fluida. E i tanti interventi nelle Congregazioni generali confermano che le voci e le posizioni interne al corpo elettorale cardinalizio sono ancora molto variegate. Per quanto diversi cardinali sperino in un Conclave breve, se nelle prime votazioni il nome di Parolin non dovesse imporsi, spiega il Messaggero, i tempi potrebbero allungarsi in modo importante. E se le cose dovessero andare per le lunghe, sarebbe sempre più probabile l’emergere di una figura da underdog. E quindi circolano i nomi dello svedese Arborelius, oltre che degli spagnoli salesiani Artime e Lopez Romero.
La campagna elettorale
Nelle ultime 48 ore prima dell’inizio del Conclave, i cardinali si riuniranno due volte e non più una al giorno. Chiedono più tempo per potersi parlare, per conoscersi meglio, dopo anni di freno da parte di Papa Francesco. Oggi per i cardinali è una domenica «libera». C’è chi celebrerà messa in una chiesa romana, chi invece si incontrerà fuori dalle mura vaticane. La pressione pare crescere, soprattutto sui più inesperti che si ritrovano magari al primo Conclave. Tant’è che, racconta il Giornale, c’è chi ha proprio deciso di andarsene un po’ lontano da tutti. Spinto soprattutto dall’indignazione per quel che sta
succedendo nella pause delle Congregazioni.
«Francesco voterebbe per lui»
Un cardinale di Curia particolarmente influente, scrive il Giornale, avrebbe iniziato a tampinare i colleghi chiedendo di votare un candidato preciso, «perché è l’unico che può garantite continuità con l’opera avviata da Francesco». Bersagli principali di quella serrata campagna elettorale sarebbero soprattutto i cardinali che arrivano da più lontano, che magari parlano poco o niente l’italiano e soprattuto ignorano le dinamiche e le possibili trappole della Curia Romana. A stranire i cardinali è poi da chi arriva la richiesta. Si tratterebbe di un porporato che in realtà con Bergoglio non aveva granché in comune. Anzi sarebbe stato giudicato «freddo» sui provvedimenti del Papa.
Il tentativo di «turlupinare» i cardinali inesperti
Qualcuno ci sarebbe quasi cascato, prendendo per buona l’indicazione del cardinale a sostegno di un candidato filo-bergoglio. Di fatto però la voce del tentativo di «turlupinare» i porporati si è sparsa al punto da disinnescare manovre considerate a dir poco precoci e ardite. Qualcuno non ha retto e ha deciso di sparire per un po’: «Ho assistito a una di queste scene, per questo ho deciso di andarmene da Roma per qualche giorno, perché avevo bisogno di purificarmi – ha raccontato un cardinale elettore – è la prima volta per me in Sistina, ma arrivare a tanto è davvero troppo». Un italiano taglia corto e bolla quello «spettacolo indecoroso», «non pensavo si potesse arrivare a tanto, sembrava di stare al Transatlantico».
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
LA DIRETTRICE DELL’ASILO SPIEGA CHE HA VOLUTO CREARE UN PONTE TRA CULTURE, VISTO CHE TANTI COMPAGNI DI CLASSE DI BAMBINI CATTOLICI SONO MUSULMANI, CHISSA’ DOVE STA IL PROBLEMA
È scoppiata la polemica politica sulla gita in una moschea organizzata da un asilo cattolico della provincia di Treviso. Lo scorso mercoledì, un gruppo di bambini sono stati portati nel posto in cui le famiglie di alcuni loro compagni di classe vanno a pregare ogni venerdì. L’iniziativa è dell’asilo paritario della Federazione italiana scuole materne di Ponte della Priula, una frazione di Susegana, in provincia di Treviso. «Un ponte tra culture», secondo la scuola che ha pubblicato anche alcune foto sui propri social. Un gesto «agghiacciante» secondo gli esponenti locali della Lega, seguiti dal quotidiano Libero che della vicenda ne ha fatto l’apertura in prima pagina di oggi 4 maggio.
Le foto mostrano i bambini in ginocchio nel centro islamico, con la fronte per terra nel gesto tipico della preghiere dei fedeli musulmani, rivolti verso la Mecca. In un’altra foto si vedono i bambini seduti davanti all’imam Avnija Nurceski, parente di uno dei bambini, mentre guida la preghiera.
Perché è stata fatta la gita in moschea
L’insegnante Stefania Pillon ha spiegato al Corriere del Veneto che nel loro istituto ci sono diversi bambini musulmani: «Molti hanno tradizioni e culture di cui spesso sappiamo poco. Abbiamo voluto portare i nostri bambini in moschea – ha aggiunto – per faro conoscere loro meglio un aspetto della vita quotidiana dei loro compagni». La direttrice Stefania Bazzo conferma di aver voluto fare quella gita perché la scuola che dirige è «una paritaria parrocchiale di ispirazione cristiana molto attenta nei confronti della molteplicità culturale e religiosa, che caratterizza il nostro territorio». Perciò, spiega, quella gita nasce dalla volontà di creare un ponte tra le culture».
Lo scambio di culture
L’attività di conoscenza tra le due religioni sarebbe reciproca, spiega la
direttrice dell’asilo. Lo scorso mese, in occasione della fine del Ramadan, durante la festa di Eid Mubarak, ai bambini è stato spiegato il senso di quella celebrazione con un opuscoletto. E lo stesso verrebbe fatto per le festività cristiane. Per esempio, spiega il Corriere del Veneto, prima di mangiare ci si fa il segno della croce. Capita anche di recitare preghiere per le festività a cui partecipano anche gli alunni musulmani. Di foto di visite in chiesa, però, sottolinea Libero, sui social dell’asilo non c’è traccia.
Lo scontro politico
Quelle foto sono «agghiaccianti», secondo Alberto Villanova, capogruppo della lista Zaia e della Lega in Regione Veneto. «Le fotografie dei bambini di una scuola materna trevigiana portati all’interno di una moschea e costretti a inginocchiarsi in direzione de La Mecca per pregare davanti ad un imam sono immagini che fanno gelare il sangue».
Per Villanova, quegli scatti sono una «provocazione inutile, che non fa bene a nessuno». D’altro canto, risponde Rachele Scarpa, parlamentare trevigiana del Pd, «a questo deve servire la scuola: a far conoscere per insegnare a capire e ad accettare».
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
“SONO DEI RE MIDA AL CONTRARIO”
“I membri del governo fanno disastri non in quanto fascisti, ma in quanto incapaci
totali: qualunque cosa toccano diventa sterco. Sono dei Re Mida al contrario“. Così Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi sul Nove con la partecipazione di Andrea Scanzi.
“Mi meraviglio che si perda tanto tempo a parlare di fascismo e di antifascismo quando la gente vede, tocca con mano la realtà. – ha detto il giornalista – Prima parlavate dei dati sull’economia, tu non puoi andare a raccontare agli italiani che ci sono, anzi, che sono stati creati dal nulla un milione di posti di lavoro“, ha spiegato ancora il direttore del Fatto Quotidiano riferendosi al video autopromozionale di Giorgia Meloni pubblicato suoi suoi canali social il 30 aprile per esaltare le misure del governo sul lavoro in vista del 1° maggio. “Sappiamo che l’80% sono over 50 che non possono andare in pensione perché gli hanno allontanato l’età della pensione dopo aver detto loro che avrebbero abolito la Fornero. Se ti viene alzata una palla del genere, l’opposizione non può controbattere accusando Meloni di essere fascista perché alla gente interessa sapere perché quel milione di posti di lavoro non è stato creato”, ha concluso Travaglio.
(da agenzie)
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Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
L’APROFONDIMENTO CAMBIA PELLE, I TELESPETTATORI AUMENTANO, MA N ON VOGLIONO PIU’ LO SCONTRO DESTRA/SINISTRA
È davvero un buon momento per i talk show televisivi, tutti o quasi in crescita negli ascolti rispetto alla scorsa stagione, con un’agenda piena di fatti da commentare, dall’addio al Papa, con la partenza del Conclave (che sarà il grande tema della prossima settimana), alle conseguenze dei dazi di Trump. E soprattutto, tutti o quasi consapevoli di una verità che non può far granché piacere ai politici nostrani: un tempo erano loro – leader e segretari di partito, parlamentari, rappresentanti delle istituzioni – i veri protagonisti dello show, il piatto forte di un’offerta molto strutturata sullo schema – spesso in forma di scontro – destra/sinistra. Dunque, addio al modello Porta a Porta. Oggi i politici si ritrovano necessariamente comprimari di uno spettacolo di cui le star sono altre. Qualche ex della politica attiva si riscopre commentatore fisso nei salotti Tv (Pier Luigi Bersani, Alessandro Di Battista), qualcun altro invece naufraga in altri generi (Dino Giarrusso e Mario Adinolfi sbarcano, la settimana prossima, sull’Isola dei famosi).
Ma partiamo dall’analisi. Su La7 DiMartedì di Giovanni Floris conferma il suo ruolo di principe dei talk politici: nella stagione iniziata lo scorso settembre, fino a fine aprile, sfiora 1,5 milioni di fedeli (8,6% di share). Ottima performance, in crescita di oltre il 13% (incremento nel numero di spettatori medi) sulla scorsa stagione (a pari data). Ma chi funziona davvero di più nell’agone di Floris? Nella curva degli ascolti i momenti top sono spesso quelli della copertina comica di Luca & Paolo: nella puntata del 15 aprile lo share s’impenna a sfiorare il 12%, quasi 2,4 milioni di persone sul picco. In quel minuto avviene quasi un miracolo per La7, che supera addirittura la sempre più spenta Canale 5 (andava in onda Il Turco) e si attesta come seconda rete nazionale. Si replica, più sobriamente, nella puntata del 22 aprile, col ricordo di Bizzarri e Kessisoglu dell’incontro con Papa Francesco (momento più visto, quasi 2,2 milioni di persone). La dinamica è ricorrente per il programma, e i pochi spazi di satira politica sopravvissuti, capaci talvolta di leggere l’attualità meglio di un editoriale, funzionano sempre perfettamente.
Se Luca & Paolo non sono una novità, più interessante è scorrere l’elenco degli ospiti che si avvicendano nel salotto di Floris: il 15 aprile, dopo un collegamento con Antonio Di Bella, si susseguono Pier Luigi Bersani – che ormai è una vera talking head del teleschermo, più ancora che un “ex politico” – Ezio Mauro, Diego Della Valle, Francesco Cancellato, Sergio Rizzo, e così fino a notte. Il risultato è una delle puntate più viste dall’inizio dell’anno (quasi 1,6 milioni medi). Si replica il 29 aprile: a spingere in alto la curva – ben oltre il 10% – i giornalisti Rizzo, Emanuele Fittipaldi, ancora Bersani, l’attrice Chiara Becchimanzi.
E i politici in attività? Comprimari. Floris e i suoi autori sanno che la formula del confronto destra-sinistra, anche quando si trasforma in rissa, funziona molto meno di un tempo. I politici, anche se leader delle principali forze in campo, hanno bisogno di essere “dosati”, affiancati non ad altri colleghi, ma a commentatori di varia estrazione: Elly Schlein dialoga a distanza con Della Valle, e poi Carlo Calenda con Antonio Padellaro.
Floris non è il solo ad aver fiutato l’aria che tira nella composizione di ospiti e scalette. Il dirimpettaio di Rete4 Paolo Del Debbio – anche lui in crescita di quasi un punto di share – incassa uno dei migliori risultati dell’anno per Dritto Rovescio il 17 aprile (quasi 1,2 milioni di spettatori, 8,2% di share) con due ingredienti: un linguaggio (il suo) molto semplice, diretto, esplicativo; e interlocutori altrettanto in grado di spiegare, ovvero giornalisti come Giovanni Minoli, nella copertina, e Maurizio Belpietro. Il momento di confronto fra politici (Paola De Micheli, Giovanni Donzelli, Chiara Appendino in quella puntata) è delimitato a un blocco e include comunque Belpietro e Ferruccio de Bortoli. Poi si passa alla nera, a Garlasco, crossover con Gianluigi Nuzzi (in studio).
Gli esempi non finiscono qui: Piazzapulita di Corrado Formigli se la passa molto bene (875 mila spettatori medi in stagione, 6,2% di share, in crescita di oltre un punto sulla scorsa stagione) e sopperisce al down dei politici nostrani con ex diventati ormai commentatori (in primis Romano Prodi) e – da format di programma – con la forza delle inchieste o interviste di peso (per esempio all’ex ministro ucraino Dmytro Kuleba); Michele Serra è presenza fissa come Luca e Paolo. Lilli Gruber (l’appuntamento più seguito, quasi 1,8 milioni di spettatori in access prime time, 8,4% di share, in crescita di oltre 100 mila spettatori sulla scorsa stagione) è solitamente refrattaria ai politici in charge, a meno di una loro forte “notiziabilità” (in passato, nei faccia a faccia con Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Giuseppe Conte).
Per quanto numerosi e diversificati, i talk continuano a rendere bene in termini di ascolti (e costi sotto controllo per le reti) ma hanno progressivamente cambiato pelle. In un mondo che appare complesso e imprevedibile, talvolta quasi incomprensibile, il pubblico che li segue chiede chiavi di lettura per il presente, più pacatezza che in passato, una maggiore propensione ad affrontare temi un tempo tabù in televisione (la politica estera, per esempio): perché è chiaro che pandemia, guerre e dazi trumpiani hanno conseguenze dirette sulle nostre vite. Quanto ai politici, le loro posizioni sono già note e prevedibili per via della disintermediazione che avviene sui social: spesso risultano ripetitivi e retorici al limite del propagandistico. Essere telegenici, funzionare sul piccolo schermo (Renzi, ora in parte anche Schlein, certamente Meloni, per non parlare delle seconde o terze file) pare non bastare più, almeno per la prima serata (altro discorso, i talk del daytime, che hanno asticelle d’ascolto più basse). La politica resta centrale e rilevante, dunque, ma i suoi attori “locali” non ne sono i
migliori narratori e analisti: e nel menu dei talk finiscono per diventare meri ingredienti.
(da il Fatto Quotidiano)
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Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
VUOLE RICANDIDARSI PER UN SECONDO MANDATO, MA IN MEZZO CI SONO DIVERSE SCADENZE ELETTORALI
Le comunali e i referendum sono solo le prime tappe che attendono Giorgia Meloni,
forse le più semplici. Perché all’orizzonte c’è la scalata delle regionali, dal Veneto alla Puglia, passando per Toscana, Marche e Campania: uno snodo decisivo per il prosieguo della legislatura, arrivata al giro di boa.Calendario alla mano, dopo l’anestetizzazione del dibattito tra le festività e il lutto per papa Francesco, la presidente del Consiglio ha avviato la fase del suo governo con un’intervista all’agenzia di stampa AdnKronos. Anticipando avversari e ancora di più alleati.
Il contenuto, al solito, si è mosso crinale tra vittimismo, familismo, rifiuto dell’antifascismo, con una massiccia iniezione di propaganda. Nulla di nuovo, dunque: Meloni in purezza. Ma che ha fatto intendere chi comanda nel campo del centrodestra: alle prossime politiche vuole ricandidarsi da leader. O con me o contro di me, insomma.
Solo che Matteo Salvini e Antonio Tajani non possono ricoprire in eterno il ruolo di vassalli.
Partita regionale
Il mosaico più complicato è quello delle regionali d’autunno, in apparenza così lontane ma in realtà dietro l’angolo.
Nel centrosinistra c’è chi accarezza il sogno del 4-1, lasciando al centrodestra solo il Veneto, che nel campo largo è dato per perso a prescindere dalle spaccature a destra. Sarebbe una prova di forza per la segretaria del Pd, Elly Schlein, e per il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte.
Meloni è invece chiamata a gestire i rapporti con Lega e Forza Italia, in regioni particolarmente sensibili per gli alleati. E per questo possono provocare ripercussioni sui rapporti nella maggioranza.
Il Veneto per Salvini è la linea del Piave, vuole un suo candidato per il post Zaia, a meno che non venga offerta come sonante moneta di scambio il ritorno al Viminale che placherebbe il leader leghista con buona pace del popolo della Liga veneta.
Opzione che a palazzo Chigi non viene ritenuta praticabile, perché causerebbe il rimpasto.
A Forza Italia occorre fare altre concessioni. In Campania l’eurodeputato azzurro Fulvio Martusciello ha rilanciato l’idea di «un candidato civico» giusto
per azzoppare le ambizioni di Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri, che si sente il candidato in pectore. Neppure per Meloni è facile districarsi nelle guerriglie territoriali.
La presidente del Consiglio ha chiesto ai suoi di guardare avanti. Ma muovendosi con attenzione, passo dopo passo. In questo contesto non vuole sottovalutare le scadenze elettorali più imminenti, sebbene meno impattanti. Il 24 e 25 maggio c’è il primo turno delle amministrative. In ballo non ci sono comuni di grandissimo peso, eccetto Genova e in misura minore Taranto, dove il puzzle dei candidati è frammentato a causa di spaccature locali nelle alleanze.
Per questo la partita nel capoluogo ligure può sovraccaricarsi di attese mediatiche. L’eventuale sconfitta della destra, che ha candidato Pietro Piciocchi (braccio destro di Marco Bucci) sarebbe un problema non secondario che aprirebbe qualche crepa. Meloni ha impartito l’ordine di spendersi al massimo per conquistare la vittoria per stroncare sul nascere qualsiasi borbottio della Lega e di Forza Italia.
Solo che Genova è solo un piccolo tassello all’interno di un puzzle in via di composizione: i referendum di giugno rappresentano comunque un rischio. A palazzo Chigi, nell’inner circle della premier, c’è ottimismo sul risultato favorevole al governo con il mancato raggiungimento del quorum.
Tanto che finora Meloni si è guardata bene dal politicizzare l’esito referendario: una presa di posizione faciliterebbe la polarizzazione e la chiamata al voto delle opposizioni.
Salari e tasse
La premier gioca le proprie carte. Gli alleati, però, non possono stare zitti e buoni ancora a lungo. Ci sono i temi concreti da discutere: Lega e Forza Italia devono portare a casa qualche risultato da rivendere nelle varie campagne elettorali. Salvini ha addirittura lanciato la sfida sul terreno dei salari per arrivare a una legge che aumenti gli stipendi dei lavoratori, garantendo un potere d’acquisto.
Un “salario minimo” in salsa leghista, affidato al vicesegretario, Claudio Durigon, deus ex machina del partito di Salvini su questi temi. C’è poi tutta la battaglia fiscale da vincere.
Il leader leghista si è messo in testa di ottenere qualcosa sul fronte della
rottamazione delle cartelle. Se non può arrivare alla sanatoria per tutti, serve uno strapuntino.
Dall’altra parte Tajani sta cercando di capire come orientarsi sul taglio delle tasse al ceto medio, una promessa fatta già nella scorsa manovra economica e rimasta nel cassetto.
Al momento non ci sono risorse per pensare a un taglio efficace del secondo scaglione Irpef. Così due alleati litigarelli tra loro, Salvini e Tajani, sembrano destinati a fare le vittime sacrificali degli appetiti meloniani. Con FdI che lancia una silenzio, quanto ostile opa, sui partiti alleati.
(da editorialedomani.it)
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Maggio 4th, 2025 Riccardo Fucile
UN CARABINIERE HA INTIMATO AL GRUPPO DI SMETTERE DI CANTARE GIUSTIFICANDO IL DIVIETO CON LE DISPOSIZIONI DELLA PREFETTURE… FRATOIANNI: “PER LIBERARE L’ITALIA DAI NAZISTI I CARABINIERI HANNO PERSO 3.000 UOMINI, QUALCUNO RICORDI A QUEL CARABINIERE CHI ERA SALVO D’ACQUISTO”
Hanno intonato i tipici canti partigiani, come ogni anniversario della Liberazione, ma questa volta le 10 persone sono state identificate dalle forze dell’ordine. È quanto avvenuto lo scorso 25 aprile a Mottola, piccolo Comune di poco più di 15mila abitanti in provincia di Taranto. Come spiegano alcuni dei protagonisti, quelle canzoni hanno provocato la reazione di un carabiniere in servizio che ha intimato al gruppo di smettere di cantare giustificando il divieto con le disposizioni impartite dalla prefettura.
Come noto, infatti, dopo la morte di Papa Francesco il governo ha deliberato di proclamare cinque giorni di lutto nazionale, andando così a ricomprendere la giornata l’80esimo anniversario della Liberazione, con l’invito “a svolgere tutte le manifestazioni pubbliche in modo sobrio e consono alla circostanza”.
“Chissà se il maresciallo dei carabinieri che ha denunciato, a Mottola in provincia di Taranto, 10 cittadini accusati di aver voluto cantare ‘Bella Ciao’ e ‘Fischia il Vento’ durante le celebrazioni del 25 aprile, sa che per liberare l’Italia dai nazisti e dai loro servi fascisti l’Arma dei Carabinieri ha perso quasi 3mila uomini. E chissà se ha compreso le parole utilizzate dall’attuale comandante generale che solo pochi mesi fa ricordando il sacrificio di Salvo D’Acquisto lo ha definito ‘un esempio luminoso di coraggio, abnegazione e amore per il prossimo, che supera i confini del tempo: un modello di riferimento per tutti i Carabinieri e per le future generazioni’. Evidentemente non lo sa o meglio non intende riconoscerlo. Anche perché pare che circolino
sulla rete dei suoi post di Facebook di alcuni anni fa inneggianti al fascismo”. Lo afferma Nicola Fratoianni di Avs.
“Non comprendiamo ad esempio perché i suoi superiori non siano ancora intervenuti per sospenderlo dal servizio. La denuncia di cui si è fatto promotore è assolutamente inaccettabile e in contrasto con i valori costituzionali. È per questo che in attesa di conoscere i provvedimenti che intende assumere il Comando Generale, presenteremo un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno -conclude Fratoianni- su questa vicenda surreale e nello stesso tempo gravissima”.
“È vero, c’era un invito alla sobrietà ma questo significa che ognuno non deve oltrepassare i limiti del lecito”, ha spiegato alla Gazzetta del Mezzogiorno Sergio Maglio, il primo a rendere nota la vicenda: “È illecito forse cantare canzoni storiche come ‘Bella Ciao‘ o ‘Fischia il Vento‘ che siano poco appetibili al gusto musicale del carabiniere di turno?”. Una infrazione della “sobrietà” che potrebbe avere avere anche conseguenze giudiziarie se ai 10 venisse contestato il reato di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità.
Di certo i canti vietati hanno provocato numerose polemiche sui social e non solo. Per il vice sindaco Giuseppe Scriboni “è inimmaginabile che qualcuno possa impedire di cantare una canzone. Prima che il corteo iniziasse, io stesso ho invitato i presenti a essere sobri ma non mi sarei mai sognato di vietare una cosa del genere”.
(da agenzie)
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