Maggio 31st, 2025 Riccardo Fucile
ALLE SUPERIORI PIÙ DEL 60% DEGLI STUDENTI DI CAMPANIA, CALABRIA E SICILIA NON HA COMPETENZE ADEGUATE IN ITALIANO
Uno studente nel Sud Italia ha un divario di apprendimento in matematica rispetto a uno del Nord che corrisponde a due anni di scuola in meno. Alle superiori più del 60 per cento degli studenti di Campania, Calabria e Sicilia non ha competenze adeguate in Italiano. Confermati da più di vent’anni di dati Invalsi, ma anche dall’indagine internazionale Ocse-Pisa, i gap educativi sono una criticità grave della scuola italiana, con pochi eguali in Europa.
Un fenomeno di disuguaglianza che nasce sui banchi di scuola e che è presente, ma ancora contenuto, nella scuola primaria, crescendo nella scuola media fino ad amplificarsi nella secondaria di secondo grado. Ma a incidere non è solo la dimensione territoriale. A dirlo è l’indagine sulle differenze di apprendimento nei territori e tra le scuole, promossa da Fondazione Agnelli e Fondazione Rocca, presentata ieri alla Camera dei Deputati davanti alle istituzioni e a rappresentanti del mondo della scuola.
Secondo il report significativo è, per esempio, l’impatto dell’indirizzo di studio scelto: frequentare il liceo classico o linguistico, può portare a uno svantaggio misurabile in 14 punti Invalsi in matematica rispetto al liceo scientifico.
Mentre un alunno di un istituto professionale a quindici anni è indietro addirittura di più di tre anni rispetto alla media dei risultati dei suoi coetanei.
Per questo a incidere possono essere i singoli istituti, con una nuova organizzazione tarata sui bisogni dei ragazzi e un approccio volto ad aiutare una scelta più consapevole per il futuro professionale.
Stando ai risultati, infatti, insieme ai fattori socioeconomici e culturali del contesto territoriale di appartenenza, i gap nell’apprendimento sono dovuti in misura importante anche a differenze fra le scuole e dentro le scuole.
(da agenzie)
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Maggio 31st, 2025 Riccardo Fucile
IL MINISTRO FITTO, ALLORA PULCINO DI FORZA ITALIA, NOTÒ CHE DOVUNQUE ARRIVASSE BERLUSCONI PORTAVA IL BEL TEMPO.., MAI COME EMILIO FEDE, CHE CONFESSÒ DI PROVARE MOLTA “INVIDIA PER L’INTIMITÀ” CHE IL MAGGIORDOMO DI PALAZZO GRAZIOLI, ALFREDO PARODI, AVEVA CON IL CAVALIERE AIUTANDOLO A VESTIRSI
Era il 2011, nel far gli auguri di compleanno a nome del governo, il ministro La Russa
recò a Palazzo Grazioli una targa che faceva riferimento ai 150 anni dell’Unità d’Italia: “75 dei quali”, era scritto in lettere d’oro, “dominati dal premier”.
Gli adulatori, d’altra parte, erano sempre stati di casa e numerosi; ma nel corso del tempo si erano fatti così sfacciati e insistenti che un vecchio sacerdote salesiano affezionato a Berlusconi fin dai tempi della scuola, don Antonio Zuliani, presentato come confessore e padre spirituale del presidente, aveva sentito il bisogno di intervenire pubblicamente: “Quando una persona viene circondata solo da salamelecchi e consensi adoranti non è più un soggetto, ma diventa un oggetto, viene mercificato”. Invano risuonò quel monito.
E infatti c’era chi parlava del Cavaliere come del sole e chi come di “un vulcano in attività”. Il ministro Fitto, allora pulcino di Forza Italia, notò che dovunque arrivasse Berlusconi portava il bel tempo.
Sgarbi l’avvicinò al genio rinascimentale di Michelangelo, ed Ennio Doris, banchiere e amico di vecchia data, a quello di Leonardo da Vinci. Il ministro Lunardi evocò Schumacher con la sua Ferrari e il sottosegretario portavoce Bonaiuti si richiamò a Fausto Coppi “che scappa e non lo raggiungi più”.
Il sondaggista Luigi Crespi, che il giorno della vittoria elettorale del 2001 aveva simulato una specie di gioiosa danza fallica davanti alle telecamere, rassicurò il pubblico sulle fortune elettorali berlusconiane: “La prossima volta per batterlo ci vuole Gesù Cristo, ma la partita se la giocherebbe anche con lui”.
Quando al presidente uscì di bocca “Romolo e Remolo” Tony Renis, futuro organizzatore del Festival di Sanremo, sostenne che si trattava di un “lapsus geniale” dato che anche per gli stranieri “Remolo suonava molto più comprensibile”. In uno slancio adorante, Emilio Fede confessò di provare molta “invidia per l’intimità” che ogni mattina il maggiordomo di Palazzo Grazioli, Alfredo Parodi, aveva
con il Cavaliere aiutandolo a vestirsi.
E tuttavia, pure considerando altre e varie grottesche manifestazioni tipo la salmodia, l’invocatio nominis, la poesia encomiastica, anche estesa ai parenti, il pubblico bacio della mano (da parte del dottor Scapagnini) e una ulteriore quantità di omaggi, alcuni dei quali molto probabilmente pure in natura, ecco, a distanza di anni debbo in qualche misura chiedere venia al professor Quagliariello e serenamente ammettere, perfino nel mio presente interesse, che un’età berlusconiana c’è stata, eccome.
O almeno tale sento di averla vissuta, senza precisi confini e temporizzazioni, ma come un flusso di lampi, simboli e personaggi ricorrenti. Una cascata di segni, gesti, vezzi e vizi, beni di consumo, strumenti, indumenti, accessori, malanni, ambizioni inedite figure professionali, o forse meglio para, pseudo e meta professionali; un caleidoscopio abbagliante di immagini, alcune che sembravano riemergere da un tempo molto precedente.
Tutti opportunamente assimilabili a un tempo – oh, certi aggettivi di Manzoni! – “sudicio e sfarzoso”: segnato com’era e come pure sembrava da un’euforia isterica e pastrocchiona che spintonava la Seconda Repubblica verso il suo disastro buffo.
L’Italia dei beauty center e del Bagaglino: l’intera compagnia teatrale trasportata in aereo e ospitata nella villa in Sardegna del capo del governo a esclusivo beneficio del presidente Putin. L’Italia del Billionaire: “Abbiamo scelto questo nome arrogante, spiegava Flavio Briatore, “perché funziona”.
L’Italia del Bolognese, la vetrina gastronomica del potere, dove anche Gheddafi andò con il cuoco assaggiatore e con i flash dei fotografi più numerosi dei coperti. L’Italia della consegna dei Tapiri, liturgia di allegra e contundente degradazione. Il cinepanettone a Natale, il cinecocomero a Ferragosto e in tanto il telecolossal sulle
vite di santi e addirittura due distinte serie Quasi in contemporanea su Padre Pio.
E le mignotte che da allora presero il nome di “escort” e ciò nondimeno, con raro senso dell’opportunità, il governo Berlusconi dedicò notevoli sforzi legislativi per toglierle dalle strade, perseguitarle, arrestarle, loro e i clienti, figurarsi. I politici cocainomani che con le telecamere al seguito si sottoponevano a compiacenti test del capello. Le festone di compleanno con orride torte di tutte le fogge che nessuno avrebbe voluto mai nemmeno assaggiare.
E i gioielli, i tatuaggi, la rivendicazione del tacco 12, l’ostensione del perizoma, l’esposizione della prostata, il dito medio, il casting, il training, l’enforcing, le tinture per capelli, le spiate, le paparazzate, il privé, i gorilla pelati con gli auricolari. Un’epoca buffa e al tempo stesso desolante, che forse è un’ingiustizia addebitare sul conto di un’unica persona, Berlusconi.
Ma che lui ha in qualche modo portato a compimento liberando “demoni”, nell’accezione originaria di forze, spiriti e passioni che una volta fuori non ne hanno voluto più sapere di ritornarsene nei vecchi tubetti del dentifricio del bel tempo che fu. Non che quei recipienti fossero poi così sicuri. Ma certo, e non solo in politica, l’impressione è che l’età berlusconiana, con il suo pacchianesimo pseudoaristocratico e neoplebeo, abbia definitivamente cancellato le virtù borghesi della discrezione, della cautela, della moderazione, della cortesia e, se è per questo, an- che dell’ipocrisia.
Tutto venne apparecchiato e messo in mostra per fare più scena possibile, per essere visto da quanta più gente possibile, per soddisfare i desideri vitali dei protagonisti, ma anche quelli sempre più passivi e narcotizzati degli spettatori. Con il risultato che sono saltati i codici, i confini, le priorità e oggi prova tu, caro lettore,
distinguere fra eventi maggiori e minori eventi reali e fantasie.
(da “B., una vita troppo”, di Filippo Ceccarelli (ed. Feltrinelli)
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Maggio 31st, 2025 Riccardo Fucile
L’ACRONIMO HA TOCCATO UN NERVO SCOPERTO PER IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO, DA SEMPRE POCO ABITUATO AD ACCETTARE CRITICHE
Gli americani adorano gli acronimi. Lo sa bene Donald Trump, che ha fatto la sua fortuna comunicativa anche grazie a Maga e tutti gli altri acronimi che girano in quel mondo. […] L’ultimo che lo riguarda lo ha però infastidito parecchio. Si chiama Taco e sta per “Trump Always Chickens Out” che tradotto in modo politicamente corretto significa «Trump si tira sempre indietro» ma tradotto come lo intendono gli americani e in modo non politicamente corretto per il pollo significa «Trump se la fa sempre sotto».
A coniarlo è stato l’editorialista del Financial Times Robert Armstrong che l’ha usato per la prima volta nella sua newsletter a inizio maggio per descrivere la strategia del Presidente: annunciare importanti misure politiche dirompenti come l’imposizione di tariffe spropositate a praticamente tutti i paesi del mondo, per poi cambiare rotta dopo aver visto la reazione di panico da parte dei mercati finanziari.
Secondo un’analisi del Washington Post, dall’insediamento del 20 gennaio l’amministrazione Trump ha annunciato nuove o riviste politiche tariffarie più di 50 volte. […] «Avevo bisogno di un modo abbreviato per descrivere questo andamento nella mia newsletter, perché è un andamento importante per i mercati», ha raccontato Armstrong a Axios. Aggiungendo: «Forse in quel momento ero affamato, quindi mi sono inventato Taco». All’inizio non ha avuto molto successo, ma a forza di usarlo il termine ha iniziato a comparire nelle note dei broker di Wall Street fino ad arrivare in un
titolo del New York Times e da lì alle orecchie di Trump stesso.
Mercoledì, a un incontro con la stampa nello Studio Ovale durante la cerimonia di giuramento di Jeannine Pirro, conduttrice di Fox News, come procuratore degli Stati Uniti ad interim a Washington, la giornalista Megan Casella della Cnbc gli ha chiesto: «Signor Presidente, gli analisti di Wall Street hanno coniato un nuovo termine chiamato “Taco trade”. Dicono che lei si tira sempre indietro dopo aver minacciato le tariffe ed è per questo che i mercati sono in rialzo questa settimana. Qual è la sua risposta?». La risposta di Trump è stata di stizza, fastidio, scocciatura.
Prima ha detto di non conoscere il termine, poi si è lanciato in una tirata sulla cronologia dei dazi imposti alla Cina al 145 per cento e o ridotti e poi di quelli all’Europa, poi ha concluso dicendo che questa cosa qui che fa lui non si chiama farsela sotto ma si chiama negoziare e che è tutta una tattica: spara «numeri assurdi» per le tariffe e poi li riduce quando convince le altre nazioni ad arrendersi alle sue richieste.
«Non ripetere mai più quello che hai detto», ha detto alla fine alla giornalista dopo aver aggiunto che la sua era una «domanda davvero sgradevole, la più sgradevole». Che tradotto significa: niente è più irritante per Trump che ricevere domande che lo mettono in cattiva luce, soprattutto se a farle sono donne.
Stephanie Ruhle, volto di Msnbc, ha scritto che secondo le sue fonti, a Trump Taco piace eccome, nel senso che godrebbe nel vedere il potere che le sue parole esercitano sui mercati. «Chi è vicino al team di Trump mi ha detto che al presidente non importa affatto la reazione del mercato, anzi a quanto pare, gode dell’influenza che ha sui mercati globali. Una singola frase o un post sui social media cancella o crea miliardi, ed è per questo che molti si chiedono se e chi venga avvisato in anticipo di questi eventi. La risposta, per ora, è
che non lo sappiamo».
Armstrong, che ha iniziato il tutto, intanto si gode la fama, seppur con riserve: «Bene essere diventato famoso per la mia battuta stupida, ma preferirei che il presidente non rovinasse l’economia statunitense».
(da La Stampa)
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Maggio 31st, 2025 Riccardo Fucile
PER LA PRIMA VOLTA I COMPRATORI ESTERI SUPERANO QUELLI ITALIANI: “NEGLI ULTIMI MESI ABBIAMO CHIUSO TRATTATIVE PER PROPRIETÀ INVENDUTE DA ANNI, A CIFRE SUPERIORI AL MILIONE”
Dal suo punto d’osservazione – sei agenzie nello spazio di pochi chilometri – Matteo
Scandolera, esperienza trentennale nel mercato immobiliare, la racconta così: «Fino a dieci anni fa il 70% degli immobili che vendevamo erano destinati a italiani. Ora non dico che il rapporto si sia invertito ma quasi».
Se non è la fine di un’epoca poco ci manca. La Riviera ligure di Ponente, la Florida dei piemontesi, dove almeno tre generazioni hanno radicato il sogno figlio del boom economico – la seconda casa al mare – sta cambiando pelle. Ora è un buen retiro per nordamericani, tedeschi, francesi, britannici, danesi, norvegesi, svedesi che fino a qualche decennio fa facevano rotta sulla Costa Azzurra e adesso guardano al di qua del confine attratti da prezzi più abbordabili e un ambiente più amichevole.
Ma anche – storia degli ultimi mesi – di polacchi e cittadini delle repubbliche baltiche in cerca di un rifugio dall’eventuale minaccia russa. Per la prima volta, in molti casi, i compratori esteri superanoo gli italiani. Non investitori; famiglie che vengono a viverci. «Negli ultimi mesi abbiamo chiuso trattative per proprietà invendute da anni, a cifre superiori al milione», racconta Fabio Maiani, da oltre trent’anni a capo di un’agenzia immobiliare a Sanremo. «Gli stranieri hanno elevata capacità di spesa, cercano soluzioni di alto livello». Lo scorso anno il prezzo medio pagato da un acquirente dall’estero ha superato i 500 mila euro contro i 370 mila degli italiani.
C’è dell’altro, come spiega Claudio Scajola, sindaco di Imperia, presidente della Provincia, l’uomo che da diversi decenni governa direttamente o di fatto questa terra: «Il grande artista tedesco Georg Baselitz mi ha raccontato che quando doveva cercare casa sulla costa in un primo momento andò a Montecarlo e rabbrividì. Alla fine ha scelto le nostre zone perché non sono state snaturate. Sono ancora autentiche, e molti in questa fase storica cercano questo».
La Costa Azzurra non è più il vicino da invidiare, ma può essere un alleato. Barbara Amerio, imprenditrice del settore nautico, dal 2019 è presidente degli industriali di Imperia e Sanremo. «Ci siamo dati un obiettivo: aprirci alla dimensione internazionale». Per lei significa guardare a Ovest innanzitutto: «Fino a Saint-Tropez questa può essere una costa unica, che vive di progetti comuni. Possiamo diventare una macroregione europea. È un’idea che i francesi condividono, ne abbiamo parlato anche con Alberto di Monaco».
Costa Azzurra e Ponente ligure hanno lo stesso aeroporto di riferimento – Nizza, il secondo scalo internazionale di Francia – e un’infinità di scambi, dalle merci alla logistica. Senza contare i 5 mila “frontalieri” che quotidianamente fanno la spola con il Principato, la manodopera del settore turistico e ancor di più l’edilizia, quasi interamente in mano a ditte italiane anche dall’altra parte del confine. E poi c’è la terra, strettissima: «Montecarlo è satura, più di tanto non può più crescere», ragiona Giorgio Casareto,
amministratore delegato di Portosole, uno dei più grandi porti turistici del Mediterraneo, a Sanremo, base di megayacht e charter di lusso. Non c’è più spazio per le case ma nemmeno per le barche. Ecco spiegato lo scivolamento verso il Ponente.
Il turismo segue traiettorie analoghe. Rispetto al 2019 le presenze in provincia di Imperia sono cresciute del 10% sfiorando i 3,5 milioni nel 2024. Anche qui con una quota massiccia di stranieri.
«Possiamo fare concorrenza alla Costa Azzurra non solo sulle case, ma sugli hotel, grazie ad alcune strutture di lusso aperte di recente», spiega Maiani. Il resto lo fa un territorio in parte preservato dallo sfruttamento massiccio e spesso incontrollato che altrove ha stravolto la costa. «Siamo da sempre una terra amata dagli stranieri», racconta Fabia Devia, titolare di un’agenzia a Bordighera con quasi sessant’anni di vita alle spalle. «Fino a non molto tempo fa privilegiavano l’entroterra: negli anni Ottanta eravamo invasi dagli olandesi. Di recente hanno scoperto la costa».
Vanno alla ricerca dei paesaggi dipinti da Monet tra Bordighera e Dolceacqua, delle tracce del passaggio di Charles Garnier, il grande architetto progettista de l’Opéra di Parigi, o della biblioteca fondata nel 1880 da residenti inglesi che conserva 20 mila volumi in inglese, 6 mila in francese e 3 mila in tedesco.
Tasselli di un mosaico che coinvolge inevitabilmente il mare. La Riviera conta undici tra porti turistici, marine e darsene in 90 chilometri, quasi tutti in espansione proprio per accogliere il travaso in corso dalla Costa Azzurra. Gli attuali 3.700 posti barca sono destinati a diventare 5 mila, con un occhio di riguardo ai megayacht. Il solo porto di Imperia arriverà oltre i mille posti diventando uno dei più grandi del Mediterraneo. «Le barche portano equipaggi, personale. Creano un indotto: rifornimenti, manutenzioni. Non è un’economia mordi e fuggi, tutt’altro», spiega Giorgio Casareto
Portosole è tra i protagonisti di questa fase di sviluppo grazie ai capitali investiti dai proprietari, i fratelli anglo-indiani David e Simon Reuben. «Chi ha visione si è reso conto del fatto che Monaco non può crescere di più e che il rilancio di questa costa passa anche dalla sua posizione strategica. Il nostro sforzo è tutelare un’economia decisiva come la nautica da diporto. Il 50% dei grandi yacht al mondo viene realizzato in Italia. Ci sono competenze, un indotto. Un patrimonio da proteggere. Possiamo farlo anche – ma non solo – intercettando i flussi turistici».
I numeri sembrano dare ragione alla direzione imboccata: «Il Pil della provincia negli ultimi cinque anni è cresciuto del 10,1%, più della media ligure (8,2%). Nei primi quattro mesi dell’anno abbiamo registrato un più 4,5% di turisti rispetto al 2024», rivela Scajola. «Possiamo diventare la naturale prosecuzione della Costa Azzurra», traccia la rotta Barbara Amerio.
«Per questo stiamo discutendo con loro di infrastrutture, il reciproco punto debole: abbiamo avviato un tavolo con Nizza e il Principato per ragionare su un’autostrada del mare che possa garantire collegamenti senza passare dalle strade ormai sature». «Del resto – riflette Fabia Devia – eravamo una terra sola, si parla ancora lo stesso dialetto. Riannodare i fili di questa storia è del tutto naturale».
(da La Stampa)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DEL NEW YORK TIMES
Tra droghe e drammi familiari il New York Times indaga sul privato dei mesi che Elon Musk ha passato accanto a Donald Trump. Ecstasy, funghi psichedelici e soprattutto ketamina, l’anestetico che in overdose ha ucciso l’attore Matthew Perry di Friends: l’uomo più ricco del mondo ne avrebbe fatto uso in modo “pericoloso”, scrive il giornale, che punta i riflettori anche sui numerosi figli – 14 appurati e altri la cui esistenza è emersa da indiscrezioni – nati con la fecondazione artificiale in virtù delle teorie nataliste che vedono il patron di Tesla in prima linea.
«Il consumo di droghe andava ben oltre l’uso occasionale. Musk ha parlato con diverse persone degli effetti della ketamina sulla vescica come capita in caso di uso cronico», scrive il media secondo cui Elon usa anche ecstasy e funghi allucinogeni e in viaggio porta «una scatola di farmaci con circa 20 pillole al giorno, compreso lo stimolante Adderall».
Non è chiaro se Musk usasse droghe quando quest’anno ha avuto da Trump carta bianca per ridurre la burocrazia federale.
In passato aveva ammesso di usare la ketamina un paio di volte al mese per la depressione e al suo biografo, Walter Isaacson, aveva detto che «non gli piace far uso di droghe illegali». Più di recente
però Musk avrebbe sviluppato «abitudini pericolose», scrive il Nyt, «prendendo la ketamina anche quotidianamente, mescolandola con altre droghe» anche mentre consigliava Donald Trump durante la campagna elettorale per un secondo mandato presidenziale..
Il «confine sfumato» tra uso medico e ricreativo ha suscitato timori tra persone vicine a lui, preoccupate anche «per i frequenti sbalzi di umore e la fissazione a fare più figli». Musk, che negli ultimi tempi si è avvicinato ai teorici del natalismo e dell’eugenetica Simone e Malcolm Collins, ha avuto sei figli dalla prima moglie (uno morto da piccolo) e altri tre dalla cantante Grimes (Claire Boucher), convinta di avere con lui una relazione stabile per poi andare su tutte le furie una volta appreso che, mentre una madre surrogata portava a termine il terzo bebè, Elon aveva avuto due gemelli da Shivon Zilis, una executive della sua società Neuralink, a cui negli ultimi due anni se ne sono aggiunti altri due. All’insaputa di Claire e Shivon, quest’anno è poi arrivato Romulus, figlio dell’influencer Ashley St. Clair.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
GLI ERMELLINI RINVIANO OGNI DECISIONE SUL CASO ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA… È LA PRIMA VOLTA CHE VIENE CHIESTO ALLE TOGHE DI LUSSEMBURGO DI VERIFICARE LA COMPATIBILITÀ DI UN SISTEMA DI ASILO EXTRATERRITORIALE CON IL DIRITTO DELL’UNIONE
Sul decreto Albania la Cassazione ci ripensa, e mette nei guai il governo. Per l’hotspot
di Gjader, e per l’intero impianto dell’operazione stilata sugli accordi Roma-Tirana, gli ermellini chiedono che sia la Corte di giustizia europea a decidere, di fatto compiendo un’inversione quasi completa rispetto a quanto stabilito dalla sentenza 17150 dello scorso 8 maggio.
E’ la prima volta che viene chiesto a quelle toghe di verificare la compatibilità di un sistema di asilo extraterritoriale con il diritto dell’Unione.
La Corte suprema italiana esprime infatti la riserva che l’operazione Albania, con l’equiparazione del polo di Gjader ai nostri Centri di permanenza per i rimpatri, possa essere compatibile con le norme e le tutele dei diritti fondamentali che si è data l’Europa.
Le motivazioni della Cassazione saranno depositate solo nei prossimi giorni, ma intanto è una decisione che pesa e che ha rischiato di creare divisioni anche all’interno del Palazzaccio. Peraltro, fino a quando non verrà sciolto il nodo, è poco probabile che Tribunali e Corti possano avallare le detenzioni nelle strutture albanesi.
Ma su cosa doveva esprimersi la Cassazione? I due provvedimenti appena emessi dalla Prima sezione penale (presidente del collegio Giuseppe De Marzo, relatori Daniele Cappuccio e Carmine Russo) riguardano i ricorsi del Viminale sui casi di due migranti per i quali la Corte d’appello di Roma aveva deciso di non convalidare i loro trattenimenti: le due persone erano trattenute in Albania e avevano proposto la domanda di protezione internazionale. Impugnazione quindi caduta nel vuoto.
La Cassazione congela tutto, e pone infatti alla Corte di giustizia europea due domande fondamentali. Gli accordi tra Roma e Tirana davvero rispettano l’impianto delle direttive europee? E proteggono diritti e tutela di chi richiede asilo?
La prima questione pone infatti il tema della compatibilità con il diritto dell’Unione di una disciplina, contenuta nella legge che ratifica il protocollo tra Italia e Albania (è la 14 del 2024), in cui si dispone un trattenimento senza “prospettive predeterminate” di rimpatrio (che sarebbe in violazione della direttiva 2008/115). La seconda, in via subordinata, intende verificare il rispetto del
principio, fondamentale, del diritto a rimanere nel territorio dello Stato, dopo che si propone domanda di protezione
(da La Repubblica)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
LE PIÙ NUMEROSE, TRA SOLDATI EFFETTIVI E RISERVISTI, SONO QUELLE DI POLONIA, FRANCIA E GRECIA… LE TRUPPE ITALIANE SONO INFERIORI A QUELLE TEDESCHE MA SUPERIORI A QUELLE BRITANNICHE…LO STRAPOTERE MILITARE DELLA TURCHIA, SIA IN UOMINI CHE MEZZI, E L’INSOSPETTABILE DOTAZIONE DI CARRI ARMATI DI ATENE
Su quali capacità militari possono contare i Paesi europei dell’Alleanza atlantica per difendere il continente in caso di attacco? In un dossier della tedesca Frankfurter Allgemeine Zeitung sono messi a confronto i pilastri su cui si sostengono le forze armate Europa: soldati, difesa terrestre, aerea e navale.
Secondo le ambizioni del cancelliere Merz le forze armate della Germania dovrebbero «diventare l’esercito convenzionale più forte d’Europa». Ma la distanza tra aspirazioni e realtà è grande. […] La Germania può contare su 182.000 soldati e 62.000 riservisti. Il piano è di arrivare entro il 2031 a 203.000 effettivi, mentre si aspira ad averne in tutto 460.000.
La Francia ha le forze armate più numerose tra i Paesi Nato della Ue con circa 202.000 unità, mentre la Polonia ha lo stesso numero di soldati ma può contare su 300.000 riservisti. Secondo Varsavia gli effettivi nei prossimi anni saliranno a 300.000 e dal 2027 ogni anno circa 100.000 persone dovrebbero sottoporsi a un training militare volontario. L’Italia conta su 170.000 soldati, seguita da Regno Unito con 141.000, Grecia con 132.000 e Spagna con 122.000.
La grandezza degli eserciti però non riflette necessariamente la situazione delle capacità militari. Ad esempio, la leadership circa il numero di carro armati da combattimento tra i Paesi Nato in Europa (Turchia esclusa) è della Grecia, seguita da Polonia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Francia, Finlandia e Italia. Il nostro Paese ha la metà dei panzer di cui dispone la Germania, e Berlino a sua volta ne ha un quarto di quelli della Grecia.
Atene può contare su oltre 1300 veicoli corazzati da combattimento in gran parte per via della competizione con il vicino turco (che ne ha 2378), tra cui 170 modelli di Leopard 2 costruiti ad hoc e 183 Leopard 2A4. A questi si aggiungono 500 vecchi Leopard 1 e 375 M48 americani. Secondo il Military Balance, la Polonia è al secondo posto con 662 veicoli corazzati da combattimento, alcuni di fabbricazione tedesca (200 Leopard 2), altri americana (oltre 100 M1A1) e altri ancora sudcoreana (71 K2). La Germania è terza in classifica con 300 panzer Leopard 2. Nel corso dell’anno Berlino
potrebbe avere ancora 209 Leopard 2A5/A6 e 104 Leopard 2A7v, riporta l’International institute for strategic studies.
E altri 105 Leopard 2A8 di seconda generazione arriveranno entro il 2030. La Spagna segue a ruota la Germania con 274 Leopard 2. Ancora dietro la Francia con 200 Leclerc e la Gran Bretagna con 213 Challenger 2 mentre la Finlandia ha 200 Leopard (100 2A6 e 100 2A4). L’Italia dispone di oltre 150 Ariete.
Sulla difesa aerea il Paese messo meglio è la Francia.
L’aeronautica francese dispone in tutto di 240 caccia a cui si aggiungono i 60 della Marina. Per lo più si tratta di diversi modelli di Mirage, che sta cercando di sostituire con i più moderni Rafale (142). La seconda è la Grecia, con 230 velivoli da caccia, tra cui 20 Rafale, 32 Phantom F4 e 164 F-16 americani. L’aeronautica tedesca è terza con 266 velivoli (non solo da combattimento), di cui 138 Eurofighter e 93 Tornado. Questi dovrebbero essere sostituiti dal 2026 con 35 aerei da combattimento F-35 americani e nuovi Eurofighter. L’Italia è quinta dopo la Gran Bretagna, con 92 Eurofighter e 26 F-35 destinati ad aumentare. La leadership della difesa navale è ancora della Francia, seguita da Italia, Gran Bretagna e Grecia.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
”UN CAMPUS APERTO ALLA CITTA’, MA BISOGNA MIGLIORARE I SERVIZI E L’OFFERTA CULTURALE”
“Mi piacerebbe che finissero rapidamente le grandi opere e che non ci fossero più
ritardi, e vorrei lavorare subito per l’ampliamento della metropolitana, visto che in otto anni non è stata aperta nessuna nuova stazione. Ma quello che manca è un vero studentato, un campus che possa attrarre studenti da fuori e fare diventare Genova davvero una città universitaria”.
Al primo giorno di lavoro ufficiale a Tursi, Silvia Salis, neo sindaca di Genova, inizia a svelare l’agenda della sua amministrazione, mettendo in fila quelli che secondo lei potrebbero essere i primi progetti a cui mettere mano. Tra questi la realizzazione di un vero e proprio campus universitario sul modello delle grandi città europee.
“Non una cosa con 20 posti qua e trenta di la – spiega – ma un vero luogo che possa essere usato dagli studendi per vivere e studiare ma anche per tutta la città – spiega a margine del suo insediamento – ci
sono dei luoghi che stiamo individuanto ma dobbiamo lavorarci bene, senza la frenesia dei primi giorni. Dobbiamo ricordarci che il mandato dura cinque anni. E dopo questi cinque anni dobbiamo lasciare una eredità reale e non fittizia”.
“Siamo la sesta città d’Italia e non abbiamo un vero studentato – sottolinea poi Salis – è difficile rendersi attrattivi per chi ci vive e per chi viene da fuori. Costa tanto venire a Genova, costa tanto viverci. Mancano servizi, offerta culturale. Anche questi sono temi che devono essere portati avanti in quest’ottica”
(da Genova24)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
LA LEGA HA COSTRUITO SÉ STESSA COME UN PARTITO TRIBALE. PRIMA IL NORD, POI L’ITALIA (MA SOLO QUELLA CHE “LAVORA”), SEMPRE CONTRO QUALCOSA O QUALCUNO. E NON IMPORTA SE QUEGLI UOMINI FORTI TRASCINANO I LORO PAESI NEL BARATRO
In un Paese dove la politica somiglia sempre più a un talk show, i sondaggi, come oracoli svogliati, ci regalano scorci inquietanti del nostro subconscio elettorale. L’ultima rivelazione arriva da Demos: tra gli elettori dei maggiori partiti italiani, sono i leghisti quelli che più di tutti tifano per Donald Trump (52 per cento), per Vladimir Putin (40 per cento) e per Benjamin Netanyahu (36 per cento).
Ora, non serve Sigmund Freud per capire che l’innamoramento per l’uomo forte — persino quello guerrafondaio — ha radici profonde e antiche. L’elettore leghista, abituato a un mondo semplice fatto di padroni e sudditi, di confini invalicabili e leggi granitiche, ritrova in questi leader il mito virile del capobranco. Uno che non chiede il permesso, che mena le mani (o le bombe), che parla alla pancia più
che alla testa. Il prototipo perfetto per chi vede nel compromesso un tradimento e nella diplomazia una debolezza.
Trump è l’incarnazione del maschio alfa di destra: rozzo, impunito, miliardario e incazzato. Il fatto che la sua presidenza sia un circo tragicomico, che sta facendo traballare le economie dell’intero Occidente, poco importa: l’elettore leghista non cerca un amministratore, ma un gladiatore.
Putin, invece, è l’uomo delle nevi e dei silenzi. Freddo come un polonio nel tè [Per l’elettore leghista, abituato a vedere il mondo come una continua invasione (di migranti, di euroburocrati, di gender, persino di zanzare globaliste), Putin è il doganiere con le chiavi del destino.
Se bombarda l’Ucraina, lo fa per difendere la sua patria. Se reprime, è per mettere ordine. Se mente, è per applicare la sua strategia. Il cinismo viene scambiato per lucidità. Il disprezzo per l’Occidente, per autenticità.
Netanyahu è un caso a parte È il Trump col cervello e il Putin col sostegno della Casa Bianca. Ha fatto del “nemico permanente” un collante identitario. Ma la domanda è: perché proprio i leghisti? Perché non i meloniani, che per la loro storia dovrebbero subire più di tutti il fascino dell’uomo forte? La risposta è in una parola: identità. La Lega, più di tutti, ha costruito sé stessa come un partito tribale.
Prima il Nord, poi l’Italia (ma solo quella che “lavora”), sempre contro qualcosa o qualcuno. E in questa narrativa perennemente barricadera, l’uomo forte è l’eroe perfetto. Non si piega, non dialoga, non si scusa. Esattamente ciò che l’elettore leghista vorrebbe dal suo leader ideale. Questo afflato virilista ha anche una componente nostalgica: ricorda un tempo in cui l’autorità non andava giustificata, ma solo obbedita.
Eccoli lì, gli elettori leghisti, romanticamente aggrappati a un’idea di forza che ha poco a che vedere con la democrazia e molto con il comando. Non importa se quegli uomini forti mentono, manipolano o trascinano i loro Paesi nel baratro
(da L’Espresso)
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