Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
PROTESTE DEGLI STATI EUROPEI, LE SOLITE CHIACCHIERE INUTILI
Un drone russo ha colpito un condominio a Galați, nel sudest della Romania, ferendo due persone. Lo ha reso noto il ministero della Difesa rumeno spiegando che il drone Shahed ha colpito il tetto di un edificio residenziale vicino al confine ucraino. Si tratta di «una grave e pericolosa escalation», come hanno riferito i media rumeni. La Romania è stata colpita durante gli attacchi russi notturni contro i porti ucraini sul Danubio e in particolare la città di Izmail. In seguito all’attacco due F-16 rumeni sono decollati. Questa è la prima volta che un attacco russo causa vittime sul suolo Nato.
Il drone russo e la Romania
Da quando nel febbraio 2022 è iniziata l’offensiva russa contro l’Ucraina sono state rilevate più volte incursioni di droni in Romania. Ma questa è la prima volta che uno di questi velivoli si schianta contro un edificio residenziale. Quando i droni sono stati individuati in prossimità dello spazio aereo rumeno, due caccia F-16 sono decollati dalla base aerea di Fetesti, nella Romania orientale. Sono stati «autorizzati a ingaggiare il combattimento con i bersagli per tutta la durata dell’allerta», ha precisato il ministero della Difesa rumeno. Secondo i servizi di soccorso rumeni, l’intero carico del drone è esploso e i due occupanti dell’appartamento colpito, che sono riusciti a evacuare l’edificio con le proprie forze, sono stati soccorsi sul posto per alcune escoriazioni.
La condanna della Nato
Nella notte tra giovedì e venerdì è stato diramato un allarme aereo nazionale in Ucraina in previsione di nuovi raid russi. «Questa mattina presto, un condominio in Romania è stato colpito da un drone durante un attacco russo alle infrastrutture ucraine vicino al confine. Il Segretario Generale della NATO è in contatto con le autorità rumene. Condanniamo l’imprudenza della Russia e la NATO continuerà a rafforzare le proprie difese contro tutte le minacce, compresi i droni», ha scritto la portavoce della Nato Allison Hart sui social media.
Zelensky: Russia sta preparando attacco su larga scala
La Russia si sta apprestando a lanciare un nuovo massiccio attacco contro l’Ucraina. Lo ribadisce il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Abbiamo ricevuto informazioni dai nostri servizi segreti secondo cui la Russia starebbe preparando un nuovo attacco su larga scala», ha scritto su Telegram. «E’ importante che tutti i nostri partner siano a conoscenza di quanto sta accadendo e che la Russia continui a puntare sui missili e su un’ulteriore escalation bellica piuttosto che su misure diplomatiche», ha insistito. Zelensky ha invocato nuove sanzioni e «l’attuazione degli accordi con i partner in materia di difesa aerea e antimissile» senza ritardi. Il presidente ne ha parlato con il ministro degli Esteri, Andriy Sybiha, e sta lavorando a «proposte dettagliate per il nuovo pacchetto di sanzioni europee e misure aggiuntive per contrastare l’elusione delle sanzioni esistenti».
Anche Berlino condanna l’episodio
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha condannato il «comportamento sconsiderato della Russia» a seguito dell’incidente con un drone che ha causato il ferimento di due persone in Romania, affermando che «continua a minacciare la nostra sicurezza collettiva». «La nostra risposta è l’unità», ha scritto Wadephul su X. «Siamo al fianco della Romania. I nostri pensieri vanno alle persone ferite nell’incidente con il drone di questa notte. Continueremo a rafforzare la difesa ucraina ed europea all’interno della Nato».
Per Bucarest è stato impossibile abbatterlo: solo 4 minuti di tempo
L’esercito rumeno «non ha avuto il tempo di abbattere il drone” che ha ferito due persone schiantandosi contro un condominio a Galati, vicino al confine con l’Ucraina, ha dichiarato il generale Gheorghe Maxim in una conferenza stampa. «Non c’era alcuna possibilità concreta di intercettarlo in sicurezza», ha aggiunto, «dato che il tempo a nostra disposizione – quattro minuti – era estremamente breve». «La decisione di non ingaggiare il bersaglio è stata presa perché non sussistevano le condizioni necessarie per distruggerlo senza mettere seriamente in pericolo la sicurezza della popolazione civile», ha dichiarato il presidente rumeno Nicusor Dan.
Ambasciatore Usa alla Nato: «Difenderemo ogni suo centimetro»
«Siamo al fianco del nostro alleato Nato, la Romania, e condanniamo questa sconsiderata incursione sul suo territorio. Il nostro pensiero va ai feriti di Galati. Difenderemo ogni centimetro del territorio Nato». Lo scrive in un post su X l’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker.
(da Open)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
COME SPENDERE DI MENO CON I FARMACI EQUIVALENTI
Ci sono soldi che il Servizio sanitario nazionale spende senza che qualcuno se ne
accorga. Escono dalle casse pubbliche attraverso norme scritte nel tipico linguaggio tecnico incomprensibile ai più. Sono testi di legge che quasi nessuno si prende la briga di decifrare, ma che autorizzano spese da milioni di euro a vantaggio di pochi e con costi aggiuntivi per tutti gli altri. È in questo contesto che va letta la modifica al sistema di remunerazione dei farmaci voluta dal governo Meloni e dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, farmacista con delega alla farmaceutica. Una riforma costruita su passaggi tecnici che, una volta riportati alla pratica quotidiana, producono un effetto paradossale: invece di far risparmiare il Servizio sanitario nazionale, lo portano a pagare di più. Un cambiamento che sottrae risorse alla Sanità, eternamente sotto pressione. Per capire come funziona il meccanismo bisogna mettere in fila le regole, vedere come sono state ritoccate e seguire le conseguenze concrete che hanno avuto sulla gestione delle risorse pubbliche. Ed è proprio guardando a queste ricadute che diventa chiaro quanto le decisioni prese in ambito tecnico finiscano per incidere anche sulle scelte più ordinarie dei cittadini, a partire da cosa acquistiamo in farmacia e da quanto siamo chiamati a pagare di tasca nostra.
Un miliardo di euro
Ogni anno noi cittadini spendiamo, in modo spesso poco consapevole, un miliardo di euro che potremmo evitare di sborsare. Accade quando scegliamo un farmaco di marca invece del suo equivalente generico, che è uguale in tutto e per tutto ma ha un prezzo inferiore (qui pag. 18). È una decisione che si ripete infinite volte al
giorno nelle farmacie e che riguarda una porzione molto ampia dei medicinali in commercio.
Il Servizio sanitario nazionale mette infatti a nostra disposizione 10.809 farmaci gratuitamente o al solo costo del ticket: sono i medicinali di fascia A (qui pag. 757). Nel 2024 la spesa complessiva per questa categoria ha raggiunto 8 miliardi e 353 milioni di euro (qui pag. 6). Una cifra enorme, il cui peso è determinato soprattutto da un dato: l’87,5% dei consumi riguarda farmaci con brevetto scaduto (qui pag. 161). Quasi tutti questi medicinali hanno un equivalente generico, con la stessa capacità terapeutica del brand: stesso principio attivo, stessa efficacia, stessa sicurezza, stesso modo di assunzione.
Farmaci di marca e farmaci generici
I farmaci generici compaiono sul mercato dopo circa dieci anni dalla commercializzazione del farmaco originale, periodo nel quale l’azienda titolare del brevetto recupera i costi sostenuti per ricerca e sviluppo. Una volta scaduta la protezione brevettuale, i prezzi si abbassano per tutti (qui pag. 4), aprendo la strada al principio su cui si fonda il sistema: contenere la spesa pubblica senza ridurre la qualità delle cure.
Ci sono casi in cui il medico specifica che un paziente debba assumere proprio un farmaco di marca, ma sono eccezioni. Di norma la scelta ricade su di noi. La legge stabilisce che il farmacista debba consegnare il generico, a meno che sia il cittadino a chiedere espressamente il contrario (decreto legge 18 settembre 2001, n. 347 qui art. 7 comma 2 e 3). In questo modo, se preferiamo il brand, la differenza di prezzo non viene scaricata sul Servizio sanitario nazionale: la paghiamo noi.
Il funzionamento del sistema è sintetizzato in una regola: «I medicinali con uguale composizione in principi attivi, forma farmaceutica, via di somministrazione, modalità di rilascio, numero di unità posologiche e dosi unitarie sono rimborsati al farmacista dal Servizio sanitario nazionale fino al prezzo più basso disponibile» (qui art. 7 comma 1). La logica è chiara: se due farmaci sono uguali, il rimborso del Ssn non può superare il prezzo più basso
Da marzo 2024, però, questo meccanismo smette di funzionare come prima. La norma resta valida, ma gli effetti non sono più quelli originali. Il sistema, nato per produrre risparmi, inizia a generare costi aggiuntivi: in diversi casi il Servizio sanitario nazionale arriva a pagare i farmaci più del prezzo fissato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), cioè più del prezzo al pubblico. Per capire l’impatto concreto della riforma abbiamo analizzato un caso esemplare.
Un caso concreto: l’Atorvastatina
L’Atorvastatina è il principio attivo che genera la maggiore spesa per le casse pubbliche: è un farmaco molto diffuso, usato per tenere sotto controllo il colesterolo (qui pag. 355). La sua storia, ricostruita attraverso documenti ufficiali delle Asl, consente di vedere con chiarezza cosa sia cambiato. Fino al 2011, la confezione da 30 compresse da 10 mg del farmaco di marca costa 24,44 euro (qui art. 1). Dopo la scadenza del brevetto, il 6 dicembre 2012, il prezzo scende a 6,36 euro (qui). Nello stesso anno arriva il generico, venduto a 4,35 euro (qui).
È la dinamica classica: l’ingresso del generico abbassa anche il costo del brand. La differenza tra i due prezzi è 2,01 euro. Se il cittadino sceglie il generico non paga nulla. Chi preferisce la marca, versa quella differenza. Il sistema garantisce libertà, ma attribuisce il costo aggiuntivo a chi compie la scelta (qui comma 4).
Cosa succede ora
Con l’introduzione della nuova remunerazione, emergono due effetti che ribaltano la finalità del generico.
Primo: il farmaco che dovrebbe far risparmiare il Servizio sanitario finisce per costargli più del prezzo al pubblico. Chi compra l’Atorvastatina generica privatamente continua a pagarla 4,35 euro, il prezzo stabilito da Aifa. Ma quando lo stesso medicinale viene erogato tramite il Servizio sanitario, lo Stato rimborsa alla farmacia 5,24 euro: 89 centesimi in più rispetto al prezzo esposto sugli scaffali. L’aumento è dovuto alla nuova modalità di remunerazione che fa crescere per lo Stato il costo del rimborso del 24%.
È come se il proprietario di un supermercato acquistasse un prodotto a un prezzo più alto di quello che il rivenditore espone sugli scaffali per i clienti che lo comprano
Due. L’anomalia riguarda anche il farmaco di marca. Il suo prezzo al pubblico rimane 6,36 euro. Ma oggi il Servizio sanitario lo rimborsa alla farmacia a 4,75 euro: il 20% in più rispetto al passato e comunque più del prezzo di riferimento Aifa. A questi 4,75 euro si aggiungono, come sempre, i 2,01 euro che il cittadino continua a pagare. Il totale per il sistema – tra spesa pubblica e privata – arriva così a 6,76 euro, 40 centesimi oltre il prezzo esposto.
Quanto è diffuso il fenomeno
Questi due effetti non sono limitati all’Atorvastatina. Si ripetono in quasi la metà dei farmaci a carico del Ssn, in particolare tra quelli con un costo inferiore agli 8 euro. Il risultato è un trasferimento di risorse consistente verso le farmacie, a scapito di altre aree della spesa sanitaria.
Le novità
Siamo davanti al ribaltamento del principio originario: il Sistema sanitario paga di più proprio dove la legge aveva stabilito che dovesse pagare meno. Prima della riforma, le farmacie ricevevano il 30,35% del prezzo al pubblico, con sconti differenziati in base al costo del medicinale, secondo quanto previsto dalla legge 662 del 1996 e successive modifiche (art. 1, comma 40 qui e art. 11 comma 6 qui). Il produttore incassava il 66,65%, il grossista il 3%.
Con la riforma, lo schema cambia: la farmacia riceve il 6% del prezzo del farmaco più una quota fissa che va da 55 centesimi a 2,50 euro per confezione, variabile a seconda del prezzo del medicinale e della tipologia della farmacia (comma 225 qui). Un meccanismo che serve a riempire le casse delle farmacie: con la nuova remunerazione più il prezzo del farmaco è basso, maggiore è il margine di guadagno (almeno fino agli 8 euro a confezione). Lo scorso febbraio avevamo denunciato un altro caso emblematico. Una confezione di acido acetilsalicilico, un comune antinfiammatorio con la formulazione per problemi cardiaci, costa come generico 1,41 euro. Fino al 2024 la farmacia guadagnava il 30,35% più l’8% come farmaco generico, meno lo sconto: in totale 50 centesimi. Con le nuove regole, la remunerazione diventa il 6% più 55 centesimi più l’8% come generico, meno lo sconto: 93 centesimi. Un aumento dell’86% nei ricavi della farmacia, con un costo maggiore per lo Stato pari al 31%.
Le nostre scelte
C’è almeno una decisione immediata che possiamo prendere come cittadini: evitare di comprare il farmaco di marca, pagando di tasca nostra la differenza con il suo equivalente generico. Si tratta di una spesa inutile perché l’effetto curativo è identico. Su base individuale sono spiccioli, ma su base nazionale valgono un miliardo di euro l’anno che escono dalle nostre tasche.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
SOFIIA KRAINSKA E’ STATA COSTRETTA ALLA FUGA DA KIEV … UNA FEDERAZIONE INDEGNA HA RIAMMESSO UN PAESE CRIMINALE ALLE GARE DI GINNASTICA
Ha chiuso la sua gara al secondo posto. Davanti a lei, soltanto una rivale. Ma sul podio, non c’è stato spazio per la soddisfazione, perché oltre quattro anni di guerra le si sono rovesciati addosso come una valanga. Portandola a un gesto per lei inevitabile. Lei è Sofiia Krainska, 15 anni, stella ucraina della ritmica. Ma quando durante la premiazione ha sentito l’inno russo suonato per la vincente della sua gara, Iana Zaikina, si è coperta il volto con le mani.
La protesta della ginnasta ucraina contro l’inno russo
È successo a Varna, in Bulgaria, per le gare juniores agli Europei di ginnastica ritmica, in cui peraltro l’azzurra Flavia Cassano ha vinto il bronzo al cerchio. Nell’esercizio al nastro, invece, Krainska si è classificata seconda, davanti alla tedesca Melissa Diete. Davanti a lei, solo una avversaria, Iana Zaikina, anche lei di 15 anni (sono entrambe del 2011). Nelle gare di ginnastica gli atleti russi sono stati riammessi e possono gareggiare sotto la loro bandiera. Ma durante la cerimonia di premiazione, quando ha sentito eseguire l’inno russo, Sofiia non ha resistito. E si è portata le ani sugli occhi, coprendosi il volto.
Il passato in Italia di Krainska
Un gesto fortissimo, nel momento più intenso della giornata. D’altronde, cosa sia la guerra che sta sconvolgendo il suo paese, la giovanissima atleta lo sa bene: nel 2022 Sofiia e la mamma Olena sono state costrette a lasciare l’Ucraina per scampare agli attacchi russi: avevano trovato rifugio a Milano, accolte dalla comunità di Sant’Egidio. Il gesto resta un segnale intenso, una presa di stanze, ma anche un atto di dolore per quello che ha dovuto passare lei, la sua famiglia – è originaria di Kiev – e che il paese in cui è nata sta sopportando da oltre 4 anni. E
mitato poco dopo anche da una sua compagna ucraina, Varvara Chubarova, che ha fatto la stessa cosa durante la premiazione della bielorussa Kira Babkevich.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
LO PREVEDE LA DIRETTIVA EUROPEA 2023/970
Scatta l’obbligo di indicare la retribuzione all’interno degli annunci di lavoro. Lo
prevede la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza salariale che dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il prossimo 7 giugno. L’Italia l’ha già fatto, lo scorso 30 aprile. Le nuove regole, che hanno l’obiettivo di azzerare il divario salariale e contrastare il gender gay gap, si applicano ai datori di lavoro del settore pubblico e privato e ai lavoratori e lavoratrici che hanno un contratto di lavoro in
regola. Tra le novità principali l’obbligo di mostrare, all’interno di qualsiasi offerta di lavoro e prima del colloquio, il livello di retribuzione.
Cosa prevedono le misure sulla trasparenza retribuitiva
La direttiva stabilisce che chi si candida per una posizione lavorativa ha il diritto di ottenere informazioni dal potenziale datore di lavoro sulla retribuzione iniziale o sulla relativa fascia prima di effettuare il colloquio. Il candidato potrà, se lo richiede, ottenere dettagli sul contratto collettivo applicato in relazione alla posizione. Inoltre, i lavoratori e le lavoratrici hanno il diritto di richiedere, direttamente o tramite rappresentanti sindacali, informazioni sul livello retributivo individuale e sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori e lavoratrici che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.
Dall’altra parte i datori di lavoro saranno tenuti a rispettare tali richieste. Inoltre, non potranno chiedere ai candidati informazioni sulla loro retribuzione, attuale o passata, e dovranno assicurare che le procedure di assunzione siano condotte in modo non discriminatorio.Tra gli obiettivi della normativa c’è anche quello di garantire la parità di genere sul luogo di lavoro, imponendo ai datori di fornire delle informazioni come il divario retributivo di genere o la percentuale di personale di sesso femminile e di sesso maschile che riceve componenti complementari o variabili e di porre rimedio per evitare differenze retributive discriminatorie.
Quando entra in vigore l’obbligo in Italia
Oggi in Italia sono ancora poche le aziende che riportano l’indicazione della RAL, la retribuzione annuale lorda, all’interno dell’annuncio di lavoro. A breve però tutti i datori di lavoro saranno obbligati a inserirla. Lo scorso 30 aprile il governo ha varato il decreto attuativo che recepisce la direttiva europea rispettando la scadenza fissata per il 7 giugno. Entro questa data tutti i 27 Stati membri saranno tenuti ad adeguarsi alla normativa europea, obbligando le aziende a comunicare le informazioni salariali all’interno degli annunci.
(da Fanpage)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA SCOMODA ALLA CASA BIANCA È STATA BLOCCATA DALLA NUOVA DIRETTRICE EDITORIALE BARI WEISS … SHARYN ALFONSI: “È UNA SCELTA PER PUNIRE UNA GIORNALISTA CHE SI È RIFIUTATA DI EDULCORARE UN’INCHIESTA”
La Cbs ha deciso di non rinnovare il contratto della giornalista di ’60 Minutes’ Sharyn Alfonsi, sei mesi dopo che un suo servizio sulle torture nelle carceri salvadoregne era stato improvvisamente bloccato dalla nuova direttrice editoriale delle news, Bari Weiss.
Il contratto della Alfonsi è scaduto sabato. In un’intervista con il New York Times, la giornalista ha raccontato che le richieste del suo agente a Cbs nelle ultime settimane erano state accolte con il silenzio: “Il messaggio per la redazione e’ agghiacciante: c’e’ stata una scelta deliberata per punire una giornalista che si è rifiutata di edulcorare un’inchiesta accurata”.
La Alfonsi resta formalmente impiegata alla Cbs, ma senza un nuovo contratto ha detto di non aspettarsi un ritorno a ’60 Minutes’. “Non mi dimetto”, ha affermato. “Se vogliono mandarmi via perché ho fatto il mio lavoro, dovranno licenziarmi”.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
È VERO CHE IL FONDO UFFICIALE DELL’ORGANISMO VOLUTO DA TRUMP NON HA RICEVUTO UN SOLO DOLLARO DAI DONATORI, MA I SOLDI CI SONO. CONTRIBUTI DEL MAROCCO E DEGLI EMIRATI ARABI, RISPETTIVAMENTE PER TRE E VENTI MILIONI, HANNO FINANZIATO L’UFFICIO DI NICKOLAY MLADENOV, L’ALTO RAPPRESENTANTE PER GAZA. IL GUAIO È CHE I FONDI NON TRANSITANO ATTRAVERSO IL MECCANISMO TRASPARENTE DELLA BANCA MONDIALE, MA SU UN CONTO JPMORGAN CONTROLLATO DAL BOARD, PER IL QUALE NON SONO PREVISTI REQUISITI INDIPENDENTI DI TRASPARENZA
Ieri il Financial Times ha rivelato che il fondo ufficiale del Board of Peace di Donald
Trump – il meccanismo finanziario istituito attraverso la Banca Mondiale e approvato dall’Onu – non ha ricevuto un solo dollaro dai donatori. «Zero dollars have been deposited» («Non è stato depositato alcun dollaro»), ha dichiarato una fonte a conoscenza della situazione
Quattro mesi dopo la nascita dell’organismo che Trump aveva definito uno dei più «consequential» («importanti») mai creati, quello che resta è un conto vuoto, un limbo giuridico e una domanda precisa: chi controlla i soldi che ci sono davvero?
Perché i soldi, almeno in parte, ci sono. Contributi del Marocco e degli Emirati Arabi, per circa tre milioni e venti milioni di dollari rispettivamente, hanno finanziato l’ufficio di Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante per Gaza nel dopoguerra, e i salari del comitato tecnocratico palestinese che il board ha formato per governare la striscia.
Ma questi fondi non transitano attraverso il meccanismo trasparente della Banca Mondiale. I donatori hanno invece versato direttamente su un conto JPMorgan controllato dal board, per il quale non sono previsti requisiti indipendenti di trasparenza.§Un organismo internazionale creato per governare la ricostruzione di due milioni di persone, che raccoglie denaro senza obbligo di rendiconto pubblico, attraverso la banca privata con cui il suo fondatore ha una causa legale aperta da cinque miliardi di dollari.
La Carnegie Endowment lo ha scritto chiaramente a marzo: la struttura non prevede meccanismi di supervisione e audit, e solleva domande su chi potrà prelevare da quel conto anche dopo la fine del mandato Onu e dopo che Trump lascerà la Casa Bianca.
Mladenov, il diplomatico bulgaro incaricato di tradurre questo progetto in realtà, lo sa. Lo sa così bene che la settimana scorsa, parlando al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha avvertito che il deteriorarsi dello status quo rischia di diventare permanente: una Gaza divisa, in cui Hamas detiene il controllo militare e amministrativo su due milioni di persone in meno della metà del territorio
I monitor del conflitto registrano che i bombardamenti israeliani su Gaza sono accelerati del 35% dopo il cessate il fuoco con l’Iran, stipulato il mese scorso. Come se la fine di una guerra in un teatro avesse liberato energia per intensificare quella nell’altro.
L’occupazione militare israeliana si estende ora a circa il 65% del territorio di Gaza: quando Trump dichiarò la tregua in ottobre, le forze israeliane occupavano il 53% della Striscia. Da allora si sono spinte più a ovest, definendo un nuovo perimetro
chiamato “linea arancione”. I sopravvissuti palestinesi vivono nel 35% rimanente del loro territorio originario.
Due milioni di persone in un terzo di uno spazio già minuscolo, con i bombardamenti, i cecchini e i checkpoint come confini mobili della loro esistenza quotidiana. Israele mantiene il controllo di oltre il 60% della Striscia, inclusi tutti i valichi di entrata e di uscita, mentre la popolazione è concentrata lungo la costa.
È in questo scenario che si inserisce la seconda fase del piano Trump, quella che dovrebbe portare al disarmo di Hamas, alla governance civile, alla ricostruzione. Il problema è che l’accordo firmato da Israele e Hamas a ottobre riguardava esclusivamente il ritiro iniziale dalle parti di Gaza, il cessate il fuoco, lo scambio di ostaggi e le disposizioni sugli aiuti umanitari. Hamas non ha ancora accettato la seconda fase del piano in venti punti, e i negoziati tra i mediatori – Stati Uniti, Egitto, Qatar, Turchia – si sono ripetutamente arenati.
Nessuna delle parti ha interesse a un accordo definitivo nelle condizioni date. Hamas perché cedere le armi senza garanzie di sovranità significa cedere l’unica leva rimasta. Israele perché ogni settimana che passa consolida una presenza militare e territoriale che, nella visione dei ministri della destra estrema del governo Netanyahu, è l’obiettivo reale, non il mezzo.
Questa è la struttura del blocco: un fondo senza fondi, un organismo di pace senza autorità, un cessate il fuoco che non ferma le bombe, un piano di disarmo che nessuno ha firmato, un’occupazione che avanza ogni settimana ridefinendo i propri confini come se la geometria fosse più solida del diritto.
La verità è che dopo oltre due anni e più di 72.775 morti palestinesi, entrambe le cose possono essere vere insieme, e questa coesistenza è esattamente il problema che né il Board of Peace né nessun altro ha affrontato con onestà: Gaza non è un territorio da ricostruire. È un territorio in cui la distruzione è ancora in corso. E costruire una pace sopra una guerra attiva non si chiama ricostruzione. Si chiama architettura del limbo, e qualcuno ne trae vantaggio.
(da agenzie)
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