Luglio 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO PIÙ ECLATANTE È LA “INDIRA GANDHI NATIONAL OPEN UNIVERSITY”, CHE HA 7 MILIONI DI STUDENTI… NEGLI USA, IL 28% DEGLI UNIVERSITARI STUDIA ESCLUSIVAMENTE A DISTANZA … IN ITALIA LE UNIVERSITÀ TELEMATICHE SONO PASSATE DAL 6,8% AL 15% DELLA POPOLAZIONE STUDENTESCA. E IL GRUPPO MULTIVERSITY, CONTA OLTRE 200 MILA STUDENTI, TRA LE UNIVERSITA’ PEGASO, MERCATORUM E SAN RAFFAELE
Per generazioni, l’accesso all’università è stato regolato da filtri invisibili ma decisivi: la
geografia, il reddito familiare, il capitale culturale di partenza. Chi nasceva lontano dai grandi centri urbani, chi doveva lavorare per mantenersi, chi proveniva da famiglie senza tradizione di studi superiori partiva svantaggiato, quando non era escluso del tutto.
Oggi quel filtro si sta allentando, e il motore del cambiamento è la formazione universitaria a distanza. Le università online – chiamate telematiche in Italia, “open universities” nel mondo anglosassone – non sono più un’alternativa di ripiego: sono diventate una delle componenti più dinamiche dell’intero sistema dell’istruzione terziaria mondiale.
Secondo i dati UNESCO più recenti, gli studenti iscritti a percorsi di formazione terziaria nel mondo hanno raggiunto quota 264 milioni, due volte e mezzo rispetto all’inizio del secolo
Le stime di settore indicano che oltre il 60% delle università nel mondo offre ormai programmi online, e il mercato globale dell’e-learning, cresciuto di circa il 900% dal 2000, viaggia verso valori che gli analisti collocano tra i 400 e i 500 miliardi di dollari entro pochi anni.
Il dato più eloquente, però, riguarda le cosiddette “mega-università”. Sette dei dieci atenei più grandi del pianeta per numero di iscritti sono istituzioni a distanza, e quasi tutte si trovano in Paesi emergenti o in via di sviluppo, proprio là dove gli ostacoli socio-economici all’istruzione sono storicamente più alti.
Il caso più rilevante è quello indiano. La Indira Gandhi National Open University (IGNOU), fondata nel 1985 a Nuova Delhi con l’obiettivo dichiarato di democratizzare l’istruzione superiore, è oggi la più grande università del mondo: le stime sugli iscritti oscillano tra i 4 e i 7 milioni di studenti, serviti attraverso una rete di decine di centri regionali e migliaia di centri studio in India e in oltre trenta Paesi.
In Pakistan la Allama Iqbal Open University conta circa 2,5 milioni di studenti e ha fatto da apripista per programmi a forte inclusione di genere, con una crescita marcata delle iscrizioni femminili.
In Nigeria la National Open University (NOUN) ha superato i 3 milioni di iscritti, con tassi di crescita annui intorno al 20%, trainati da una popolazione giovanissima e dalla diffusione delle app mobili per lo studio. In Indonesia la Universitas Terbuka, nata nel 1984 per collegare un arcipelago di migliaia di isole, ha toccato il record di oltre 760.000 studenti attivi nel 2025, il 64% dei quali donne.
Il Sudafrica ha in UNISA — la più antica università a distanza del continente — un ateneo che serve centinaia di migliaia di studenti da tutta l’Africa. E la Turchia, con la Anadolu University e i suoi circa 2 milioni di iscritti, dimostra che il modello funziona anche in contesti a reddito medio.
Ovunque, dove le università tradizionali non bastano, o costano troppo, o sono fisicamente irraggiungibili, il modello aperto e digitale colma il vuoto. Le rette sono una frazione di quelle degli atenei convenzionali, non è richiesto il trasferimento in città — con i relativi costi di affitto e mantenimento — e la didattica asincrona consente di studiare senza abbandonare il lavoro che spesso sostiene la famiglia.
Il fenomeno non riguarda solo i Paesi emergenti. Negli Stati Uniti, secondo il National Center for Education Statistics, circa il 28% degli studenti undergraduate studia esclusivamente a distanza e un ulteriore 33% frequenta almeno una parte dei corsi online: gli studenti che seguono lezioni solo in aula sono ormai una minoranza, il 39%.
A livello di lauree magistrali e master la quota di chi studia interamente online ha raggiunto il 45%, superando i formati tradizionali. Complessivamente, oltre 7 milioni di studenti americani frequentano corsi a distanza, e mentre le iscrizioni agli atenei tradizionali ristagnano, quelle delle grandi università online crescono a doppia cifra.
L’Europa ha una tradizione consolidata: la Open University britannica, fondata nel 1969, è stata il modello di riferimento mondiale per l’accesso senza requisiti d’ingresso; la spagnola UNED, nata nel 1972, serve oggi oltre 150.000 studenti; la catalana UOC ha fatto da pioniera della didattica interamente online già dal 1994.
L’Italia offre uno degli esempi più netti di questa trasformazione. Nell’anno accademico 2024/25 il sistema universitario nazionale ha toccato il massimo storico di oltre 2 milioni di iscritti, ma — come ha rilevato il Sole 24 Ore sulla base del rapporto ANVUR — quasi due terzi della crescita degli ultimi sette anni è attribuibile alle università telematiche, che sono passate dal 6,8% al 15% della popolazione studentesca complessiva, con un incremento delle iscrizioni del 158% in sei anni.
Gli atenei online italiani hanno superato i 300.000 iscritti, e nei corsi di laurea disponibili sia in presenza sia a distanza più di uno studente su cinque (21,8%) sceglie ormai la modalità online. Nel nostro Paese, vero e proprio punto di riferimento del settore è il gruppo Multiversity.
Con oltre 200mila studenti, offre formazione universitaria, master e certificazioni digitali tramite le sue divisioni. Il polo digitale del gruppo comprende tre università telematiche riconosciute dal MUR: l’Università Pegaso, l’Universitas Mercatorum e l’Università San Raffaele.
Il profilo degli iscritti racconta molto sulla funzione sociale del fenomeno: la fascia d’età più rappresentata è quella tra i 27 e i 36 anni (35,2%), seguita dai 22-26enni e dai 37-45enni. Si tratta in gran parte di lavoratori, di adulti in riqualificazione professionale, di persone che vivono in piccoli comuni o in aree montane e interne, per le quali il trasferimento in una città universitaria — con affitti in costante aumento — sarebbe economicamente insostenibile.
Le donne rappresentano oggi la maggioranza degli iscritti (circa il 53-55%), un ribaltamento rispetto a pochi anni fa. E i risultati non mancano: negli atenei telematici circa l’81% degli studenti si laurea nei tempi previsti, contro il 55% circa delle università statali tradizionali.
Tornando al trend globale, le proiezioni UNESCO ipotizzano che le sole mega-università possano superare collettivamente i 50 milioni di iscritti entro il 2030, e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei percorsi di apprendimento — già avviata da atenei come IGNOU e la Open University of China — promette di personalizzare il supporto agli studenti su una scala prima impensabile.
(da .9colonne.it)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROSSIMA SETTIMANA FORZA ITALIA DIRÀ NO ALL’EMENDAMENTO SULLE INTERCETTAZIONI. È STATA GIORGIA MELONI A FAR SALTARE ALL’ULTIMO LA TREGUA TENTATA DA MANTOVANO. LA DUCETTA NON VUOLE DARE L’IMPRESSIONE CHE MARINA BERLUSCONI DETTI LA SUA AGENDA (PREFERISCE FARSELA IMPORRE DA VANNACCI?) … IN BALLO C’È ANCHE LA QUESTIONE LEGGE ELETTORALE: L’UNICA SPERANZA PER LA DUCETTA È LA RUSSA, CHE POTREBBE RALLENTARE LA RIFORMA E DARE RESPIRO ALLA MAGGIORANZA
È stufa, raccontano. Di mediare e mettere la faccia su compromessi improponibili. Di porgere la guancia all’alleato inquieto: si scrive Forza Italia, si legge Arcore. E d’altra parte, quando a Palazzo Chigi denunciano l’instabilità di queste settimane, pronunciano sempre e solo un nome: Marina Berlusconi.
Bisogna dunque far capire che il passo successivo porta al precipizio. E quindi, salvo mediazioni su cui al momento nessuno può scommettere, l’Aula del Senato potrebbe assistere la prossima settimana a un clamoroso testacoda: i meloniani e i leghisti voteranno l’emendamento sulle intercettazioni assieme ai cinquestelle, mentre gli azzurri diranno di no.
Fine di una maggioranza? Dipende: i senatori di FI sosterranno comunque il decreto nel voto finale, tentando di ridimensionare tutto a un normale incidente di percorso. Anche se tutti sanno che non è così: traballa il governo. O meglio: sbanda.
Se le divisioni tattiche arrivano fin nel cuore di Palazzo Chigi, significa che la situazione è davvero a un passo dal punto di non ritorno.
Quanto successo tra pomeriggio e sera di mercoledì 22 luglio, una data che il melonismo ricorderà a lungo, ne è conferma indiscutibile. All’ora del tè Alfredo Mantovano autorizza una tregua nel centrodestra sulle intercettazioni: la norma finirebbe in un altro decreto, da varare in agosto, e nessuno si farebbe troppo male. Quando però su Roma scende il buio, un paio di telefonate cambiano lo scenario: Colosimo e Fazzolari bloccano tutto.
Col trascorrere delle ore, si comprendono i contorni. E soprattutto, chi ha deciso: Meloni.
La leader non vuole dare l’impressione che Forza Italia possa bloccare ogni decisione e rallentare ancora l’esecutivo. Manda quindi un segnale ad Arcore. Anche perché la partita si incrocia con quella, vitale, della legge elettorale. Lì il terreno è ancora più scivoloso, perché ripetere l’incidente sulle preferenze già consumato alla Camera equivarrebbe a sancire davvero la fine della maggioranza.
Nelle ultime ore, Meloni è stata chiara con Antonio Tajani: fammi sapere entro metà della prossima settimana cosa intendete fare al Senato.
Il gruppo azzurro è controllato da Stefania Craxi, che risponde direttamente a Marina Berlusconi. Ieri il vicepremier azzurro ha ammesso la realtà: «Sul tema delle preferenze ci saranno degli emendamenti, li valuteremo, ne parleremo e i gruppi decideranno in piena libertà sul da farsi».
Quello che il ministro non anticipa è che prenderà parte alla riunione, personalmente. E che proverà a spiegare ai suoi senatori che le liste bloccate esporrebbero la riforma elettorale a una probabile bocciatura della Consulta, come ripete spesso ai suoi interlocutori anche Ignazio La Russa.
È uno snodo decisivo, questa riunione di gruppo, perché apre due possibili scenari. Se Craxi va alla conta interna e la vince — tecnicamente, gode della maggioranza — mette la premier di fronte al dilemma: forzare rischiando una crisi oppure, ipotesi vagliata nelle ultime quarantotto ore, fermarsi clamorosamente.
Niente legge elettorale, denuncia di uno stallo e ognuno ad assumersi le responsabilità dei veti. Potrebbe addirittura convenirle, perché mantenendo il Rosatellum non si obbligherebbe a un accordo con Roberto Vannacci, secondo i sondaggi fondamentale per provare a vincere.
Consapevole dei rischi, proprio La Russa lavora a imporre una soluzione di compromesso che rallenterebbe almeno un po’ il percorso della riforma e, dunque, il momento della verità.
Due le strade possibili.
La prima: termine degli emendamenti in commissione a inizio agosto, ma avvio dei voti a inizio settembre. La seconda: termine il 31 agosto, votazioni comunque nella prima settimana di settembre. In quest’ultimo scenario, la destra si garantirebbe trenta giorni per capire se presentare emendamenti e forzare la mano. Per decidere, soprattutto, se e quanto lo scontro tra Palazzo Chigi e Arcore debba segnare davvero la coda della legislatura.
(da Repubblica)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
I MIGRANTI REGOLARI RESIDENTI IN ITALIA SONO QUASI 5 MILIONI E CONTRIBUISCONO A COSTRUIRE RICCHEZZA PER IL 9% DEL PIL: “PAGANO CONTRIBUTI PREVIDENZIALI CHE SOSTENGONO OLTRE 600MILA PENSIONI. FONDANO IMPRESE CHE DANNO LAVORO A CENTINAIA DI MIGLIAIA DI ITALIANI. SI AFFRONTA L’IMMIGRAZIONE QUASI ESCLUSIVAMENTE COME UN FATTO DI ORDINE PUBBLICO”
“L’Italia da zona di transito è diventata nel tempo una meta stabile per milioni di persone che
fuggono da guerre, povertà e crisi climatiche. I dati ci dicono che le potenzialità dei cittadini stranieri sono largamente sottoutilizzate: nel lavoro, nella scuola, nella formazione professionale”. A dirlo Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes che ha condotto un’indagine sulla condizione degli immigrati in Italia.
“I migranti regolari residenti in Italia sono quasi cinque milioni – aggiunge – Contribuiscono a costruire ricchezza per il 9% del Pil. Pagano contributi previdenziali che sostengono oltre seicentomila pensioni. Fondano imprese che danno lavoro a centinaia di migliaia di italiani. Si affronta invece l’immigrazione quasi esclusivamente come un fatto di ordine pubblico, anziché come una componente essenziale del modello sociale e produttivo del Paese. Questa miopia ha un costo altissimo che verrà pagato dai giovani italiani che si troveranno, domani, a reggere sulle spalle un sistema previdenziale sempre più insostenibile e un mercato del lavoro afflitto da un profondo disallineamento tra domanda e offerta”.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
“OLTRE A GENERARE FORTI DUBBI DI COMPATIBILITÀ COSTITUZIONALE, APPARE IL SINTOMO DI UNA PREOCCUPANTE REGRESSIONE CULTURALE”
“Si tratta di una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile”. Così, in una nota, la giunta Unione camere penali in merito al ddl relativo all’imputabilità dei minorenni.
“Il testo del disegno di legge aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano e proseguita, da ultimo, con la prospettata estensione del fermo di prevenzione anche ai minorenni – viene sottolineato – In questo quadro, la cosiddetta “stretta anti-maranza”, oltre a generare forti dubbi di compatibilità costituzionale, appare il sintomo di una preoccupante regressione culturale”.
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
L’ALLARME SUL RUOLO DELLA MAFIA: “LE CARCERI NON ESPLODONO SOLTANTO PERCHÉ I DETENUTI NON VOGLIONO FARLE ESPLODERE, IL CONTROLLO APPARTIENE SOLO ALLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI CHE VOGLIONO LASCIARE LE COSE PER COME SONO”
“Noi paghiamo il fatto che le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato. Vi sono call
conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere. La situazione carceraria italiana è complicata, vi è una quantità di persone superiore rispetto a quella che potrebbe contenere una struttura penitenziaria, non abbiamo un adeguato sistema di assistenza ai condannati, molti sono tossicodipendenti e non dovrebbero stare in carcere.
Le carceri non esplodono soltanto perché i detenuti non vogliono farle esplodere, il controllo appartiene solo alle organizzazioni criminali che vogliono lasciare le cose per come sono”. Lo ha detto Maurizio De Lucia, procuratore capo di Palermo nel corso di un incontro ai cantieri culturali della Zis
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE ALLA FRONTIERA DI VENTIMIGLIA (DOVE I CAZZARI VOGLIONO DIFENDERE IL CONFINE) C’E’ UNA SOLA VOLANTE FINO A IMPERIA E SOLO DUE OPERATORI ALLA FRONTIERA
Una sola volante per turno a presidiare una città di confine e soltanto due operatori impegnati a gestire fino a quindici riammissioni dalla Francia. È l’allarme lanciato dal Silp di Imperia, mentre alla Camera nella mattinata di oggi, 24 luglio, il governo rivendicava il piano di assunzioni nella Polizia di Stato.
Sullo sfondo, però, organici ai minimi degli ultimi tredici anni: secondo i dati illustrati dal deputato di Azione, Fabrizio Benzoni, nel 2025 gli agenti in tutta Italia sono scesi a 96.186 unità, contro le circa 100mila unità del 2013. Numeri che, secondo opposizione e sindacati, smentiscono la narrazione dell’esecutivo e si riflettono direttamente sul territorio.
La denuncia del Silp di Ponente
Tra le province italiane che soffrono per la carenza di personale nelle forze di polizia c’è sicuramente quella di Imperia, che conta al suo interno realtà di confine come Ventimiglia, ma anche molto interessate dal turismo, come Sanremo. Come ricorda il segretario generale provinciale del Silp Antonio Peroni: «In tutta la provincia, tra piena stagione turistica e caldo record da bollino rosso, si moltiplicano i servizi di controllo del territorio». Una zona, però, che nei pressi del «confine più delicato d’Italia» sta soffrendo la mancanza di agenti sul campo: «La questura di Imperia riesce a mettere in campo – quando riesce – una sola volante per turno», quando normalmente dovrebbero essere due.
Non di rado, inoltre, vista la priorità dei rimpatri, capita che «la città venga lasciata senza volante, perché destinata a operazioni di vigilanza o accompagnamenti presso i CPR». Una provincia, quindi, interessata da un forte sotto-organico: circa 600 agenti in totale, «considerando però polizia di frontiera, ferroviaria, stradale, questura e commissariati».
Numeri assolutamente insufficienti, ai quali si aggiungeranno solo 7 nuove assunzioni, ma «magari 3 andranno trasferiti e 4 in pensione», continua Peroni con rammarico. E poi il caso della nuova “sede” della Polizia di Frontiera a Ponte San Ludovico: «Un fantastico box, una struttura bellissima. Peccato che non sappiamo chi la deve usare e chi ha le chiavi».
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Un’emergenza, quindi, quella dei flussi in ingresso da Ventimiglia, che si scontra con l’ordinaria gestione della sicurezza pubblica nelle zone limitrofe. Certo, quello delle frontiere è tutt’altro che un tema di secondaria importanza, dal momento che la polizia francese rimanda indietro continuamente cittadini irregolari, con la scusa che fossero transitati dall’Italia. «Al Valico di Saluto Vico o a San Luigi ci ritroviamo però ad avere solo due operatori che lavorano e riammettono fino a dieci o quindici persone per turno», compiendo ogni volta operazioni di foto-segnalamento e di identificazione.
«Torniamo al discorso del sovraccarico di lavoro», continua Peroni, che denuncia turni massacranti, che durano fino a 13 ore, straordinari pagati dopo un anno e persino meno dell’orario normale, ma anche un personale sempre più vecchio. «Colpa delle assunzioni bloccate per 15 anni a causa della spending review», che portano le nuove leve oggi a lavorare a fianco di agenti nati nel 1967-69.
Molteni: «Nuove assunzioni nel comparto polizia: una priorità del Governo»
Risale a stamattina l’ultima interpellanza urgente alla Camera, nel corso della quale si è parlato di carenza di assunzioni nel comparto di polizia. A rispondere all’interpellanza, a firma del deputato Fabrizio Benzoni, che denunciava 3mila nuove assunzioni previste ad agosto, in un anno che registrerà però anche 4mila pensionamenti.
Benzoni denuncia: «Di 2.452 agenti, solo 400 entrano nella Polizia di Stato». La maggior parte delle assunzioni è destinata alla Guardia di Finanza.
Dati fuorvianti, quindi, quelli diffusi dal Ministero dell’Interno e dal sottosegretario Molteni, che farebbero di tutta l’erba un fascio. Da 100mila unità nel 2013, è ancora Benzoni a parlare, «siamo passati a 96.186 nel 2025». E a suo dire il numero dei pensionamenti non torna. Non sarebbero 3.574, come riferisce il governo: «In realtà nel 2025 se ne accertano 4.214, quasi 700 di più».
La carenza di personale di polizia durante il periodo estivo
È delle ultime settimane anche la denuncia dei sindacati, a partire dal Silp, della carenza di rinforzi estivi. Del resto, anche le forze di polizia hanno il diritto di andare vacanza, mentre la mole di lavoro spesso si intensifica nei mesi estivi per via del turismo.
Il segretario generale del sindacato di polizia Silp, Pietro Colapietro, denuncia infatti: «È inaccettabile che la sicurezza dei cittadini e dei turisti venga affidata a logiche di mera estemporaneità» e con risorse «numericamente irrisorie rispetto all’esplosione demografica che interessa le località balneari e montane nei mesi di luglio e agosto». E conclude: «Non possiamo continuare a tappare i buchi con soluzioni precarie che scontentano tutti», servono «assunzioni straordinarie, serie e stabili, non spostamenti di pedine che non risolvono il problema, ma lo esasperano».
(da agenzie)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
L’INCONTRO SEGRETO DI SILVIA SALIS, CONVOCATA A MILANO DA UN GRUPPO SCELTO DI GRANDI IMPRENDITORI DI AREA PROGRESSISTA CHE VOLEVANO CONOSCERLA: “E’ MOLTO PREPARATA SU TUTTI I DOSSIER”… LA SPERANZA DI FRANCESCHINI: PRIMARIE A TRE… LA SOLUZIONE E’ SEMPLICE: ELLY SI RITIRI E PROPONGA SILVIA SALIS CHE A DIFFERENZA DI CONTE NON HA MAI GOVERNATO CON LA FOGNA SOVRANISTA… SOLO LA CAPACITA’ COMUNICATIVA DI SILVIA PUO’ AGGREGARE NUOVI CONSENSI E IN UN CONFRONTO A DUE GIORGIA NE USCIREBBE DISTRUTTA PERCHE’ SILVIA E’ UN KILLER
Alla fine di una settimana caratterizzata dalle vicende Roggero e Fakir, per la sinistra il
bilancio non è certamente positivo. La destra è saltata sugli scontri attribuendone la responsabilità al sindaco schleiniano, accuse risibili ma sempre appiccicose. Schlein è intervenuta solo tre giorni dopo i fattacci, teorizzando che «il ruolo della politica non è precipitarsi a commentare i fatti del giorno e alimentare le opposte tifoserie», concetto in sé sacrosanto. Il M5s ha cambiato spartito scatenando la polemica contro il no all’uso delle intercettazioni dell’ex sottosegretario Del Mastro, riuscendo a scalfire la potenza di fuoco mediatica di FdI e Lega.
Fra gli alleati c’è un minimo di coordinamento – i comunicatori dei tre partiti (Pd, M5s e Avs) non hanno ancora allineato le strategie, ma il tema è all’ordine del giorno dell’autunno – ma il problema, come sempre, non è la comunicazione. O, meglio, la comunicazione è politica: alla vigilia della pausa estiva, le iniziative immaginate per segnalare l’avvio della coalizione non sono andate in buca. Il selfie in osteria dei quattro leader (Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli) ha finito per far risaltare l’assenza dei centristi; il palco di Napoli è stato rovinato da qualche lacuna di organizzazione e dalle intemerate sulla Russia di Conte. E infine rapporti fra la segretaria Pd e il presidente M5s non hanno fatto grandi passi avanti, nonostante le raccomandazioni dei più alti dirigenti dem, rivolte a entrambi. Quando i quattro si rivedranno a Roma alla festa di Avs, l’8 settembre, alla ripresa, il rischio è che la coalizione sia ancorata alla stessa boa di oggi. Per non dire: piantata come un palo.
Per l’annuncio di primarie che ormai sembrano inevitabili, bisognerà aspettare il sì alla legge elettorale. Poi il programma. «Non si parte da zero», dice Schlein. Però da mesi il nodo delle armi all’Ucraina resta com’è: intricato stretto. E le professioni di fiducia (Schlein sul Foglio come ovunque: «Sono sicura che a settembre troveremo un terreno comune»; Conte a Domani: «A settembre ci ritroveremo per lavorare al programma e definire il piano per lanciare la coalizione che manderà a casa questo governo») sembrano sempre più atti di fede.
Salis e Franceschini
Fra dirigenti del Pd, anche quelli in teoria di area Schlein, la preoccupazione è a livelli di guardia. Straborda dai conversari privati. Il Sussidiario.net ha pubblicato un sondaggio della società Lab21 che incorona Conte vincitore delle potenziali primarie. Raccoglierebbe il 50,2 per cento degli elettori del centrosinistra contro il 20,4 della segretaria. Non è il primo sondaggio, e sono numeri che non impensieriscono Schlein: è straconvinta di vincere, né ha alcuna intenzione di farsi spaventare dalle voci di dentro. Figuriamoci di fare un passo di lato. «Noi i sondaggi li cambiamo», è il suo brocardo.
E però non rassicura neanche i suoi. Figuriamoci gli altri.
Qualche giorno fa a Milano Silvia Salis (che a ottobre ha pronto il libro della possibile discesa in campo) è stata convocata, in grande riservatezza, da un gruppo scelto di imprenditori e altissima borghesia meneghina di sentimenti progressisti che volevano conoscerla. E testarne le intenzioni. Interrogata su tutto, è sembrata all’altezza anche dei dossier su cui non era preparata. C’è un mondo “di sopra” che ancora «non si fa una ragione» della premiership della leader Pd.
Insomma, l’amalgama fra i leader di Pd e M5s non riesce. E le “gambe” di centro non camminano: Conte spera ancora di escludere Renzi dalla coalizione. Renzi se la ride, forte dell’accordo con Schlein e del fatto che Iv non dovrà raccogliere firme per correre. Mentre Magi e Onorato si appellano a Mattarella contro lo scomputo dei voti delle liste minori.
Anche Dario Franceschini, uno che appoggia pancia a terra Schlein fin dall’inizio, inizia ad avere dubbi su quale armata da contrapporre a Meloni. Dà ormai per scontato le primarie, e spera che non siano a due, ma a tre. Spera infatti in un ravvedimento operoso di Salis, cioè nella sua disponibilità a farle e a buttarsi nella mischia per attirare altri pezzi di elettorato intorno alla coalizione. A quel punto vinca il migliore, anche se non fosse Schlein. Importante è che la leadership dei progressisti sia finalmente definita.
(DA editoriale domani)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX PREFETTO DELLA CAPITALE, CHE NEGLI ULTIMI MESI HA FATTO PARLARE A LUNGO PER LA SUA RELAZIONE CON LA PREZZEMOLONA CIOCIARA CLAUDIA CONTE, È STATO ACCOSTATO PRIMA ALLA CORSA DA GOVERNATORE IN CAMPANIA, POI AD EUROPOL E INFINE, AI TRASPORTI
“Rimango al Viminale e mi sembra che Salvini stesso abbia detto in queste ore che per il prossimo anno lo vedremo al Ministero dei Trasporti”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ospite all’Aria che Tira su La7.
La strada che porta Matteo Salvini al Viminale passa per il Campidoglio. Il piano? “Scaricare” Matteo Piantedosi a Palazzo Senatorio giusto in tempo per farlo correre seriamente contro Roberto Gualtieri e liberare la poltrona del ministero degli Interni da sempre bramata dal Capitano leghista. È l’ennesima destinazione disegnata ad uso stampa per l’ex prefetto di Roma, dopo che negli ultimi mesi è stato accostato prima alla corsa da governatore in Campania, poi ad Europol e infine, indiscrezione di ieri, ai Trasporti.
Il nome è spuntato qualche sera fa in una chiacchiera di chi scrive con fonti di governo. Tra il serio e il faceto, Piantedosi è diventato il candidato ideale. Due piccioni con una fava: via libera a Salvini e una figura importante, credibile e di peso per Roma per rendere concreta la sfida del centrodestra a Gualtieri. Un profilo autorevole che conosce la Capitale palmo a palmo dopo due anni da prefetto. E con un valore aggiunto decisivo: uomo che incarna alla perfezione la madre di tutte le battaglie della prossima campagna elettorale del centrodestra, la sicurezza.
I punti a favore insomma non mancano, per un candidato tutt’altro che improvvisato e inadatto. Argomenti spesi per dare linfa a quello che ha però tutta l’aria di essere l’ennesimo ballon d’essai (in gergo giornalistico un’indiscrezione lanciata appositamente per sondare e osservare le reazioni dell’opinione pubblica o dei diretti interessati, ndr) da dare in pasto ai giornali.
Interpellate da RomaToday, fonti vicine al ministro degli Interni confermano che la voce rimbalza da giorni. La risposta a chi chiede (e quindi anche a noi), però, resta una sola: le probabilità che si candidi a sindaco di Roma sono pari a zero. Piantedosi non è un politico di professione, non cerca candidature
(da RomaToday)
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Luglio 24th, 2026 Riccardo Fucile
“LA LEGA AL NORD AVEVA UN SENSO QUARANT’ANNI FA. ADESSO SERVE L’INTERNAZIONALE SOVRANISTA, CON LE PEN E I POLACCHI E VOX” – I PARLAMENTARI SI CHIEDONO: “MA SE VA AL VIMINALE, CHE FA? CI SCHEDA TUTTI?”
Ecco come Salvini motiva la sua Lega: il nord di Attilio Fontana è una roba da babbioni e in
Italia ci sarà l’invasione dei “nigeriani”. Il partito del Nord? “Basta nord! E’ una roba da nostalgici”. La vecchia Lega? “Non esiste. Il mondo è cambiato. Lo volete capire?”. Vannacci? “Non me ne frega un cazzo”. I fuoriusciti? “Vediamo se saranno eletti”. Chi parla con i giornali? “Nemici interni, fanno il male della
Non è il Viminale che desidera ma il poligono per regolare i conti con Romeo, Zaia, Fontana. Difende Roggero perché, come l’orafo, sogna la legittima: vendetta: bum! Bum!
Siamo arrivati al punto che i quotidiani ribattono per la quarta volta la notizia che Salvini va al Viminale e, come dice Renzi, non si sa se sperare che ci vada davvero, per liberare i pendolari, o che Piantedosi si barrichi in stanza in nome della sobrietà ital
Cosa accade se Salvini dovesse davvero ritornarci? E’ cambiato, è peggiorato, ed è sott’ odio, tanto che i parlamentari leghisti che lo ascoltano si domandano, e seriamente: “Ma se va al Viminale, che fa? Ci scheda tutti?”.
Salvini promette, ancora, che la Lega andrà al “dieci per cento”, “che eleggerà almeno 70 parlamentari”, ma la verità è che ha solo uno scopo: decimare i traditori. Il voto? “Noi vogliamo andare a votare in autunno del 2027, mentre Meloni in primavera”. Le preferenze? “Non c’è l’accordo. Tajani si oppone. Noi non siamo contrari”. “La Lega al Nord? Aveva un senso quarant’anni fa. Adesso serve l’internazionale sovranista, con Le Pen e i polacchi e Vox”.
Quando parla di nord si riferisce ad Attilio Fontana, Massimiliano Romeo e Luca Zaia anche se non fa mai il loro nome. Attende, dicono in Lega, la notte delle liste, come il conte di Montecristo attendeva la vendetta
Per restituire l’armonia che regna in Lega vale leggere le interviste che rilascia Alberto Stefani che parla di autonomia senza mai citare Zaia, che è come parlare di apartheid senza citare Mandela. In Veneto sono arrivati a farsi una guerra intestina: gli uomini di Stefani telefonano e dicono: “Zaia vuole far cadere Stefani”. Sarebbe questa la famiglia?
Si è riunito ancora il tavolo dei territori Lega, ieri, e Salvini ha riproposto il terzo mandato “perché adesso lo vogliono tutti”. Sono calati gli sbarchi, sono calati i reati, ma la sola sinfonia che Salvini sa suonare è l’angoscia, la ripetizione. Claudio Durigon quantomeno rilancia sulle pensioni, chiederà a Giorgetti, presto, di abbassare l’età pensionabile, mentre Salvini immagina l’Italia popolata da “nigeriani che crescono ogni anno del due per cento. Presto invaderanno l’Europa”.
Salvini accusa la sua Lega di essere nostalgica, di credere a un mondo che non esiste più, e forse ha ragione, ma quello che propone è peggio dell’Ade del regista Nolan. E’ un mondo abitato da incubi e rancori. La crudeltà di Vannacci risulta più simpatica della sua. Il Viminale è ormai come il fiore di loto che Calipso offriva a Ulisse per dimenticare le pene del mare.
(da Il Foglio)
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