Ottobre 23rd, 2010 Riccardo Fucile
UN’ALTRA NOTTE DI GUERRIGLIA A TERZIGNO CON CINQUE AGENTI FERITI: LA PROTESTA E I BLOCCHI SI ESTENDONO ORA NEL NAPOLETANO… BERTOLASO RISPONDE CON LA SOLITA ARROGANZA: “INVECE CHE DARE GIUDIZI, TROVINO UNA SOLUZIONE”: MA LUI E’ PAGATO SOLO PER FARSI FARE MASSAGGI?
Ancora una notte di tensione e incidenti a Terzigno per la battaglia contro la discarica dei rifiuti.
A mezzanotte è iniziata l’ennesima guerriglia urbana con lanci di molotov, pietre, bottiglie, razzi e petardi.
La polizia ha risposto con un nutrito lancio di lacrimogeni verso la parte più violenta dei dimostranti.
Dopo tre ore di scontri il bilancio è di due poliziotti e tre carabinieri feriti, un operatore televisivo aggredito e la telecamera danneggiata.
La situazione si aggrava anche nella città di Napoli dove in nottata ci sono state decine di roghi di spazzatura da giorni non rimossi. Una nube di fumo si è alzata al corso Amedeo di Savoia, nei pressi del Museo Nazionale.
Incendi si registrano in via Foria, via Miracoli, via Duomo e via San Domenico. Sempre nella notte ignoti hanno incendiato la cabina di guida di un compattatore della società Enerambiente. Hanno fatto scendere il conducente dal mezzo e hanno dato fuoco alla cabina di guida.
A terra ci sono ben 2000 tonnellate di rifiuti. Ed è di nuovo emergenza.
“Sono molto preoccupato per quanto succede attualmente in Campania”, scrive in una nota il commissario Ue all’Ambiente, Janez Potocnik. “La Commissione sta ancora valutando la documentazione che ci è stata trasmessa dalle autorità italiane all’inizio di ottobre, ma la situazione odierna ci fa pensare che le misure adottate dal 2007 in poi sono insufficienti”. Secondo Bruxelles, “la situazione odierna non è cambiata rispetto a quando la Commissione decise di bloccare i finanziamenti europei”.
Già il 5 ottobre scorso, dopo un incontro con una delegazione della Campania guidata dal governatore Stefano Caldoro, Potocnik aveva giudicato la situazione “seria” e aveva sottolineato come ci fosse bisogno di un’azione “determinata, sistematica e strutturale”.
Il 4 marzo scorso la Corte europea di giustizia giudicò che l’Italia era in infrazione rispetto al diritto comunitario in quanto non aveva realizzato in Campania una rete di impianti atta a garantire lo smaltimento dei rifiuti urbani in maniera sicura per la salute dei cittadini e per l’ambiente.
Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, è critico sulle perplessità espresse dall’Ue in merito alla possibilità di attivare una seconda discarica nel Parco nazionale del Vesuvio. “L’Unione europea – ha detto Bertolaso- farebbe bene a fare il proprio mestiere e invece di dare giudizi dovrebbe dare una mano a trovare alternative”.
Come se non fosse lui che doveva pensarci.
Immediata la replica dell’Ue: la Commissione europea è sempre pronta ad “aiutare gli Stati” ha detto Joseph Hennon, portavoce del commissario Ue all’Ambiente Janez Potocnik. “Siamo pronti a fare il necessario nei contatti con lo Stato membro” perchè si adegui alle normative comunitarie, ha aggiunto il portavoce.
Alle prime luci dell’alba le strade adiacenti il teatro delle violenze nelle due aree circostanti la rotonda di via Panoramica, a metà tra i comuni di Boscoreale e Terzigno, sono piene dei segni della guerriglia che ha fatto da epilogo ai blocchi stradali, agli incendi e alle occupazioni della ferrovia della giornata di ieri.
La strada d’accesso al sito di Terzigno è sempre presidiata e sono arrivati una ventina tra blindati, camionette e auto di carabinieri, polizia e guardia di finanza .
Intanto alcune centinaia di persone continuano a presidiare l’ingresso della cava Sari nel comune di Terzigno (Napoli). In mattinata davanti all’ingresso dello sversatorio sono arrivati numerosi studenti della zona.
I manifestanti attendono l’esito del nuovo vertice convocato nel pomeriggio in prefettura tra il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, e i sindaci di Boscoreale, Terzigno, Trecase e Boscotrecase.
Sul tappeto c’è la bonifica della cava Sari ma soprattutto la richiesta di scongiurare l’apertura di un secondo invaso nella cava Vitiello.
In mattinata al presidio non ci sono state tensioni tra le forze di polizia e i manifestanti. A rendere il clima più sereno è stato anche il fatto che non sono giunti gli autocompattatori.
I primi cittadini si sono presentati al tavolo dicendo un no secco alle compensazioni economiche prospettate dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
E nello stesso ribadendo l’opposizione totale alla apertura della seconda discarica.
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Ottobre 18th, 2010 Riccardo Fucile
IL NUOVO INTERESSANTE SAGGIO DI GIORDANO BRUNO GUERRI SU BRIGANTI, PATRIOTI E ILLUSI: PROVE DI GUERRE CIVILI 1860-70
Pubblichiamo l’introduzione del libro di Giordano Bruno Guerri “Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio 1860-70 (Mondadori, pagg. 302, euro 20)” in uscita martedì prossimo.
Un saggio anti-retorico che diventa un’occasione – in questo 150 º anniversario dell’Unità d’Italia – per sfatare molti luoghi comuni che orientano il nostro giudizio sul Risorgimento.
Ciò che accadde nel 1861 realizzava il sogno secolare di poeti, politici e intellettuali.
L’Italia «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», invocata da Alessandro Manzoni, non era più un’astrazione.
Ma in che modi e con che spirito fu compiuta l’impresa? Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?
Realizzata dalla classe dirigente piemontese grazie soprattutto all’abilità diplomatica di Cavour e al temperamento incendiario di Garibaldi, l’Unità integrava davvero identità , culture, tradizioni, persino lingue diverse?
Oppure si raggiungeva soltanto l’unità politica?
«Si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani», recitava la celebre sentenza di Massimo d’Azeglio, con retorica sufficiente a velare un’intenzione che non c’era – almeno non in tutta la classe dirigente – e non ci sarebbe stata.
Lo stesso d’Azeglio scrisse, in una lettera privata: «La fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso».
Una parte del nuovo Stato era già «italiana», l’altra non lo era affatto.
Occorreva dunque educarla a essere diversa da sè, a costo di snaturarla.
Ai primi segni di insofferenza del Sud, nacque subito una contrapposizione rancorosa: «noi» contro «loro». «Noi», i civilizzatori; «loro», i brutali indigeni. «Noi», i portatori di giustizia e legalità ; «loro», i briganti.
A dividere gli uni e gli altri, c’era una diversità radicale e radicata, non un’inconciliabilità momentanea. Qualcosa di molto simile a un’estraneità , che si finì per aggravare.
La storia – a partire dalla Rivoluzione francese – aveva insegnato che, appena si annunciano grandi cambiamenti, dal cuore antico di masse amorfe e analfabete prorompe l’animus di un’opposizione sanguinaria.
Per sminuirne la portata, tale opposizione veniva svilita – dagli intellettuali, dai politici e dall’opinione pubblica – a una viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali.
Si trattava, invece, di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale. Ma, per liquidarla, i maestri della Rivoluzione francese avevano già capito che il segreto stava nell’accomunare la rivolta al delitto comune.
Anche in Italia la ribellione – di reazionari, contadini e clericali – contro lo Stato appena costituito fu etichettata «brigantaggio». Al Sud c’erano banditi veri, criminali comuni, prima, durante e dopo l’Unità .
A questi delinquenti vennero equiparati i «briganti», come vennero chiamati i meridionali in lotta per scacciare gli «stranieri» che sbandieravano una fratellanza forzata; dall’altra parte non c’erano parenti, affini, connazionali, bensì un popolo nemico, un invasore brutale e arrogante, venuto da lontano.
Nessuna solidarietà , nessuna vicinanza, nè culturale, nè umana, nè politica: i briganti non si sentivano «italiani».
I nemici erano usurpatori, colonizzatori arrivati per conquistarli e per cancellare la loro storia, i costumi, i legami e le appartenenze. Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè l’uno venisse a patti con l’altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale.
Si preferì l’azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare.
Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele.
Ufficiali e soldati italiani si sentirono avamposti in pericolo, esploratori in una terra popolata da una razza diversa, percepita come inferiore .
Con la legge Pica, dell’agosto 1863, il governo italiano – in pieno accordo con il Parlamento – impose lo stato d’assedio, annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adottò la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri.
Mentre accadeva tutto questo, c’era chi vedeva dietro il brigantaggio l’intervento del Papa, chi la longa manus borbonica, e in parte avevano ragione.
Ma ne aveva di più chi suggeriva, inascoltato, che la causa principale andasse ricercata nelle oggettive condizioni di minorità sociale e di miseria della plebe meridionale.
La verità su cui al Nord tutti concordavano è che, appena nata, l’Italia era già madre di due figli diversi: uno di cui andare fieri, l’altro bisognoso di severe lezioni.
Per gli uomini dei Savoia, i briganti erano l’emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato.
Ma non basta l’approccio razzistico a spiegare l’atteggiamento tenuto nei suoi confronti, c’è dell’altro: potremmo chiamarla la sindrome del «chi ce l’ha fatto fare?».
Si spiegano così prima la spietatezza della repressione, poi l’adozione di una politica economica e sociale del tutto inadeguata ai problemi del Mezzogiorno; più tardi la perseveranza con cui quei problemi vennero liquidati come sintomi indelebili di arretratezza e di parassitismo.
Il brigantaggio rappresentava il segnale d’allarme di un guasto grave, e non solo per l’ordine pubblico.
Il modo in cui fu combattuto sviluppò quella che sarebbe diventata la «delinquenza organizzata», e accrebbe a dismisura la gravità di una questione meridionale destinata a incancrenire la vita politica del Paese perpetuando la contrapposizione Nord-Sud.
I contadini saliti sui monti furono – con le sole armi che avevano a disposizione, la disobbedienza e il banditismo – i ribelli di una storia che li aveva ignorati, di un processo che aveva sancito la rimozione della loro cultura e della loro tradizione.
Furono la spina nel fianco del potere, almeno per cinque lunghissimi anni.
Saranno sconfitti, ma grazie alla loro rivolta, si rafforzò la sensazione che la terra abitata da quel popolo sarebbe stata la «palla al piede» della nazione.
«Ci avete voluti, imponendoci la vostra volontà : ora pagate le conseguenze».
Ecco cosa sembrava dire il Sud al conquistatore.
Tutto ciò rivela gli errori e le colpe di una classe dirigente a cui dobbiamo riconoscere i meriti storici di avere realizzato un processo unitario non più rinviabile.
Allo stesso tempo, i padri della patria devono essere giudicati anche sui piedistalli dove, intangibili, li ha collocati la retorica di un Risorgimento popolato solo da piccole vedette lombarde, tamburini sardi e giganti del patriottismo.
È una retorica che vuole il nostro Risorgimento fatto solo di eroi, di martiri, di Bene opposto al Male.
È una storia alla quale tuttora manca una profonda opera di revisione storiografica .
Perciò il brigantaggio postunitario è stato, lungo il secolo e mezzo di storia nazionale, poco più di una parentesi della quale si sono perse le tracce, quasi un incubo da rimuovere e censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.
I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della damnatio memoriae.
A loro, non spetta l’onore delle armi. Gli sconfitti sono scomparsi nella zona d’ombra in cui li ha relegati la cattiva coscienza dei padri della patria.
Una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia.
C’è solo da sperare che, con le prossime celebrazioni dei 150 anni di Unità nazionale, si rinunci almeno in parte al conformismo retorico e patriottardo: aggettivo molto diverso da «patriottico».
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Ottobre 11th, 2010 Riccardo Fucile
IL TRASFERIMENTO DOPO SEDICI ANNI VISSUTI IN TRINCEA A FIANCO DEI PIU’ DEBOLI, PER UN AVVICENDAMENTO SENZA SENSO…”SONO STATO EMARGINATO DALLE ISTITUZIONI E ANCHE DALLA CHIESA: “OBBEDISCO CON LA RAGIONE, NON CON IL CUORE”… HA SOTTRATTO CENTINAIA DI GIOVANI ALLA CAMORRA
Lo scorso luglio oltre mille persone manifestarono contro la decisione delle autorità
ecclesiastiche.
Ieri il saluto alla comunità : “Sono stato accusato di esibizionismo, mi sono limitato a stare dalla parte dei più deboli”
Commozione e rabbia per l’ultima messa a Napoli di don Aniello Manganiello, il prete anticamorra che lascia il capoluogo partenopeo dopo sedici anni vissuti in trincea in un territorio ad altà densità camorristica.
Don Aniello, oggetto di minacce di morte da parte della camorra, già la settimana prossima sarà a Roma dove è stato trasferito per ricoprire l’incarico di vicario parrocchiale nella chiesa di San Giuseppe, al quartiere Trionfale. Una scelta spiegata dall’Opera don Guanella con logiche di avvicendamento, e contro la quale si sono espressi nei mesi scorsi politici di destra e di sinistra.
Ieri circa un migliaio di persone ha risposto all’appello riempiendo la chiesa di Santa Maria della Provvidenza al Rione don Guanella sia per la funzione delle 10 dedicata ai bimbi, sia per quella delle 11.30 riservata al resto della comunità .
Le lacrime l’hanno fatta da padrone e lo stesso Don Aniello si è commosso. La sua lettera aperta, distribuita ai parrocchiani e letta durante l’omelia, una sorta di testamento spirituale ma anche un duro j’accuse nei confronti delle istituzioni e della Chiesa che lo avrebbero spesso lasciato solo nelle sue battaglie, è stata più volte interrotta dagli applausi e dalle grida di chi gli diceva di non andarsene.
“Una grande commozione – commenta il prete – che stempera la mia sofferenza. Mi sento violentato psicologicamente per un trasferimento che mi impedisce di proseguire un percorso. Come ho già detto obbedisco con la ragione, ma non con il cuore”.
Durante l’omelia Don Aniello ha esortato la Chiesa ad essere più severa nei confronti della criminalità con prese di posizione più dure: “Specie nell’amministrazione dei sacramenti – ha detto – c’è una certa superficialità . I sacramenti non si buttano via. Gesù disse di non dare perle ai porci”.
Quindi ha ricordato la figura del martire cileno Oscar Romero: “Anch’io come lui sono stato minacciato ed emarginato per essermi schierato dalla parte dei più poveri”.
“Avrei voluto la solidarietà delle altre parrocchie invece di sentirmi dire che ero scomodo o fuori dal coro. Tutto questo mi ha amareggiato. Così come l’accusa di aver strumentalizzato i mass media per crearmi l’immagine di prete anti-camorra. Ma io le minacce di morte le ho ricevute sul serio, non sono un’invenzione”.
Restano i ricordi e la conversione di alcuni camorristi di grido, come il boss Tonino Torre: “Saranno i tizzoni di fuoco che porterò con me per riscaldarmi quando sentirò freddo. Oggi – dice – mi commuovo quando lo vedo pregare in chiesa e arrangiarsi con lavori umili per pochi soldi. O la storia del pusher del clan di Lauro, Davide Cerullo o di Marco, un ex tossicodipendente che oggi allena i ragazzi del quartiere”.
Qualcuno adesso dirà che a Roma sarà al riparo dai rischi di Napoli, ma don Aniello non la pensa così: “Volevo restare, perchè una vita spesa per gli altri è una vita spesa bene”
Tra i parrocchiani qualcuno ha esposto dei cartelloni critici nei confronti della Chiesa partenopea.
‘Signore perdona la Chiesa per quello che ha fatto’, c’era scritto su uno di questi.
E’ finita con cinque minuti di applausi e i fedeli che non volevano lasciare la chiesa.
E con qualcuno che ha sparato fuochi d’artificio: “Sono stati i miei bambini – spiega don Aniello frenando su altre possibili interpretazioni – mi hanno voluto festeggiare così”.
Chi ha potuto assistere all’ultima Messa di don Aniello, chi ha visto uomini e donne, giovani e anziani, accostarsi alla Comunione singhiozzando per il forzato addio a quel simbolo di speranza per tanta gente del Sud, costretta a vivere nel degrado, che lui ha riscattato, non può che aver provato commozione.
Ma anche tanta rabbia per come le isitituzioni, in questo caso religiose, ma spesso anche politiche, nel nostro Paese, non sanno interpretare il desiderio di legalità e di riscatto delle gente umile.
I simboli diventano pericolosi, meglio liberarsene, chi sacrifica la vita per i più deboli finisce per diventare un cattivo esempio in una società dove conta non la sostanza ma il bluff.
Pronti a contendersi la bara ai funerali, nel caso che la camorra li faccia fuori, ma testimoni scomodi in vita di come uno Stato dovrebbe invece agire per estirpare la pianta della corruzione, del degrado, della malavita, della criminale omertà .
I servitori della Stato o della Chiesa, coloro che rappresentano l’emblema di come “agire”, di come “vivere la cristianità ” e la “legalità “, diventano un pericolo in questa nostra povera Nazione.
Come lo sono stati il generale Della Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino o don Puglisi.
Uno Stato infame che sa farne degli eroi solo da morti, mai simbolo di riscatto da vivi.
Quelle lacrime che rigavano il volto di tanti giovani di Scampia sottratti da don Aniello a un destino di sangue rappresentano l’Italia che sa ancora lottare per un domani migliore.
Nonostante le istituzioni.
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Luglio 4th, 2010 Riccardo Fucile
ANCHE LA CAMORRA FA LA SUA MANOVRA FINANZIARIA: RETRIBUZIONE PER LA MANOVALANZA TRA 2.000 E 4.000 EURO AL MESE, PER UN CAPOZONA FINO A 40.000 EURO AL MESE…DOPO IL GIRO DI VITE IL CLAN DI LAURO TORNA IN ATTIVO DI 870.795 EURO, MA AVEVANO IMMESSO 300.000 EURO PER GARANTIRE LIQUIDITA’
La crisi globale prima o poi doveva colpire anche gli affari della camorra: descritta da
Saviano come una serie di filiere di comando organizzate, famiglie in collegamento tra loro, soldi sporchi “ripuliti” e reinvestiti in attività lecite all’estero, era impossibile che la crisi dei mercati non avesse serie ripercussioni anche sugli affari camorristici.
Ai boss non è restato, una volta accertati i bilanci in rosso, che prendere rimedi da direttori amministrativi: tagliare i costi e gli stipendi.
E’ quanto emerge dalle intercettazioni della Procura di Napoli sul clan Di Lauro: se prima un sicario era pagato a cottimo, un tanto a lavoro, con una cifra oscillante tra i 10.000 e i 20.000 euro, adesso si preferisce risparmiare, sia nelle esecuzioni che nei compensi.
Il figlio latitante del capoclan Paolo Di Lauro, durante la crisi, ha fissato una retribuzione massima per tutti i sottoposti, non oltre i 2.500 euro mensili.
Non solo: ha pure fatto una manovrina in puro stile ministeriale con una iniezione di liquidità , versando nell’organizzazione 300.000 euro del proprio patrimonio personale e obbligando i colonnelli a versare una tassa di 30.000 euro a testa.
Un piano finanziario che pare abbia dato buoni risultati: il clan è ora tornato in attivo di circa 870.000 euro.
La polizia lo ha scoperto attraverso il sequestro, a casa di un incensurato, dei libri contabili del clan, dove i boss annotavano entrate e uscite con un rigore degno del miglior contabile aziendale.
Nei libri mastri erano indicate minuziosamente le spese: solo a maggio 4.000 euro per corrompere le forze dell’ordine, poi la fattura del fabbro per la messa in posa di porte blindate, le spese del falegname per i pannelli di legno usati come nascondiglio della droga. Continua »
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Luglio 3rd, 2010 Riccardo Fucile
PER L’APERTURA DI “CAFFEINA FESTIVAL” A VITERBO, BATTE FORTE IN PIAZZA IL RICORDO DI FALCONE E BORSELLINO, DUE UOMINI “GIUSTI” CHE HANNO DECISO DI “VIVERE E MORIRE DA UOMINI”… EMERGE L’ITALIA CHE HA SETE DI VALORI COMUNI, INTORNO A IDEE CHE NON SIANO “CONTRO”, MA “PER” QUALCOSA
Pubblichiamo il commento di Filippo Rossi, direttore del webmagazine, di area finiana,
“FareFuturo” sull’intervento di Roberto Saviano alla prima giornata inaugurale del Festival “Caffeina Cultura” che si tiene a Viterbo fino al 17 luglio.
C’era l’Italia, ieri sera, su quella piazza. A sentire Roberto Saviano, nel cuore di Viterbo per l’apertura di Caffeina, c’era davvero tutta l’Italia. L’Italia vera, quella che non conosce barricate, quella che non vive di etichette, di ideologie, di “scelte di campo”. Un’Italia che, a vedertela lì di fronte, come fosse un unico corpo di migliaia di persone, non potevi — neanche volendo — “identificare”. Chi è di destra? Chi è di sinistra? Inutile provare a rispondere: c’era, sul serio, solo l’Italia.
C’era quell’Italia che ha sete di valori comuni, che ha voglia di abbracciarsi attorno a idee che non siano “contro” ma “per”, che vuole crescere su fondamenta che non siano di divisione ma di condivisione. C’era quell’Italia che ha fame di luce sulle troppe ombre che ancora la inquinano, che ha fame di trasparenza, di onestà , di responsabilità .
Quell’Italia che, per questo, non può che commuoversi mentre scorrono le immagini e le parole di Giovanni Falcone e di Borsellino, di quei due “giusti” (non per forza “eroi”, come ci tiene a sottolineare Saviano) che, da persone normali, con le loro fragilità e i loro dubbi, i loro slanci e le loro debolezze, hanno deciso di “vivere e morire da uomini”. Quell’Italia che non può non applaudire, quando l’autore di Gomorra risponde a chi — con fini più o meno limpidi — gli dà del “professionista dell’antimafia” (la stessa accusa che troppe volte è suonata come una condanna a morte): «Meglio professionista dell’antimafia, che dilettante dell’antimafia». E come non dargli ragione. Continua »
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Giugno 25th, 2010 Riccardo Fucile
IL LINGOTTO FA SOLO I SUOI INTERESSI, COME SEMPRE: NON E’ CERTO PER PATRIOTTISMO CHE HA PROPOSTO INVESTIMENTI A POMIGLIANO…I POLACCHI COMINCIAVANO AD AVANZARE PRETESE E ALLORA CHE C’E’ DI MEGLIO CHE GIOCARE LA PARTITA SU DUE TAVOLI, TIRANDO IL COLLO AI LAVORATORI ?
Dopo il risultato del referendum fra i lavoratori Fiat di Pomigliano che ha visto mobilitati azienda, sindacati, governo e sindaci su fronti contrapposti, è tutto un fiorire di ipotesi tra piani a, b, c che sembra di essere all’Aquila, a parlare di case parzialmente o totalmente disastrate.
In realtà il referendum ha messo in luce solo qualche elemento: in primo luogo che i sindacati contano sempre meno, in proporzione a un difetto crescente di rappresentanza reale dellle istanze dei lavoratori.
Ormai la categoria sindacale è divisa in due componenti: quella che dice sempre sì a governo e imprenditori, a prescindere dalle offerte, percorrendo la strada minimalista “dell’accontentarsi oggi per non ottenere nulla domani”, dall’altra quella che fa finta di dire di no, salvo poi ritagliarsi un ruolo nella gestione successiva della vittoria dei collaborazionisti.
Non a caso, alla fine, a Pomigliano, nonostante marce e marcette, i no hanno abbondantemente superato, con il 36% di consensi, le previsioni.
Qualcuno a destra ha parlato di veterosindacalismo, in parte può anche esere vero se si avesse l’onestà di qualificare la controparte di altrettanto veterocapitalismo.
In ballo c’è sicuramente la necessità di assicurare un lavoro a 50.000 campani, se calcoliamo anche l’indotto, dall’altro l’esigenza di difendere anche dei diritti reali.
Significativo il commento di un operaio di sinistra al clima che aveva creato Fiat prima del voto: “Un atteggiamento peggio che nel fascismo, Mussolini almeno era sociale”.
Quello che vorremmo sottolineare è che, come sempre, quando si tifa per uno o l’altro, si rischia di perdere di vista una visione generale.
In questo caso nessuno ha rimarcato il gioco duplice della casa del Lingotto. Nessuno si è chiesto perchè mai Fiat, che a suo dire non avrebbe alcuna convenienza a trasferire la produzione della Panda dalla Polonia a Pomigliano, andrebbe incontro a un investimento a perdere.
In soldoni: se Fiat sta cosi bene in Polonia, perchè non c’è rimasta? Continua »
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Marzo 19th, 2010 Riccardo Fucile
SCIOPERANO 1.300 DIPENDENTI SENZA STIPENDIO DA FEBBRAIO: 400 TONN. IN CITTA’, 300 NEL CASERTANO, 700 AD AVERSA…I COMUNI MOROSI PER 140 MILIONI VERSO LA GESTIONE COMMISSARIALE, LE PROVINCE CHE DOVREBBERO ASSORBIRE DIPENDENTI PER IMPUT DI BERTOLASO, MA SENZA AVERE I SOLDI PER PAGARLI… E DE LUCA RECUPERA SU CALDORO
Ieri il premier è corso a Napoli a sostegno del candidato governatore, Stefano Caldoro, anche perchè il suo avversario De Luca, partito con 15 punti di distacco, ora pare lo incalzi a circa due punti.
Dopo la gestione Bassolino, i tragici scandali, la liberazione di Napoli dai rifiuti che Berlusconi ricorda come uno dei motivi del suo successo, ritrovarsi dopo due anni a rischio alle regionali sarebbe veramente il colmo.
Avranno certo contribuito fattori nazionali, ma non si può dire che, con la cattiva gestione della vicenda Cosentino, il Pdl non ci abbia messo del suo per complicarsi la vita.
Un sottosegretario in odore di camorra non è certo uno dei migliori biglietti da visita, soprattutto se per mesi si è voluto insistere ugualmente a candidarlo governatore.
Per fortuna il no di Fini gli ha bloccato la strada, ma l’influenza di Cosentino in Campania è ancora molto estesa.
Non a caso lo scrittore Saviano ha ieri commentato: “Nicola Cosentino ha un’arma che punta alla tempia del governo: i rifiuti. Ha il potere di far saltare l’equilibrio che ha permesso al governo di eliminare i rifiuti in Campania. L’emergenza ha portato valanghe di denaro in questa regione, i consorzi sono diventati strumento di gestione economica e occupazione del territorio. I clan e la politica si incontravano nei consorzi e Cosentino in 48 ore potrebbe fare uno sgambetto al governo. Non dimentichiamo che la vicenda rifiuti è stato un grande affare per destra e sinistra”. Continua »
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Aprile 23rd, 2009 Riccardo Fucile
LA FINANZA CREATIVA NON HA PIU’ LIMITI: LA IERVOLINO LO CHIAMA CONTRIBUTO GIARDINAGGIO CIMITERIALE E SPERA DI INCASSARE 3 MILIONI DI EURO… INTANTO NE SPENDE 800.000 PER APPALTARE UN ELENCO DEI POTENZIALI CONTRIBUENTI
Visto che dai vivi non si poteva strizzare più nulla, il comune di Napoli, in
perenne dissesto finanziario, ha pensato che fosse il caso di rivolgersi ai morti.
E gli uffici del sindaco Iervolino si sono messi subito all’opera, inventandosi una tassa in più, battezzata ( anche se sarebbe più il caso di parlare di esequie), con un dolce eufemismo, “contributo per giardinaggio, nettezza e decoro” negli undici cimiteri pubblici della città partenopea.
Ma i napoletani, che sono molto sarcastici, l’hanno già battezzata “la tassa sul morto”. Quantificando, si tratta di nove euro all’anno a loculo: il provvedimento si applica con effetto retroattivo dal 2006 e i funzionari hanno calcolato un’ipotesi di entrata nelle casse esangui del Comune di circa 3 milioni di euro.
Trattasi, infatti, di via molto ipotetica, in quanto un conto è fissare una tassa, altro è riscuoterla, soprattutto a Napoli.
Già nel 2006, infatti, il Comune ci aveva provato, ma senza cavarne un euro, tanto da appaltare poi il servizio per la modica cifra di 800.000 euro a una società esterna.
Ora ci si riprova ma già si parla di contenziosi con le Arciconfraternite della Curia, proprietarie del 90% degli immobili cimiteriali.
La cifra sembra minima, in effetti, ma chi ha una cappella che, per sua natura, è un condominio a più loculi, non risulta tanto irrisoria. Continua »
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Febbraio 25th, 2009 Riccardo Fucile
SECONDO IL “SOLE 24 ORE”, OGNI ITALIANO SPENDE 300 EURO L’ANNO PER FINANZIARE LA PROPRIA AMMINISTRAZIONE… A NAPOLI MANTENERE IL CONSIGLIO COMUNALE COSTA 56 MILIONI DI EURO L’ANNO, A MILANO 27,3 MILIONI DI EURO… E NAPOLI E’ ANCHE IL FANALINO DI CODA IN QUANTO A PRODUTTIVITA’: SOLO 55 DELIBERE APPROVATE CONTRO LE 312 DI ROMA, LE 142 DI TORINO E LE 74 DI MILANO
Dalle pagine di Novella 2000 recentemente Rosa Russo Jervolino ha dichiarato in un attimo di autocritica: “Se fossi una cittadina napoletana non mi voterei”.
In effetti, di ragioni ne avrebbe molte per non votarsi e non solo per gli scandali che hanno recentemente coinvolto la sua Giunta.
Il suo Comune, infatti, risulta di gran lunga il più generoso d’Italia.
Solo per far funzionare gli uffici dell’Amministrazione locale, nel 2007 ha speso la bellezza di 525,9 milioni di euro.
Esattamente 539,3 euro per ogni cittadino, record nazionale, come rilevato dall’ultima indagine sul bilancio dei Comuni pubblicata dal Sole 24 Ore.
Già in testa alla classifica per numero di assessori indagati, appalti sospetti e discariche fai-da-te a ogni angolo di strada, il capoluogo campano si deve accontentare del dodicesimo posto in Italia alla voce “spese per organi istituzionali”.
Sindaco, giunta e consiglio comunale costano ai cittadini 56 milioni di euro l’anno, quasi 60 euro pro capite.
Il triplo di quanto costa la politica ai milanesi: 27,3 milioni di euro in tutto, 20,9 ogni residente. Continua »
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