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SLOT MACHINES E GLI 89 MILIARDI CHE LE CONCESSIONARIE DEVONO ALLO STATO

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

È LA CIFRA CALCOLATA DALLA CORTE DEI CONTI: SOLDI CHE NON SONO MAI STATI INCASSATI… MIGLIAIA DI APPARECCHI ERANO SCOLLEGATI DALLA RETE CHE REGISTRA LE GIOCATE

Ottantanove miliardi e mezzo di euro.
È la somma che, secondo la Procura della Corte dei conti, le concessionarie delle slot machine devono ai Monopoli, quindi allo Stato, per non aver rispettato la convenzione da loro stesse firmata.
Avete letto bene, miliardi, con nove zeri. Quasi quattro volte la manovra del governo Monti. Se entrassero in cassa, non ci sarebbe più bisogno dei tagli alle pensioni, delle tasse sulla casa, di niente.
L’Italia uscirebbe dalla crisi, senza chiedere un euro ai cittadini.
Già , ma il condizionale è d’obbligo.
Tutti con il fiato sospeso: l’ultima udienza della Corte dei conti è del 23 novembre scorso, entro un mese potrebbe arrivare la sentenza che l’Italia aspetta da quattro anni.
Da quando lo scandalo finì sul Secolo XIX e l’Espresso.
La battaglia sarà  dura. Primo, perchè i magistrati devono districarsi in un mare di ricorsi e
controricorsi delle concessionarie, devono navigare tra norme e clausole di cui sono disseminate le convenzioni.
Ma non solo: le manovre per spianare il cammino delle potentissime concessionarie sono state tante.
Con lo Stato che non pare essersi battuto a sangue per ottenere il massimo risarcimento e riempire le sue casse esangui. Invece gli amici delle slot hanno contatti nel mondo politico: a cominciare da quella che fu An, proprio con i finiani.
Amedeo Laboccetta, ex plenipotenziario di Fini a Napoli era amministratore di Atlantis Group of Companies Nv (oggi è in Parlamento, vicino a Berlusconi e giura di non avere più niente a che fare con le slot).
Non è comunque l’unico.
Per non dire del convitato di pietra, la criminalità  organizzata che ha scommesso sulle slot. Cosa Nostra, ma anche la camorra.
Anzi, proprio intorno al gioco legale, secondo gli inquirenti napoletani, si sarebbe saldata un’alleanza che va dai Casalesi a Palermo.
Il motivo è semplice: alla malavita ogni apparecchio può rendere oltre diecimila euro al giorno.
Ma torniamo alla nostra storia: è il 2006 quando il Gat-Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Finanza prende in mano la pratica.
E comincia un’indagine capillare seguita dal procuratore Marco Smiroldo, giudice ragazzino tanto mi-te quanto tenace che a 35 anni si trova a fronteggiare le multinazionali del settore.
Gli uomini della Finanza passano al setaccio ogni singolo apparecchio e scoprono che decine di migliaia di slot machine non sono collegate alla rete che registra le giocate. Addirittura in un locale di Riposto (Catania) risultano depositate 26.858 slot in 50 metri quadrati.
Quando gli agenti tentano una stima del denaro dovuto allo Stato non credono ai loro occhi: si sfiorano i 90 miliardi.
Il calcolo si basa sulle penali previste dalla concessione firmata da Monopoli e concessionari: in caso di mancato collegamento delle macchinette è previsto un tot per ora per il mancato versamento del prelievo legato al gioco. Una questione matematica.
Intanto lavora anche una commissione di esperti guidata da Alfiero Grandi (Pd), sottosegretario all’Economia del governo Prodi. Un tipo tosto. Con lui il generale delle Finanza Castore Palmerini. L’inchiesta produce un documento bomba. Ma in tanti sono interessati a disinnescarla .
Il lavoro della Commissione, del Gat e della Corte dei conti finisce, però, sui giornali.
E l’opinione pubblica si scatena: migliaia di lettere arrivano a Palazzo Chigi. Romano Prodi promette: “Non ci sarà  un colpo di spugna” (Silvio Berlusconi ha taciuto sulla vicenda).
La Procura inizialmente parla di penali per 31 miliardi e 390 milioni per il concessionario Atlantis World. Poi Cogetech con 9 miliardi e 394 milioni, Snai con 8 miliardi e 176 milioni, Lottomatica con 7 miliardi e 690 milioni, Hbg con 7 miliardi e 82 milioni, Cirsa con 7 miliardi e 51 milioni, Codere con 6 miliardi e 853 milioni, Sisal con 4 miliardi e 459 milioni, Gmatica con 3 miliardi e 167 milioni e infine Gamenet con 2 miliardi e 873 milioni. In totale, 89,5 miliardi.
La battaglia, però, è soltanto all’inizio.
Lontano dai riflettori gli uomini delle slot muovono le loro pedine. Le concessionarie ricorrono al Tar e al Consiglio di Stato; i Monopoli dello Stato, che sarebbero la controparte, non presentano nemmeno una carta.
Tocca poi alle audizioni parlamentari per rinegoziare la convenzione.
Dagli atti parlamentari dell’audizione di Giorgio Tino (l’allora numero uno dei Monopoli cui la Corte dei conti ha chiesto 1,3 miliardi di danni) emergono le posizioni degli onorevoli. Gianfranco Conte (Forza Italia) disse: “Chi è esperto del settore si è accorto della stupidità  della Commissione (gli esperti che denunciarono lo scandalo, ndr)”. Insomma, la politica non usa il pugno di ferro con le concessionarie.
Così si arriva a stabilire nuove penali, ridotte a meno di un centesimo: da 50 a 0,5 euro l’ora per ogni apparecchio non collegato.
Con una sorpresa: “C’è chi sostiene che la nuova disciplina debba valere anche per il passato. Mai vista una cosa simile, di solito vale la convenzione in vigore al momento dell’inadempienza”, sostiene un esperto del settore che resta anonimo.
La parola quindi alla commissione tecnica Oriani-Monorchio che dovrebbe indicare come vada interpretata la convenzione.
Infine i magistrati della Corte dei conti chiedono una consulenza della Digit (Ente nazionale per la digitalizzazione della Pubblica amministrazione).
A ogni passaggio il conto si assottiglia: prima si scende a 840 milioni. Un centesimo del calcolo della Procura. Poi si applica la nuova convenzione a 70 milioni.
Meno di un millesimo. Si mette l’accento sul ruolo dei Monopoli nel pasticciaccio delle slot, si alleggeriscono le responsabilità  dei concessionari.
Fino all’udienza 23 novembre scorso.
Con Smiroldo che ripete la richiesta: 89 miliardi. In subordine 2,7 miliardi (comunque un decimo della manovra) oppure, appunto, 840 milioni.
Ma le concessionarie sperano che alla fine il conto sia un altro: zero euro.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA CARICA DEI DIPENDENTI DEL COMUNE DI ROMA: SONO 62.000 E CRESCONO ANCORA

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

TRA COMUNE E MUNICIPALIZZATE, LA CAPITALE SUPERA L’ENEL O FINMECCANICA TRASPORTI… NELL’ERA ALEMANNO ASSUNZIONI A PASSO DI CARICA

C’è un’azienda locale che quanto a occupati se la gioca con le più grandi imprese nazionali pubbliche e private.
È il Comune di Roma. Dall’alto dei suoi 62 mila dipendenti (stima per difetto), non teme confronti con colossi bancari del calibro di Intesa San Paolo, che ne occupa 70 mila entro i confini nazionali, e arriva a guardare dall’alto perfino la Finmeccanica, che tocca i 45 mila.
Per non parlare dell’Enel. I 37.383 dipendenti che il gruppo elettrico ha in Italia eguagliano il numero di quelli (37 mila secondo una valutazione contenuta nel sito Internet di Roma Capitale) che lavorano nelle società  controllate o partecipate dal Campidoglio.
Una cifra già  di per sè sbalorditiva, ma che va ad aggiungersi ai 25.141 stipendi pagati direttamente dal Comune.
Resta il dubbio se a questa cifra si debbano poi sommare le 1.409 persone che nel 2008 risultavano «fuori ruolo»: in tal caso si andrebbe ben oltre il totale di 62 mila.
Che è comunque un numero enorme. Per avere un’idea, sono gli abitanti di una città  come Viterbo.
Vero è che in base alla pianta organica il solo Comune dovrebbe retribuire oltre 5 mila persone in più.
Ma è altrettanto vero che il numero dei dipendenti del Campidoglio, escludendo ovviamente quelli delle società  partecipate, risulta nettamente superiore alla media nazionale.
Secondo l’Ifel, il centro studi dell’Associazione dei Comuni, in tutta Italia i dipendenti comunali sono 459.591, con una proporzione di 7,59 per ogni mille abitanti. A Roma ce ne sono invece 9,10.
Si potrà  ribattere che stiamo parlando della capitale del Paese, con esigenze certamente non paragonabili a quelle dei piccoli centri.
E che, per fare il caso di un’altra grande città , i dipendenti del Comune di Milano non sono meno dei romani, in proporzione agli abitanti.
Al 30 settembre del 2010 erano 16.097, cioè 12,15 per ogni mille abitanti. Ma con una differenza, in confronto al Campidoglio.
Perchè in quattro anni i dipendenti comunali di Milano sono diminuiti di quasi 1.500 unità . Mentre a Roma, al contrario, gli organici hanno continuato a gonfiarsi. Soprattutto nelle municipalizzate.
Il Comune di Roma ha 21 partecipazioni dirette in società  e altri organismi. Ma il portafoglio è molto più grosso.
Perchè attraverso le proprie società  il Campidoglio detiene altri 140 pacchetti azionari. In una galassia tanto vasta c’è posto per tutto.
Perfino per una compagnia assicurativa: la Adir, Assicurazioni di Roma. Caso unico in tutta Italia, dove anche lo Stato ha abbandonato questo settore da un bel pezzo.
E poteva allora mancare una società  costituita appositamente per capire quello che succede nelle municipalizzate?
È stata creata nel 2005 (sindaco Walter Veltroni) con il compito di analizzare i documenti e i programmi aziendali. Ragion per cui al suo amministratore Pasquale Formica, già  capo dello staff dell’ex assessore al Bilancio Maurizio Leo, difficilmente può essere sfuggito quanto accaduto in questi ultimi anni.
Da quando si è insediata l’amministrazione guidata da Gianni Alemanno le assunzioni sono andate avanti a passo di carica.
Le cronache dei giornali si sono a lungo soffermate sulla «parentopoli», com’è stata battezzata la stagione che ha visto approdare nelle società  della Capitale stuoli di congiunti, amici o colleghi di politici e sindacalisti.
Senza che però sia mai stata fatta realmente chiarezza sulle dimensioni di un fenomeno, di cui quella «parentopoli» era solo l’aspetto più patologico, che ha distinto negli anni della crisi il Comune di Roma come l’unica grande azienda italiana che assumeva a quei ritmi.
Altro che blocco del turnover nel pubblico impiego: porte sbarrate (o quasi) nei ministeri, porte spalancate nelle società  per azioni comunali.
Si può calcolare che il personale delle aziende che fanno comunque capo al Campidoglio sia cresciuto dal 2008 al 2010 di almeno 3.500 unità .
Alla fine dello scorso anno l’Atac aveva 12.817 dipendenti: numero paragonabile a quello dell’Alitalia.
Rispetto a due anni prima ce n’erano 684 in più, e a dispetto di una situazione economica da far accapponare la pelle.
Dal bilancio consolidato 2010 emergeva chiaramente un buco dell’ordine di grandezza di un miliardo di euro.
A 701 milioni di perdite «portate a nuovo», cioè accumulate negli anni precedenti e mai ripianate, si sommava una perdita d’esercizio di 319 milioni. E questo a fronte di un capitale sociale di 300 milioni.
I dipendenti dell’Ama, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti, erano invece 7.840. In due anni l’incremento è stato del 24%: fra il 2008 e il 2010 gli organici sono aumentati di 1.518 unità .
Nel bilancio dello scorso anno figuravano crediti verso utenti e aziende per la tassa sui rifiuti non pagata per la bellezza di 743 milioni di euro: poi svalutati a «soli» 436 milioni.
I debiti con le banche toccavano 620 milioni, che per un’azienda che non si occupa dello smaltimento finale e non ha quindi il problema degli investimenti relativi non è certamente uno scherzo.
Sempre al 31 dicembre del 2010 i dipendenti della Roma Multiservizi, quasi tutti operai precari, erano diventati 3.683, ovvero 68 in più del 2008.
È una società  che ha in appalto alcuni servizi particolari, come la pulizia delle scuole. Il Comune di Roma ne controllava attraverso l’Ama il 36%, in società  con due soggetti privati.
Si tratta della Manutencoop (Lega delle cooperative) e della Veneta, ciascuna titolare del 32%. Ma secondo il sito della società , consultato ieri, la quota del Campidoglio sarebbe ora salita al 51%.
I posti di lavoro sono aumentati anche all’Acea, l’azienda dell’elettricità  e dell’acqua, l’unica quotata in Borsa e ancora controllata dal Comune di Roma.
Alla fine del 2010 erano 435 in più a confronto con il 2008.
La società  amministrata da Marco Staderini, ex presidente dell’Inpdap stimatissimo dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, paga 6.822 stipendi. Non tutti in Italia.
Qualcuno a Santo Domingo, dove ha sede l’Acea Dominicana, qualche altro in Colombia, dove si trova il quartier generale di Aguazul Bogotà …
Anche se il motivo per cui una municipalizzata controllata dal Comune di Roma debba andare a investire dall’altra parte dell’Oceano Atlantico continua a rimanere uno dei più grandi misteri del nostro tempo.
Del resto, anche l’Ama non aveva forse tentato l’avventura internazionale, andando incontro a una disfatta in Senegal, dove la raccolta dei rifiuti nella capitale Dakar è costata svariati milioni ai contribuenti romani?
Soltanto considerando le tre principali aziende del Comune, Atac, Ama e Acea, si totalizzano 27.479 posti di lavoro: 2.637 in più rispetto al dicembre del 2008.
La crescita è del 10,6%. Nessuna società , però, ha battuto il record inarrivabile di Risorse per Roma.
È l’«advisor», testuale dal sito Internet aziendale, «dell’amministrazione capitolina nelle attività  di supporto per la realizzazione dei progetti di pianificazione territoriale urbanistica, rigenerazione urbana e valorizzazione immobiliare, promozione dello sviluppo locale e marketing territoriale..». Ebbene, per svolgere questa missione cruciale ha a libro paga 565 persone. §
Ben 338 (il 148,9%) più di quante ne avesse nel 2008, quando i dipendenti erano 227.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)

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L’OPERAZIONE TRASPARENZA PROMESSA DAL GOVERNO E’ ANCORA SULLA CARTA

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

LA PUBBLICAZIONE ONLINE DEI REDDITI E DEI PATRIMONI PERSONALI A DISTANZA DI UN MESE DALLA PROMESSA, ANCORA NON SI E’ VISTA… E SUI SITI ISTITUZIONALI MANCANO PERSINO LE BIOGRAFIE DI MOLTI MINISTRI

Pubblicazione di redditi, patrimoni personali, rapporti professionali recenti e interrotti, relazioni con imprese o gruppi di pressione.
Di questo parlava Sergio Rizzo quando lo scorso 18 novembre ha chiesto ai neoministri di cambiare l’aria del palazzo, imboccando la strada della piena trasparenza.
Appena un giorno dopo, a sorpresa, i ministri del governo Monti avevano offerto ampie rassicurazioni in merito alla piena adozione di una politica in linea con le richieste del co-autore de “La Casta”.
Come ricorda lo stesso giornalista sul Corriere della Sera del 27 dicembre, è passato più di un mese dal giorno in cui i membri dell’esecutivo hanno assunto quell’impegno, ma ad oggi della pubblicazione dei redditi non c’è traccia.
E quando si cerca di fare un po’ di luce su questa dimenticanza, si capisce ben presto che è praticamente impossibile trovare risposte certe in tempi brevi.
Sulle pagine del sito del Governo, alla voce “operazione trasparenza” si accede ad un lungo elenco di incarichi e nomine, stipendi di dirigenti e consulenze. Una buona pratica inaugurata con la Finanziaria del 2008, che non soddisfa nemmeno in parte la domanda di chiarezza rivolta al Governo.
Inevitabile chiedersi se e quando sia prevista la pubblicazione di quanto richiesto.
Si riparte ancora una volta dal sito Internet dell’esecutivo. Navigando ci si imbatte nel numero dell’ufficio stampa.
Chiamandolo risponde la sala stampa di Palazzo Chigi, certo non il referente ideale per dirimere una simile questione.
Dall’altra parte della cornetta giustamente informano: “Noi possiamo solo inviare comunicati stampa ufficiali, non possiamo dare queste risposte”.
Poi con gentilezza e professionalità  invitano a contattare il direttore dell’ufficio stampa. Risponde un signore altrettanto cortese e professionale, che spiega di non sapere proprio a chi chiedere poi, entrando nel merito, azzarda: “sarà  una questione tecnica” ma, per evitare inutili confusioni si informa: “Ma lo ha contattato Peluffo (Paolo Peluffo, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla Comunicazione, ndr)? No, perchè è lui il portavoce, queste questioni le può sapere solo lui”.
Inutile chiedere se c’è un numero diretto: “le conviene chiamare il centralino”.
Dal centralino di Palazzo Chigi si arriva in due squilli alla segreteria del sottosegretario Peluffo. Anche qui, con cortesia e professionalità , cascano dal pero: “Ma non capisco perchè le abbiano detto di chiamare noi… faccia una cosa, mandi una email”. Detto fatto.
La richiesta è stata inviata il 27 dicembre alle 15 e 21, la risposta non è ancora arrivata. Aspettiamo con fiducia.
Ma non finisce qui.
Non solo non sono stati pubblicati i redditi ma sul sito del Governo alla voce “ministri” non è nemmeno possibile consultare i curricula di tutti i componenti dell’esecutivo.
Ce ne sono solo 14 su 47.
L’elenco dei curricula mancanti è lungo, tra un sottosegretario e l’altro, spiccano, tra gli altri, i nomi di Elsa Fornero, Piero Giarda, Filippo Patroni Griffi, Anna Maria Cancellieri, Corrado Passera, Giampaolo di Paola, Corrado Clini, Renato Balduzzi e dello stesso Mario Monti. Probabilmente tutti troppo occupati a salvare l’Italia per spendere due minuti nel completamento dei loro profili sui siti web istituzionali.
Eppure sui singoli siti dei ministeri nella maggior parte dei casi non mancano brevi note biografiche.
È così per Annamaria Cancellieri sul sito dell’Interno e per Renato Balduzzi sul sito del ministero della Salute. È così anche sul sito del ministero della Pubblica Amministrazione guidato da Filippo Patroni Griffi e per il ministro della Giustizia Paola Severino Di Benedetto.
Nemmeno l’ammiraglio Giampaolo Di Paola ha mancato di pubblicare le note che lo riguardano.
Il sito del ministero dello Sviluppo Economico offre un dettagliato resoconto della vita professionale di Corrado Passera.
In tutti questi casi per fare bella figura sarebbe bastato un copia e incolla dalle pagine dei singoli ministeri a quelle del sito del Governo.
Gli unici ministri carenti anche sotto il profilo del curriculum professionale sono Moavero Milanesi, Giarda e Mario Monti che sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze e su quello della Presidenza del consiglio dei ministri si limita a ricordare di essere “Nato il 19 marzo 1943 a Varese”, aggiungendo poi che “il 9 novembre 2011 è nominato Senatore a vita dal Presidente della Repubblica”.
Si può fare di più.

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CASA, ARRIVA LA RIFORMA DEL CATASTO

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

L’ADEGUAMENTO DEI VALORI POTREBBE INCIDERE SULLE COMPRAVENDITE E SULLA TASSA DELLA CASA

Il governo Monti è pronto a mettere mano al catasto e a riformarne i valori. Un’operazione che servirà  a fare cassa anche se non immediatamente e che si pone come base per eventuali e futuri interventi sul principale bene degli italiani, la casa. L’obiettivo principale è di aggiornare le rendite adeguandole al mercato e di riequilibrare gli estimi delle grandi città  sperequati tra centro e periferia.
L’operazione porterebbe da subito maggiori entrate nell’ambito delle compravendite. Ma – spiega una fonte di governo all’Ansa – all’adeguamento dei valori base dovrà  corrispondere una riduzione delle aliquote.
Il nuovo provvedimento potrebbe arrivare velocemente, per consentire una reale applicazione prima della fine della legislatura.
L’ultimo tentativo di riforma, avviato nel 2006 dal governo Prodi con un “collegato” alla legge Finanziaria, finì nel dimenticatoio proprio per l’arrivo anticipato della fine della legislatura.
“E’ noto – è scritto nel documento – che le attuali rendite catastali, su cui si basa in larga parte la tassazione immobiliare, non sono più congrue rispetto ai valori di mercato”.
L’ultimo rapporto dell’Agenzia del Territorio indica in particolare che per le abitazioni il valore corrente di mercato è pari, in media a 3,73 volte la base imponibile ai fini Ici. Se si guarda all’Irpef, invece, lo stesso rapporto oscilla tra il 3,59 della abitazioni principali e il 3,85% delle seconde case.
I canoni di locazione, poi, sono superiori di 6,46 volte a quelli delle rendite catastali.
A tracciarne le basi del nuovo catasto è un documento elaborato dal ministero dell’Economia che fissa i cinque criteri che saranno utilizzati.
“Il disegno di riforma – spiega il ministero dell’Economia – è imperniato sui seguenti elementi: 1) la costituzione di un sistema catastale che contempli assieme alla rendita (ovvero il reddito medio ordinariamente ritraibile al netto delle spese di manutenzione e gestione del bene), il valore patrimoniale del bene, al fine di assicurare una base imponibile adeguata da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione; 2) la rideterminazione della classificazione dei beni immobiliari; 3) il superamento del sistema vigente per categorie e classi in relazione agli immobili ordinari, attraverso un sistema di funzioni statistiche che correlino il valore del bene o il reddito dello stesso alla localizzazione e alle caratteristiche edilizie; 4) il superamento, per abitazioni e uffici, del “vano” come unità  di misura della consistenza a fini fiscali, sostituendolo con la “superficie” espressa in metri quadrati; 5) la riqualificazione dei metodi di stima diretta per gli immobili speciali”.
Sul punto 2), la “rideterminazione della classificazione dei beni immobiliari”, oggi, ad esempio, per le sole ‘abitazioni’ sono previste 11 classi: dalla Casa signorile ai castelli (A9), passando per abitazioni di tipo economico (A3), popolare (A4)e ultrapopolare (A5) che spesso, con i cambiamenti avvenuti nel corso degli anni, non rispettano più la realtà .
Il documento del ministero fa espressamento un esempio: “Tipicamente – è scritto – abitazione classate come popolari (A4) lo sono rimaste nel tempo, anche se oggi, pur essendo ubicate in zone centrali, il loro valore è di fatto più elevato di edifici di “civile abitazione (A2) ubicati in zone semicentrali o, addirittura, periferiche”.

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NEL 2065 GLI IMMIGRATI SARANNO IL 24% DELLA POPOLAZIONE: ITALIA PAESE PER ANZIANI

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

L’ISTAT FOTOGRAFA IL FUTURO DEMOGRAFICO DEL NOSTRO PAESE: NEL 2042 SAREMO QUASI 64 MILIONI…. NEL 2056 SOLO IL 54,3% SARA’ IN ETA’ LAVORATIVA

L’età  media degli italiani nel 2059 sarà  di 49,8 anni.
E’ la proiezione contenuta nello studio sul futuro demografico del paese realizzato dall’Istat.
Nello scenario centrale elaborato dall’istituto di statistica, l’età  media aumenta da 43,5 anni nel 2011 fino a un massimo di 49,8 anni nel 2059.
Dopo tale anno l’età  media si stabilizza sul valore di 49,7 anni, a indicare una presumibile conclusione del processo di invecchiamento della popolazione.
Particolarmente accentuato entro i prossimi trenta anni è l’aumento del numero di anziani: gli ultra 65enni, oggi pari al 20,3% del totale, nello scenario centrale aumentano fino al 2043, anno in cui oltrepassano il 32%.
Dopo tale anno, tuttavia, la quota di ultra 65enni si consolida intorno al valore del 32-33%, con un massimo del 33,2% nel 2056.
La popolazione fino a 14 anni di età , oggi pari al 14% del totale, evidenzia un trend lievemente decrescente fino al 2037, anno nel quale raggiunge un valore minimo pari al 12,4%.
Dopo tale anno la percentuale di under 15enni si assesta fino a raggiungere un massimo del 12,7% nel 2065.
Il margine di incertezza associato a tale stima fa comunque ritenere che nel medesimo anno tale quota potrebbe oscillare in un intervallo compreso tra l’11% e il 14%.
Secondo l’Istat la popolazione in età  lavorativa (15-64 anni) evidenzia, nel medio termine, una lieve riduzione, passando dall’attuale 65,7% al 62,8% nel 2026.
Nel lungo termine, invece, ci si aspetta una riduzione più accentuata, fino a un minimo del 54,3% nel 2056, anno dopo il quale l’indicatore si stabilizza, con un valore del 54,7% nel 2065, per un intervallo di stima compreso tra il 53,8% ed il 55,8%.
La ricerca prende in esame anche il numero complessivo dei residenti in Italia.
Stando alle previsioni, nel 2065 la popolazione sarà  pari a 61,3 milioni (“scenario centrale”) dopo aver toccato un picco di 63,9 milioni nel 2042.
Cumulando gli eventi demografici relativi al periodo 2011-2065, l’evoluzione della popolazione attesa nello scenario centrale è il risultato congiunto di una dinamica naturale negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi) e di una dinamica migratoria positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite).
Sulla base delle ipotesi concernenti i movimenti migratori con l’estero e sulla base di un comportamento riproduttivo superiore a quello della popolazione di cittadinanza italiana, si prevede che l’ammontare della popolazione residente straniera possa aumentare considerevolmente nell’arco di previsione: da 4,6 milioni nel 2011 a 14,1 milioni nel 2065, con una forbice compresa tra i 12,6 ed i 15,5 milioni.   Contestualmente, nel periodo 2011-2065 l’incidenza della popolazione straniera sul totale passerà  dall’attuale 7,5% a valori compresi tra il 22% e il 24% nel 2065, a seconda delle ipotesi.

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PISCICELLI SULL’ELICOTTERO CHE ATTERRA SULLA SPIAGGIA

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

ALL’ARGENTARIO L’IMPRENDITORE COINVOLTO NELL’INCHIESTA SULLA RICOSTRUZIONE DELL’AQUILA DENUNCIATO DAI VIGILI URBANI

Ha parcheggiato l’elicottero sulla spiaggia di Ansedonia e ha portato sotto braccio sua madre a mangiare al ristorante “Il cartello”, esclusivo locale dell’Argentario.
E’ successo il giorno di Santo Stefano.
Alla guida dell’elicottero c’era Francesco Maria De Vito Piscicelli, 49 anni, l’imprenditore edile arrestato per associazione a delinquere e corruzione nell’inchiesta sugli appalti della Protezione civile e diventato famoso per due intercettazioni telefoniche.
Nella prima rivelava al cognato il suo stato d’animo di fronte alla notizia del sisma dell’Aquila: “Alle tre e mezza di stanotte ridevo nel letto…”.
Nella seconda gli spiegava: “Là  c’è da ricostruire dieci anni”.
Piscicelli, brevetto di pilota, era partito nel primo pomeriggio da Roma e, invece di atterrare nello spazio ricavato nella sua villa sull’Argentario, sopra Santo Stefano, ha virato verso il ristorante.
Sono stati alcuni turisti, avvistato l’elicottero bianco e blu sulla spiaggia sabbiosa, a chiamare i carabinieri e poi i vigili urbani di Orbetello, lunedì alle tre del pomeriggio.
Qualcuno ha fatto notare all’imprenditore che non si poteva atterrare su un’area del demanio: “Ma io sono il comandante”, ha risposto Piscicelli.
Con i vigili urbani e i carabinieri il pilota dei giorni di festa si è giustificato spiegando che era stato costretto all’atterraggio in riva al mare per colpa del maltempo.
“C’era un vento di 25 nodi”, hanno spiegato gli stessi vigili.
Alcuni clienti, però, hanno confermato che Piscicelli aveva pranzato al “Cartello” con la madre. Di più, aveva prenotato.
Alle 15,30, quando la prima pattuglia è arrivata sulla spiaggia, Piscicelli e la madre, una signora di 75 anni, avevano già  selezionato le portate.
Firmato il verbale, il figlio ha portato a termine il pranzo ed è ripartito – in elicottero, questa volta da solo – verso la villa sopra Santo Stefano.
Ora l’imprenditore sarà  denunciato per uso improprio del demanio. Sarà  quindi inoltrato un rapporto alla Procura di Grosseto e all’Ente nazionale di assistenza al volo.
La guardia di finanza indaga sull’immatricolazione slovena dell’elicottero utilizzato. I vigili hanno rilevato, nel recente passato, alcune infrazioni compiute in barca da Piscicelli in questo tratto dell’Alto Tirreno. “Se quel pilota avesse avuto un’emergenza”, racconta il sindaco di Orbetello, Monica Paffetti, “avrebbe dovuto subito avvertire l’aeroporto di Grosseto”.
Cosa che non ha fatto. §
Francesco Maria De Vito Piscicelli è entrato nell’inchiesta Grandi opere – e nel filone fiorentino della Scuola dei Marescialli e in quello della ricostruzione di L’Aquila – con modi da protagonista.
Vicino alla vecchia Alleanza nazionale, si è assicurato l’appalto delle tre piscine di Valco San Paolo, a Roma, con un ribasso d’asta subito recuperato.
Le piscine sono ancora oggi chiuse, costi quadruplicati, a causa di un pilone fratturato. Piscicelli è stato intercettato e pedinato mentre acquistava tre orologi per funzionari della Protezione civile in una gioielleria romana, la stessa dove ha comprato “un bel regalo” per la storica segretaria di An: “Bisogna sbloccare i finanziamenti per la piscina”.
Alla moglie di Angelo Balducci, potente capo dei Lavori pubblici, a ogni scadenza l’imprenditore ha regalato un Rolex Submariner, due orologi della collezione Jaeger le Coultre e un Bang “da tre, quattromila euro”.
Conoscitore dell’area Argentario, Piscicelli per conto dell’amico Diego Anemone ha prenotato a sue spese una suite all’Hotel Il Pellicano per Carlo Malinconico.
Toccato da tutte queste rivelazioni, lo scorso marzo ha ingoiato un flacone di Tavor.
Il suo avvocato ha spiegato che le sue aziende sono in difficoltà . A Santo Stefano, però, ha scelto di portare mamma a mangiare il pesce.
In elicottero.

Corrado Zunino e Laura Montanari
(da “La Repubblica“)

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DALLE RISATE SULLE VITTIME DEL TERREMOTO DELL’AQUILA ALL’ELICOTTERO PER MAMMA’

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

PER PORTARE LA MAMMA AL RISTORANTE E’ ATTERRATO SULLA SPIAGGIA DI ANSEDONIA SENZA PERMESSO… DURANTE LA NOTTE DEL TERREMOTO RIDEVA BEATO, PREGUSTANDO I GRANDI AFFARI SULLA CARNE DEI MORTI

Ma, diciamo la verità , più ancora dello sgangherato riccastro esibizionista è la signora mamma che offende la fantasia degli italiani, la mamma che non gli ha mollato un sonorissimo ceffone, la mamma che è salita come una diva del muto sul missile del suo guaglione pacchiano e filibustiere già  messosi in pessima mostra.
Tutte le mamme italiane che conosco si sarebbero vergognate di un simile scarafone, anche a nome dei nonni e degli avi, sino alla settima generazione.
Entra dunque, questa mamma di Piscicelli, nella storia degli orrori italiani e cancella, con un solo giro d’elica, la piscina di Ceppaloni a forma di conchiglia, i furbetti del quartierino, le scarpe cucite a mano e le barche di D’Alema, “la patonza deve girare”, la casa di Scajola, il mutuo di Scilipoti…
Neppure il comico Panariello, che pure dell’antropologia del nuovo ricco ubriaco di se stesso è riuscito a fare una maschera di grande successo, era arrivato a immaginare la vecchia mamma che a 75 anni si compiace per lo shuttle del suo sbruffone parcheggiato sulla sabbia davanti al ristorante nel giorno di Santo Stefano.
E non è una faccenda di ricchezza.
Possedere un elicottero privato non è di per sè vergognoso e i soldi non sono la crusca del diavolo.
Insomma, un uomo che ha un elicottero, e dunque case e ville e spazi, non è un immorale nè un immoralista, nè – figuriamoci – un epicureo senza principi e nemmeno un capitalista alla Dickens.
Ma un elicottero che atterra sulla spiaggia è una cafoneria esibita per abbagliare, tanto più in tempi di crisi, di privilegi, di tagli e di tasse. Insomma gli italiani non ce l’hanno contro i ricchi e dunque nella reazione della gente che ad Ansedonia ha chiamato i carabinieri c’è innanzitutto lo spavento e la meraviglia perchè simili scene si giustificano solo con l’emergenza: una malattia, un incidente, un organo da trasportare per un trapianto.
Ed è ovvio che, quando invece si è capito che l’elicottero era lì per il pesce al sale, sia subentrata l’indignazione contro i cafoni, contro una mutazione antropologica del brubru classico che abbraccia tutta la pienezza dell’attuale vita italiana, un malcostume che non si inscrive in nessuno dei vecchi codici conosciuti della volgarità  nazionale, neppure in quello dei criminali incalliti che trasportano in elicottero partite di droga o diamanti e solo per sberleffo atterrebbero sulla spiaggia di fronte a un ristorante.
Nell’elicottero di Piscicelli si sintetizza invece la giostra degli energumeni della nuova Italia malata che diventa cricca durante un terremoto per avventarsi sulle aree edificabili, si fa faccendiera nei governi per lucrare case e donne, si organizza in lobby nelle anticamere dei palazzi per trafficare in nomine, si mostra sguaiata in una giornata di relax natalizio ed è già  pronta ad indossare nuove maschere, non nella delinquenza ma nell’arraffo e nell’ostentazione.
Ecco perchè qui non ci può essere l’invidia sociale, perchè nessuna persona normale sogna di andare al ristorante in elicottero con la vecchia amata mamma.
Tanto più che il nome Piscicelli, napoletano di antica famiglia, rimanda a quel precedente turpe, a quella intercettazione nella notte dell’Aquila: “Io ridevo stamattina alle 3 e mezza davanti a quella “roba” del terremoto”.
C’è insomma un rapporto concreto tra il terremoto e l’elicottero ovviamente visto, a torto o a ragione, come il bottino, come il frutto dello sciacallaggio. I terremoti infatti fanno parte della storia del nostro Paese e tutti sappiamo che ogni terremoto ha i suoi sciacalli che, come fece appunto Piscicelli per l’Aquila, si fregano le mani prima di avventarsi sulle disgrazie. In passato predavano anelli e denti d’oro, oggi i soldi dello Stato e gli appalti per la ricostruzione.
Quell’elicottero dunque è atterrato ad Ansedonia come un terremoto.
Ed è stato prima accolto come una violenza e poi decifrato per rileggere il codice della cricca, il linguaggio del potere corrotto e degradato anche nei simboli, nelle apparenze eccessive, negli appagamenti abbaglianti, nella volgarità  che ormai in Italia è come un chiodo, come una vite che ad ogni nuovo movimento fa un giro in più.
E su questo sciacallaggio e su questa pacchianeria, su questo elicottero, è volata, come dicevamo all’inizio, la degradazione della devozione filiale, la complicità  della mamma, della vecchia signora che non ha saputo dire al figlio: “Non farmi vergognare di averti messo al mondo”.
C’è insomma il ribaltamento del più italiano dei comandamenti, il solo inappellabile: non più onora, ma disonora il padre e la madre.

Francesco Merlo
(da “La Repubblica”)

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EVASIONE, LA GRANDE FUGA DEI CAPITALI: 11 MILIARDI ALL’ESTERO ILLEGALMENTE

Dicembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

SOCIETA’ “ESTEROVESTITE”   E “TRANSFER PRICING”: COSI’ SI FRODA IL FISCO…RISPUNTANO GLI SPALLONI CON LE VALIGETTE, BOOM DI SEQUESTRI A MALPENSA E AI CONFINI CON LA SVIZZERA

Via dall’Italia. In qualsiasi modo.
In questo anno che si sta chiudendo, la Grande Fuga dei capitali all’estero – e parliamo soltanto di quella accertata dalla Guardia di Finanza – ha raggiunto gli 11 miliardi di euro, più o meno un quarto dell’intera base imponibile evasa individuata dai controlli (46 miliardi).
Di questi 11 miliardi, il 26 per cento è stato sottratto al Fisco attraverso società  con sede legale all’estero e attività  produttive stabili ma occulte nel nostro Paese.
Il 18 per cento con l’antico strumento elusivo della cosiddetta “estero-vestizione” di società  e persone fisiche, lo specchietto per le allodole necessario a fissare fraudolentemente oltre confine la residenza fiscale di chi le tasse dovrebbe pagarle in Italia.
Il 17 per cento, con quel gioco di vasi comunicanti detto “transfer pricing”, la cessione di quote di reddito tra consociate con la cessione di beni o prestazione di servizi, per concentrare gli utili soggetti a tassazione sulla società  del gruppo che gode di un regime fiscale estero di favore. Il 39 per cento, con “altre manovre evasive”.
Ma c’è di più.
Dal pozzo nero della nostra memoria degli anni ’70 e ’80 riaffiorano gli spalloni.
Riempire una ventiquattr’ore destinata oltre frontiera con banconote da 500 euro (riescono a starcene fino a 12 mila pezzi, per un valore di 6 milioni di euro) è tornata ad essere un’opzione ricorrente.
E, per quanto empirici, i dati dei sequestri di valuta negli ultimi tre mesi ai valichi normalmente utilizzati dagli spalloni (Ponte Chiasso e gli aeroporti di Malpensa e Fiumicino) crescono fino al 50 per cento rispetto alla vigilia dell’estate.
Con picchi significativi tra ottobre e novembre scorsi, le ultime settimane dell’avventura berlusconiana, quando il Paese si è trovato dinanzi all’abisso del default (in questo periodo, soltanto al confine svizzero, sono stati sequestrati 2 milioni e 600 mila euro, mentre a Malpensa, si sono toccati i 3 milioni).
La nuova stagione del governo Monti e la stretta fiscale sono evidentemente percepite come una minaccia.
“E’ ben possibile – chiosa il generale Bruno Buratti, comandante del III reparto Operazioni della Guardia di Finanza – che l’esportazione illegale di valuta riprenda a crescere con dati statisticamente significativi”.
L’investigatore la dice come fosse un eccentrico paradosso. “Ricorda l’Hawala? Dopo l’11 Settembre, il mondo scoprì che Al Qaeda e il network del radicalismo islamico raccoglievano e trasferivano contante tra i quattro angoli del pianeta con una rete informale di mediatori che non lasciava traccia nè elettronica, nè cartacea. I mediatori erano legati tra loro da un sistema di compensazioni che rendeva superfluo il movimento del contante. E dunque quegli stessi mediatori, proprio in ragione delle compensazioni, potevano rendere disponibile ai loro clienti qualsiasi cifra a destinazione senza che un solo euro o dollaro si fosse mosso. Bene, oggi funziona così in Italia per molti esportatori illegali di valuta. L’Hawala è diventato un italianissimo strumento di “spallonaggio”.
Il denaro non è più di Mohammed o di Kalil. Ma del dottor Mario, del signor Luigi”.
Semplice a dirsi. E, a quanto pare, anche a farsi.
Perchè per chi vuole far sparire denaro oltre confine o farne rientrare quando serve, è sufficiente appoggiarsi a organizzazioni in cui il mediatore italiano A (avvocato d’affari o commercialista che sia), chiede al suo reciproco professionista svizzero B di depositare presso un conto elvetico un cifra X per conto del suo cliente italiano signor Rossi.
La somma depositata in Svizzera uscirà  dalle disponibilità  del mediatore B e dunque si muoverà  solo all’interno dei confini di quel Paese, regolarmente.
Ma quella somma, in realtà , da quel momento sarà  nella esclusiva disponibilità  del signor Rossi, cittadino italiano, che l’avrà  consegnata in contanti e per equivalente, in Italia, ad A, il suo mediatore. A e B, a quel punto, regoleranno “in compensazione” quella somma.
Come fossero due banche.
Le “commissioni” per questo “spallonaggio” silenzioso, che non sposta fisicamente denaro ma lo materializza a destinazione, frequente per chi muove in nero fino a 1, 2 milioni di euro, oscillano tra il 2 e il 5% e sono pagate “alla fonte”. Più convenienti di un vecchio “scudo” alla Tremonti. E con un solo nemico: le indagini di polizia giudiziaria.
Quelle fatte di intercettazioni, pedinamenti, fonti confidenziali.
Come un pesce pilota con lo squalo, l’esportazione illegale di valuta e in genere l’accumulazione nera di capitali in contanti destinati allo “spallonaggio” oltre frontiera offrono una traccia che le indagini e i sequestri della Guardia di Finanza hanno dimostrato in questi anni essere inequivocabile: le banconote da 500 euro.
Un taglio sproporzionato e pressochè invisibile nella routine delle transazioni quotidiane per contanti.
Con una significativa concentrazione nella sua circolazione.
Proprio sulla base delle segnalazioni del circuito bancario alla Finanza, si scopre infatti che oggi, all’interno dei nostri confini, i quattro quinti delle banconote da 500 si concentrano in tre aree: i comuni a ridosso del confine italo-svizzero, la provincia di Forlì (la porta di accesso alla Repubblica di San Marino, al segreto delle sue banche e delle sue finanziarie), il tri-Veneto. Guarda caso le tre “rampe” di fuga dei nostri capitali verso l’estero, così come del loro rientro clandestino.
In un Paese che per legge ha abbassato da 2.500 a mille euro la soglia massima delle transazioni per contanti, il pezzo da 500 dovrebbe avere vita impossibile.
E lo stesso dovrebbe dirsi dell’intera area dell’Unione, dove per altro il ricorso alla moneta elettronica e dunque la tracciabilità  dei pagamenti presenta percentuali decisamente superiori alla media italiana (nel nostro Paese, quello con una delle più alte concentrazioni di bancomat in Europa, il contante resta il principale mezzo di pagamento).
Al contrario, come documentano i dati della Banca d’Italia, il numero di banconote da 500 circolanti all’interno dell’Unione Europea, è passato dai 167 milioni di pezzi del 2002, ai 600 milioni di pezzi del novembre di quest’anno.
Con un significativo incremento dell’incidenza percentuale del valore complessivo delle banconote da 500 sull’intera massa liquida in euro in circolazione. Dal 23,27%, al 34,57%.
Un punto percentuale in più dei pezzi da 50, la banconota con maggiore circolazione.
In fondo, per capire come siamo ridotti, basterebbero due parole. “Tango” e “Cash”. Sono i nomi dei due giovani “Labrador” dell’unità  cinofila della Finanza all’aeroporto di Malpensa. I
due cani non annusano nè cocaina, nè hashish, nè eroina.
Sono addestrati per impazzire se all’olfatto avvertono l’odore di inchiostro e filigrane delle banconote. Euro, dollari, franchi svizzeri, nascosti in valige, cinture, scarpe, container, biancheria intima.
L’Italia è uno dei cinque Paesi in tutto il mondo (con noi, l’Inghilterra, dove i cani anti-banconote sono stati testati la prima volta, Sud Africa, Israele, Stati Uniti) ad aver deciso che sono ormai una necessità  e, dall’autunno scorso, altri otto “Labrador” hanno raggiunto i valichi di Chiasso (Svizzera), degli aeroporti di Torino, Venezia, Roma e Napoli.
Perchè – dicono – “funzionano”. E perchè gli spalloni hanno ripreso a viaggiare.
Soltanto tra giugno e novembre scorsi, nell’intero Paese, sono stati sequestrati 27 milioni e 300 mila euro di valuta, con picchi tra settembre e novembre scorsi, quando il cielo dell’Italia si è fatto nero e il “nero” d’Italia ha ripreso l’antica strada dei conti in Svizzera, Lussemburgo, Liechtenstein.
L’ultimo “acchiappo” di “Tango” e “Cash” è stato del 12 novembre scorso. A Malpensa.
Due milioni di euro. Negli stessi giorni, “Zeb”, il nuovo “cucciolo” di Ponte Chiasso, ha annusato nel reggiseno e nelle scarpe di una distinta signora 65 mila euro.

Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)

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IL DOPPIO LAVORO DEGLI STATALI: CONSULENZE E INCARICHI PRIVATI

Dicembre 27th, 2011 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO DELLA G.D.F. METTE IN LUCE 3.300 CASI… CON O SENZA PARTITA IVA ALCUNI DIRIGENTI E FUNZIONARI SVOLGONO ALTRE ATTIVITA’

C’è chi timbra il cartellino ed esce subito dopo, chi sbriga in ufficio le pratiche dei suoi clienti privati.
Addirittura chi accetta consulenze su progetti che poi dovrà  valutare per conto dell’Amministrazione.
Sono i dipendenti pubblici che svolgono il doppio lavoro senza aver ottenuto l’autorizzazione. E in questo modo causano un grave danno all’erario.
Sono i numeri a dimostrarlo.
Negli ultimi tre anni sono circa 3.300 gli impiegati e i funzionari, anche di livello alto, scoperti dalla Guardia di Finanza e dagli ispettori della Funzione pubblica a svolgere attività  esterne.
Hanno guadagnato illecitamente oltre 20 milioni di euro, causando un danno alle casse dello Stato che sfiora i 55 milioni di euro.
Il settore degli sprechi nella spesa pubblica si conferma, dunque, quello dove maggiormente bisogna intensificare controlli e verifiche per recuperare denaro e soprattutto evitare ulteriori perdite.
La dimostrazione è nella relazione annuale delle Fiamme gialle sul fenomeno dei «doppi stipendi» che evidenzia i dati relativi al periodo che va dal 2009 al 2011 e soprattutto fa emergere i casi più eclatanti.
E nella quale viene sottolineata «l’importanza di intervenire nel settore degli sprechi della spesa pubblica che da un punto di vista ragionieristico pesa quanto e forse più di quello delle entrate fiscali.
Un’importanza che oggi traspare in maniera ancor più evidente in ragione del perdurante momento di crisi e degli impegni politici assunti dall’Italia nei confronti della comunità  internazionale, i quali impongono che le risorse disponibili siano spese sino all’ultimo euro per sostenere l’economia e le classi più deboli, eliminando sprechi, inefficienze e – nei casi più gravi – distrazioni di fondi pubblici che rappresentano un ostacolo alla crescita del Paese».
I progetti di geometri e ingegneri
La legge che disciplina «le incompatibilità , il cumulo degli impieghi e gli incarichi» consente ai dipendenti pubblici di eseguire attività  professionali al di fuori dell’orario di lavoro, «purchè lo svolgimento del lavoro venga preventivamente portato a conoscenza della Pubblica amministrazione di appartenenza ai fini della valutazione della sussistenza di situazioni di incompatibilità  o di conflitto d’interesse con la stessa».
Ed è proprio questo il nodo che ha evidentemente impedito a queste migliaia di persone di chiedere l’autorizzazione.
Nel dossier gli analisti della Finanza sottolineano come «non sia possibile stereotipare il profilo del dipendente pubblico che viola queste norme, perchè si va dai lavoratori con bassa qualifica fino a dirigenti con posizioni apicali», ma chiariscono che «i doppi lavori esercitati sono dei più eterogenei, spaziando dai lavori più umili alle alte consulenze professionali e tecniche prestate in cambio di laute retribuzioni. In sostanza si va da chi tenta di arrotondare magri stipendi a chi invece con il doppio lavoro incrementa redditi già  invidiabili».
Tra le denunce del 2011 spicca quella di un geometra in servizio in un’amministrazione provinciale che ha percepito consulenze per 885 mila euro senza aver mai chiesto alcun nulla osta.
Ma la circostanza più grave è che i pareri riguardavano nella maggior parte dei casi le pratiche che doveva poi esaminare nello svolgimento del proprio incarico presso l’Ente locale.
Poco meno ha guadagnato un ingegnere che è riuscito a ottenere compensi extra per poco più di 514 mila euro grazie al rapporto che aveva con alcuni studi specializzati.
L’esperto di Fisco dell’Agenzia
Sembra incredibile, ma persino alcuni dirigenti dell’Agenzia delle entrate hanno accettato di svolgere mansioni per cittadini e società  private in materia fiscale.
Il record spetta a un alto funzionario che senza chiedere alcuna autorizzazione ha svolto incarichi per 850 mila euro.
Introiti di tutto rispetto anche per un professore universitario che oltre alle lezioni presso l’ateneo, ha percepito 266 mila euro di compensi aggiuntivi.
Nel suo caso – come spesso accade – è stato l’organo di vigilanza interno ad attivare l’Ispettorato, ma molto più spesso i controlli vengono effettuati su segnalazioni di cittadini – talvolta colleghi di chi risulta al lavoro e invece non si presenta – oppure grazie a indagini autonome attivate dalla Guardia di Finanza.
Nel 2009 le Fiamme gialle hanno effettuato 738 interventi.
Risultato: «Sono stati 738 soggetti verbalizzati, 15 milioni e mezzo di euro le sanzioni contestate a fronte di 1 milione e 161 mila euro di compensi percepiti senza autorizzazione».
L’anno del boom è stato certamente il 2010, quando l’allora ministro Renato Brunetta chiese un’intensificazione delle verifiche proprio in questo settore. Il dato registra «983 interventi effettuati, 1.324 denunce e ben 28 milioni 296 mila euro in sanzioni, a fronte di introiti illegittimi che superano i 13 milioni di euro». Buoni risultati anche nei primi 10 mesi di quest’anno (il dato contenuto nella relazione arriva fino agli inizi di novembre).
Pur essendo calato il numero dei controlli a 722, le persone scoperte sono state 1.029 e 10 milioni e mezzo di euro l’ammontare complessivo delle contestazioni a fronte di cinque milioni e mezzo di euro guadagnati dai dipendenti pubblici senza autorizzazione».
Il record di 62 consulenze
È proprio nella relazione pubblicata a fine ottobre scorso dagli ispettori del ministero allora guidato da Brunetta che viene citato il caso di «dodici tra funzionari e dirigenti in rapporto di lavoro con Aziende sanitarie che hanno ricevuto compensi superiori a 100 mila euro ciascuno» per attività  extra.
Ma il vero record l’ha raggiunto un dipendente statale citato in giudizio dalla magistratura contabile.
Si legge nella relazione della Funzione pubblica: «Anche il procuratore capo della Corte dei conti della Regione Lazio ha citato durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 la “vicenda paradossale” di un dipendente sottoposto a giudizio per un’ipotesi di danno erariale di 2 milioni e mezzo di euro.
Il dipendente è risultato titolare contemporaneamente di più rapporti di pubblico impiego, espletando altresì in un arco temporale di qualche anno ben 62 incarichi e consulenze professionali, figurando come avvocato e fatturando con la partita Iva della quale era titolare in quanto intestatario – tra l’altro – di un’attività  commerciale di ristorazione».
La direttiva d’intervento del comandante generale della Guardia di Finanza per il prossimo anno impone che l’attività  dei vari reparti debba essere intensificata – oltre che nella lotta all’evasione fiscale – proprio sugli sprechi della spesa pubblica, così come del resto è stato più volte sollecitato dal governo.
E quello dei doppi stipendi è certamente uno dei settori in cima alle liste di priorità  per incrementare i «fondi di produttività » dei dipendenti pubblici (che servono tra l’altro a pagare gli straordinari); la legge prevede infatti che vengano incamerate non soltanto le somme ingiustamente percepite dai lavoratori, ma anche «gli introiti delle sanzioni comminate ai soggetti committenti, per lo più privati, che si avvalgono irregolarmente delle prestazioni dei pubblici dipendenti».

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)

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