Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
CALDEROLI CHIEDE LA SUA TESTA: “PER COLPA DEI VOSTRI CASINI, MARONI HA ACQUISTATO SPAZIO”… I BARBARI SOGNANTI ORA CHIEDONO I CONGRESSI REGIONALI A MARZO
Via Rosi Mauro dalla Liguria e dall’Emilia, dove era legato federale del Carroccio (in altre parole un
commissario).
Stasera la vicepresidente del Senato – colonna del cerchio magico bossiano – dovrebbe dire ufficialmente addio a Reggio Emilia, dove è stato convocato il direttivo nazionale.
La stessa cosa succederà a Genova domani.
La scelta, raccontano i rumor, è scattata dopo una riunione tesissima nel quartier generale di via Bellerio.
Presenti, tra gli altri, l’interessata e l’altro cerchista Federico Bricolo.
Davanti a loro, un Roberto Calderoli inferocito: «Per colpa dei vostri casini» avrebbe detto l’ex ministro della Semplificazione «Maroni sta acquistando spazio e visibilità ». Risultato: cartellino rosso per la Mauro.
Da quando è stata spedita in Liguria ed Emilia (era il 2010) il Carroccio ha deciso rispettivamente un paio sospensioni e quasi cinquanta espulsioni.
In Liguria, con la vicepresidente del Senato al comando sono stati celebrati quasi tutti i congressi provinciali. Segretari eletti in quota cerchio magico: zero.
La rissa è quindi scoppiata quando si dovevano rinnovare le cariche nel Tigullio, dove è commissario il tesoriere della Lega Francesco Belsito, l’ex portaborse di Alfredo Biondi famoso per i titoli di studio misteriosi, i soldi investiti in Tanzania e la Porsche Cayenne mollata nei parcheggi della polizia.
Lì, il congresso è stato rinviato per ben due volte.
Secondo le linguacce per evitare l’ennesima sconfitta del cerchio magico, rappresentato nel Tigullio dalla fedelissima di Belsito, Sabrina Dujany, che però sarebbe stata “trombata”, non avendo i voti sufficienti in sezione.
Fatto sta che proprio la Mauro aveva deciso di sospendere il candidato non sostenuto dal tesoriere, Giorgio Roncisvalle, scatenando più di un malumore.
In Liguria il leader è Francesco Bruzzone (vicino a Roberto Maroni), ma nella zona c’è anche una colonna cerchista come Giacomo Chiappori.
Il capogruppo in Regione è invece Edoardo Rixi, che negli ultimi tempi pare stia smarcandosi dalla Mauro e dal clan di Gemonio.
Ancora più intricata la faccenda in Emilia, che nella geografia leghista è indipendente dalla Romagna.
La vicepresidente del Senato era stata inviata per placare una vera e propria rissa tra i padani di Reggio e quelli di Bologna.
Un clima teso nonostante gli scintillanti risultati elettorali degli ultimi anni. Il leader regionale, Angelo Alessandri, è stato addirittura accusato di usare i soldi della Lega per pagarsi le multe.
Le prime teste a rotolare sono state quelle di Marco Lusetti, ex braccio operativo di Alessandri, e del suo sodale Alberto Magaroli.
Poi toccò a tre consiglieri comunali (su sei) a Modena, e a Marco Veronesi a Bologna. In Emilia, da più di dieci anni il cassiere è Franco Barigazzi.
In due province (Parma e Piacenza) sono stati spediti due legati, guarda caso in zone dove la Lega è rappresentata da maroniani come Fabio Rainieri da una parte e Maurizio Parma con Massimo Polledri dall’altra.
Nella città ducale, proprio Daniel Barigazzi è diventato responsabile organizzativo aggiunto e segue passo passo i direttivi.
A Piacenza il legato è il senatore Giovanni Torri. Già autista di Maroni ai tempi del Parlamento della Padania (fine anni ’90), ora è un cerchista di ferro.
Si racconta che l’ex ministro dell’Interno (era il 2008) subì un’aggressione in via Bellerio: Torri voleva essere messo in lista a tutti i costi e cercò di convincere Bobo. Un pomeriggio un tizio arrivò a strattonare Maroni, bloccandolo nel suo ufficio e facendogli cadere gli occhiali.
Bobo denunciò la cosa sia a Bossi che a Calderoli, ma non aveva l’ultima parola sulle candidature. Risultato: oggi Torri è a Palazzo Madama.
Pochi giorni fa, quando Libero aveva svelato il veto per i comizi dell’ex ministro in Emilia, il senatore aveva negato tutto chiedendo al Maroni di smentire la notizia.
Non è successo.
Torri se l’è poi presa con Rainieri, accusandolo di essere «un soldato arrabbiato e irresponsabile» perchè chiedeva il congresso.
Replica: taci, «chiami coglionazzi i militanti».
Questo è il clima. E in questo quadro Maroni vuole accelerare sui rinnovi dei dirigenti.
L’ultimo consiglio federale aveva stabilito che i congressi in Piemonte, Lombardia e Veneto devono avvenire entro giugno.
A Torino, Roberto Cota ufficializzerà domani che si farà il 10 e 11 marzo.
Venerdì, invece, è in programma il consiglio nazionale lombardo.
Giancarlo Giorgetti, secondo le aspettative dei maroniani, dovrà indicare anch’egli una data precisa.
A marzo. Non più tardi.
Giorgetti è deciso a lasciare l’incarico (e sta pensando di fare il presidente della Lega Lombarda, che attualmente è Roberto Castelli).
Per il ruolo di segretario nazionale (ovvero regionale) girano i soliti nomi: Matteo Salvini, Giacomo Stucchi e Andrea Gibelli da una parte e Marco Reguzzoni dall’altra. Attenzione alla partita in Veneto, dove lo scontro tra i maroniani come Flavio Tosi e i cerchisti come l’attuale leader regionale Giampaolo Gobbo è sempre più teso.
Con l’addio di Rosi Mauro da Liguria ed Emilia le truppe maroniane cantano vittoria.
Matteo Pandini
(da “Libero”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL PARTITO NON ESISTE PIU’ DAL 2007 MA CONTINUA A RICEVERE RIMBORSI ELETTORALI…DA PARISI A NERI, CHI AVEVA CHIESTO DI VEDERE I CONTI SI E’ SCONTRATO CONTRO UN MURO
Francesco Rutelli aveva promesso “massima trasparenza nella destinazione di fondi della Margherita”, un tesoretto di circa 20 milioni di euro, uscendo dall’assemblea federale del partito il 20 giugno 2011.
Invece in questa storia di trasparenza non ce n’è affatto.
Dall’inizio alla fine, con il tesoriere Luigi Lusi, attuale senatore del Pd, indagato per aver usato parte di quei soldi per fini privati, compreso l’acquisto di una casa nel centro di Roma.
E passando per il fatto che la Margherita non esiste più come partito dal 2007, ma ha continuato a percepire rimborsi elettorali anche in questa legislatura, iniziata l’anno successivo, e fino al 2011.
A proposito di trasparenza, in quell’assemblea federale dell’estate scorsa a Roma non fu neppure possibile leggere con la dovuta attenzione una copia del bilancio del partito.
E sui 398 aventi diritto, pare che la convocazione sia arrivata a non più una ventina di persone, tanto che su questo è in corso a un processo civile a Roma, seguito alla denuncia, tra gli altri, di Renzo Lusetti, Rino Piscitello, Enzo Carra e Gaspare Nuccio.
Alla fine si presentarono appena una dozzina di esponenti del partito.
E dire che l’ordine del giorno era allettante: l’assemblea doveva decidere proprio la destinazione di quella montagna di soldi.
Sul tavolo c’era anche la proposta di distribuirli per il 50 per cento ai terremotati dell’Aquila e per l’altra metà ad associazioni come Emergency e Medici senza frontiere.
Perchè dal primo all’ultimo euro si trattava di fondi dello Stato, erogati come rimborsi elettorali, e non di quote del tesseramento o di donazioni private.
A proporlo era stato Luciano Neri, responsabile della Circoscrizione estero del partito, che oggi ricopre lo stesso incarico nel Partito democratico.
“Chiesi di avere il bilancio, ma Lusi si oppose”, ricorda Neri.
“Si inalberò, minacciò le dimissioni perchè non ci fidavamo di lui. Alla fine fu possibile leggere una copia del bilancio messa a disposizione di tutti, ma per un tempo limitato, che rendeva impossibile un’analisi seria”.
Francesco Rutelli è il presidente dell’ormai ex partito, Enzo Bianco è presidente dell’Assemblea.
Nessuno dei due si spende per accogliere la richiesta di trasparenza.
Chi vuole vederci chiaro è invece Arturo Parisi, attuale leader referendario.
“Chiesi un approfondimento del bilancio”, afferma, “perchè c’erano voci opache e ampie. Non votai il bilancio preventivo”, continua, “e l’assemblea fu sospesa finchè non si decise la formazione di un organismo che approfondisse successivamente. Ma questo organismo non si è mai riunito”.
Già intorno al 2003 Parisi se n’era andato sbattendo la porta dall’Ufficio di tesoreria del partito, perchè non gli venivano forniti i documenti necessari a esercitare un vero controllo sui conti.
Il tesoriere era sempre Lusi, il presidente era sempre Rutelli.
Risultato, ancora oggi non si sa a quanto ammonti esattamente il patrimonio rimasto nelle casse del partito.
Questo è il clima in cui matura lo scandalo del senatore Lusi, che avrebbe già ammesso le proprie responsabilità di fronte ai magistrati di Roma e si sarebbe detto pronto a restituire il denaro.
Per di più, il tutto avviene in un partito fantasma, sciolto nel 2007 in vista del matrimonio con i Ds per dare vita al Pd.
Anzi, nel frattempo Rutelli è diventato presidente di una nuova formazione politica, l’Alleanza per l’Italia (Api), concorrente centrista del Pd.
E perchè un partito che non esiste più continua ad avere (e ricevere) denaro?
Il primo motivo è che quando nacque il Pd, i due partiti fondatori scelsero la “separazione dei beni”.
I Ds avevano un grande patrimonio immobiliare — la storica eredità del Pci — ma un indebitamento superiore ai 100 milioni di euro; la Margherita, pur discendendo dalla Democrazia cristiana, era meno ricca, ma aveva i conti in ordine.
Insieme nella politica, separati nei patrimoni, fu la decisione finale.
Il secondo motivo sta nella legge sui rimborsi elettorali. I soldi pubblici, calcolati sula base dei consensi ottenuti alle urne, vengono erogati in più tranche.
Fino al 2011, la Margherita ha ricevuto le somme relative alla legislatura del 2006, calcolata per intero nonostante sia durata solo due anni.
Il che sarebbe logico se si trattasse di un vero rimborso delle spese elettorali, un po’ meno se si pensa che questo finanziamento multimilionario non ha alcun legame con i costi effettivamente sostenuti per conquistare seggi alle elezioni.
Naturalmente lo stesso vale per altre formazioni estinte, come i Ds, Forza Italia, An, Rifondazione comunista.
A loro vanno i finanziamenti per le vecchie elezioni, e contemporaneamente i loro figli — il Pd e il Pdl — li ricevono per le più recenti.
Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL RISULTATO DELLA GESTIONE MARONI: + 28% DI ASSALTI ALLE ABITAZIONI, + 15% DI REATI CONTRO IL PATRIMONIO…E GLI STRANIERI DENUNCIATI PER REATI DI DROGA SALITI DEL 34,5%
Un dilagare di rapine a mano armata negli appartamenti. 
E un esercito di scippatori e borseggiatori in strada a minacciare la sicurezza pubblica. La criminalità in Italia sta vivendo una svolta.
Nel 2011, dopo anni di calo costante, c’è stata un’impennata a sorpresa dei reati contro il patrimonio, aumentati del 15 per cento rispetto al 2010.
Per le rapine nelle abitazioni è un vero quanto allarmante boom: sono cresciute del 28 per cento in pochi mesi.
Un’inversione di tendenza che spiazza i sociologi e preoccupa tutte le forze di polizia. A documentarlo sono i dati riservati che le prefetture di tutta Italia stanno inviando al Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale.
I furti in appartamento sono cresciuti nell’ultimo anno del 15 per cento, così come le rapine e i borseggi.
Gli omicidi sono “stabili”: 610 casi nel 2011.
Aumenta invece il peso degli stranieri nella contabilità criminale.
La percentuale degli immigrati senza permesso di soggiorno nel totale delle denunce per reati legati alla droga è arrivata a 34.5 per cento.
Un record, non è mai stata così alta.
Sono numeri ricavati dalle denunce presentate a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza.
Sono provvisori, perchè ancora non tutti gli uffici hanno provveduto a inviare le statistiche.
Ma chi li sta raccogliendo prevede che quelli definitivi sulle rapine e i furti saranno corretti al rialzo, intorno al 18-19 per cento.
Questo il lascito finale del barbaro sognante Maroni, l’ultima patacca che non potrà certo vendersi sui media.
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
A DICEMBRE LA MAGGIORANZA IN COMUNE AVEVA ACCETTATO LA BOZZA D’INTESA, ORA IL SINDACO CI HA RIPENSATO: “SIAMO ORIENTATI A DIRE NO”
«Quando si arriva all’ultimo minuto bisogna giocare con prudenza».
La premessa è di natura cestistica, perchè da buon appassionato di basket, Giorgio Demezzi conosce bene l’importanza delle fasi finali di una partita, quando il cronometro scorre inesorabile verso la fine.
«Esistono però le condizioni per un nostro ripensamento. La decisione definitiva non è ancora presa, ma siamo orientati a non accettare l’offerta di transazione fatta al Comune dall’imputato Stephan Schmideiny per la vertenza sull’amianto».
Quasi un tiro da tre punti a fil di sirena.
Ogni domenica il sindaco di Casale Monferrato siede sui gradoni del Palaferraris, il palazzetto che ospita la Novi Più, matricola e rivelazione del campionato di seria A, non fosse per la propensione a perdere molto spesso in volata.
Ci vuole prudenza, anche per le trattative, soprattutto quando sembravano ormai chiuse.
Lo scorso 18 dicembre la maggioranza del Consiglio comunale aveva accettato la bozza d’intesa spedita dai legali di Stephan Schmidheiny, ex proprietario dello stabilimento Eternit nel quartiere Ronzone che per oltre cinquant’anni ha diffuso nell’aria e nei polmoni il micidiale polverino.
Il miliardario svizzero con residenza in Costarica, principale imputato del processo Eternit, offriva una cifra compresa tra i 18 e i 20 milioni di euro in cambio della revoca della costituzione di parte civile del Comune al processo sui morti d’amianto che il 13 febbraio andrà a sentenza.
Era una proposta indecente, ma erano anche tanti soldi.
Maledetti e subito, dall’incasso sicuro.
Fu una brutta notte, quella.
Qualche consigliere della maggioranza di centrodestra invocò la forza pubblica per far sgomberare le centinaia di persone che aspettavano nella piazza di fronte.
Non erano facinorosi, ma un pezzo importante di una città di 35 mila abitanti martoriata da almeno 1.700 morti di mesotelioma, il tumore della pleura indotto dall’amianto.
In poco più di un mese possono accadere tante cose, persino da noi.
Per una volta si è mossa la politica, seppur tecnica.
Il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, è nato a venti chilometri da qui. Conosce bene questo infinito rosario di morti. Ha contattato Demezzi, gli ha mostrato un’altra strada per evitare la firma su un accordo destinato a creare una lacerazione profonda in una città così segnata dal dolore, che avrebbe cancellato anche trent’anni di lotta per giungere alla verità .
Non parole, ma opere di bene, con il coinvolgimento diretto del ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
Nuovo accordo di collaborazione tra Stato, Regione ed Enti locali.
La conferma dei 9 milioni di stanziamento che finanzieranno le spese per il prossimo biennio.
L’impegno a trovare il denaro per una nuova discarica di Eternit.
«Si sono presi a cuore il problema in maniera seria, attivando un canale di dialogo quasi quotidiano. Ci hanno permesso di trovare lo stimolo e l’appiglio per ripensare la nostra decisione. La stiamo riconsiderando, finalmente sulla base di atti concreti». Giorgio Demezzi è un ingegnere prestato alla politica, a un Pdl che aveva bisogno di un nome nuovo per riprendersi Casale Monferrato.
Ha sempre rivendicato la bontà della decisione iniziale, che ancora oggi definisce «pragmatica», ma come essere umano ne ha sofferto. «Sono avvenuti fatti che mi hanno fatto capire quanto la decisione di Casale fosse una questione nazionale».
Il sì all’offerta dello «svizzero» ha avuto l’effetto collaterale di un ritorno del dramma dell’amianto al centro dell’attenzione.
Petizioni, assemblee, mobilitazioni.
Libri in uscita, da segnalare «Eternit, dissolvenza in bianco» opera a fumetti di Gea Ferraris e Assunta Prato che racconta la storia della fabbrica della morte.
Persino una pièce teatrale, Malapolvere, ispirata al libro omonimo di Silvana Mossano che questa sera apre in prima nazionale al teatro Gobetti di Torino.
C’è stato l’esempio dei piccoli comuni dell’alessandrino, da Coniolo a Morano Po, che hanno avuto la forza di respingere al mittente la stessa offerta.
Demezzi ha visto le reazioni dei suoi concittadini. Forse ha anche valutato il danno che subirebbe l’immagine di Casale.
«Abbiamo il dovere di riconsiderare la nostra decisione» dice.
Non può aggiungere altro. L’ultima parola spetta alla giunta, che si riunisce giovedì. La decisione non dipende solo da lui.
C’è da convincere una parte del suo partito, dove alcuni non vogliono recedere da quel sì e ne fanno ormai una questione di principio.
Manca poco, ormai. «L’impegno diretto di un ministro non è cosa da poco» dice Demezzi.
La Novi Più ha finalmente vinto una partita all’ultimo secondo e sabato torna a giocare nel palazzetto che porta il nome dell’assessore regionale Paolo Ferraris.
Uno degli uomini che più ha lottato per far avere alla città i soldi necessari a fronteggiare il dramma dell’amianto.
È morto nel 1997, ucciso dal mesotelioma.
Marco Imarisio
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
CHI CAUSA DANNI ALLO STATO È CONDANNATO A RISARCIRE SOMME ENORMI, MA FARLO PAGARE È QUASI IMPOSSIBILE
La memoria è il tesoro dell’anima”. E non solo dell’anima. 
Forse i proverbi potrebbero aiutare a scrivere una manovra finanziaria.
Perchè mentre si annunciano tagli di 3,8 miliardi alle pensioni, si aumentano gasolio e benzina per mettere in cassa 4,8 miliardi, ci dimentichiamo di 490 milioni.
Un tesoro, appunto.
Parliamo delle condanne della Corte dei Conti rimaste sulla carta.
Centinaia di milioni di sanzioni inflitte a chi ha provocato un danno allo Stato: cittadini, dipendenti pubblici, imprese.
Le casse pubbliche ne hanno diritto e però restano a bocca asciutta.
Il Procuratore Lodovico Principato le sta calcolando.
Anche il presidente della Corte, Luigi Giampaolino, si sta occupando della questione.
Ma fonti giudiziarie già sono in grado di dare una stima: “Siamo vicini al mezzo miliardo”.
Il 6 febbraio, all’inaugurazione dell’anno giudiziario della procura contabile, se ne parlerà . Già Mario Ristuccia, l’ultimo Procuratore generale, aveva segnalato il buco. Davanti a lui le autorità schierate avevano ascoltato attentamente, ma oggi siamo da capo: “In relazione alla massa dei residui attivi formatisi… si segnala che nel 2008 la consistenza complessiva dei crediti non riscossi era vicina ai 490 milioni. La quota più consistente era allocata nei capitoli gestiti dai dipartimenti del ministero dell’Economia oltre a quelli, pure cospicui, del Ministero della Difesa, della Giustizia e dell’Interno”.
I ministeri hanno in mano un tesoro, ma non riescono a incassarlo.
Erano 490 milioni quattro anni fa e oggi siamo sempre intorno al mezzo miliardo.
Ma com’è possibile?
Era lo stesso Ristuccia a spiegarlo: “L’entità dei residui dimostra in concreto la persistente propensione a sottrarsi alle conseguenze del giudicato”.
In parole semplici: i condannati cercano di non pagare. E spesso ci riescono.
Ma com’è possibile?
A spiegarlo è uno dei tanti sostituti procuratori della Corte, uno di quei magistrati che ogni giorno vedono le proprie sentenze restare ineseguite: servirebbe un “potenziamento degli strumenti”, ci sarebbe bisogno insomma di nuove leggi: “Adesso è previsto un termine di dieci anni per recuperare il denaro.
Troppi, una parte dei crediti passa in cavalleria”.
Rimedi? “L’esecuzione invece di essere affidata alle amministrazioni danneggiate potrebbe essere lasciata alle Procure della Corte dei Conti”.
In passato andava peggio: negli anni ’90 lo Stato incassava circa l’1 per cento del denaro cui aveva diritto. Una mancia.
La Procura della Corte dei Conti ha tracciato un bilancio dell’attività tra il 2005 e il 2010: si è arrivati a recuperare il 19,8% delle somme stabilite dai giudici. Meno di un quinto del totale. Ma la colpa non è della Corte. Anzi.
Basta ripercorrere l’iter necessario per eseguire le sentenze per capire le radici del problema: c’è la sentenza di primo grado, poi quella di secondo, quindi la parola passa alle amministrazioni danneggiate che devono farsi restituire il denaro.
Tra corsi e ricorsi ci vogliono anni. Senza contare chi le prova tutte per sottrarsi al pagamento.
Certo, una parte di questo tesoro è destinato a restare sulla carta. Spiega Ermete Bogetti, procuratore della Corte dei Conti della Liguria: “Ci sono amministratori infedeli, magari condannati per peculato, che vengono condannati a pagare dieci, venti milioni, perchè quello è il danno provocato allo Stato.
La sanzione non può essere stabilita in base alle disponibilità dei condannati . Ma incassare una somma simile da un dipendente pubblico è impossibile”.
Ma togliamo pure questa fetta, restano centinaia di milioni.
Lo Stato non è un creditore molto aggressivo.
Ci sono i pignoramenti, ma anche gli eventuali sequestri rischiano di arrivare quando ormai i beni sono stati “inguattati”.
Ricorda Bogetti: “Al massimo si può pignorare un quinto dello stipendio”.
Qui lo Stato si dimostra di nuovo benevolo: prendiamo il caso di un funzionario colpevole di peculato e per questo licenziato.
Le Corti dei Conti più di una volta hanno puntato sulla liquidazione. Niente da fare: anche il dipendente pubblico che ha truffato lo Stato ha diritto al trattamento di fine rapporto. Al massimo decurtato di un quinto.
Tante garanzie per i debitori, poche per il creditore, lo Stato e i cittadini.
Quelli che se i soldi finissero nelle casse pubbliche potrebbero sperare di spendere qualche euro in meno di benzina e di Imu.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
I PARTITI ITALIANI CE LA FARANNO A USCIRE DALLA CONDIZIONE DI IRRILEVANZA E DI INUTILITA’ IN CUI LI STA PRECIPITANDO LA PRESENZA DEL GOVERNO MONTI?
Questa è la domanda cruciale da qui alla prossima scadenza elettorale, qualunque essa sia.
Rispondere è impossibile essendo troppe le variabili in gioco.
Ma di una cosa però mi sentirei sicuro. Che essi non potranno mai riacquistare un senso e un ruolo se nella loro identità politica non tornerà ad avere posto un elemento da troppo tempo assente: e cioè il discorso sull’Italia.
Intendo dire la consapevolezza di che cosa è stato ed è il nostro Paese e di quali sono i suoi grandi e sempre attuali problemi: l’antica tensione tra pluralità dei luoghi e dissolvimento localistico, l’abisso multiforme tra Nord e Sud, la perenne e generale scarsa educazione alla legalità e alle virtù civiche, la forza degli interessi, delle corporazioni e delle camarille, sempre pronti a diventare dietro le quinte gli attori concreti di ogni realtà sociale e pubblica.
Infine l’egoismo di chi ha e la triste condizione dei troppi che non hanno.
Questa è l’Italia vera con la quale i partiti e le loro culture e i loro programmi dovrebbero sentirsi chiamati a fare i conti.
E con la quale per la verità ci fu un tempo in cui cercarono di farli.
Accadde all’incirca fin verso gli anni 70-80 del secolo scorso quando ancora tenevano il campo le culture politiche del nostro Novecento: tutte nate, per l’appunto, da un’analisi approfondita della vicenda del Paese, da una radiografia dei suoi problemi, dei suoi vizi e delle sue virtù.
Da qui non solo programmi, ma soprattutto un’idea dell’interesse generale della collettività nazionale e di conseguenza una loro ispirazione autentica, e quindi la voglia e la capacità di darle voce venendo presi sul serio.
Ma con la fine della cosiddetta Prima Repubblica le culture politiche del nostro Novecento si sono disintegrate.
Qualunque discorso sull’Italia è scomparso dalla vita pubblica italiana.
Si è diffusa una sorta di stanchezza per il pensare in generale e magari in grande. Abbiamo provato come una noia, quasi un disgusto, per noi stessi e per una nostra storia che sembrava averci portato solo a Tangentopoli e al grigiore un po’ torbido e inconcludente della stagione successiva.
È accaduto così che ci siamo buttati a corpo morto sull’Europa.
Per quindici anni e più il solo avvenire che è apparso lecito augurare al nostro Paese è stato quello di «entrare» in Europa, o, per restarci, di «avere i conti in ordine», di adottare le sue direttive, di «fare i compiti» a vario titolo assegnatici.
Giustissimo, per carità , ma troppo ci è sembrato che a tutto dovesse (e potesse!) pensare l’«Europa»; che nel frattempo, peraltro, stava diventando sempre più evanescente.
Troppo ci è sembrato che per essere europei fosse necessario buttarsi dietro le spalle l’Italia e il fardello della sua storia.
Superficialmente persuasi che ormai essa avesse fatto il suo tempo abbiamo guardato con sufficienza alla dimensione statal-nazionale. Non si decideva, tanto, tutto «in Europa»?
L’europeismo è diventato l’ideologia radio-televisiva del potere italiano, il pennacchio di ogni chiacchiera pubblica, il prezzemolo di tutte le minestrine dei Convegni Ambrosetti.
Oggi ci accorgiamo che le cose stavano – e soprattutto stanno – un po’ diversamente. La crisi paurosa del debito pubblico, e insieme la manifestazione di tutte le nostre innumerevoli inadeguatezza che essa ha causato, ci hanno ricordato, infatti, che esiste una cosa chiamata Italia, e che, ci piaccia o meno, tanta parte della nostra vita individuale e collettiva dipende da essa (e forse è servito a questo ricordo anche il concomitante anniversario della nascita del nostro Stato).
Ora è giunto il momento che se ne accorgano e se ne ricordino pure i partiti.
L’origine della loro afasia degli ultimi anni, della loro perdita di senso e dunque di ascolto presso l’opinione pubblica, nasce per tanta parte dall’aver escluso dal loro orizzonte l’Italia e la sua vicenda, la sua realtà più intima.
Nasce dall’aver cancellato ogni riflessione, ogni proposta di vasto respiro, ma credibile, capace di tener conto di quella vicenda parlando al cuore, alla mente, ma soprattutto alle speranze degli italiani.
Siamo pieni di discorsi su ciò che è fuori dei nostri confini, su dove va il mondo, ma non abbiamo un’idea di dove vada o voglia andare l’Italia.
Di che cosa essa debba volere.
Nessuno ci dice, non sappiamo, a che cosa essa possa ancora servire.
Sono i partiti che devono ricominciare a dircelo.
Non ricordo più dove Antonio Gramsci ha scritto che si può essere realmente cosmopoliti solo a patto di avere una patria.
Bene: è tempo che la politica, facendo sentire di nuovo la propria voce, torni a parlarci della nostra.
Ernesto Galli della Loggia
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IL PARTITO DELL’AMORE COME LA “CONCORDIA” E SILVIO COME IL CAPITANO SCHETTINO?….MEGLIO VOTARE PIUTTOSTO CHE ASSISTERE ALLO STILLICIDIO DEL MONDO BERLUSCONIANO?
Direttore, il Pdl è spaccato. E spacciato?
“Silvio torna a bordo, cazzo”, sarebbe stato un bel titolo. Volevamo farlo già una settimana fa. Perchè senza Berlusconi è peggio ancora . Il Pdl è allo sbando completo.
“Addio Pdl”, come ha titolato Libero?
Sì, il Pdl è finito. Dovrebbe rinascere Forza Italia o Viva Silvio, perchè è sempre lui che ha i voti. Il 15 per cento non glielo toglie nessuno. Ma il punto è un altro.
Quale?
Se a giugno si andasse alle elezioni che se ne farebbe Berlusconi del suo 15 per cento?
Quindi niente elezioni anticipate come chiedono i falchi di La Russa?
In questo momento il centrodestra perderebbe. Chiedono il voto per andare all’opposizione? Ti sembra logico?
Si dice che tra un anno si perderebbe di più.
Sono calcoli che fa chi, come La Russa, vuole solo tornare a sedersi in Parlamento. Ma io ragiono da orobico. Facciamo un altro esempio, molto teorico. Mettiamo che si voti e il centrodestra vinca.
Cosa accadrebbe?
Vedremmo di nuovo il brutto film di questi anni.
Non c’è scampo.
Viviamo la fase di decadenza di un sistema politico. Che senso avrebbe votare con il Porcellum, quali sarebbero le prospettive per la coalizione vincente? Il discorso vale anche per il centrosinistra: quanto durerebbero Bersani, Di Pietro e Vendola? Chiunque vada al governo dovrebbe attuare il programma di Monti. I voti ci sono, ma mancano i partiti.
Anche la Lega? Bossi ha chiamato Berlusconi “mezza cartuccia”.
Ti faccio una domanda: secondo te Bossi ha a cuore gli interessi dell’Italia?
No.
Al massimo, e gli faccio una generosa apertura di credito, può fare gli interessi del nord.
Detto questo.
Bossi è uno che non è riuscito a diventare medico. Per lui la Lega è la vita, rappresenta la sua pensione e sta cercando di difendersi da Maroni più che da Berlusconi . Bossi vuole solo tenersi il partito. Ormai il federalismo se n’è andato a quel paese. In Italia non si farà mai perchè c’è il sud.
La pensione, ma anche il futuro per i figli: Renzo detto il Trota e Roberto Libertà .
La questione dinastica nella Lega fa ridere. Ma l’Italia potrà mai dipendere dal Trota?
Hanno rotto davvero Berlusconi e Bossi? Il Cavaliere fa sul serio il “responsabile” con Monti?
La mia impressione è che ora Berlusconi si occupi poco di politica. Ha altro per la testa.
Il processo Mills?
Sì, questa è una storia che lo angustia parecchio.
È bollito secondo te?
Se è per questo siamo tutti bolliti, anche io. No, non è una questione d’età .
Di cosa allora?
È venuto meno un certo spirito e questo sistema politico non regge più.
A questo punto, se i falchi non la spuntano, saranno le colombe di Alfano a dare la linea.
Senza Berlusconi, questo partito non esisterebbe più. Il povero Alfano sarà pure una persona perbene che sa usare le posate per il pesce, ma senza il Cavaliere dove cazzo va? Non può prescindere da Berlusconi che lo ha messo lì.
Torniamo al punto di partenza: “Silvio torna a bordo, cazzo”.
E io ripeto: senza di lui sarebbe peggio.
In prospettiva non resta che la Svizzera o Corrado Passera, il superministro che vogliono tutti.
Camusso a parte, destra e sinistra sono uguali. La differenza tra Pd e Pdl la fanno le coalizioni: la Lega da una parte e Vendola dall’altra. Potrei iscrivermi anche io al Pd. Se c’è Renzi, potrei starci anche io, perchè no?
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, PdL | Commenta »