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SENTENZA SCANDALO SLOT MACHINES: CONCESSIONARI CONDANNATI A PAGARE 2,5 MILIARDI DI EURO

Febbraio 18th, 2012 Riccardo Fucile

LA CORTE   DEI CONTI   HA CONDANNATO ANCHE L’EX DIRETTORE DEI MONOPOLI,   GIORGIO TINO, A PAGARE 6 MILIONI E IL DIRETTORE DEI GIOCHI, ANTONIO TAGLIAFERRI, A VERSARE 2,5 MILIONI… L’ACCUSA AVEVA CHIESTO DI RESTITUIRE 92 MILIARDI

La Corte dei Conti ha appena pubblicato la sentenza relativa alla vicenda delle maxi penali sulle slot machines, la cosiddetta inchiesta sui videopoker. Nel provvedimento si leggono condanne per 2,5 miliardi complessivi a carico dei dieci concessionari (Lottomatica, Snai, Sisal, Cirsa, Codere, Cogetech, Gmatica, Gamenet, Bplus, Hbg).
Una cifra lontana dai 98 miliardi chiesti dalla procura, ma in ogni caso di grande entità .
Sanzioni anche per l’ex direttore Generale dei Monopoli di Stato Giorgio Tino, 6 milioni di euro e per il Direttore dei Giochi, Antonio Tagliaferri, poco più di 2,5 milioni.
Esente da responsabilità  secondo i giudici, Annamaria Barbarito, ai tempi responsabile dell’ufficio apparecchi da intrattenimento dei Monopoli di Stato.
La sentenza della Corte dei Conti potrebbe mettere fine a una lunga battaglia legale.
Una vicenda difficile e complessa per il settore che nel 2011 ha garantito — grazie a una rete di 360 mila slot e più di 39 mila Videolotteries, le macchine di ultima generazione con jackpot fino a 500 mila euro – incassi per circa 45 miliardi sui 79,9 complessivi dell’intero mondo dei giochi made in Italy, con entrate erariali di circa 4 miliardi (56% della raccolta complessiva).
La sentenza arriva a quasi tre mesi di distanza dall’ultima udienza del 24 novembre 2011, in cui le parti in causa hanno confermato le proprie posizioni.
In pratica è come se per i prossimi cinque anni, con una raccolta – e un prelievo fiscale – inalterato rispetto al 2011, i concessionari lavorassero a guadagno zero.
Nell’ultimo anno il settore apparecchi ha registrato una raccolta da 45 miliardi di euro sugli 80 complessivi (il 56%), con quasi 4 miliardi di incassi erariali (il 45% di quanto incamerato dallo Stato) e vincite per 35,7 miliardi: secondo un’elaborazione di Agipronews il margine lordo per i concessionari – quindi al netto di ammortizzamenti e pagamento di spese correnti – nell’ultimo anno è stato di circa 450 milioni di euro.
Se il pagamento delle multe inflitte dalla Corte dei Conti fosse confermato anche nel secondo grado di giudizio il guadagno per i concessionari sarebbe quindi annullato fino alla fine del 2016.

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L’OLIGARCHIA DEGLI ALTI BUROCRATI, LA CASTA INVISIBILE

Febbraio 18th, 2012 Riccardo Fucile

CONSIGLIERI, ALTI FUNZIONARI, DIRIGENTI, MAGISTRATI SPESSO COSTITUISCONO DI FATTO UN GOVERNO OMBRA

Non è vero che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura.
C’è almeno un altro regime: l’oligarchia.
E tra i due regimi possono esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia.
Dove ci sono da un lato un Parlamento e un governo democratici, i quali formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali.
I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci inquietanti su tale realtà .
Non si tratta solo dell’alta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali.
A questi si è andata aggiungendo negli anni una pletora formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature (comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annidati per lo più nei gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di fare il salto in quello vero.
È un’oligarchia che non è passata attraverso nessuna selezione specifica nè alcuna speciale scuola di formazione (giacchè noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese).
Designati dalla politica con un grado altissimo di arbitrarietà , devono in misura decisiva il proprio incarico a qualche forma di contiguità  con il loro designatore, alla disponibilità  dimostrata verso le sue esigenze, e infine, o soprattutto, alla condiscendenza, all’intrinsichezza – chiamatela come volete – verso gli ambienti e/o gli interessi implicati nel settore che sono chiamati a gestire.
Ma una volta in carriera, l’oligarchia – come si è visto dalle biografie rese note dai giornali – si svincola dalla diretta protezione politica, si autonomizza e tende a costruire rapidamente un potere personale. Grazie al quale ottiene prima di tutto la propria sostanziale inamovibilità .
Sempre gli stessi nomi passano vorticosamente da un posto all’altro, da un gabinetto a un ente, da un tribunale a un ministero, da un incarico extragiudiziale a quello successivo, costruendo così reti di relazioni che possono diventare autentiche reti di complicità , sommando spessissimo incarichi che incarnano casi clamorosi di conflitto d’interessi.
E che attraverso doppi e tripli stipendi e prebende varie servono a realizzare redditi più che cospicui, a fruire di benefit e di occasioni, ad avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi.
Se i politici sono la casta, insomma, l’oligarchia burocratico- funzionariale italiana è molto spesso la super casta.
La quale prospera obbedendo scrupolosamente alla prima (tranne il caso eccezionale della Banca d’Italia non si ricorda un alto funzionario che si sia mai opposto ai voleri di un ministro), ma facendo soprattutto gli affari propri.
Il governo Monti ha un’agenda fittissima, si sa.
Ma se tra le tante cose da fare riuscisse anche a scrivere un rigoroso codice etico per la super casta, sono sicuro che qualche decina di milioni di italiani gliene sarebbe grata.

Ernesto Galli Della Loggia
(da “Il Corriere della Sera“)

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COSI’ IL PAESE DELLE TANGENTI PROSPERA CONTANDO SULL’IMMUNITA’

Febbraio 18th, 2012 Riccardo Fucile

DA NORD A SUD, UN MESE DI CORRUZIONE AI RAGGI X… TRA QUANTI SONO STATI PRESI CON LE MANI NEL SACCO ANCHE UN MARESCIALLO DEI CARABINIERI CHE CHIEDEVA 1.000 EURO AD UN AUTOMOBILISTA… CHI VA A PROCESSO PUNTA SULLA PRESCRIZIONE

Uno pensa: si sa, i politici rubano.
Ma basta un mese di “radiografia” del settore delle mazzette per riscoprire, se a qualcuno fosse sfuggito, che viviamo in un Paese dove dilaga il tangentaro della porta accanto.
Infermieri che vendono la lista d’attesa e tecnici che “mangiano” sui controlli, amministratori delegati e consiglieri comunali, tanti s’arrangiano.
Ed è bastato un solo mese, anzi proprio quest’ultimo mese di arresti e indagini sulla corruzione spicciola e alta, per avere, a vent’anni esatti da Tangentopoli, il senso dell’Italia per la mazzetta.
Si comincia, e non si può diversamente, da Milano.
Per cento euro viene arrestato il 24 gennaio un tecnico comunale. Ha 54 anni e andava in giro per i negozi, tranquillo e autorevole, ad annunciare che le insegne non erano “in regola”, che guaio, ma chi le ha fatte?
Però con una cifretta ci si poteva accordare, così fan tutti, e lui lo sa bene, visto che solo un mese prima, un suo collega, Gianluca Carta, era incappato in un investigatore, dopo aver chiesto la tangente nel quadrilatero della Moda, in via Spiga, alla boutique Blu Marine.
Ma a lui non capiterà , va in periferia: e come poteva immaginare che fossero carabinieri i due grassottelli della Prima Sezione che lo aspettano in una povera pasticceria?
Dieci giorni dopo, a Palermo, è però un maresciallo dei carabinieri, stazione di Olivuzza, ad andarci di mezzo.
I suoi colleghi lo beccano mentre intasca una mazzetta di mille euro, glieli dà  un grafico pubblicitario, coinvolto in un incidente, che si è sentito rivolgere un’offerta di “aiuto” dal militare per taroccare gli atti.
Più si sfogliano le carte giudiziarie del mese, più i “prendenti” riescono a vivere con allegra noncuranza le giornate della bustarella.
Si registrano gli arresti (28 gennaio) per il sindaco di Portoscuso, in Sardegna, che si occupava del mix tra un parco eolico e i fumi di un’acciaieria, e ci vuole una bella fantasia.
Stessa sorte – il 30 gennaio – per sindaco e vicesindaco di Castelnuovo di Ceva, 130 abitanti e 132 anni in due, che incontrano la polizia giudiziaria dopo due mesi di intercettazioni e 20mila euro incamerati.
Un’altra pantera grigia della mazzetta viene catturata ieri: è consigliere comunale Udc di Sabaudia, 76 anni, si chiama Nicola Bianchi, è stato sindaco di San Felice Circeo, e per cambiare la destinazione d’uso dello stabile chiedeva 5mila euro a un imprenditore.
Quante ne avrà  combinate, uno così?
L’indagine vuole rispondere a questa domanda e – attenzione – sempre ieri, e sempre in Lazio, e sempre un consigliere comunale (questo del Pd, per par condicio) s’impegna a dar ragione all’allarme della Corte dei Conti: viene acciuffato a Pomezia, davanti al Municipio, dove aveva teso la pigra mano verso il finestrino di un’auto, ricevendo dal guidatore una busta bianca, con all’interno 2.500 euro.
Gli “affari grossi” non mancano mai, ma è meglio lasciarli sullo sfondo, perchè incombono le indagini sulla Regione Lombardia e sull’ospedale San Raffaele, e perchè la cosiddetta Sanitopoli abruzzese è ripartita, con Lamberto Quarta, braccio destro di Ottaviano De Turco, arrestato di nuovo, insieme ad altri sette od otto, il 16 gennaio scorso.
Emergono a Venezia, a fine gennaio, “le tangenti pagate attingendo al nero dalle mie società ” (parola di imprenditore).
Portano agli arresti domiciliari Lino Brentan, l’amministratore delegato della società  autostrade Venezia-Padova.
Un cartello di corrotti e corruttori s’incontrava in Friuli e in Slovenia per concordare la percentuale sugli appalti, e il pubblico ministero Carlo Mastelloni torna in pista nell’inchiesta “faticosa e difficile”.
Attendiamola, negli esiti, mentre torna a gennaio un evergreen, le ferrovie: nove ex dipendenti di Rfi, società  del gruppo Ferrovie, sono accusati di gonfiare i costi degli appalti dei lavori sulla rete ferroviaria in provincia di Roma, un surplus del 15, del 20 per cento.
Nei vari processi si vede che parecchi puntano alla prescrizione, seguendo l’augusto esempio di Silvio Berlusconi, mentre per uscire di scena il patteggiamento è più raro. Lo fanno a gennaio in due.
Uno è l’ex sindaco di Varese, due anni, pena non sospesa, perchè la presunta tangente incassata ammontava a una milionata.
L’altro caso avviene nella mitica Bolzano, dove tutto è trasparente, si dice, più tedeschi che italiani, si dice: infatti Peter Kritzinger, dipendente di una società  che si occupava di edilizia sociale, favoriva un “tinteggiatore” e patteggia la pena.
Avviene in Puglia l’episodio culturalmente più interessante del mese, riguarda un infermiere di Molfetta, Ignazio Brattoli, accusato di chiedere una miseria, 20 euro a botta.
Perchè? “Per anticipare gli appuntamenti delle visite mediche specialistiche, obbligatorie e gratuite, alle quali i marittimi devono sottoporsi annualmente se vogliono imbarcarsi”. Preciso, il camice bianco segnava nomi e date su un’agenda di colore rosso, sequestrata. Pare andasse avanti da anni.
Come non capire che le vite esemplari del tanti tangentari facciano proseliti?
A Catania è stato appena arrestato un interprete tunisino.
Pretendeva 500 euro da un libico ospite nel centro di detenzione permanente, per truccarne le dichiarazioni e “trasformarlo” da clandestino in rifugiato politico.
Che a dicembre fosse stato arrestato dalla squadra Mobile, per analoghe ragioni, un collega interprete, non l’aveva preoccupato affatto.
Forse perchè, per un arresto che scatta, chissà  quanti altri sono a farla franca, tra queste infine “cricche della bistecca” in grado di moltiplicarsi e prosperare in un Paese che, vent’anni dopo l’arresto di Mario Chiesa, ha partorito – e va detto – soprattutto leggi ad personam, e lasciato perdere corruzioni, falsi in bilancio, truffe totali al fisco…

Piero Colaprico
(da “La Repubblica“)

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AUTO BLU, SONO PIU’ DI 64.000: POTENTI, TROPPE, INUTILIZZATE

Febbraio 18th, 2012 Riccardo Fucile

NEL 2011 CALO DEL 13%… QUASI 800 MACCHINE RISULTANO FERME, ABBIAMO UN’AUTO BLU OGNI MILLE ITALIANI

Nel 2011 le auto della pubblica amministrazione sono calate del 10%, con una riduzione più accentuata (-13%) per le auto di rappresentanza, le cosiddette auto blu.
È il dato che emerge dal censimento del parco auto della Pa i cui risultati sono stati presentati dal ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi.
In base all’indagine effettuata su 8.276 amministrazioni centrali e locali, con un’adesione del 90,8%, sono risultate 59.216 auto, che salgono a un totale di 64.524 auto stimate comprendendo anche quelle degli enti che non hanno ancora risposto.
Fra le amministrazioni rispondenti, le principali sono state le Regioni, Università , Camere di Commercio, Province, Comuni capoluogo, Asl e Pa centrale.
Delle quasi 65mila auto stimate, la maggioranza sono auto di servizio (auto grigie) mentre poco più di 10mila servono per funzioni di rappresentanza (auto blu).
L’obiettivo dell’azione del ministero è contenere i costi e a realizzare, a regime, risparmi per le Pa per 300 milioni di euro all’anno.
Particolare attenzione viene data alla verifica dei risparmi del 20% indicata dal decreto del 2010, con il quale si è introdotto l’obbligo di non effettuare spese superiori all’80% della spesa sostenuta nel 2009 per l’acquisto, la manutenzione, il noleggio e l’esercizio delle auto.
Una linea d’azione confermata dai decreti successivi e che ha visto prendere piede una tendenza positiva, con alcuni esempi virtuosi come il ministero di Giustizia, che nel 2011 ha ridotto il parco auto di 325 unità , e il Comune di Salerno, che lo ha praticamente dimezzato grazie ad una razionalizzazione dei settori e servizi.
Come ha sottolineato il ministro Patroni Griffi, nonostante il trend positivo di riduzione dei costi, «il parco auto della Pa risulta ancora eccessivamente sbilanciato sulle auto di proprietà » (79%), rispetto a quelle in noleggio senza conducente (19%) mentre le auto in leasing e comodato pesano solo per l1%.
Tra le criticità  segnalate, il fatto che il parco macchine sia «obsoleto e diseconomico», con ben 16mila auto (27%) che ha oltre 10 anni, con relative conseguenze sull’inquinamento.
Inoltre, quasi 800 macchine risultano inutilizzate.
Quanto alla cilindrata, il 16% risulta superiore ai 1.900 cc, e sono state censite anche 300 macchine di cilindrata superiore al limite dei 1.600 cc imposto dal decreto del luglio 2011. Restano, inoltre, rilevanti le disomogeneità  territoriali.
Tuttavia, dati alla mano, ha sottolineato il ministro, «ci sono margini di miglioramento e razionalizzazione molto elevati».
Grazie anche al sito web, sul quale è possibile seguire in tempo reale la situazione, il ministero ha avviato un monitoraggio permanente per verificare i risparmi del 20% previsti dal decreto del 2010, l’applicazione dei criteri di razionalizzazione, il rispetto dei limiti di cilindrata, la dismissione delle auto obsolete e le misure di riconversione del personale adibito alla guida e alla gestione delle auto.
Inoltre, ha aggiunto Patroni Griffi, si possono «studiare forme di utilizzazione a fini di utilità  sociale delle auto non utilizzate».
Per il ministro, «in un momento di grandi sacrifici, riteniamo di integrare ulteriormente le già  rigide previsioni normative di riduzione di utilizzo di auto blu, prevedendo ulteriori azioni e se necessario disposizioni per accertare che le riduzioni previste si traducano in effettivo risparmio».
«Sulla trasparenza in tema di uso di auto pubbliche – ha concluso – l’Italia può diventare un esempio virtuoso per tutta l’Unione europea dove raramente esiste un monitoraggio continuo e così dettagliato».

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A SALERNO ISCRITTI AL PDL ANCHE I MORTI, SEQUESTRATE 26.000 TESSERE

Febbraio 18th, 2012 Riccardo Fucile

LE INDAGINI POTREBBERO ESSERE ESTESE FINO A NAPOLI…FIGURANO ANCHE TESSERE INTESTATE A MINORI E PROVENIENTI DA ZONE CONTROLLATE DALLA CAMORRA

Under 14 (cioè al di sotto dell’età  prevista dallo statuto), persone decedute o completamente all’oscuro della propria adesione al Pdl.
I magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Salerno sospettano che anche questo sia accaduto durante la frenetica campagna di adesione al partito da Scafati a Sapri.
E, se i riscontri già  in corso sulle tessere sequestrate due giorni fa dai carabinieri del Ros nella sede romana del Pdl dovessero confermare i sospetti che hanno fatto scattare le indagini, si potrebbe arrivare all’estensione delle indagini stesse anche alla provincia di Napoli.
Sono state 26mila le adesioni raccolte a Salerno, numeri d’altri tempi, che riuscivano, forse, a raggiungere solo i grandi partiti di massa negli anni d’oro della prima repubblica, ma che sembrano in contraddizione palese col vento dell’antipolitica che spira forte ormai da anni.
L’attenzione dei magistrati si sarebbe concentrata soprattutto sul tesseramento effettuato nell’Agro nocerino, una zona calda, già  finita nel mirino per l’inchiesta «Linea d’ombra», un’indagine sul presunto scambio di voti tra politici e camorristi, nel cui ambito è stato ritenuto necessario l’arresto dell’ex sindaco di Pagani e consigliere regionale Alberico Gambino, sempre del Pdl.
Pare anche che siano già  state inviate alcune informazioni di garanzia.
Naturalmente nel Pdl, il garantismo è la linea obbligata da seguire.
«Pur non conoscendo le motivazioni di tale disposizione – affermano a proposito del sequestro i coordinatori provinciali del Pdl salernitano Antonio Mauro Russo e Antonio Iannone – nutriamo piena fiducia nell’operato della magistratura. Se le indagini dovessero evidenziare eventuali presenze di mele marce, saremmo i primi a plaudire all’iniziativa. È forte in noi la convinzione di essere persone perbene che sono tra persone perbene. Il Pdl salernitano ha una classe dirigente e una base sane che non possono essere macchiate da comportamenti individuali».
L’inchiesta sulle iscrizioni al partito potrebbe avere conseguenze sulla celebrazione del congresso provinciale.
In base ai numeri, il gioco sarebbe in mano al presidente della Provincia Edmondo Cirielli, il cui schieramento è largamente maggioritario.
Molto meno vasto il pacchetto riconducibile in qualche modo all’ex ministra Mara Carfagna.
Sul tesseramento del Pdl aveva espresso alcune perplessità  il governatore Stefano Caldoro.
Di fronte all’impressionante numero di adesioni raccolte dal partito campano, l’inquilino di Palazzo Santa Lucia aveva commentato: «L’organizzazione del consenso in un partito non si costruisce con il tesseramento o soltanto con esso. Di certo, non è utile a selezionare una nuova classe dirigente, anche se un milione e mezzo di adesioni sono un segnale di partecipazione che va raccolto. Il rischio di infiltrazioni improprie esiste in alcune aree del territorio, ma è un rischio che corre chiunque ricorra alle adesioni. Per l’organizzazione del consenso sarebbe importante pensare a una nuova forma di rappresentanza».
Ora, dopo il sequestro, il deputato salernitano Pasquale Vessa confida di essere d’accordo col governatore.
«In realtà  – afferma – ero da sempre contrario alle tessere che non aiutano la selezione della classe dirigente. E, coerentemente con questa convinzione, ho sottoscritto solo la mia. magari avrò anche incoraggiato qualche amico a iscriversi al Pdl, ma poi, non ho nemmeno controllato se lo ha fatto davvero. La mia posizione coincide con quella di Caldoro». Last, but non least il commissario regionale del Pdl Francesco Nitto Palma che, da un lato, cerca di ridimensionare gli effetti politici dell’iniziativa della magistratura, dall’altro, assicura che la stagione congressuale a meno di clamorose e imprevedibili sorprese «non dovrebbe slittare».
L’ex Guardasigilli ricorda: «Sia la dirigenza nazionale del partito che il sottoscritto abbiamo sempre subordinato la celebrazione dei congressi alla verifica del tesseramento. naturalmente avremmo potuto effettuarla solo con gli strumenti formali a nostra disposizione. Del resto, è naturale che la celebrazione dei congressi stessi sia successiva alla pubblicazione degli elenchi degli iscritti. Ora siamo di fronte a questa iniziativa della magistratura salernitana. Il procuratore Roberti, che conosco dal tempo della Direzione nazionale antimafia, è persona di grande esperienza e affidabilità . Per noi ulteriori verifiche rappresentano una garanzia. Ma se, per ipotesi, si scoprisse che un tale ha tesserato un morto o un calciatore che non conosce nemmeno il Pdl, questi avrebbe solo regalato al partito 10 euro visto che gli iscritti irregolari non potranno mai votare. Nei congressi non ci saranno deleghe, si voterà  singolarmente».
Sulle perplessità  espresse a suo tempo da Caldoro, Palma commenta: «Stefano non è mai stato favorevole al tesseramento. Ma le possibilità  sono due. O si celebra il congresso o decide uno solo: la democrazia ha un prezzo». E sui congressi conclude: «Ho già  inviato a Roma la proposta. Se non sarà  il 3 e il 4 marzo, sarà  il 10 o l’11».

Angela Cappetta e Gimmo Cuomo

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LA POLITICA SALVA SEMPRE I SUOI LADRI

Febbraio 18th, 2012 Riccardo Fucile

PIERCAMILLO DAVIGO: “MANI PULITE, 20 ANNI DOPO…SU TANGENTOPOLI QUANTE BUGIE”… COSàŒ DESTRA E SINISTRA HANNO SALVATO I LADRI

Sono passati vent’anni da quando, il 17 febbraio 1992, a Milano fu arrestato Mario Chiesa, fatto che è stato considerato l’inizio di quelle indagini che i mezzi di informazione hanno chiamato “Mani pulite”.
Quella non era la prima volta in cui un pubblico amministratore veniva sorpreso in flagranza
di corruzione, e non fu l’ultima.
Per quale ragione, vent’anni dopo, quell’accadimento viene ancora ricordato, tanto da portare alla seconda edizione di un volume che ricostruisce quella vicenda e quelle che seguirono? Credo che la spiegazione sia da ricercare nel sorprendente (anche per gli inquirenti) sviluppo delle indagini, innescate da quell’episodio, che in un tempo relativamente breve
(specie se rapportato ai tempi dell’amministrazione giudiziaria) portò alla scoperta di un numero impressionante di reati e al coinvolgimento di migliaia di politici, funzionari e imprenditori. Che cosa aveva fatto la differenza fra quelle indagini rispetto ad altre precedenti e successive? In questi vent’anni si sono sentite in proposito, da parte di vari commentatori, numerose sciocchezze, quali “lo sapevano tutti”, “dov’era prima la magistratura?”, “è stato un golpe” (orchestrato, a seconda dell’ideologia di chi sosteneva tale tesi, dai comunisti, dalla Cia, dai poteri forti ecc.) e altre stravaganze.
Anzitutto non è vero che “lo sapevano tutti”.
Nè i miei colleghi nè io, pur avendo la percezione che i reati di concussione, corruzione, finanziamento illecito dei partiti politici e false comunicazioni sociali fossero ben più numerosi di quanto risultava dalle statistiche giudiziarie, immaginavamo le dimensioni dell’illegalità  , quali emersero dalle indagini.
Neppure i cittadini immaginavano che la corruzione avesse raggiunto tali dimensioni e soprattutto che appartenenti a partiti di opposti schieramenti si dividessero le tangenti, e rimasero attoniti quando Bettino Craxi, alla Camera dei deputati il 29 aprile 1993, parlò di un sistema di finanziamento illegale alla politica che coinvolgeva tutti , senza che nessuno dei deputati presenti in aula (fra cui certamente ve ne erano pure di onesti, ma ignari di ciò che era accaduto all’interno dei loro partiti) si alzasse a rivendicare la propria estraneità  e il proprio sdegno nel sentirsi accomunare al generale ladrocinio.
Del resto nelle statistiche giudiziarie i reati di corruzione apparivano (e appaiono tuttora) come poco numerosi, ma ciò non deve stupire.
La corruzione ha infatti alcune caratteristiche della mafia, fra cui la sommersione e il contesto omertoso, e ha una cifra nera (differenza fra delitti commessi e delitti denunziati) altissima.
La corruzione non si commette di fronte a testimoni; è un reato a vittima diffusa, non viene subita da una persona fisica determinata che abbia l’interesse a denunciarla; e le pratiche comprate sono quasi sempre le più “a posto”, le più curate; se a ciò si aggiunge che le leggi vigenti rendono difficile scoprirla e reprimerla, vi sono ragioni sufficienti per spiegare perchè prima (ma anche dopo) sia emerso nelle statistiche giudiziarie pochissimo di quel sistema di illegalità  diffusa che le indagini del 1992-’95 svelarono.
Queste considerazioni rispondono anche alla domanda “dov’era prima la magistratura?”.
Mi sono sempre chiesto perchè mai tale domanda (almeno per quel che ne so, ma non mi stupirei del contrario) non sia stata formulata anche a proposito dei procedimenti di mafia.
Le indagini sulla mafia, solo dalla collaborazione di Tommaso Buscetta in poi, hanno potuto evidenziare l’esistenza di Cosa Nostra come struttura unitaria con regole radicate. Prima i magistrati e le forze di polizia non avevano la minima idea della struttura interna a tale organizzazione.
Per altro è ben possibile che alcuni di coloro che pongono queste domande retoriche sapessero sia della corruzione che della mafia, ma allora il quesito da porre a costoro dovrebbe essere: “Se lo sapevi perchè non hai informato le Procure della Repubblica?”.
Bisogna cercare di individuare le ragioni per le quali questo è avvenuto e perchè allora. Anzitutto perchè, come ha insegnato il professor Franco Cordero, la caccia e la preda sono due cose distinte.
Si può andare a caccia seguendo le regole venatorie e non prendere nulla, così come si può essere pessimi cacciatori e tuttavia avere fortuna, tornando dalla battuta con un ricco bottino. Tuttavia ritengo che siano individuabili alcuni specifici fattori che possono contribuire a spiegare l’esito particolarmente favorevole che quelle indagini ebbero nel periodo dal 1992 al 1995.
L’enorme debito pubblico e la crisi economica del 1992 avevano determinato la riduzione della spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi e questa, a sua volta, aveva ridotto la possibilità  per i corruttori di traslare le tangenti sulla Pubblica amministrazione e di sperare in futuri lucrosi appalti.
Molti imprenditori, che fino ad allora avevano partecipato a cartelli corruttivi, si scoprirono concussi e, anzichè far fronte comune con i corrotti, cominciarono a scaricarli, fornendo agli inquirenti l’elenco delle tangenti pagate.
All’inizio i vertici dei partiti scaricavano i soggetti che venivano arrestati, descrivendoli come mariuoli isolati, singole mele marce. E quelli, sentendosi abbandonati dai loro complici, descrivevano il resto del cestino delle mele.
Ciò determinò una reazione a catena nelle chiamate in correità  incrociate e quello che in questo volume viene chiamato «effetto domino».
Le indagini fecero emergere che la corruzione è un fenomeno seriale e diffusivo: quando qualcuno viene trovato con le mani nel sacco, di solito non è la prima volta che lo fa. Inoltre i corrotti tendono a creare un ambiente favorevole alla corruzione, coinvolgendo nei reati altri soggetti, in modo da acquisirne la complicità  finchè sono le persone oneste a essere isolate (…)
Nel 1992, con il crollo delle ideologie, era anche entrata in crisi la tradizionale forma-partito come strumento di aggregazione del consenso e soggetto destinatario dell’assoluta fedeltà  degli iscritti.
Ricordo che in una trasmissione televisiva, poco dopo l’arresto del segretario cittadino del Pds, un iscritto a quel partito, intervistato, commentò il fatto dicendo che da trent’anni andava ai festival dell’Unità  come volontario a cuocere le salamelle sulla griglia e che ora veniva a sapere che, mentre lui girava le salamelle sulla griglia, i suoi capi rubavano, e concludeva dicendo che dovevano andare in galera. L’insieme di queste cause consentì la scoperta della vasta trama di corruzione, e la reazione dell’opinione pubblica, la cui sensibilità  era acuita dalla crisi economica, ebbe effetti (all’apparenza) dirompenti sul panorama politico: scomparvero dalla scena cinque partiti (…).
Il sistema politico si è rapidamente ricomposto in forme nuove, continuando tuttavia a calpestare sia la volontà  dell’opinione pubblica (ad esempio aggirando l’esito del referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti politici, che oggi ottengono dallo Stato più denaro di prima del referendum, giustificato come rimborsi per spese elettorali) sia le esigenze, imposte anche da istanze internazionali (Onu, Consiglio d’Europa, Unione europea, Fondo monetario internazionale , Ocse), di ridare legalità  e trasparenza alle istituzioni e al mercato.
Da allora (e fino a non molto tempo fa) è invece stato avviato un tentativo di restaurazione, che ha ottenuto il duplice risultato di far crollare il numero delle condanne per corruzione e di far precipitare l’Italia, negli indici della corruzione percepita, al penultimo posto (nel senso degli ultimi della classe) nel mondo occidentale, dietro molti paesi africani e asiatici.
Il numero di condanne per corruzione, ridotto a un decimo di quello di 15 anni fa, non appare dunque frutto di una riduzione della corruzione, ma della difficoltà  a fronteggiarla.
Il clima in cui da anni operano i magistrati (attaccati da ogni parte) e lo sfascio della giustizia non impedito e talora accentuato da parte delle maggioranze parlamentari che si sono trasversalmente avvicendate in questi vent’anni, spiegano sia le maggiori difficoltà  delle indagini sia l’esito negativo dei processi, sempre più spesso conclusi con pronunzie di prescrizione.
Non ci si deve quindi stupire se la corruzione è probabilmente aumentata e, se mai, ci si deve domandare perchè questi reati dovrebbero emergere in procedimenti giudiziari. (…)
Non si può indagare su un caso di corruzione se i protagonisti possono comunicare fra loro. Inoltre la serialità  e diffusività  di questi reati integra pressochè sempre il pericolo di reiterazione dei reati.
L’esperienza insegna anche che questo pericolo non viene meno neppure con l’allontanamento dei corrotti da incarichi pubblici, perchè li si ritrova di lì a poco a svolgere il ruolo di intermediari fra i vecchi complici non scoperti. In un interrogatorio reso nel 1992, una persona sottoposta a indagini, riferendo di appalti relativi a un importante ente pubblico a livello nazionale, dichiarò che esisteva un cartello di circa duecento imprese che si spartivano tali appalti, che si pagava praticamente chiunque, sia con riferimento alla struttura dell’ente sia ai segretari amministrativi dei partiti di maggioranza e dei principali partiti di opposizione, e che ciò «è standardizzato da almeno vent’anni».
Essendo questo il quadro, secondo le regole del codice di procedura penale, nessuno dei soggetti che delinquono da anni, inseriti in un contesto criminale e criminogeno, dovrebbe essere in stato di libertà .
Ma le campagne mediatiche contro le presunte «manette facili» (chissà  perchè riferite solo ai crimini dei colletti bianchi e non, ad esempio, agli scippatori) hanno sortito effetto: oggi i magistrati arrestano molto meno per questi reati e comunque si ricorre agli arresti domiciliari, anzichè alla custodia in carcere, con il risultato che molte indagini vengono irrimediabilmente inquinate.
Gli indagati, anche quando fingono di collaborare, confessano solo quel che non possono negare o che immaginano sarà  comunque provato e lo raccontano a modo loro, spesso dopo aver concordato versioni di comodo con i complici e ritagliando spazi di omertà  da far valere per assicurarsi un futuro politico ed economico basato sulla capacità  di ricatto acquisita con il silenzio mantenuto. (…)
La legge elettorale fa dipendere l’elezione dalla collocazione in lista, sicchè i vincoli verso coloro che formano le liste elettorali si sono rinsaldati e la tendenza a fare quadrato prevale su ogni altra considerazione.
D’altro canto a rapporti diretti di corruzione sembrano essersi affiancati comitati d’affari che rendono ancora più difficile ricondurre le relazioni a fattispecie penali, non essendo stato inserito nel codice penale il delitto di traffico d’influenza, alla cui introduzione pure le convenzioni internazionali obbligano l’Italia (…).
Altre convenzioni, in sede di ratifica, non sono state attuate o sono state depotenziate.
Ad esempio: è stata introdotta nel codice penale la confisca per equivalente (cioè di beni di pari ammontare) del prezzo, ma non del profitto di reato.
La legge, come ha confermato una recente pronuncia della Corte di cassazione a sezioni unite in materia di peculato, infatti, non consente la confisca dei beni per l’equivalente del profitto sottratto.
Si può soltanto confiscare l’equivalente del prezzo del reato. Come se si sequestrasse all’autore di una rapina l’equivalente della paga avuta per partecipare al delitto, ma non l’equivalente della refurtiva.
Leggi salvacondotti. La sequenza di leggi di origine soltanto nazionale è invece di segno opposto.
Molte pronunzie assolutorie sono derivate dalla sopravvenuta (per leggi nel frattempo approvate) inutilizzabilità  di prove prima utilizzabili e — nel silenzio dei mezzi d’informazione — presentate come attestazioni di innocenza.
Elevatissimo è stato il numero di sentenze di non doversi procedere per prescrizione, mai rinunziata dagli imputati, anche da coloro che hanno ricoperto cariche pubbliche, dimentichi che l’articolo 54 della Costituzione richiede a costoro «disciplina e onore», senza che mai nessuno all’interno dello stesso o di opposti schieramenti ricordasse il dovere dell’onore.
La legge ex Cirielli, oltre a ridurre i termini di prescrizione e a mandare in fumo decine di migliaia di processi in più, ha sortito un effetto spesso ignorato: prima, se ad esempio un corrotto riceveva tangenti per dieci anni, tutte le corruzioni rientravano in un unico disegno criminoso e l’istituto della continuazione gli riduceva la pena: ma la prescrizione decorreva dall’ultimo episodio di corruzione.
Con la legge ex-Cirielli, invece, ogni reato in continuazione si prescrive autonomamente.
Le conseguenze sono che non è più possibile risalire nel tempo a investigare precedenti episodi per individuare i complici e risalire ai fatti più recenti da costoro realizzati.
Chi vuol corrompere un funzionario pubblico deve avere dei fondi neri, cioè deve falsificare i bilanci.
Dietro un bilancio falso molto spesso si nascondono anche tangenti. Le leggi più dannose sono state perciò quella approvata dalla maggioranza di centrosinistra sui reati finanziari e quella della maggioranza di centrodestra sul reato di false comunicazioni sociali.
La prima ha ridotto la punibilità  per l’annotazione di fatture per operazioni inesistenti (il sistema più usato per creare fondi neri) solo ai casi in cui si riverberano oltre una certa soglia sulla dichiarazione dei redditi: basta indicare spese gonfiate o inventate fra i costi non deducibili anzichè fra quelli detraibili e si ottengono risorse fuori bilancio senza più commettere reato.
Con la seconda (riforma del falso in bilancio del 2001) sono state abbassate le pene e dunque ridotta la prescrizione, sicchè è quasi impossibile concludere i processi in tempo utile.
Ma soprattutto , per le società  non quotate, il delitto è stato reso perseguibile solo a querela della parte offesa, creditore o azionista. (…)
Stabilire la perseguibilità  del falso in bilancio a querela dell’azionista è come pretendere la perseguibilità  del furto a querela del ladro.
Con entrambe le riforme sono state comunque introdotte soglie di non punibilità  molto alte: è stata così prevista la liceità  penale della «modica quantità » di fondi neri, come per la droga!
I risultati di queste modifiche normative non si sono fatti attendere: al solo processo per l’aggiotaggio Parmalat si sono costituite circa 40.000 parti civili, cioè 40.000 vittime che volevano essere risarcite.
Quanto impiega uno scippatore a fare 40.000 vittime?
Quanto all’abuso d’ufficio (reato utilissimo per iniziare a indagare) è stato depenalizzato quello non patrimoniale e sono state abbassate le pene per quello patrimoniale, così vietando la custodia cautelare.
Oggi sembra (sembra?) che i partiti, quasi sempre, continuino a difendere i propri uomini che finiscono nei guai.
Quella che viene chiamata “casta” fa quadrato, nessuno (o quasi) viene scaricato.
L’opinione pubblica è stata a lungo indifferente o rassegnata o semplicemente non informata. Nel 1992 giornali e tv raccontavano i fatti, e questi erano più importanti dei commenti perchè parlavano da soli.
Peraltro i commenti erano frequentemente favorevoli all’opera di pulizia (…). Successivamente molto spesso i fatti vennero nascosti, filtrati e manipolati da un sistema mediatico controllato da potentati politici e imprenditoriali, frequentemente coinvolti nei procedimenti giudiziari.
Il commento fuorviante ha finito per prevalere sulla cronaca, relegata in posizioni marginali per consentire ai mezzi di informazione di parlar d’altro.
Frequentissimi sono stati gli attacchi (…).
Per l’insipienza di chi li sferrava, gli attacchi hanno investito non solo i magistrati del pubblico ministero, ma anche tutti i giudici di ogni grado, fino alle Sezioni unite della Cassazione, così ottenendo il risultato di tenere uniti i magistrati. Il fatto che in tutta Italia ci siano ancora inchieste e processi sui reati della classe dirigente, nati quasi sempre da iniziative giudiziarie e quasi mai dalle forze di polizia (che non hanno le guarentigie di indipendenza dal potere politico che tutelano i magistrati), è segno che la magistratura è riuscita a conservare la sua indipendenza.
La crisi economica che oggi, come nel 1992, grava sul paese probabilmente ridarà  slancio a iniziative serie per ridurre la corruzione e di conseguenza a una repressione più incisiva.
Tuttavia tanti anni sono passati invano ed è necessario ricominciare dall’inizio a fronteggiare questi fenomeni, che contribuiscono a rendere l’Italia poco efficiente e poco credibile sul piano internazionale , per l’ingente sperpero di risorse pubbliche, i tempi biblici per la realizzazione di opere pubbliche e la scarsa qualità  dei beni e servizi acquistati dalle Pubbliche amministrazioni, quantomeno sotto il profilo qualità -prezzo.
Allora è necessario ricordare i fatti accaduti vent’anni or sono (…).
Il volume di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio è un ottimo compendio di quei fatti.
Uscì nella sua prima edizione nel 2002, dieci anni dopo l’inizio di quelle indagini, nel momento in cui cominciava ad affievolirsi il ricordo di quanto era accaduto e i mezzi di informazione tentavano di accreditare l’idea che i magistrati avevano esagerato in passato, che in ogni caso erano stati parziali, avendo salvato alcune forze politiche, ma che ora si era finalmente tornati alla normalità  e via discorrendo di simili amenità , anzichè guardare inorriditi il fango che era emerso, l’ipocrisia di un’intera classe dirigente, il palese spregio del giuramento prestato da parte di moltissimi funzionari pubblici.
Il racconto dei fatti, ricostruiti con certosina pazienza e con la maestria che contraddistingue gli autori, spazza via le sciocchezze e le menzogne che per anni sono state divulgate dai mezzi di informazione.
Accanto ai delitti commessi emerge con nitore l’incapacità  (se non peggio) della classe dirigente di questo paese di creare le condizioni perchè si possa vivere secondo le regole comunemente accettate del mondo occidentale, del quale dichiariamo di voler far parte.
Quest’opera è un vademecum che aiuterà  a ricordare ciò che è accaduto, perchè è l’oblio dei misfatti che lentamente consuma la libertà  delle istituzioni.

Piercamillo Davigo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE COMICHE: RISCHIO MAFIA NEL PDL? ALFANO NOMINA COMMISSARIO IL PLURI-INDAGATO VERDINI

Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile

A MODENA SONO EMERSE INFILTRAZIONI MAFIOSE NEL PARTITO DI BERLUSCONI…ISABELLA BERTOLINI CHE AVEVA DENUNCIATO LA VICENDA VIENE FATTA FUORI E AL SUO POSTO ARRIVA L’UOMO CON LE CARTE IN REGOLE PER PARLARE DI ETICA

Il tanto invocato intervento di Alfano alla fine è arrivato e ha tutta l’aria di un terremoto in casa Pdl.
Dopo le denunce della deputata Isabella Bertolini, che han gettato l’ombra della camorra sul tesseramento del Pdl modenese, l’ex guardasigilli ha deciso di nominare Denis Verdini commissario del coordinamento provinciale di Modena.
Uno smacco per la deputata modenese, che paga con qualche mese di ritardo il tardimento a Berlusconi: fu lei, infatti a pronunciare quel “Silvio fatti da arte” e a guidare i malpancisti che contribuirono alla caduta del governo Berlusconi.
Il commissariamento e l’incarico a Verdini sono stato decisi in accordo con l’avversario numero uno della Bartolini il senatore Carlo Giovanardi.
“Dopo aver parlato con il segretario nazionale del Pdl Angelino Alfano, abbiamo convenuto che la cosa piu’ opportuna per Modena, per troncare finalmente ogni polverone e speculazione sul tesseramento al Pdl, sia la nomina di un commissario — ha spiegato Giovanardi — che sia in grado rapidamente di fare e garantire la celebrazione del congresso il prima possibile”.
A pesare sul congresso dei pidiellini modenesi (inizialmente l’appuntamento era previsto per il 25 febbraio, ma ora è in attesa di conferma), il rischio di un’inchiesta della magistratura sull’esplosione di tessere.
Il boom infatti non ha insospettito solo una parte del partito, ma anche il procuratore aggiunto di Modena Lucia Musti, che senza, mezzi termini, l’ha definito “allarmante”, mettendo così in guardia rispetto ai rischi d’infiltrazioni mafiose.
“Sicuramente — ha dichiarato appena una settimana fa il magistrato — anche qui il tesseramento può essere un veicolo di infiltrazione. La volontà  di garantirsi amici nelle amministrazioni per ottenere favori utili all’organizzazione è un aspetto che emerge in tutto il Paese, non solo al Sud”.
Nei giorni scorsi si sono moltiplicati gli appelli di importanti esponenti di partito che si sono rivolti al segretario Alfano, perchè trovasse una soluzione all’inghippo. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello dell’ex ministro Franco Frattini, che ha detto di non voler sedere “accanto a un affiliato alla camorra”.
Detto fatto. Il plurindagato Verdini farà  luce sulle anomalie nel tesseramento, vigilando sulla legalità .
Al commissario spetta anche il non facile compito di sopire gli animi all’interno del partito.
A ridosso dei congressi provinciali, che nelle prossime settimane si svolgeranno in molte città  d’Italia, il Pdl appare lacerato da sospetti, fratture e guerre di correnti. Senza esclusione di colpi bassi.
A Modena lo scontro è tra l’area dei Popolari liberali di Giovanardi, che ha candidato il consigliere regionale, (ex An) Enrico Aimi, e quella della Bertolini, che invece ha schierato Claudia Severi. Il ruolo del terzo incomodo spetta invece al consigliere comunale Michele Barcaiuolo.
Ma chi è l’uomo che dovrebbe salvare il Pdl a Modena, ma non solo?
Si chiama Denis Verdini, banchiere e politico di lungo corso, fra i forzisti considerati fedelissimi di Silvio Berlusconi. Artefice della fusione tra Forza Italia e Alleanza nazionale nel Pdl, è rimasto in sella nonostante gli scandali che lo hanno coinvolto, come quello del Credito cooperativo fiorentino e della cosiddetta ‘P3′.
Originario di Fivizzano, ai tempi in cui Bondi era sindaco comunista, militava nelle fila del Partito Repubblicano.
Con la vittoria di Berlusconi è saltato sul carro di Forza Italia per non scendervi più. Economista uscito dall’università  Luiss di Roma, considera il conflitto d’interesse un non-problema.
Editore del Giornale della Toscana e socio al 15% della società  editrice de Il Foglio, nel 1997 sostenne Giuliano Ferrara nella campagna elettorale del Mugello che portò all’elezione dell’ex Pm Antonio Di Pietro.
Per anni presidente e consigliere del Cda del Credito Cooperativo fiorentino, si è dimesso solo nel luglio 2010 a causa dell’inchiesta sulla cricca che lo vede indagato per corruzione e violazione della legge Anselmi sulle società  segrete.
Mentre l’istituto cooperativo veniva commissariato, la Banca d’Italia contestò a Verdini un conflitto d’interessi da 60 milioni di euro.
La Procura di Firenze accusa il forzista toscano e Marcello Dell’Utri, i vertici della Btp di Riccarco Fusi e l’intero cda del Credito cooperativo fiorentino di finanziamenti e crediti milionari concessi senza le garanzie.
Ma i guai per il berlusconiano d’acciaio non sono finiti: oltre all’iscrizione sul registro degli indagati per concorso in corruzione circa gli appalti del G8 alla Maddalena, in primavera è coinvolto nell’inchiesta romana sulla cosiddetta P3 che porta all’arresto del faccendiere piduista Flavio Carboni e vede indagato il governatore Pdl della Sardegna Ugo Cappellacci per appalti nel settore eolico.
Fra l’altro nel settembre 2009 a casa di Verdini si sarebbe svolto un incontro con Carboni, Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo e il capo degli ispettori Arcibaldo Miller e Raffaele Lombardi.
Una loggia che secondo i Pm Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli avrebbe esercitato pressioni per indurre la Corte costituzionale ad approvare il Lodo Schifani sull’immunità  delle alte cariche dello Stato poi bocciato per palese incostituzionalità : la loggia segreta si sarebbe data da fare “per realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d’ufficio, illecito finanziamento dei partiti, diffamazione e violenza privata, creando allo scopo una fitta rete di conoscenze nel mondo della magistratura, in quello politico e in quello imprenditoriale”.

Giulia Zaccariello e Stefano Santachiara
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL PRESIDENTE TEDESCO WOLF SI DIMETTE PER AVER OTTENUTO DA UN AMICO UN PRESTITO AGEVOLATO, IN ITALIA NON SI DIMETTONO NEANCHE SE LI BECCHI MENTRE SI FOTTONO I SOLDI

Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile

LA MERKEL COSTRETTA AD ANNULLARE LA VISITA IN ITALIA : “IL NOSTRO STATO DI DIRITTO PREVEDE CHE TUTTI I CITTADINI SIANO UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE”… BEATI LORO

Il presidente tedesco Christian Wulff, 52 anni, si è dimesso.
Lo ha annunciato lo stesso presidente nel corso di una dichiarazione dalla sede della presidenza, il castello di Bellevue a Berlino: “Ho fatto degli errori, ma sono stato sempre in buona fede – ha detto Wulff -.   C’è bisogno di un presidente che possa dedicarsi completamente alle sfide europee e abbia fiducia ampia dei cittadini. Gli sviluppi di questa settimana hanno dimostrato che questa fiducia non c’è più e quindi non c’è altra possibilità  che abbandonare questa carica: oggi perciò mi dimetto”, ha aggiunto.
Annullata la visita del cancelliere tedesco, Angela Merkel, in programma oggi a Roma.
La Merkel avrebbe dovuto incontrare alle 12 a Palazzo Chigi il premier Mario Monti e a seguire si sarebbe recata al Quirinale per una colazione di lavoro con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
“Ho ascoltato le dimissioni di Wulff con molto rammarico”. Così il cancelliere tedesco in conferenza stampa ha commentato la decisione del presidente al quale ha rivolto un ringraziamento.
“Lui si è dedicato con dedizione e grande impulso alla Germania, ha rappresentato sempre degnamente questo Paese, anche all’estero”, ha aggiunto la Merkel, ma ora “il presidente riteneva di non potere servire più il popolo”.
Il cancelliere ha, poi, annunciato: “I partiti si riuniranno per trovare un accordo per un successore. Vogliamo condurre i colloqui in maniera veloce. I partiti che governano la Repubblica federale, la Cdu e la Fdp dopo consultazioni assieme ai socialdemocratici ai Verdi/Bundnis cercheranno di trovare un candidato comune per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica federale tedesca”.
Poi ha concluso: “Il nostro stato di diritto prevede che siamo tutti uguali davanti alla legge”. “Credo di essermi comportato in maniera retta senza commettere illeciti e questo verrà  dimostrato – ha detto Wulff -. Sono convinto che il mio recarmi alla Procura di Hannover mi scagionerà  in tutti i modi”.
Poi ha aggiunto: “Lascio la strada libera al mio successore. Il presidente del parlamento insieme al capo di governo sceglieranno il prossimo successore. Giovedi ne parleranno”, ha detto ancora Wulff.
Il presidente della Camera Bassa Horst Seehofer (CSU), assume l’incarico di presidente di transizione della Repubblica federale tedesca.
Ieri, la Procura di Hannover, nel nord della Germania, ha annunciato di aver chiesto l’annullamento dell’immunità  per il presidente della Repubblica, accusato da due mesi di illeciti.
Il presidente della Repubblica tedesca gode della stessa immunità  dei parlamentari: possono essere perseguiti penalmente solo se il Bundestag concede l’autorizzazione.
E il parlamento dovrà  riunirsi in seduta plenaria per decidere del caso.
Nelle ultime ore c’è stata una drammatica accelerazione della crisi al vertice dello Stato tedesco. Mercoledì sera la procura di Hannover ha aperto un’inchiesta nei confronti del presidente per interesse privato in atti di ufficio: su di lui pesa l’accusa di avere ottenuto un prestito di 500mila euro da un imprenditore amico, con un tasso di favore del 4%, quando era governatore del Land della Bassa Sassonia.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la notizia di tre pernottamenti in un albergo dell’isola di Sylte di 258 euro l’uno, pagati sempre da un imprenditore a lui vicino e che Wulff dice di aver rimborsato in contanti.
Anche la giovane moglie di Wulff, la bella Bettina, 38 anni, è finita nel calderone mediatico per dei vestiti di grandi firme (tedesche) ricevuti in omaggio.
Il presidente tedesco ha tentato di riacquistare un po’ di credibilità  e allontanarsi dai quotidiani attacchi della stampa tedesca (in prima linea la Bild) con un viaggio in Italia di tre giorni, dal 13 al 15 febbraio, ma non è bastato.
Oltre ai partiti dell’opposizione anche nei settori della maggioranza di governo è venuto meno il sostegno politico al capo dello Stato, a partire dal partito liberale, che ha già  preso chiaramente le distanze. ”Per rispetto alla massima carica che ricopre, Wulff deve adesso trarre le conseguenze”, aveva dichiarato Heiner Garg, vicepresidente del land dello Schleswig-Holstein. Un alto esponente della Csu bavarese, partito fratello di quello di Angela Merkel, aveva dichiarato che è ”inimmaginabile un presidente che si rechi in Procura”.
La Merkel ha telefonato al premier italiano Mario Monti per annunciare di dover rinviare la visita.
Si è trattato di una telefonata cordiale, durante la quale la Merkel ha assicurato di voler venire in Italia al più presto.
Come spiegano fonti del governo italiano i due capi di governo si risentiranno anche in giornata. Stamani anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricevuto una telefonata dalla Merkel.
“La Cancelliera Merkel e il Presidente Monti si terranno in stretto contatto durante il fine settimana, in vista dell’Eurogruppo di lunedì”, ha fatto poi sapere Palazzo Chigi.
A fine mattinata su iniziativa di Monti, c’è stata una conversazione telefonica a tre, con la cancelliera Merkel e il primo ministro greco Lucas Papademos: “Al termine di questo colloquio, dettagliato e condotto con spirito costruttivo – si legge nel comunicato – i tre partecipanti si sono dichiarati fiduciosi che lunedì all’Eurogruppo potrà  essere raggiunto l’accordo sulla Grecia”.
È la seconda volta in poco meno di un mese che un incontro tra Mario Monti e Angela Merkel a Roma viene annullato. Il 20 gennaio scorso infatti avrebbe dovuto tenersi nella Capitale un vertice tra il premier italiano, la cancelliera tedesca e il presidente francese Nicolas Sarkozy, ma venne rinviato per improvvisi impegni di quest’ultimo legati alla politica transalpina.
Stavolta a fare slittare il vertice Merkel-Monti sono questioni interne alla Germania, con la crisi istituzionale legata all’inchiesta sul presidente Christian Wulff che potrebbe portare già  oggi alle sue dimissioni.

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LE FOTO DELLA VERGOGNA: MALATI CURATI PER TERRA PEGGIO CHE NEL TERZO MONDO, PRONTO SOCCORSO A ROMA SOTTO INCHIESTA

Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile

DOPO LE FOTO CHOC ALL’OSPEDALE SAN CAMILLO, CON I PAZIENTI CURATI SUL PAVIMENTO, GLI OSPEDALI DELLA CAPITALE SONO NEL MIRINO DELLA MAGISTRATURA… E’ IL FRUTTO DEI CONTINUI TAGLI ALLA SANITA’

Solo posti in piedi nei Pronto soccorso romani presi d’assalto. Anche le sedie e le poltrone sono occupate da malati che aspettano.
Le barelle sono esaurite. Tutte.
Comprese quelle delle ambulanze sulle quali sono arrivati i pazienti.
E, con la dotazione di bordo “sequestrata” dai malati, i mezzi del 118 sono costretti a soste anche di 18 ore davanti agli ospedali (il fermo-ambulanze nel 2011 ha superato le 200mila ore che, tradotte in euro, fanno 5 milioni di produttività  sprecata con gli equipaggi fermi).
Di letti neanche l’ombra prima di un’attesa, fino a sei giorni, nei corridoi della prima linea.
E la Procura ha aperto un’inchiesta, complici le fotografie scattate nel Pronto soccorso del San Camillo a due pazienti (una in arresto cardiaco, un altro con un sospetto infarto) sottoposti in condizioni estreme – su un materasso in terra – alle prime cure salvavita.
“Di fronte a una vita a rischio e senza letti nè barelle disponibili – spiega il direttore dell’ospedale, Aldo Morrone – un materasso è meglio che niente: è stato fatto quanto si doveva in una situazione di collasso”.
A trasformare i reparti dell’Emergenza in un imbuto semichiuso è stato il taglio di 10mila posti letto in poco più di un decennio.
Così mentre la popolazione del Lazio è cresciuta (invecchiando) da 5 milioni e 100mila abitanti nel 2000 a 5milioni e 750mila di oggi, le strozzature degli ospedali hanno amplificato i disagi.
“Ogni giorno – spiega Massimo Magnanti del Sindacato professionisti dell’Emergenza (Spes) – in più di 300 stazionano sulle barelle aspettando che si liberi un letto in reparto, quale che sia”.
Perciò anche le Chirurgie si trasformano in divisioni di degenza medica con il blocco conseguente delle sale operatorie.
Una telefonata a casa dei pazienti in attesa di essere operati e si cancellano gli interventi programmati.
Accade dal San Giovanni al Pertini, dal policlinico Tor Vergata al Sant’Andrea; nei quadranti dove il rapporto tra letti e popolazione è di 6,6 ogni mille abitanti (aree a nord) a quelli dove ci sono 2,2 letti per mille residenti (sud est).
E con il taglio dei posti ospedalieri, complici il debito (10 miliardi) e il deficit (sul miliardo quello del 2011), la sanità  laziale (commissariata dal governo con la governatrice Renata Polverini) non ha realizzato, come promesso, i poliambulatori di quartiere, le residenze assistite per gli anziani (Rsa), i centri di lungodegenza.
Così, le corsie pubbliche si riempiono di malati cronici (il 20% delle degenze) che potrebbero essere assistiti fuori dall’ospedale dove un giorno di degenza costa dieci volte di più (mille e 200 euro) che in una Rsa.
Il cui fabbisogno è stimato dalla Regione in 7mila posti letto.
La promessa di attivarne almeno tremila è vecchia di un anno.
Ma niente è stato fatto.

Carlo Picozza
(da “La Repubblica“)

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