Luglio 11th, 2012 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE LAVORA A UN ACCORDO SULLA LEGGE ELETTORALE CHE PREVEDE UNA FORTE QUOTA PROPORZIONALE PER IMPEDIRE A CHIUNQUE DI DIVENTARE PARTITO EGEMONE… MA HA BISOGNO DI MOLTI VOTI PER DIVENTARE AGO DELLA BILANCIA DI UNA “GRANDE COALIZIONE”
Alla fine, il Cavaliere è sbottato: “E’ inutile, senza di me non andate da nessuna parte..mi toccherà rimettermi in gioco”.
Era tardi, ieri notte, a palazzo Grazioli, quando Silvio Berlusconi ha gelato la platea dei suoi colonnelli, riuniti per parlare di legge elettorale e di Rai, rompendo gli indugi sul suo futuro politico.
Si prenderà tutto agosto per riformulare la sua proposta politica, un partito nuovo (di che stupirsi), con un nuovo nome, e con un pool di quarantenni, capitanati da Alfano, dalla Santanchè e dalla Gelmini che possano far confluire i giovani verso un soggetto “snello, privo di bizantinismi d’apparato, che sia fortemente presente su internet e sui social network”.
Insomma, il Cavaliere è di nuovo tra noi. Più battagliero di prima.
E forte, soprattutto, di sondaggi firmati sempre Alessandra Ghisleri, che gli hanno dato la matematica certezza di quanto sia ancora fondamentale il suo ruolo di leader del centrodestra.
Altro che primarie, altro che padre nobile, altro che fine del ventennio a colori; Berlusconi non molla.
La decisione — è bene dirlo — non è stata accolta dai succedanei con applausi a scena aperta. In molti contavano su un ruolo più marginale di Berlusconi per tentare un rinnovamento del partito, ma quei sondaggi hanno ridato nuovo smalto all’uomo di Arcore.
Il punto è anche un altro. E’ noto che il Cavaliere stia lavorando per un accordo sulla legge elettorale che preveda una forte quota proporzionale, tale da impedire a chiunque di diventare il partito egemone di una nuova maggioranza e costringendo così la nuova legislatura a partire nel segno di una grande coalizione che continui il risanamento dei conti e quello di uscita dalla crisi economica.
Ma, soprattutto, che consenta al Cavaliere di continuare, in qualche modo, ad essere fondamentale per le sorti del futuro governo: un modo per non uscire di scena ed essere un pesante, pesantissimo, ago della bilancia.
Ecco, ieri notte chi è davvero uscito sconfitto dal vertice di palazzo Grazioli è stato il segretario Alfano.
Berlusconi gli ha garantito, certo, un ruolo primario nel futuro ticket elettorale, come “catalizzatore” dei giovani quarantenni, ma è stato chiaro che, con la scelta di scendere in campo nuovamente, il Cavaliere ha messo definitivamente in soffitta quelle sofferte primarie che avrebbero aperto il partito a “personalismi” e “fughe in avanti” di cui, evidentemente, nessuno sente la necessità nel Pdl; se c’è ancora Berlusconi in campo, in fondo, di che preoccuparsi quando i sondaggi danno vincente al 30% la sua leadership?
La partita, comunque, si annuncia particolarmente difficile, sia dentro che fuori dal partito.
Nel Pdl, si diceva, non tutti digeriscono un ritorno all’antico.
E all’esterno i movimenti (anche nel centrodestra) sono ben visibili. In alcuni casi, fin troppo chiari per non destare legittimi timori che il ritorno del Cavaliere non possa che costituire un boomerang nelle urne.
C’è chi teme, soprattutto, che Monti non sia affatto convinto di stare fuori dai giochi (come invece annunciato più volte), ma che sia addittura già pronto — con una propria lista — a dar battaglia nell’agone della prossima campagna elettorale.
Una lettura che contrasta in modo netto con quelle che sono, invece, le vere aspirazioni del premier.
Lungi da voler proseguire il suo pesante incarico tecnico a palazzo Chigi, trasformandolo in un ruolo politico con una legittimazione elettorale, è noto che Mario Monti punti a prendere il posto di Napolitano che concluderà il proprio settennato a luglio 2013.
Ed è in questa chiave che vanno anche lette le smentite circa una sua possibile discesa in campo tutta politica.
Che, in realtà , potrebbe esserci, ma solo per un’investitura per il Colle e sempre in chiave “tecnica”, ovvero di proseguimento di quell’operazione di stabilità e credibilità del Paese che sarebbe accolta con grande favore anche dall’Europa.
Insomma, Monti chiuderà davvero il suo ruolo a palazzo Chigi per lasciarlo in mano ad un governo che, qualunque esso sia, dovrà fare asse con il Quirinale.
Una poltrona a cui il Professore può legittimante aspirare, soprattutto se chiuderà senza troppi scossoni la legislatura, mentre a Berlusconi non resterà che rituffarsi di nuovo, come annunciato ieri a notte fonda, nella più bassa mischia politica nel tentativo, quasi disperato, di non scomparire totalmente dal quadro politico nazionale. E perdere così le sue aziende.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Berlusconi | Commenta »
Luglio 11th, 2012 Riccardo Fucile
LO SVELA IL “CORRIERE DELLA SERA”: “DECISIVI I SONDAGGI, CON LUI PDL AL 30%”… CAMBIERA’ NOME AL PARTITO CHE RICHIAMERA’ LE ORIGINI DI FORZA ITALIA
Ha passato le ultime settimane a studiare i sondaggi, ad analizzare gli scenari per il voto
nel 2013, ad ascoltare dirigenti del Pdl, imprenditori ed esponenti internazionali. Ma alla fine la decisione è presa: Berlusconi si ricandiderà come premier.
Il ruolo di padre nobile non scalda i suoi elettori che gli chiedono un impegno più diretto, quell’impegno che aveva escluso nel momento dell’investitura di Angelino Alfano a segretario del Pdl.
Gli ultimi sondaggi, arrivati sul suo tavolo, hanno mostrato alcuni dati di cui, secondo il Cavaliere, non si può non tenere conto.
Tre gli scenari sottoposti agli intervistati: un Pdl senza Berlusconi non arriverebbe al 10% dei voti mentre la candidatura di Alfano alla premiership, con il Cavaliere in campo come presidente del partito, porterebbe un risultato intorno al 18%.
Se invece Berlusconi fosse ancora in corsa per la presidenza del Consiglio, in un ticket con Alfano e una squadra di giovani dirigenti, dalle urne arriverebbe, secondo i sondaggi, anche un 30%.
Un risultato che potrebbe non bastare a conquistare la guida del Paese ma darebbe al Cavaliere e al suo partito un ruolo determinante nella prossima legislatura, soprattutto se si arrivasse a una grande coalizione chiamata a continuare il percorso di risanamento dei conti e di uscita dalla crisi economica.
I due mesi estivi serviranno a preparare la nuova discesa in campo («una scelta che non avrei voluto fare ma a cui mi stanno spingendo i sondaggi, centinaia di lettere e di messaggi del popolo dei moderati»).
Berlusconi rinuncerà alle vacanze a Villa Certosa in Sardegna e resterà a Arcore proprio per arrivare a settembre con tutte la carte pronte: un nuovo nome al partito (che richiamerà le origini di Forza Italia), una squadra di quarantenni che promuoverà la nuova avventura politica, le consultazioni di leader internazionali con cui ha mantenuto rapporti, l’individuazione di candidati capaci di conquistare voti sul territorio.
Il Cavaliere è preoccupato per un Pdl in preda a «personalismi», dove sta crescendo una nomenclatura troppo interessata alla difesa della propria fetta di potere.
Vede sempre più elettori moderati delusi che si rifugiano nell’astensione o addirittura gonfiano le fila del grillismo.
Certamente non sarà un’impresa facile.
C’è prima di tutto da salvaguardare il rapporto con Alfano che il Cavaliere giudica «bravissimo» e per cui vuole mantenere un ruolo di primo piano.
C’è da smontare la macchina delle primarie che non avrebbero senso se il fondatore del partito si ricandida.
Pesano poi i processi ancora aperti, soprattutto quello sul caso Ruby, anche se il Cavaliere è convinto, dopo le ultime udienze, che le «cose andranno bene».
E infine c’è da mettere a punto un programma economico che «restituisca ottimismo a un Paese in preda a una crisi di sfiducia».
Una partita difficile, dentro e fuori il partito, al limite dell’impossibile quasi vent’anni dopo la prima discesa in campo
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Berlusconi | Commenta »
Luglio 11th, 2012 Riccardo Fucile
RESE NOTE ALCUNE INTERCETTAZIONI TRA L’EX TESORIERE DELLA LEGA E MANUELA MARRONE…GIUDIZI PESANTI SUI COLONNELLI , EMERGONO DEBITI IN PIEMONTE
Dal 3 aprile scorso, quando si è dimesso da tesoriere della Lega, Francesco Belsito non ha mai rilasciato dichiarazioni nè concesso interviste. Non ha spiegato. Non ha tentato di giustificarsi.
Nè tantomeno ha rivelato alcunchè sui segreti finanziari della Lega.
Ma il suo silenzio non è bastato a evitargli attacchi.
Il più pesante è venuto proprio dall’uomo che lo aveva voluto come tesoriere del partito, Umberto Bossi, che lo ha dato per colpevole prima ancora di qualsiasi processo. «Chi sapeva che Belsito era legato alla ‘ndrangheta – e i servizi lo sapevano – doveva dircelo», ha inveito il Senatur dando per assodato un assunto giudiziario ancora da dimostrare in un’aula di tribunale.
Anche dopo, Belsito ha continuato a tacere.
Eppure di cose da dire sulla Lega ne avrebbe molte. Anzi, ne ha già dette molte.
Il Sole 24 Ore ha ottenuto copia delle migliaia di conversazioni intercettate dalla polizia giudiziaria e recentemente depositate nell’ambito di un procedimento penale.
Nelle innumerevoli conversazioni agli atti, Belsito e i suoi interlocutori telefonici, spesso personaggi di spicco del Carroccio, si lasciano andare a commenti degni dei peggiori nemici politici della Lega.
Soprattutto sulla qualità del personale politico e amministrativo che circonda colui che tutti chiamano “il Capo”, e cioè Umberto Bossi.
Particolarmente eloquenti su questo fronte sono le conversazioni con Manuela Marrone Bossi, la moglie del Capo.
Parlando dello staff del Senatur, Belsito dice che è composto da «gente ignorante» e da «imbecilli».
E la signora spiega così l’origine del problema: «Essendo lui un genio, ha potuto essere sempre contornato da imbecilli. Tanto faceva lui. È quello il problema!», Belsito insiste: «Non c’è rigore».
Manuela Bossi: No (…) Ha lasciato troppo andare.
Belsito: Ma troppo! Fanno tutti i loro comodi. Non c’è un settore che funziona. Le associazioni padane non funzionano… non funziona niente. Niente, niente (…) Io mi vergogno! Ma mi vergogno veramente. È tutto lo staff attorno! È una cosa impressionante (…)
Ancora più dure le critiche su leadership e attività dello stesso ministero inventato dal governo di centro-destra per soddisfare esigenze e appetiti della Lega, quello della Semplificazione normativa. Il ministero affidato a Roberto Calderoli e del quale lo stesso Belsito era sottosegretario.
Belsito: Qui stiamo parlando di federalismo, di riforme, ma lo sai che sono veramente preoccupato. Lo sai che sono andato a spulciare quello che stanno facendo? Il niente! Il niente. Io mi vergogno. Mi vergogno! Ci sono tematiche che abbiamo promesso agli elettori di portare avanti! Ma chi le porta avanti? Chi le porta? Qui bisogna dire: Capo, guarda così questo non passa.(…) C’è un casino sul territorio che non ti immagini nemmeno.
L’ex sottosegretario si lancia poi in un’invettiva contro il suo stesso ministro Calderoli:
Belsito: Quell’altro asino bardato da generale. Perchè quello è un asino bardato da generale, il mio ministro. Quello è veramente un asino. Devo togliermi la soddisfazione di dirglielo, che è un asino, veramente. (…) Io non riesco a capire come un asino del genere è diventato ministro?
Manuela Bossi: Pensa! Pensa!
B.: Se quello è diventato ministro, io un giorno posso pensare di fare il presidente.
M.B.: il Papa!
B.: Il Papa! (…) Io lo guardo e dico: che cosa ha fatto alla semplificazione normativa?
M.B.: Ah, non lo so!
B.: Cosa ha fattooo?
M.B.: Non lo sa nessuno.
Da tesoriere Belsito ha il polso della situazione finanziaria non solo delle varie componenti del partito ma anche dei suoi leader. E non lesina critiche.
Per esempio, per via dello stato dei conti invoca il commissariamento della sua regione, la Liguria.
E in una conversazione con l’allora vicepresidente del Senato Rosi Mauro, sul leader piemontese – l’attuale governatore Roberto Cota – dice: «Sui conti del Piemonte non è in regola. Deve un sacco di soldi (…) Ho beccato che deve 110mila euro. Non sta pagando da due anni».
E in una conversazione successiva aggiunge: «Cota ha dei problemi… Il Piemonte deve 120mila euro al partito. Deve avere dei grossi problemi anche finanziari. Spende di più di quello che ha».
Claudio Gatti e Sara Bianchi
(da “Il Sole24Ore“)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO L’INCORONAZIONE DI BOBO A IMPERATORE DELLA PADANIA, MOLTI SEGNALI DI NOVITA’: ALLE CERIMONIE UFFICIALI I BORGOMASTRI NON DOVRANNO PIU’ INDOSSARE ABITI DEL KLU KLUX KLAN… IL CONGRESSO E’ STATO UNA GRANDE FESTA POPOLARE: MOLTO AFFOLLATO IL BARACCONE DOVE BORGHEZIO GIOCAVA A SCACCHI CON UN CINGHIALE, PERDENDO REGOLARMENTE….UMBERTO BOSSI, SCOMPARSO DALLE FOTO UFFICIALI, MINACCIA DI DARSI FUOCO COSPARGENDOSI DI ARANCIATA
La cerimonia è stata sobria e veloce. L’incoronazione di Roberto Maroni,
detto Bobo, a imperatore della Lega Nord si è svolta quasi senza incidenti nella cattedrale di Assago, un complesso edilizio in stile SanSiro-babilonese alla porte della città di Milano.
Il momento clou della cerimonia si è avuto quando Bobo Maroni, richiamando le radici democratiche del suo popolo, ha chiesto in dono undici vergini della Val Brembana e si è posto sul capo la corona d’oro gentilmente offerta dall’ex tesoriere Belsito.
Poi, la politica ha preso il sopravvento e sono partiti i seminari di formazione per i militanti. Molto affollato il corso di Photoshop, dove molti fedelissimi leghisti hanno imparato in poche ore a cancellare Umberto Bossi dalle foto ufficiali del passato.
Ora al suo posto sul palco di Pontida figura un elegante bonobo maschio di due metri con la coda dritta.
In altre immagini, invece, al posto del vecchio leader compare un barattolo di marmellata di prugne, oppure un divano offerto da un mobilificio della Brianza.
Pur svolgendosi senza particolari incidenti, la cerimonia dell’incoronazione di Maroni ha avuto qualche momento di intensità non previsto.
E’ accaduto, ad esempio, quando Umberto Bossi si è barricato nei bagni minacciando di far esplodere una caldaia soltanto parlandole.
Il servizio d’ordine ha subito riportato la calma sedando l’ex leader.
Due ore dopo, altro trascurabile incidente: Umberto Bossi ha minacciato di buttarsi dalle tribune e di sfracellarsi nel parcheggio, una minaccia disperata che ha creato un po’ di trambusto, perchè molti delegati al congresso sono corsi a spostare la macchina.
Qualche apprensione anche per la presenza di Borghezio.
L’aitante primate leghista ha prima insultato Balotelli definendolo “padano” e poi ha augurato una veloce e subitanea morte al presidente della Repubblica Napolitano.
Molti applausi dalla platea, soprattutto quando Borghezio è stato abbattuto con un fucile per rinoceronti.
Il regno di Bobo Primo comincia dunque all’insegna del rinnovamento politico e culturale: la lingua ufficiale sarà l’italiano e ai gay sarà permesso telefonarsi di nascosto.
Alessandro Robecchi
(da “Il MisFatto”)
argomento: la casta, LegaNord | Commenta »
Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO POCHE ORE IL PRIMO CITTADINO COSTRETTO A REVOCARE LE DELEGHE: NON SAPEVA CHE LA LEGGE VIETA I PARENTI IN GIUNTA
Mentre a livello nazionale il Carroccio ha lanciato, con la nomina di Maroni a segretario federale, il nuovo corso “senza familiari al seguito”, il sindaco leghista di Arona, Alberto Gusmeroli, nomina in Giunta il fratello.
Lo annuncia con una nota entusiasta, ma dopo poche ore deve ricredersi: il testo unico degli enti locali vieta i parenti in giunta.
Il pasticcio è successo ieri dopo che l’assessore Agostino Di Natale (del gruppo civico Rinnovamento aronese) ha rassegnato le dimissioni per alcune divergenze con l’amministrazione.
La questione si trascinava da mesi.
Il sindaco, allora, ha scelto di far entrare in giunta il fratello Marco Gusmeroli che a settembre si era dimesso dall’incarico di consigliere comunale per motivi personali. Poi, dopo aver sentito la segretaria comunale, ha dovuto fare dietrofront, non senza dispiacere: «Lei era in ferie e solo al suo rientro ho appreso dell’incompatibilità della nomina. Sono molto dispiaciuto di non potere avere mio fratello Marco in giunta». Con buona pace della famiglia, Marco Gusmeroli – di mestiere medico oculista – dovrà così rinunciare alle deleghe a Tributi, Personale e Servizi informatici e alla nuova competenza creata ad hoc per lui dal fratello: i Rapporti con la Sanità .
La minoranza si era già accorta dell’irregolarità poco dopo la nomina e bolla così l’accaduto: «Un incredibile errore, uno sbaglio del sindaco dettato dall’arroganza».
Erica Asselle
(da “La Stampa”)
argomento: LegaNord | Commenta »
Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
NEI DUE PARTITI C’E’ CHI ACCUSA: E’ STALLO PERCHE’ I LEADER NON CI HANNO MESSO LA FACCIA
Napolitano, al quale non mancano le informazioni, vede che le trattative sulla legge
elettorale non approdano da nessuna parte.
Per cui denuncia lo stallo nella speranza di smuovere le acque. è come se l’uomo del Colle dicesse ai partiti: «Vi siete impantanati, ce ne siamo accorti, inutile che continuiate a fingere di negoziare, almeno abbiate il coraggio di litigare davanti a tutti…».
Le prime reazioni non autorizzano alcun ottimismo.
Tanto il Pd quanto il Pdl si giustificano dando ciascuno la colpa all’altro.
Tra i presidenti di Senato e Camera divampa una polemica sotterranea sulla responsabilità dei ritardi.
Quel che è peggio, nei cassetti della Commissione affari costituzionali giacciono ben 35 proposte, tutte però a titolo individuale.
La colpa, punta l’indice il referendario Parisi, è tutta di «A-B-C» (Alfano, Bersani, Casini) che non hanno fin qui avuto il coraggio di metterci la faccia, affidando la trattativa ai cosiddetti «sherpa».
In verità , qualche mezza intesa era stata raggiunta prima delle scorse Amministrative sulla cosiddetta bozza Violante-Quagliariello, un mix di sistema tedesco e spagnolo, un po’ proporzionale e un po’ maggioritario, che favoriva i grandi partiti senza troppo umiliare i piccoli.
Poi però il fenomeno Grillo ha spiazzato tutti, seminando il panico negli stati maggiori di Pd e Pdl.
Al sistema messo a punto da Violante e Quagliariello è stata rivolta l’accusa di non garantire maggioranza sicure, quando si apriranno le urne nell’aprile 2013. è spuntata così una nuova coppia di negoziatori, Migliavacca e Verdini.
Stessa base di partenza (un sistema di tipo proporzionale) con premio di maggioranza. Quasi due mesi di tira-e-molla sulla misura del premio, su chi ne dovrebbe godere e sul modo di restituire agli elettori la scelta dei propri rappresentanti.
Nessun passo avanti, semmai indietro, perchè ciascuna nuova proposta è stata volta ad avvantaggiare la propria parte politica con motivazioni più o meno nobili.
Il Pd vorrebbe un «premione» alla coalizione vincente perchè con la foto di Vasto, oppure in alleanza con Casini, non ci sarebbe partita.
Preferisce, come ovvia conseguenza, il metodo dei collegi uninominali, dove viene eletto chi arriva primo.
Il Pdl gradirebbe l’esatto rovescio: un premio non grande ma piccino, attribuito non alla coalizione ma al partito vincente; e preferenze anzichè collegi, ma senza chiudere la porta alla seconda ipotesi.
Alfano le tiene vive entrambe, quasi a suggerire uno scambio: noi vi concediamo i collegi abbandonando le preferenze, voi rinunciate al premio di coalizione e inghiottite il premio al partito vincente… Può essere che Bersani ci stia, nel qual caso l’intesa sarebbe fatta.
Conosceremo la risposta entro pochi giorni. In caso il Pd non fosse d’accordo, si comincerebbe a votare sulle varie proposte, in modo palese in Senato e a scrutinio segreto a Montecitorio. Un ruolo decisivo lo avrebbero Casini e Di Pietro.
Pure la Lega tornerebbe a dire la sua.
Può essere che, per non correre rischi, i due maggiori partiti alla fine ritornino sui loro passi, e recuperino dal cestino la bozza Violante-Quagliariello.
Napolitano pare volesse capire, nei giorni scorsi, come mai era stata accartocciata così in fretta.
Al momento il governo non intende entrare nella partita, ma col ministro Riccardi si dichiara «interessato».
E in fondo, cosa possono pensare di noi i mercati senza una legge elettorale che garantisca stabilità politica?
Anche questa è materia di spread.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
argomento: elezioni, PD, PdL | Commenta »
Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
QUASI IL 20% DI PERSONE NON E’ IMPIEGATA, NON CERCA UN’ATTIVITA’, NON STUDIA… LA UE: “CON LA CRISI PERSI 10 ANNI”…L’OCSE: “IL VOSTRO PAESE SOFFRE DI DISOCCUPAZIONE DI LUNGA DURATA”
La crisi morde e crea disoccupazione.
Oltre le stime delle grandi agenzie internazionali e della Ue che stanno rivedendo gli scenari – che pure erano solo cautamente ottimisti – di una ripresa nel medio termine. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è già una vera e propria emergenza in Grecia e Spagna.
Ma con fenomeni preoccupanti anche per l’Italia.
Nel nostro Paese è la cosiddetta disoccupazione di “lunga durata” che spiazza gli analisti: oltre il 50% di chi ha perso il lavoro oltre un anno fa non ne ha più trovato un altro nei dodici mesi successivi, quota che sale al 30% se si sposta l’asticella agli ultimi due anni.
È un dato in aumento che ci fa avvicinare pericolosamente alle dinamiche dei Paesi dell’Unione maggiormente colpiti dalla recessione.
E che aggiunge un mattone al muro di pessimismo che ormai ha infiltrato i palazzi del governo dell’Ue.
La Commissione ha già dovuto rinunciare all’obiettivo di un’occupazione al 75% entro il 2020, attualmente infatti la percentuale media nell’Ue è al 68% e anche l’obiettivo – già ridimensionato – del 72% sembra lontano.
Tanto che alla Commissione si parla apertamente di una “lost decade”: cioè dieci anni persi per il mercato del lavoro, a partire dall’inizio della crisi globale nel 2007.
Ci vorranno almeno altri cinque anni per farlo ripartire.
La disoccupazione ha scavato un solco tra ricchi e poveri.
Le statistiche Ue relative al 2011 passano dal 2,5% di senza lavoro del Tirolo al 30,4% dell’Andalucia.
Con dinamiche differenti da Paese a Paese.
Per l’Italia l’Ocse ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita, con la prospettiva di un’economia con il segno meno nel 2012 e nel 2013.
Il rischio di un impatto sul mondo del lavoro resta di conseguenza molto alto.
Ad aprile, secondo i calcoli Ocse, la disoccupazione era all’11,1% nell’Eurozona e al 10,2% in Italia (già oltre il picco 2009/2010).
La disoccupazione giovanile ha toccato in Italia il 36,2%, una quota alta, seppur lontana dal 50% di Spagna e Grecia.
Ma l’Italia registra anche un 19,8% di giovani (tra i 15 e i 24 anni) che non hanno un lavoro, non lo cercano e risultano fuori dal processo formativo. In questo la Spagna sta meglio di noi (18%).
Ma è la disoccupazione di lunga durata il tallone d’Achille italiano: è in aumento, era al 45% nel 2009, già sopra il 50% a fine 2011 (più di Spagna e Portogallo, quasi come la Grecia) e salirà ancora.
Secondo gli ultimi dati Ocse, che saranno presentati oggi a Parigi nel Rapporto sull’occupazione dell’organizzazione, è ben oltre il 51% a un livello lievemente inferiore al 51,9% già stimato dall’Ue.
La situazione porta a «previsioni molto deboli – spiega Stefano Scarpetta, vicedirettore Ocse – in un quadro di pessimismo persistente. La disoccupazione aumenta, non solo per i giovani, e riconvertirsi è sempre più difficile».
Francesco Mimmo
(da “la Repubblica“)
argomento: Lavoro | Commenta »
Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
NEL 1996, A 20 ANNI DALLA RIFORMA PSICHIATRICA, C’ERANO ANCORA 63 STRUTURE APERTE E 17.000 INTERNATI… VERIFICATE OGGI 82 STRUTTURE, SI SCOPRE CHE MOLTE SONO INUTILIZZATE O CHE I RICAVI DI QUELLE VENDUTE HANNO PRESO ALTRE STRADE
Che fine hanno fatto i soldi dopo la vendita o l’affitto dell’immenso patrimonio edilizio
costituito dagli ex ospedali psichiatrici?
La Commissione d’inchiesta del Senato sulla sanità pubblica, presieduta da Ignazio Marino, ha sguinzagliato i Nas in giro per la penisola.
I carabinieri hanno visitato 82 strutture.
Ecco il risultato.
Primo dato, i vecchi manicomi non esistono più.
A distanza di 34 anni dall’approvazione della legge Basaglia è già qualcosa.
Ma ci sono molte situazioni poco chiare.
Si legge dalla relazione dei Nas: “Gli ambienti sono stati per lo più ristrutturati e riutilizzati dalle Asl anche per l’assistenza e cura dei malati psichiatrici. Dati in comodato d’uso gratuito. Dismessi e non utilizzati. Venduti o locati in tutto o in parte a Comuni, Università o privati e i relativi ricavi utilizzati anche per la creazione di strutture destinate ai malati psichiatrici”.
Ma i soldi?
“Le somme derivate dalle vendite o locazioni, a volte, sono state versate direttamente nelle casse regionali, rendendo difficile una ricostruzione dettagliata del loro successivo utilizzo”.
Secondo gli ultimi dati a disposizione del ministero della Salute che si riferiscono al 2009 il sistema di assistenza è diviso in due settori.
L’attività residenziale, vale a dire comunità terapeutiche e case famiglia, dove i ricoverati vengono seguiti da uno staff di psichiatri e di personale infermieristico. Il ricovero in comunità terapeutica non può superare i 2 anni ed il numero massimo degli assistiti è di 20 persone.
Alcuni numeri: 1.679 strutture, 19.299 posti, 30.375 utenti. L’attività semiresidenziale è gestita dai centri diurni dove il paziente va la mattina e la sera torna a casa. I numeri: 763 strutture, 12.835 posti, 32.030 assistiti.
L’assistenza residenziale, quella dove il malato vive, nasconde spesso nelle strutture private convenzionate una riproduzione del vecchio manicomio.
Non sempre le Asl sono in grado di effettuare controlli continui e stringenti. In molte strutture private convenzionate, guarda il Don Uva di Bisceglie, il manicomio è chiuso ma la comunità di recupero usa gli stessi metodi del passato.
La relazione dei Nas descrive una situazione che appare piuttosto lontana dai dettami della più recente normativa.
Perchè il decreto firmato nel 1996 dall’allora ministro della Sanità Rosy Bindi parla chiaro: “I beni mobili e immobili degli ospedali psichiatrici dismessi sono destinati alla produzione di reddito, attraverso la vendita o l’affitto, e i soldi destinati all’attuazione del progetto obiettivo Tutela della salute mentale”.
Ma non basta. “Le Regioni hanno due anni di tempo per chiudere i manicomi e realizzare centri diurni e case alloggio. Per quelle che non rispetteranno la legge sono previste le sanzioni: una riduzione dello 0.50 per cento del fondo sanitario regionale. A partire dal 1998 il taglio salirà al 2 per cento”.
Perchè l’ultimatum. Perchè, con loro grande sorpresa, gli ispettori del ministero, nel ’96, avevano scoperto che gli “internati” erano ancora 17.068: 11.882 rinchiusi in 63 ospedali psichiatrici pubblici e 5.186 in 13 strutture private.
Niente a che vedere con i 102.300 ricoverati nel 1956 ed i 78.538 “matti da slegare” nel 1978, anno in cui venne approvata la legge Basaglia.
Oggi, in base ai dati di cui sopra, i manicomi non esistono più e i circa 60 mila pazienti psichiatrici sono gestiti, appunto, attraverso le strutture residenziali e semiresidenziali pubbliche e private.
Ma torniamo all’indagine dei Nas e proviamo a vedere se e in che misura la normativa è stata rispettata: se, cioè, le strutture chiuse sono utilizzate per “produrre reddito” a favore del “Progetto obiettivo Tutela della salute mentale”.
Partiamo da Reggio Calabria.
La Provincia ha ceduto a titolo gratuito ai Carabinieri l’ospedale psichiatrico del Rione Modena. L’Arma ha ringraziato per il regalo e ha trasformato la struttura nella Scuola Allievi.
A Napoli l’ex ospedale psichiatrico di via Liveri è chiuso e inutilizzato, stessa sorte per quello il “Leonardo Bianchi” di Capodichino.
Passiamo in Toscana. A Pistoia l’ospedale psichiatrico “Ville Sbertoli” ha chiuso i battenti nel 1996 e non li ha più riaperti. Stessa fine per l’ex convento dei domenicani di Colorno, in quel di Parma.
In Liguria, si sa, stanno più attenti ai soldi e la Regione ha venduto l’ex di Cogoleto alla Fintecna Immobiliare e alla Valcomp per 13 milioni e 648 mila euro.
Sono serviti per la salute mentale? Neanche per idea. Sono serviti per il ripiano del disavanzo sanitario regionale.
Stessa fine dovrebbe fare lo storico “presidio sanitario per la tutela della salute mentale” di Quarto Genova. Ma c’è un intoppo.
Nella struttura vivono ancora 80 “cronici”, la Regione ha già cartolarizzato l’immobile, valore 16 milioni e 206 mila euro, acquirenti le stesse società di Cogoleto. E con i malati dentro nessuno si sogna di sborsare i soldi.
E allora la Regione ha pensato bene di lanciare un’asta pubblica: quattro residenze sanitarie assistenziali con un’offerta al massimo ribasso. Vale a dire, chiunque siate offrite due soldi e portateveli via.
La mossa della Regione ha mobilitato familiari e personale del “Quarto” e per il momento è tutto fermo. Ovviamente, se la situazione si dovesse sbloccare i soldi andrebbero a coprire il buco del disavanzo sanitario.
E per chiudere in bellezza andiamo in Puglia, a Bisceglie. Lì campeggia l’ex ospedale psichiatrico “Don Uva”, gestito dalle Ancelle della Divina Provvidenza.
Un mostro fronte mare che negli anni ’90 accoglieva più di 2 mila ospiti. Nel ’98 si erano ridotti a poco più di mille ma l’atmosfera non era proprio salubre: malati che si genuflettevano al passaggio del direttore, mentre i più audaci gli baciavano la mano: personale scarso, terapie immaginarie, molti decessi sospetti.
Oggi la struttura si è rinnovata ma il tempo delle “vacche grasse” è finito, così le Ancelle hanno deciso di chiedere la cassa integrazione a zero ore per i dipendenti.
Mario Reggio
(da “La Repubblica”)
argomento: denuncia | Commenta »
Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
A RISCHIO L’ASSISTENZA DOMICILIARE DI ASL, OSPEDALI E GUARDIE MEDICHE
La spending review minaccia di lasciare a terra medici di guardia, addetti all’assistenza domiciliare di anziani e disabili, veterinari e psichiatri pronti a correre quando c’è un’emergenza. La trappola che taglia il 50% delle spese anche per le auto «grigie» di Asl e ospedali è contenuta nell’articolo 5, comma 2 del decreto pubblicato in Gazzetta.
Li si specifica che «a decorrere dall’anno 2013, le amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istat…non possono effettuare spese di ammontare superiore al 50 per cento della spesa sostenuta nel 2011 per l’acquisto, la manutenzione, il noleggio e l’esercizio di autovetture».
E in quell’elenco figurano anche Asl e Ospedali, con le loro 2.073 auto «blu», riservate a manager e dirigenti ma, soprattutto, con il parco di 16.505 vetture «grigie» adibite a servizi essenziali per gli assistiti.
E niente scappatoie con i buoni taxi perchè il taglio vale anche per quelli.
L’unica deroga è concessa “per i contratti pluriennali già in essere”. Ma scaduti quelli si taglia.
«Speriamo si tratti di una svista da correggere subito in fase di conversione del decreto. Non credo che il legislatore pretenda che gli infermieri vadano a fare assistenza a domicilio con il bus, che nella mia zona caratterizzata da piccolissimi comuni non abbiamo nemmeno», commenta il Presidente delle Federazione di Asl e Ospedali (Fiaso), Giovanni Monchiero.
«E’ una cosa senza logica, che bloccherebbe in tutta Italia servizi essenziali alla persona perchè quelle auto servono per fare assistenza, non per portare a spasso i dipendenti delle Asl», dichiara allarmato.
«In sostanza si mettono a rischio le attività del territorio che andrebbero invece potenziate, visto che sono l’unica alternativa possibile al taglio dei posti letto e dei ricoveri», puntualizza il Segretario nazionale della Cgil medici, Massimo Cozza. Che parla di «ennesimo colpo, nascosto, alla sanità pubblica».
Ma a chiarire meglio l’impatto di un taglio del genere è chi lavora «sul campo».
«Come medici di guardia garantiamo l’assistenza a domicilio quando lo studio del medico di famiglia è chiuso» spiega Gennaro Chiurco della Asl di Cosenza.
«Per contratto dovremmo usare l’auto aziendale, in realtà mettiamo a disposizione la nostra per un litro di benzina verde ogni ora di servizio. Se ci levano anche quello per duemila euro al mese restiamo a casa».
Una svista o no lo si vedrà in fase di conversione in legge del decreto, che potrebbe subire più di una modifica se entro la fine del mese Balduzzi riuscirà a trovare un accordo con le Regioni a saldi invariati.
Il taglio alle auto di Asl e ospedali non sembra però casuale, visto che dalla sforbiciata vengono esentate forze dell’ordine, vigili del fuoco, e, in extremis, gli uomini con le stellette.
Il sospetto è che si sia lasciata andare la mano di fronte alla sperpero di alcune asl per le auto «blu».
Ci sono aziende abruzzesi dove si viaggia in Audi, mentre nella indebitata Campania vanno per la maggiore le Mercedes.
E poi ci sono 85 auto con autista stipendiato Asl mentre altrove si risparmia con i taxi.
Una mappa degli sprechi a macchia di leopardo che non spiega però il taglio alle auto grigie «amiche» dell’assistito.
Paolo Russo
(da “la Stampa“)
argomento: sanità | Commenta »