Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
E’ STATO ANCHE PRESIDENTE DEGLI UNIVERSITARI CATTOLICI… FIORITO LO AVEVA ACCUSATO DI AVER USATO I SOLDI DEL GRUPPO PER UN WEEK END A TORINO CON L’AMANTE
Una biografia che parte da Montefiascone e atterra alla Pisana, sempre nel nome di Tajani.
Quarantacinquenne rampante (almeno sino a poche ore fa), Francesco Battistoni arriva al Consiglio regionale del Lazio nel 2010, dopo una lunga gavetta in provincia.
Nella sua biografia on line si legge che fin da giovane si interessa al mondo del volontariato e dell’associazionismo, diventando nel 1994 presidente della Fuci (Federazione universitaria cattolici italiani).
Nello stesso anno aderisce a Forza Italia e assume il coordinamento provinciale a Viterbo dal ’97 al 2000, anno in cui viene nominato assessore provinciale all’ambiente. Nel 2004 vince le elezioni amministrative del Comune di Proceno e ne diventa primo cittadino.
Una carriera sempre nel nome del – e guidata dal – vicepresidente della Ue Antonio Tajani, che controlla buona parte del partito nel nord del Lazio.
Già al centro di un caso politico, Battistoni si ribella alla scelta della Polverini di chiamare alla carica di assessore all’Agricoltura la viterbese Angela Birindelli, poltrona che gli viene soffiata all’ultimo momento nel nome delle quote rosa.
Una battaglia, quella contro la Birindelli, che Battistoni continua nel partito e che sfocia in un’inchiesta giudiziaria.
E’ dei giorni scorsi la conferma che la Birindelli è indagata per lo stanziamento di 18 mila euro in pubblicità istituzionale in favore dell’Opinione di Viterbo – legata al quotidiano di Arturo Diaconale – che si distingueva per gli attacchi ai suoi avversari interni al partito.
La Procura di Viterbo ipotizza che la testata, che ha alcune pagine locali dedicate al Viterbese, fosse diventata una “macchina del fango” della politica locale.
A luglio arriva il momento della rivincita per Battistoni, sposato e con tre figli.
Una concitata riunione del gruppo Pdl fa fuori Francone Fiorito e mette sulla poltrona d’oro Francesco.
Un cambio che gli rovescia addosso anche un sacco di guai, comprese le ultime accuse di Fiorito, ma che non gli fa perdere la priorità nella sua azione politica.
Nei giorni scorsi, sulle spese pazze in Regione Lazio, Battistoni era stato ascoltato come persona informata dei fatti dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e al pubblico ministero Alberto Pioletti, gli stessi che ieri hanno messo sotto torchio per sette ore l’ex collega Fiorito.
Va detto anche che negli ultimi giorni tra lui e Batman Fiorito sono volati stracci privatissimi.
Fiorito ha insinuato che Battistoni avrebbe pagato con i soldi del gruppo anche un suo week end clandestino a Torino con l’amante, l’azzurro Battistoni ha negato tutto, arrivando a sostenere che Fiorito ha manipolato le fatture per gettare fango su di lui e tutto il gruppo.
Un duello fra gentiluomini.
L’ultimo post pubblicato sul suo sito? Magnifica la “sagra del fagiolo di Sutri, straordinario evento di promozione” con tanto di taglio del nastro.
(da “la Repubblica“)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
LA GOVERNATRICE RIMANDA OGNI DECISIONE PERSONALE: “IO SONO UNA PERSONA ONESTA, VOGLIO USCIRE DA QUESTA VICENDA A TESTA ALTA”… BERLUSCONI TEME LA SPACCATURA CON GLI EX AN IN VISTA DELLE POLITICHE
Il Pdl passa al regolamento di conti. Mentre la mattinata si chiude con le dimissioni del
capogruppo in Regione Francesco Battistoni, una delle richieste del presidente Renata Polverini ancora in bilico tra dimissioni e permanenza in carica, il caso Lazio si trasforma in una partita nazionale che mina il matrimonio tra berlusconiani ed ex An.
E mette a rischio la tenuta del Pdl anche in altre regioni, a cominciare dalla Lombardia, dove è in bilico la permanenza in sella di Roberto Formigoni, travolto dagli scandali e alle prese con il nuovo corso della Lega nord. Per non parlare del voto politico che è già dietro l’angolo.
Battistoni, fresco successore del protagoinista dello scandalo Franco Fiorito alla guida del gruppo Pdl in Regione Lazio, ha gettato la spugna dopo un faccia a faccia con il segretario nazionale Angelino Alfano.
E il presidente?
Dopo aver dettato in consiglio regionale le sue condizioni per moralizzare la vita politica ed evitare il tutti a casa, Renata Polverini non ha ancora preso una decisione, e ha ricevuto da Silvio Berlusconi un pressante invito a restare (“Ho sentito Berlusconi, non l’ho visto”, precisa oggi Polverini).
”Dimissioni? qualcuno parla al posto mio, domani si riunisce il consiglio, poi vediamo”, ha detto ai giornalisti uscendo di casa per andare “dal medico”, ha precisato.
“Ho condizionato il mio impegno al consiglio, non sono disposta a pagare le colpe di altri”.
Domani il consiglio regionale del Lazio voterà sui tagli e sulla riduzione dei costi della politica.
Dopodichè il presidente potrebbe annunciare la decisione che riporterebbe la Regione alle urne.
Intanto promette: “Oggi daremo i dati. Ho dato autorizzazione ai miei uffici di mettere rete e di trasmettere alle agenzie quello che noi abbiamo fatto e quello hanno fatto gli altri”.
”Io sono una persona onesta”, ha continuato Polverini parlando con i giornalisti sotto casa, “non ho mai rubato nulla e respingo scenari raccapriccianti. Di questa classe politica faccio parte, ma ne voglio uscire bene”.
E a chi le chiedeva una candidatura da premier ha risposto: “Ma per carità ”.
Il presidente della Regione Lazio ha parlato anche della sua partecipazione all’ormai famosa festa in stile antica Roma, con ancelle in toga e maschere da maiale, organizzata dal consigliere regionale Pdl Carlo De Romanis.
“Sono stata invitata a una festa da un consigliere per festeggiare l’addio al suo vecchio incarico, questo ragazzo credo abbia rapporti con Tajani: le foto mostrano il mio sconcerto e me ne sono andata via subito”.
Sulle condizioni poste per la sua permanenza, Polverini precisa: ”Io non chiedo la testa di nessuno, faccio il presidente di Regione e agisco nel rispetto delle mie prerogative. Il Pdl, partito che sostiene la mia maggioranza, ci ha messo nei guai attraverso persone poco perbene, a dire poco”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
PER IL SINDACO DI ROMA “NEL PDL NON C’E’ SOLO IL CAVALIERE, LE PRIMARIE VALGONO ANCHE PER LUI”… L’EX MINISTRO DEGLI ESTERI ATTACCA LA RUSSA E GASPARRI: “CERCANO UN PRETESTO PER AVERE RASSICURAZIONE SUI POSTI”
Lo scandalo alla Regione Lazio e le ripercussioni interne al Pdl nazionale.
Sullo sfondo, i giochi di potere in vista del futuro prossimo del partito.
E le guerre intestine tra ex An e lo zoccolo duro dei berlusconiani. Maurizio Lupi, ma soprattutto Franco Frattini e Gianni Alemanno, non nascondono la polvere sotto al tappeto.
E lo dicono a chiare lettere, senza giri di parole, in un clima da fine impero che testimonia come il passaggio dal Popolo della libertà all’assetto futuro della creatura politica berlusconiana non avverrà senza tensioni e colpi bassi.
L’ex ministro degli esteri, in un’intervista al Messaggero, non si limita a commentare duramente ciò che sta avvenendo nella ‘squadra’ di Renata Polverini.
Ma le sue considerazioni non possono non partire proprio dallo scandalo degli ultimi giorni, che a suo parere rappresenta lo specchio di un degrado generale della politica. ”Siamo in un abisso di immoralità — ha detto Frattini — sintomo di un sistema che non funziona più non solo per un singolo partito, ma per il complesso del meccanismo del finanziamento della politica. Si è prodotto un meccanismo diffuso di ruberie, di approfittamento personale e di sfrontatezza”.
Non solo.
Per l’ex titolare della Farnesina “tutto quello che si fa rischia di essere solo la rincorsa dell’emergenza”.
Per quanto riguarda la vicenda del Pdl laziale, invece, secondo Frattini “Renata Polverini ha fatto molto bene a minacciare le dimissioni e a tagliare venti milioni di finanziamento ai gruppi, ma non è una risposta strutturale” perchè ”Fiorito e Battistoni — ha detto l’ex ministro — hanno dossier l’uno contro l’altro che fanno emergere lotte fratricide interne al Pdl laziale”.
La ricetta per uscire dall’impasse, quindi, a parere di Frattini è una sola: “azzeramento dei vertici a partire dai gruppi consiliari” anche per il fatto che “io non posso accettare che nel mio partito ci sia un signore che organizza festicciole vestito da antico romano con le ragazze che versano le coppe di mojito”.
La vicenda di questi giorni, inoltre, per l’esponente del Pdl viene da lontano.
E tocca la natura stessa del Pdl. “Il virus del correntismo, delle lotte intestine, ha fatto sì che la competizione interna sia stata condotta unicamente a colpi di chi prendeva di più per poi distribuire agli amici” ha detto Frattini, secondo cui questo virus “è figlio anche della fusione fredda tra Forza Italia e An. Che questo nel Pdl sia un problema è evidente”.
Inevitabile, a questo punto, un passaggio sull’ipotesi di scissione paventata dai colonnelli di Alleanza Nazionale La Russa e Gasparri.
Una mossa che per Frattini ha solo interessi personali. Parole durissime: “E’ un discorso che si innesta nelle tattiche di posizionamento per l’assegnazione dei posti nelle future liste elettorali.
Gli ex An — è il parere dell’ex ministro — mi paiono alla ricerca di un casus belli per provocare da parte di Berlusconi una rassicurazione del tipo: state sicuri, le vostre quote nessuno le tocca, i posti per voi ci sono”.
Infine la morale della favola, che per Frattini non è a lieto fine: “Ciò che rattrista — ha detto — è che viene fuori l’immagine di un partito in cui la politica è a zero e quel che domina sono gli affari o gli imbrogli, almeno a livello locale”. Per questo motivo è “necessario un ripensamento” sulle preferenze nella riforma elettorale, perchè c’è il rischio che, esportando a livello nazionale il meccanismo delle preferenze, “esportiamo anche i mali che hanno provocato a livello locale”.
Anche il sindaco di Roma Gianni Alemanno prende spunto dallo scandalo Lazio per denunciare la situazione di stallo all’interno del Pdl.
Rispetto a Frattini i toni sono più pacati, ma il messaggio che arriva ai vertici del partito è forte e chiaro: urge un cambiamento, anche nella scelta dei candidati.
Con quale ricetta?
Sempre la stessa: le primarie, perchè nel Pdl — è il succo dell’Alemanno-pensiero — non c’è solo Berlusconi.
Il pasticciaccio brutto alla Regione Lazio, però, per il primo cittadino capitolino viene da lontano.
”La storia del consiglio regionale del Lazio parte male senza la lista del Pdl a Roma — ha detto Alemanno a Omnibus, su La7- Quindi ha dovuto scontare questo peccato originale della mancanza di qualità complessiva, c’è stato un elemento non di selezione ma di libera scelta”.
In virtù di questo dato di fatto, secondo l’ex An “da quel momento la situazione in Consiglio è stata molto debole perchè sono entrate persone che non dovevano entrare e non ne sono entrate 10-15 che potevano qualificarlo”.
Per quanto riguarda l’atteggiamento di questi giorni di Renata Polverini, invece, secondo Alemanno la governatrice “sta sicuramente considerando l’idea delle dimissioni, non da ieri ma da qualche giorno. Personalmente non so se le darà perchè ieri ho provato più volte a chiamarla senza riuscire a parlarci”.
Poi l’invito: “Non deve dimettersi: tenga duro e faccia pulizia”
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
SU 100-110 POSTI IPOTIZZABILI PER IL PDL NEL PROSSIMO PARLAMENTO, LA RUSSA VUOLE LA GARANZIA DI 50 DEPUTATI RIELETTI, BERLUSCONI NE OFFRE 15… “NON CI FAREMO METTERE AL MURO DAI FORZISTI”
Scissione sì, scissione no. Gli ex An, capeggiati da La Russa e Gasparri, marciano su
Palazzo Grazioli minacciando di ricreare un partito di destra.
Due ore di incontro nella residenza romana di Berlusconi, presente anche Alfano, per chiarirsi.
Nell’immediato il pericolo che il Pdl si disintegri sotto il peso di una nuova scissione sembra scongiurato.
D’altra parte fino a quando non sarà definita la nuova legge elettorale i cannoni spareranno a salve. Ma tensioni e mal di pancia restano.
Così come l’idea di quel ritorno al passato, una nostalgica reuniòn che rivedrebbe insieme gli ex missini rimasti con Berlusconi, Storace e un drappello di finiani destinati a uscire dal Parlamento.
La giornata è un susseguirsi di incontri e parole. Alla Camera il Transatlantico è costellato di capannelli, ex An da una parte, forzisti dall’altra.
La tensione è palpabile.
Il gruppo di Matteoli, una quindicina di parlamentari, si smarca da La Russa e dice no alla scissione.
Anche i fedelissimi di Alemanno non la vogliono, lontani dal Cavaliere temono di sparire.
In fondo lo stesso Gasparri in mattinata confida a Edmondo Cirielli che «La Russa vuole uscire, io invece sono per dare battaglia da dentro ma per me l’amicizia conta più della politica e se Ignazio decide io lo seguo».
Più netto Laboccetta che a un amico confessa: «Piuttosto che tornare con Fini chiedo asilo politico al Pd». Contrario anche Augello.
Dal fronte azzurro Cicchitto e Lupi invitano alla calma.
Eppure i problemi ci sono. In Lombardia La Russa è in rotta di collisione con gli azzurri, Gelmini in testa. Idem nel Lazio per Gasparri.
Tensioni che nei giorni scorsi sono sfociate in polemiche a cielo aperto. Ma la vera questione è legata alle elezioni.
I sondaggi dicono che il Pdl prenderà tra il 20 e il 22%, ovvero 100-110 seggi alla Camera, la metà di oggi. Agli ex An Berlusconi ne offrirebbe 30- 35.
C’è chi addirittura parla di una quindicina. Pochi.
Ecco perchè gli aennini chiedono che nella trattativa sulla legge elettorale Berlusconi non ceda sulle preferenze, unico modo, nelle loro speranze, per portare a casa qualche scranno in più.
Ma da mesi si studia il piano B, quello della scissione, con La Russa che immagina la rinascita di un partito di destra federato e alleato con il Pdl.
Fitti i contatti con Storace e con i finani.
Si racconta che Casini abbia garantito a Fini solo la sua rielezione e quella di quattro fedelissimi.
Gli altri, una ventina, resterebbero a piedi.
Leader del partito potrebbe essere Giorgia Meloni, vista come una Marine Le Pen nostrana in grado di lanciare la nuova creatura di destra.
A Palazzo Grazioli di questo si parla, anche se entrando La Russa dispensa ottimismo. «Stiamo solo ragionando su come far vincere il Pdl».
Nelle due ore di colloquio rinfacciano a Berlusconi di esserci lui dietro agli attacchi subiti nei giorni scorsi da azzurri come Galan. Berlusconi nega.
Chiede a tutti di abbassare i toni. Li convince.
Tanto che al termine del vertice La Russa nega l’ipotesi di scissione e dice che «è andata molto bene».
I suoi fanno filtrare questo messaggio: «Non ci facciamo mettere con le spalle al muro» dagli azzurri.
Che però già malignano che in realtà La Russa punti solo a ottenere più posti in Parlamento.
E che comunque fino a quando non ci sarà la legge elettorale non potrà fare i conti su quanti seggi prenderebbe con o senza Berlusconi
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
QUALE MALE MINORE PERSEGUIRE DA QUI AL VOTO?… IL CASO LAZIO E IL TIMORE DI UN EFFETTO DOMINO
Sarebbe azzardato sostenere che il collasso del centrodestra laziale anticipi, in miniatura, la crisi del Pdl nazionale.
Per quanto riguarda la giunta di Renata Polverini, la sorpresa semmai è che non sia implosa prima: esprime una classe dirigente che non è mai apparsa tale per l’incapacità , se non il rifiuto, dei partiti di trovare persone competenti.
Per il movimento di Silvio Berlusconi la situazione è diversa.
Le tensioni affondano nella perdita di identità e di leadership dell’ex premier, che irradia disorientamento e incertezza sull’intera ex maggioranza.
Le stesse voci, magari gonfiate in modo strumentale, di una scissione tra i «puri» di Forza Italia e la componente di An, sono il sintomo di una diaspora latente. L’impressione è che Berlusconi voglia tentare di arginare lo spettacolo indegno offerto dai politici della regione Lazio.
Il vertice convocato ieri sera nella sua abitazione romana sa di manovra in extremis per evitare che l’immagine sfigurata del Pdl locale contagi l’intero partito a pochi mesi dalle elezioni politiche.
L’ombra inevitabile di un’inchiesta della magistratura contribuisce a drammatizzare uno sfondo nel quale sarebbe difficile, questa volta, evocare il fantasma della «giustizia a orologeria».
Eppure, sarà acrobatico scindere e distinguere le responsabilità politiche; e riuscire ad accreditare una pulizia interna tale da cancellare o solo bilanciare quanto sta venendo fuori.
Anche perchè si affianca alle inchieste giudiziarie che frugano nel sottobosco della regione Lombardia, cuore storico del potere berlusconiano.
E promette di preparare la riconquista del Campidoglio e della Regione da parte del centrosinistra, di qui alla primavera prossima.
Per questo lo scandalo potrebbe tradursi in ulteriori spinte centrifughe: si inserisce in una fase di enorme sofferenza del Pdl.
Non soltanto, però, tra berlusconiani «puri e duri» ed «ex fascisti», come alcuni settori del centrodestra hanno ricominciato a chiamare gli ex di An.
Lo scontro attraversa lo stesso Pdl semi-orfano della guida del Cavaliere, e la stessa An orfana di Gianfranco Fini.
Dilata il disaccordo sulla sesta candidatura di Berlusconi a palazzo Chigi e sull’atteggiamento da tenere nei confronti del governo di Mario Monti.
Ma finisce per toccare anche i rapporti con gli ex alleati della Lega e con l’Europa.
E riconduce a una domanda sul futuro tuttora in sospeso: quale «male minore» perseguire di qui a un voto che si preannuncia sempre più incerto e nel segno di una probabile sconfitta.
L’ipotesi di serrare le fila, facendo volare qualche straccio, è intrigante quanto problematica.
Non perchè il Pdl non ci pensi,ma perchè sarà difficile metterla in pratica. L’atteggiamento della nomenklatura coinvolta è quello di chi ha avuto un breve quanto intenso tirocinio su come funziona il sottopotere.
E si prepara a usarlo non per ammettere le proprie responsabilità ma per additare complici: come minimo in termini politici.
E probabilmente senza salvare nessuno, a cominciare dalla Polverini.
L’epilogo delle dimissioni, che pure sarebbe positivo e forse diventerà inevitabile, aprirebbe un altro buco nero nel centrodestra.
Berlusconi vuole evitarle, per prevenire un «effetto domino», ma la governatrice traccheggia, tutta intenta a calcolare le conseguenze di ogni sua mossa. Vuole apparire diversa dai suoi sodali; ed è preoccupata per il suo futuro politico.
Ma, ci sia o no un suo passo indietro, si conferma l’esistenza di un sistema di potere postumo di se stesso.
È il segno che l’immobilismo scelto come tattica da Berlusconi per tenere insieme l’esercito (e l’elettorato) rimasto fedele al suo mito logoro di vincente non basta.
Il blocco si sgretola dall’interno, corroso non dagli scandali ma dal difetto di politica e dall’eccesso di famelico dilettantismo: il malaffare sembra essere solo il prodotto finale, quasi il destino di quel peccato originale.
Può darsi che di fronte al disastro prevalga ancora la logica del bunker, perchè nessuno ha la forza e il coraggio per divincolarsi.
In questo caso, si assisterà alla sopravvivenza sempre più precaria e malinconica di equilibri, alleanze e leader che appartengono a un’altra era geologica; e alla crescita di finti anticorpi e antidoti, che in realtà sono parte della crisi e non la sua soluzione.
Massimo Franco
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
LO SCATOLONE DI ER BATMAN DAI PM: “DISTRIBUIVO, NON RUBAVO, ECCO LE CARTE”….E FA ANCHE IL NOME DI ABRUZZESE
È stato un interrogatorio fiume, finito alle 22.30 circa del 19 settembre. 
Franco Fiorito ha parlato alla procura di Roma per quasi sette ore
L’ex capogruppo e tesoriere del Popolo della libertà alla Regione Lazio, indagato per peculato nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dei fondi regionali assegnati al partito, ha raccontato così la sua verità .
Il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il sostituto Alberto Pioletti hanno chiesto conto a Fiorito di tutto il suo patrimonio: case, la villa vicino al Circeo, gli appartamenti di proprietà a Roma e Anagni, i terreni in Ciociaria, l’asta vinta per l’assegnazione di una casa in affitto da 200 metri quadri a 4 mila euro al mese dell’Ipab in via Margutta, e di tutti i suoi conti correnti, compresi quelli all’estero.
Sotto la lente d’ingrandimento anche il conto cointestato con la madre, aperto ad Anagni, che conteneva alcune migliaia di euro.
Il politico ciociaro deve effettivamente spiegare perchè ha spostato oltre 800 mila euro dai conti correnti del Pdl a quelli intestati a lui e ai suoi familiari e fare luce sui 109 bonifici intestati a se stesso, sempre o con l’importo di 4.180 euro oppure di 8.360 euro.
E dare risposte sui 6 milioni di euro che secondo il consigliere regionale del Lazio Francesco Battistoni sarebbero spariti dai depositi del gruppo consiliare.
FA I NOMI DI OTTO CONSIGLIERI
Ma come evidenzia La Repubblica, Fiorito non è arrivato impreparato in caserma, ma con tanto di prove alla mano.
Il Batman ciociaro ha portato agli inquirenti due scatoloni.
All’interno una serie di carte, email, fatture, conservate gelosamente, che dimostrerebbero lo sperpero di denaro pubblico di almeno sette-otto consiglieri di maggioranza
Confermati davanti ai pm i nomi di alcuni colleghi contro cui aveva già puntato contro il dito: il presidente della Commissione sviluppo economico, innovazione, ricerca e turismo Giancarlo Miele; il vicepresidente della commissione Bilancio Andrea Bernaudo e il consigliere Carlo De Romanis, passato alla cronaca per lo sfarzoso toga-party che avrebbe realizzato con soldi pubblici (guarda la gallery).
Ma Fiorito ha anche parlato dei vertici, citando il presidente del consiglio regionale Mario Abbruzzese, il segretario Nazzareno Cecinelli e la stessa governatrice Renata Polverini.
«Questo è il sistema», ha detto l’ex sindaco di Anagni consegnando il materiale scottante, «Io non rubavo. Non ho mai rubato. Se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede, e comunque pagherò. Io distribuivo risorse. E di quel che ho preso posso dare giustificazione. Altri del partito non penso siano in grado di farlo».
«IO DISTRIBUIVO, NON RUBAVO».
Solo il 20 settembre si potrà realmente comprendere la portata e l’attendibilità di questo interrogatorio che rischia di far cadere la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini – le cui dimissioni sono ancora un giallo irrisolto – e con lei altri consiglieri regionali
Sicuro è che Fiorito miri a non passare come l’unico capro espiatorio di un «sistema», che secondo Er Federale, in molti hanno incoraggiato o per lo meno tollerato.
Ed effettivamente all’attenzione degli inquirenti, ora, non c’è solo Er Batman, ma diversi intestatari dei bonifici da lui firmati.
Come evidenzia La Repubblica, quindi, è questa la linea difensiva dell’ex capogruppo della Regione Lazio: l’ex tesoriere del Pdl vuole «dichiararsi innocente perchè colpevole non di aver rubato denaro pubblico (peculato), ma piuttosto di aver utilizzato fondi di Partito, in quanto tali “privati”, come tutti facevano (al più, un’appropriazione indebita)».
Secondo indiscrezioni, Fiorito è al momento ancora l’unico indagato di questa indagine, ma è forte la probabilità che i nuovi elementi coinvolgano altri soggetti.
(da “Lettera 43″)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
SE LA MINACCIA DELLE DIMISSIONI DIVENTA UNA INUTILE SCENEGGIATA
C’è da chiedersi se ciò a cui i cittadini italiani stanno assistendo ormai da giorni sia una cosa seria o la solita sceneggiata.
Dopo aver fatto sapere di essere pronta a dimettersi, Renata Polverini si presenta nel consiglio regionale del Lazio mostrando i denti.
Formula una minaccia spaventosa: «Andiamo tutti a casa, oggi».
A quel punto ti aspetti di veder rotolare qualche testa. Almeno quella di qualche responsabile delle ruberie dei soldi pubblici ai gruppi politici regionali.
Niente.
Passa la linea che si prosciuga il fondo dal quale si rubava e si tira la cinghia di qua e di là .
Tutti contenti di essere ancora tutti interi e si va davvero a casa, ma per cena.
Il giorno dopo bisognerebbe cominciare a maneggiare le forbici. Invece nemmeno quello: qualcuno si dev’essere fatto i conti di quanto ci rimetterebbe e parte una indecente melina per salvare il salvabile.
La governatrice è fuori di sè.
Lancia l’anatema: «Nel Pdl ci sono troppe mele marce».
E ricomincia il tormentone delle dimissioni.
Non le ha date il presidente del consiglio regionale, non le ha date il capogruppo del partito, non le ha date nemmeno il monumentale Franco Fiorito, quello dei 109 bonifici a se stesso con i soldi nostri, allora le darà lei.
Per dimostrare di essere proprio determinata, va dal ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri.
Le agenzie riportano che ha chiesto quando si può tornare a votare.
Gira voce che gli assessori siano già in lutto, avendo avuto la comunicazione che la giunta è caduta.
Gira voce che per prendere ispirazione Renata Polverini abbia chiesto di leggere la lettera di dimissioni di Piero Marrazzo.
Gira voce di una conferenza stampa alle 18, poi alle 18,30, poi più niente.
Arrivano le smentite: sono tutte voci, solo voci.
La governatrice viene data in partenza per Palazzo Grazioli, dov’è in programma il confronto risolutivo con l’azionista di maggioranza, Silvio Berlusconi.
Vertice in serata, riferiscono le agenzie.
Ci risiamo: il solito stucchevole teatrino della politica mentre la Regione affonda nel fango. E avevano giurato che non l’avremmo più visto.
Questa proprio non è una cosa seria.
Le dimissioni sono una cosa seria.
Soltanto le dimissioni: ma quelle vere.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
ANCELLE, MAIALI E CHAMPAGNE ALLA CORTE DEL GOVERNATORE
Ricordate Berlinguer in braccio a Benigni, l’effetto simpatia, la politica ingentilita
nell’incontro tra il leader e l’artista?
Ebbene, paragonate quelle immagini con le foto della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, accanto allo schiavetto dell’antica Grecia, una specie di Antinoo e di Aspasia.
Riflettete quindi sull’effetto degradazione, sulla politica ridotta a bava trimalcionesca nell’incontro tra la leader della destra e il simulacro dell’artista, la donna capo che Berlusconi proprio in queste ore avrebbe voluto lanciare come suo successore e che precipita invece nel ridicolo di questa mascherata che fa da sfondo alla più colossale ruberia di danaro pubblico nella Roma della seconda repubblica.
Video e foto di questo ricevimento in costume che il festeggiato De Romanis, vestito da Ulisse, ha definito «sobrio e misurato», vanno molto al di là del cattivo gusto, del kitsch che in fondo è stato studiato da Gillo Dorfles come stile.
Qui siamo nella pacchianeria grottesca e casuale, una vera sarabanda di puttanate, uno spettacolo di trivialità senza alcun nesso se si esclude l’idea che «semo romani» e dunque «semo pure greci».
I grecoromani sono duemila, alcuni però vestiti da maiali con le mani che acchiappano cosce mentre le “puellae” in tunica si leccano i musi e finalmente la scrofa prende il posto della lupa capitolina.
Direbbe forse Marcuse che l’Ergon metafisico del generone romano ha la meglio anche sull’Eros romantico da ammucchiata.
E lo sgangherato Vulcano, che sembra la controfigura dello Zampanò di Fellini mentre spezza le catene, è un consigliere comunale, un Paravia nientemeno, oggi con Storace, rampollo degli imprenditori degli ascensori.
E ci sono pure l’assessore regionale Stefano Cetica, ex segretario della Polverini stessa, e Annagrazia Calabria, la più giovane deputata Pdl.
Chi fa Mercurio e chi fa Plutone con una Olimpia Colonna nel ruolo della Medusa, e noi speriamo che questo ramo caduto sia anche cadetto.
Nella linfa della Roma carnascialesca ci sono i produttori televisivi come Aurelia Musumeci e i cosiddetti “public relation” come Olimpia Valentini di Laviano: «Ho un brutto vizio da premi diverto a fare le campagne elettorali».
Come si vede, l’impiastricciata e gelatinosa antropologia, quella dai mestieri vaghi e imprendibili che altrove produce “i creativi”, a Roma subito si degrada nel galoppino elettorale e nel portaborse.
E nel video del cosiddetto backstage della festa tutti comunicano il loro divertimento emettendo suoni gutturali.
C’è un omone grande e grosso che grufola e potrebbe essere Menelao o forse il divino porcaro Ermeo.
Qualcuno più che a un antico greco somiglia a un turco o a un mongolo con i baffi spioventi.
Costumisti e truccatori sembrano le sole persone normali, i gladi sono di plastica, il peplum ha i merletti appiccicaticci, la colla svela la natura dozzinale della scena, e c’è pure una cornucopia da dove fuoriesce una rosa che non sembra neppure una rosa tanto è brutta, e infatti viene stritolata da una mano di donna stretta tra due maiali e con le unghia laccate di un orribile blu opaco.
La festa è così tamarra che ai suoi tempi non riuscì neppure a guadagnarsi la vetrina di Dagospia, solo un trafiletto sul Messaggero con la foto della Polverini e ovviamente un servizio su “Parioli Pocket”, che è la rivista di riferimento degli aspiranti semivip della capitale.
Così diventa persino banale la Crapulopoli del Lazio, con i suoi conti correnti coperti, le cene, le case, le auto di lusso e il peculato.
È vero che er Batman, l’ex capogruppo ed ex tesoriere del Pdl Francone Fiorito, assistito e ispirato dall’avvocato Taormina, il quale è un altro Batman ma delle cause perse, da ieri racconta ai magistrati «quel gran giro de quatrini» trascinandosi dietro tutti, ma proprio tutti, perchè «la guera è guera» e, come si dice tra legionari non solo ciociari, «camerata, camerata / fregatura assicurata».
Ma rubare è quasi un dettaglio in questa sciagura etica ed estetica che è l’abuso dei simboli, dei miti e della storia antica, l’idea di patacca che la destra italiana ha della romanità e dell’antichità classica.
Per capire quanto sia importante questo ciarpame nell’attuale decadenza è bene sapere che il momento magico del miserabile suk della memoria è previsto il 27 e 28 ottobre con una grandiosa celebrazione della battaglia di Ponte Milvio e del miracolo di Costantino.
Il sindaco Alemanno e il suo cerimoniere acculturato Broccoli stanno organizzando, riservatamente «per fare una sorpresa ai romani», una straordinaria festa celebrativa dell’identità cristiana di Roma con l’idea di stupire e forse pure di istupidire il mondo: «L’esperienza più eccitante mai vista, un monumento alla Romanità , qualcosa che i bambini delle scuole ricorderanno per il resto della loro vita».
E benchè il programma sia ancora top secret, Marco Perina, vicepresidente del XX Municipio, me lo illustra con fierezza vanitosa.
Dunque «a Saxa Rubra, perchè è li che in realtà nel 212 è avvenuta la battaglia e non sul Ponte Milvio, il 27 ottobre verrà ricostruito un castrum, un accampamento romano con macchine da guerra, tende, e ovviamente i centurioni, i decurioni…».
E l’indomani mattina verrà messa in scena la battaglia e «finalmente nei cieli dei colli fatali, al tramonto, un fascio di potentissime luci scriverà “in hoc signo vinces” mentre l’imperatore Costantino…».
Lo interrompo: lui in carne ed ossa? «Ma no che c’entra, un figurante…, leverà in alto la croce con il cerchio, che si chiama Chirò».
Infine Perina, che intanto si è infiammato, mi annunzia che «Costantino dopo aver trionfato sul pagano Massenzio passerà con i suoi uomini il Ponte Milvio».
Gli chiedo se è per questo che il ponte è stato ripulito dai lucchetti dell’amore e Perina, vinta l’iniziale reticenza, ammette questo secondo miracolo: «Beh, certo non c’entravano molto con Costantino. E però i lucchetti non sono tanto male. Vedrai che li rimetteranno».
Ecco dunque che si capisce meglio perchè questa foto della Polverini con il suo Antinoo riccioluto racconta l’epoca molto più dei verbali giudiziari, dello scandalo dei soldi pubblici finiti a ostriche, del costo della casta ciociara, dell’antropologia impresentabile der Batmà n che non è il popolo del Lazio che assedia Roma ma è la sua schiuma.
La festa in (mal)costume sul viale delle Olimpiadi e sulla scalinata di Valle Giulia per divertire il vicepresidente del gruppo consiliare del Pdl non è stata insomma lo sfogo del solito burino pittoresco, non è l’assalto del Viterbese e del Frusinate che sfidano la capitale.
C’è invece tutto il degrado politico e umano di una sottocultura che è stata per troppi anni vincente in Italia, la stessa del sindaco Alemanno che si traveste da spazzaneve, da vigile urbano, da idraulico, da spazzino e da stradino.
E ogni 21 aprile presenzia alle sfilate del Natale di Roma, dà il via ai legionari e ai carri che percorrono i Fori imperiali, accende la miccia dei fuochi d’artificio al Circo Massimo, promuove la ricostruzione di un accampamento a villa Celimontana e due siparietti pastorali in onore del dio Pale che ricordano la pagliacciata di Bossi in onore del dio Po con il rito dell’ampolla.
Il presidente della commissione cultura di Roma Federico Mollicone organizza ogni anno il grande carnevale – un milione e mezzo di euro – e anche il sindaco Alemanno e sua moglie Isabella indossano i costumi presi in affitto al teatro dell’Opera per partecipare alla festa in maschera che la nobiltà romana organizza in piazza Colonna.
Dietro questo bisogno di nascondersi, di guardarsi allo specchio e di riconoscersi nella parodia del passato c’è lo spavento di un ceto sociale che, arrivato al potere come ruota di scorta del carro di Berlusconi, ha surrogato la legittimità con i baffi posticci, con le parrucche, con l’identità urlata e frullata dove Cesare si confonde con Pericle, dove la toga diventa tirso e viceversa, e la romanità è una specie di opera dei pupi, una fiction, uno show televisivo sì, ma di Teletuscolo…
Eppure persino la sinistra si era illusa che a lungo andare questa destra potesse generare nel mondo berlusconiano una certa qualità sociale e culturale, nel nome degli Ugo Spirito e di Gentile, di Marcello Piacentini e della sociologia di Gaetano Mosca, e ancora della prosa Longanesi e della terza pagina di Montanelli, con Ionesco, Junger, Rosario Romeo, a Nicola Abbagnano a Mario Praz.
E invece abbiamo er Batman al quale dobbiamo lo scandalo della verità : non era, come pensavamo noi, solo un mondo inadeguato, quello della Polverini e di Alemanno.
Ci sono pure i ladri e non soltanto i pessimi amministratori.
Ma è soprattutto il mondo dei figli degenerati dei gladiatori di cartapesta, che almeno si limitano a molestare i turisti al Colosseo.
Francesco Merlo
(da “la Repubblica“)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
DA FAVIA A ROMNEY ASSISTIAMO ALLA CADUTA DELLE MASCHERE: UN FUORIONDA E’ COME UNA SASSATA SULLA VETRINA DEL PRESEPE DI PLASTICA DEI POLITICI ATTORI
Benvenuti nell’era fuorionda.
Perchè non ci sono dubbi, ormai è questa l’ultima frontiera della lotta politica e quindi delle strategie mediatiche (qualcuno vede la differenza?).
Ancora non ci siamo ripresi dal fuorionda a cinque stelle, con annessa imboscata televisiva, che ha avuto per protagonista Giovanni Favia, ed eccone uno nuovo di zecca, in grado di far girare la testa al mondo intero.
Bastano pochi secondi fuorionda per polverizzare mesi di campagna elettorale, ci dimostra il candidato repubblicano Mitt Romney, intercettato da una cronista del Mother Jones nel corso di una riunione con i donatori di fondi.
Ebbene, in quella manciata di secondi Romney è riuscito a dire (traduciamo in parole povere): primo, che non si sente nè si sentirà mai il presidente di tutti gli americani; secondo, che per quanto lo riguarda la metà più povera del Paese può anche andare a ramengo; terzo, che è sceso in politica soltanto per fare gli interessi suoi e di chi lo finanzia.
Chiaro, no?
Tutto il contrario dei fiammeggianti vaniloqui, dei severi moniti e delle fumose retoriche che non solo Romney, ma tutti i suoi colleghi sfornano a getto continuo quando invece sono in favore di telecamera.
Un tempo si sarebbe detto: viva la faccia. Oggi diciamo viva il fuorionda, perchè non ci resta nient’altro.
È questo il solo momento in cui, se non possiamo vedere i politici negli occhi, possiamo però vedere la caduta delle maschere.
Da quando i media, e in particolare la tv, sono diventati il centro di gravità del potere siamo circondati da politici-ballerini.
Come scrive Milan Kundera nella Lentezza ,“al giorno d’oggi, gli uomini politici sono tutti un po’ ballerini, e tutti i ballerini si occupano di politica”.
Negli ultimi trent’anni le televisioni hanno fatto proprio questo, gli hanno cucito il tutù su misura, li hanno assecondati nei loro passi a due e nei loro volteggi sulle punte.
Bruno Vespa potrà lasciare perplessi come giornalista; ma come coreografo è meglio di Don Lurio.
Interviste, smentite, salotti, serate d’onore.
Ogni mossa è preparata e costruita dagli spin doctor, ogni reazione è passata al setaccio dai sondaggisti.
Solo l’arrivo di un fuorionda, come una sassata, può spaccare la vetrina.
Allora il volto sorridente si mostra all’improvviso senza cerone, con la tintura che cola lungo le rughe: una visione orribile, ma al tempo stesso liberatoria.
Un momento di verità , ma soprattutto un attimo di tregua dal presepe di plastica che dalle tv prosegue nella rete, tra tweet paraculi e post fighetti.
E allora, non ci resta che il fuorionda?
Piano a cantare vittoria, perchè si può costruire il fango come l’incenso, e i fuorionda sono un’arma troppo potente perchè a qualcuno non venga in mente di manipolarla (nel suo piccolo, ce l’aveva già insegnato Emilio Fede a Striscia la notizia).
Il vero fuori onda è come la Settimana enigmistica, conta infiniti tentativi di imitazione, e se andiamo avanti così bisognerà imparare a riconoscere gli originali.
La vita quotidiana, d’altra parte, è un buon allenamento.
È vero che, come dice Cioran, “se ci vedessimo con gli occhi degli altri scompariremmo all’istante”; ciò nonostante, quanto di noi mostriamo al prossimo non è poi così genuino.
Per fortuna di Mitt Romney ce n’è uno solo; ma chi è senza fuorionda scagli la prima pietra.
Nanni Delbecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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