Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
SI TRATTEREBBE DI LING GU, IL FIGLIO DELL’EX CAPO DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO… LA CONFERMA CHE I FIGLI DEI FUNZIONARI HANNO STILI DI VITA LUSSUOSI
Nelle prime ore del 18 marzo scorso una Ferrari si è schiantata contro un muro sul quarto anello nord di Pechino, in zona Wudaokou, vicino al quartiere universitario.
Al volante un ventenne seminudo è morto sul colpo.
Ferite gravemente invece le due accompagnatrici, anch’esse svestite.
Una apparteneva alla minoranza uigura, l’altra a quella tibetana.
L’identità del giovane, svelata solo oggi dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, mette in luce le crepe del sistema monopartitico cinese e la debolezza del suo attuale Presidente.
Proprio alla vigilia di uno dei più difficili cambi di leadership che il paese ricordi.
Il 18 marzo stesso, una domenica che evidentemente seguiva un sabato sera da sballo, il Quotidiano del popolo pubblicava la notizia dell’incidente, ma già il lunedì successivo la notizia era scomparsa e su Weibo, il twitter cinese, erano state addirittura censurate parole come ‘Ferrari’ e ‘incidente stradale’.
Quasi subito si era diffusa la voce che il ragazzo a bordo dell’auto era figlio di un importante ministro e che la censura era volta ad arginare la furia popolare contro i ‘l’aristocrazia rossa’: famiglie i cui figli possono permettersi di studiare all’estero o possedere a vent’anni macchine da centinaia di migliaia di euro. Insomma, l’un per cento cinese.
La potenza sociale dell’incidente rimase quindi sopita sotto le braci della censura.
Ma non erano solo i media stranieri a continuare ad interrogarsi sulla vicenda.
Diverse indagini partite dalle alte sfere politiche erano risalite alla vera identità del ragazzo.
Tra i tanti a cui fu svelato il vero nome del giovane coinvolto, c’era addirittura Jiang Zemin, ovvero il precedente presidente della Repubblica ancora molto influente sebbene in pensione.
Bisogna inoltre ricordare il clima politico di quei giorni.
Solo tre giorni prima il rosso Bo Xilai, quello che sembrava essere l’astro nascente della politica cinese, era stato epurato.
Un altro uomo aveva preso la sua carica di segretario di Partito della città di Chongqing.
Le cause di quello scossone politico non si sono mai chiarite, anche se la moglie è stata recentemente condannata a morte per l’omicidio di un uomo d’affari britannico che avrebbe aiutato la famiglia Bo a stornare fondi illegali all’estero.
Ma fino alla sua caduta, mediatica prima ancora che politica, Bo era quello che aveva osato sfidare il modello di “società armoniosa” proposto dal presidente Hu Jintao con un modello altrettanto discutibile che in alcuni punti ricordava addirittura i metodi e le soluzioni della Rivoluzione culturale ma che, al contrario del primo, piaceva molto al popolo.
Secondo le fonti del sempre ben informato South China Morning Post — che esce oggi con il suo scoop — l’ex presidente Jiang Zemin avrebbe temporeggiato tre mesi prima di riferire il nome del ragazzo all’attuale presidente Hu.
Si tratterebbe di Ling Gu, il figlio di Ling Jihua, ex capo dell’Ufficio generale del Comitato centrale del Partito comunista e — almeno fino alla settimana scorsa — principale consigliere del Presidente.
L’ufficio ricoperto da Ling è infatti uno dei più politicamente sensibili.
Chi lo ricopre supervisiona quotidianamente l’agenda dei leader e — soprattutto — del presidente.
Il presidente Hu aveva dovuto lottare a lungo per permettergli di ricoprire quell’incarico che, nei primi cinque anni della sua presidenza, era assegnato a un fedelissimo del suo predecessore Jiang Zemin. Ling era uno dei pupilli del presidente Hu Jintao e tra i favoriti a prendere posto tra i 24 membri del Politburo nella cosiddetta sesta generazione di leader che verrà confermata durante il Congresso del prossimo autunno.
Il fatto che sabato scorso a Ling sia stato invece assegnato un incarico più che altro simbolico (capo del Dipartimento del Fronte unito per il lavoro) è un segno di quanto quell’incidente abbia pesato nelle alte sfere e dell’attuale impotenza di Hu che non avrebbe più la forza di portare avanti i suoi protegè.
Le notti folli di un ventenne dunque hanno troncato la carriera del padre, ma soprattutto mettono in discussione il buon nome del Presidente.
Hu Jintao ha infatti mantenuto fino ad oggi una buona reputazione e sicuramente vorrebbe essere ricordato come un uomo onesto che non ha lesinato il suo sostegno alla lotta contro i privilegi e la corruzione.
Ma cosa potrà rispondere quando la furia popolare gli chiederà di come sia possibile che un ventenne possa permettersi un auto da 5 milioni di yuan (oltre 600mila euro)? L’incidente non solo confermerà l’opinione diffusa che i figli di alti funzionari hanno stili di vita lussuosi e ‘decadenti’, ma contribuirà anche a rendere più caldo quest’autunno; e più complicate e frutto di più mediazioni le decisioni politiche legate al prossimo cambio di leadership.
I nuovi equilibri politici verranno svelati durante il XVIII congresso del Partito comunista cinese.
Forse anche per questo le date del Congresso non sono ancora state annunciate.
Cecilia Attanasio Ghezzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
LA TARGA DELLA VIA INTITOLATA A SUO PADRE IN FRANTUMI DA MESI…E SU UN MURETTO DI MONDELLO NESSUNO CHE CANCELLI LA SCRITTA CHE FA APOLOGIA DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA
Le ultime due immagini che restano di Palermo a Rita dalla Chiesa sono quelle scattate col
telefonino ieri sera, poco prima di tornare a Roma, dopo il trentesimo anniversario del massacro di suo padre, Carlo Alberto, della giovane moglie Emanuela e dell’agente di scorta Domenico Russo.
Due immagini devastanti che rischiano di sovrapporsi sul calore avvertito anche in via Carini, fra gli applausi di tanta gente affacciata ai balconi proprio dove si deponevano le corone della cerimonia ufficiale.
Due scatti.
Nel primo «via dalla Chiesa» con la targa in frantumi da mesi.
Nell’altro un muretto di Mondello dove nessuno cancella un «W la mafia» fresco di vernice, ben visibile dai turisti al mare.
Prima del rientro, Rita voleva far vedere la strada intitolata al padre alla figlia Giulia, 41 anni, per la prima volta in vita sua a Palermo, un’ansia cresciuta con lei, la stessa che le ha impedito finora di venire nell’inferno dove morì il nonno.
Un muro infine abbattuto per stare vicino alla madre.
E cogliere l’occasione per portare giù anche il suo bimbo, cinque anni, gli occhioni ieri sgranati sul picchetto d’onore, sulle corone, su spade e fucili scrutati dall’alto, in spalla al suo papà che seguiva Rita e Giulia.
Tutti al centro di una via Carini trasformata in un teatro con la strada per palcoscenico e i balconi come palchi.
Balconi di edifici rimasti com’erano allora, le persiane scrostate, le ringhiere arrugginite.
Una signora anziana vestita d’azzurro al primo piano, commossa. Più su, un’altra signora di almeno ottant’anni, accanto al balcone di una famigliola di colore.
Di fronte, un pensionato di settant’anni, i gomiti appoggiati al davanzale, pure lui come tutti pronto ad applaudire, mentre Rita alzava gli occhi quasi per ringraziare quel pezzo di Palermo.
Ma senza potere impedire al suo pensiero una constatazione amara: «Trent’anni fa, la sera dell’agguato, le stesse persiane rimasero tappate, nessuna delle persone che oggi hanno i capelli bianchi parlò, nessuno vide e sentì niente…».
Un’amarezza mitigata sia dal calore di questi due giorni trascorsi nella città dove ha deciso di tornare a vivere, sia dalle parole del ministro Annamaria Cancellieri, del comandante generale dell’Arma dei carabinieri Lorenzo Gallitelli, del procuratore Piero Grasso pronto a dire che quel dramma «non fu solo un delitto di mafia», che «Cosa nostra potrebbe avere agito come braccio armato di altri poteri».
Poi, ieri sera, lo sgomento di Rita per quei due scatti, prima di lasciare l’Hotel La Torre, il suo buen retiro sugli scogli di Mondello, meta mai raggiunta quel 3 settembre dell’82 da suo padre e da Emanuele Setti Carraro.
Felice Cavallaro
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
LA CONSIGLIERA REGIONALE PDL, SOTTO PROCESSO PER IL CASO RUBY, ANNUNCIA CHE NON SI DIMETTERA’…E CHIEDE AGLI ORGANIZZATORI DI MISS ITALIA DI INVITARLA COME OSPITE
“Dopo l’estate ho scelto di restare per gli stessi motivi che mi hanno fatto avvicinare alla politica: l’ammirazione per le idee di libertà di Silvio Berlusconi. Non mi arrendo alle prime difficoltà : gli ostacoli mi motivano a essere più forte e tenace. Quindi per ora non mollo”.
A dirlo, in un’intervista al settimanale Diva e Donna, è il consigliere lombardo pdl Nicole Minetti, sotto processo a Milano per il caso Ruby, che sembra così chiudere la discussione sulle sue dimissioni avviata all’inizio dell’estate.
L’esponente del Pdl, secondo un’anticipazione del servizio, lancia anche un appello a Patrizia Mirigliani, organizzatrice di Miss Italia, commentando la presenza in finale di Chiara Danese, parte civile al processo Ruby contro di lei, a cui rivolge comunque un “in bocca al lupo”.
“Mi ha colpito l’attenzione che Miss Italia riserva alla partecipazione di questa ragazza che in fin dei conti dovrebbe essere una concorrente qualsiasi, come le altre, ma sui giornali le è sempre riservato grande spazio – dice – Spero che un concorso così importante sia super partes rispetto alla vicenda come dovrebbe essere. Anzi, Patrizia Mirigliani per dimostrarlo davvero dovrebbe invitarmi come ospite a una delle serate”.
Diva e Donna anticipa poi di aver chiesto a Minetti di dare sexy-pagelle ad alcuni politici.
Queste le risposte: voto 8 a Roberto Formigoni (“la giacca gialla che ogni tanto indosso in consiglio regionale l’ho scelta ispirandomi alle sue camicie”,che sono simbolo di “autoironia”), 7 a Matteo Renzi (“anche se ha un po’ troppo l’aria del bravo ragazzo per i miei gusti: lo vedrei meglio con un giubbotto in pelle, più rock”); 4 al leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo (“in un uomo non mi piace mai la barba incolta”) e 3 al segretario pd Pierluigi Bersani (“Se dovessimo unire la folta chioma di Grillo con la flemma di Bersani, non ne uscirebbe certo l’uomo più sexy del pianeta”).
(da “La Repubblica”)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
E’ QUESTO IL RISULTATO DI UNA POIEZIONE SUGLI ULTIMI SONDAGGI DI IPR SE SI ANDASSE A VOTARE CON IL SISTEMA ALLO STUDIO DEI PRINCIPALI PARTITI
Dopo la grande coalizione, ancora grande coalizione. 
Sarebbe questa l’unica formula in grado di garantire oltre 400 deputati a sostegno di un nuovo governo.
Lo sostiene Ipr Marketing, che ha simulato lo scenario post-voto se andremo a votare con la legge elettorale su cui sembra ci sia un accordo tra i maggiori partiti.
Una maggioranza più debole, invece, sarebbe quella ottenuta da un’alleanza di centro sinistra con Pd, Sel e Udc: circa 360 deputati.
L’ipotesi di legge.
La simulazione è stata effettuata nel caso in cui il Porcellum fosse sotituito da un sistema proporzionale con un premio di maggioranza (10% o 15%) al partito che prende più voti.
Mentre i partiti che non superassero la soglia del 5% non entrerebbero in Parlamento. La proiezione in seggi è stata fatta considerando anche possibili ‘listoni’.
La maggioranza numerica alla Camera dei deputati è di 316 su 630.
Il sondaggio di Ipr ha scelto come maggioranza per un governo stabile quota 360 deputati.
Le alleanze prima del voto.
Il Pd potrebbe creare un’unica lista con Api e Psi, partiti che difficilmente supererebbero la soglia di sbarramento.
È probabile che il Pdl faccia lo stesso con la Destra di Francesco Storace, mentre l’Udc stringerebbe un’ alleanza con Fli, Mpa e Grande Sud.
Pd + Sel, niente governo.
Il Pd, che si aggiudicherebbe stando agli attuali sondaggi il premio di maggioranza, non potrebbe mai governare da solo.
Infatti avrebbe alla Camera rispettivamente 232 o 254 eletti, ben sotto la soglia minima fissata a 316.
Anche l’alleanza con Sel di Vendola non sarebbe sufficiente per governare, perchè al massimo si arriverebbe a 288 deputati.
Pd + Udc, maggioranza risicata.
Nel caso di alleanza post voto tra Pd e Udc, solo se il premio di maggioranza fosse al 15% si potrebbe formare un governo.
Con 326 deputati a sostegno il governo sarebbe però appeso ad una maggioranza numericamente esile.
Pd+Sel+Udc, possibile governo.
Con l’alleanza allargata di tutto il centro sinistra e un premio di maggioranza al 15% si potrebbe avere invece una maggioranza abbastanza stabile, raggiungendo la soglia minima di governabilità con 360 deputati.
Grande coalizione, governo al sicuro.
Solo con la riproposizione della grande coalizione che appoggia oggi il governo Monti si avrebbe un governo con una maggioranza molto forte, tra i 435 e i 445 deputati.
Giacomo Galanti
(da “La Repubblica“)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
SI PARLA DELLA MELONI MA PER TUTTI LA CANDIDATURA E’ A RISCHIO….ALEMANNO POTREBBE CERCARE RIPARO IN PARLAMENTO
Il punto di partenza è già un punto d’arrivo: Gianni Alemanno non ha fiducia in Gianni Alemanno. à‰ un’illuminante presa di coscienza, però tiene il sindaco di Roma incatenato ai propri errori e ai propri (futuri e vicini) fallimenti.
Il romano di Bari avverte la rovinosa caduta elettorale: al secondo mandato ci credono soltanto i suoi sondaggisti e consulenti di sostegno, Luigi Crespi; un pezzettino di ex Alleanza Nazionale; nemmeno un naufrago di Forza Italia e neppure i palazzinari unti nel cemento.
Di buon umore, palazzo Chigi ha smentito la telefonata del Cavaliere ad Alemanno (fonte Repubblica) per convincerlo a una ritirata strategica in favore di Giorgia Meloni.
Due cose non tornano: il sindaco non ha bisogno di lavaggi cerebrali, già quattro anni fa temeva la sconfitta e vinse, figuratevi oggi; l’ex ministro non vuole bruciare la carriera per coprire l’inettitudine di Alemanno.
Non senza niente in cambio: a precise garanzie, si può parlare.
La Meloni apre un elenco vastissimo (“Andiamo avanti con Gianni”), che va oltre i confini di partiti più o meno fusi, più o meno ancora operativi.
I berlusconiani veraci non scommettono un euro su Alemanno, ma non s’intravedono giovani o vecchi politici disposti a immolarsi per un onorevole massacro contro Nicola Zingaretti (Pd), che aspetta le primarie per trionfare con qualche mese di anticipo.
Il sindaco indica l’uscita di emergenza: un paracadute a Montecitorio, un posticino tranquillo e abbastanza inosservato.
Però dovrebbe dimettersi entro settembre per evitare il giudizio di quella Giunta per le incompatibilità che, ultimamente, perdona di rado: il primo cittadino di un comune oltre i 200mila abitanti non può avere continuità di carica se la scadenza della legislatura coincide con l’apertura dei seggi; resta la clemenza, certo, e i condoni, pure.
Alemanno voleva spingere in battaglia l’imprenditore Luigi Abete o il poliedrico Giovanni Malagò, scomparsi sin da subito.
In contrasto con se stesso, ormai abbattuto, Alemanno ha citato Obama per replicare su Twitter, non a Clint Eastwood bensì ai suoi numerosi oppositori: si è fatto fotografare di spalle con la frase di Tito Livio “Hic manebimus optime” (qui staremo benissimo).
Non funziona la sincronia perchè lì, in Campidoglio, Alemanno ci sta in qualche modo, forse non benissimo, dal remoto 2008 e s’è guadagnato il soprannome di Aledanno per il traffico, i lavori, le piogge miste a neve e le raccomandazioni nostalgiche ad amici di amici.
Per correggere la “balla ridicola”, Alemanno ne confezione una personalissima: “Lo ribadisco ancora una volta: sono candidato a sindaco di Roma e ricordo a tutti che ci saranno le primarie del 26 gennaio prossimo”.
Ecco, le primarie immaginarie. Da solo, potrebbe vincerle.
A tu per tu con la Meloni, non c’è scampo.
I berlusconiani sperano di proporre un candidato non berlusconiano, un tecnico salvavita: l’aspirazione più complessa, e forse più ecumenica, si chiama Anna Maria Cancellieri.
Il ministro dell’Interno, ex prefetto a Bologna durante il commissariamento, appare irraggiungibile.
Chi presidiava le piazze con Alemmano, e ora non lo cerca o lo evita, commenta: “Non vuole fare la campagna elettorale, vuole tirarsi fuori molto prima. Il centrodestra vorrebbe cedere il controllo senza perdere il potere.
Forse a Giorgia Meloni la proposta piacerebbe, ma per Alemanno sarebbe troppo umiliante”. Anche il sindaco ha un limite.
A parte se stesso.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
IL RADUNO DI CITTADELLA: CELEBRANO L’EVASIONE FISCALE E PENSANO ALLE ELEZIONI
“Napoleone ne ha tolti 2mila di leoni da casa nostra, io pian piano li rimpiazzo”. 
Fa lo scultore a tempo perso Alvise Piccoli, un omone grande che con pasta di marmo e olio di gomito (“ci vuole almeno un mese di lavoro per farne uno”) ti ricostruisce una copia fedele del Leone marciano col libro aperto, inciso in altorilievo su pesantissime tavole ottime per androni di condomini, uffici pubblici e sedi comunali.
Alla festa dei veneti di Cittadella è venuto col banchetto per vendere i suoi leoni pret a porter, “uno lo regalo al mio paese, Breda di Piave, il sindaco dice che lo mette sulla facciata del municipio”, l’omone che indossa una maglietta blu con scritto dime can ma no talian (dimmi cane ma non chiamarmi italiano).
Di mestiere Alvise fa l’imprenditore, produce friggitrici industriali nel Trevigiano; da ieri i suoi 8 dipendenti sono in cassa integrazione.
“Dopo 30 anni di attività , non era mai successa una crisi così profonda, siamo a brandelli, bisogna che il Veneto si liberi dal giogo del Paese”.
L’equazione alla Festa, la tre giorni (31-1-2 settembre ) organizzata da Raixe venete che radunava i movimenti indipendentisti, serpeggia facile facile: il Paese è agli stracci, la crisi ci sta mettendo in ginocchio mentre i politici che dovevano difendere l’autonomia del “popolo veneto” dormono in Parlamento.
Soluzione: proclamare l’indipendenza.
Come non è chiaro, ma una cosa è certa: qui il nemico numero uno è la Lega, in una piazza che mai come quest’anno (siamo alla nona edizione) getta un amo ai delusi del Carroccio per dirottarli nel calderone venetista dei tanti movimenti pro liberazione. “La Lega ci ha tradito” dice con delusione una signora.
Ecco come la pensa l’omone dei leoni: “Sono stato iscritto per anni al Carroccio ma ora ho stracciato la tessera; quelli appena respirano l’aria di Roma si dimenticano della missione indipendentista, e di noi”.
Poco più avanti un grammofono anni 20 manda musiche fasciste, sul tavolo campeggia la foto di Mussolini; nessuna meraviglia, alla festa c’è posto per tutti, espongono la loro mercanzia in piazza aziende agricole, serissime onlus legate alle malattie oncologiche dei bambini (Città della speranza) e persino – in una via secondaria – i No Tav.
La parte del leone però, è il caso di dirlo, la fanno i partiti con aspirazioni indipendentiste, a cominciare da Veneto Stato che ha lo spazio più grande, vende i soliti gadget — tazze, piatti, cucchiaini e libri rigorosamente corre-dati di leone marciano — e offre un abbonamento multasking come sky: 20 euro amigo, 30 patriota, 40 serenissimo e 50 dogale.
Alle spalle una gigantografia di Bepino Segato, “ideologo” dei Serenissimi che hanno dato l’assalto a Venezia col tanko fatto in casa (“I Serenissimi sono i nostri eroi e Bepino è un martire di Stato” azzarda uno dallo stand commemorativo).
Ci sono anche quelli di Xoventù independentista, strano agglomerato di passione per il rugby nostrano e la “nathion veneta”, vicini alla sinistra e persino ai centri sociali. Qualche mese fa hanno lanciato la campagna giovanilistica “Ocio” in cui invitavano a fotografare scuole dove accanto alla bandiera europea e italiana mancasse quella veneta col leone. In palio a chi portava più segnalazioni 4 t-shirt di loro produzione. Nel gran calderone ci sono anche mastri d’ascia che costruiscono al momento antiche trottole per bambini, soldati in uniforme della Serenissim, guardie nazionali (?) e bande musicali con palandrane settecentesche.
Una carnevalata apparente, dove però la crisi economica alimenta un malcontento con risvolti preoccupanti.
“Stiamo valutando se candidarci alle prossime elezioni — dice Lucio Chiavegato, presidente di Veneto Stato e imprenditore veronese dell’abbigliamento — ma io sono contrario. à‰ venuto il momento delle barricate, di indire una rivolta fiscale dove nessun veneto paghi più le tasse. E’ già così, tanti evadono come possono ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Ora ci dobbiamo tenere i soldi in tasca, e metterli a disposizione per progetti solo veneti”.
Erminia della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
LE ORE TRASCORSE IN UN PARCO AL PRENESTINO TRA GENTE UMILE, ANZIANI SOLI, EMARGINATI, IMMIGRATI E LE LORO STORIE… CON LA CONVINZIONE CHE SONO LORO I REFERENTI DI CHI VUOLE FARE POLITICA E NON CHI DI POLITICA CI CAMPA
Faccio un bilancio di quest’estate trascorsa in città ,da “minus Habens”,in senso economico (anche se qualcuno pensa che lo sia anche in senso ..mentale).
E’ stata un’estate difficile per il clima, che mi ha fatto vivere male per le difficoltà materiali, a cui non ti abitui mai abbastanza, ma assolutamente positiva per le persone che ho avuto modo di conoscere.
Come tanti che non possono permettersi vacanze, ho trascorso molte ore in un parco, a villa Gordiani, per l’esattezza, splendida villa ingiustamente trascurata dall’amministrazione comunale; si trova in periferia, al Prenestino e due entrate sono rivolte verso un gruppo di case popolari,da cui provenivano molti frequentatori, sopratutto nelle ore serali; ho avuto modo di parlare con tanta gente, che i benpensanti definirebbero “umile”.
La maggior parte di noi possedeva un cane, rigorosamente meticcio e quasi sempre trovatello e quindi avevamo già tanto di cui chiacchierare, pavoneggiandosi ciascuno delle prodezze del proprio amico peloso.
Ma poi gli argomenti variavano, per fortuna poca politica e molta vita quotidiana.
Ho conosciuto gente splendida, una ragazza tossica, o quasi, che ce la sta mettendo tutta, sgobbando come un mulo, a fare le pulizie con una delle tante ditte in circolazione, dalle 4 di mattina alle 12, anche il giorno di ferragosto e muovendosi con i “mezzi” da un punto all’altro della città e che è fiera di sapersi tenere il suo lavoro.
Ho conosciuto due trans, verso i quali ho sempre avuto una certa repulsione e che, giustamente diffidenti all’inizio, poi ti spiegano la scelta difficile che hanno fatto e come ciò che hanno considerato una svolta di libertà si è poi rivelata fonte di umiliazioni ed emarginazione, diventati puri strumento di arricchimento per squallidi papponi.
Ho riso tantissimo con alcuni gay, non di loro ma con loro, canzonandomi loro per la mia ciccia ed io per il loro manierismo, ma il tutto fatto senza malizia. Mi sono commossa conoscendo tanti anziani soli, la cui unica compagnia è un cane e la cui maggiore preoccupazione non è la propria sopravvivenza, ma che gli acciacchi del loro amico peloso abbiano la meglio sull’amore che li lega.
Ho fatto un brindisi con l’aranciata al compleanno di una bambina ecuadoregna, che può camminare solo con il tutore e che, senza bambini con cui giocare, ha trovato in questa umanità varia zii e zie, nonne e nonni e amici,che hanno (abbiamo) intonato gli auguri per lei.
Perchè scrivo tutto questo?
Perchè quest’ estate romana mi ha confermato nella sensazione che covavo da tempo e cioè che l’attività politica che ho cercato di fare in questi 16 anni (tanti sono) da quando mi sono trasferita qui è stata inutile, autoreferenziale, avulsa dalla realtà e troppo spesso utile solo a portare acqua al mulino di qualche politico di professione.
Ho ricordato i tanti anni impiegati a fare il consigliere comunale in una città toscana, la commissione di politiche sociali di cui ho sempre voluto far parte, ciò che ho potuto concretamente fare per i più deboli, per i più fragili, confrontandolo al politichese da cui mi sono lasciata colpevolmente travolgere nella “capitale” e ho deciso che basta così.
Da ora in poi tornerò con i piedi per terra, tra la gente normale, e vaffanculo a chi di politica ci campa.
A. B.
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI LUCA RIDOLFI: “SI ANDRA’ AL VOTO SENZA SAPERE NULLA SUL DOPO”… LA LEGGE ELETTORALE RACCOGLIERA’ IL PEGGIO DEL MAGGIORITARIO E DEL PROPORZIONALE
È difficile che si voti a novembre, ma è praticamente certo che a novembre
comincerà la bagarre.
Mentre il povero Monti, come succede a fine anno a qualsiasi presidente del Consiglio, sarà alle prese con i problemi dei conti pubblici, i partiti avranno tutti la testa già rivolta alle elezioni di primavera.
Ogni gesto, ogni dichiarazione, ogni parola sarà finalizzata ad attirare il maggior numero di voti possibile.
A tutt’oggi, tuttavia, noi elettori siamo all’oscuro di tutto.
Non sappiamo, ad esempio, quanti parlamentari dovremo eleggere.
Non sappiamo se i condannati con sentenza definitiva potranno essere candidati oppure no. Non sappiamo con quale legge elettorale si voterà .
Non sappiamo quante e quali liste saranno in campo.
Anche se non sappiamo nulla, possiamo però fare qualche previsione.
Io ne azzardo alcune, dalla più facile alla più difficile.
Numero di parlamentari: l’auspicata riduzione non ci sarà , penso abbia ragione Arturo Parisi quando dice che i continui rinvii dell’accordo sulla legge elettorale siano stati finalizzati all’obiettivo nascosto di rendere impossibile (con la scusa che «è troppo tardi, ormai») una riforma più organica, che riduca il numero di parlamentari.
Candidabilità dei condannati: sarà perfettamente possibile candidare al Parlamento un condannato con sentenza definitiva.
In questo modo il nostro Parlamento potrà conservare un primato cui evidentemente tiene molto: quello di essere l’istituzione con la massima densità di soggetti condannati e rinviati a giudizio.
Legge elettorale: se non sarà il porcellum (legge attuale), sarà il super-porcellum (legge attualmente in discussione), ossia l’unico sistema capace di sommare i difetti del proporzionale e i difetti del maggioritario.
La legge di cui si parla da settimane, infatti, gode di tre interessanti proprietà : permette ai segretari di partito di scegliere a tavolino una frazione considerevole degli eletti, a prescindere dalle scelte degli elettori; non consente ai cittadini di sapere, la sera delle elezioni, chi le ha vinte e chi le ha perse (si torna ad accordi fatti in Parlamento, come nella prima Repubblica); distorce la rappresentanza, nel senso che, con il premio di maggioranza, conferisce al partito più grande molti più seggi di quanti ne merita in base al voto e, con la soglia di sbarramento al 5%, toglie molti seggi ai partiti più piccoli.
Numero delle liste: saranno tantissime, come sempre, ma quelle «vere», ossia con ragionevoli chances di superare il 5% dei consensi, saranno solo 7.
Quali liste: qui viene il bello.
Secondo me lo schema delle prossime elezioni sarà un 4 + 3 + «fricioletti» (pescetti fritti, come il mio maestro Luciano Gallino chiamava i libri che una biblioteca seria non dovrebbe mai ordinare, perchè costano e durano poco).
Ci saranno quattro formazioni che, se non sbagliano clamorosamente strategia e se non sono cannibalizzate dalle liste di disturbo, possono aspirare a un risultato non lontano dal 20%.
Due di esse, Pdl e Pd, sono vecchie ma si presenteranno con sigle più o meno rinnovate, il Pdl con un nome e un simbolo nuovi, il Pd con qualche segno che indichi l’annessione di Sel e di Vendola al super-partito della sinistra.
Le altre due liste sono nuove di zecca, e sono il movimento di Grillo (Cinque Stelle) e quello nascente di Montezemolo (Italia Futura), più o meno ibridato con movimenti di ispirazione simile.
Ci saranno poi tre formazioni che possono aspirare a qualcosa più del 5%, e cioè l’Udc, l’Italia dei Valori e la Lega, anch’esse più o meno riverniciate e restaurate per non sembrare troppo vecchie.
E infine i fricioletti, almeno 20 liste e listarelle (alcune di nobili tradizioni, altre inventate per l’occasione), implacabilmente destinate a restare sotto il 5%, quando non sotto l’1%.
Quel che è interessante, però, è il tipo di competizione politica che si prepara.
Potrò sbagliare, ma a mio parere quel che sta accadendo nell’elettorato italiano è molto simile a quel che accadde venti anni fa, nel periodo di sbriciolamento non solo delle istituzioni ma anche delle strutture mentali della prima Repubblica.
Fra il 1992 e il 1994 diminuì drasticamente la quota di italiani che ragionavano prevalentemente in termini di destra e sinistra, e aumentò sensibilmente la quota di quanti ragionavano in termini di vecchio e nuovo.
Ci fu un momento, anzi, in cui questo gruppo risultò più numeroso del primo.
Oggi sta succedendo qualcosa di molto simile.
Gli elettori che andranno al voto si divideranno, innanzitutto, fra chi è ancora disposto a scegliere una forza politica tradizionale e chi invece preferisce puntare su una forza nuova.
I primi, i «vecchisti», potranno comodamente ragionare in termini di destra e sinistra, scegliendo una fra le tre opzioni disponibili: Pdl, Udc, Pd, i tre partiti che hanno sostenuto il governo Monti. I secondi, i «nuovisti», dovranno invece abituarsi a ragionare in termini molto diversi, perchè l’offerta politica delle due principali liste nuove è molto più polarizzata: da una parte c’è l’anticapitalismo anti-euro e antiEuropa di Grillo, dall’altra c’è il turbo-liberalismo di Italia Futura e dei gruppi ad essa vicini, come «Fermare il declino» di Oscar Giannino.
Qui destra e sinistra c’entrano davvero poco, quel che conta – e divide – sono le ricette per affrontare la crisi: con meno Europa e meno ceto politico se voti Grillo, con meno tasse e meno Stato se voti Montezemolo. E dintorni.
Sono due modi di porre i problemi che, in questo periodo, hanno entrambi un grande appeal.
I sondaggi mostrano da almeno cinque anni che le spinte anti-partitiche e i dubbi sull’Europa sono molto radicati nell’elettorato.
Ma un interessante sondaggio di Renato Mannheimer di qualche tempo fa segnalava anche un’altra e assai meno nota novità : per la prima volta da molti anni sono più gli italiani che si preoccupano dell’eccesso di tasse che quelli che si preoccupano di salvare lo Stato sociale.
Insomma, se fossi il leader di una forza politica tradizionale sarei preoccupato, molto preoccupato.
La forza d’urto dell’onda anti-partiti potrebbe essere assai forte, specie sotto l’ipotesi Ber-Ber: un Pd guidato da Bersani (l’usato sicuro) e un Pdl guidato da Berlusconi (lo strausato insicuro). E molto mi sorprende che, quando si parla di premio di maggioranza, se ne discuta come se potesse andare solo al Pd o al Pdl, o addirittura come se la corazzata Bersani-Vendola avesse già la vittoria in tasca.
Se fossi Bersani non sottovaluterei nè l’area Montezemolo nè quella di Grillo, specie nella sciagurata eventualità che i partiti continuino a restare insensibili al «grido di dolore» che, da tanti anni e da tante parti d’Italia, i cittadini levano contro la politica e i suoi indistruttibili, irrottamabili, rappresentanti di sempre.
Luca Ridolfi
(da “La Stampa”)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
UN TEST BOCCIA GLI ITALIANI: IGNORANZA E PREGIUDIZI
Quanti sono gli immigrati in Italia? «Sicuramente meno di due milioni».
Sbagliato.
Gli irregolari? «Oltre un quarto del totale, una marea». Falso.
E i cinesi? «Li trovi ovunque, è la comunità più numerosa ». Altro errore.
Se l’immigrazione fosse una materia d’esame, gli italiani verrebbero bocciati in massa.
Cosa sappiamo infatti dei lavoratori stranieri che vivono nel nostro Paese? Poco o niente.
Perchè siamo frastornati da informazioni distorte e luoghi comuni.
Cinese, clandestino, bracciante agricolo, poco utile al benessere nazionale: eccolo l’identikit deforme dell’immigrato-tipo tracciato dagli italiani.
A stilare la deludente pagella è uno studio della Fondazione Leone Moressa, che a fine luglio ha “interrogato” 600 italiani.
Sempre più spesso al centro delle notizie che affollano le prime pagine dei giornali e delle tv, l’immigrazione pare rimanere però in gran parte un pianeta oscuro.
La nuova sanatoria, pronta a scattare il 15 settembre prossimo, promette di riportare il tema al centro dell’attenzione
A fronte di questo costante flusso d’informazioni la Fondazione Moressa si è chiesta quanto effettivamente conosciamo i “nuovi italiani”.
Ecco i risultati
Innanzitutto pensiamo che siano pochi: tra 1 e 2 milioni, a fronte di un dato reale di 4,5 milioni (Istat, 2011).
Sovrastimiamo la clandestinità : gli irregolari sarebbero oltre un quarto degli stranieri (il 26,7%), mentre non superano il 10,7% (Fondazione Ismu).
Vediamo cinesi ovunque: stando alle risposte degli italiani sarebbero loro la prima comunità , mentre sono solo la quarta (dopo romeni, albanesi e marocchini).
Anche rispetto al lavoro mostriamo un po’ di confusione: l’agricoltura viene indicata come primo settore di occupazione degli stranieri, a seguire il lavoro domestico e le costruzioni.
Nella realtà invece gli immigrati sono maggiormente occupati nel settore dei servizi alla persona (tra cui lavoro domestico), nell’industria e nelle costruzioni.
E l’agricoltura? Arriva solo all’ultimo posto.
Veniamo bocciati pure alla domanda sulla percentuale di ricchezza (Pil) che producono gli immigrati: il 38,2% indica una quota tra il 2% e il 5%, quando si tratta invece del 12,1% (Unioncamere).
Non solo: l’88% sbaglia quando, interrogato su chi abbia maggiormente subito un aumento della disoccupazione a causa della crisi, indica gli italiani, mentre si tratta
degli stranieri.
Infine, più della metà (63,6%) pensa erroneamente che un bambino nato in Italia da genitori stranieri acquisti la cittadinanza italiana.
Da noi, invece, lo ius soli è ancora un miraggio, la nostra legge resta invece inchiodata al vecchio ius sanguinis (il bambino acquista solo la cittadinanza dei genitori stranieri).
Quando poi dal piano delle conoscenze si passa a sondare quello delle opinioni degli italiani, il quadro che emerge risulta contraddittorio: riteniamo che coi migranti aumenti la criminalità , ma siamo favorevoli a concedergli il diritto di voto dopo cinque anni in Italia.
E ancora: siamo convinti che gli stranieri siano utili a compensare l’invecchiamento della popolazione italiana, ma non pensiamo che contribuiscano positivamente ai bilanci dell’Inps (e che quindi paghino in parte anche le nostre pensioni).
Insomma, in “immigrazione” i voti degli italiani restano ben al di sotto della sufficienza.
La colpa? Dei media.
Il 75% degli intervistati punta infatti il dito contro un’informazione giudicata incompleta e fuorviante. Insomma, la brutta pagella non sarebbe da imputare agli “studenti” che non si applicano, ma ai “cattivi” testi sui quali studiano.
Vladimiro Polchi
(da”La Repubblica“)
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