Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
ECONOMIA SEMPRE IN RECESSIONE E STIME NEGATIVE PER IL PROSSIMO ANNO… SIAMO IL FANALINO DI CODA PER L’INCREMENTO DEL PIL
Giù il pil e giù la produttività , sia quella totale che quella del lavoro. 
La fotografia dell’azienda Italia che emerge dalle statistiche ufficiali è oltremodo sconsolante.
Nel periodo 2001-2010 la crescita del Pil in Italia è stata complessivamente del 4,1%: si tratta certifica l’Istat dopo la revisione delle stime di fine 2011, del risultato più modesto tra tutte le economie europee.
Basti pensare che l’insieme dell’Unione europea a 27, nello stesso periodo, ha messo a segno una crescita del 14%: +11,9% la Germania, +12,1 la Francia addirittura +17,1 il Regno Unito e +22,6% la Spagna.
«Dieci anni sprecati», sintetizza giustamente il presidente dell’Istat Giovannini.
Quasi ovunque, rilevano le statistiche, la crisi del 2008-2009 ha avuto l’effetto di ridurre la crescita complessiva a confronto con il periodo 2001-2007: la contrazione è stata particolarmente rilevante per economie cresciute in maniera significativa negli anni precedenti come i paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), ma anche per Irlanda e Grecia.
Ed è stata pesantissima per l’Italia: nel nostro paese, già in fondo alla classifica di crescita insieme al Portogallo, «si è avuta un’erosione di oltre la metà dei progressi realizzati dal 2000: 6,1 punti percentuali nel biennio 2008-2009, e 4,7 punti tenendo in conto anche il recupero del 2010».
L’Italia è in fondo alla graduatoria europea anche per la crescita della produttività oraria del lavoro, che nel 2010 era solo l’1,4% più elevata rispetto al picco del 2000, mentre nell’Ue27 era salita dell’11,4% (+13,6% in Germania e +10,4 in Spagna).
Se si allarga lo sguardo all’intero decennio scorso il confronto con i nostri partner resta sempre impietoso: per l’intero periodo 2001-2010, la performance dell’Italia è stata infatti pari a circa 1/3 rispetto a quella franco-tedesca per la dinamica del valore aggiunto e ad appena il 12-15% se si considera il contributo della produttività , entrambi gli andamenti risultano ancora inferiori rispetto a Regno Unito e Spagna.
La crescita del 2,7% dell’immissione di nuova forza lavoro, «l’input» come lo chiamano gli esperti, all’opposto, è risultata seconda solo a quella della Spagna, e a questa è corrisposto un calo delle ore medie lavorate (per effetto dello spostamento dell’economia verso attività e prestazioni ad orario ridotto) superiore rispetto a tutte le economie considerate.
Per questo, l’occupazione è cresciuta di ben il 7,5%, contro il 3% in Germania, il 5,1% in Francia e il 5,7% nel Regno Unito.
Non è un caso dunque se il ministro dello Sviluppo e l’intero governo hanno messo ai primi posti nella loro agenda i temi della crescita e della competitività .
Un tema che a partire dal primo incontro di dopodomani tra governo e imprese sarà il vero banco di prova della ripresa autunnale.
«Si sono persi inutilmente nove mesi di tempo» annotava ieri con una punta d’amarezza il leader della Uil Angeletti.
Nel periodo pre-crisi, la distanza dell’Italia rispetto a Francia e Germania in termini di crescita economica non era ancora notevole (tra il 30 e il 40%), mentre la crescita dell’input di lavoro è stata addirittura pari al 7,2%, contro valori inferiori al 3 e 4% in Francia e nel Regno Unito, e una contrazione di oltre il 2% in Germania; la crescita della produttività , di riflesso, già in questo periodo è stata molto modesta.
Come in Italia, anche in Spagna quasi tutta la crescita in questo periodo è stata ottenuta attraverso l’allargamento della base occupazionale.
Di recupero di efficienza neanche a parlarne.
E non è un caso dunque se la nostra economia è ancora in recessione e tutte le stime per il prossimo anno convergono un un dato decisamente non positivo: ancora 12 mesi a crescita zero.
Paolo Baroni
(da “La Repubblica”)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
IL COORDINAMENTO FLI SICILIA RINVIATO E BLINDATO… E’ RIBELLIONE IN SICILIA CONTRO IL DIKTAT DEI VERTICI DI FLI DI APPOGGIARE IL VICE-MINISTRO DI BERLUSCONI… CENTINAIA DI MILITANTI PROTESTANO SUL WEB E NEL TIMORE DI CONTESTAZIONI (E DI NON AVERE LA MAGGIORANZA) VIENE RINVIATA LA RIUNIONE DEL COORDINAMENTO
Sembrava tutto scontato: ancora una volta i vertici nazionali di Futuro e Libertà avevano deciso sulla base dei loro giochetti di potere e di convenienza.
Mentre la base dei militanti aveva scelto Fabio Granata come candidato presidente per la Regione Sicilia, magari attraverso un ticket con il magistrato antimafia Russo, o in subordine una trattativa con Crocetta, all’improvviso Fini, Bocchino e Briguglio hanno dirottato il partito verso un appoggio al berlusconiano Miccichè, divenuto ora autonomista e dal passato ben poco confacente ai principi del manifesto di Bastia Umbra.
Un golpe che ha scatenato l’ira dei militanti sul web, dei giovani dirigenti di Fli e di tanti elettori che avevano scelto Fli per le sue battaglie per la legalità , non per appoggiare un personaggio che i siciliani conoscono fin troppo bene.
Domani avrebbe dovuto tenersi il coordinamento regionale per “ratificare” la cocca sul nome di Miccichè, ma ecco la prima sopresa.
“La riunione del Coordinamento regionale di Fli, in vista delle elezioni regionali in Sicilia, e’ stata rinviata a lunedi’ prossimo, 10 settembre, alle 17, e si terra’ presso l’Hotel Cristal, in via Roma a Palermo”.
E’ quano si legge in una nota di Futuro e Liberta’ per l’Italia.
All’ordine del giorno, prosegue la nota, “la relazione del coordinatore regionale Carmelo Briguglio sulle elezioni regionali; gli interventi dei coordinatori provinciali su liste e candidature”.
Dopo il dibattito, le conclusioni saranno tenute dal vicepresidente nazionale di Fli Italo Bocchino.
La riunione e’ riservata ai membri del coordinamento.
La paura di non avere la maggioranza fa sì che la riunione venga rinviata e “blindata”: solo pochi autorizzati potranno intervenire.
La presenza di Italo Becchino testimonia la volontà di celebrare le esequie del partito, visto che Miccichè non verrà mai votato dalla base futurista.
Commenta Granata: “Il rinvio del coordinamento regionale e la sua “perimetrazione”rigida non rappresentano una soluzione alle questioni politiche che Fli deve affrontare e risolvere con equilibrio ma anche con coerenza. La Sicilia poteva rappresentare il rilancio di Futuro e Liberta’, evitiamo che diventi il suo capolinea”.
Ma non è certo l’unico: Alberto De Luca, Costanza Messina e David Migneco, dirigenti nazionali di Generazione Futuro, movimento giovanile di Fli, insieme con i Coordinatori Provinciali eletti del movimento giovanile Damiano Cerami (Ct), Simone Digrandi (Rg), Marco Meloni (Sr) e Simone Cusimano (Cl) affermano in una nota che “Gianfranco Miccichè non può essere il volto di Fli per le elezioni regionali del 28 ottobre, non rappresentando il profilo politico-programmatico e i valori di Futuro e Libertà ”.
“Di conseguenza — prosegue la nota — chiedono a nome dei propri iscritti, al coordinatore regionale di FLI On Carmelo Briguglio, di riconsiderare l’argomento in occasione del prossimo coordinamento regionale, verificando la possibilità di soluzioni alternative che già erano state prospettate a partire dall’On Fabio Granata, esempio di acclarati requisiti morali e politici e già da tempo ufficialmente designato quale candidato di FLI alla Presidenza della Regione Siciliana”.
Viene anche organizzata una petizione via web, mentre si levano proteste da tutte le province siciliane contro una scelta suicida.
Solidarietà ai “contestatori” stanno pervenendo da tutta Italia.
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
NASCE A CATANIA “IMPEGNO E TERRITORIO”, FONDATO DA AMMINISTRATORI LOCALI CHE LASCIANO IL PDL UFFICIALE PER ANDARE CON IL SECONDO CANDIDATO DEL PDL… CONTANO UNA CINQUANTINA TRA SINDACI, ASSESSORI E CONSIGLIERI
Fabio Mancuso ha aperto la porta. E in tanti lo stanno seguendo. 
La fuga dal Pdl è iniziata.
E si sta estendo soprattutto nella Sicilia orientale, dove una cinquantina di amministratori hanno scelto: addio al partito di Berlusconi, e creazione di un nuovo movimento, dal nome “Impegno e Territorio” che scenderà in campo, nelle prossime elezioni regionali, a sostegno di Gianfranco Miccichè.
Un movimento voluto fortemente anche da Filippo Drago, sindaco di Aci Castello ex deputato nazionale con una passato nell’Udc.
Passato nel 2008 al Pdl, Drago ha deciso di rompere con gli azzurri e lanciare la nuova forza politica.
Con lui e Mancuso, poi, ecco altre personalità politiche del Catanese, come il consigliere provinciale Carmelo Pellegriti, e l’ex assessore della provincia etnea Giovanni Bulla.
E con loro, anche una cinquantina di consiglieri comunali della provincia di Catania. Un piccolo “scisma azzurro”, insomma.
“Insieme ad un gruppo di amici e di cittadini – spiega Filippo Drago — abbiamo dato vita ad una formazione civica autonoma e territoriale, svincolata da ogni logica di partito nazionale, vicino alla gente, ben salda a valori quali il rispetto delle regole e la coerenza delle idee”.
Inomma, come previsto, dal Pdl sono in arrivo le truppe cammellate al seguito di Miccichè.
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
I SONDAGGI SONO PESSIMI E ARRIVA IL CONSIGLIO DEL CAVALIERE… ALEMANNO: “SI’, PURCHE’ NON MI SOSTITUISCA UN EX AN”… GIORGIA MELONI POTREBBE ESSERE L’ALTERNATIVA CHE IL SINDACO ATTUALE RIFIUTA
“Gianni, ma li hai visti i sondaggi? Se ti ripresenti, Roma è persa. Che ne dici di fare un passo indietro e lasciare che a candidarsi col Pdl sia qualcun altro?”.
Silvio Berlusconi gioca d’anticipo. A otto-nove mesi dalle Comunali 2013 è intervenuto personalmente in una missione che, nella capitale, va avanti da mesi: convincere Gianni Alemanno a non correre per il secondo mandato.
Qualche giorno fa, il leader del Pdl ha telefonato al sindaco di Roma per sondare il terreno. Perchè nonostante le dichiarazioni ufficiali e la presenza, un mese fa, del segretario Angelino Alfano al battesimo della lista civica di Alemanno per le prossime elezioni, il vero obiettivo è quello di cambiare cavallo.
Possibilmente prima che la corsa parta ufficialmente, per riuscire a trovare un candidato che, al netto dell’alto numero di indecisi e del prevedibile boom dei grillini (l’ultimo sondaggio li dava al 10%) possa mettere realmente in difficoltà Nicola Zingaretti, l’uomo su cui punta il centrosinistra.
La consapevolezza di perdere, infatti, nel Pdl romano è piuttosto alta.
Salvo, appunto, non si cambi candidato, abbandonandone uno dall’immagine ormai opaca (la rete è piene di ironie su Alemanno e la neve, il maltempo e il traffico) e affidandosi a un nome nuovo che catalizzi un po’ di entusiasmo.
Lo scenario capitolino, per ora, è inchiodato in attesa che si chiarisca il quadro nazionale.
Ma la cerchia ristretta degli interlocutori dell’attuale sindaco (compresi i suoi due maggiori sponsor nel 2008, il senatore Andrea Augello e il deputato Fabio Rampelli) da mesi sta provando a convincerlo a fare un passo indietro.
Ora arriva la “moral suasion” di Berlusconi.
Di fronte alla quale Alemanno ha preso tempo, provando a dettare le sue condizioni, conscio che una via d’uscita da Roma (verso il Parlamento), alla luce dei sondaggi negativi, potrebbe anche giovargli: “Se io mi faccio da parte, però – ha risposto – il candidato del Pdl non deve arrivare dalle file degli ex An. Anzi, potrebbe essere proprio un esterno”.
In questo modo, Alemanno potrebbe fare il gesto nobile di ritirarsi di fronte a un nome capace di allargare la coalizione, intascando magari un accordo con l’Udc.
Per questo nei mesi scorsi aveva molto puntato su Luigi Abete, presidente di Bnl e di Cinecittà studios, che però non ha trovato l’accoglienza sperata, sia dall’attuale sindaco che dallo stesso Abete.
Una candidatura, dunque, che pare tramontata. Così come quella di Giovanni Malagò (presidente del Circolo Canottieri Aniene, ottima rete di relazioni, amicizie trasversali), che sembrerebbe più una boutade estiva.
E allora rimane il nome di Giorgia Meloni, che rappresenta ciò che Alemanno vorrebbe evitare. L’ex ministro, però, è giovane, ha un profilo più nuovo e un ottimo radicamento in città .
Tre giorni fa, l’ex assessore alla cultura Umberto Croppi aveva maliziosamente ipotizzato: “Alemanno parla di primarie, sicuro che non si faranno. La Meloni, però, potrebbe batterlo o metterlo in seria difficoltà “.
Aggiungendo anche che “nel Pdl sanno di perdere ma cominciano a temere che con Alemanno la sconfitta sarebbe più netta”.
Alemanno ha replicato appellandosi alla mozione degli affetti, nella speranza che alle primarie fissate il 26 gennaio prossimo, la Meloni non si presenti: “Io non la temo, con Giorgia siamo amici da molto tempo”.
Una categoria, l’amicizia, sulla quale si sa, almeno in politica, non conviene fare troppo affidamento.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
I CONTRATTI A TERMINE? “NELLE AZIENDE NON BASTA IL MORDI E FUGGI”
Ministro Fornero, mercoledì l’incontro con le imprese aprirà il cantiere della
produttività ?
«È insieme il cantiere dell’occupazione, della produttività e della competitività . La produttività è un elemento chiave della crescita. Ma da sola non basta».
Si parlerà del taglio del cuneo fiscale da lei anticipato al meeting di Comunione e Liberazione?
«Quando ne ho parlato a Rimini io stessa ho messo le mani avanti per l’esiguità delle risorse. Non ho neanche avuto bisogno di farmelo dire dal ministro dell’Economia, Grilli: pensavo e penso a sperimentazioni virtuose per aumentare la produttività ».
Si tratta solo di esperimenti?
«Il ministro dello Sviluppo, Passera, ha insistito e io sono d’accordo, sul fatto che oltre a pensare a forme sperimentali di decontribuzione per le imprese che abbiano un record positivo di utilizzo della manodopera, bisogna che le parti sociali cerchino di migliorare la loro collaborazione».
L’accordo tra le parti sociali sui contratti non è sufficiente a fare un passo verso il modello tedesco che prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa?
«Quello è un accordo importante ma per andare verso il modello tedesco non basta un passo: ce ne vogliono di più. E per questo il governo ha intenzione di fare quanto è in suo potere, sempre ricordando che ci sono poche risorse, per favorire il dialogo tra le parti sociali».
Il ministro Passera vorrebbe estendere gli sgravi alle «start up» ma chiede flessibilità sui contratti a termine.
«Ne abbiamo parlato molto. Prima di tutto vanno ben definite quali sono queste aziende innovative. E poi lo voglio dire a chiare lettere: è necessario favorire queste start up ma anche fare in modo che le norme del lavoro che si adatteranno a queste aziende innovative siano assolutamente coerenti con la riforma. Le norme per il lavoro nelle start up devono discendere dalla riforma, non rappresentarne in alcun modo una lacerazione».
In questo contesto potrà riaprirsi anche il tema della detassazione del premio di produttività ?
«Ci siamo accorti di questa riduzione più o meno nei giorni in cui era approvata la riforma e sembrava una contraddizione. Ma la decisione non è stata di questo governo. Io sono d’accordo che il merito vada sempre riconosciuto, ma se mettiamo le risorse su questo capitolo sarà più difficile metterle sul cuneo fiscale a favore delle imprese che dialogano con i lavoratori».
Come si fa a individuare queste imprese dialoganti?
«Le imprese hanno un bilancio sociale con un capitolo che riguarda la gestione del personale, le politiche non discriminatorie, quelle di conciliazione. Sono però nozioni non particolarmente illuminanti sull’effettiva politica del personale. Invece il tema delle modalità delle relazioni di lavoro ha permesso alla Germania di uscire dalla crisi».
Come si promuove la partecipazione?
«Tra i nostri adempimenti abbiamo una delega proprio su questo tema. So che è un tema delicato per le imprese; la partecipazione non va imposta. Ma ci stiamo lavorando e vorrei riuscire a condurre la delega in porto».
Anche lei è stata richiamata sull’applicazione della riforma?
«Ho una cartellina che mi sono portata dietro con l’elenco di tutti gli adempimenti. Non abbiamo aspettato che ci venisse chiesto: l’elenco l’avevamo già definito con gli uffici. Adesso stabiliremo, con un cronoprogramma, quando e chi farà che cosa. Intanto il 6 settembre andrò a Bruxelles dal commissario Là¡szlà³ Andor per illustrare la riforma a lui e al segretario dell’Ocse, Angel Gurria».
Ha visto i dati Istat sui precari?
«I dati Istat ma anche quelli europei. In tutto il mondo progredito il tema è quello dell’occupazione. Anche i ministri Ue si sono accorti che va bene restituire stabilità ai bilanci ma ciò che conta è l’economia reale. Il presidente Monti parla sempre di rigore e crescita».
Le imprese sostengono che la sua riforma sta già producendo effetti negativi sulla flessibilità .
«Chiunque parli di lavoro italiano in Europa si sente sempre dire che dobbiamo contrastare il precariato tra i giovani. Non è un’invenzione del ministro Fornero. Era giusto occuparsene»
Sì, ma le imprese dicono che i contratti a termine troppo tutelati salteranno del tutto.
«Questo è uno dei temi su cui stiamo impostando il monitoraggio. Ho molte persone che mi scrivono di situazioni nelle quali il contratto a termine non viene rinnovato. Ma bisogna vedere quanto ciò sia dovuto al fatto che quel contratto non sarebbe comunque stato rinnovato per assenza di domanda e quanto invece al fatto che la riforma ha posto qualche paletto. Serve molto pragmatismo, ma attribuire tutto alla riforma è sicuramente improprio».
Cioè?
«Esistono metodi scientifici che permettono di separare ciò che è attribuibile statisticamente a una causa e ciò che attribuibile a un’altra. Una riforma che ha poco più di un mese di vita non può aver prodotto questi effetti».
Eppure le imprese attaccano.
«Anche i sindacati: ci accusano di avere fatto troppo poco per ridurre la precarietà . A noi pare di avere trovato un giusto equilibrio. E poi le imprese hanno anche avuto rafforzamenti della flessibilità , come l’abolizione della causale per il primo contratto a tempo determinato, e fino a un anno. In fase di dialogo l’avevano fortemente richiesta. Vorrei senza polemica che ci si confrontasse nel merito. Ad esempio sul fatto che la produttività non può nascere da contratti “mordi e fuggi”».
Si spieghi.
«Un lavoratore che sia sempre preoccupato di quello che farà tra due o tre mesi, allo scadere del contratto che ha oggi in corso, non può dedicarsi bene al suo lavoro. Questo recupero di una qualche stabilizzazione nei contratti di lavoro è funzionale al discorso della produttività ».
Il fatto è che molti datori di lavoro non hanno in questo momento una prospettiva lunga
«Capisco che in fase di recessione sia difficile fare questo discorso ma insisto: il lavoro “buono” è l’unico lavoro produttivo. Un lavoro che porta a una remunerazione più alta produce domanda e crescita. Tutto si tiene».
I sindacati sono preoccupati per gli ammortizzatori sociali.
«È uno dei temi su cui le parti sociali hanno avuto resistenza al cambiamento. Ma questi comportamenti radicati non erano consoni a un’economia che si sviluppa perchè erano a favore di tutele lunghe per un numero limitato di lavoratori senza alcuna preoccupazione sulla loro ricollocabilità nel mercato del lavoro. Bisogna lavorare per l’occupabilità delle persone».
Il problema è che i casi Alcoa si moltiplicano.
«La preoccupazione sul cambio del sistema in un periodo di recessione è fondata. Tuttavia era importante che la riforma degli ammortizzatori, e in particolare l’Aspi, partisse all’inizio del 2013, pur sovrapponendosi al mantenimento della mobilità fino al 2014».
Non è preoccupata per la tenuta sociale?
«I sindacati sono stati molto responsabili. Sono anche convinta, e ho avuto la prova all’Alenia, che i lavoratori sono disposti al dialogo. Quando le situazioni e le difficoltà sono spiegate in maniera onesta e aperta sono comprese. Ritengo si possa dire che i lavoratori preferiscono un confronto chiaro piuttosto che incassare illusioni a cui sono i primi a non credere».
Antonella Baccaro
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
NUOVI TAGLI IN ARRIVO PER LA DIA, IL SOGNO DI GIOVANNI FALCONE… SI COLPISCE NUOVAMENTE L’INDENNITA’ AGGIUNTIVA. GIA’ RIDOTTA DEL 65%
Per la sentenza di morte bastano tre parole: “Spese non obbligatorie”.
Nel silenzio più assordante di quasi tutta la classe politica (anche di quella che fa dell’antimafia una bandiera), l’uccisione del sogno di Giovanni Falcone ora è davvero vicina. Dovendo obbedire alla spending review, il governo non ha saputo fare di meglio che abbattere la scure dei tagli nuovamente sull’“indennità accessoria al personale in servizio presso la Direzione investigativa antimafia”: il cosiddetto Tea (trattamento economico aggiuntivo), o “indennità di cravatta”, la misura voluta dall’allora direttore Gianni De Gennaro per fidelizzare i suoi uomini, renderli orgogliosi di lavorare nella Dia e allo stesso tempo evitare che svolgessero (come accade in tutti gli altri reparti) un secondo lavoro.
Per intenderci, parliamo di circa 250 euro al mese per un ispettore con 30 anni di servizio.
Non una cifra con cui diventare ricchi, ma neanche una che passa inosservata sul bilancio di una famiglia media.
E invece già lo scorso anno, il 12 novembre, la legge di stabilità aveva drasticamente ridotto il Tea: nonostante alcune interrogazioni parlamentari, di centrodestra e centrosinistra, nonostante le proteste — sotto Montecitorio — degli stessi poliziotti della Dia, si era passati al 35 per cento di quella somma.
Ora, però, arriva (in sordina) la mazzata finale.
Il Viminale dovrà risparmiare in tutto, per la spending review, ben 131 milioni.
Con un documento datato 30 agosto 2012, sotto la voce Si.Co.Ge. (il sistema informativo di contabilità che fa capo alla Ragioneria dello Stato, quindi al ministero dell’Economia) c’è il capitolo 2673 che riguarda il Dipartimento di Pubblica sicurezza del Viminale.
Si tratta di un documento di programmazione in cui vengono stanziate le cifre — 2013/2015 — destinate, appunto, al Tea.
Le cose che saltano agli occhi sono due.
La prima è la somma prevista per l’anno prossimo: 3.655.059 euro.
Ciò significa che, dai 5,7 milioni promessi fino a qualche mese fa, ne sono stati decurtati già due. Oltre un terzo.
Ed è gravissimo, in un momento in cui, tra l’altro, i poliziotti sono spesso costretti ad anticipare le spese di missione.
Ma per fare questo, ed è la seconda cosa che balza agli occhi, si sono dovuti riclassificare gli oneri, passati da “giuridicamente obbligatori” a “non obbligatori”.
“Vuol dire che il ministero ritiene quelli per il personale costi di ‘funzionamento’, quindi soggetti a decurtazioni”, commenta amareggiato un funzionario.
Il tutto con un atto amministrativo passato a fine agosto.
Per avere un termine di paragone, basti pensare che nel 2001 erano iscritti a bilancio della Dia 28 milioni di euro.
Ci si credeva, era la creatura di Giovanni Falcone, che per primo comprese l’importanza di avere un’unica struttura (polizia, carabinieri e finanza) per affiancare i magistrati impegnati nella lotta alla mafia.
E invece oggi non solo il personale è sotto-dimensionato (mancano circa 200 unità ), si creano gruppi interforze ad hoc per il controllo degli appalti (quando la Dia ha già , al suo interno, un Osservatorio centrale sugli appalti), e si decurta il Tea, ma quello stesso Tea non viene neanche pagato: sul Viminale pesa un ricorso presentato da 500 tra ufficiali e sottufficiali che non si sono visti corrispondere, come del resto tutti gli altri colleghi, l’indennità dal novembre 2011.
L’Avvocatura dello Stato ha scritto al Dipartimento chiedendo perchè non sono stati erogati quei fondi.
“I provvedimenti del ministero continuano a essere irrazionali — commenta Enzo Marco Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia — e puniscono quelle donne e uomini che più di altri contribuiscono alla confisca dei beni delle mafie. C’è un accanimento contro la Dia, si colpisce la motivazione degli appartenenti che sono stati protagonisti integerrimi delle inchieste più scottanti degli ultimi anni. Ma lo Stato sembra proprio averli abbandonati”.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
APERTO UN FASCICOLO CONTRO “CASALEGGIO E ASSOCIATI” (CHE POSSIEDE IL SIMBOLO DEL M5S) PER PRATICA COMMERCIALE SCORRETTA E PUBBLICITA’ NON TRASPARENTE
Una guerra vera e propria. In Emilia Romagna si allarga la frattura tra la
base e lo Staff del blogger. E partono pure le carte bollate.
Spunta un esposto all’Agcom degli “epurati” contro la “Casaleggio e Associati”, che possiede il simbolo del Movimento 5 Stelle.
Nervi sempre tesi tra il consigliere regionale Giovanni Favia e quello comunale Massimo Bugani.
Si discute nei forum, con gli attivisti arrabbiati per l’espulsione di Filippo Boriani, eletto in quartiere a Bologna e poi licenziato con un p.s. dal blog di Grillo.
Una battaglia culminata con la richiesta, partita dai grillini bolognesi, di un incontro con Grillo e Casaleggio di cui lo Staff non è nemmeno informato:
“Non sappiamo nulla di questa vicenda”.
Un caos che nasce dall’amarezza per le tante espulsioni in regione, da quella di Valentino Tavolazzi all’ultima, quella di Boriani, colpevole di avere già due mandati alle spalle. Espulsioni che hanno toccato tutte le province bolognesi, e che hanno convinto una parte degli “epurati” a creare una rete online di ribelli, il “Movimento Revolution”, che ha deciso addirittura di portare Grillo e Casaleggio davanti all’Antitrust.
E l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato ha aperto un fascicolo sul M5S, per pratica commerciale scorretta e pubblicità non trasparente.
Secondo l’esposto il non-partito del blogger genovese, in realtà sarebbe una società di e-commerce (la Casaleggio Associati) e dovrebbe poter essere identificata come tale dal consumatore.
Dietro a Grillo ci sarebbe insomma un’azienda che ricava un introito attraverso il blog e la vendita di vari prodotti, con tanto di padrone: Casaleggio.
“Il blog Beppegrillo. it non può ritenersi un partito – si legge nella segnalazione arrivata a Roma – non avendo una struttura gerarchica, e non può ritenersi un movimento politico avendo un proprietario”.
Il portavoce degli scontenti è Gaetano Vilnò, ex grillino parmense espulso nel 2009, che ha scritto anche una lettera al Presidente della Repubblica.
Ma questa è solo la punta dell’iceberg.
Persino il blitz dei grillini alla Festa dell’Unità contro Bersani, diventa motivo di divisioni.
Il consigliere comunale di Bologna Massimo Bugani, tra i più vicini allo Staff di Grillo, ha chiamato al telefono, venerdì, il segretario Pd Raffaele Donini.
Esattamente come fece già mesi fa, dopo le polemiche circolate sulle riprese del consigliere regionale Favia sul luogo della morte di Maurizio Cevenini.
Favia, d’altra parte, si difende: “Io ho rispetto dei volontari e delle feste, come momento di aggregazione, non sono un bullo e non ho organizzato io quell’iniziativa. Anzi, sono stato informato dagli attivisti del blitz alla festa e sono andato come garante, proprio per impedire che ci fossero incidenti”.
Quanto alla telefonata tra Bugani e Donini, Favia glissa: “Non so di che telefonata si tratti. Io comunque sto con gli attivisti, se loro decidono un’azione, io sono con loro”.
Nessun problema quindi con Bugani, almeno “dal punto di vista politico”: “Sul fronte personale invece – aggiunge Favia – sono questioni nostre”.
Non si tratterebbe però di rivalità per la corsa in Parlamento.
Se Bugani definisce “demente” chiunque pensi che voglia andare a Roma, Favia ha più volte negato una sua candidatura, e nega pure di essere a capo della “fronda” dei ribelli della Regione contro lo Staff: “Non sono capo di alcuna fronda. Con Grillo ho cenato ieri sera, ci siamo abbracciati, abbiamo parlato di altro. Leggendo il nostro forum si capisce che c’è un dibattito acceso tra gli attivisti. Il problema non sono le poltrone in Parlamento ma i metodi decisionali”.
Un problema di “rapporti” con lo Staff, che caccia attivisti ed eletti in un modo che anche la consigliera comunale Federica Salsi, pur riconoscendo a Grillo il ruolo di garante, giudica “violento e un po’ brutale”.
Per questo motivo, ammette Favia di fronte alla richiesta di un incontro con Grillo dopo l’epurazione di Boriani, “in generale la comunicazione va sempre bene. Si faccia se si ritiene utile”.
Ma a Milano di questa richiesta non ne sanno nulla.
Caterina Giusberti e Enrico Miele
(da “La Repubblica”)
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Settembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
MANI PULITE I RAPPORTI ITALIA-USA: PER L’EX MINISTRO DC “GLI USA POI FRENARONO, MA ERA TROPPO TARDI”
Paolo Cirino Pomicino è uno di quelli che non si sono mai rassegnati alla fine della Prima Repubblica.
Per lui, Mani Pulite se non proprio un complotto, fu quantomeno un’operazione pilotata da suggeritori interessati.
Così, quando ha letto le rivelazioni dell’ex ambasciatore Bartholomew, ha fatto un salto sulla sedia. «Ecco, ci siamo… Mi domando solo perchè certi racconti arrivino oggi. Forse, andreottianamente, a pensar male si farà peccato, ma ci si azzecca».
Nessuna meraviglia,dunque, Pomicino? Anche lei, al pari degli ex socialisti come Formica e De Michelis, era convinto di una “manina” americana dietro Tangentopoli?
«E’ quanto ho scritto nei miei libri. Quando l’ex console americano a Milano Semler dice che era informato già alla fine del ’91 di come sarebbero andate le cose, per me torna tutto.
C’è un episodio rivelatore: nella primavera di quell’anno mi venne a trovare Carlo De Benedetti e mi disse che assieme ad alcuni suoi amici imprenditori voleva dare vita a un nuovo progetto politico. Mi chiese se avessi voluto diventare il “suo ministro”.
Mi misi a ridere. Pochi mesi dopo però capii che non scherzava affatto.
E’ dalla primavera del ’91, metabolizzata la caduta del Muro, che si fa strada il disegno di cambiare la classe politica italiana.
Sul versante italiano, chi si rifaceva al vecchio partito d’azione pensò che fosse giunto il momento di prendere la guida del Paese.
Sul versante americano, cambiata l’Amministrazione, le strutture d’intelligence ritennero che gli italiani si erano spinti un po’ troppo in là . Non dimentichiamo che l’episodio di Sigonella era accaduto appena cinque anni prima. E gli americani, intendo gli uomini della loro intelligence, non se ne erano dimenticati».
Due spinte diverse, ma convergenti. Ma la magistratura milanese che c’entra?
«Ora ci arrivo. E’ storia, anche se poco nota da noi, che la Cia agli inizi degli Anni Novanta abbia avuto ordine di fare anche intelligence economica e di raccogliere informazioni sull’Europa corrotta.
Ora, che in Italia ci fosse un sistema di finanziamento illecito ai partiti è noto oggi ed era noto allora. Io lo dissi pure in una riunione dei vertici della democrazia cristiana, che il finanziamento illecito era il nostro fianco scoperto.
Ritengo che la Cia abbia raccolto informazioni e le abbia girate alla magistratura di Milano dove c’era un pm, ex poliziotto, che non andava troppo per il sottile».
La Cia, eh?
«Nello stesso periodo la Francia allontanò sei agenti segreti americani che indagavano sulla loro industria degli armamenti e su presunte mazzette verso Taiwan.
In Germania, sempre nello stesso periodo, il cancelliere Kohl fu fatto dimettere per un finanziamento non dichiarato. In Italia, in quel periodo, capitarono davvero diverse cose strane.
Qualcuno ricorda lo strano furto della pistola d’ordinanza dalla macchina dell’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi?
Reagì con una frase stizzita: “Qualcuno vuole fare dell’Italia una terra di nessuno”.
Oppure vogliamo parlare del panfilo Britannia, dove si ritrovarono a parlare di come privatizzare la nostra industria di Stato? Era il giugno ’92».
Scusi, Pomicino, ma Bartholomew racconta però che lui, in Italia dalla metà del ’93, inviato espressamente da Clinton perchè vedeva che l’Italia era in preda alle convulsioni di Tangentopoli, frenò certi rapporti milanesi che non condivideva. Che c’entra con lo schema delineato finora?
«C’entra perchè un conto è muovere le cose per riconquistare un’influenza perduta, e fare i conti con Andreotti e Craxi che si muovono troppo liberamente sullo scacchiere arabo e mediterraneo; altro è destabilizzare un Paese cruciale per le loro alleanze.
Bartholomew ha una visione più larga e si rende conto che l’interesse americano è diverso. E ferma le macchine».
Francesco Grignetti
(da “La Stampa”)
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Settembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
L’EX STIMATO MAGISTRATO ANTIMAFIA CHE ERA RIUSCITO AD AZZERARE IL DEFICIT DELLA SANITA’ SICILIANA LASCIA LA POLITICA: “LOMBARDO HA FATTO TROPPI ERRORI”… “IO E MICCICHE’ SIAMO TROPPO DIVERSI”
L’ultimo suo impegno da vice presidente sarà lunedì prossimo, quando rappresenterà
la Regione siciliana alla cerimonia di commemorazione per il 30/esimo anniversario dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Poi Massimo Russo, l’ex magistrato antimafia che lavorò al fianco di Paolo Borsellino, chiuderà la sua esperienza di “tecnico” prestato alla politica firmando la lettera di dimissioni.
Resterà solo alla guida dell’assessorato alla Salute – ma senza partecipare alle riunioni di giunta – fino alle prossime elezioni di ottobre.
Una richiesta avanzata dalla stesso governatore Lombardo, per garantire la continuità amministrativa, a conclusione di un lungo incontro avvenuto ieri sera.
Un “chiarimento” tra il presidente e il suo vice che non è servito per far cambiare idea a Russo, il quale ha ribadito la sua intenzione di tornare a fare il magistrato.
“E’ stato un colloquio leale, franco ed emotivamente intenso”, afferma Russo rivelando di avere dato del ‘tu’ al Governatore per la prima volta dopo quattro anni.
“Ci siamo guardati negli occhi – aggiunge – ripercorrendo le tappe di questa esperienza amministrativa che io giudico esaltante perchè mi ha consentito di lavorare per la mia terra”.
Lombardo ha riconosciuto il grande risultato ottenuto dall’ assessore che, attraverso una riforma duramente osteggiata da diverse forze politiche, anche all’interno della maggioranza, è riuscito sostanzialmente ad azzerare il deficit astronomico della sanità siciliana: 617 milioni di euro.
Ma tutto questo non è stato sufficiente a far cambiare idea all’ex Pm, che pure era stato indicato come uno dei ‘papabili’ per la corsa a Governatore: “Ho detto a Lombardo che le nostre strade si sono separate definitivamente e irrimediabilmente, che questa politica non sa coltivare la speranza e costruire un futuro”.
Russo ha spiegato a Lombardo i motivi del suo dissenso, dovuto soprattutto all’accordo siglato dagli autonomisti dell’ex Mpa che hanno deciso di sostenere la candidatura di Gianfranco Miccichè: “Con tutto il rispetto nei suoi confronti – dice – si tratta di una persona lontana da me in modo siderale. Miccichè è amico di Berlusconi e Dell’Utri, mentre i miei punti di riferimento sono Borsellino e Falcone; lui pensa di cambiare la Regione perchè amico di banchieri e imprenditori, io credo che bisogna creare condizioni di legalità , trasparenza e affidabilità perchè banche e imprese investano in Sicilia; dice di avere fatto uso di droghe pesanti da giovane mentre io, pur non essendo un bacchettone, non ho mai fumato nemmeno uno spinello; sostiene che occorre ‘derattizzare’ la burocrazia, io sono invece per una riorganizzazione in grado di rendere efficiente la macchina burocratica rispettando la dignità di chi lavora all’interno della Regione”.
Ma l’obiettivo del vice presidente sono quelli che lui definisce “avvoltoi e rapaci”, cioè “quei politici che si autoperpetuano per coltivare i loro interessi”.
Eppure in molti, anche tra i suoi colleghi, non avevano nascosto riserve e perplessità quando Russo decise di lasciare la Dda di Palermo per entrare nel governo di Raffaele Lombardo, poi coinvolto in un’inchiesta per mafia. Una situazione imbarazzante per l’ex Pm, che tuttavia riconosce al Governatore “una grande sensibilità istituzionale, visto che si è dimesso prima ancora di un rinvio a giudizio e di fronte a un’imputazione coatta decisa dal Gip dopo una richiesta di archiviazione da parte della Procura”.
Russo ribadisce, tuttavia, le sue critiche a Lombardo: “Nel corso dell’incontro di ieri gli ho detto che ha fatto molti errori, a cominciare dalla decisione di candidare il figlio e fare l’accordo con Miccichè. Lui mi ha invitato a rifletterci perchè in politica non bisogna mai dire mai, gli ho risposto che non sono un politico e che questa politica non la capisco nè la voglio capire. Per questo torno a fare il magistrato”.
(Ansa)
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