Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELLA DIFESA INTERVENNE IN PRIMA PERSONA CON PONZELLINI PER FAR SBLOCCARE IL FIDO ALLA QUINTOGEST, SOCIETA’ DEI LIGRESTI E DELLA MOGLIE LAURA DE CICCO… OPERAZIONE DEFINITA DAI PERITI DEI PM “NON CONVENIENTE PER LA BANCA”
Soldi facili a protetti di Ignazio La Russa. 
Dalle carte depositate per la proroga dell’indagine sugli ex vertici della Bpm, emergono particolari su diversi finanziamenti.
Tra i beneficiari della gestione di Massimo Ponzellini e del suo braccio destro Antonio Cannalire, c’è la Quintogest.
È una finanziaria che ha come soci Laura De Cicco (34%), moglie dell’ex ministro La Russa, l’amico storico, Salvatore Ligresti (Sai Fondiaria, 49%) e Antonio Giordano, un altro amico di La Russa (17%).
Nel marzo 2011 ha avuto un fido di 45 milioni.
In una nota del nucleo tributario della Guardia di Finanza di Milano, inviata ai pm Roberto Pellicano e Mauro Clerici, la Quintogest viene citata come esempio di società protetta: che Cannalire “si occupi della gestione delle pratiche di ‘provenienza politica’ lo si evince anche nella conversazione del 27 luglio 2011.
Michela, segretaria di Ponzellini chiede a Cannalire lo stato della pratica Quintogest e quest’ultimo le risponde che ‘sono a zero perchè Chiesa deve autorizzare l’aumento dei fidi per portarla in finanziamento’.
Pochi minuti prima Ponzellini (intercettato, ndr) era stato contattato dal ministro Ignazio La Russa”.
L’allora ministro chiede aiuto a Ponzellini, ma usa parole prudenti, forse non si fida del telefono, e non nomina mai la moglie: “Solo un problema di tempi che ti devo pregare, ti avevo accennato di una pratica che stai seguendo con una società che si chiama Quintogest, che è una società che finanzia il quinto dello stipendio… Comincia a trovarsi in serie difficoltà perchè non ha i soldi sufficienti da dare ai propri clienti”.
Ponzellini afferra il concetto: “Gli manca la finanza”.
La Russa: “Siccome i tempi sono quelli che sono, io vorrei che tu, naturalmente con la valutazione più seria possibile, prima delle vacanze trovassi una risposta, secondo le convenienze della banca, alla loro richiesta. Per cui ti farei chiamare da Giordano oggi pomeriggio”.
Ma prima di chiudere la telefonata, La Russa si fa più esplicito: “Vedi se si può chiudere, in un modo o nell’altro. L’importante è che sappiano quello che devono fare. Anche all’esito della tua risposta potrebbero decidere di vendere se non hanno prospettive di crescita di lavoro. Quindi hanno bisogno … è chiaro che sperano in una risposta positiva”.
Nel pomeriggio Giordano telefona a Cannalire.
Scrive la Gdf: “Giordano gli riferisce che era andato a trovare il suo amico (La Russa) il quale gli aveva detto che avrebbe chiamato Massimo (Ponzellini). Giordano gli dice di aver detto a La Russa ‘guarda non è che sono cose facili’ e questo (La Russa) gli avrebbe risposto: ‘Allora chiamo io Massimo, vedrai che è facile’.
Cannalire gli riferisce di avere detto a Ponzellini di effettuare una ‘due diligence’ al fine di verificare la percentuale di società che bisognerà acquisire. Cannalire, inoltre, gli dice che Enzo (Chiesa) ha proposto di fare una fusione delle tre realtà (Pitagora, Quintogest e Profamily) e, quindi, di ‘non partire direttamente con la richiesta di finanziamento’”. L’indomani, Cannalire informa Michela, segretaria del presidente della Bpm, che “il ministro La Russa vuole incontrare urgentemente Ponzellini. Entrambi concordano l’incontro per le ore 11.00 del 29 luglio 2011”.
Cosa si siano detti, rimarrà un mistero.
La Russa è un deputato e quindi non può essere intercettato direttamente senza autorizzazione della Camera.
Anche in merito al credito della Quintogest c’è una perizia richiesta a fine 2011 dai pm Pellicano e Clerici. Rileva che in un solo anno, dal febbraio 2010 al marzo 2011, la società ha triplicato il tetto massimo di fido “da 15 milioni a 45 milioni”.
Respinta, invece, la richiesta di ampliare ancora “il plafond per 6 milioni” nel settembre 2011. Ma quel credito di 45 milioni non era dovuto.
Scrive il perito dei magistrati: “Già nel 2010 era emersa la tematica della liquidità e pertanto l’impiego di un così rilevante plafond a condizione economiche non particolarmente convenienti per Bpm (da ultimo 4,25%) avrebbe potuto essere oggetto di più approfondite riflessioni dagli organi di vertice della banca”.
Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile
UN IMPRENDITORE CHE HA VINTO UN APPALTO CON L’ASL PER PORTARE I BAMBINI A SCUOLA SI E’ VISTO BLOCCATO DA EQUITALIA
C’era una volta il ricco nord est. Un ricordo sfocato perchè, dall’inizio della crisi, il numero
di piccole aziende in crisi è aumentato esponenzialmente anche in Veneto.
E, quando i conti vanno in rosso, puntualmente cominciano le pendenze con Equitalia. Cartelle esattoriali, pignoramenti e fermi amministrativi.
Il fatto però che le ganasce siano applicate a un pulmino per il trasporto dei disabili fa un certo effetto, soprattutto se il mezzo serve a trasportare dei ragazzi in carrozzina per conto dell’Usl 5 di Valdagno.
La denuncia arriva da Moreno Dal Pian, un imprenditore di autotrasporti di trasporti a Sovizzo, nel vicentino, che da qualche mese ha vinto una gara d’appalto con l’azienda sanitaria ma non può effettuare il trasporto perchè l’unico mezzo attrezzato per la mobilità dei disabili è stato bloccato con un fermo amministrativo.
E i ragazzi con difficoltà motorie rischiano di restare a piedi.
Dal Pian ha con Equitalia un debito importante, tra tasse non pagate e interessi circa 200mila euro.
Non è però un evasore: «Io lavoro con gli enti locali e ho sempre dichiarato tutto, fino all’ultimo centesimo. Il problema è che due anni fa la mia azienda è entrata in crisi e non ho i soldi per pagare le tasse arretrate. Ma a me sono arrivate le cartelle perchè al fisco non ho mai nascosto nulla», spiega l’imprenditore.
Due anni fa, su richiesta di una Cassa rurale e di Equitalia, gli viene anche pignorata la casa.
La sua storia rischia di finire come quella di tanti altri piccoli imprenditori strozzati dai debiti che decidono di farla finita, «ho anche provato a… No, non voglio nemmeno dirla quella parola lì», racconta.
La Federcontribuenti di Padova però gli viene in soccorso, e manda una lettera alla banca sostenendo che «il debito è stato gonfiato di 70mila euro, perchè sono stati applicati tassi da usura».
Dal Pian riprende la sua attività e vince una gara d’appalto con l’Asl 5 di Valdagno: 70mila euro per trasportare alcuni ragazzi disabili tutte le mattine fino all’ospedale. «Purtroppo però ho un solo mezzo che soddisfa tutti i requisiti tecnici per questo tipo di trasporto, ed è posto sotto sequestro».
Stando alle carte dell’agenzia di riscossione il mezzo vale 4mila euro ed è stato bloccato per una cartella che ne vale 30mila. «Ho provato a chiedere la rateizzazione di questa cartella, perchè con i soldi dell’appalto potrei rateizzare almeno questa cartella.
Per un mezzo del valore di 4mila euro rischio di perderne 70mila che mi servirebbero per ripagare una parte del debito e a dare lavoro a quattro autisti».
La risposta di Equitalia però è negativa, e l’azienda sanitaria è costretta a concedere una proroga a Dal Pian, che scadrà il primo novembre.
E si ripresenta lo stesso paradosso di tanti altri piccoli imprenditori: hanno un debito che va saldato, ma non possono riprendere l’attività perchè i pignoramenti bloccano gli impianti necessari per riprendere a fatturare.
E, intanto, il debito aumenta.
A fianco di Del Pian si è schierato il deputato regionale dell’Udc Antonio De Poli, che accusa Equitalia di «essere un Caterpillar» e di non «usare il buon senso». «
A subire questa decisione non sarebbe soltanto l’azienda indebitata, ma anche i disabili che beneficiano del servizio», prosegue De Poli. Anche Marco Paccagnella, presidente di Federcontribuenti, si schiera con l’imprenditore: «La vicenda è al limite dell’assurdo, stanno cercando in tutti i modi di non far lavorare un nostro associato». Equitalia nord però rimanda le accuse al mittente: «Il veicolo fermato è intestato a Del Pian, non alla srl che lavora con l’Asl. Non ci risulta — continua la nota dell’agenzia di riscossione — che sia stata fatta richiesta di rateizzare il debito».
Dall’Asl 5 la direttrice dei servizi sociali, Antonella Pinzauti, fa sapere che «l’azienda sanitaria ha già pronto un piano di emergenza per non arrecare disagi alle famiglie».
(da “Il Corriere della Sera)
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Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile
IL REATO SI PRESCRIVE IN 15 ANNI E SI PUNISCE CON 4-12 ANNI DI CARCERE… LA NUOVA NORMA SCINDE COSTRIZIONE E INDUZIONE E FA SCENDERE LAA PENA ANCHE DA TRE A OTTO ANNI
Magari fossero appena 75 i processi per concussione la cui prescrizione rischierà di risentire dell’accorciamento determinato dalla legge anticorruzione, che ieri il ministro Severino ha ribadito «un testo che funzionerà », e che alla segretaria cgil Camusso pare invece «ben al di sotto delle aspettative».
Ad onta delle non poche misure che mancano, la legge ora alla Camera continua a calamitare polemiche su un’illusione ottica-mediatica (l’effetto-spugna sui processi di Berlusconi-Ruby e Penati) anzichè riflessioni sui veri, ma sconosciuti, effetti pratici della modifica della concussione
Oggi questo reato, nell’articolo 317 del codice, si prescrive in 15 anni e punisce con il carcere da 4 a 12 anni «il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente denaro od altra utilità ».
La nuova legge scinderebbe i casi di costrizione e induzione: un nuovo articolo 317 punirebbe da 6 a 12 anni il pubblico ufficiale che costringe il privato (immune come oggi da sanzioni); mentre un articolo 319-quater punirebbe il pubblico ufficiale che induce il privato (sanzionato con pene fino a 3 anni) a dare o promettere qualcosa, ma gli abbasserebbe la pena fra i 3 e gli 8 anni.
Questo abbassamento si riverbera sui termini di prescrizione parametrati sul massimo della pena più un quarto, sicchè con la nuova legge la concussione per induzione si prescriverebbe non più in 15 ma in 10 anni.
Quanti processi, nel corso della loro «vita»”, ne risentiranno?
Come già all’epoca dell’abortita legge sul «processo breve», la statistica giudiziaria resta per ora un segreto di Fatima sia al Csm sia al ministero che comunica solo le concussioni pendenti in Cassazione, 75, stimando che metà possano essere per induzione.
Tutto bene, allora?
Per capire che non è così bisogna ad esempio provare a fare, porta a porta nelle cancellerie, una statistica artigianale ma completa in una sede come Milano: già solo qui si può così verificare che 11 posizioni per concussione pendono in Appello, 7 in Tribunale e 48 in Procura: 66 solo a Milano, insomma, a fronte dei 75 citati in Cassazione.
Segno che, se lo stesso lavoro fosse fatto nelle altre sedi giudiziarie, il numero di procedimenti potenzialmente interessati sarebbe, in proiezione futura, ben più alto.
Duro a morire, invece, è lo spaccio continuo del luogo comune del processo Ruby a rischio.
Non è così: la prescrizione, scendendo da 15 a 10 anni, interverrà nel maggio 2020, ma, se per quella data non si sarà fatto in tempo a celebrare tre gradi di giudizio su Berlusconi, sarà semplicemente ridicolo addebitarne la colpa alla nuova legge.
Neppure è vero che la nuova legge cancellerà il processo che la Procura di Monza chiede su 7 accuse per l’ex capo dello staff del segretario pd Bersani, Filippo Penati.
Nulla infatti cambia per le 2 corruzioni e per le 2 violazioni della legge sul finanziamento dei partiti 2008-2009 e 2008-2010, che continueranno a prescriversi dopo 7 anni e mezzo, dunque nel 2016-2017.
Cambia invece l’orizzonte di 3 concussioni.
Due, che per l’area ex Ercole Marelli a Sesto accusano l’allora sindaco Penati d’aver indotto un imprenditore a una iniqua permuta di terreni, risalgono al 2000: già con le regole odierne non arriverebbero mai in Cassazione entro il 2015, con la nuova legge sarebbero già prescritti dal 2010.
La terza concussione, che per l’area ex Falck imputa a Penati di aver indotto un costruttore a versargli 4 miliardi di lire e affidare incarichi per 1,8 milioni di euro a due professionisti delle coop rosse, è datata «sino al febbraio 2003», sicchè l’attuale prescrizione, ancorata al 2018, con la nuova legge arriverebbe già nel febbraio 2013. E’ però anche vero che l’anno scorso per quest’accusa il gip negò ai pm l’arresto di Penati, proprio perchè qualificò i fatti non come concussioni ma come corruzioni, dunque già prescritte nel 2011 con le regole attuali.
Luigi Ferrarella
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile
A ROMA IL CONVEGNO “COLTIVARE SALUTE”… PRATICHE DI RICONOSCIMENTO DA PARTE DEI SERVIZI PUBBLICI
In Italia sono oltre mille i progetti di agricoltura sociale diffusi su tutto il territorio, ma
spesso sono poco conosciuti e non hanno ancora un quadro normativo sia nazionale che comunitario nel quale ritrovarsi.
E’ quanto emerge dal convegno “Coltivare salute: agricoltura sociale e nuove ipotesi di welfare”, in corso oggi presso il ministero della Salute a Roma e organizzato con la collaborazione del ministero della Salute, dell’Istituto superiore di sanità , l’università della Tuscia, l’università di Pisa, la Rete rurale nazionale e l’Inea, Istituto nazionale di economia agraria.
Pratiche che ad oggi, spiegano gli organizzatori, sembrano essere molto più numerose di quelle rilevate.
“In Toscana nel 2003 erano presenti 60 esperienze che avevano incluso circa 1200 persone negli ultimi dieci anni – spiegano -, l’equivalente di un servizio pubblico dedicato. Nella sola provincia di Torino la stessa quantità di aziende produce valori inclusivi che possono essere quantificati in circa 4 milioni di euro di risparmio per il servizio pubblico, al di là dei benefici umani per le persone coinvolte”.
In alcuni territori, inoltre, sono avanzate le pratiche di riconoscimento formale da parte dei servizi pubblici. “Le regioni Marche, Piemonte, Lazio e Veneto sono attive in questa direzione – spiegano -, mentre Emilia Romagna e Lombardia stanno discutendo iniziative e percorsi di rafforzamento”.
Nonostante il piano strategico per lo sviluppo rurale 2007-2013 abbia inserito l’agricoltura sociale fra le azioni chiave da sviluppare nei programmi regionali e diverse regioni abbiano già legiferato in materia, “al momento non esiste ancora un quadro normativo sia a livello comunitario che nazionale”.
In Italia, infatti, “si assiste ad una dicotomia tra politiche agricole che incoraggiano l’avvio di progetti e sistema sociosanitario che mantiene un atteggiamento diffidente nei confronti delle pratiche terapeutico-riabilitative attuate in contesti agricoli in quanto non sufficientemente validate a livello scientifico”.
Per questo, spiegano gli organizzatori, ad oggi occorre fare un quadro completo delle esperienze attive sul territorio, avviare iniziative pilota con governance multilivello per consolidare il capitale di esperienza, ma anche ricerche interdisciplinari per convalidare i risultati positivi, garantire il trasferimento delle conoscenze e creare collaborazione tra i diversi ambiti settoriali e le diverse amministrazioni coinvolte.
Azioni da realizzare al più presto, spigano gli esperti, anche perchè “il nuovo ciclo 2014-2020 dei fondi strutturali Ue offre opportunità di sviluppo all’agricoltura sociale che potrebbero essere massimizzate dalle amministrazioni nazionali e regionali attraverso un uso coordinato e simultaneo dei diversi fondi èun raccordo sinergico con le politche nazionali”.
(da “il Redattore Sociale“)
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Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile
L’INPS RIFA’ I CONTI SULLE PENSIONI, MA PER I DATI DEFINITIVI RINVIA AL 21 NOVEMBRE
“Gli esodati che verranno salvaguardati sono all’incirca 220mila”. A fare i conti sul numero dei lavoratori che potranno andare in pensione nonostante non abbiano i requisiti previsti dalla riforma previdenziale è il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, intervenuto questa mattina alla trasmissione di Rai Radio 1 “Prima di Tutto”.
La copertura finanziaria, ha detto Mastrapasqua, “è garantita per i 65mila lavoratori inclusi nel decreto Salvaitalia, per altri 65mila di due provvedimenti successivi, per i 9mila aggiunti pochi giorni fa dal ministro Fornero e, ovviamente, per gli 80mila che sono riusciti ad andare in pensione entro il 31 dicembre 2012. Ogni sede Inps stà rifacendo i conti. Il 21 novembre – ha concluso – avremo finalmente i dati definitivi”.
Pochi giorni fa il ministro del Lavoro Elsa Fornero aveva parlato di 120mila persone finora salvaguardate 1 “alle quali se ne possono aggiungere altre 10.000 per effetto della finestra mobile del ministro Sacconi”, ribadendo l’intenzione del governo di “dare certezza a chi poteva andare in pensione nel 2013 e 2014”.
In seguito il ministro aveva riferito di altre 8.900 persone che hanno maturato il diritto ad essere tutelate e per le quali dovranno essere stanziati ulteriori 440 milioni di euro.
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Ottobre 20th, 2012 Riccardo Fucile
PRANZI, CENE, VIAGGI: COSàŒ LE RICHIESTE DELL ‘UOMO DEL CARROCCIO VENIVANO SODDISFATTE DALL ‘ARCHITETTO-FACCENDIERE UGLIOLA… ECCO COSA DICONO I VERBALI
“Con i politici l’accordo era scontato”: l’archi tetto Michele Ugliola non ha dubbi. 
E del resto la domanda che poco prima gli ha posto il pm è chiara: “Era un dato scontato che, a fronte di un’autorizzazione, c’era una quota che doveva essere retrocessa alla politica?”.
Sì, risponde Ugliola, “con i politici l’accordo era scontato”.
Pagina 15 della trascrizione dell’incidente probatorio chiesto dalla procura e svoltosi il 24 settembre scorso nell’ufficio del giudice Antonella Bertoja.
Ordine del giorno: l’accusa di corruzione all’ex presidente del Consiglio regionale lombardo, il leghista Davide Boni, per vicende di quand’era assessore regionale al Territorio.
Con lui sono indagati il suo ex capo di gabinetto Dario Ghezzi, lo stesso Ugliola con il cognato Gilberto Leuci e due imprenditori: Luigi Zunino e il veronese Francesco Monastero.
Tutti coinvolti in un giro di mazzette (oltre 1milione di euro), messo in piedi per ottenere dall’assessorato autorizzazioni in cambio di denaro.
Ugliola mediava e aveva il compito di recuperare i soldi delle tangenti attraverso sovrafatturazioni o consulenze inesistenti.
Arrestato nel dicembre 2010 nell’ambito della Tangentopoli di Cassano d’Adda, il professionista si è trasformato nel principale accusatore diBoni,riempendo decine di verbali. L’ultimo è proprio quello di settembre: 180 pagine d’incidente probatorio chiesto e ottenuto dalla procura per cristallizzare il quadro.
In quell’occasione, Ugliola svela particolari a oggi ancora inediti.
Come le mangiate al ristorante a’ Riccione. Ai tavoli eleganti del ristorante milanese di via Taramelli, infatti, Ugliola è di casa a mezzogiorno e sera e lì raduna politici e imprenditori. “Pranzi d’affari”, li definisce il suo socio Leuci.
Chi c’era? Boni e Ghezzi spesso.
Ugliola conferma: “Pagavo sempre io”.
I pm accusano: Ghezzi incassava la mazzetta e poi girava i soldi al suo presidente.
Del resto, i tre sono amici. Tanto da condividere compleanni e vacanze.
Ad Alguna, in Egitto, per esempio: c’è Ugliola, c’è anche Boni e la sua assistente Monica Casiraghi.
Candidata al Senato per il Carroccio nel 2006, sarà la stessa Casiraghi a presentare l’imprenditore Monastero a Ugliola.
All’incontro, annunciato da una telefonata di Ghezzi,si presenta anche Flavio Tremolada, altro assistente di Boni.
Per questa attività , rivela Ugliola, la Casiraghi, indagata, incasserà una “consulenza”da 50 mila euro.
Chiede il pm: “La consapevolezza di Davide Boni a questa consegna di denaro, lei la riscontrava?”.
L’architetto conferma: “Ne abbiamo anche parlato”.
Del tipo: “Tutto ok? Sì, sì”.
Quindi ribadisce: “Tenga presente, abbiamo passato l’estate giù ad Alguna nel 2008, tutti quanti in compagnia. C’era Davide Boni”.
L’accusa insiste: vuole la conferma che il denaro sia arrivato nelle mani del politico.
Ugliola: “Ghezzi era una persona di fiducia dell’assessore. Cioè, voglio dire, parliamoci chiaramente: gli imprenditori passavano da Ghezzi, eh?”.
In assessorato l’architetto è di casa. “I nostri incontri erano sempre finalizzati alla consegna di denaro. I miei passaggi alle 8 del mattino in assessorato regionale erano molto frequenti”. Caffè, pranzi e vacanze, dunque.
Occasioni ideali per confessare l’inconfessabile.
Ugliola, durante l’incidente probatorio, esplicita quello che è sempre rimasto tra le pieghe dei precedenti interrogatori: Davide Boni sapeva del denaro.
Fa di più: svela i primi episodi della corruzione, che inizia nel 2007.
All’epoca ci sono da seguire gli interessi di Lugi Zunino: Santa Giulia, aree Falck, Rodano-Pioltello.
Qui, Zunino vuole 100 mila metri quadri di area commerciale all’ex Sisas. Ugliola concordala“ricaduta”, ovvero la tangente: 800 mila euro.
Il patto viene siglato in via Bagutta, sede milanese, all’epoca, della società Risanamento.
“Al primo incontro c’eravamo io, Boni, Ghezzi e Zunino, alla presenza anche dell’avvocato Giovanni Camozzi. In un altro incontro sicuramente c’era Nicoli Cristiani”.
È l’ex vicepresidente del consiglio regionale, arrestato il 30 novembre 2011 per aver intascato 100 mila euro dall’imprenditore Pierluca Locatelli.
All’epoca era assessore al Commercio.
Un’alleanza speciale: Territorio e Commercio, in certi casi Rifiuti.
Tradotto: Davide Boni, Nicoli Cristiani e Massimo Buscemi.
Tre assessori che per anni sono stati il vero punto di riferimento di Ugliola.
Lo conferma anche Gilberto Leuci, sentito pure lui in incidente probatorio il 1 ottobre scorso.
Il rapporto Boni-Ugliola è strettissimo.
L’architetto lo ricorda rievocando l’incontro con il leghista e alcuni imprenditori.
“Mi ricordo che c’era un certo Rossetti, che disse: ma assessore, qualche professionista di riferimento? Allora Boni mi guardò e mi disse: Michele, di che cosa sta parlando? Il professionista è Michele Ugliola”
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 20th, 2012 Riccardo Fucile
BERSANI & CO. CONTRO I FINANZIERI DEL SINDACO, DIMENTICANO LE LORO BANCHE
Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi se le danno di santa ragione.
Con cattiveria, per farsi male.
Sull’argomento più doloroso della storia recente della sinistra: i rapporti opachi e forse inconfessabili con il potere finanziario.
Gode il terzo sfidante delle primarie, Nichi Vendola, che suggella la giornata con parole beffarde: “E io mi accomodo tra il pubblico ad ascoltare i vostri problemi con i banchieri e con la finanza…”.
I vostri problemi.
Stavolta, com’è d’uso constatare nelle risse da bar, ha cominciato Bersani.
La palla se l’è fatta alzare dall’Unità . Il giornale del Pd ieri ha dedicato a Renzi un titolo di apertura cattivissimo: “Le primarie in paradiso (fiscale)”.
Il riferimento è a Davide Serra, giovane finanziere che ha organizzato mercoledì sera, a Milano, la cena in piedi tra i banchieri e Renzi, con tanto di raccolta di fondi (circa 150 mila euro di cui il sindaco di Firenze promette a breve rendiconto dettagliato sul suo sito).
Il fondo Algebris, con il quale Serra gestisce circa un miliardo di euro, avrebbe la sua sede alle isole Cayman, un paradiso fiscale.
Notizia seccamente smentita ieri sera dallo stesso Serra. E però Renzi balbetta, fa dire al suo staff “non lo sapevamo”, si dimentica di controllare su Google che le isole Cayman sono un possedimento britannico sostanzialmente integrato nell’Unione europea, paradiso fiscale come il nobile, europeissimo Lussemburgo.
Bersani decide allora di insistere e va giù duro: “Credo che qualcuno che ha base alle Cayman non potrebbe permettersi di parlare e di darci consigli”, dice.
E alla provocazione di un giornalista (“Li definirebbe banditi?”), non si fa pregare: “Banditi fra virgolette, è una finanza che non risponde a criteri di trasparenza e che ha avuto in tutti questi anni un po’ troppa mano libera”.
Per poi aggiungere: “Non lo dico per Renzi ma in generale: l’Italia non si compra a pezzi”.
Una volta le notizie viaggiavano abbastanza lentamente da dare il tempo di pensare.
Adesso è proprio come al bar, anche perchè c’è Twitter.
Passano pochi minuti dalla prima notizia d’agenzia del fendente bersaniano, e Renzi digita furioso sul palmare: “Caro Bersani, su banche finanza e trasparenza accetti un confronto pubblico? Non importa andare alle Cayman: ok una casa del popolo. Ti va?”.
A Bersani gli va, ma continua a menare: “Meglio la casa del popolo delle Cayman”.
Poi scivola un po’ sul burocratico: “Non ho alcuna difficoltà a discutere su tutto. Ma non ci siamo solo io e lui e faremo i confronti secondo le regole che saranno stabilite dai garanti”.
Già , c’è anche Vendola, che però si affretta a chiamarsi fuori dalla rissa sull’etica dei rapporti con i poteri forti, anche se non rinuncia ad assumere il tono del saggio per dare anche lui un calcetto a Renzi: “Trovo incredibile attivare una polemica sulla trasparenza con il segretario del proprio partito e buttarla in caciara”.
Renzi a sua volta alza il tono dello scontro, e rinfaccia a Bersani il disastro della banca rossa per eccellenza, il Monte dei Paschi di Siena, guidato da un grand’elettore delle primarie Pd come Alessandro Profumo, che ha preso il posto di un altro banchiere di stretta osservanza dalemiana, Giuseppe Mussari: “Basta guardare a qualche istituto della mia regione per capire che una certa politica ha combinato soprattutto guai”.
Ma le allusioni del sindaco di Firenze sono a largo spettro: partono dalla scalata a Telecom Italia, con Palazzo Chigi guidato da D’Alema e descritto dal giurista di sinistra Guido Rossi come “l’unica merchant bank dove non si parla inglese”, alla fallita scalata alla Bnl da parte dell’Unipol di Gianni Consorte, che si faceva consigliare al telefono da D’Alema e incassava gli entusiasmo di Piero Fassino (“Abbiamo una banca!”).
È quel passato di corte serrata ai banchieri di ogni specie, di D’Alema che chiede udienza a Enrico Cuccia, e dei big di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli e Corrado Passera, in fila al gazebo per votare alle primarie del centrosinistra.
In attesa che decida di tirare fuori il caso Penati, Renzi per ora rinfaccia a Bersani cose del passato.
Esponendosi a farsi tirare addosso il presente.
I banchieri e i finanzieri che lo hanno omaggato a Milano non sembrano proprio la crema di un’Italia che si rinnova.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 20th, 2012 Riccardo Fucile
NON C’È SOLO LA SANTANCHÈ: NEL “PARTITO DELL’AMORE” GUERRA DI DONNE PER TORNARE A FORZA ITALIA
Non solo Daniela Santanchè, che impugna lo spadone della rottamazione contro il Pdl. 
L’ultimissimo fronte bellico dell’ex partito dell’amore, precipitato nei sondaggi al 14 per cento, è la guerra scatenata dalle due amazzoni azzurre, le chiamano così a Palazzo Grazioli, Michaela Biancofiore e Nunzia De Girolamo, nostalgiche dell’immarcescibile spirito forzista del ’94 e finanche ammiratrici del fenomeno Matteo Renzi.
Al punto che ieri sera, la stessa Biancofiore è andata a sentire il sindaco di Firenze nella tappa di Bolzano del camper “Adesso”, ma è stata allontanata dallo staff renziano in quanto poco gradita.
Torniamo al subbuglio provocato dalle amazzoni di B.
La storia è questa, al netto dei veleni che girano tra Montecitorio e via dell’Umiltà , dove si trova la sede nazionale del Pdl a Roma.
Le due parlamentari hanno aperto una chat con il nome Forza Italia su What’s App, applicazione per telefonini.
Le discussioni sono vivaci.
Iscritti e iscritte riconoscono solo il primato berlusconiano, non quello di Alfano e Cicchitto: Laura Ravetto, Beatrice Lorenzin, Annagrazia Calabria, Giancarlo Galan, Catia Polidori, Antonio Martino, Giuseppe Moles, Isabella Bertolini.
La notizia gira e tra i deputati maschi del Pdl si mormora di una riedizione di Forza Gnocca.
Vengono aggiunti i nomi di Gabriella Giammanco, Barbara Mannucci, Fiorella Ceccacci Rubino (ex attrice di Tinto Brass), pure quello di Mariarosaria Rossi, deputata-assistente di un Cavaliere sempre più stanco e nero d’umore.
Tra i malpancisti azzurri viene segnalato in avvicinamento anche il gigante Guido Crosetto, ma lui smentisce: “Con le amazzoni non c’entro nulla”. Piuttosto, le indiscrezioni lo vorrebbero candidato alle primarie del centrodestra, con il supporto della falange di avvocati dell’ex premier, tra cui Maurizio Paniz ed Enrico Costa.
Caos su caos.
La chat diviene l’embrione della lista dello spirito del ’94, con l’ambizione di attirare un Berlusconi sempre più nauseato dal Pdl.
Il nome è “Fratelli d’Italia”, ma viene reclamato da altre aree del partito già esistenti.
Il troncone forzista preclude a uno spacchettamento della creatura pidiellina: il movimento delle amazzoni, la lista della Santanchè, la bad company del Pdl con la nomenklatura attuale, gli ex An.
Si vocifera anche di un gruppo parlamentare autonomo, da formalizzare dopo le regionali siciliane.
La De Girolamo, però, ad Agorà su Raitre smentisce e sparge un po’ di veleno: “Questa cose le scrive Adamo perchè Eva non ha il coraggio di parlare”.
Chi è Adamo? Chi è Eva?
Il crepuscolo del berlusconismo è crudelmente divertente.
La deputata del Pdl (moglie di Francesco Boccia del Pd) si riferisce a un articolo uscito sull’Huffington Post edizione italiana che riprende alcune voci apparse già su Lettera 43: “Silvio Berlusconi dice sì al gruppo parlamentare delle sue belle. E loro preparano le pagelle su chi può entrare”.
L’autore è Alessandro De Angelis.
È lui Adamo in quanto compagno dell’ex ministra Anna Maria Bernini, indicata come l’Eva che “non ha il coraggio di parlare”.
Una lotta feroce che non risparmia nessuno. E che fa altre vittime.
Quando la voce su “Fratelli d’Italia” è di dominio pubblico, Annagrazia Calabria si cancella dalla chat Forza Italia, per via del suo legame politico con il segretario Angelino Alfano.
Tutti contro tutti. Non solo Eva contro Eva (che è Adamo però).
A questo spettacolo di auto-distruzione, il Cavaliere assiste con malcelato distacco. Il regista del bombardamento sul quartier generale dell’oligarchia del Pdl è lui.
L’ammissione viene da una sua dichiarazione di ieri: “Il partito l’ho lasciato ad Alfano, ieri mi hanno costretto a fare una dichiarazione”.
Stavolta, il riferimento è alla nota di Paolo Bonaiuti, portavoce di Palazzo Grazioli, che invita a non considerare la virulenza rottamatrice della Santanchè come espressione del Capo.
La smentita di B. alla nota di Bonaiuti dà altra forza all’ex sottosegretaria vicina al Giornale di Sallusti: “Ho detto che bisogna azzerare e ripartire perchè il Pdl è messo malissimo. Non è vero, forse?”.
Una verità incontestabile.
E la questione dell’eredità politica sta diventando un affare di donne.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 20th, 2012 Riccardo Fucile
VENTIDUE VELTRONIANI FIRMANO PER BERSANI
Sarà forse perchè ritiene di aver neutralizzato i due bersagli grossi che Matteo Renzi archivia la «fase uno della rottamazione» per dedicarsi ai programmi: ma sarà pure perchè conosce l’arte della guerra dei suoi amici ex democristiani, con i quali se la dovrà veder Bersani in una resa dei conti solo rinviata.
Infatti, se Veltroni si tira fuori e D’Alema decide di fare un passo indietro, al centro ce ne sono due che non si muovono di un centimetro: sono gli altri due bersagli preferiti da Renzi, la Bindi e Fioroni, che non paiono intenzionati a farsi da parte.
Come Franco Marini, che dopo aver annunciato a giugno che non si sarebbe ricandidato, dopo aver rinunciato a far esplodere una grana in assemblea sulla deroga allo statuto per Renzi, ha fatto sapere di aver cambiato idea.
La Bindi, a sentire i più fidati consiglieri politici, fatica a tenere a freno la rabbia e fino ad oggi ha preferito evitare esternazioni contro una piega che hanno preso gli eventi per lei poco tollerabile. Di sicuro non vuole sottostare al diktat della rottamazione e aspetta la nuova legge elettorale (è una delle poche sostenitrici delle preferenze), per affrontare la questione delle candidature.
Ma certo non è contenta del trattamento riservato da Bersani ai big più big, perchè quel «non chiedo a nessuno di ricandidarsi» era un evidente mancanza di riguardo pure a lei, che è pur sempre la presidente del partito, oltre che un presidio dell’area cattolico-moderata del Pd.
Approfittando della citazione regalatagli da Renzi su Repubblica, «non è che mandiamo via D’Alema e ci teniamo Fioroni», l’interessato invece gli risponde via sms: con un «grazie molte, perchè pensavo di non contare nulla e mi hai tranquillizzato, meglio tardi che mai. Buon lavoro»; un messaggino in cui a dispetto delle apparenze, il sugo sta in quel sibillino «buon lavoro», perchè l’altra postilla di Fioroni è che «le candidature si vedranno al momento opportuno e le vive male chi non ha un lavoro. Siccome io un lavoro ce l’ho questo problema non me lo pongo…».
Ma oltre alla «resistenza» dei big cattolici, il terremoto delle primarie riesce anche a far dividere la variegata area che fa capo all’ex leader Veltroni.
A differenza dei vari Gentiloni, Ichino, Morando, Tonini, Ceccanti, Vassallo, tutti a favore di Renzi, un gruppo di 22 veltroniani doc come Verini, Melandri, Minniti, Causi, Agostini, Morassut, firmano un documento pro-Bersani.
Quel Bersani però che dice in assemblea «Monti l’abbiamo voluto noi» e non quello che firma la Carta dei Valori con Vendola dove Monti non c’è, tengono a chiarire.
Perchè «le primarie possono rappresentare un’occasione per affermare il profilo che dal Lingotto era alla base della nascita del Pd, un partito coraggioso e innovatore».
Un altro segnale di quel cambio di marcia che ora si impone sulle primarie.
«Lo scontro diventa più politico, veniamo da retroterra diversi, sbaglia chi lo ha ridotto a uno scontro tra classi dirigenti, che altro finora non è stato se non un regolamento di conti a sinistra», fa notare il renziano Mario Adinolfi.
Renzi l’altra sera ha provato a rovesciare il celebre assioma maoista, «la rivoluzione non è un pranzo di gala», riunendo a Milano il gotha della finanza per spiegare la bontà del processo di rinnovamento da lui innescato.
Ma a Vendola e Bersani, questo spuntino fino a 5000 euro a coperto è piaciuto poco.
«Ne abbiamo abbastanza delle slides e delle proposte della finanza. Abbiamo già dato e consiglio molta cautela con i banchieri», lo ha avvisato Bersani.
Carlo Bertini
(da “La Stampa“)
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