Ottobre 8th, 2012 Riccardo Fucile
LA STORIA DI ANTONIO PALLADINO, AUTORE DI UN CAMBIO DI CASACCA PRIMA DEL VOTO: DA MICCICHE’ A CROCETTA SENZA CAMBIARE NEANCHE IL MANIFESTO
Se ne potrebbe fare un giochino da settimana enigmistica. Della serie: «Trova le differenze».
Perchè il faccione è lo stesso, la giacca e la camicia azzurra pure, ma la «ragione sociale» è cambiata nel giro di una notte.
Le elezioni in Sicilia sono ormai un festival di alleanze che si scompongono e ricompongono rapidamente.
E allora può succedere che un candidato cambi casacca dalla sera alla mattina ma restando sui manifesti elettorali con due magliette diverse.
FOTO E SLOGAN
Antonio Paladino, 49 anni, commercialista che opera a Catania, per qualche giorno è stato candidato nella lista di Grande Sud che sostiene il candidato governatore Gianfranco Miccichè.
Ma qualche giorno dopo era già arruolato nell’Udc e di conseguenza era schierato a sostegno di un diverso candidato governatore , l’esponente del Pd Rosario Crocetta.
E probabilmente visto che bisognava fare in fretta non si è preso neppure la briga di cambiare nè la foto dei manifesti, nè lo slogan «sosteniamo sviluppo e lavoro».
Poco importa se a distanza di qualche giorno l’impegno di Paladino è stato messo a servizio prima di un candidato governatore e poi del suo avversario.
LE DIFFERENZE
Dicevamo le differenze tra il prima e il dopo.
Quella più evidente è chiaramente il cambio di casacca. Ma a ben vedere Antonio Paladino non si è accontentato solo di schierare il suo faccione per due presidenti diversi.
Nel secondo manifesto ha evitato di far pesare la sua laurea, levando il titolo di dottore.
Vuoi mettere che qualcuno non avesse una buona ragione per votarlo.
Alfio Sciacca
(da “Il Corriere della Sera“)
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Ottobre 8th, 2012 Riccardo Fucile
IL LEGALE E’ UN BOSSIANO DI FERRO, DAL 1996 GESTIVA TUTTE LE CAUSE PENALI E CIVILI DEL CARROCCIO… ORA CHIEDERA’ IL CONTO DELLE PRESTAZIONI MAI PAGATE
Faida tra “maroniani” e “bossiani”: sloggiato dalla sede storica della Lega, in via Bellerio
41, a Milano, l’avvocato storico del Carroccio, Matteo Brigandì.
L’ordine di andarsene, a Brigandì – che in via Bellerio aveva il suo ufficio – è stato notificato due settimane fa da Stefano Stefani, tesoriere del partito dopo lo scandalo Belsito: “Maroni – gli ha detto – non ti vuole più qui”.
L’intenzione del neo segretario federale, gli è stato spiegato, è di non rinnovargli la procura generale di gestire le cause penali e civili della Lega che gli aveva rilasciato Bossi fin dal 1996.
Ma di confermargliene alcune o revocargliene altre.
Il perchè non è stato spiegato.
Ma la motivazione è con ogni probabilità nel match tra le due fazioni, i duri e puri di Bossi (come Brigandì) da una parte e i fedelissimi di Maroni con l’inevitabile spoil system dall’altra.
Va detto che lo stesso ex ministro dell’Interno era stato difeso da Brigandì nel processo sulla “secessione”: il 7 aprile del 1997, infatti, lo aveva nominato “avvocato di fiducia” durante l’interrogatorio davanti al pm veronese Papalia che indagava sulle “camicie verdi”.
Ma il dopo Bossi ha cambiato gli equilibri, in via Bellerio.
E così Brigandì, due settimane fa, non ha potuto far altro che abbandonare l’ufficio: chiamato un camion, ha traslocato presso un nuovo domicilio fiscale 130 scatoloni di documentazione legale riservata, quasi tutte le cause legali della Lega degli ultimi 16 anni.
Inutile è stato il suo tentativo di far intervenire il Senatur per far tornare sui suoi passi Maroni.
Quando è andato a salutarlo, Bossi gli ha promesso un intervento. “Non preoccuparti – lo ha rassicurato – parlerò io con Maroni”. Ma non è servito a nulla.
Ma come ha reagito Brigandì alla “cacciata” dalla sede storica del Carroccio?
Ha dismesso tutti i mandati (ad eccezione delle cause personali di Bossi).
Quindi, poichè in questi anni non aveva mai avuto dal partito il saldo delle sue prestazioni professionali, sta preparando la parcella milionaria.
Ha difeso Bossi in circa 200 cause penali (perse un paio), e in tutte quelle sul lavoro, quasi tutte vinte.
Il conto alla Lega si annuncia salato, circa sei o sette milioni di euro.
Nelle cause in cui lo ha difeso con una nomina di fiducia, come nell’inchiesta di Papalia, l’onorario non lo presenterà al partito, ma direttamente all’attuale segretario federale, Maroni.
Alberto Custodero
(da “la Repubblica“)
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Ottobre 8th, 2012 Riccardo Fucile
A VENEZIA SI PRESENTANO IN 12.000 AD ASCOLTARE IL NUOVO SEGRETARIO: I TEMPI DI 50.000 PRESENZE SONO LONTANI… TRA UN PASSATO SCOMODO, UN PRESENTE INCERTO E UN FUTURO SENZA UNA STRATEGIA DI ALLEANZE
«Guardatelo questo popolo meraviglioso, mai visto tanta gente, militanti che solo noi abbiamo. Vi voglio bene!». Roberto Maroni, dal palco, suona una musica dolce. Quanti siete, quanti siamo. L’orgoglio padano si commuove, Maroni anche.
E si capisce che dev’esser stato un incubo, questo raduno veneziano.
Il primo con Maroni segretario della Lega, il primo con Umberto Bossi che se ne sta in disparte, rispetterà i patti e 20 minuti di microfono li avrà pure lui: il tempo per chiamare qualche fischio contro Giorgio Napolitano e lucidare una delle sue frasi più logore e stanche: «Sta venendo il tempo della grande battaglia…».
E invece sta arrivando il tempo delle elezioni e la Lega non sa cosa mettersi.
Non ne parlerà nessuno, nemmeno Maroni.
Meglio consolarsi sul quanti siamo, anche se sui numeri c’è qualche pasticcio. 12 mila, dice l’agenzia Ansa.
«Il 20% più dell’anno scorso», precisano dalla Lega.
Solo che nel 2011 ne avevano annunciati ben 50 mila, e dunque meglio lasciar perdere.
Rimane che il gran ripetere «una piazza così piena non l’ho mai vista» (Roberto Calderoli) magari si scontra con la buona memoria di un vecchio parlamentare leghista come il veronese Enzo Flego: «Una volta qui non entrava più uno spillo, ora c’è posto per tutti».
È che forse è proprio vero, la grande paura è passata. «La Lega c’è, è viva, è pronta a combattere», può concludere Maroni.
E allora avanti con l’elenco delle medaglie e dei nemici. «Siamo l’unica forza politica che si oppone al governo di FalliMonti», «La riforma della lacrimevole ministro Fornero è un obbrobrio che va cancellato», «Siamo il Paese con la più alta pressione fiscale», «Non vorrei che questo governo volesse mandare dei Podestà al posto dei Prefetti», «Mandare 900 milioni di euro per ripianare i debiti della Sicilia è uno scandalo», «Roma è contro il Nord, mette il freno a mano e inserisce la retromarcia».
L’altra settimana Maroni era al Lingotto di Torino, a parlare con gli imprenditori. Adesso, in Riva dei Sette Martiri, ha una platea ben diversa, c’è sempre l’allegrone con le corna, la vamp romagnola tutta di verde vestita, quello che ha perso qualche puntata e grida «Secessione!».
E poi, sul palco, ci sono i maggiorenti della Lega, magari gli stessi che un anno fa l’avrebbero buttato in Laguna, Maroni.
Sarà anche per questo che una delle frasi più ripetute, e da Bossi e da Maroni, è «la Lega deve restare unita, niente risse interne, compattezza massima».
Ma se è così unita che bisogno c’è di insistere tanto?
È la «Festa dei Popoli Padani», è l’anniversario della Battaglia di Lepanto, 1571, quando la flotta della «Serenissima» fermò il Turco invasore.
I leghisti veneti hanno tanta nostalgia.
«La Lega è nata a Lepanto», arriva a dire Giampaolo Gobbo, il sindaco di Treviso. Flavio Tosi, sindaco di Verona, se la prende con «i ladri di Roma, quei figli di puttana che hanno sempre governato e fanno le feste con la faccia da maiali».
Luca Zaia, il Governatore è più soave: «Non mi scandalizzo se i veneti vogliono un referendum sulla loro autonomia. Io non ho mai incontrato un veneto che mi dice di essere innamorato di Roma…».
Così il pontile all’attracco su Riva degli Schiavoni diventa la passerella per la collezione autunno-inverno della Lega.
I modelli, per la verità , non sono nuovissimi.
Come il referendum sull’Euroregione a statuto speciale che si trattiene il 75% delle tasse.
Oppure «via Equitalia dal Nord», «e i nostri sindaci dovranno passare ad azioni di protesta fiscale, alla disobbedienza civile». E «Coraggio, riprendiamoci il futuro!».
Al tempo, però: «Ne parleremo con i nostri sindaci entro un mese, qui in Veneto», dice Maroni, forse dimenticando d’averlo già annunciato a luglio, quando il vecchio Bossi è diventato un ex segretario in pensione.
Anche quella di Maroni resta una Lega che parla al futuro.
Il passato è scomodo: quante ne hanno dette, e non ne hanno fatte.
Il presente è incerto: ha solo sfiorato l’argomento elezioni, Maroni, invitando a diffidare di «personaggi che sono in politica da quando la Lega non c’era».
È sembrato un riferimento all’allor giovine democristiano Matteo Renzi.
Un guaio, se vincesse le primarie Pd.
Sarebbe per tutti una sfida tra il nuovo e il vecchio, e per i leghisti che sono in Parlamento da più di 20 anni sarebbe il si salvi chi può.
Ma tanto, come dicono da 16 anni da questo palco, «a noi le cadreghe non interessano».
O no?
Giovanni Cerruti
(da “La Stampa”)
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Ottobre 8th, 2012 Riccardo Fucile
PER SPOSETTI, RENZI HA GIA’ SPESO PIU’ DI 2 MILIONI DI EURO… BERSANI SCEGLIE LA STRADA DELLA RACCOLTA FONDI ON LINE, VENDOLA QUELLA DELLA SOTTOSCRIZIONE
Non bastavano le liti sulle regole. 
Ora nel centrosinistra infuriano anche le polemiche sui finanziamenti delle primarie.
A dare il la a questa nuova diatriba in casa democratica è stato l’ex tesoriere Ugo Sposetti che ha accusato Matteo Renzi di aver già speso 2 milioni e 35 mila euro e di prendere anche soldi dall’estero.
Precisamente da dove? A domanda Sposetti non risponde.
Le chiacchiere che girano tra i detrattori del sindaco di Firenze sono intrise di teorie da complotto giudo plutaico massonico: i finanziamenti arrivano da Israele e dalla destra americana.
Perchè mai Romney e Netanyahu dovrebbero pagare il sindaco di Firenze? A domanda i detrattori non rispondono.
Ovviamente a voci come queste Renzi non replica.
Però il primo cittadino di Firenze è pronto a querelare l’ex tesoriere dei Ds, qualora insistesse con la storia dei milioni: «Voglio proprio divertirmi».
In compenso replica a Sposetti l’uomo che ha in mano la cassaforte della campagna di Renzi: Alberto Bianchi.
E specifica che le entrate e i nomi dei finanziatori che hanno dato l’autorizzazione sono sul sito del sindaco. Così è: finora sono stati raccolti quasi 60 mila euro.
Tra oggi e domani verranno messe in rete anche le spese che, a dire la verità sono poche, perchè tranne qualche eccezione come Verona e Roma, sono i comitati pro Renzi locali a spendere i soldi dell’affitto delle sale.
Gli alberghi il sindaco li paga di tasca propria.
Tra l’altro, Renzi non ha voluto nemmeno del personale del Pd per la sua campagna, come gli era stato offerto, perchè ritiene che per le primarie non si debbano usare mezzi, soldi e strutture del partito.
Sposetti però insiste: «Con 60 mila euro possono pagare giusto le merendine. Io ho fatto questo mestiere e so quel che dico: andate a indagare voi giornalisti».
Ma a indagare si scopre che i camper a Renzi volevano darglieli gratis ed è stato lui che ha voluto pagare, che la sua campagna la fanno volontari (vengono dati solo due stipendi per il personale dell’ufficio stampa) e che il sito è stato allestito da un gruppo di ragazzi: la meticolosità del sindaco su queste cose rasenta la mania.
Del resto, anche gli altri due principali candidati alle primarie stanno attentissimi a non fare passi falsi.
Temono l’ira dell’elettorato che dopo gli scandali delle regioni non perdonerebbe. Tanto meno se venisse a sapere che la campagna viene finanziata con i soldi dei partiti, cioè con i soldi degli italiani.
Ragion per cui la sobrietà e la trasparenza sono d’obbligo.
Pier Luigi Bersani, per esempio, ha deciso di fare come il suo avversario Renzi e lancerà una raccolta di fondi “online”, rendicontando tutto.
Ma qualche sostenitore del sindaco di Firenze si chiede se il segretario del Pd non utilizzerà veramente i mezzi e le strutture del partito. Bersani giura di no.
Il suo comitato non ha ancora nemmeno i computer (se non i propri) e lui è da mesi che non usa più l’auto messagli a disposizione dal Pd: tagliata per sobrietà e per arginare i costi.
Resta solo la macchina di scorta che, fanno sapere dallo staff del segretario, è obbligatoria.
Precisissimo anche Nichi Vendola.
Il governatore della Puglia ha spiegato di avere poco o niente in cassa. Per questa ragione a breve lancerà una sottoscrizione. I creativi che gli cureranno la campagna per le primarie sono volontari.
Massima sobrietà , è la parola d’ordine del leader di Sel, che l’altro ieri ha aperto la sua campagna a Pompei e ha fatto la fila per pagare il biglietto di ingresso agli scavi, nonostante fosse stato accolto con tutti gli onori dal sovrintendente e da alcune autorità locali.
Se l’è addirittura conservato quel biglietto, per dimostrare che l’ha pagato di tasca sua. Qualche finanziamento, però, Vendola sarà costretto a trovarlo perchè l’iniziativa dell’altro ieri per quanto sobria qualcosa è costata.
Ottomila euro per l’esattezza: 800 più Iva per l’affitto della sala, 50 per i manifesti, 4 mila per il service audiovideo, e così via, fatture alla mano.
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
LA BLOGGER DISSIDENTE CUBANA: “MI HANNO TOLTO TUTTO E MI SONO RIFUGIATA NEI RICORDI”…”PER TRE ORE HO RIPETUTO UNA SOLA FRASE: ESIGO FARE UNA TELEFONATA PERCHE’ E’ MIO DIRITTO”
Hanno voluto impedire che raggiungessi il luogo dove si teneva il processo ad àngel Carromero.
Erano le cinque della sera del 4 ottobre, un ampio spiegamento di forze di polizia nei pressi della città di Bayamo ha fermato l’auto sulla quale viaggiavo insieme a mio marito e a un amico.
«Voi volete boicottare il processo», ci ha detto un uomo in divisa verde oliva poco prima di arrestarci.
Sembrava che stessero fermando una banda di narcotrafficanti o che fosse la cattura di un pericoloso serial killer.
In realtà eravamo solo tre individui interessati a seguire un processo, entrando da spettatori in un’aula giudiziaria.
Credevamo che l’udienza fosse davvero pubblica, come aveva scritto il Granma. Ma dovevamo saperlo che il Granma non dice mai la verità .
Nonostante tutto, arrestandomi, finivano per regalarmi l’altro volto della storia. Vivere le stesse sensazioni di àngel Carromero e la pressione che circonda un detenuto.
Conoscere sulla propria pelle le macchinazioni di un Dipartimento del Ministero degli Interni.
Prima di tutto si sono avvicinate tre donne in uniforme e mi hanno tolto il telefono mobile. Fino a quel punto si trattava di una situazione confusa, aggressiva, ma non aveva ancora niente di violento.
Dopo, quelle stesse robuste signore mi hanno fatto entrare in una stanza e hanno provato a denudarmi.
Ma esiste qualcosa di intimo che nessuno può toglierci di dosso.
Non so, forse è l’ultima foglia di fico alla quale ci aggrappiamo quando si vive sotto un sistema che sa tutto delle nostre esistenze.
Potrei citare quel cattivo e contraddittorio verso che dice «potrai avere la mia anima… non il mio corpo».
Per questo ho resistito e ne ho pagato le conseguenze.
Dopo quel momento di estrema tensione è arrivato il turno del poliziotto “buono”.
Uno che si è presentato dicendo di portare il mio stesso cognome – come se significasse qualcosa – e di amare il dialogo.
Ma l’inganno è fin troppo noto, si è ripetuto così spesso, che non ci sono caduta. Mi è venuto subito in mente Carromero sottomesso alla stessa tensione composta da un mix di minacce e “atteggiamenti comprensivi”… non è facile sopportare a lungo una simile situazione.
Nel mio caso, ricordo di aver fatto un respiro profondo e dopo una lunga discussione sulla illegalità del mio arresto ho cominciato a ripetere per più di tre ore una sola frase: «Esigo che mi facciate fare una telefonata, è un mio diritto».
Avevo bisogno di certezze e ripetere le stesse parole mi tranquillizzava.
Il ritornello mi faceva sentire forte di fronte a persone addestrate in accademia su come distruggere la volontà umana.
Tutto quello di cui avevo bisogno per affrontarli era un’ossessione.
Ed è così che ho finito per ossessionarmi.
Sembrava che la mia insistente cantilena fosse stata inutile, ma dopo le una del mattino mi è stato permesso di fare la chiamata.
Poche frasi con mio padre, anche se la linea era sicuramente controllata, e avevo già detto tutto.
Potevo passare alla tappa successiva della mia resistenza, che ho definito “ibernazione”, perchè quando si dà un nome a una cosa significa classificarla e crederci.
Ho rifiutato di mangiare e non ho voluto ingerire nessun tipo di liquidi; ho rifiutato di sottopormi ai controlli medici di alcuni dottori che volevano visitarmi.
Ho rifiutato di collaborare con i miei aguzzini, dicendoglielo chiaro.
Non potevo cancellare dalla mia mente la resa di Carromero in oltre due mesi di lotta con quei lupi che ogni tanto recitavano il ruolo delle pecore.
Per buona parte del tempo tutto quel che facevo veniva filmato dalla telecamera maneggiata da un sudaticcio paparazzo.
Non so se un giorno o l’altro trasmetteranno qualche sequenza alla televisione ufficiale, ma ho impostato le mie idee e la mia voce in modo tale che non potessero essere usate per colpire le mie convinzioni.
Possono scegliere tra mantenere le immagini con l’audio originale che contiene la mia domanda o ripetere il trucco di sovrapporre la voce di un doppiatore.
Ho cercato di rendere il più difficile possibile il montaggio successivo di quel materiale.
Ho fatto solo una richiesta in 30 ore di detenzione: devo andare al bagno. Io ero pronta a dare battaglia fino alla fine, ma la mia vescica no.
Dopo mi hanno condotta in una cella di lusso.
Avevo passato diverse ore in una prigione con le tende alle sbarre e all’interno faceva un caldo terribile.
Per questo trovarmi in una sala più ampia, con televisore e diverse sedie, che terminava in una camera munita di un letto confortevole è stato davvero un colpo basso.
Osservando il tessuto delle tende, ho avuto il presentimento che fosse lo stesso posto dove era stata fatta la prima registrazione circolata in Internet delle dichiarazioni di àngel Carromero.
Ho capito subito che non mi trovavo in una camera, ma in un set cinematografico.
Per questo non ho voluto sdraiarmi su quelle lenzuola pulite e ho rifiutato di mettere la mia testa su quei cuscini tentatori.
Ho raggiunto una sedia in un angolo della stanza ed è lì che mi sono raggomitolata.
Due donne vestite con abiti militari sorvegliavano ogni mia mossa.
Stavo vivendo il dejà -vu di un’altra persona, il ricordo dello scenario dove Carromero aveva trascorso i primi giorni di detenzione.
Non era facile, non tanto per le botte o per la tortura, ma perchè ero convinta che non mi potevo fidare di ciò che stava accadendo tra quelle pareti. L’acqua poteva non essere acqua, il letto sembrava una trappola e il premuroso dottore aveva le sembianze di una spia.
Non restava che immergersi negli abissi dell’“io”, chiudendo le porte al mondo esterno. È proprio quello che ho fatto.
La fase “ibernazione” si è conclusa in un letargo auto provocato.
Non ho più detto una parola.
Quando mi hanno riferito che stavano per trasferirmi all’Avana, mi è costato fatica aprire le palpebre e la lingua sembrava uscirmi dalla bocca per colpa della sete prolungata.
Ma sapevo di aver vinto.
In un gesto finale, uno dei miei aguzzini mi ha teso la mano per aiutarmi a salire sul pulmino dove si trovava anche mio marito.
«Non accetto cortesie dai repressori», gli ho detto, fulminando con lo sguardo.
Il mio ultimo pensiero è stato per il giovane spagnolo che in quel 22 luglio ha visto cambiare la sua vita e ha dovuto lottare contro tutta quella serie di inganni.
Arrivata a casa ho saputo degli altri detenuti e che la stessa famiglia di Oswaldo Payà¡ non è stata ammessa nella sala del tribunale.
Ho saputo anche che il pubblico ministero ha chiesto sette anni di detenzione per àngel Carromero e che il processo di questo venerdì era ormai “concluso in attesa di sentenza”.
Il mio era stato solo un incidente, il vero dramma continua a essere la morte di due uomini e la reclusione di un altro.
Yoani Sanchez
(da “La Stampa“)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
LA REGIONE SPOSTERà€ LA SEDE IN UN PALAZZO DI 205 METRI … COSTO DELL’OPERAZIONE? UFFICIALMENTE 262 MILIONI, MA NESSUNO CI CREDE
Il Piemonte ce l’ha più alto di tutti. Anche di Formigoni. 
Il nuovo Pirellone della Regione Lombardia, infatti, con i suoi 161 metri di altezza, potrebbe impallidire di fronte alla torre della Regione Piemonte in costruzione a Torino in zona Lingotto: un grattacielo da 41 piani fuori terra per 205 metri di altezza (progettato da Massimiliano Fuksas) che sovrasterà i 168 metri della Mole Antonelliana e i 166 metri del grattacielo di Intesa San Paolo, in avanzato stato di realizzazione di fronte alla stazione di Porta Susa.
Un manufatto destinato ad alterare pesantemente lo skyline subalpino, ma la questione non è estetica (gli appassionati di questo tipo di costruzioni già lo considerano un gioiello) e nemmeno di opportunità .
Interrogarsi adesso sulla necessità che una delle Regioni più indebitate d’Italia si doti di una sede faraonica è abbastanza ozioso, dal momento che i lavori proseguono spediti, come si può ammirare da un’apposita terrazza sul cantiere inaugurata a luglio e da una webcam attiva 24 ore su 24 sul sito ufficiale della Regione Piemonte.
L’interrogativo riguarda i costi: possibile, infatti, che un manufatto di 205 metri che andrà ad occupare un’area di oltre 70 mila metri quadrati possa costare “soltanto” 262 milioni di euro, quando il nuovo Pirellone e il grattacielo Intesa San Paolo (entrambi più bassi e su una superficie inferiore) sono costati rispettivamente 400 e 500 milioni?
Non ci credono i pochi attivisti di “Non grattiamo il cielo di Torino”.
Chiedono che l’altezza venga dimezzata: “Anche perchè – dichiara l’ex assessore all’Ambiente di Torino Paolo Hutter – con la spending review, quindi meno dipendenti e meno metri quadri per impiegato, molti uffici potrebbero rimanere vuoti”.
Di una sede unica della Regione Piemonte (attualmente i circa 2.700 dipendenti sono dislocati in una trentina di sedi sparse per la città ) si parla dal 2003, quando la giunta dell’allora presidente Enzo Ghigo (Forza Italia) commissionò all’archistar Fuksas il progetto di un nuovo palazzo che in origine avrebbe dovuto essere un grattacielo più piccolo, 100 metri per 100 milioni, in zona borgo San Paolo.
Nel 2005 la nuova giunta guidata da Mercedes Bresso prima bocciò il progetto per una questione di opportunità economica, poi fece suo il sogno di Ghigo, fino a dare il via libera al progetto definitivo nel maggio 2009: non più 100 ma 200 metri, non più Borgo San Paolo ma il Lingotto, precisamente l’enorme area dismessa dell’ex Fiat Avio, pagata all’azienda di casa Agnelli 50 milioni di euro.
Nel 2010 la nuova giunta Cota protestò per la maxiparcella dello studio Fuksas (22,5 milioni di euro), ma alla fine anche il Piemonte targato Lega Nord si è impossessato del sogno di Ghigo.
Ed è stato proprio l’ex delfino di Bossi, il 30 novembre 2011, a inaugurare in pompa magna il cantiere.
Il sistema di finanziamento dell’opera è il “leasing immobiliare in costruendo”, ossia l’ormai collaudato project financing, un mutuo da 262 milioni di euro rateizzato per vent’anni in canoni semestrali da 12,6 milioni di euro l’anno.
La gara è stata vinta da Mps Leasing & Factoring (Monte dei Paschi), i lavori affidati a Coopsette, colosso delle infrastrutture che a Torino costruisce anche l’inceneritore del Gerbido.
La Regione Piemonte conta di far fronte all’impegno di spesa vendendo l’attuale sede della Giunta in piazza Castello e le altre sedi di proprietà tra le decine in uso in città (ricavo previsto 80-90 milioni di euro), risparmiando sui canoni di affitto delle sedi non di proprietà (circa 13 milioni l’anno), risparmiando sulle bollette (un milione) e – soprattutto – ricavando denaro cash della vendita dei diritti edificatori sui quasi 100 mila metri quadrati, un quartiere nuovo di pacca che si andrà ad aggiungere ai già numerosi insediamenti sorti un po’ dappertutto negli ultimi quindici anni (il rovescio della medaglia del “rinascimento” torinese pre e post olimpico).
Un meccanismo che portò l’ex vice di Mercedes Bresso Paolo Peveraro a parlare addirittura di “operazione a costo zero”, ma — fino a prova contraria — sembra davvero irreale che tutto possa risolversi con 262 milioni di euro.
Più facile che nel contratto di leasing ci sia la solita clausola che garantisce il privato: se il committente non sarà in grado di rimborsare le banche, lo Stato ci metterà una pezza.
E a pagare i sogni di grandeur ci penseranno i piemontesi di domani.
Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
PROTESTE DI ASSESSORI E CONSIGLIERI REGIONALI, DALLA PUGLIA AL VENETO, CONTRO I TAGLI ANNUNCIATI DAL GOVERNO DELLE MAXI-INDENNITA’ FINORA PERCEPITE
Se non è rivolta poco ci manca.
Sono fortissimi i maldipancia degli eletti nelle Regioni di fronte al decreto con cui il governo intende dare una bella sforbiciata agli emolumenti dio consiglieri e assessori.
Tagli che arrivano addirittura «fino al 95 per cento» dei fondi oggi elargiti ai gruppi consiliari, come spiega il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà .
Da Nord a Sud c’è maretta, a cominciare dal caso monstre dell’assessore lombardo alle Infrastrutture, il pidiellino di osservanza ciellina Raffaele Cattaneo, che fa due conti e si lamenta perchè alla fine – dice – non riuscirà neppure a pagare il mutuo.
Prendendosi gli sberleffi del popolo di twitter, dove in molti gli rispondono con un sarcasmo velenoso: «Allora faremo una colletta in suo favore».
Nel Veneto, il governatore leghista Luca Zaia sente il bisogno di alzare gli scudi contro il malessere che serpeggia tra i consiglieri regionali, anche del gruppo del Carroccio (le Regioni entro il 30 ottobre dovrebbero adeguare gli emolumenti a quelli della Toscana, considerata la più virtuosa, e se non rispettassero il termine sarà il governo a decidere per loro entro il 30 novembre).
«Il decreto del governo – sbotta Zaia – va nella giusta direzione, se qualcuno si mette di traverso gli passo sopra, perchè sono io a metterci la faccia. Fischiano le orecchie al consigliere leghista (e iperbossiano) Santino Bozza, che interpreta così un “sentimento” assai diffuso: «Tagliare gli stipendi nelle Regioni? Si cominci dalla Sicilia, dove i consiglieri guadagnano 17mila euro al mese contro i nostri 8mila: i diritti acquisiti non si toccano».
In Puglia il consigliere del Pdl Lucio Tarquinio parla addirittura di «schiaffo» del governo: «Se lo accettassimo, riconosceremmo di essere Batman anche noi; non accetto che un Consiglio dei ministri in cui non c’è neppure un eletto dal popolo cancelli di fatto la Costituzione italiana; la dignità e le competenze del consiglio regionale non possono essere svendute».
In Piemonte, dove tre giorni fa il governatore leghista Roberto Cota ha minacciato di espellere dalla maggioranza il consigliere dei Pensionati Michele Giovine che faceva ostruzionismo contro i tagli decisi dalla giunta, c’è una forte preoccupazione per il destino del personale in forza ai gruppi consiliari, che addirittura si dice possa essere azzerato.
Aldo Reschigna, capogruppo del Pd: «Chiediamo una riflessione a governo e Parlamento, perchè sono coinvolte decine e decine di persone; la casta non c’entra, parliamo di gente spesso con un reddito limitato e anche di una certa età ».
Su questa linea pure Francesco Storace, consigliere nel disastrato Lazio: «Applaudiremo se a questi tagli si aggiungeranno quelli del numero dei parlamentari, di cui non si parla più, se i rimborsi ai partiti saranno finalmente aboliti, se anche le indennità di deputati e senatori subiranno un dimagrimento».
Via libera al decreto dal presidente della Toscana Enrico Rossi, che però non rinuncia a una puntuta precisazione: «Ci vuole il pugno di ferro, ma dev’essere selettivo, perchè non tutte le Regioni sin comportano allo stesso modo, e quelle virtuose vanno premiate».
E il capogruppo del Pd, sempre in Toscana, dice in chiaro ciò che in moltissimi sussurrano: «Bene il decreto, ma sarebbe stato meglio se le Regioni avessero presentato al governo una loro proposta; invece sull’onda dello scandalo del Lazio i governatori hanno delegato ogni scelta a Monti, e questo è stato un errore».
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
SARANNO L’AGO DELLA BILANCIA DELLE PROSSIME ELEZIONI….E FANNO GOLA A TUTTI
“Siamo vincoli o sparpagliati?” si chiedeva negli anni Sessanta Peppino De Filippo, il
Pappagone televisivo.
Il piccolo schermo era in bianco e nero, il mondo era diviso a metà , di qua o di là del Muro, l’Italia con il partito comunista più grande d’Occidente non faceva eccezione, anzi.
Arrivò la tv a colori e poi la Seconda Repubblica, al muro di Berlino si sostituì il muro di Berlusconi, lo spettacolo non è cambiato: pro o anti Silvio, per vent’anni le tribù della politica si sono scontrate così.
Fino al 9 novembre 2011. Quando il muro di B. è caduto e ha lasciato il posto al governo di Mario Monti.
E i due popoli che erano uniti, vincoli, nei loro accampamenti, si sono sparpagliati.
Quattordici milioni. È il numero di potenziali votanti in transumanza dalle loro tradizionali appartenenze, destra, sinistra, centro, in cerca di casa politica.
Berlusconiani delusi, militanti del centrosinistra in uscita, tentati dall’astensione, indecisi.
Il 40 per cento del corpo elettorale (alle ultime consultazioni, nel 2008, votarono 38 milioni di italiani).
Elettori indignati, nauseati, furibondi per gli scandali, ultimo caso la mangiatoia dei consigli regionali.
Sempre meno propensi a votare per il loro partito tradizionale o semplicemente a tornare alle urne.
Voti nomadi, che abbandonano le vecchie frontiere per lanciarsi verso nuove terre promesse.
Gli Sparpagliati: saranno loro a fare la differenza: nelle primarie del centrosinistra e poi nel voto del 2013.
Indipendenti, li chiama con il distacco dello scienziato il politologo Roberto D’Alimonte, studioso di sistemi elettorali.
«Negli Stati Uniti sono definiti così gli elettori che non si schierano nè con i democratici nè con i repubblicani.
In Italia sarebbe meglio parlare di elettori disponibili, ma c’è il rischio di essere fraintesi», spiega l’editorialista del “Sole 24 Ore” con il pensiero rivolto ai tanti Scilipoti disposti a tutto. «Il primo grande disallineamento dell’elettorato italiano c’è stato quando dopo l’89, scomparso il pericolo comunista, una parte dell’elettorato del Nord si spostò dalla Dc alla Lega che ottenne nei primi anni Novanta il suo massimo storico. Ora c’è un nuovo scongelamento, il crollo di Berlusconi ha liberato un’area disponibile a scegliere qualcosa di nuovo. Ma gli indipendenti sono anche nel campo democratico. Il Pd è nei sondaggi il partito più grande con il suo 26-28 per cento, ma è un consenso misurato sulla metà degli intervistati che dichiarano di voler andare a votare».
La prima scossa c’è stata alle elezioni amministrative di primavera, quando il crollo del Pdl, la sconfitta della Lega nelle sue tradizionali roccaforti e l’ascesa del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo hanno rivoluzionato la geografia politica.
Risultato: lo spaesamento.
Mappe da riscrivere, bussole impazzite. E lo sconvolgimento è appena all’inizio.
«Nel Lazio rischiamo di ripetere in grande il caso Parma», spiega ad esempio il senatore del Pdl Andrea Augello. «Lì il Pdl fu spazzato via dagli scandali, il Pd pensò di vincere facile per assenza di avversario. E invece ha vinto Grillo».
E in vista del 2013, i leader di sempre sono impegnati a indossare un abito nuovo.
Al centro c’è la coppia formata da Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, entrambi in Parlamento dal 1983, che si propone come alfiere del Monti bis: la riproposizione dopo il 2013 di un governo guidato dall’attuale premier, in testa in tutti i sondaggi di gradimento e in crescita nelle ultime settimane, sostenuto da una lista che rivendica il suo programma.
Il tentativo di colmare il vuoto provocato tra i moderati dal crollo del berlusconismo, simboleggiato plasticamente dal pubblico che accorre agli eventi dei leader centristi, i Mille di Fini ad Arezzo, il raduno dell’Udc a Chianciano: poche facce note, platee anonime selezionate per dare l’impressione di una società civile disposta a impegnarsi, facce e giacche tipiche di un convegno di rappresentanti di categoria più che di una kermesse politica.
La stessa tipologia sfoggiata dalla Lega di Roberto Maroni al Lingotto di Torino.
E che affollerà i prossimi appuntamenti: l’assemblea di Riccione del nuovo movimento di Giulio Tremonti, la convention di Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo.
Cinquanta sfumature di grigio, con l’illusione di mimetizzare i precedenti fallimenti politici e di intercettare la voglia di montismo.
«Ma il gradimento di Monti va al di là del suo governo», spiega Roberto Weber, presidente della Swg.
«Un conto è Monti, altro è il profilo di quelli che vorrebbero richiamarsi al montismo: Casini, Fini, Corrado Passera… Non sarà facile per loro vendere il prodotto Monti senza la certificazione del Professore».
«La lista Monti sarebbe un’offerta politica nuova, ma non si può fare con il trucco. E non ci sarà », prevede D’Alimonte.
E dunque, in assenza di Monti, l’elettore spaesato e sparpagliato guarda con curiosità al big match nel campo democratico: le primarie per scegliere il candidato premier del centrosinistra, la gara tra Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola, Bruno Tabacci e soprattutto il sindaco rottamatore Matteo Renzi.
Con il Pdl in via di scioglimento (quotato 15 per cento dopo lo scandalo Fiorito, a rischio scissione tra ex forzisti e ex An), è nei gazebo del Pd che possono formarsi i nuovi schieramenti, mescolarsi i vecchi popoli, come i tedeschi dell’Est e quelli dell’Ovest dopo la caduta del muro di Berlino.
Per la prima volta nel Pd si è fatta drammatica la battaglia sulle regole delle primarie, con il tentativo della dirigenza bersaniana del partito di limitare la possibilità di voto agli elettori del centrosinistra.
Albi degli elettori, raccolte di firme, primo e secondo turno, obbligo di registrazione on line. Obiettivo: impedire che la partecipazione alle primarie di ex elettori del Pdl condizionino il risultato, a favore dello sfidante, il sindaco Renzi, che in tutte le piazze d’Italia invita esplicitamente gli ex berlusconiani ad affollare i gazebo del Pd, a sconfinare nelle primarie del centrosinistra.
Un corteggiamento che sta producendo il suo effetto.
«Voterò alle primarie della sinistra e darò la mia preferenza a Renzi. E lo farò anche se dovrò recarmi in qualche sezione di partito per iscrivermi in qualche albo», ha scritto sul “Foglio” la politologa Sofia Ventura, intellettuale liberale, che in realtà berlusconiana non è mai stata.
Il prototipo dell’elettrice indipendente.
Eppure, racconta la studiosa, «su Twitter sono piovuti gli insulti di alcuni militanti e perfino di qualche dirigente del Pd: avamposto delle truppe cammellate della destra, ghost writer di Fini, berlusconiana, fascista… Hanno scritto che non era legittimo che il mio voto, che non viene da sinistra, contasse quanto il loro, che sono nel partito da sempre».
Una reazione benedetta dal quotidiano del Pd.
«Ogni soggetto politico, dinanzi a manovre di sabotaggio, deve aggrapparsi all’istinto di sopravvivenza. Ogni campo ha il diritto di organizzare i suoi confini identitari senza incursioni corsare», ha tuonato su “L’Unità ” Michele Prospero.
Campo, perimetro, confine, nel Pd si sprecano le metafore per segnalare la preoccupazione di tenere unite le truppe al riparo dalle invasioni avversarie.
«La nostra gente», la chiama Bersani. Matteo Orfini, leader dei giovani turchi postcomunisti, la butta sul teologico. «Extra ecclesiam nulla salus», ha dettato sul “Manifesto”, come se il Pd fosse una chiesa.
«Ma è proprio questo il problema», reagisce Weber. «Il Pd di Bersani esprime un voto di conservazione dell’esistente, ma è incapace di uscire dal suo recinto, non travalica, non recupera gli italiani “anomici” che esprimono una richiesta di cambiamento radicale.
E senza intercettare quei voti lì non si vince».
Chi potrebbe farlo? «Monti, se fosse protagonista in prima persona», risponde Weber. «Quella di Casini e Fini è un’operazione di basso profilo: vorrebbero che Monti ci mettesse la faccia, loro portano i parlamentari», concorda Sofia Ventura.
«La gente non vuole più vedere le solite facce. E le novità per ora sono Renzi e Grillo», conclude D’Alimonte.
In attesa di nuovi arrivati, sono loro i campioni di questa inedita, irriconoscibile Italia elettorale senza frontiere.
Sparpagliata.
Marco Damilano
(da “l’Espresso”)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
ALLARME TRA I DIRIGENTI… MA LA RUSSA, GASPARRI, ALFANO E CICCHITTO NON HANNO ALCUNA INTENZIONE DI FARSI ROTTAMARE
Berlusconi vuole sbaraccare il partito. No, vuole lasciare la politica e nemmeno si candiderà in Parlamento…
In queste ore nel Pdl le voci si rincorrono e tra i dirigenti l’allarme è massimo.
Quali siano le reali intenzioni del Cavaliere, nessuno sa dirlo perchè nelle riunioni (sempre più rare) lui ascolta, tace, sbadiglia, al massimo annuisce con scarsissima partecipazione.
Da quando è esploso lo scandalo del Lazio, Silvio è diventato ancor più una sfinge.
E la fibrillazione dei suoi colonnelli aumenta.
Lo avevano convinto (così loro credevano) che al Pdl basterebbe un rinnovamento serio ma senza rivoluzioni, un cambio di nome e una grande assemblea ai primi di dicembre per darne l’annuncio.
Alfano ha pure fatto filtrare, tutto soddisfatto, la svolta su qualche giornale.
Invece poi Berlusconi, incontrando gente, ha detto che non condivide il percorso, di questo partito così com’è lui non sa che farsene, vuole l’azzeramento totale e in fretta, un paio di settimane al massimo per renderlo operativo.
Ha vagheggiato una grande alleanza tra tutti i moderati, da Casini a Montezemolo, nell’ambito di un nuovo contenitore politico. E, a quanto pare, ha prospettato in questi suoi colloqui nientemeno che il proprio ritiro dalla politica, se il passo indietro fosse necessario per ottenerne uno in avanti dai possibili alleati.
Al momento non si direbbe che Casini, tantomeno Montezemolo, siano minimamente interessati all’offerta del Cavaliere.
Però, casomai lo fossero, non c’è ombra di dubbio che l’attuale Pdl con tutte le sue correnti e i personaggi più o meno usurati sarebbe d’impaccio e non di aiuto al parto della nuova alleanza.
Per potersi fondere in un nuovo progetto, Berlusconi deve prima disfarsi della sua creatura politica.
E ricostituirla a propria immagine e somiglianza.
Inutile dire che i vari La Russa, Gasparri, Cicchitto, e lo stesso Alfano, non hanno la minima intenzione di farsi rottamare.
Alcuni di loro in privato si dichiarano pronti ad alzare le barricate e addirittura, se occorre, a mandare avanti il Pdl senza il suo Fondatore.
Nella speranza che alla fine lui receda e torni a più miti consigli.
Ma Silvio tornerà sui suoi passi?
Dalle parti di Arcore qualcuno sostiene che nemmeno lui ha deciso, sta vagliando tutte le soluzioni. Al momento l’unica certezza è che il Pdl tra due mesi al massimo chiuderà i battenti.
Il resto è nebbia.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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