Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
ABBATTUTO L’ECOMOSTRO DI SCALA DEI TURCHI: CI SONO VOLUTI 25 ANNI
Abbattuti, finalmente! Gli ecomostri che stupravano la splendida Scala dei Turchi non ci sono più.
Ma sotto le ruspe deve finire in macerie anche la proposta pidiellina di togliere alle Procure l’ultima parola sulle demolizioni.
Senza l’ultimatum dei giudici, infatti, quegli orrendi cadaveri cementizi agrigentini sarebbero ancora lì.
Un quarto di secolo dopo la denuncia dell’abuso.
Era il 1989, quando venne tirato su il primo di quei mostri ai piedi di quella parete rocciosa di un bianco sfolgorante a picco sul mare sulla costa di Realmonte, in provincia di Agrigento.
La rivolta studentesca di piazza Tienanmen era repressa coi carri armati, i sovietici si ritiravano dall’Afghanistan, Erich Honecker cercava barricarsi nella sua Germania Est comunista, a palazzo Chigi c’era Giulio Andreotti e lo scudetto andava all’Inter di Matthà¤us.
Insomma, era tanto tempo fa.
E quegli osceni edifici al di qua e al di là della Scala dei Turchi vennero costruiti, sotto il profilo formale, «quasi» lecitamente.
L’albergo fu inizialmente autorizzato dal municipio di Realmonte, pazzesco ma vero, nonostante fosse su terreno demaniale.
Le dieci ville sulla spiaggia (di cui tre sole costruite almeno in parte prima del blocco dei cantieri) ottennero il via nonostante lo strumento urbanistico fosse scaduto.
Di più: le concessioni, in violazione del vincolo paesaggistico, furono rilasciate a se stessi, a parenti, prestanome e amici da assessori, consiglieri e tecnici del comune di Realmonte.
Tutti i giochetti registrati più volte, negli ultimi decenni, soprattutto nel Mezzogiorno. E seguiti ogni volta da dispute processuali infinite e surreali: quale valore può avere una licenza concessa contro tutte le regole e tutti i piani paesaggistici da amministrazioni locali scellerate che magari, a volte, si sono pure vendute quelle autorizzazioni in cambio di mazzette?
Anche lì a Realmonte, dove erano plateali gli sfregi alla legge e alle bellezze naturali subito denunciati dagli ambientalisti e in testa a tutti da Legambiente e dal suo leader di allora Giuseppe Arnone, le cose si sono trascinate, di ricorso in ricorso, per oltre un paio di decenni.
A dispetto delle battaglie ambientaliste. Dei vincoli. Dei rifiuti alle pratiche di condono.
Dell’inchiesta aperta dall’attuale questore della Camera Stefano Dambruoso che era al primo incarico in magistratura e fece ammanettare un po’ di amministratori e tecnici.
Venti anni di ricorsi e contro-ricorsi, di perizie e contro-perizie, di fotocopie a quintali, di avvocati decisi ad attaccarsi al più minuscolo cavillo per tirarla in lungo.
E mai un’ordinanza comunale di demolizione.
Il paese è piccolo, pochi voti possono costare la rielezione, perchè mai un sindaco dovrebbe cercare rogne mettendosi contro un po’ di compaesani? E tutto ciò nonostante la richiesta all’Unesco, qualche tempo fa, di inserire la Scala dei Turchi tra i beni tutelati in quanto patrimonio dell’umanità ! Una pretesa che, con quegli osceni scheletri cementizi di mezzo, era surreale e suicida..
Finchè l’anno scorso, finalmente, dopo una cena dalle parti di Realmonte del procuratore Renato Di Natale, scandalizzato dalla scoperta («Nessuno in ventiquattro anni si era preoccupato di capire perchè gli ecomostri fossero ancora lì!») decise di muoversi la magistratura agrigentina.
Notificando a brutto muso al sindaco Piero Puccio, per mano del procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e del sostituto Antonella Gandolfi, un’ingiunzione a demolire immediatamente quei mostri di calcestruzzo.
«Immediatamente» coi tempi italiani, si capisce.
Fatto sta che dopo nuovi ricorsi al Tar (respinti) e al Consiglio di giustizia amministrativa (respinti) sono arrivate finalmente le ruspe.
Buttando giù giorni fa lo scheletro dell’albergo e tra ieri e oggi gli scheletri delle ville. Dopo di che, se non ci vorranno altri vent’anni per rimuovere le macerie, la Scala dei Turchi tornerà ad essere quella meraviglia naturale che i più giovani non hanno mai potuto vedere nella sua abbagliante bellezza.
Proprio il caso che abbiamo raccontato dimostra quanto siano faticose queste battaglie per la legalità .
E quanto sia insensato, quindi, il disegno di legge firmato dal senatore pidiellino campano Ciro Falanga che vorrebbe togliere alle Procure la competenza in materia di esecuzione delle demolizioni.
Proposta che arriva dopo 18 tentativi a partire dal 2010, tutti e 18 respinti, di far passare un nuovo condono edilizio almeno per la Campania, la regione storicamente più devastata dal cemento fuorilegge.
Si pensi a Ischia: 62.000 abitanti, 28.000 abusi.
Davanti alle proteste degli ambientalisti e di una parte della sinistra, che col presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza accusano Falanga di volere «legare le mani a chi, in un Paese devastato dal mattone illegale, ha provveduto fino a oggi alle demolizioni», il senatore berlusconiano ha risposto che si tratta solo di «dare ai cittadini, destinatari di tali provvedimenti, la possibilità di godere di tutte le garanzie del procedimento amministrativo».
E si è avventurato a sostenere che «chi s’oppone negando tale sistema di garanzie, si assume tutte le responsabilità di eventuali tragici accadimenti ed il rischio di vite umane».
Come se gli abusi fossero fatti solo da poveracci obbligati da chissà chi a violare le regole e costruirsi illegalmente la prima casa. Cosa che, come dimostrano il caso di Realmonte, quello dell’hotel Alimuri a Vico Equense e tanti altri, è assolutamente falsa.
Di più, spiega il dossier «Ecomafia 2013» di Legambiente sui comuni capoluoghi di provincia che «in un decennio, dal 2000 al 2011, il rapporto tra ordinanze e abbattimenti è solo del 10,6%».
E già c’è da leccarsi le dita rispetto al passato e ai piccoli paesi dove il rapporto fra le amministrazioni e i cittadini è più diretto ma anche più vischioso.
Basti dire negli anni 90 in Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, che da sole coprono il 37% degli abusi, le ruspe entrarono in azione contro gli edifici abusivi «non sanabili» e colpiti da ordine di demolizione, soltanto nello 0,97% dei casi.
E vogliamo lasciare la responsabilità ai comuni? Ma dai…
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
L’ILLUSIONE CHE LA QUESTIONE DEMOCRATICA SI RISOLVA TAGLIANDO IL NUMERO DEI DEPUTATI E CAMBIANDO LA FORMA DEL PARLAMENTO
La democrazia italiana sta male non solo perchè ci sono due Camere invece di una o perchè i
parlamentari sono 1000 e non 500.
Ma perchè le si sono aperte dentro due immense voragini.
Una è quella che ormai separa le istituzioni rappresentative dalla cittadinanza concreta, l’altra è quella che si è creata tra il principio di maggioranza politica e il principio di competenza tecnica.
La prima scollatura ha determinato la crisi del rapporto tra i mondi vitali (interessi, speranze, volontà ) della gente qualunque e la rappresentanza collettiva che se ne ha nelle istituzioni.
L’altro vuoto, quello tra maggioranza elettorale e competenze, ha portato alle varie storture: la necessità di governi tecnici senza vere basi politiche, l’egemonia di una amministrazione pubblica autoreferenziale, la formazione di gruppi parlamentari “per caso”.
Alla radice di questi aspetti di dissesto democratico vi è la fine del partito politico di massa: collettore di bisogni, organizzatore sociale, promotore e animatore delle conoscenze tecniche intorno a progetti di progresso comunitario.
È accaduto che, ad un certo punto, l’andamento del mondo è stato più rapido della capacità culturale del partito politico, uscito dalla storia dell’800, di adeguarsi ai mutati orizzonti.
Rattrappito su se stesso, non ha più capito niente e si è fatto sommergere dalla società com’era diventata.
Il suo posto è stato preso da non-partiti, i partiti “personali”.
Oppure da qualcuno che si è appropriato dell’antico marchio come bene pubblicitario utilizzabile nel mercato elettorale.
In altri casi sono nati partiti elettorali programmati per “non essere partiti”.
In un unico caso — quello del Pd — è sopravvissuta la trama di un insieme a cui con straordinario sforzo di memoria e di fiducia ancora si reggono “militanti” in attesa di parole e tempi nuovi di ritrovamento.
Se così stanno le cose, il problema italiano di più difficile soluzione non è la nuova conformazione della rappresentanza istituzionale ma la ricostruzione della vertebratura della società rappresentata.
La validità di progetti istituzionali si deve misurare tutta sul loro grado di compatibilità con nuovi modi di essere e di esprimersi della comunità di riferimento, modi che devono essere “ordinati” per avere efficacia politica.
Come “inventare”, allora, un partito capace di ristrutturare la società ?
O, il che è lo stesso: come si può ristrutturare la società mediante l’opera di un partito?
Come un partito (“dopo” i partiti) può ora raccogliere, coordinare e riordinare le domande di una società complicata e senza idee unificanti?
E fare in modo che esse possano rivitalizzare, seguendo una linea di bisogni e di orientamenti reali e attuali, le istituzioni rappresentative?
La Costituzione usa parole forti per definire la funzione dei partiti politici (“concorrere a determinare la politica nazionale”, articolo 49). Ma non indicagli strumenti e le procedure.
Il problema è dare sostanza a quella formula, e non basta trincerarsi dietro alternative che non dicono niente: partito “leggero”/partito “pesante”.
In un documento che sta suscitando dibattiti, Fabrizio Barca tenta una risposta, convincente.
Per dare sostanza alla formula della Costituzione occorre fare del partito politico e dei suoi “quadri” i promotori – territorio per territorio e dal territorio locale al territorio nazionale — di nuovi modi di deliberazione democratica.
Che significa? Significa che la cittadinanza del “cittadino” qualunque non può esaurirsi, di tanto in tanto, e sempre più svogliatamente, nel momento elettorale.
Essere cittadino ogni giorno vuol dire farsi carico dei problemi concreti che quotidianamente lo coinvolgono e che le istituzioni rappresentative sempre più fanno fatica a risolvere, da sole.
Dalle minute questioni di prossimità (la scuola, la strada, il decoro urbano, la sicurezza del quartiere. ..) a quelle grandi della comunità più larga ( l’opera pubblica interregionale, il rapporto tra fabbrica e ambiente, la bioetica, persino: come nella Francia del dèbat public. ..).
Per risolvere questioni come queste non bastano neppure i referendum.
Lavarsene le mani con un sì o un no, darla vinta, senza motivazioni, sempre e in ogni caso ad una maggioranza, può essere, semplicemente “poco democratico”.
Questioni complesse hanno bisogno di una procedura ponderata: in cui le argomentazioni pro e quelle contro si misurino in condizioni di assoluta parità .
Il conflitto programmato è sempre meglio del divorzio (dalla politica).
Le istituzioni rappresentative, locali e nazionali, tireranno le somme finali del dibattito pubblico.
Ma è importante che questo dibattito, in ogni caso, avvenga secondo procedure “vere”, fissate in leggi e regolamenti (a cui già si dovrebbe cominciare a porre mano): che si avvalgono anche della Rete come strumento virtuale per arrivare a luoghi reali, e non come spugna assorbente e incontrollabile di ogni passaggio.
Dando impulso a questo metodo, il partito rientra, attraverso i problemi, nel tessuto sociale.
La scommessa è cercare di avvicinare, di porre su basi di legittimazione più larghe e continue, le istituzioni rappresentative.
Di far fruttare il capitale sociale di cui l’Italia è già così ricca (i volontari, le associazioni, i “saperi”) e di collegarlo al rarissimo capitale politico esistente.
Di diminuire i forti “costi di intermediazione” e di una burocrazia pubblica che spesso risponde solo a se stessa.
Un partito che si proponesse questa molecolare opera di rianimazione politica e culturale avrebbe già , di per sè, quel che si chiama un “programma”.
E anche un modo di essere.
Andrea Manzella
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
GAMBARO: “HA VINTO LA CENSURA”…ZACCAGNINI: “I TALEBANI HANNO GETTATO FANGO SUI COLLEGHI PER SCREDITARCI, IO HO RISPETTATO LE REGOLE, LORO NO, ALTRO CHE COMPRAVENDITA: ORA SI SCUSINO PUBBLICAMENTE”
Il giorno dopo l’espulsione dal Movimento Cinque Stelle, la senatrice Adele Gambaro non nasconde l’amarezza per come sia andata a finire: “E’ accaduto tutto molto in fretta, in una settimana. Non ho ancora capito perchè sia prevalsa la linea della censura per una critica garbata che non aveva alcun intento divisivo”, ha commentato la senatrice dopo il responso arrivato dalla rete.
La senatrice passerà quasi certamente al gruppo misto. “Credo di sì, non ci ho ancora pensato”, dichiara a Radio Radicale. “Dopo l’espulsione credo di sì, almeno da quanto ho visto accadere al senatore Mastrangeli che è andato al misto”.
“Spero almeno che la mia espulsione sia servita a trovare strade più conciliative con i dissidenti”, ha aggiunto Gambaro, alludendo alle telefonate fatte ieri da Beppe Grillo a Tommaso Currò e Paola Pinna, i due deputati dissidenti e considerati tra le voci più critiche del Movimento.
I dissidenti del M5S si sono visti per un confronto in transatlantico, a Montecitorio, subito dopo i lavori dell’aula.
Presenti Tommaso Currò, Paola Pinna, Tancredi Turco, Adriano Zaccagnini, Cristian Iannuzzi nonchè un outsider, il senatore Roberto Cotti.
Poco dopo si uniscono Walter Rizzetto, Aris Prodani e Mara Mucci.
Al centro del confronto, le chiamate inattese che ieri hanno ricevuto Currò e Pinna, quest’ultima a un passo dall’espulsione.
A quanto si apprende, i malpancisti del Movimento hanno riflettuto sulla ‘tregua’ sancita ieri, con il giro di telefonate del leader finalizzate a placare i loro animi.
Ma alcuni, nel corso del confronto in transatlantico, hanno alzato la voce, indispettiti dai toni del ‘talebani’ del Movimento, accusati di essere “più realisti del Re”.
Mentre Tancredi Turco crede “fermamente che ora ci sarà una fase costruttiva” e lo “stop alle espulsioni” e Currò appare rasserenato, la mossa di Grillo viene così commentata dal deputato dissidente Adriano Zaccagnini: “Sono contento sia cambiato il clima, ma mi rendo conto che è successo solo perchè da Grillo c’è stata una marcia indietro prima della distruzione totale ingenerata dalla sequenza di espulsioni che si andava profilando”.
Ora, prosegue Zaccagnini, “sono necessarie le scuse di chi ha gettato fango e ha insultato, anche se non direttamente, altri colleghi parlamentari”.
Zaccagnini, in particolare, mostra disagio per le accuse di compravendita mosse da alcuni colleghi nei giorni scorsi.
“E’ grave che io abbia rispettato i patti non dichiarando per 10 giorni, se non su temi politici, mentre i ‘talebani’ hanno chiesto di scuotere l’albero e far cadere le mele marce, di rispettare le regole, ma le loro, di liberarsi degli elementi tossici. Senza che questa linea fosse mai stata concordata in assemblea”.
Una situazione che ha “ingenerato un clima di psico-polizia – accusa il deputato M5S – con l’accusa, tra l’altro, di una compravendita morale e politica a cui non è mai seguita una denuncia con nomi e cognomi. Una compravendita che reputo gravissima, se ci fosse, e che non può essere usata strumentalmente per intimidire le persone scomode e fino a ieri da eliminare”.
Il deputato stellato chiede “che la linea dell’assemblea venga portata fuori esclusivamente dal portavoce”, in questo momento Riccardo Nuti, “e che i talebani non parlino più a titolo personale e non abbiano più l’agilità politica come non l’ho più io da 10 giorni”.
(da “la Repubblica”)
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA PASIONARIA DEL PDL NON SI DA’ PACE: “I MAGISTRATI HANNO FONDATO UN PARTITO POLITICO OLTRE OGNI MORALE”
Certifica che mercoledì «è venuto meno il principio cardine della democrazia, ovvero la leale
collaborazione tra poteri» e anticipa che farà «ricorso personale, se il Presidente mi darà il via libera, alla Corte dei diritti e di giustizia europea affinchè possa avere un giusto processo».
È Michaela Biancofiore, la pasionaria di Silvio Berlusconi e Sottosegretario del governo Letta per la Pubblica Amministrazione, a commentare così a «Citofonare Adinolfì», su Radio Ies, il mancato accoglimento da parte della Consulta di un ricorso dell’ex premier sul legittimo impedimento.
LETTA STIA ATTENTO AL FUOCO AMICO
Il deputato aggiunge che «non è pensabile che i magistrati vengano nominati dalla politica, soprattutto quelli delle alte cariche, o che ci sia una magistratura rappresentata da correnti politiche».
In ogni caso questo non inciderà sul governo da parte del Pdl, ma «Letta non può dormire sonni tranquilli, e non per il centrodestra: è evidente che nell’alveo del centrosinistra, che già due mesi fa era convinto di aver vinto le elezioni, c’è un fuoco amico».
MAGISTRATI, POLITICI IMMORALI
Non solo: «C’è, indubbiamente, un reticolo di magistrati che di fatto hanno fondato un partito politico ideale, che è andato oltre ogni morale pubblica, e non a caso ci sono molti magistrati scesi in politica e che fanno della loro toga la loro forza».
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
A CONFERMA DELL’OTTIMA SELEZIONE DELLA CLASSE DIRIGENTE COMPIUTA DAI VERTICI DI FLI: ALLONTANARE GLI ONESTI E GARANTIRE GLI ARRIVISTI
Diciassette arresti per associazione a delinquere, corruzione, truffa e false fatturazioni. In manette pure due ex assessori e alcuni burocrati regionali.
Quarantatrè indagati, tra cui una sfilza di politici, chiamati a rispondere chi di corruzione, chi di finanziamento illecito ai partiti, chi di entrambi i reati.
Società e milioni di euro sequestrati.
Le indagini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza smascherano un sistema di tangenti che ruoterebbe attorno al projet manager Faustino Giacchetto e ad una raffica di società a lui riconducibili.
Laureato in Economia, nato a Canicattì nell’Agrigentino, negli anni è diventato uno dei massimi esperti nell’intercettare i fondi europei riservati ai piani per la comunicazione.
E ha fatto affari d’oro.
“Giacchetto ha creato un vero e proprio sistema criminale, attraverso continui favoritismi ed elargizioni erogate a funzionari pubblici, politici, soggetti a vario titolo operanti nel settore della comunicazione e della pubblicità ”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Luigi Petrucci.
E così da semplice collaboratore del Ciapi, ne sarebbe diventato il deus ex machina.
Riuscendo ad allungare le mani sull’attività dell’assessorato regionale al Lavoro e alla Formazione professionale, e dell’Agenzia regionale per l’impiego.
In cella sono finiti con l’accusa di corruzione gli ex assessori regionali Gianmaria Sparma e Luigi Gentile.
In cambio della compiacenza nei confronti di Giacchetto avrebbero ottenuto concessioni in uso gratuito di appartamenti, viaggi, sponsorizzazioni e corposi contributi per per le campagne elettorali. E persino biglietti gratis allo stadio per assistere alle partire del Palermo.
Rinaldo Sagramola, ex amministratore delegato della società rosanero, è indagato per truffa.
La sua vicenda è legata all’emissione di due fatture al Ciapi per degli spazi pubblcitari mai resi.
Chi sono Gentile, Sparma e Riggio
Fra gli arrestati all’interno dell’inchiesta sul Ciapi ci sono tre politici: si tratta degli ex assessori regionali Luigi Gentile e Gianmaria Sparma, oltre che dell’avvocato e presidente del Ciapi Francesco Riggio.
Quest’ultimo ha sfiorato l’approdo a Palazzo dei Normanni in occasione dell’ultima tornata elettorale, quando la sua candidatura con l’area Innovazioni entro il Pd ha portato ha portato con sè 6.881 voti.
Riggio non ce l’ha fatta a diventare deputato, ma è risultato comunque fra i più votati.
Anche Luigi Gentile non è riuscito a farsi eleggere all’Ars lo scorso ottobre.
Eppure l’ex assessore era stato deputato regionale nella passata legislatura, eletto con il Pdl con oltre 12mila voti di preferenza e poi passato a Fli.
Il 52enne agrigentino ha ricoperto l’incarico di assessore ai Lavori pubblici, al Lavoro ed alle Infrastrutture sempre nella giunta Lombardo.
E’ stato anche vicepresidente della commissione di indagine e di studio sulla formazione professionale
Gianmaria Sparma , originario di Lampedusa ma presto trasferitosi a Palermo, è stato invece assessore regionale al Territorio e ambiente del governo Lombardo dal 29 settembre 2010 al 7 novembre 2011.
Un tecnico in quota Futuro e libertà fra i più giovani a guidare un assessorato, che è stato anche dirigente generale del dipartimento Pesca.
Dopo aver abbandonato la giunta Lombardo ha lavorato nell’ufficio di gabinetto del ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
Riccardo Lo Verso
(da “Sicilia Live“)
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
“NECESSARIO UN INCONTRO CON IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, IL CAVALIERE DEVE ESSERE TUTELATO”
“Berlusconi salga al Colle e chieda a Napolitano se il patto è ancora valido: il presidente lo deve
tutelare, dato che è stato lui a volere fortemente questo governo”: dice Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale che ieri, appena la Consulta ha respinto il ricorso del Cavaliere, ha titolato sul sito “Assalto a Berlusconi”.
Ma “avrei dovuto chiamarlo ‘assalto finale’, ormai ci siamo”.
Direttore Sallusti, cosa può fare il capo dello Stato per respingere gli invasori?
Non può intervenire direttamente sulla Cassazione, nè sul Parlamento che, guarda caso, ha messo all’ordine del giorno l’ineleggibilità del Cavaliere. Ma deve dare assicurazioni, e non più tramite ambasciatori: bisogna che i due s’incontrino di persona, che si guardino negli occhi.
L’ineleggibilità non è mai stata votata prima, perchè si preoccupa?
Sottolineo che è bizzarro che venga messa in calendario nonostante un accordo garantito da Napolitano. E poi chi ne assicura l’esito, le colombe del Pdl? Le stesse che partono col ramoscello d’ulivo in bocca e tornano con bombe da sganciare? Nella migliore delle ipotesi sono piccioni
Potete sempre contare sul Pd.
Gli stessi che avevano assicurato a Prodi la presidenza della Repubblica? Spetta solo a Napolitano chiarire se questo patto, nato nell’interesse del Paese, è ancora valido.
Ci contava davvero, il Cavaliere, sul fatto che l’armonia nata dalle larghe intese potesse influenzare i suoi processi?
Nella sua testa era un modo per disinnescarle politicamente, per mostrare la sua buona volontà e collocarsi, agli occhi dei giudici, non più come nemico assoluto. Però quando 15 giorni fa l’ho incontrato era molto pessimista, c’è da dire che è sempre estremamente lucido.
Cosa succederà ora?
Berlusconi è sempre imprevedibile, tutti quelli convinti delle sue prossime mosse dovrebbero stare attenti.
Potrebbe anche far cadere il governo?
Un’azione politica forte ci deve essere, da parte di tutto il Pdl: non puoi assistere immobile all’uccisione del leader. Ma vediamo come va al Quirinale.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
IL “PIANO C” DI BERLUSCONI PER OTTENERE IL NO ALL’INTERDIZIONE: “NIENTE CRISI MA CHIEDO UN PATTO AL PD”
«Questa è una sentenza schifosa, ma è chiaro che io non mi farò sbattere in galera tanto facilmente». L’allarme rosso è scattato, la trincea si è alzata.
Il no pronunciato a piena voce dalla Corte costituzionale contro il ricorso di Silvio Berlusconi e contro il legittimo impedimento reclamato per il processo Mediaset, ha spinto il centrodestra sul piede di guerra.
Come nelle giornate di massima allerta, l’intero stato maggiore del Pdl si schiera al fianco del suo leader.
I ministri corrono a via del Plebiscito, i colonnelli fanno sentire la loro voce e invocano una reazione. Immediata. La crisi di governo.
Per l’ex premier è una sconfitta pesante. Prevista, ma comunque dolorosa. Promette battaglia, ma evita lo show down.
Vuole trattare, restando nella posizione di socio di maggioranza della coalizione governativa.
Il suo sguardo, però, non è più rivolto alla Consulta. Bensì alla Cassazione.
A questo punto i tempi del caso Mediaset non si possono più allungare.
I giudici costituzionali hanno riaperto la strada ad un percorso fisiologico della giustizia.
La Suprema Corte nei prossimi 8-9 mesi sarà chiamata a emettere la sua decisione finale. Confermando o respingendo la condanna dell’Appello.
La prescrizione scatta a giugno 2014: i giudici dovranno quindi esprimersi prima di quella data. E se ratificheranno la sentenza dei primi due gradi, allora esploderà una vera e propria bomba nucleare.
Perchè? Perchè i quattro anni di reclusione saranno accompagnati dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.
Ossia l’addio al Parlamento.
«Ecco – si è sfogato il Cavaliere con i suoi fedelissimi – nessuno può pensare che io esca dalla politica in questo modo. No, non sarà così».
La posta in palio non è solo il suo destino giudiziario, ma la vita del governo Letta e della “strana maggioranza”.
L’appuntamento finale è solo rinviato al prossimo inverno.
Nel frattempo l’esecutivo può andare avanti. Anzi, dopo l’esito delle ultime elezioni amministrative che ha visto il centrodestra crollare e soprattutto dopo l’esplosione del Movimento 5Stelle, l’ex premier si è convinto che la carta della crisi di governo e delle elezioni anticipate va giocata solo come una extrema ratio.
«Rompere adesso – è il suo ragionamento – non conviene. Quale risultato otterremmo? Per noi niente. Mentre il Pd avrebbe il ribaltone con i dissidenti grillini o, più probabile, il ritorno al voto in una posizione di forza. Con Renzi in pole position e Grillo ormai in discesa libera. Non si ripeteranno più le circostanze di febbraio».
Il Cavaliere, allora, sta costruendo un’altra via d’uscita.
Una sorta di “Piano C” da edificare all’interno del governo.
Ossia mettere sul tavolo della trattativa con il presidente del Consiglio e soprattutto con il Pd una sorta di “scambio”: la vita dell’esecutivo per il “no” all’interdizione.
Un ragionamento che gli “ambasciatori” di Palazzo Grazioli hanno già iniziato a formulare con i parlamentari più disponibili del Partito Democratico.
E questi lo hanno riferito a Palazzo Chigi.
Il disegno è semplice: se venisse confermata l’interdizione dai pubblici uffici, la “decadenza” dalla carica parlamentare (come prescrive l’articolo 66 della Costituzione) dovrà comunque essere votata dall’Assemblea di appartenenza, ossia dal Senato.
La “Procedura di contestazione dell’elezione” viene prima esaminata dalla Giunta per le immunità e quindi dall’Aula. A scrutinio segreto.
E proprio in vista di questo passaggio, il baratto proposto dal Cavaliere è chiaro: «Voi votate contro la mia decadenza e io non faccio cadere Letta».
È evidente che per condurre una contrattazione del genere, ha bisogno di rimanere nel confine della maggioranza. Di mantenere i piedi nella squadra governativa.
Un negoziato, ovviamente, durissimo e soprattutto indigeribile per molti dei Democratici. Eppure, la prima puntata è iniziata proprio ieri.
Basti pensare a cosa è accaduto al vertice serale a Via del Plebiscito.
Praticamente tutto il Quartier generale del Pdl – un po’ meno i ministri – ha sbattuto sul tavolo della discussione l’ipotesi di uscire dal governo per provocarne la crisi.
Il Cavaliere li ha frenati: «Bisogna distinguere le mie questioni dall’esecutivo. Questa è una sentenza schifosa, figlia del conflitto orchestrato da una parte della magistratura contro la mia discesa in campo, ma il Paese ha bisogno di questo governo ».
Essersi messo sul fronte delle colombe e aver schierato l’intero partito su quello dei falchi, è esattamente la prima mossa della trattativa.
Un modo per dire: «Io posso calmare i miei ma fino ad un certo punto. Per calmarli, voi dovete aiutarmi».
In questa ottica un passaggio fondamentale sarà il prossimo voto sulla ineleggibilità del Cavaliere di cui si discuterà a Palazzo Madama a partire dal 9 luglio.
L’ex premier sa che il Pd in quel caso voterà contro l’ineleggibilità e userà quella decisione per provocare una sorta di corto circuito ineleggibilità -interdizione.
Se i Democratici si sono espressi per la liceità della mia elezione – sarà il suo discorso – possono farlo anche quando si tratterà di pronunciarsi sulla decadenza dal mandato senatoriale.
Ma può il centrosinistra accettare questo “baratto”? Difficilissimo.
Enrico Letta fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi ha ripetuto a tutti: «Il mio governo non può fare nulla per quanto riguarda i processi di Berlusconi».
Insomma, il principio cui ogni ministro del Pd si sta attenendo è quello della «totale separazione dalla vicende giudiziarie». Non solo.
Cosa accadrebbe nell’elettorato e nell’opinione pubblica progressista se Berlusconi venisse “salvato” in quel modo? Una vera e propria baraonda.
E, come spiega un esperto senatore democratico, «se io voto per mandare al macero una sentenza definitiva contro Berlusconi, poi mi devo dare alla macchia. Con che faccia mi presento nel mio collegio? Non potrei nemmeno passeggiare per strada. Non esiste, il “baratto” che ci propone il Cavaliere non può essere accettato».
Il leader del centrodestra ci proverà comunque fino alla fine.
Contando anche sul fatto che fino a che sta in maggioranza la sua capacità di trattativa potrà essere espressa in tutte le direzioni, anche nei confronti del Quirinale («Mi aveva promesso una mano»).
«Se poi ogni tentativo fallirà – ha avvertito – allora è chiaro che nessuno può pensare che io mi faccia sbattere in galera tanto facilmente. A quel punto tutto sarà lecito. La crisi di governo e la rivolta contro la dittatura dei giudici».
Claudio Tito
argomento: Berlusconi, governo, Partito Democratico, PD, PdL | Commenta »
Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
“E’ STATA CORAGGIOSA”: ATTESTATI DI STIMA ALLA GAMBARO CHE PARLERA’ A TEMPO DEBITO….PER ORA SI LIMITA A DIRE: “QUESTA E’ UAN GABBIA DI MATTI, ALCUNI PERSONAGGI SONO ASSURDI, ATTENTI A NON SOTTOVALUTARLI”
Adele Gambaro si è svegliata di colpo, bruscamente: «Questo è una specie di nazismo
informatico».
In privato la senatrice ha scelto parole pesanti come pietre. Perchè in un attimo l’incantesimo grillino si è spezzato.
La Rete, la democrazia diretta dei cinquestelle, l’immagine tranquillizzante dei parlamentari-portavoce che docili si lasciano guidare dai consigli degli attivisti del movimento. Tutto evaporato.
L’hanno processata, insultata, buttata fuori.
Lei ha osservato l’escalation sentendosi già lontana. E nel momento più cupo dell’epurazione si è lasciata andare: «Questa è una gabbia di matti».
In pubblico, però, Gambaro ha scelto un profilo diverso. Quasi sempre silente.
Si era già spinta troppo in avanti, sfidando il leader assoluto. Ha ascoltato chi l’ha difesa fino alla fine e chi le ha chiesto di togliere il disturbo per un’intervista.
Ha dimostrato doti di grande incassatrice. Mai scomposta, mai sopra le righe: «Lo devo — ha confidato — a quelli che mi sono stati vicini. Ai colleghi che mi hanno accompagnato ».
L’ormai ex parlamentare grillina si è confrontata a lungo con chi ha condiviso con lei i giorni più difficili. «Ho sofferto, ho sofferto tantissimo».
Ora che tutto è finito, però, non riesce a scacciare lontano i timori per l’andamento del dibattito interno al pianeta grillino, nè l’angoscia per il futuro: «Nessuno deve sottovalutare questa situazione, che è davvero preoccupante sotto il profilo democratico».
L’ultimo giorno a cinquestelle, Gambaro ha deciso di viverlo almeno un po’ al Senato.
Accanto ai suoi ex compagni di strada. Anche a quelli che le hanno voltato le spalle. L’esito dello spoglio virtuale l’ha atteso però lontano da tutti, mentre in Aula proseguiva il dibattito.
In fondo, la Corte del web doveva ancora pronunciarsi, ma la senatrice già sapeva come sarebbe andata a finire: «L’esito è scontato — ha detto ad alcuni senatori — Come volete che vada a finire?».
È finita con la senatrice Adele Gambaro da Bologna fuori dal gruppo grillino del Senato.
La prossima destinazione è già fissata, l’accoglierà il gruppo Misto.
E come spesso accade quando una storia finisce male, i titoli di coda hanno il vantaggio di sembrare quantomeno liberatori: «Finalmente è finita… Non vedevo l’ora che questa pantomima terminasse».
I rapporti umani con molti dei senatori restano ottimi. La maggioranza dei colleghi di Palazzo Madama si è esposta per lei, rischiando nuove scomuniche.
Ieri la senatrice ha ringraziato parecchi di loro. Ma il giudizio sul movimento e sulle dinamiche che l’hanno stritolata, quello è cambiato radicalmente: «Io sono una persona per bene, ma alcuni di questi sono personaggi assurdi. Attenzione — ha avvertito in privato — non dovete sottovalutarli».
Il processo l’ha lasciata a tratti senza fiato. E un po’ l’ha fiaccata: «Mi è molto pesato, umanamente, essere finita in prima pagina per un’intera settimana. Io sono schiva, riservata. È stato un verotritacarne. Mi ha fatto soffrire».
Al Senato i colleghi degli altri partiti l’hanno osservata a lungo con curiosità . Hanno imparato il suo cognome dall’accento che inganna. E di fronte al processo del web, iniziato ben prima della votazione finale, hanno iniziato a rispettarla.
Se non altro per la determinazione con la quale ha affrontato il giudizio.
Proprio ieri un senatore, lontano anni luce dall’orbita grillina, si è avvicinato a Gambaro. Davanti agli altri colleghi del movimento le ha stretto la mano. E senza abbassare il tono della voce l’ha salutata: «Senatrice, complimenti. Lei è stata coraggiosa».
Ha ringraziato, nulla di più. Mai una parola fuori posto, in pubblico.
Parlerà , l’ex grillina. Non ora, ma tornerà a farsi sentire. Forse con un video, sicuramente incontrando la stampa.
Intanto ragiona sui numeri, sui tredicimila che l’hanno bocciata e i seimila che hanno tentato di salvarla: «Voglio comunque analizzare cosa significano questi dati. Voglio capire».
Con la stessa calma con la quale, dopo aver osato contestare Beppe Grillo in persona, domandava: «Ma cosa ho detto di male?».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
“A QUELL’ORA VOTANO SOLO I FANATICI DEL WEB”
È una furia. Incontenibile, a tratti.
Non si ferma un attimo mentre percorre il Transatlantico del Senato.
Appassionata, la senatrice grillina Serenella Fucksia contesta la scelta di aver indetto la votazione per l’espulsione di Adele Gambaro senza un ragionevole preavviso: «Il voto non è rappresentativo. Ma dico, ma si può far votare dalle 11 alle 17? Io avevo da lavorare, non ho potuto neanche votare. Non è una cosa normale».
Lei era contraria alla cacciata. L’ha detto in assemblea, l’ha ribadito davanti ai cronisti.
Non pensa che sia un errore e non teme sanzioni: «Io dico sempre quello che penso. L’ho sempre fatto. Mio padre mi diceva di stare un po’ più attenta, ma ho sempre fatto così».
Lo dice sorridendo, la rabbia va via in fretta.
Senatrice, si calmi. Ripartiamo dall’inizio. Dalla scelta di intraprendere la strada dell’espulsione di Adele Gambaro.
«Io avrei evitato. Ero contraria. Abbiamo creato un caso dal nulla».
Le rimproverano di aver mosso critiche troppo forti.
«Io ero contraria all’espulsione. L’ho detto. Adele non ha detto nulla di rilevante».
Oggi però la Rete ha deciso che Gambaro deve lasciare il Movimento cinque stelle.
«Il voto non è rappresentativo. Ma dico, ma si può far votare dalle 11 alle 17? Io avevo da lavorare, non ho potuto neanche votare».
In tutto si sono espressi in diciannovemila. Tredicimila hanno votato per l’espulsione.
«A quell’ora possono votare solo i cosiddetti fanatici della Rete».
Ne vuole parlare con Grillo?
«Sì».
Ma lei ce l’ha con Grillo?
«Ma ci mancherebbe. Io non ho nulla contro Grillo. Non gli rimprovero nulla. I post li ha sempre fatti. Le parolacce le ha sempre dette. Pure io le dico e va bene così. Io non ho nulla contro Grillo, non ho mai detto nulla contro di lui».
E allora?
«Lui è il nostro megafono. Ma non è più solo il nostro megafono, è anche qualcosa di più».
Non è che lascia il movimento?
«Ma scherziamo? Io penso che il movimento sia l’unica strada».
Non teme che possano cacciarla?
«Io dico quello che penso. Lealmente. Poi se qualcuno vuole, mi può espellere…».
Senatrice, però forse in Parlamento non riuscite a incidere come vorreste.
«Il Parlamento non è solo critica, noi vogliamo e dobbiamo anche costruire».
Resta il caso Gambaro.
«È stato un errore. Un grave errore. Una vicenda iniziata male e finita peggio. Ma…».
Ma?
«Ma il movimento è vivo e dagli errori ci possiamo rinforzare. Per ripartire».
Tommaso Ciriaco
(da “la Repubblica“)
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