Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
NEI CINQUESTELLE EMERGE QUALCOSA DI PATOLOGICO: “RINNEGATO, TRADITORE, INFILTRATO”, CONCETTI CHE RASENTANO LA PARANOIA
“Se fosse, ormai, una mera questione di «menti eccessivamente infiammate»? L’espressione è di un grande storico, Richard Hofstadter, e apre un suo celebre saggio pubblicato nel 1964 con il titolo, invero sintomatico: «The Paranoid Style in American Politics».
Grillo era di là da venire, ma ciò che da qualche tempo sta avvenendo nel Movimento Cinquestelle — rabbie, gelosie, sospetti, paure, processi, espulsioni — rende gli argomenti del professore molto, ma davvero molto e forse perfino troppo interessanti.
Ora, sebbene sia di pubblico dominio sostenere che il sistema politico è impazzito, che parecchi suoi protagonisti sembrano matti, e altrettanti si rinfacciano la pazzia l’un l’altro e via dicendo, è sempre piuttosto rischioso interpretare la vita pubblica secondo i modelli degli psichiatri e magare sostituire l’analisi con la diagnosi — tanto più selvaggia, oltretutto, quanto più frutto di nozioni orecchiate.
Ciò detto, e con vana speranza di aver messo le mani avanti, quando l’altro giorno la deputata dissidente Pinna denuncia «un clima da psico-polizia»; oppure quando ieri alla buvette del Senato l’ormai recidiva squadretta nominata «gruppo di comunicazione » s’imbatte nella senatrice Gambaro a colloquio con l’ineffabile Razzi e ritiene normale immortalare la scena, beh, la faccenda non solo si complica, ma saldandosi con le fobie di contaminazione, i flaconcini di disinfettante, i timori sui micro-chip sottopelle, i fanta-video di Casaleggio, i troll e gli hacker «pagati», la gogna on line, il potere nefasto di Barbara D’Urso, alla fine qualcosina di patologico si percepisce.
Forse è da paranoici notarlo. O forse, come spiega saggiamente Hofstadter, «nulla impedisce che un programma valido sia sostenuto con uno stile paranoico». Aggressivo e megalomane, ma a tal punto ripiegato su di sè da perdersi ormai nell’indistinta autocombustione di una setta che vive per misurare la propria fedeltà .
E non c’entra tanto il culto di Grillo, l’Eletto, il totalmente Buono, il Salvatore perseguitato dal gigantesco e subdolo meccanismo di influenza, eppure certo del trionfo finale, completo e definitivo («Ne rimarrà solo uno»).
Casi del genere sono infatti documentabili nella Lega e in ambito berlusconiano.
È piuttosto il conflitto tra Bene assoluto e Male assoluto che oltrepassa la retorica tradizionale richiedendo il soccorso di testi di psicologia; l’apocalittica certezza per cui il Movimento vive costantemente a un punto di svolta, ora o mai più, il tempo sta sempre per scadere; e la formulazione di obiettivi disperatamente irrealistici, il cento per cento dei voti, il governo.
Il discorso paranoico è in qualche modo graduabile.
Ma là dove si riconosce meglio è nel modo con il quale affronta ciò che in politica è inevitabile e quindi il dissenso.
Ecco, qui non si scampa: le figure dominanti, nel senso che si riferiscono al passato al presente e al futuro, sono quelle del rinnegato, del traditore e dell’infiltrato.
Ma il punto è che il ritmo della loro individuazione va facendosi concitato, e che nessuno pensa più all’ipotesi che si possa essere in disaccordo per ragioni per cosìdire «politiche» — che peraltro sembra che sfuggano agli stessi dissidenti. Tutto finisce per ridursi a infedeltà o, dall’altra parte, a mobbing e stalking. Non molto sano.
D’altra parte non di rado il cervello è, come la politica, una brutta bestia.
E chi abbia cominciato a occuparsene ormai molti anni orsono è colpito dal fatto che sempre più efficacemente venga proprio dagli psichiatri la chiave per leggere le vicende dell’attualità .
Proprio su Repubblica, nei primissimi giorni di aprile, Massimo Recalcati ha scritto, ad esempio, sul M5S: «Lo stato mentale di un movimento si misura sempre dal modo in cui sa accogliere la dissidenza. Sa tenerne conto, valorizzarla, integrarla? O agisce solo tramite meccanismi espulsivi?».
Ecco, meglio non si poteva dire, o prevedere.
Recalcati ha formulato l’ipotesi secondo cui Grillo sta gestendo la sua cospicua forza mossa da un «fantasma di purezza», tipico degli adolescenti.
Grosso modo, si proclama la propria diversità e innocenza incontaminata contro l’Altro, gli altri.
Si fotografano i reprobi, si fuggono i giornalisti, si cercano i nemici tra le proprie fila. E’ molto stressante.
Ma purtroppo è anche la base di tutti i poteri totalitari — e se questi ultimi, poi, siano paranoici o meno, di solito si capisce quando è troppo tardi.
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica”)
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Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
ANDREA SCANSI: “GRILLO NON CAPISCE CHE NON DEVE RISPONDERE SOLO A 50.000 MILITANTI MA A 9 MILIONI DI ELETTORI: E QUESTI LO STANNO ABBANDONANDO”
La Rete è il futuro. La Rete è la risposta. La Rete è la nuova agorà . 
Per Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, e dunque per il Movimento 5 Stelle, la Rete è prima utopia e poi medium.
Senza Rete non c’è democrazia. E senza Rete, rigorosamente maiuscolo, non ci sarebbe stato il M5S.
Nel web, Beppe Grillo ha sempre radicalizzato i giudizi.
Più ancora che nella piazza reale, in quella virtuale c’è chi lo idolatra e chi lo detesta. Il suo manicheismo esplode.
Per i meccanismi della Rete, refrattaria alla neutralità , l’approccio urlato di Grillo è sempre stato adattissimo. I suoi post non erano solo studiati in ogni dettaglio, errori apparenti compresi, ma servivano per cementare l’appartenenza e alimentare l’idea di un “noi buoni” e “loro cattivi”.
Niente sfumature, perchè in guerra non c’è sfumatura: questo era il messaggio.
Ora, con il caso Gambaro, qualcosa è cambiato.
La decisione di “rimettere alla Rete” la senatrice dissidente ha giustamente esaltato i detrattori del Movimento, che non aspettavano un assist migliore per rafforzare l’idea di un Movimento assolutista e prossimo alla setta.
Sui social network si sprecano i paragoni con la Corea del Nord, lo stalinismo e il cristologico “Volete Gesù o Barabba?”.
La critica, per nulla nuova, è: “Uno vale uno, ma Grillo vale più di tutti”.
C’è anche chi ironizza sul potere decisionale della Rete: “Non so se scegliere ciabatte o infradito, mi rimetterò alla Rete”.
Non è però una novità che gli errori del M5S esaltino chi odia Grillo.
La novità , percepibile anche in Rete, sin qui casa accogliente del Movimento, è l’effetto che l’epurazione Gambaro sta avendo sui simpatizzanti.
Addirittura sugli iscritti. La maggioranza di questi ultimi, gli stessi che hanno partecipato a Parlamentarie e Quirinarie, è concorde con la linea “talebana” (per citare la deputata Pinna, un’altra epurata in pectore) .
Ma il M5S non deve però rispondere solo ai suoi 50 mila iscritti o giù di lì, ma anche a quasi 9 milioni di italiani che li hanno votati nello scorso febbraio.
Molti di loro sono internauti e molti di questi non li rivoterebbero.
Lo si capisce anche da una veloce retrospettiva in Rete, a partire dal sito del Fatto, particolarmente frequentato dai simpatizzanti 5 Stelle.
Se la linea di Grillo ha la maggioranza tra la base storica, non così è tra i suoi elettori. Rete inclusa.
La fronda dei duri e puri c’è, non necessariamente protetta da anonimato.
Spesso nei loro avatar c’è il simbolo M5S o la maschera di V per Vendetta (l’iconografia dei due V-Day).
L’ultrà grillino, o il bimbominkia come il web ha ribattezzato l’approccio adorante a prescindere verso qualsivoglia mito, bolla la querelle-Gambaro (e Pinna) come “mero gossip da giornalai”.
Tra insulti e minacce, si esorta chi osa non essere d’accordo a “parlare di cose serie e fare le pulci a Pd e Pdl”, secondo il motto (involontariamente craxiano, più che mozartiano) del “così fan tutte”.
Talora si prova ad argomentare: “Personalmente non ci vedo nulla di sbagliato nel lasciare il verdetto alla rete, è perfettamente in linea con le idee del MoVimento, perciò non capisco in cosa consiste la polemica”.
Gli ortodossi gentili, o anche solo non verbalmente violenti, sostengono che questa fase è sgradevole ma necessaria per liberarsi degli Scilipoti.
Non manca l’ammissione, più o meno esplicita, che la strada intrapresa sembra portare a un ridimensionamento elettorale in qualche modo inseguito: una forza dichiaratamente di opposizione e identitaria.
Una sorta di “Radicali 2.0”, oscillante attorno al 10 per cento .
Quello che Grillo e Casaleggio fingono di non leggere, o forse leggono ma se ne fregano (e magari continuano a dare la colpa agli elettori ), è che delusione e disillusione ora serpeggiano.
Forse esplodono.
Le amministrative lo avevano certificato, la deificata Rete ne riverbera l’eco. “Avete buttato nel cesso 8 milioni di voti”; “Bastava ignorarla… far finta che non esiste… Se ne sarebbe andata via da sola. Adesso la Gambaro è diventata una martire e Beppe il capo dittatore”; “Vi state consegnando all’autodistruzione”.
Pensieri simili, in Rete, si leggono ovunque.
E non li scrivono i “pennivendoli” brutti e cattivi, al soldo di Renzi o Civati, ma coloro che avevano votato M5S per cambiare le cose (come molti parlamentari stanno provando a fare).
Non per sapere che a Crimi la Gambaro sta antipatica, o che Grillo è uno e trino.
Andrea Scanzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
IL SOLO CASO AL MONDO IN CUI LA PUBBLICA ACCUSA E’ PURE PARTE LESA, LEGISLATORE E CONSULENTE TECNICO
Prima il popolo della Rete era chiamato “solo” a partecipare alla composizione del potere legislativo, indicando candidati (tra quelli che Beppe Grillo aveva precedentemente scelto e vagliato e selezionato) che successivamente venivano messi in lista (e quindi eletti) secondo criteri noti solo a Grillo e Casaleggio.
Questo modello è stato definito «potere ai cittadini» in un virtualismo in cui uno vale apparentemente uno, ma non si sa chi siano questi vari uno che compongono il totale, dal momento che tutto si svolge sulla piattaforma di Grillo, predisposta da Casaleggio, e senza alcun controllo (anatema se qualcuno dei votanti osasse chiedere «che mi fate vedere i log?»).
Sarà questa la nuova democrazia del web?
Tutti ci auguriamo di no, soprattutto i fondatori di liquid feedback che le definirebbero un mix tra abominio e presa in giro.
Non contenti della delega legislativa, Grillo e Casaleggio improvvisano una delega giudiziaria, a metà tra il processo mediatico, la gogna pubblica, il ludibrio collettivo e il reality show. La rete stavolta è chiamata a “votare” una sentenza di tradimento, con pena di espulsione e pubblico bersagliamento conseguente.
Ci sarebbe da essere seri se non fosse una “sentenza già scritta”.
Se fosse una cosa seria, e non strumentale, dovremmo rifletterci e interrogarci sul grado di civiltà di una simile idea di decisione e di processo in finto-streaming in cui la “parte lesa” (parafrasando) è anche quella che scrive la procedura, che detta le regole e le leggi, che commina la sanzione e sceglie la giuria popolare, oltre a essere in sostanza pubblica accusa e consulente tecnico.
In realtà questo è solo un pezzo di un lungo processo di “ridimensionamento” sia della misura che delle pretese del Movimento 5 Stelle, di quello che è rispetto a quello che doveva essere nelle intenzioni del suo padrone/fondatore.
Ovvero una sorta di accondiscendente braccio esecutivo, in cui la democrazia è diventata populismo demagogico, la trasparenza ridotta a streaming voyeristico, e la rabbia delle persone strumento e leva per il proprio successo personale.
Più che “una decisione” da prendere sulle sorti di una parlamentare che ha espresso le sue valutazioni sulla campagna elettorale e sui toni dei post di Grillo, questo in realtà è un plebiscito annunciato su Grillo, sulla sua leadership e sulla possibilità o eventualità di dibattito e critica interna: un modo per risolvere la partita in un colpo solo come a dire «adesso basta mi sono rotto» (cit.) e proseguire con un «adesso chiunque non la pensa come me se ne vada direttamente, senza battere ciglio, pena il linciaggio (pre cacciata)».
Michele Di Salvo
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Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
DELEGITTIMARE, ISOLARE, LIQUIDARE IL NEMICO: LA TECNICA MAFIOSA PER ECCELLENZA, SECONDO GIOVANNI FALCONE
Delegittimare, isolare, liquidare il nemico. La tecnica mafiosa per eccellenza, secondo Giovanni
Falcone. Ma non solo mafiosa, anzi.
Una tecnica adottata da molti dittatori, l’esempio classico è quello delle purghe staliniane.
Delegittimare, isolare, liquidare.
E’ lo stesso schema utilizzato dai gruppi parlamentari grillini contro due “dissidenti” e che apre la strada a una epurazione più ampia. Così finalmente Grillo e Casaleggio avranno i loro “guerrieri” in Parlamento.
La foto che vedete riproduce un post apparso sulla pagina Facebook ufficiale del M5S della Camera. Un post rivolto contro una loro deputata, la cagliaritana Paola Pinna. Una cosa degna di Vyšinskij o di una mente mafiosa.
Prima la delegittimano, quasi negano di averla mai vista, lasciano intendere che è una che pensa solo ai soldi.
Poi la isoleranno (anzi, hanno già cominciato: “Paola Pinna chi?”) e infine lasceranno alla rete il compito di liquidarla, decretandone l’espulsione.
Così hanno fatto con la senatrice Adele Gambaro, insultata per giorni su Internet senza che il suo gruppo parlamentare sentisse l’esigenza di difenderla ufficialmente (lo hanno fatto alcuni suoi colleghi, ma è una cosa diversa).
Colpisce anche il linguaggio utilizzato.
Contro la senatrice emiliana si è scagliato Grillo in persona, modificando il suo “uno vale uno” in un eloquente e offensivo “vali niente”.
Contro la Pinna ci ha pensato invece il suo collega Manlio Di Stefano, che fatto proprio copiato e incollato su Facebook un commento del radiodrammaturgo Diego Cugia:
“Ma risparmiatemi questa Cosetta dei Miserabili dell’onorevole grillina Paola Pinna (laureata disoccupata che viveva con i genitori a Quartucciu, Cagliari, e con cento voti cento è diventata deputata al Parlamento) che invece di spargere petali di rosa dove Grillo cammina, sorge in difesa di una certa Gambaro, un’altra miracolata che si crede Che Guevara”.
Parole dalle quali trasuda un disprezzo antropologico e quasi di classe: da una parte il giovane ingegnere palermitano trapiantato a Milano che ha salito la scala sociale; dall’altra la disoccupata di Quartucciu che vive con i genitori.
Andrebbe forse aperta una parentesi sul fatto che Di Stefano non è minimamente sfiorato dal sospetto di essere anche lui un miracolato dal Porcellum, ma lasciamo perdere per carità di patria.
Colpisce, infine, il fatto che questo trattamento venga riservato a due donne.
Che non sono certo le uniche due “dissidenti” tra i parlamentari Cinquestelle ma vengono colpite con particolare durezza.
Un tratto di sessismo che ricorda quello con cui Beppe Grillo si scagliò contro la dissidente ante litteram Federica Salsi: “La tv è il vostro punto G”.
Il suo deve essere lo stalinismo. In salsa genovese.
Al pesto.
Riccardo Liguori
(da “Palazzo lontano“)
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Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
“IO VOGLIO LAVORARE QUI CON IL MOVIMENTO PER IL BENE DI CHI CI HA ELETTO”
«Paola Pinna è diventata il nuovo bersaglio su cui sfogare le loro pulsioni medievali».
Onorevole Tommaso Currò, scherza?
«Rifletto. A volte mi rendo conto che vado anche oltre. Forse anche in questo caso. Quello che voglio dire è che dopo la riunione congiunta per decidere l’espulsione della senatrice Gambaro, sono riprecipitato nello stato d’animo di due mesi fa».
Vale a dire?
«Una grande amarezza. Prima gli insulti a Furnari e Labriola. Poi la Gambaro. Adesso si parla della Pinna. Dopo a chi toccherà ? Eppure c’è una cosa che mi sento di dire razionalmente: basta, per favore. Non se ne può più di questo metodo».
E di pancia che cosa le verrebbe da dire?
«Che le espulsioni collettive seguono una logica da partito fascista, che evidentemente non è mai stata quella del Movimento, un grande progetto in cui il confronto, serrato, ricco, costruttivo, è da sempre un elemento fondamentale».
Perchè le cose sono cambiate?
«Non lo so. Non lo capisco. C’è una contrapposizione frontale tremenda. Io vorrei solo lavorare. Abbiamo un sacco di cose importanti da fare. Ci stiamo impegnando. Eppure non riusciamo a fare a meno di scontrarci. Ci sono posizioni davvero talebane».
Che cosa è successo durante la riunione di lunedì?
«Che oltre quaranta persone hanno provato a spiegare che era ingiusto votare sulla Gambaro, una collega bravissima. Nove si sono astenute. Un dissenso forte. Che non è bastato. Alcuni si nascondono dietro il branco. Io ho chiesto anche che il voto fosse nominale. Era giusto che ognuno si assumesse le proprie responsabilità ».
Invece?
«Invece alcuni hanno un’idea di trasparenza molto curiosa».
Ha voglia di passare al gruppo misto anche lei?
«Assolutamente no. E a fare che cosa poi? Io voglio lavorare qui. Col M5S. Per il bene di chi ci ha eletto. Non chiedo altro».
Perchè ha accusato il senatore Santangelo di essere fascista?
«Ho sbagliato. Non avrei dovuto usare quei toni. Mi scuso. La parola neanche la ricordo. Ma ricordo di avergli detto di vergognarsi. Ero fuori di me. Io ho una coscienza. E sono abituato a tenere la schiena dritta. Altri non so».
Andrea Malaguti
(da “La Stampa“)
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Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
“SI SONO RIDOTTI A INDIRE MANIFESTAZIONI A SOSTEGNO DEL LEADER, COME IL PDL CON BERLUSCONI”
Raccolgono le interviste scomode. 
Guardano con sospetto i movimenti di Pippo Civati e Sonia Alfano.
Additano “quelli che parlano con i giornalisti”.
E si preparano a uno showdown che potrebbe arrivare già all’inizio della prossima settimana. La nuova parola d’ordine dei “talebani” a 5 stelle — ispirata dall’ormai malcelato malumore di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio — è «stanarli tutti insieme».
Si rendono conto che mandar via uno a uno i “dissidenti”, le persone accusate di fare del male al Movimento con le loro critiche, sarebbe uno stillicidio difficile da spiegare.
Così, pensano a una cacciata collettiva.
Come fare è presto detto.
Entro il fine settimana tutti i deputati dovranno rendicontare quel che hanno speso dei loro stipendi, tenersi 5mila euro lordi di indennità (che ammonterebbero a circa 3200 netti), farsi fare un “cedolino-ombra” dal commercialista prescelto dal gruppo e restituire la parte dei rimborsi non spesa per esercitare il mandato.
Quel che gli uffici comunicazione di Camera e Senato stanno cercando di organizzare è un «Restitution day», sulla scia di quelli già fatti a livello regionale.
«A quel punto i dissidenti verranno fuori», dice un deputato ortodosso, certo che si tratti di una «questione di soldi».
Ma c’è un’altra arma, nel caso in cui lo spettro della rendicontazione e degli scontrini controllati uno a uno non bastasse.
Un dossier sulle uscite contrarie «all’etica del Movimento».
«Abbiamo raccolto le interviste di tutti quelli che negli ultimi giorni, nonostante avessimo chiesto in assemblea di non farlo, hanno continuato a rilasciare dichiarazioni non sulle cose di cui si stanno occupando, ma sul Movimento e i suoi presunti problemi. Presto le tireremo fuori».
La “lettera scarlatta” è già passata dalle vesti di Adele Gambaro (sulla cui sorte la Rete dovrebbe decidere nel fine settimana) a quelle di Paola Pinna.
La deputata sarda — di cui già tre giorni fa Andrea Colletti aveva chiesto l’espulsione via e mail — è additata per tutto il giorno come «la prossima ».
Per il «clima da psicopolizia» di cui ha parlato a Piazzapulita, per le dichiarazioni rilasciate sulla scarsa democrazia del Movimento.
Sotto osservazione però sono in tanti. Il più arrabbiato per come sono andate le cose all’assemblea — era ieri Tommaso Currò. Un fiume in piena perfino alla buvette: «Vogliono cacciarci in massa? Sono metodi che mi ricordano il fascismo, e l’ho detto in tempi non sospetti, che continuando così è lì che si arriva. Alla riunione è prevalsa la logica del branco: è facile, quando sei nel branco, sbranare una persona squisita, splendida, come Adele. L’ho chiesto: metteteci la faccia, il voto sia nominale. Non hanno avuto il coraggio, così come non hanno voluto lo streaming, nè che io filmassi chi alzava la mano per mandarla via».
Non ha paura di essere cacciato, Currò, «mi dispiace solo che non posso lavorare di più, che non riesco a fare di più qui dentro per questo Paese anche per colpa di queste cose».
Non giustifica chi si è astenuto, o non ha partecipato alla riunione: «Non hanno la schiena dritta neanche quando si tratta di difendere un principio costituzionale da una gogna degna del Medioevo ».
Alessio Tacconi è più cauto, ma certo che «siamo entrati tutti lì sapendo quel che avremmo votato. Ora dicono che se lei fosse rimasta le cose sarebbero potute andare meglio, ma non è così. Era tutto deciso».
Adriano Zaccagnini, silenzioso da giorni, dice solo che è «una cosa tristissima. Comincia il walzer delle espulsioni. Sono usciti fuori gli istinti più animali».
E il senatore Lorenzo Battista si limita a una battuta: «Rischiamo di sembrare il Grande Fratello, ogni settimana una nomination».
Ironie a parte, la Rete è scatenata. I dialoganti ne sanno qualcosa.
Lo sa anche l’europarlamentare europea Sonia Alfano, accusata di «compravendita morale» e per questo attaccata dai fan di Grillo su Internet.
«Li stanno fomentando, ho già depositato a chi di dovere una serie di messaggi che mi sono arrivati, auguri di morte per me e per i miei figli. Ma io non faccio nient’altro che rispondere a chi mi chiama, e non smetterò. Se non capiscono che devono ripartire, e trovare modalità nuove per stare lì dentro, continueranno a perdere pezzi. È un problema loro, che si sono ridotti a indire manifestazioni a sostegno del leader. Come il Pdl con Berlusconi».
Annalisa Cuzzocrea
(da “la Repubblica”)
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Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
SIAMO TUTTI “DURAN ADAM”: GIOVANI TURCHI CHE RESTANO IN PIEDI
È un inno alla resistenza, alla forza delle idee, al confronto pacifico, all’essenza del significato di cittadinanza.
Contro la forza bruta di Erdogan e l’arroganza del suo inner circle, mostrato con la repressione fisica e l’arresto di almeno cinquecento cittadini che volevano evitare la distruzione di Gezi park e della democrazia turca, il coreografo turco Erdem Gunduz ha realizzato una performance inedita quanto potente: “Duran Adam”, l’uomo che sta in piedi.
In silenzio, immobile, Gunduz ha fissato per quasi 8 ore l’enorme stendardo con il volto di Kemal Ataturk appeso alla facciata del palazzo dell’Opera, che costituisce di fatto un lato di piazza Taksim.
All’inizio nessuno ci aveva fatto caso: perchè fare caso a un giovane uomo, vestito come un cittadino qualunque, con una specie di ventiquattr’ore, che si ferma in mezzo alla piazza e fissa gli occhi trasparenti del padre della Turchia moderna, in teoria laica e democratica?
Ma dopo che la polizia ha messo le manette a circa 500 persone che “hanno sostenuto i terroristi di Gezi”- come hanno spiegato sui media di regime, praticamente tutti, i vari vice premier, governatori e il portavoce del partito islamico Akp, di cui il premier turco Erdogan è leader indiscusso— molti turchi liberi hanno capito che la protesta immobile e silenziosa di Gunduz rappresentava meglio di qualsiasi altra la loro attuale situazione sotto l’aspetto razionale quanto emotivo.
Nonchè una forma inedita di protesta.
Zittito, arrestato, piegato ma non di certo sconfitto, il popolo di Occupygezi non si rinchiude dunque in salotto, anche se il governo ha dato il via a una vera e propria caccia alle streghe nei confronti dei militanti dei partiti laici, dei medici che hanno curato i feriti durante l’assalto della polizia, degli architetti e dei lavoratori del servizio pubblico che l’altro ieri avevano indetto uno sciopero nazionale per protestare contro l’uso sproporzionato della forza per punire una protesta che è sempre stata ed è rimasta pacifica, disarmata.
“Erdogan ci ha accusati di qualsiasi devianza. Ma ai suoi sostenitori portati a pagamento al suo comizio di domenica scorsa, non ha solo detto che noi siamo degli alcolizzati, depravati, omosessuali, maniaci, ha piuttosto insinuato che noi di Gezi siamo contro l’Islam. Questo significa incitare alla guerra civile. Significa voler spaccare in modo cinico e spietato la società pur di mantenere il potere”, spiega uno studente universitario di 23 anni, Cem, da 3 ore in piedi con un gruppo di amici davanti allo sguardo fiero di Ataturk.
Anche ad Ankara e in altre città ci sono stati raduni di uomini che rimangono in piedi per difendere la libertà d’espressione.
Duran Adam è diventato in poche ore l’hashtag (#Duranadam) più seguito su twitter, il social network che Erdogan ha definito “la cancrena della società ”.
Roberta Zunini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
QUANDO UNA SCELTA SILENZIOSA GENERA UN RUMORE PAZZESCO
Alle sei della sera il coreografo e ballerino Erdem Gunduz è arrivato in piazza Taksim a
Istanbul, si è fermato davanti al ritratto del padre della Turchia laica Atatà¼rk ed è rimasto lì.
Immobile e muto come un albero.
La sua scelta silenziosa ha fatto un rumore pazzesco.
Prima di mezzanotte intorno all’Uomo Albero era cresciuta una foresta. Giovani, adulti, vecchi, bambini: tutti immobili e muti, le braccia rilasciate lungo i fianchi ma lo sguardo alto, persino fiero, a testimoniare una resistenza che rifuggiva la violenza, anche quella verbale.
I poliziotti del governo sembravano spiazzati.
Li avevano addestrati a combattere proteste fatte di urla e di pietre.
Si ritrovavano in mezzo a una foresta di corpi silenziosi.
Ma come si disperde una foresta, se non dandole fuoco?
Quale reato commette chi si blocca in mezzo a una piazza, davanti a un ritratto, e rimane lì, immobile e muto come un albero?
Qualche albero è stato preso e portato via con l’accusa di intralcio del traffico e adunata sediziosa.
Ma altri ne spuntavano da ogni angolo, rispondendo al richiamo dell’emulazione che attraversava la città .
Arrivavano in piazza di corsa e lì sì bloccavano. Immobili e muti.
Quel silenzio diceva cose molto più grandi di quante ne possa contenere qualsiasi parola.
E rendeva improvvisamente vecchio il rito stanco e sterile degli slogan ritmati, dell’indignazione a comando, della rabbia che attira solo altra rabbia.
Finchè, intorno a mezzanotte, a Erdem Gunduz è scappata la pipì.
La natura vince sempre.
La prossima notte tornerà in piazza, con Erdem e i suoi amici, immobili e muti: un ottimo modo, forse l’unico, per andare lontano e farsi sentire.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Giugno 19th, 2013 Riccardo Fucile
CHISSA’ DA CHI HANNO IMPARATO A USARE LA MACCHINA DEL FANGO PER SCREDITARE IL NEMICO… I LORD MANUTENGOLI DI GRILLO INSULTANO LA PINNA PERCHE’ “DISOCCUPATA”, COME SE FOSSE UN REATO: FINCHE’ GLI ITALIANI SENZA LAVORO LI ACCOGLIERANNO IN PIAZZA COME MERITANO
Continuano le epurazioni in casa Cinque Stelle.
Dopo la senatrice Adele Gambaro è la volta della deputata Paola Pinna, per la quale il deputato stellato Andrea Colletti ha chiesto, con una mail inviata al capogruppo Riccardo Nuti, di avviare la procedura di espulsione.
“Paola Pinna… Chi?”. Con questa domanda provocatoria, scritta a caratteri cubitali, si apre la pagina ufficiale del gruppo 5 Stelle alla Camera su Facebook.
Così, la deputata sarda entra ufficialmente nel mirino del Movimento, ‘colpevole’ di aver parlato di “talebani” e di “clima di psico-polizia”.
Sotto, il titolone a caratteri cubitali di Roberta Lombardi, ex capogruppo a Montecitorio, gran cervello politico. “Non abbiamo mai visto questa persona alle nostre assemblee – scrive la Lombardi – molti di noi non sapevano neppure della sua esistenza”. Poco prima, nel corso del sit-in pro Grillo in piazza Montecitorio, Lombardi aveva risposto a chi le chiedeva della deputata: “Pinna chi?”.
Evidentemente la Lombardi non segue i lavori parlamentari del Senato, visto che la Pinna la conoscono tutti, essendo intervenuta in aula più volte.
Ma queste sono miserie umane, al pari di quel deputato lecchino che si è permesso di sostenere che la Pinna, essendo una disoccupata, dovrebbe seminare fiori ai lati della strada quando passa Grillo, come se il dittatorello le passasse un decimo degli utili del suo blog.
Essere disoccupati per il fighetto grillino ora è un reato: ma non erano loro a promettere lavoro ai precari?
Squallore si somma a squallore.
Dopo l’espulsione decretata dall’assemblea plenaria di deputati e senatori oggi si è aggiunto un nuovo capitolo: il dossieraggio fotografico.
E’ successo a Palazzo Madama, nel pomeriggio.
Gambaro è stata fotografata mentre parlava con Antonio Razzi, l’ex deputato dell’Italia dei valori passato al centrodestra nella scorsa legislatura e rieletto al senato col Pdl.
I due si stavano cambiando qualche parola quando tre collaboratori del M5S a Palazzo Madama, si sono dati da fare per scattarle una foto.
Tra loro c’era Matteo Incerti, il vice di Claudio Messora, responsabile della comunicazione grillina nella camera alta, che ha detto: “Dai, dai, scatta una foto. Guardala là , falle una foto”.
Per poi diffamarla sostenendo che è al servizio del nemico?
E caso strano se la prendono con le donne Cinquestelle: che grande esempio di coraggio, non si sa mai che un dissidente-uomo non gli stampi un cazzotto in faccia prima o poi.
Esiste anche un altro fronte che qualcuno potrebbe aprire, quello giudiziario.
Perchè i talebani non conoscono neanche i regolamenti e le leggi: tutte queste espulsioni di fronte a un giudice verrebbero immediatamente annullate.
Perchè il non Statuto giuridicamente è carta igienica e quello registrato in gran segreto da Grillo, suo nipote e il suo commercialista, ovvero l’unico che fa testo, stabilisce che non esiste vincolo di mandato tra eletto e partito, quindi il parlamentare è libero di esprimersi come gli pare.
E il regolamento del gruppo prevede provedimenti disciplinari solo se approvati dalla metà + uno del gruppo di appartenenza, mentre ieri hanno votato contro la Gambaro solo 79 su 163, quindi è carta straccia anche quello.
Senza contare che avrebbe dovuto essere giudicata solo da gruppo del Senato (in quel caso sarebbe stata pure respinta la proposta)
Ma dove esistono mai partiti dove chi forma una corrente critica viene espulso?
Forse in Corea del Nord ormai e in Italia, grazie a Grillo.
E la votazione on line dei presunti iscritti?
Votando sul blog di Grillo poi… ma chi li conosce?
Chi assicura che i dati non si possano manipolare?
Se questa è la democrazia diretta, cosa sarà mai una dittatura?
Auguriamo ai Cinquestelle in buona fede di continuare la loro battaglia da uomini liberi.
Lasciando che i servi continuino da soli a rimestare nella melma in cui sono abituati a vivere.
Finchè lezzo non li separi.
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