Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE HA GIà€ AMMESSO DI AVER GESTITO LA COMPRAVENDITA DI PARLAMENTARI PER FAR CADERE PRODI
È da settimane che Silvio Berlusconi agita il fantasma del suo arresto.
Un fantasma che viaggia in coppia con un altro spettro: la decadenza dal ruolo parlamentare che ricopre.
Senza immunità , infatti, queste fantomatiche manette potrebbero scattare più facilmente.
Alle voci ha già risposto esattamente un mese fa, il procuratore capo di Napoli Giovanni Colangelo parlando di “notizie prive di qualsiasi fondamento”: “Non c’è alcuna misura di custodia cautelare nei cassetti e — per rispetto della legge — non potrebbe esserci”.
Lasciando le voci di arresto al loro rango, quello delle ipotesi, restano i fatti della cronaca giudiziaria che, da soli, giustificano l’idea di un autunno caldo per il Cavaliere, nelle aule giudiziarie napoletane.
La prima data da tenere a memoria è quella del 23 ottobre, giorno d’udienza per il procedimento sulla compravendita dei senatori che, nel 2007, portarono alla caduta del governo Prodi.
Berlusconi è accusato — i pm sono Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock, Alessandro Milita e Fabrizio Vanorio — di corruzione, in concorso con Valter Lavitola, per aver pagato 3 milioni di euro a Sergio De Gregorio, leader di “Italiani nel mondo”, che aveva il compito di traghettare i transfughi del centrosinistra nelle file del-l’opposizione per far cadere il governo Prodi.
E De Gregorio — da quando ha ammesso le sue responsabilità , chiedendo il patteggiamento — è diventato il principale accusatore di Berlusconi anche per altre vicende giudiziarie, a partire dalla questione rogatorie con Hong Kong nel procedimento Mediaset.
Pochi giorni fa è stato lo stesso Valter Lavitola a insinuare nuovi dubbi, dichiarando che Berlusconi rischia — a suo dire — un’incriminazione per corruzione internazionale, per le vicende panamensi legate a Finmeccanica, nelle quali il Cavaliere potrebbe essere indagato addirittura per associazione per delinquere, proprio con Lavitola.
Lavitola mette al centro della sua ipotesi la costruzione di un ospedale per bambini, a Panama, legato alla chiusura di un appalto per la costruzione di una metropolitana. L’unico fatto certo è che negli atti d’indagine, il nome di Berlusconi, viene fuori più volte, ma anche in questo caso non v’è traccia di iscrizioni nel registro degli indagati. C’è poi un terzo filone d’inchiesta che lambisce il Cavaliere e, anche in questo caso, il suo vecchio amico Valter Lavitola.
E anche questa preoccupa il fondatore di Forza Italia che però non risulta indagato, esattamente come Lavitola, ma vede accusato il direttore del settimanale di famiglia, Panorama, per rivelazione del segreto d’ufficio è corruzione.
Un’inchiesta che, come le altre due, è condotta dai Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock.
La storia risale all’estate di due anni fa, quando Panorama, diretto da Giorgio Mulè, pubblicò uno scoop sensazionale: la Procura di Napoli intendeva arrestare Valter Lavitola e Gianpi Tarantini.
Ma secondo l’accusa non si trattò di una normale fuga di notizie, perchè l’atto non era stato ancora firmato dalla gip, Amalia Primavera e, dalla ricostruzione degli investigatori, si scopre che fu un cancelliere, compiendo un reato, a estrarre il documento dal computer dell’ufficio.
Fin qui, la cronaca giudiziaria, ma ad agitare gli incubi del Cavaliere c’è una serie di quesiti dettati dal buon senso: quella pubblicazione, al di là del suo aspetto giornalistico, può aver agevolato la fuga e la conseguente latitanza di Lavitola?
Il faccendiere era infatti già all’estero quando lo scoop fu pubblicato, e all’estero rimase per parecchi mesi successivi.
E ancora: il direttore e il giornalista, prima di pubblicare lo scoop, avvisarono il loro editore oppure no?
In altre parole, Berlusconi sapeva, prima della pubblicazione, della richiesta di arresto per il suo vecchio amico Lavitola?
Sono domande dettate dalla logica, delle quali Berlusconi conosce la risposta, così come conosce la verità sui suoi rapporti con Valter Lavitola, Sergio De Gregorio e Gianpi Tarantini.
Dei tre, l’unico ad avergli voltato le spalle è De Gregorio.
E il caldo autunno napoletano s’inaugura il 23 ottobre, con l’udienza sulla compravendita dei senatori, che potrebbe aprire un nuovo processo per Berlusconi.
Il patteggiamento richiesto da De Gregorio è un primo, importante risultato ottenuto dall’accusa.
Ma nell’attesa, Berlusconi già agita lo spettro dell’arresto.
Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELLA CGIA DI MESTRE: “SUGLI ITALIANI UNA VERA E PROPRIA STANGATA”… INTANTO LO SPREAD SALE
Se la settimana prossima il premier Letta dovesse essere costretto a rassegnare le
dimissioni nel 2014 gli italiani potrebbero subire una vera e propria stangata.
Lo afferma in una nota il segretario della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che sottolinea che tra il ritorno dell’Imu sulla prima casa e l’aumento dell’Iva che scatterebbe dal primo gennaio, si troverebbero a pagare 9,4 miliardi di euro in più.
Di questi, 7,2 miliardi sarebbero in capo alle famiglie e l’aggravio medio annuo per ciascun nucleo si aggirerebbe attorno ai 280 euro.
Secondo la Cgia potrebbero essere questi gli effetti fiscali sulle tasche degli italiani a seguito dell’eventuale caduta del Governo Letta.
“Dando per scontato che domani la presidenza del Cdm approverà una misura che sposterà l’aumento dell’Iva a partire dal primo gennaio – sottolinea Bortolussi – nel 2014 potremmo ritrovarci a pagare l’Imu sulla prima casa e a subire l’aumento dell’Iva dal 21% al 22%”.
Ipotizzando la caduta del Governo nelle prossime settimane, ecco cosa potrebbe succedere nel 2014 per gli artigiani mestrini.
L’onere in capo alle famiglie per l’Imu sulla prima casa sarebbe pari a 4,42 miliardi di euro.
Gli altri 767 milioni, che porterebbero le entrate totali a 5,18 miliardi di euro, arriverebbero dalla reintroduzione dell’imposta sulle abitazioni principali assegnate dagli Iacp, sui terreni agricoli e sui fabbricati rurali strumentali e sulle abitazioni delle cooperative a proprietà indivisa. Inoltre, rispetto al 2012, i proprietari di prima casa subirebbero un ulteriore aggravio, pari a 400 milioni, a seguito dell’eliminazione della possibilità di detrarre 50 euro per ogni figlio residente.
L’aumento di un punto percentuale dell’aliquota ordinaria costerebbe 4,2 miliardi di euro all’anno.
Secondo le stime della Cgia, il gettito a carico delle famiglie dovrebbe attestarsi attorno ai 2,8 miliardi di euro.
L’altro 1,4 miliardi di euro verrebbe attribuito agli Enti non commerciali, alla Pubblica Amministrazione e alle imprese (nei casi dove non sussiste la deducibilità dell’imposta).
Intanto l’instabilità politica del Paese fa volare lo spread. Sale sopra quello spagnolo il differenziale di rendimento tra i titoli di stato decennali italiani e quelli tedeschi.
Lo spread Btp-Bund è salito a 253 punti, 3 in più rispetto alla chiusura di ieri, mentre quello Bonos-Bund si attesta a 252 punti (+2 punti).
Raffaello Masci
(da “La Stampa”)
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
I FEDELISSIMI PAVENTANO DA GIORNI LE MANETTE, IL CAVALIERE SCALCIA: “LA SINISTRA SARà€ CONTENTA, ANDRà’ IN GALERA”
Le Olgettine sono state il suo scudo protettivo, ma ora sono il pericolo più grosso. Silvio Berlusconi nel processo Ruby è stato difeso a spada tratta dalle ragazze delle notti di Arcore (prima dell’avvento di Francesca Pascale e Dudù).
Ora però queste si stanno trasformando nella trappola che potrebbe addirittura portare al suo arresto: almeno secondo quello che scrivono i suoi giornali, che da giorni lanciano l’allarme, rimbalzando le preoccupazioni che attribuiscono direttamente al capo.
“È convinto che la Procura di Milano abbia già nel cassetto un mandato di arresto per il processo Ruby”, scrive il Giornale domenica 22 settembre.
Gli fa eco il Foglio, che mercoledì 25 scrive del “non lontano spettro d’un provvedimento restrittivo che, sussurrano i suoi avvocati, potrebbe arrivare dalla Procura di Milano, e ancor prima che la Giunta per le elezioni sia chiamata a votare la sua espulsione dal Senato”.
Bis del Foglio il giorno successivo, con un titolo in prima pagina: “Aria di arresto per Berlusconi”.
A sentire direttamente l’avvocato Niccolò Ghedini, le cose non stanno così: “Intanto noi non sussurriamo: parlo per me, per il mio collega Piero Longo e per il professor Franco Coppi. Per il resto non so: sa, di avvocati il presidente ne ha tanti…”.
Certo, la Procura di Milano si è molto occupata di Berlusconi e sta continuando a occuparsene.
Le vicende ancora aperte si chiamano Ruby 3, ma anche Mediatrade.
Questo è il nome che è stato dato al processo sulla compravendita a prezzi gonfiati dei diritti tv che prosegue, per gli anni successivi al 2003, il processo Mediaset, nel quale è già arrivata la prima condanna definitiva per frode fiscale.
Processo noiosetto, quello Mediatrade, da cui Berlusconi è uscito prosciolto già in udienza preliminare.
Ora sono arrivati, dopo sette anni di paziente attesa, i documenti provenienti da Hong Kong, le carte della rogatoria che l’ex senatore Sergio De Gregorio dice di aver a lungo bloccato, per fare un favore al capo, che ci avrebbe messo del suo incontrando l’ambasciatore cinese a Roma.
Quando le migliaia di pagine di quei documenti saranno lette e analizzate, potranno al massimo portare a riconsiderare la posizione di Berlusconi, che — in astratto — potrebbe rientrare come imputato nel processo.
Ma da qui a un arresto la strada è lunga.
Anche fosse poi provato che l’ex presidente del Consiglio si è dato da fare, insieme a De Gregorio, per bloccare la rogatoria e inquinare le indagini, sarebbe difficile convincere un giudice che esistono oggi esigenze di custodia cautelare per una vicenda che si è svolta nel 2006-2007.
In ogni caso, Milano sta procedendo per il reato di frode fiscale. Per eventuali corruzioni o interventi illegittimi sulle indagini all’estero sarebbe competente la procura di Roma.
Più delicato il capitolo Ruby.
Il processo di primo grado si è concluso con la condanna a sette anni per Berlusconi, ritenuto colpevole di concussione e prostituzione minorile.
Ma insieme alla condanna, le tre giudici hanno chiesto alla procura di procedere (ecco il Ruby 3) a carico di una lunga serie di testimoni che avrebbero detto il falso.
Tra questi, molte ragazze (Eleonora e Concetta De Vivo, Marysthell Polanco, Raissa Skorkina, Roberta Bonasia, Michelle Coincecao, Barbara Faggioli, Lisney Barizonte, Joana Visan, Cinzia Molena, Marianna Ferrara, Manuela Ferrara, Miriam Loddo, Joana Arminghioali, Francesca Cipriani).
Sono venute in aula a dire sotto giuramento che le feste di Arcore erano solo cene eleganti.
Ma hanno anche ammesso di aver ricevuto regali, auto, case e una paghetta di 2.500 euro al mese che continuano a incassare ancora adesso.
Un imputato che paga i testimoni viene di norma messo a sua volta sotto indagine: ecco dunque dove potrebbe scattare una nuova imputazione per Berlusconi.
E, in astratto, addirittura un provvedimento di custodia cautelare: per il rischio d’inquinamento delle prove (e che cosa inquina più di un imputato che spinge i testimoni a mentire?); e per il pericolo di reiterazione del reato (i pagamenti alle ragazze continuano).
Da qui nascono le preoccupazioni di Berlusconi. “Mi arresteranno , la sinistra vuole che vada in galera”, riportava ieri il Corriere della Sera.
In realtà il Pd sembra più preoccupato per la tenuta del governo.
Quanto ai magistrati, il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati ha più volte dimostrato di considerare la custodia cautelare in carcere come l’ultima delle strade da percorrere, dopo che siano esaurite tutte le alternative.
Nel caso che ha coinvolto il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, che avrebbe dovuto essere arrestato ed entrare in cella dopo un’ennesima condanna per diffamazione, Bruti non ha esitato a mettersi contro gran parte dei suoi sostituti e l’intera sezione della procura che si occupa di esecuzione della pena: ha imposto una nuova interpretazione delle norme, con gli arresti domiciliari anche per chi (come Sallusti) non li aveva richiesti.
Difficile che questa linea della procura di Milano sia ribaltata per un imputato-condannato rilevante e politicamente delicato come Berlusconi.
Ma quello che a lui serve, in queste settimane, è tenere alto il livello di adrenalina nel dibattito politico, per tentare di non essere escluso dal Senato.
Perchè arrestato forse no, ma, una volta perso lo scudo parlamentare, potrà essere interrogato, perquisito, intercettato…
Troppo rischioso, per chi già oggi è coinvolto in molte indagini e domani chissà .
E se poi qualche Olgettina dovesse tradire?
Gianni Barbacetto
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
MA SE SALTA LA MAGGIORANZA L’OBIETTIVO SARA’ LA RIFORMA ELETTORALE
«La crisi economica è un grave problema per l’Italia, ma rispetto a Berlusconi…». La
frase che scappa all’ex segretario di Stato Henry Kissinger uscendo dal Brook, l’esclusivo club di Park Avenue dove in mattinata ha incontrato Letta, rende bene l’umore con il quale il premier attraversa le strade di New York.
«Il presidente è furibondo», raccontano da due giorni dalla delegazione italiana.
Da quando il Pdl ha fatto esplodere la bomba delle dimissioni di massa.
«Andiamo a vedere se bluffano o se fanno sul serio — era il leitmotiv nelle conversazioni telefoniche tra Letta e i suoi fedelissimi a Roma — e in caso vediamo se tutti i parlamentari del Pdl reggono le dimissioni».
Una visita funestata dall’irresponsabilità del Pdl è quanto resta nelle tasche del premier dopo cinque giorni impegnato a rilanciare l’immagine dell’Italia per attrarre preziosi capitali stranieri tra Toronto, Ottawa e New York.
Basta pensare che mercoledì il caso Berlusconi è nuovamente deflagrato quando il premier aveva appena finito di parlare agli investitori di Wall Street e stava per intervenire all’Assemblea generale dell’Onu.
«Hanno umiliato l’Italia», va ripetendo Letta pensando alle rassicurazioni, alle prospettive di stabilità e di crescita che aveva dispensato a gente del calibro di Carlos Slim e George Soros.
E invece la domanda che alla fine si è sentito ripetere più frequentemente non era sulle potenzialità dell’Italia, ma su quanto Berlusconi sia ancora in grado di portarla a fondo.
I fotogrammi da mettere a confronto sono quelli che ritraggono il premier nei primi giorni del viaggio, disteso e soddisfatto dell’operazione di rilancio dell’Italia, e quelle degli ultimi due, quando usciva dai suoi appuntamenti e saliva in auto costantemente con il telefono attaccato all’orecchio.
Anche ieri le telefonate con Napolitano, Alfano e Franceschini rimasto a presidiare Palazzo Chigi che a un certo punto, per cercare di tirar su l’umore della truppa lettiana, si lascia andare in una battuta: «Ah, Enrico è con Kissinger e non mi può parlare? Allora ditegli che visto che sono qui tutto solo adesso il golpe di cui ci accusa Berlusconi lo faccio davvero».
Battute a parte, è un susseguirsi di telefonate ed sms tra il discorso agli studenti della Columbia Uneversity e la fondamentale bilaterale con Rohani, il lancio dell’Expo e l’incontro con il candidato sindaco di New York Bill de Blasio.
È così che prende forma la strategia del premier.
Quella di «andare a vedere il bluff».
Il piano che inizia a circolare tra Roma e Manhattan prevede tre tempi.
Primo, chiedere la fiducia in Parlamento su una linea programmatica che consenta al governo di navigare fino al 2015. «Se tutto il Pdl e tutto il Pd la votano abbiamo fatto bingo», ragionava ieri sera un parlamentare lettiano in costante contatto con il premier.
L’analisi è che alla fine il Pdl cederà e voterà la fiducia, ma non si può mai essere certi.
Per questo c’è un “piano B”, del quale velatamente si discute. La scommessa è quella che sulla fiducia il Pdl si spacchi, con una pattuglia di fuorusciti che formi un gruppo autonomo, embrione del futuro Ppe italiano, in grado di tenere in piedi il governo anche al Senato.
Al progetto pensano un paio di ministri moderati, si parla anche di Quagliariello, Casini e Monti aiutati dal titolare della Difesa Mario Mauro.
Per questo la priorità nelle ore che precederanno il voto di fiducia «non sarà quella di reclutare singoli senatori berlusconiani — spiega chi è al lavoro nella ridotta di Palazzo Madama — ma costruire un progetto politico che consenta il deflusso dei moderati dal Pdl»
Un piano però difficile da realizzare in tempi brevi.
Ed ecco la terza opzione che circola tra i fedelissimi di Letta.
Se il Pdl dovesse restare compatto e non votare la fiducia, scatterebbe l’ultima offensiva targata Qurinale-Chigi, quella sulla legge elettorale.
Chi parla con Letta la spiega così: «A quel punto Napolitano ci chiederà di correggere il Porcellum e nessuno potrebbe tirarsi indietro visto lo scarso credito che gode presso gli elettori. A quel punto faremmo un decreto, consentito dall’incostituzionalità della legge, inserendo le preferenze e togliendo la soglia per il premio di maggioranza».
A quel punto, è la speranza dei governisti, chi nel Pdl raccoglie le preferenze sul territorio potrebbe sentirsi più garantito per la rielezione e salutare Berlusconi.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
SE FA CADERE IL GOVERNO, GLI ITALIANI PAGHERANNO IMU, ICI E LE CONSEGUENZE DI UNO SPREAD ALLE STELLE
«Io non decadrò da senatore per mano loro, non ce la faranno». Berlusconi l’ha promesso a se stesso prima di schierare le sue truppe per la battaglia finale.
E farà tutto quanto in suo potere per evitare il voto dell’aula del Senato sulla decadenza, fino all’ipotesi estrema di far saltare la legislatura.
Perchè ormai il dado è tratto e i falchi hanno preso il sopravvento.
Per questo, se anche il premier riuscisse ad anticipare il «chiarimento» in Parlamento prima del 4 ottobre e della riunione della giunta delle elezioni, Forza Italia comunque gli voterebbe contro. Sfiducia.
«I nodi vengono al pettine – osserva Daniele Capezzone – e del resto a me è sempre sembrato miope il tentativo di Letta, capo politico di una maggioranza politica, di tenere separate le questioni del governo da quelle di Berlusconi ».
Guglielmo Epifani, parlando con il premier al telefono, gli ha consigliato di giocare in velocità con la verifica, provando a mettere il Pdl con le spalle al muro prima del voto sulla decadenza. Ma anche questo escamotage è destinato a fallire di fronte al grumo di furore e irrazionalità che da Berlusconi in giù ha contagiato tutto il gruppo dirigente.
Dunque — se Berlusconi non cambierà idea come gli è capitato spesso in questo periodo — sarà crisi di governo, il treno è già lanciato ad altissima velocità e non c’è più nessuno a fermarlo. Anche perchè le condizioni che il Cavaliere pone restano inaccettabili per il Pd.
Nelle prossime ore, oggi stesso, Berlusconi si aspetta risposte chiare e inequivocabili sulla richiesta di rinvio della legge Severino alla Corte costituzionale.
È l’unica cosa che le colombe sono riuscite a strappare.
«Napolitano è il mandante, mi vuole in galera. Se riuscite a convincerlo a fermare la macchina della decadenza benissimo, ma gli ho dato settimane di tempo e non è successo nulla».
Nelle riunioni fiume a palazzo Grazioli Berlusconi usa ormai toni sprezzanti nei confronti del capo dello Stato. Soprattutto lo accusa di non aver mantenuto quelle fantomatiche promesse che gli sarebbero state fatte al momento della formazione del governo.
Promesse di intervenire sulla Cassazione, anzitutto, per impedire che il processo Mediaset fosse assegnato alla sezione feriale ma restasse «al mio giudice naturale, la terza sezione».
Che evidentemente Berlusconi supponeva più favorevole. Promesse di fermare le altre procure al lavoro, da Napoli a Bari.
Ci sarebbe in effetti un’ultima strada per evitare la catastrofe.
E lo stesso Angelino Alfano l’ha suggerita ieri a Letta. Quella di un decreto del governo che interpreti in maniera non retroattiva le norme del decreto Severino.
Ma è un sentiero strettissimo e avrebbe bisogno di tutt’altro clima politico per essere percorso.
Per questo anche i più moderati nel centrodestra ieri sera scuotevano la testa rassegnati, come un gregge in attesa di essere immolato alla divinità del Capo.
Renato Schifani e Renato Brunetta, pur avendo raccolto alacremente le lettere di dimissioni dei parlamentari, ancora sperano che nel Pd si apra una crepa, che arrivi almeno un segnale di disponibilità politica verso le ragioni del Cavaliere.
Ma il pessimismo rende neri i pensieri e rallenta le reazioni.
Persino il consiglio dei ministri che oggi avrebbe dovuto varare un decreto monstre da tre miliardi di euro – rinvio dell’Iva, correzione del rapporto Deficit/ Pil, missioni militari – è tornato in forse.
Ieri sera ancora non era stato convocato, in attesa del colloquio di questa mattina fra Letta e il capo dello Stato. «Che senso ha prevedere tagli per miliardi di euro – confida un ministro – se c’è la crisi di governo e torniamo dritti nella procedura d’infrazione europea?».
Insomma, vista la tensione politica il governo potrebbe saltare oggi stesso.
Con le dimissioni dei ministri del Pdl. A quel punto Letta andrebbe in Parlamento rovesciando sulla testa del Cavaliere la responsabilità dell’aumento dell’Iva, del pagamento della seconda rata dell’Imu e della prevedibile tempesta che ci sarà sugli spread.
E tuttavia Berlusconi, incurante dei consigli di Fedele Confalonieri, degli inviti alla prudenza di Ennio Doris e dei timori dei figli, marcia spedito verso la crisi e le elezioni anticipate, sulla strada lastricata da Denis Verdini e Daniele Santanchè.
Il terrore di finire in cella per un ordine di custodia cautelare, l’umiliazione e il discredito che ne deriverebbero, lo accecano e non gli fanno vedere alternative.
Così l’unica salvezza che gli è rimasta è far saltare in aria tutto il Palazzo.
Il problema non è la giunta delle elezioni, ma il voto dell’aula del Senato. È quello che va evitato. Se il Cavaliere ci riuscisse, trascinando la legislatura verso la fine con il sacrificio umano dei suoi parlamentari, sarebbe salvo.
Resterebbe senatore fino alla riunione delle nuove Camere. E a quel punto si ricomincerebbe tutto da capo. Mesi e mesi guadagnati.
A nulla servirebbe la sentenza di conferma dell’interdizione dai pubblici uffici.
Anche la decadenza stabilita dai magistrati di Milano, che nulla c’entra con la legge Severino, andrebbe infatti votata dalla Camera di appartenenza.
Ma a quel punto Berlusconi conta di aver vinto il premio di maggioranza con il Porcellum e di scagliare tutto il «suo» Parlamento contro la magistratura e le leggi.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
TRA I PARLAMENTARI PDL IL GIORNO DOPO LO SHOW L’ENTUSIASMO È GIà€ SVANITO… MEDIASET CONTRO I FALCHI
Quel piatto, esangue, non cambia mai aspetto: pieno, e triste. La pasta non va giù, per
niente. Il prosciutto provoca acidità . Soltanto la dieta, involontaria, procede bene.
A pranzo con Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e con il mal di stomaco per il comunicato di Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi ha cercato rassicurazioni dai commensali: “Non è che abbiamo fatto una cazzata con queste dimissioni di massa?”. Anche le rassicurazioni restano lì, solitarie e tristi, davvero tristi.
Perchè il Cavaliere, archiviato lo sfogo di un’ora e mezza a Montecitorio, ha un pensiero fisso: l’arresto a palazzo Grazioli o in villa San Martino appena decaduto dal Senato, un mandato da Napoli o da Milano.
Il Quirinale ha ripetuto in pubblico quello che aveva spiegato al segretario Angelino Alfano in privato: non possiamo garantire sui magistrati e sui giudici.
L’uomo emaciato e depresso, però, raccatta sempre un briciolo di forza per insultare Napolitano e per non ritirare lo scontro: “Questi mi vogliono distruggere, non ha senso restare al governo anche se il Colle non ci manderà a votare con questa legge elettorale. Non c’è nulla da chiarire con Enrico Letta. Non dovrò illustrare io agli italiani i motivi di questa crisi”.
Tra Camera e Senato, i berlusconiani vagano con la determinazione di chi s’è licenziato, di fatto, ma non sa neppure quando e non capisce, soprattutto, perchè.
E allora la dieta, il piacere di un etto di troppo, è l’unica consolazione.Gli gnocchi di Fitto e le burla di Sposetti
A Montecitorio, il mutismo di Raffaele Fitto s’interrompe davanti a una cima di gnocchi con il pomodoro freschissimo e la mozzarella filante: “È vero, io sto cercando di dimagrire. Ma non posso parlare, non posso commentare, quindi mi concedo qualcosa di buono”.
I capigruppo Renato Brunetta, più spigoloso del solito e Renato Schifani, più infuriato che mai, ordinano di telefonare ai colleghi, di strappare adesioni e di firmare foglietti in bianco, cioè senza data, destinati ai presidenti di Camera e Senato.
Non per oggi, non per domani, ma per quel giorno di lutto nazionale per l’uscita da Palazzo Madama del condannato Silvio Berlusconi.
I deputati e i senatori, spento l’entusiasmo di mercoledì sera, definiscono la sceneggiata una “mozione d’affetto” per Berlusconi.
Anche perchè la procedura non permette le dimissioni di massa, ma uno alla volta dovranno chiedere e ottenere l’approvazione in aula.
E così Ugo Sposetti, l’ex tesoriere Ds notoriamente bravo a far di conto, scherza con gli alleati di Forza Italia: “Senti, ti potrei salvare. Invece quel tuo amico lo mando a casa”.
Partito democratico e Movimento Cinque Stelle potrebbero decidere di trattenere o cacciare Gasparri, Cicchitto e compagni.
Già , Fabrizio Cicchitto. Se pure il fedelissimo ex socialista contesta la strategia del Capo, per verità l’ideona è di Brunetta, vuole dire che Forza Italia più che imbarazzare Colle e Pd ha imbarazzato se stessa.
Maurizio Gasparri è amletico: “Comprendo chi all’inizio non se le sentiva. La prima legislatura è un rischio, qualcuno può temere di non tornare”.
Il ministro per le Riforme s’allontana dal partito
Mentre Brunetta e Schifani si gettano contro il Quirinale (“La definizione di colpo di Stato è giusta”), Gaetano Quagliariello e Daniela Santanchè litigano a distanza.
Il ministro per le Riforme, che non ha apprezzato la pantomima di Montecitorio e che non ha interrotto i contatti con il Quirinale, dà una lezioncina al partito: “Le dimissioni non s’annunciano, si danno”.
La Santanchè gli salta addosso: “Le abbiamo date, forse non ha inteso”.
Nemmeno ieri sera, però, Quagliariello le aveva date.
E l’inedita e ben assortita coppia Brunetta e Schifani s’è precipitata in televisione a rendicontare l’operazione.
Brunetta: “I 97 deputati hanno risposto con un atto d’amore per Berlusconi”. Schifani: “Siamo a 87 su 91. Sì, anche Scilipoti è dentro”.
Sì, Scilipoti preoccupava. Anche se Giovanardi e Compagna non vogliono partecipare perchè hanno un movimento in proprio, in comunione di beni, e si chiama Popolari Liberali Solidali.
Dunque, non vale la pena sottolineare quanto Giovanardi sia solidale con il Cavaliere.
La rabbia di Confalonieri e la fine dell’impero
I vertici di Mediaset, da Fedele Confalonieri in giù, non sopportano più le provocazioni e le tattiche dei vari Santanchè,Verdini e Brunetta: li detestano.
E chiamano il Capo per farlo ragionare: “Se rompi con Letta non conti più nulla. Tu sei finito, il tuo impero è finito”.
Di moduli per le dimissioni, però, ne sono stati compilati decine in meno di quanti trionfalmente annunciati. Non importa. È pur sempre una finzione.
Che sarà manifestazione di piazza il 4 ottobre. Il giorno di una delicata e decisiva seduta pubblica in Giunta per le elezioni al Senato.
Berlusconi vorrebbe andare lì è recitare la parte del prigioniero politico, nel senso proprio di prigione.
Ogni giorno, accanto a Francesca e Dudù, si sveglia e si rivede in galera.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
ALMENO DIECI SENATORI PRONTI A VOTARE LA FIDUCIA A LETTA… GIALLO SULLE DIMISSIONI DI QUAGLIARELLO
Berlusconi li chiama uno a uno. Perchè nel Pdl i dubbiosi non mancano.
A mezza bocca, lontano da orecchie indiscrete, sono tanti i parlamentari che si lamentano dell’ennesima svolta del capo.
Alzano gli occhi al cielo e non ne vogliono sapere di lasciare lo scranno. E si riservano di decidere davvero quando si arriverà al momento della verità .
A palazzo Grazioli, quindi, il centralino è rovente. Come nei momenti cruciali in cui si gioca il tutto per tutto – e mai come questa volta – il Cavaliere finisce di leggere la nota di Napolitano, salta sulla poltrona e si fa chiamare i parlamentari ritenuti border line,quelli più a rischio.
Raccontano dalla residenza del leader che ne abbia rintracciato a decine, in poche ore.
Dimissioni di massa, dimissioni sulla carta, ma quanti mal di pancia nell’esercito pidiellino-neoforzista.
Sulla carta nessuna defezione o quasi, al pallottoliere serale. Novantasette su 97, può gongolare a fine giornata il capogruppo Brunetta alla Camera.
Tutti meno i quattro all’estero, rilancia dal Senato Schifani a conta conclusa. Ma le colombe del partito sono le più riottose e poi resta il giallo del ministro Quagliariello.
Con lui, a Palazzo Madama, c’è un gruppo di almeno una decina di senatori che, pur avendo firmato ieri, sono pronti a entrare in partita quando e se il premier Letta porrà la questione di fiducia.
Insomma, archiviata la raccolta firme dall’effetto molto mediatico assai riuscito, lo scenario è destinato a mutare già la settimana prossima.
Solo allora il dissenso potrebbe prendere altre strade, sortire effetti a sorpresa.
Per adesso, anche il drappello dei senatori siciliani che fanno capo al catanese Giuseppe Castiglione, per essere chiari, è ligio e firma l’attestato di fedeltà .
A restare nel limbo, avvolta da un mezzo giallo, la firma del senatore e ministro Gaetano Quagliariello.
Gli altri, Alfano, Lupi («non tradisco, se mai non faccio più politica»), Lorenzin e De Girolamo, sottoscrivono e inviano al capogruppo le dimissioni da deputato, non certo quella da ministro: avrebbe comportato l’immediata apertura della crisi.
Quagliariello in mattinata aveva già scatenato la reazione dei falchi: «Le dimissioni non si annunciano, si danno».
Incassando la replica piccata di Daniela Santanchè: «Era presente mercoledì sera con Berlusconi, pensavo avesse capito che le dimissioni le abbiamo già date».
Poi, quando nel tardo pomeriggio a margine di un convegno sono tornati a chiedere al responsabile delle Riforme se le avesse rassegnate, lui ha tagliato corto: «Non conosco gli ultimi sviluppi, quando avrò qualcosa da comunicare, lo farò».
A ora di cena Schifani parte in contropiede dando per scontate le firme di tutti, anche le sue. Ma, raccontano, è stata più una mossa per stanare il più moderato dei ministri-colombe, costringendolo a venire allo scoperto.
Succede anche questo in un partito dove in tanti ormai non si fidano del vicino.
Tutto è in bilico. I due terzi dei deputati hanno preferito firmare il prestampato che il capogruppo Brunetta si è premurato di mettere a disposizione, piuttosto che buttare giù due righe personali. Mara Carfagna, nella veste di «capoclasse», ha raccolto firme e lettere facendo per ore la spola tra Transatlantico e aula. I cattolici sono i più pensierosi.
Al senato Maurizio Sacconi, alla Camera Eugenia Roccella, dicono.
Al Senato il primo è l’ex responsabile Antonio Razzi: «Ho ancora il mutuo da pagare, magari finirò sul lastrico, ma firmo con convinzione ».
Così pure Domenico Scilipoti, salvo poi ammettere che «le conseguenze non sono obbligatoriamente la caduta del governo ».
Per non correre rischi sui subentranti, tutti i coordinamenti regionali Pdl hanno avuto l’ordine di raccogliere le stesse lettere dai non eletti nelle liste di febbraio.
Ma qualcuno non ci sta. Ulisse Di Giacomo, primo dei non eletti in Molise, tergiversa: «Deciderò che fare».
Come lui, tanti altri, a quanto sembra.
Anche in Transatlantico del resto, dietro anonimato sono tanti a confidare di aver sottoscritto quel prestampato turandosi il naso.
Il fatto è che molti nel partito stanno ancora lavorando perchè tutto questo non porti a votare contro la fiducia al governo Letta, da qui a pochi giorni.
Le colombe tacciono ma volteggiano. Cicchitto spera ancora in un mutamento di scenario. «Auspichiamo che dal Pd venga un ravvedimento, chiediamo che Berlusconi abbia diritto di difesa» afferma Mariastella Gelmini.
Il senatore Roberto Formigoni continua a ripetere che la crisi secondo lui andrebbe scongiurata. Ma il treno ormai è in corsa e il Cavaliere è ai comandi senza freni.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
IL TRASFERIMENTO DEL SUMMIT A L’AQUILA RESI I LAVORI INUTILI… BERTOLASO PROMISE CHE L’EX ARSENALE SAREBBE STATO DESTINATO AD ALBERGHI DI LUSSO E YACHT CLUB, MA LE BONIFICHE A MARE NON SONO MAI STATE FATTE
Esistono catastrofi che il silenzio in cui sono state sprofondate, se possibile, rende ancora
più intollerabili.
E il G8 sull’Isola della Maddalena è una di quelle.
Quattrocento milioni di euro di denaro pubblico hanno consegnato 27mila metri quadrati di edifici, 90mila metri di aree a terra e 110mila di mare al nulla di un progetto privato di fatto mai partito (un polo di lusso per la vela gestito dalla Mita Resort dell’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia).
Ai veleni liberati dai fondali della darsena dell’ex Arsenale militare, mercurio e idrocarburi pesanti, la cui dispersione ha raggiunto, sedimentandosi in profondità , l’area limitrofa allo specchio di mare del Parco della Maddalena.
Mezzo milione di Imu.
Ogni anno, la Regione Sardegna paga 500mila euro di Imu per strutture architettoniche di avanguardia in cui, in 4 anni e mezzo, non ha messo piede anima viva, abitate soltanto dal maestrale e dalla ruggine di pilastri e tiranti cui non è stata dedicata alcuna manutenzione.
Il mare chiede bonifiche urgenti per le quali non esistono risorse sufficienti e lì dove pure esistono impongono un accordo tra amministrazioni dello Stato (Presidenza del Consiglio, ministero, Regione, Comune) non ancora raggiunto.
Ogni giorno che passa, ogni inverno che spazza l’Isola, il conto sale.
I 400 milioni di denaro pubblico diventeranno presto 500, o forse addirittura 600, necessari a recuperare quello che si sta mandando in malora e a pagare il conto dei danni chiesti dal privato – la Mita di Emma Marcegaglia – che oggi lamenta di aver avuto in concessione quarantennale una Grande Opera che di grande avrebbe solo le lettere maiuscole.
Una società che per giunta quella concessione si aggiudicò con un bando sartoriale che la vide non a caso facile vincitrice.
Una società che avrebbe dovuto pagare 31 milioni di una tantum in 3 rate alla Protezione Civile e canoni annuali alla Regione di 60mila euro per 40 anni, ma che, dal 2009 a oggi, non ha sborsato un solo centesimo.
Il saccheggio e l’inganno.
“La Maddalena è un’altra Ilva”, sostiene oggi Stefano Boeri, l’architetto che ha progettato la “Casa sull’acqua” dell’ex Arsenale, che per quel progetto deve ancora essere pagato (il suo debitore, il costruttore e corruttore Diego Anemone, ha dichiarato fallimento) e sotto i cui occhi quelle opere si sono trasformate in fantasmi.
Regione, Protezione Civile, Mita Resort “sono come le tre scimmiette sul comò”, frusta Angelo Comiti, che dell’Isola è il sindaco, ma più giusto sarebbe dire il primo naufrago, sintetizzando un’immagine e una filastrocca.
Anche perchè, senza girarci troppo intorno, la verità è che mille e seicento giorni dopo il 23 aprile del 2009, le parole con cui l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi annunciò il trasferimento della sede del G8 dalla Maddalena all’Aquila e l’allora capo della Protezione Civile Guido Bertolaso rassicurò l’Isola promettendo di averle quantomeno lasciato in eredità una Grande Opera che sarebbe diventata il volano di un’economia rimasta orfana della chiusura della base americana, dimostrano il cinismo di un inganno.
Costruito intorno a un format che abbiamo imparato a conoscere con lo svelamento del Sistema Balducci-Protezione Civile.
Dove lo Stato perde sempre.
Nella fase iniziale di progettazione e realizzazione delle opere (gravate di un 30-50 per cento di maggiorazioni “in conto corruzione”). Nella fase di concessione al privato (regolarmente a prezzi di saldo). E nella sua fase finale, altrettanto regolarmente affidata al contenzioso “arbitrale”, dove lo Stato, ancora una volta, si dispone docilmente a soccombere alla richiesta danni del privato (la Mita Resort in questo caso) nei cui confronti finisce per risultare inadempiente. Per non aver “mai consegnato i verbali di collaudo”.
Per non aver bonificato quel che c’era da bonificare.
La bonifica velenosa. Già , un caso di scuola, la Maddalena.
Non c’è angolo della Grande Opera che non porti le stimmate del Sistema. A cominciare dal mare su cui si affaccia.
A fine luglio scorso, la Procura di Tempio Pausania, ha chiuso due anni di indagini del pm Riccardo Rossi e del Noe dei carabinieri di Sassari ed è pronta a chiedere 17 rinvii a giudizio per chi avrebbe dovuto bonificare i 60mila metri dello specchio d’acqua dell’ex Arsenale e, al contrario, lo ha avvelenato una seconda volta.
In quel 2009, ballavano 7 milioni di euro per la bonifica e bisognava fare in fretta. Grattarono 50 centimetri di fondale marino di fronte all’ex Arsenale con le benne delle ruspe, smuovendo morchia e veleni depositati in mezzo secolo dalla Marina Militare italiana. E il dragaggio, per giunta, fu fatto a sbalzi, per accumulare più in fretta detriti. Mercurio e idrocarburi pesanti si dispersero in mare e le correnti hanno fatto il resto.
Portando i sedimenti velenosi fino ai confini delle acque del Parco e obbligando a una nuova bonifica (per cui oggi non ci sono fondi sufficienti e non è stato ancora approvato un progetto) su un area grande il doppio di quella iniziale.
Danni imprevedibili.
Nessuno sa o può dire, in questo momento, quanto tutto questo abbia già intossicato o possa intossicare l’eco-sistema di uno degli angoli più belli del Mediterraneo (la situazione è monitorata dal Parco della Maddalena e dall’Arpas).
Esattamente come nessuno sa prevedere i tempi dell’accertamento delle responsabilità dei 17 indagati per questo disastro dalla Procura di Tempio, una di quelle sedi giudiziarie, per dirne una, dove a metà settembre il tribunale è andato a fuoco notte-tempo per un tostapane e dove i gip si arrangiano nelle udienze preliminari in una ex scuola elementare.
Diciassette inquisiti.
Già , i 17. Sono l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso (falso in atti pubblici, truffa ai danni dello Stato, inquinamento ambientale); l’ex presidente del Consiglio Nazionale dei lavori pubblici Angelo Balducci; Marco Rinaldi e Matteo Canu, responsabili dell’impresa appaltatrice delle bonifiche in mare, la “Cidonio” di Roma; l’ex capo della struttura di missione per il G8 Mauro Della Giovanpaola; il direttore dei lavori Luigi Minenza; l’ingegnere e direttore operativo Riccardo Miccichè; il responsabile unico del procedimento Ferdinando Fonti; il provveditore per le opere pubbliche e magistrato delle Acque del Veneto Patrizio Cuccioletta; i “collaudatori” Andrea Giuseppe Ferro e Valeria Olivieri e il segretario della loro commissione, Luciano Saltari; l’ex provveditore ai lavori pubblici per la Toscana Fabio De Santis, l’ingegnere sismico Gian Michele Calvi, il responsabile nazionale dell’Ispra (ministero dell’Ambiente) Damiano Scarcella e il dirigente del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini. Un elenco in cui si rintraccia il filo rosso dei nomi di quella struttura di malaffare battezzata la “Cricca della Ferratella”. Oggi a processo a Roma e a Firenze in dibattimenti che raramente, a distanza di 4 anni e mezzo, hanno conosciuto un verdetto di primo grado e, in molti casi, languono ancora davanti a un gip in udienza preliminare.
La grande fuga.
I tempi della giustizia penale, ammesso e non concesso che una qualche giustizia riuscirà ad arrivare in tempo, hanno comunque consentito intanto allo Stato di squagliarsela.
La Maddalena, che in quei giorni del 2009, era stata battezzata “sito di interesse nazionale” è stata declassata a “sito di interesse regionale” da Corrado Clini, ministro dell’ambiente del governo Monti.
La legge di riforma della Protezione Civile ha fatto il resto. Il Grande Nulla dell’ex Arsenale è oggi in carico alle finanze sfiancate degli Enti locali, che non hanno risorse per farlo risorgere dal buco in cui è sprofondato.
La Protezione Civile di Franco Gabrielli non ritiene di avere più parte in causa nel capolavoro di Guido Bertolaso (ora tornato a fare il medico volontario in Africa) e non intende (“perchè non più competente”) partecipare nè alla partita delle bonifiche, nè fare fronte alle richieste risarcitorie di Mita Resort.
Il ministero dell’Ambiente non ha più titolo per convogliare risorse su un angolo del territorio sottratto alla sua gestione diretta.
La Politica, nazionale e locale, ha altro a cui pensare. Le 12mila anime dell’Isola hanno un valore nella partita del consenso pari a zero. Naufraghi, appunto. Come l’uomo che li rappresenta, Angelo Comiti. Che in un mattino grigio di settembre, si aggira per l’ex Arsenale come un condannato all’insensatezza e al cinismo di chi non vuole nè vedere, nè ascoltare. E per questo ripete quella litania che dice tutto. “Tre scimmiette sul comò”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
SPUNTANO “AMICI” DI D’ALEMA, DELL’UTRI, ALFANO E FINOCCHIARO
Anticipiamo uno stralcio dell’approfondita inchiesta sugli affari del Tav in edicola, in versione integrale, su ‘l’Espresso’ in edicola da oggi
Nell’indagine sulla Tav di Firenze che ha portato in carcere Maria Rita Lorenzetti del Pd, spuntano “amici” di Massimo D’Alema, Marcello Dell’Utri, Angelino Alfano, Anna Finocchiaro e Gianni Letta. Uniti per spartirsi tutto.
L’intreccio politico affaristico è svelato da una inchiesta de l’Espresso da cui emergono molti punti inediti.
Negli ambienti giudiziari la chiamano «larga intesa degli affari» e accomuna, di fatto, esponenti politici di destra e di sinistra.
Tutti insieme appassionatamente, in un gioco abilissimo e sotterraneo di nomi e prestanome: si palesano solo i volti di professionisti e tecnici, ma le loro ombre celano segretari di partito, ministri, presidenti di gruppi parlamentari, capi correnti, deputati e senatori. I pupari. E le marionette.
Per muovere affari di milioni, velocizzare pratiche di appalti pubblici, approvare decreti per favorire imprese amiche, cambiare componenti di commissioni di vigilanza e authority.
Di fatto, svuotare le istituzioni e piegare le regole democratiche in uno spoil system che genera un sistema viziato.
In scena c’è una “grosse koalition” tessuta da personaggi che si presentano come uomini di fiducia e consulenti di esponenti politici.
Amici di Massimo D’Alema e Marcello Dell’Utri, Anna Finocchiaro e Angelino Alfano: pedine che garantivano il dialogo e le spartizioni tra ex fascisti ed ex comunisti.
Al centro di questo giro c’è un geologo siciliano del Pd, Walter Bellomo, arrestato dai carabinieri del Ros di Firenze: in passato ha fatto parte del Pci, e nel 1996 è stato segretario del Pds a Palermo ed ha tentato attraverso esponenti di vertice del Pd di entrare a far parte della giunta del governatore siciliano Rosario Crocetta.
Bellomo è componente della commissione Valutazione impatto ambientale del ministero dell’Ambiente, fondamentale per varare qualunque opera, per gli inquirenti il suo ruolo era strategico: facilitatore di appalti.
Accanto agli affari e alla divisione — trasversale – dei posti di potere emerge uno spaccato di politici attaccati alle poltrone e contrari ai tagli pubblici dei manager.
L’inchiesta de ‘l’Espresso’ svela come nel luglio 2012 l’allora presidente di Italferr, Maria Rita Lorenzetti era entrata in fibrillazione perchè si ventilava il taglio dei posti dei cda nelle società parastatali.
Una persona molto vicina a Renato Schifani (all’epoca presidente del Senato) avverte della manovra del governo l’esponente del Pd, che con una laurea in filosofia sedeva al vertice di una società che gestisce appalti.
Lorenzetti sembra nel panico e chiama subito il consigliere politico della senatrice Finocchiaro al quale espone “il pericolo” a cui vanno incontro: il taglio di manager nella pubblica amministrazione.
Il consigliere della Finocchiaro tenta di consolare Lorenzetti: «Ho parlato con Anna e ho due novità : uno che si interesserà personalmente con Schifani per sapere se questa cosa è vera, però lei non ne sa nulla. Sicuramente nel partito non c’è stata nessuna discussione e quindi non è una linea del partito. E’ una linea del governo Monti, di Bondi, il superconsulente di taglio delle spese degli enti pubblici. Il partito non ha fatto assolutamente nulla. Assolutamente non è niente di certo».
Lirio Abbate
(da L’Espresso”)
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