Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
LE SPESE PAZZE DELLA CAMERA. E AL SENATO E IL TESORETTO SEGRETO
Quando ha posto la questione al-l’ufficio di presidenza, Pietro Grasso le ha risposto secco: “È un
problema che finora non si è mai posto, lo risolva con i questori”.
Ma Laura Bottici, questore pure lei, con i suoi colleghi (il pidiellino Lucio Malan e Antonio De Poli di Scelta Civica) non ha mai fatto troppo squadra.
Li “bypasso”, spiega, perchè non è con loro che immagina di poter aprire la “scatoletta di tonno” di palazzo Madama.
Così, niente da fare. A sei mesi dalla sua elezione, il suo lavoro di controllore della cassa del Senato, si ferma lì, ai titoli principali.
Oltre, è vietato andare: “Questioni di privacy”, il muro che le hanno alzato di fronte a proposito del milione di euro che l’anno scorso è finito in beneficenza.
Solo spiccioli a scuole e ospedali
Dunque, non si può sapere chi sono i beneficiari dei 546 mila 140 euro elargiti nel 2012: associazioni, onlus, fondazioni; quali, non si sa.
Lo stesso vale per i 130 mila 299 euro destinati a persone fisiche (forse l’unico caso in cui l’anonimato potrebbe essere giustificabile).
Non ci sono i nomi degli ospedali e delle scuole che hanno ricevuto contributi. Si sa solo che sono pochi, pochissimi: 7 mila 960 euro per i primi, 10 mila euro per le seconde.
In compenso 147 mila 459 euro sono andati ad enti religiosi.
Quali? Anche qui, silenzio.
“Il Senato è una città chiusa che non permette a nessuno di verificare la propria gestione”. Nemmeno a lei che fa il questore.
L’eredità di Schifani
La Bottici, oltre all’elenco dei beneficiari, ha anche formalmente chiesto i nomi di chi ha deciso la destinazione dei fondi.
Si tratta di “una stretta cerchia di persone”, riferisce ancora la Bottici. Tra loro c’è certamente il presidente: raccontano che Renato Schifani, il capogruppo Pdl che un anno fa sedeva sullo scranno più alto di Palazzo Madama , abbia già fatto trapelare il suo disappunto con il questore ficcanaso.
Sono piuttosto risentiti anche gli attuali inquilini del Senato. Una nota diffusa ieri, replica al post della Bottici: quei dati sono del biennio scorso , da aprile, si legge, “il Consiglio di Presidenza ha deciso il dimezzamento di disponibilità per questo capitolo di bilancio” e l’intenzione è quella di “eliminare tali voci di spesa”.
Ex deputati e nuove indennita’
In attesa dei tagli a palazzo Madama, anche alla Camera c’è materia per sforbiciare.
Entro fine anno va approvato il bilancio e tra le spese sostenute nel 2012 si continuano a trovare uscite incomprensibili. Per esempio gli 800 mila euro destinati per “Rimborsi di viaggio ai deputati cessati dal mandato”. Non sono una novità , si spendono ogni anno ma le ragioni (e i beneficiari) restano ignote.
Così come risulta poco chiaro l’aumento del 43 per cento del capitolo 1: sono indennità aggiuntive per i deputati e rispetto al 2011 si sono spesi 165 mila euro in più.
A questi, ogni anno, vanno sommati 300 mila euro investiti per la formazione linguistica straniera dei deputati. Iniziativa lodevole, ma la spesa non varia a seconda della frequentazione (o meno) degli onorevoli ai corsi.
Documenti e facchini
O ancora non si capisce come mai, nonostante siano stati disdettati per i prossimi anni diversi contratti d’affitto, continuino a crescere le spese per la locazione degli immobili: i 25 milioni e 400 mila euro del 2012 diventeranno 26 milioni e 500 mila euro nel 2015. Continuano invece a essere esorbitanti le risorse messe a bilancio per la stampa di documenti: 5 milioni di euro l’anno, a fronte di un investimento sul portale Internet (obiettivo: digitalizzare i materiali) di 1 milione e 800 mila euro.
Anche perchè, poi, quei documenti vanno catalogati e archiviati: se ne vanno per queste funzioni buona parte dei 970 mila euro spesi per i lavori di facchinaggio.
Ma il capitolo (anzi, i capitoli: sono sette) più corposi, restano quelli destinati alle consulenze: 6 milioni e 200 mila euro che ogni anno servono a retribuire competenze esterne di varia natura.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE EUROPEA METTE IN LUCE UNA FORTE DEINDUSTRIALIZZAZIONE NEL NOSTRO PAESE… BASSA COMPETITIVITA’ DOVUTA ALLA MANCATA RIDUZIONE DEL CARICO FISCALE SUL LAVORO E COSTO DELL’ENERGIA PIU’ ALTO D’EUROPA”
“L’italia sta attraversando una vera deindustrializzazione, corroborata dal fatto che dal 2007 in poi l’indice della produzione industriale ha perso 20 punti percentuali. Quest’evoluzione sembra essere attribuibile sia alla riduzione dell’attività dovuta al rallentamento economico, sia alla chiusura di numerosi impianti in alcuni settori industriali di base (petrolchimica, siderurgia e biocombustibili)”.
Lo afferma la Commissione europea in un rapporto sulla competitività industriale nei paesi membri dell’Ue presentato su iniziativa del commissario all’industria, Antonio Tajani.
“Sebbene la quota del settore manufatturiero, in termini di valore aggiunto totale nell’economia, resti leggermente al di sopra della media Ue, l’Italia sta vivendo una vera deindustrializzazione, con una perdita di 20 punti percentuali nell’indice di produzione industriale rispetto al 2007”, afferma la commissione, secondo cui “in termini di costo unitario medio del lavoro, la competitività dell’italia si è notevolmente deteriorata negli ultimi dieci anni a causa di un aumento del salario lordo nominale combinato con una debole crescita della produttività “.
Tuttavia, osserva ancora l’esecutivo Ue, “i salari reali sono rimasti pressochè stabili, evidenziando l’importanza di colmare il divario di produttività e nel contempo di migliorare l’allineamento dei salari alla produttività . Un ulteriore contributo – sottolinea la Commissione – potrebbe derivare da un alleggerimento del cuneo fiscale sul lavoro”.
Nella produttività del lavoro nel settore industriale, l’Italia nel 2012 ha perso posizioni rispetto al 2007, ed è stata superata persino dalla Grecia, che nel 2007 era molto più indietro.
Dalla tabella che la commissione pubblicherà domani, risulta nel 2012 anche una forte accelerazione della produttività del lavoro da parte della Spagna, che comunque era già più avanti dell’Italia nel 2007.
(da “Huffington Post”)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
IN CORSO IL TURN OVER: ANCHE ALLA PASCALE UN RUOLO PIU’ IN VISTA
Ci sarebbe in realtà anche il cane Dudù, le cui ennesime «foto segrete» sono da ieri in visione su
Vanity fair.
Il barboncino bianco di Palazzo Grazioli vi appare circondato da fiori veri e posticci, o intento a nutrirsi su un ricco tappeto persiano, tipo cane degli Zar, come pure si può ammirare l’innocente bestiola strizzatissima in un vestitino «I love my dog» e perfino avvolto in una casacca del Milan. Pazienza.
Come sempre accade nelle faccende che investono l’immagine pubblica del Cavaliere non si capisce mai bene cosa è vero, cosa emerge spontaneamente e cosa invece risponde a strategie comunicative che sono tanto più semplificate nel loro messaggio, quanto più in realtà sottili e pianificate a livello simbolico e cognitivo da menti, per così dire, raffinatissime.
E però dopo una ventina d’anni si può forse tentare un’opera di decrittazione, per cui Barbara Berlusconi, che ieri sera è graziosamente arrivata a Ballarò, sa un po’ di minestra riscaldata, o di pangrattato diversivo ad effimero impatto.
Nel senso che i talk-show, per loro cannibalica natura, necessitano di carne fresca. Quanto è bastato comunque perchè i giornali e anche Cacciari, che è stato suo professore, ritenessero la terza figlia una soluzione alternativa e anzi preferibile rispetto alla prima, Marina, che pare certo non sia ancora andata a visitare la sontuosa sede di Forza Italia a Palazzo Fiano, già sede di uno storico teatro di marionette.
Vero è che Barbara, già fondatrice di «Milano Young» nonchè organizzatrice di un improvvido convegno su Etica ed economia con la partecipazione del giovane Ligresti, non solo si è laureata con profitto, tanto che Don Verzè le propose una cattedra seduta stante, ma ha anche mostrato una certa indipendenza di pensiero.
E tuttavia, se mai c’è stato, il momentum di Barbara in politica parrebbe già lontano, vittima della separazione del papà con Veronica, delle costose foto smerciate da Corona e magari anche delle recenti peripezie calcistico-sentimentali.
Ma soprattutto, a chiuderle quella prospettiva resta l’annoso e fin qui terrificante groviglio dinastico- ereditario tra figli di primo e secondo letto.
Groviglio però entro il quale — ed è l’altra rimarchevole pseudo-novità di giornata — si è venuta a inserire la fidanzatina Francesca Pascaleche, in vena di confidenze patinate, pare proseguire quel sentiero di stabilizzazione matrimoniale iniziato nei giorni scorsi attraverso messaggeria gratuita, cioè a colpi di WhatsAp con baci, cuoricini e promesse: «Ti amerò sempre, in ricchezza e povertà » — che qualche ironia, considerato il patrimonio del possibile anche se attempatissimo sposo, se la trascina indubbiamente.
Anche nel caso di Francesca Pascale, pur inseguita da videofantasmi di giovane e tenerissima volgarità — l’ultimo in estate la ritraeva danzare su una spiaggia del litorale campano al canto di un brano intitolato «Levat’ a’ mutand’» — ecco, anche nel suo caso si sconta una metamorfosi.
L’altro giorno su Libero si è letto di un manager Ferragamo, alta sartoria, che ha potuto chiudere positivamente il budget grazie ai tanti vestiti acquistati dalla fidanzatina, che peraltro li porta benissimo.
Di certo la ragazza ha carattere, e voglia di farsi notare, e energia di riscatto, e forse pure simpatia — come dimostra la sportiva disponibilità mostrata nei riguardi della sua imitatrice Virginia Raffaele.
Ma il fatto che Pascale possa realmente convolare a nozze con un 77enne non solo incerto fra gli arresti domiciliari e i servizi sociali, ma anche già ampiamente scombussolato dalle divisioni anche economiche della sua famiglia, è un’ipotesi come minimo problematica.
A misurarsi con tali coloriti personaggi e romanzesche prospettive sono comunque chiamati, in questo specialissimo tempo, gli osservatori e i giornalisti della politica, ormai avvezzi anche se tuttora in bilico tra divertimento e dramma.
Le due cose d’altra parte ancora una volta sembrano tutt’altro che inconciliabili.
Nel paese della commedia e del melodramma va infatti così, ed evidentemente non c’è messinscena che la crudeltà del destino abbia risparmiato a tanti cittadini che pure ad altro sono costretti a pensare.
Filippo Ceccarelli
(da “la Repubblica”)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
LE LARGHE INTESE SALTANO SULLE DONAZIONI DEI PRIVATI… IN AULA SENZA ACCORDO, SI VA VERSO L’ENNESIMO RINVIO
Stavolta, la colpa è di quello che ormai i deputati della Commissione Affari Costituzionali definiscono solo “il tetto”.
E la rottura è plateale.
La legge sul finanziamento ai partiti torna in Aula oggi, senza accordo.
Ieri un vertice di maggioranza con i due capigruppo del Pdl, Renato Brunetta e Renato Schifani e Roberto Speranza, presenti i relatori del testo Emanuele Fiano (Pd) E Maria Stella Gelmini (Pdl) è finito proprio di fronte all’impossibilità di superare l’ostacolo: il Pdl non vuole che ci sia un tetto al finanziamento dei privati ai partiti, il Pd lo considera un punto irrinunciabile.
Brunetta se n’è andato bruscamente, la Commissione ha alzato bandiera bianca, interrompendo i suoi lavori, e oggi si va in Aula al buio.
Sono passati 4 mesi da quando il Parlamento ha cominciato a discutere (o forse meglio a cavillare) sulla proposta del governo di abolire il finanziamento pubblico ai partiti, e si riparte da un muro contro muro.
Che prelude a un ulteriore slittamento, magari con rinvio in Commissione.
Nel nome del reciproco bene, Pd e Pdl hanno trovato l’accordo su due punti.
È passato l’altro ieri un emendamento del Pd che prevede la cassa integrazione per i dipendenti dei partiti.
C’è un problema di coperture, però: per adesso sono previsti 15 milioni di euro.
Troppi secondo il deputato Francesco Sanna (vicinissimo a Letta) che presenterà un emendamento per ridurli. Il Pd è pronto poi ad andare incontro al Pdl sul cosiddetto “salva Forza Italia”, quello in cui si dice che le agevolazioni “si applicano ai partiti a cui dichiari di far riferimento almeno la metà più uno dei candidati eletti sotto il medesimo simbolo alle più recenti elezioni per il rinnovo di Camera e Senato”.
Muore il Pdl, nasce Forza Italia, e accede alle “contribuzioni” volontarie. Maria Elena Boschi (renziana) assicura: “Ma non potranno avere i rimborsi residui da qui al 2017”. Mentre il relatore del Pd, Emanuele Fiano: “Bisognerà vedere come ripresentano l’emenda-mente. Ma noi non abbiamo nulla in contrario”.
Poi gli interessi vanno in rotta di collisione. Tuona l’avvocato berluscones Francesco Paolo Sisto, presidente della Commissione: “Se arriva un testo del governo e il Pd presenta un emendamento che rimette tutto in discussione è il Pd che disconosce quel testo”.
In effetti, il tetto nel testo dell’esecutivo non c’era. Ma i Democratici lo considerano irrinunciabile: “Ne va del rispetto della Costituzione”, dichiara Danilo Leva, responsabile Giustizia. Una mediazione la stanno cercando Francesco Sanna e Gianclaudio Bressa, con un emendamento in cui inseriscono la gradualità del tetto: un privato potrebbe donare 100mila euro o una somma pari al 10 per cento del partito prescelto nel 2015, nel 2016 100mila euro o il 5%, nel 2017 100mila euro o il 3%. Mediazione che per adesso non va bene al Pdl. E i grillini? Dicono dal Pd che cercheranno anche i loro voti, ma il tetto loro lo vogliono, ma molto più basso.
Presenteranno una loro proposta alternativa, che prevede per i partiti soltanto il finanziamento dei privati, con un tetto di cinquemila euro l’anno per ciascun donatore.
E poi, c’è il reato di finanziamento illecito: il Pdl ripresenta l’emendamento secondo il quale salta il passaggio per cui non basta l’iscrizione nel bilancio della società , ma è obbligatoria la delibera della società stessa.
I Democratici sentono puzza di colpo di spugna sui processi del passato. Sarebbe un salva — Verdini, insomma. Il testo arriva in Aula oggi pomeriggio.
L’indicazione è prendere tempo: non è che al governo manchino grane. E quindi si comincia a votare dagli emendamenti su cui si è d’accordo.
Si potrebbe slittare direttamente a martedì prossimo.
Enrico Letta ha più volte minacciato il decreto, se la maggioranza non si accorda. Ma quale decreto farebbe? Quello sul testo originario o sulle modifiche chieste dal suo partito?
Ieri intanto il Senato ha approvato l’emendamento presentato dal relatore del dl Cultura, Marcucci (Pd): 3 milioni di euro in favore di 103 fondazioni culturali tra cui anche la fondazione Sturzo, l’Istituto Gramsci e la Fondazione Bettino Craxi.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE BERNABE’: “SAPUTO DI TELEFONICA DALLA STAMPA”… “SCORPORO DELLA RETE IN TEMPI LUNGHI”
E’ avvenuto tutto a sua insaputa. 
Il presidente Franco Bernabè ha scoperto che Telecom era in mano agli spagnoli dai media. “Non sapevo”, ha dichiarato in audizione alla commissione Industria e lavori pubblici del Senato, commentando così il passaggio di proprietà dell’impresa di telecomunicazioni, ”abbiamo avuto conoscenza dalla lettura dei comunicati stampa della recente modifica dell’accordo parasociale tra gli azionisti di Telco”.
Telefonica, entrata in punta di piedi 6 anni fa, è diventata l’azionista di maggior peso nel gruppo, salendo al 66% di Telco, la holding che controlla il 22,4% del gruppo telefonico italiano.
Bernabè nel corso dell’intervento ha poi confermato l’impegno di Telecom Italia ”a procedere nel confronto con l’Autorità e la Cdp” sullo scorporo della rete, “ma l’esito finale dell’operazione non è scontato e, in ogni caso, richiede tempi molto lunghi”. Tempi lunghi probabilmente dettati anche dalle resistenze sul fronte spagnolo. Secondo infatti quanto ricordato dal quotidiano finanziario Mf, non piace al gran capo di Telefonica, Cesar Alierta, il progetto di scorporo della rete fissa da Telecom.
A dare fastidio in primo luogo i tempi lunghi per l’ok dall’Agcom e la societarizzazione, fino a 18 mesi, un periodo incompatibile con il processo di crescita in Telco di Telefonica.
E poi, si chiede il quotidiano finanziario, se la Cassa depositi e prestiti si tira fuori, chi metterà i capitali?
In realtà la stessa Telefonica ha molto da guadagnare dalla separazione tra rete e azienda.
In primo luogo una pesante immissione di capitale in una azienda che oggi viaggia appesantita da 29,9 miliardi di debiti.
Senza contare l’effetto dell’ennesima “operazione italianità ”, con la politica pronta a sbandierare il mantenimento in patria dell’infrastruttura telefonica, ancorchè obsoleta. Anche se non è dato sapere, oggi, a che prezzo questo avverrà .
Intanto Bernabè al Senato ha toccato un altro punto nevralgico del difficile passaggio agli spagnoli: il mercato sudamericano, in cui Telecom e Telefonica sono di fatto concorrenti.
Il presidente di Telecom ha proseguito il suo intervento ricordando che la vendita delle partecipazioni in America latina di Telecom Italia “determinerebbe un forte ridimensionamento del profilo internazionale del gruppo e delle sue prospettive di crescita e comunque potrebbe non essere realizzabile in tempi brevi, compatibili con la necessità di evitare il rischio downgrade”.
Per evitarlo si potrebbe procedere “a un aumento di capitale, aperto a soci attuali o nuovi”.
Questa opzione, secondo il Presidente, darebbe solidità finanziaria, valorizzando le potenzialità dei nuovi investimenti e contribuirebbe al rilancio dell’economia.
Il riassetto azionario ”porterà Telefonica ad avere il controllo di Telco e, quindi, a diventare l’azionista di riferimento di Telecom Italia, che resterà , tuttavia, una società quotata con circa l’85% del capitale sul mercato, incluse le azioni di risparmio. Pertanto — ha aggiunto — le prospettive della società non riguardano solo Telefonica, ma l’intera platea degli azionisti”.
In merito alle singole responsabilità nella lunga e travagliata storia della privatizzazione della società — a tutt’oggi gravata da 30 miliardi di euro di debiti — Bernabè preferisce evitare la ricerca dei responsabili: “La vicenda Telecom Italia è molto complessa: è inutile andare a risalire alle responsabilità di come e perchè si è arrivati a questa condizione. La verità è un’altra: è un’azienda sana, che sta facendo gli investimenti necessari”.
Nè è mancato il momento per togliersi qualche sassolino dalle scarpe.
L’interesse per l’impresa, ha concluso il presidente, è arrivato troppo tardi: “Questo straordinario interesse per Telecom non mi sembra il sentimento che ha ispirato finora il sistema Italia. Se si parla di sistema — ha concluso — sarebbe stato necessario un consenso più unanime e organico sugli obiettivi di Telecom”.
Telefonica è in conflitto di interesse, “è un concorrente diretto in Argentina e Brasile, che rischia di forzare Telecom Italia alla dismissione di asset preziosi per il rilancio della società ”, ha dal canto suo evidenziato in una nota il consigliere di Telecom Luigi Zingales in qualità di rappresentante degli amministratori indipendenti che lamentano che “ancora una volta, la partecipazione di maggioranza relativa di Telecom venga trasferita a sostanziale vantaggio di pochi, senza alcuna considerazione per la maggioranza degli azionisti”.
“E’ con disappunto — sottolinea ancora Zingales esprimendo il pensiero dei consiglieri indipendenti — che osservano come l’ordinamento italiano non contempli strumenti di tutela della maggioranza degli azionisti quando pacchetti in grado di conferire il controllo di fatto finiscono nelle mani di azionisti in conflitto coll’interesse sociale”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
UNICOST, LA CORRENTE MODERATA E MAGGIORITARIA DELLA MAGISTRATURA ATTACCA: “NOTIZIE OFFENSIVE E DENIGRATORIE, SISTEMATICA DELEGITTIMAZIONE” DA PARTE DEL CAVALIERE
La vicenda giudiziaria del Cavaliere non smette di creare polemiche.
Al Csm arriva la richiesta di aprire una pratica a tutela di tutta la magistratura per i toni del videomessaggio di Berlusconi denso di attacchi ai giudici.
E a presentarlo non sono le “toghe rosse” di Magistratura democratica, bersaglio preferito del Pdl nello scontro tra politica e giustizia, ma i moderati di Unicost, la corrente che vanta la maggioranza relativa in seno all’Anm.
La campagna mediatica contro le toghe “ha raggiunto l’acme con la diffusione di un recente videomessaggio”, scrivono al comitato di presidenza del Csm i togati di Unicost.
C’è una “sistematica delegittimazione” della funzione giudiziaria e “dell’indipendenza e del prestigio della magistratura nel suo complesso”, lamentano. E denunciano la diffusione di “notizie offensive, denigratorie e non rispondenti alla verità ”.
Una campagna mediatica, sottolineano i consiglieri di Unicost, è iniziata nei primi giorni di luglio, “al momento della fissazione, da parte della Corte di Cassazione, della data di svolgimento di un importante processo penale” ed è “continuata ancora più virulenta una volta conosciuto l’esito di un altro procedimento civile”.
I riferimenti sono al processo Mediaset, che ha condannato in via definitiva Berlusconi per frode fiscale e al processo sul Lodo Mondadori, che ha confermato il risarcimento a favore della Cir di De Benedetti.
I consiglieri della corrente di centrodestra delle toghe fanno presente che la campagna mediatica “è tuttora in corso”.
Questi fatti “appaiono lesivi del prestigio e dell’indipendente esercizio della giurisdizione” accusa il gruppo, e sono tali da “determinare un turbamento al regolare svolgimento e alla credibilità della funzione giudiziaria”.
Forse oggi stesso di potrebbe essere la decisione del comitato di presidenza del Csm se dare o no il via libera alla pratica e in questo caso assegnarla alla prima commissione del Csm.
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
DEPOSITATI IN TRIBUNALE I DOCUMENTI SU MEDIATRADE E AGRAMA RICHIESTI A HONG KONG DAL PM DE PASQUALE NELL’OTTOBRE 2006…. DE GREGORIO DICE: “FUI IO A STOPPARLI”
Ci sono voluti sette anni per ottenere da Hong Kong documenti per un’indagine su Silvio Berlusconi. 
La rogatoria del pm milanese Fabio De Pasquale è stata recapitata al Consolato generale di Hong Kong il 4 ottobre 2006 e solo ieri le carte, finalmente arrivate prima dell’estate, sono state depositate alla cancelleria del tribunale di Milano, a disposizione dei difensori del processo Mediatrade .
Sono 62 fascicoli, 3 dvd e 8 floppy disk arrivati dalla Cina dentro grandi buste gialle sigillate con vistosi bolli di ceralacca rossa.
Riguardano società di Frank Agrama, che la sentenza di condanna definitiva del processo Mediaset definisce “socio occulto” di Berlusconi.
La spiegazione del clamoroso ritardo con cui i documenti sono arrivati in Italia la offre l’ex senatore Sergio De Gregorio, interrogato il 10 settembre dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, nel verbale depositato ieri insieme alle carte cinesi.
“Mi sono dato da fare per bloccare la rogatoria a Hong Kong”, dice De Gregorio, confermando quanto già dichiarato ai pm di Napoli e raccontato anche in una intervista al Fatto.
Tutto parte da una missione a Hong Kong compiuta da De Gregorio nell’aprile 2007 come presidente della commissione Difesa del Senato.
Incontra il console italiano Alessandro De Pedys: “Mentre mi trovavo nei locali del Consolato generale, De Pedys mi chiamò in disparte nella sua stanza, chiuse la porta e cominciò a parlare del fatto che era stata mandata una rogatoria a Hong Kong nel quadro delle indagini su Mediaset”, detta a verbale De Gregorio.
“De Pedys mi disse che sarebbe stato il caso che io informassi Berlusconi”. In una seconda missione a Hong Kong, nel settembre 2006, il console gli consegna addirittura la fotocopia di un suo rapporto al ministero degli Esteri.
È una concisa ma precisa relazione (anche questa ora depositata agli atti del processo Mediatrade) sulle indagini di De Pasquale.
Si legge: “Agrama, cittadino americano residente negli Stati Uniti, ha acquistato da Paramount grandi quantità di prodotti (diritti di trasmissione) che ha poi rivenduto a prezzi gonfiati alle società estere di Berlusconi (Principal Network Ldt e International Media Services-Malta).
Queste ultime avrebbero rivenduto i diritti con un rilevante sovrapprezzo alle società del gruppo Mediaset, attuando in tal modo una truffa ai danni degli azionisti (…)
La Procura ritiene che Berlusconi abbia diretto e utilizzato l’attività di Agrama allo scopo di sottrarre denaro alle società italiane (Fininvest e Mediaset) e allocarlo su conti bancari esteri”.
Tornato in Italia, De Gregorio porta l’appunto del console a Berlusconi, il quale chiede all’avvocato Niccolò Ghedini “se fosse informato della vicenda di Hong Kong”. Lui “rispose di no”.
Parte allora la manovra per bloccare la rogatoria. De Gregorio incontra a Roma l’ambasciatore cinese, Dong Jinyi, che “si mostrò molto contrariato e preoccupato per le doglianze di Berlusconi (…) Mi disse che sarebbe intervenuto sul suo governo per sollecitare Hong Kong a rivedere il via libera alla rogatoria”.
Poi anche Berlusconi incontra l’ambasciatore, mentre De Gregorio nel 2008 contatta Duncan Pescod, rappresentante di Hong Kong presso l’Unione europea.
Anche Pescod gli assicura, a voce e per lettera, che “si era dato da fare nel senso da me richiesto”.
In cambio, De Gregorio promette di impegnarsi per far uscire Hong Kong dai paesi inseriti nella black list e per procurare un incontro con il papa al suo primo ministro.
Alla fine, “la questione sembrava risolta”. Invece non solo Berlusconi viene comunque condannato per frode fiscale nel processo Mediaset, anche senza le carte cinesi, ma ora queste arrivano in Italia nel processo Mediatrade, in cui sono giudicate le presunte frodi fiscali proseguite dopo il 2003.
Quei documenti riguardano le società di Agrama a Hong Kong (Melchers, Meadowview Overseas, Harmony Gold, Wiltshire Trading, Olympus Trading, Renata Investments, Melchers Robotech, Harmony Gold Toys, Byram Enterprises, Gold Company and Supreme Well International, Professional Corporate Services). Potranno portare ulteriori elementi a carico di Agrama.
Quanto a Berlusconi, uscito dal processo Mediatrade con un proscioglimento confermato dalla Cassazione, se dovessero contenere nuovi elementi, scatterebbe l’articolo 434 del codice: in presenza di nuove fonti di prova, il giudice dispone la revoca del proscioglimento e fa rientrare il prosciolto nel processo.
Alla procura di Roma spetterà invece stabilire se il racconto di De Gregorio sulle pressioni per bloccare la rogatoria meriti l’apertura di una nuova inchiesta su Berlusconi e su chi insieme a lui potrebbe aver tentato di azzoppare le indagini milanesi.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
ALLARME PER LA TENUTA DELLA FINANZIARIA
Scatta la mossa del governo sull’Imu, che torna a dicembre in forma mascherata, come acconto della “service tax”.
Il Tesoro è a caccia di 3 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva previsto a ottobre ma l’operazione-maquillage della tassa sulla casa dovrebbe arrivare a novembre.
E al Quirinale adesso scatta l’allarme. A rischio la tenuta sulla legge finanziaria. Consultazioni del presidente Napolitano con i segretari Alfano ed Epifani mentre il Pdl minaccia di nuovo una crisi.
Al Quirinale l’allarme è massimo.
La barca del governo sta sbandando pericolosamente sotto i colpi del Pdl e del Pd.
Tanto che Napolitano, in vista dell’appuntamento di venerdì con il Consiglio dei ministri, chiamato a varare un maxi decreto da oltre tre miliardi di euro, ha deciso di intervenire in prima persona. Prima che salti tutto.
Anche perchè, come se non bastasse la questione Iva a terremotare il quadro politico, anche la partita dell’Imu è di nuovo tutta aperta.
Con ripercussioni imprevedibili sul governo
«Sarà la prima legge di stabilità , dopo anni, scritta in Italia e non a Bruxelles. Tutti – ha predicato Enrico Letta in una riunione con i ministri prima di partire per New York – dovrebbero averne consapevolezza».
I prossimi giorni saranno decisivi per capire se sarà possibile ricucire un minimo di intesa fra le forze politiche. A questo appunto si è applicato Napolitano.
Con l’appello pubblico di due giorni fa. E con le consultazioni informali organizzate ieri, quando ha chiamato al Quirinale prima Angelino Alfano, poi Dario Franceschini e infine Guglielmo Epifani.
Un giro d’orizzonte per stringere i bulloni della maggioranza e avere assicurazioni sul cammino non accidentato del decreto con la correzione dei conti pubblici.
Non a caso, dopo il colloquio con Alfano, dal Colle filtra che l’oggetto del faccia a faccia è stato «l’impegno delle forze politiche per la continuità dell’attività di governo». Evidentemente non più scontata.
Un impegno che tuttavia il segretario del Pdl ha potuto prendere solo in parte
Berlusconi – è stato il ragionamento del vicepremier – non intende far cadere il governo. «Ma nessuno è in grado di dire quanto regge». In ogni caso, dopo l’udienza al Quirinale, Alfano è andato subito a riferire al Cavaliere l’invocazione di Napolitano a favore della stabilità . Trovandolo però più impermeabile del solito. Anzi, ai piani alti del Pdl si ricomincia di nuovo a parlare di elezioni, con una data possibile individuata nel 9 di marzo
Fibrillazioni che non aiutano palazzo Chigi, alle prese con un decreto monstre da oltre tre miliardi di euro: 1 per congelare l’aumento dell’Iva, 1,6 per rientrare sotto il 3% del rapporto deficit/ Pil e un altro mezzo miliardo per rifinanziare le missioni militari all’estero.
I tecnici di Saccomanni hanno lavorato tutto il week-end e finalmente lunedì le coperture sono state trovate ed esaminate in una lunga riunione con alcuni ministri di Pd e Pdl. Ma ancora manca l’accordo politico.
Epifani avrebbe chiesto al capo dello Stato che si apra un tavolo per mettere in chiaro tutte le cose da fare, dall’Iva alla seconda rata dell’Imu, alla Cig, perchè «i soldi si sa sono pochi, e i tagli stavolta vanno fatti con equità ». Insomma, tutt’altro che un sostegno incondizionato al governo
Tirato da una parte e dall’altra, con la scadenza fatidica della decadenza di Berlusconi che si avvicina, il premier stavolta è consapevole di giocarsi il tutto per tutto.
Raccontano che avrebbe in mente di giocarsi la carta di un documento politico da far sottoscrivere a tutti i partiti della sua maggioranza strana.
Per rendere ancora più pesante la responsabilità degli “azionisti” del governo, Letta ha messo alla frusta i suoi ministri.
Il progetto è quello di affiancare alla legge di Stabilità un pacchetto di mischia di 8-10 disegni di legge «collegati».
Un vero e proprio «nuovo programma di governo», centrato sulla crescita economica, per la fase due che dovrebbe aprirsi a gennaio 2014, se l’esecutivo riuscirà a svalicare l’anno. I «collegati » infatti godono di una corsia preferenziale in Parlamento, sono una via di mezzo tra un decreto e un normale (e incerto) disegno di legge.
I parlamentari devono sottostare a regole più rigide per gli emendamenti e comunque la sessione di Bilancio garantisce che vengano esaminati e approvati celermente. Entro la fine dell’anno. Se questa è la scommessa di Letta, le premesse perchè vada a buon fine non sono tuttavia incoraggianti.
Nonostante il sostegno decisivo di Napolitano, la maggioranza infatti ormai è allo sbando. Pd e Pdl si comportano in Parlamento come nemici.
Ieri alla Camera è saltato l’accordo sul finanziamento pubblico dei partiti mentre al Senato sono volate parole grosse nel vertice tra Schifani e Brunetta da una parte e i capigruppo di Pd e Scelta Civica dall’altra. Oggetto del contendere: la presidenza della commissione antimafia. Scintille anche sul decreto cultura, con Sandro Bondi che ha dichiarato il suo voto contrario, seppur a titolo personale.
Un antipasto di opposizione.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
TELECOM, UNA STORIA ITALIANA: UN’AZIENDA DIVORATA DAI DEBITI CONTRATTI DA CHI L’HA SCALATA SENZA SOLDI, PRIVATA DELLA POSSIBILITA’ DI CRESCERE E INVESTIRE
Abbiamo perso anche Telecom Italia. 
Gli spagnoli di Telefà³nica comprano il controllo su una delle più importanti aziende italiane, che in Borsa vale 7,7 miliardi di euro, per qualche spicciolo, 300 milioni.
Non è un’acquisizione come quella del marchio Loro Piana di qualche mese fa: allora i francesi di Lvmh strapagarono per 2 miliardi l’eccellenza italiana nella moda.
Nel caso di Telecom, il sedicente “salotto buono” della finanza regala agli spagnoli i resti di un’azienda che negli anni è stata “spolpata”, come ha detto il presidente Franco Bernabè.
È una “storia italiana”, per citare lo slogan di un’altra azienda simbolo di questo nostro capitalismo, il Monte dei Paschi.
Nella cronaca della distruzione di Telecom ci sono tutti: da Gianni Agnelli a Roberto Colaninno a Marco Tronchetti Provera e Corrado Passera. Da Intesa San-paolo a Mediobanca, Generali e Benetton.
Poco importa ripartire i millesimi della responsabilità .
È il risultato che conta: un’azienda divorata dai debiti contratti da chi l’ha scalata senza soldi, privata della possibilità di investire e crescere.
I capitani di sventura che hanno distrutto Telecom sono gli stessi che governavano il grosso del capitalismo italiano di relazione: comandano su Rcs-Corriere della Sera, a un passo dal portare i libri in tribunale, hanno “salvato” l’Alitalia, che domani sarà consegnata ad Air France, con tante scuse; hanno creato mostri finanziari come Romain Zaleski e Salvatore Ligresti, capaci da soli di destabilizzare i bilanci delle grandi banche. E hanno ridotto la Pirelli e la Fiat come sappiamo.
I nostri capitalisti all’impresa hanno preferito la rendita, compiacendosi nelle articolesse encomiastiche che ottenevano sui giornali di cui erano proprietari.
Questa classe dirigente è stata definita come una “èlite estrattiva”: ha svuotato il Paese che le era stato affidato e, una volta consumato il bottino, ne consegna i rimasugli al primo straniero che passa.
Stefano Feltri
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