Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
NELLE NOSTRE CARCERI 55 VOLTE MENO CHE IN QUELLE TEDESCHE… DA NOI SOLO LO 0,4% CONTRO LA MEDIA UE DEL 4,1%
È solo una coincidenza se la Germania, il Paese di traino dell’Europa, ha le galere più affollate di detenuti per reati fiscali ed economici?
Ed è solo una coincidenza se noi, che arranchiamo faticosamente in coda, ne abbiamo 55 volte di meno?
Non inciderà anche questo, sulle scelte di chi vuole investire in un Paese affidabile? È interessante mettere a confronto, dopo le denunce della Guardia di Finanza sulla stratosferica evasione fiscale italiana e lo scoppio dell’«affaire Angiola Armellini», i numeri del rapporto 2013 dell’«Institut de criminologie et de droit pènal», curato dai docenti dell’Università di Losanna Marcelo F. Aebi e Natalia Delgrande, sulle statistiche del vecchio continente più alcuni Paesi dei dintorni come Azerbaijan e Armenia.
Tanto più che non arriva mai in porto quella benedetta delega al governo, attesa e rinviata da anni, perchè adotti «entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, decreti legislativi recanti la revisione del sistema fiscale» con un inasprimento delle pene compreso il ripristino delle manette.
Dice dunque la tabella a pagina 96/97 di quel rapporto, dedicata alla ripartizione per tipo di reato dei detenuti condannati con sentenza definitiva (dati 2011) che nelle nostre carceri solo 156 persone, cioè lo 0,4% della popolazione dietro le sbarre, è lì per avere violato la legge in materia di criminalità economica e fiscale.
Una percentuale ridicola. Tanto più rispetto alla media generale europea del 4,1%: il decuplo.
Per non dire del confronto con due Paesi da sempre additati come paradisi fiscali o comunque assai ospitali nei confronti della finanza di moralità elastica.
Dei detenuti del principato di Monaco, dove il 38% è dentro per furto e il 15% per stupro o aggressioni sessuali, il 23% è stato condannato per reati economici e finanziari. E questa quota sale addirittura, nel Liechtenstein, al 38,6%.
Scrisse il grande Angelo Brofferio, poeta piemontese amato da papa Francesco, «Guai a col ch’a s’ancaprissia / à«d volèi giusta la giustissia!», Guai a colui che s’incapriccia / a voler giusta la giustizia. Parole amare. Ma giuste.
Basti pensare alla sproporzione tra la condanna a 9 mesi di quel senegalese incensurato che, licenziato, aveva rubato al supermercato due buste di latte in polvere per il figlioletto e certi verdetti di manica larga.
Un mese di carcere convertito in 1.500 euro di multa per aggiotaggio a un operatore finanziario dell’Umb, recidivo.
Quattro mesi convertiti in 6 mila euro a due suoi colleghi di City Bank. Quattro mesi per insider trading al finanziere bresciano Emilio Gnutti.
Due anni ma condonati al figlio di Licio Gelli, Raffaello, per bancarotta fraudolenta. Uno in meno di quelli che rischia l’immigrato etiope El Israel, rinviato a giudizio per aver colto un fiore per la fidanzata «spezzando i rami di un oleandro posto a ridosso di una aiuola decorativa con l’aggravante di aver commesso il fatto su un bene esposto per necessità e consuetudine alla pubblica fede».
Un carcere in Italia: bassissima la percentuale dei detenuti per reati fiscali .
Fatto sta che nelle nostre carceri, il 16% dei condannati con pena definitiva è dentro per omicidio, il 5,3 per stupro, il 14,0 per rapina, il 5,3 per vari tipi di furto, il 39,5 per droga il 16,4 per reati vari ma su tutto spicca vergognosamente quello 0,4% dei detenuti per reati economici e finanziari, incluse le fatturazioni false.
Cioè l’unica imputazione che può portare un evasore a varcare i cancelli di un penitenziario. Prova provata di come da noi i colletti bianchi siano trattati in maniera diversa, molto diversa, da come sono trattati i colpevoli di reati in qualche modo, diciamo così, «plebei».
È la conferma di una certa idea della società che fu riassunta da Franco Frattini: «I reati di Tangentopoli non creano certo allarme sociale. Nessuno grida per strada “Oddio, c’è il falso in bilancio!” ma tutti si disperano per l’aggressione dell’ennesimo scippatore».
Sarà … Ma è un caso se poi gli investimenti stranieri si sono pressochè dimezzati in Italia passando a livello mondiale dal 2% del 2001 all’1,2% di oggi?
Non va così, dalle altre parti. Se da noi i galeotti per reati economici sono un trentacinquesimo di quelli per rapina e un novantanovesimo di quelli per droga, nelle carceri tedesche l’ordine delle priorità è ben diverso.
Evidentemente il famoso «giudice a Berlino» invocato dal mugnaio di Bertold Brecht considera lo scippo agli azionisti di qualche milione di euro più grave dello scippo di una borsetta sul bus.
Certo è che in Germania i detenuti per aggressione e percosse (7.592) o per rapina (7.206) sono addirittura meno di quelli sbattuti in galera per reati economici e finanziari: 8.601. I quali sono più o meno quanti i carcerati (8.840) per droga. Solo i detenuti per vari tipi di furto (12.628) sono di più. Ma non molti di più.
È un’altra visione del mondo. L’idea che un’economia sana abbia bisogno del rispetto delle regole.
Certo, ci sono anche lì truffatori e bucanieri della finanza e bancarottieri ed evasori. Ovvio. Quando li beccano, però, tintinnano le manette.
Un caso per tutti? Quello di Klaus Zumwinkel: come amministratore delegato aveva fatto di «Deutsche Post» un gigante mondiale. Il giorno che l’accusarono di evasione fiscale aggravata, però, non gli fecero una garbata telefonatina per invitarlo a presentarsi in ufficio.
No, per dimostrare che lì la legge è davvero uguale per tutti, decine di agenti della polizia tributaria, la Steuerfahndung, circondarono la sua lussuosa villa a Colonia e fecero irruzione all’alba.
Nè alcuno osò accusare Angela Merkel di avere istituito uno «Stato poliziesco»
Lo «spread» tra la nostra quota di detenuti per reati economici e finanziari e quella degli altri Paesi, del resto, è vistoso non solo nei confronti della Germania.
In rapporto agli abitanti, i «colletti bianchi» incarcerati in Italia sono un sesto degli olandesi, un decimo degli svedesi, degli inglesi e dei norvegesi, un undicesimo dei finlandesi, un quindicesimo degli spagnoli, un ventiduesimo dei turchi fino all’abisso che ci separa dai tedeschi.
E i francesi? Il dossier degli studiosi svizzeri non offre dati ufficiali esattamente coincidenti. Il sito web del ministero della Giustizia parigino, tuttavia, dice che nell’ottobre 2013 c’erano nei penitenziari d’oltralpe 4.969 detenuti per «escroquerie, abus de confiance, recel, faux et usage de faux» vale a dire frode, abuso d’ufficio, occultamento, falsificazione e uso di falsi.
Reati da colletti bianchi. Colpiti da leggi molto più severe della nostra, come in tutti i Paesi seri
Quanto all’America, basti ricordare il solo Jeff Skilling, il potentissimo amministratore della Enron e principale finanziatore di George W. Bush che arrivò a guadagnare in un anno 132 milioni di dollari.
Accusato della bancarotta della società , è stato condannato a 24 anni di carcere. Il pigiama color arancione della prigione di Waseca, nel Minnesota, potrà toglierselo solo nel 2028…
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
IL RE DELLE POLTRONE, INDAGATO: NON MI DIMETTO DALL’INPS… IL PREMIER RICEVE DAL MINISTRO GIOVANNINI “LE PRIME INFORMAZIONI”, MA RINVIA LA DECISIONE
Tutto si può dire tranne che sia precipitoso. Enrico Letta è uomo che amministra prudenza e prudenza
chiede: indaga, scopre cose nuove, le soppesa.
Ieri, per dire, ha ricevuto una relazione del ministro del Lavoro Enrico Giovannini su Antonio Mastrapasqua e la sua gestione dell’Inps.
Pare addirittura che — a oltre tre anni dai primi richiami della Corte dei Conti sull’abnorme concentrazione di potere del presidente monocratico — ieri “i primi elementi informativi” forniti dal ministro lo abbiano confermato nella sua opinione che i sei anni di Mastrapasqua alla guida solitaria del più grande ente previdenziale d’Europa sia da chiudersi.
Nessuna decisione è presa, per carità , non bisogna essere frettolosi: “Stiamo aspettando le analisi che dovrà fare soprattutto Giovannini”, come dice il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni. “Ci vorrà ancora qualche giorno”, dicono a palazzo Chigi.
L’interessati, intanto, resiste: Mastrapasqua a dimettersi non ci pensa nemmeno, nonostante gli inviti che gli arrivano da più parti, governo Letta in testa.
Di dimissioni parlano con insistenza, su tutti, le associazioni dei consumatori, ma anche qualche partito come Sel e i Radicali e i pensionati della Cgil (ma non Camusso), mentre la Uil chiede l’immediato commissariamento dell’istituto.
Gli amici della Cisl, non a caso, più prudentemente parlano di “riforma della governance”.
Il braccio di ferro è tutto qui: un intervento di forza del governo (l’incarico di Mastrapasqua, infatti, scade a fine anno) è possibile e in che modo?
La lente di palazzo Chigi e del ministero del Lavoro, che vigila sull’Inps, si sta appuntando non tantosull’inchiesta per le fatture false o il presunto protocollo di favore firmato dal nostro con la regione Lazio come direttore generale dell’Ospedale israelitico, quanto sulla vicenda delle compensazioni tra crediti con la Asl Roma D e i debiti previdenziali con l’Inps.
Lì sarebbe in essere un conflitto di interessi che potrebbe innescare un’azione di forza dell’esecutivo.
Peccato che quella vicenda sia stata rivelata dal Fatto quotidiano nel maggio del 2012: grazie a un “atto unilaterale” firmato presso il notaio Mario Liguori di Roma a dicembre 2011, il direttore dell’ospedale Mastrapasqua dichiarava che avrebbe scontato i contributi Inps per il mese di novembre appena trascorso (15.458 euro) grazie ad un credito del 2007 di circa 248mila euro verso la Asl Roma D. L’operazione fu poi ripetuta altre volte almeno fino al 23 aprile 2012, quando il credito dell’Israelitico verso la Asl romana risultava sceso da 248mila a 118 mila euro.
La legge lo consente, ribadiscono fonti vicine a Mastrapasqua, e in maniera automatica e unilaterale per le strutture sanitarie senza scopo di lucro come l’Ospedale israelitico.
Non c’è stato, insomma, alcun intervento del Mastrapasqua presidente Inps per favorire la cosa.
Eppure Inpdap, prima dell’accorpamento, aveva contestato la procedura ritenendo quel credito “non esigibile”, mentre non risulta analoga iniziativa della SuperInps. L’ipotesi di reato su cui indaga la Procura di Roma, per questo caso, sarebbe falso in scrittura privata.
Le brutte notizie, però, non sono finite: non solo va avanti l’inchiesta della magistratura, ma pare essersi svegliata pure la Corte dei Conti, che verificherà il danno erariale connesso con il rimborso delle cartelle cliniche false.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
“SI AFFIDA IL GOVERNO DEL PAESE IN VIA DEFINITIVA E PERMANENTE A UNA MINORANZA DI UN TERZO DEI VOTANTI”
«È sconcertante: la legge elettorale che si sta proponendo significa affidare il governo, in via definitiva e permanente, a una minoranza di poco più di un terzo dei votanti. Qualcosa che non esiste in nessun Paese democratico».
Paolo Cirino Pomicino, una vita nella Dc (fede andreottiana) e nelle sue eredi Udeur e Udc, vede nel sistema pattuito fra Berlusconi e Renzi «il rischio di un autoritarismo vestito a festa democratica»: «Riunisce insieme tre elementi maggioritari anomali: alta soglia di ingresso, circoscrizioni piccole, 18% di premio di maggioranza. Non accade in nessun posto. C’è un problema sul terreno democratico non opinabile».
Si dice che bisogna farlo in nome della governabilità …
«È un alibi. Si dimentica quello che le grandi democrazie parlamentari non hanno mai dimenticato: cioè che la maggioranza si forma in Parlamento e non prima del voto».
Sono 20 anni che in Italia il sistema di voto prevede coalizioni.
«Infatti abbiamo avuto sempre governi di minoranza. Però, almeno, erano minoranze del 46-48%. Qui si parla del 35. Ricorda la legge Acerbo, nata 90 anni fa proprio richiamando il bisogno di governabilità e votata da tutti, compreso De Gasperi. E fu un errore».
Secondo quella legge, fortemente sostenuta da Mussolini, bastava il 25% per prendere la guida del Paese.
«Con il modello prospettato può succedere la stessa cosa. Per esempio, una coalizione può avere due partiti che raccolgono ciascuno il 4% dei consensi; però i loro voti concorrerebbero comunque a far scattare il premio di maggioranza. Quindi l’esecutivo rappresenterebbe appena il 26-27% degli italiani. Avremmo un governo elitario, aggravato da liste bloccate che producono schiere di cortigiani. Sarebbe qualcosa di simile ai mandarinati…».
C’è chi sostiene che questo pericolo verrebbe eliminato dalle primarie.
«È ridicolo. Le preferenze che vanno bene per indicare i candidati, ma non per votarli. Sembra di essere su Scherzi a parte».
Quale potrebbe essere il rimedio?
«Bisognerebbe almeno alzare molto la soglia per un premio di maggioranza o addirittura abolirlo. Un sistema proporzionale con uno sbarramento al 4-5% spazzerebbe via i partitini; e il partito di maggioranza può cercare in Parlamento la maggioranza».
E l’allarme sulla frantumazione politica?
«La frantumazione va contrastata con la soglia di ingresso al 4-5%. E la governabilità sarà sulle spalle della politica, non delle leggi elettorali».
Daria Gorodisky
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Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
GLI ATTIVISTI SICILIANI IN UN COMUNICATO PRENDONO LE DISTANZE DALL’ATTIVITA’ DEI DUE ELETTI CHE RISPONDONO: “COLPO DI MANO DEL SITO”
Proprio quando il dissenso interno sembrava aver trovato un equilibrio, è arrivata la scomunica dal
basso.
Il Meetup di Palermo ha scritto un comunicato per distaccarsi dalle posizioni di Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino, i due senatori spesso portatori di posizioni critiche nei confronti della linea ufficiale del Movimento 5 Stelle.
“Sin dalle prime battute della corrente legislatura”, si legge sul blog del gruppo, “i due senatori siciliani si sono posti al di fuori delle logiche e dei principi del Movimento 5 Stelle. Tra le rivendicazioni più insistenti […] vi è senz’altro la necessità da parte dei 5 Stelle di doversi aprire all’accordo con altre forze politiche. Grazie a tale comportamento aperturista i due senatori hanno attirato attorno a sè un certo numero di pseudo-attivisti dell’ultima ora, pronti a cavalcare qualunque tipo di dissenso, nel tentativo di trasformare il M5S allontanandolo dalle sue origini”.
La risposta di Campanella è arrivata dopo poche ore: “Un gruppetto di attivisti”, ha detto a BlogSicilia, “fra cui l’amministratore del sito, hanno compiuto un piccolo colpo di mano, peraltro una minoranza all’interno dell’assemblea palermitana”.
Sostanzialmente, il MeetUp prende “le distanze da qualunque dichiarazione i senatori in questione possano rilasciare a titolo politico o privato”.
Non solo: il circolo dei 5 stelle palermitani “non si riconosce in alcuna misura in Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino, con i quali non intende più collaborare per qualunque attività parlamentare o extra-parlamentare. Lo stesso valga per chiunque deciderà di appoggiare materialmente o intellettualmente i due senatori”.
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Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO: “MI SONO DIMESSO PERCHE’ LA POLITICA E’ CREDIBILITA'”
Le incongruenze sull’acquisto della casa di 180 metri quadri davanti al Colosseo lo spinsero ad affermare che «qualcuno avrà pagato a mia insaputa».
Oggi l’ex ministro Claudio Scajola pensa al suo nuovo inizio in politica: dipende molto «da chi mi saprà convincere».
Contento per la telefonata di Silvio Berlusconi?
«Sì, certamente. Mi ha chiamato proprio davanti ai cronisti che hanno subito rilanciato alle agenzie».
Pronto, quindi, per scendere di nuovo in campo?
«Adesso voglio pensare ad altro, alla mia famiglia».
Ma chi le è stato più vicino in questi anni? Berlusconi o Alfano?
«La verità è che per 3 anni e 9 mesi io sono stato per tutti un appestato».
E se dovesse scegliere con chi dei due schierarsi cosa preferirebbe? Forza Italia o Nuovo centro destra?
«Guardi, finora mi avevano tutti relegato all’ultima fila. Ora, grazie all’assoluzione, posso tranquillamente sedere in prima fila. Starò a vedere chi mi invita. In base a chi mi invita in prima fila, deciderò il mio futuro politico. Ora però ho altro per la testa».
Il processo le ha dato ragione.
«Non poteva essere altrimenti, io ho detto sempre e solo la verità . Ero tranquillo, tant’è vero che stamattina (ieri per chi legge, ndr) ho inviato un sms a mia moglie scivendole “Vedrai che la verità verrà a galla, perchè tu sai che ho raccontato la verità . Ma meglio prima che poi”».
Felice d’aver predetto il verdetto?
«Molto, soprattutto perchè solo l’assoluzione in formula piena, solo in caso di manifesta innocenza, può essere superata la prescrizione. Che nel mio caso era arrivata nel 2010, tant’è che ho sempre sostenuto l’inutilità di questo processo. Ma ho sempre avuto e sempre avrò fiducia nella legge e quindi non ho scelto la strada più comoda della prescrizione. E ho vinto: sono stato giudicato non colpevole».
A distanza di 3 anni e 9 mesi, farebbe ancora quell’affermazione sulla casa pagata a a sua insaputa?
«Di questa storia non voglio più sentir parlare, anche perchè in verità andò diversamente».
Come?
«In una conferenza stampa, dove tutti mi pressavano perchè dicessi sul pagamento ciò che non potevo dire perchè davvero non lo sapevo, affermai che “quello che non conosco sul pagamento è avvenuto senza che io lo sapessi”».
A sua insaputa, appunto.
«Ancora? Basta con questa storia. Mi ci sono giocato la carriera politica: io non ho aspettato nè di essere indagato ufficialmente, nè di essere sfiduciato in Parlamento. Mi sono dimesso prima».
Perchè?
«Ho sempre inteso la politica come una questione di credibilità , sia nei confronti degli alleati sia degli avversari. La sentenza parla chiaro: io non ho commesso alcun reato».
(da “La Stampa“)
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Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
LO “STATISTA” SBATTE CONTRO L’INCOSTITUZIONALITA’ DELLA SOGLIA DEL 35%, MA IL RICHIAMO DI NAPOLITANO PUO’ SALVARLO DALL’IMPASSE
Per la prima volta dal giorno dell’incontro al Nazareno, Matteo Renzi prende atto delle trappole
dietro l’angolo che spuntano ogni volta che il Pd — o il centrosinistra, negli anni addietro — intesse trattative con Silvio Berlusconi.
Con il Cavaliere il segretario Dem si era accordato su una soglia di sbarramento per il premio di maggioranza della legge elettorale al 35 per cento.
E “i patti sono patti, vanno rispettati”, aveva fatto la voce grossa il sindaco di Firenze incontrando i deputati del Pd qualche giorno dopo il faccia a faccia con Berlusconi. Oggi che quella soglia ritenuta troppo bassa dal Quirinale pare destinata ad essere rivista al rialzo (38%), il Cavaliere non ci sta: “I patti devono essere rispettati”, dice anche lui dall’altra parte, sentendo i suoi esperti che lo avvertono sulla possibilità che a quel punto Forza Italia rischierebbe di non arrivarci al ballottaggio previsto dall’Italicum.
Trattativa tutta in salita, Renzi fa l’unica mossa utile: convincere la minoranza Pd in commissione a ritirare tutti gli emendamenti quanto meno per sfilare al centrodestra l’arma della solita accusa.
Vale a dire: il Pd è diviso. Ritirati gli emendamenti il campo rimane sgombro. Con una sola condizione posta dal Pd: premio di maggioranza possibile solo se la coalizione raggiunge il 38 per cento.
E’ la condizione posta dal Quirinale. E non è un caso.
Significa che l’asse tra il presidente della Repubblica e Renzi non si è incrinato neanche un po’.
Malgrado i rapporti gelidi tra il segretario e il premier, gli scambi di accuse sotto traccia oppure espliciti tra Nazareno e Palazzo Chigi, il fatto che rimpasto e patto di coalizione ancora slittino per altre due settimane, a dire poco.
Però se il segretario si fa scudo della posizione di Napolitano e dei costituzionalisti che ritengono troppo bassa la soglia del 35 per cento per ambire a un premio di maggioranza del 18 per cento (cioè la metà della soglia), d’altro canto si arena al primo scoglio della trattativa con Berlusconi.
Dopo la nottata di fuoco in commissione, dopo la riunione accalorata con i commissari del Pd, della serie prendere o lasciare “se fate crollare tutto, domani convoco una conferenza stampa e vi do la colpa del fallimento, dopodichè finisce la legislatura e si va al voto con il proporzionale puro”, dopo nervi tesi e corde tirate al limite, Renzi in mattinata riunisce i suoi: Maria Elena Boschi, Luca Lotti, il tesoriere Francesco Bonifazi. Li aggiorna sullo stato dell’arte.
Quindi, prende il treno e torna a fare il sindaco. A Firenze a inaugurare una pista ciclabile.
Via da Roma è il segnale che tutto quello che c’era da fare in città è stato fatto, prima dell’approdo dell’Italicum in aula domani.
Via da Roma per segnalare ancora una volta una distanza dai “palazzi delle trattative infinite”, dicono i suoi.
Via a Firenze a incrociare le dita. Perchè se gli emendamenti sono stati ritirati in commissione, non significa che in aula andrà tutto liscio. Anzi.
Realisticamente parlando, Renzi parte per la sua città “senza l’Italicum in tasca”, ammettono i suoi. “Adesso sta al Parlamento”, riconosce il sindaco guardando alla fitta selva di trappole e inganni che possono spuntare da ogni dove per affossare l’Italicum. Certo, la speranza non è persa.
Tra i suoi prevale la convinzione che Berlusconi alla fine accetterà la soglia del 38 per cento. Magari sarà solo esercizio di ottimismo in un momento di crisi, però c’è chi ricorda la trattativa sulla legge elettorale per le europee nel 2009.
Anche allora il Cavaliere tenne il punto fino all’ultimo momento contro lo sbarramento del 4 per cento.
Tanto che Massimo D’Alema, che allora trattava con il Pd, consigliò ai vendoliani di fare la scissione da Rifondazione, convinto che l’accordo con Berlusconi fosse sulle preferenze senza sbarramento.
A sorpresa, invece, il Cavaliere accettò anche il 4 per cento, ma la scissione dentro il Prc si era già consumata. E oggi alla vigilia del nuovo turno per le europee a maggio prossimo, quel 4 per cento è ancora un problema per la sinistra radicale, già massacrata dall’Italicum.
Paragoni storici che ora portano i renziani a ben sperare: “Alla fine Berlusconi si convince”. Ma l’intoppo è grosso ed evidente a tutti.
Tanto che dalle parti del sindaco davvero si valuta la possibilità di un ritorno al voto con il proporzionale puro consegnato dalla Consulta. Alle brutte, è il ragionamento, si tratta di un sistema che obbligherebbe la riottosa minoranza del Pd a misurarsi con il territorio (c’è la preferenza unica).
E poi sbarra i piccoli all’8 per cento sull’ingresso in Senato e al 4 per cento sull’ingresso alla Camera: mica male anche per chi come Renzi ha una prospettiva maggioritaria e gode in questo momento di sondaggi molto generosi.
Oggi a Firenze, in stretto contatto con Roma, naturalmente.
Ma domani il sindaco tornerà qui: dovrebbe esserci riunione di segreteria di primo mattino, come al solito. E poi nella capitale domani c’è anche l’assemblea straordinaria dell’Anci sull’intricato capitolo delle tasse sulla casa: questione spinosa più che aperta col governo Letta. Il sindaco Renzi dovrebbe prendervi parte, naturalmente.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
BERLUSCONI PER ORA NON CEDE: IL TIMORE DI UNA SCONFITTA SICURA COL DOPPIO TURNO
Adesso l’insofferenza è al livello di guardia, perchè “quello che ci hanno chiesto è irricevibile”. E i “patti vanno rispettati”. La frase, ripetuta più volte da Silvio Berlusconi, in queste ore rivela una tensione crescente verso il Quirinale, ma anche verso Matteo Renzi.
Anche se per ora non si può dire, anzi va detto il contrario, perchè è l’unica sponda nella trattativa.
Ma qualcosa si è inceppato perchè — è il ragionamento del Cavaliere — “avevamo chiuso sulla soglia al 35 e ora ci viene chiesto il 38”. Qualcuno “non è stato ai patti”. E allora bisogna fare un passo indietro per capire i punti fermi in queste ore frenetiche e confuse.
A quando cioè Denis Verdini esce, sul far della sera, dall’incontro con Matteo Renzi. E riferisce al Grande Capo che il Quirinale chiede che la soglia per accedere al premio di maggioranza sia alzata al 38 per cento invece che al 35 come da intesa originaria tra Renzi e Berlusconi. Altrimenti “è incostituzionale”.
Il che significa che basta un ricorso alla Corte costituzionale dopo le elezioni e l’Italicum fa la fine del Porcellum.
Il messaggio, recapitato dal Quirinale che gli umori della Corte li conosce — per i berlusconiani li “determina” — fa venire un brivido lungo la schiena al Cavaliere.
Che, di fatto, congela la trattativa. In parte correggendo Denis Verdini che con Renzi si era mostrato possibilista sull’accoglimento del 38 per cento, a patto che le soglie sui piccoli restino ferme.
È da Arcore che parte il contrordine in serata: “Dichiarate che l’accordo sul 38 non c’è”. Perchè Berlusconi non solo non è convinto, ma col passare delle ore si sente in “trappola”.
Alessandra Ghisleri, la sua ascoltata sondaggista, gli spiega che quella soglia significa ballottaggio sicuro. E il ballottaggio è un rischio elevato: “I grillini — è il ragionamento del Cavaliere con la Ghisleri — al secondo turno votano il candidato di sinistra. Lì c’è un bacino elettorale più sensibile alle sirene della sinistra. In più è difficile portare tutti i nostri a votare al secondo turno”.
Detta in modo semplice. Per come si è messa, la proposta è inaccettabile.
E inizia a serpeggiare un certo nervosismo anche verso Matteo che ha accolto la richiesta senza fare muro difendendo il patto siglato, quello della “profonda sintonia”. Epperò se il “sì” è difficile, il “no” è pericoloso. Ecco la trappola.
Perchè è l’intera operazione “Padre della Patria” ad essere in discussione.
Riacquisita la patente di presentabilità col Renzusconi, il Cav, se l’accordo saltasse, è consapevole di tornare nel ghetto del Condannato, a settanta giorni dall’udienza sui servizi sociali.
E sarebbero più difficili quei tentativi che ha chiesto ai suoi nei confronti del Quirinale per valutare se ci sono le condizioni per riaprire i discorsi sul un atto di clemenza.
Per questo tutto lo stato maggiore di Forza Italia dichiara che “va blindata l’intesa Berlusconi-Renzi, anche se al momento l’intesa Berlusconi-Renzi non c’è sul punto più difficile. E anche se la tensione col Quirinale è quella della grandi occasioni. Il Cavaliere però non vuole far saltare il tavolo proprio per non compromettere l’operazione “Padre della Patria”.
Si tratta, a oltranza. I precedenti dicono che l’ex premier decide all’ultimo minuto utile. Non prima.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
“GOVERNO DI SCOPO CON RENZI PER FARE LA LEGGE ELETTORALE”, MA ROMANI LO GELA: “NON E’ ALL’ORDINE DLE GIORNO”
Da soli quattro giorni Giovanni Toti è diventato ufficialmente consigliere politico di Forza Italia. 
Ma se finora l’ex direttore di Tg4 e Studio Aperto si era limitato ad apparire a fianco del Cavaliere sul balcone di villa Paradiso, oggi si concede per la prima volta in qualità di consigliere politico e, in un’intervista a Il Corriere della Sera, spiega i suoi piani per il governo e con il piglio del leader incaricato dice: “Prima si va al voto e meglio è, perchè questo governo non è in grado di dare risposte al Paese. La soluzione migliore sarebbe un governo di scopo per fare la legge elettorale: si vota e chi vince imposta e fa le riforme, a partire da quella del lavoro. Abbiamo fatto un governo con un esponente del Pd una volta, non sarebbe un problema una formula di questo tipo, se l’obiettivo è chiaro”.
Un’ipotesi subito bocciata dal capogruppo al Senato di Forza Italia Paolo Romani: “Governo di scopo? Non è all’ordine del giorno”.
In risposta alle polemiche che lo vogliono contrapposto alla vecchia guardia, da Denis Verdini a Raffaele Fitto passando per Daniela Santanchè, Toti dice di non sentirsi calato dall’alto: “Io cooptato? Questo è un partito in cui i ruoli sono stati sempre scelti da Berlusconi — osserva Toti — Non me ne frega niente degli incarichi, di fare il segretario o il coordinatore unico: mi interessa esserci quando Berlusconi chiede di far entrare aria fresca in un partito che, con un allargamento a persone nuove senza alcuna rottamazione, deve competere con il Pd, che il suo cammino di rinnovamento lo sta facendo a grandi passi”.
Non manca la stoccata agli “infedeli” del Nuovo centrodestra: “Hanno sbagliato moltissimo: umanamente, rompendo con Berlusconi in un momento drammatico; politicamente, perchè hanno indebolito la posizione dei moderati nel governo; strategicamente, visto che con l’accordo Renzi-Berlusconi si va verso un inevitabile e forte bipolarismo”, dichiara Toti che però lascia la porta aperta a un possibile ricongiungimento — se guardo ai sondaggi vedo che il centrodestra vince solo se è unito. E se penso a Berlusconi, lo penso come il federatore dei moderati italiani. L’obiettivo è vincere. Bisognerà ritrovare un dialogo con tutte le anime del centrodestra, Ncd ma anche Fratelli d’Italia e Lega nord”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
“COSI’ SI VA AL BALLOTTAGGIO E I GRILLINI VOTANO MATTEO”… RAMOSCELLO D’ULIVO PER ALFANO: POTREBBERO RICOMPARIRE LE CANDIDATURE IN PIU’ COLLEGI
L’ottimismo viene talvolta sbandierato dai politici solo per darsi coraggio.
Chi chiedeva al segretario di spremere qualcosa in più dall’accordo stipulato dieci giorni addietro con Berlusconi, deve prendere atto che il Renzi ha portato a casa alcuni risultati.
Non tutti quelli che la minoranza del partito gli aveva annotato sul foglietto della spesa: sulle preferenze, ad esempio, permane il «vade retro» del Cavaliere, il quale è ossessionato dall’idea di scegliersi a uno a uno i propri rappresentanti parlamentari, come se ciò lo mettesse al riparo da «tradimenti» e scissioni…
I collegi plurinominali dell’«Italicum» sono il punto massimo dove Forza Italia è in grado di spingersi; e le malelingue da quella parte sostengono che, nel suo colloquio con Verdini, Renzi stesso non abbia insistito più di tanto per tornare alle preferenze, in quanto lui pure ha un problema di classe dirigente da rimodellare, perchè quella attuale scelta da Bersani non gli somiglia affatto
Allo stesso modo, il sindaco-segretario non è riuscito a tirar giù la soglia di accesso per il «partitini», dal 5 al 4 per cento. Ma pure qui aleggia il dubbio che Renzi non sia poi così in ansia per i destini di La Russa o di Alfano, o dello stesso Vendola.
Se verranno «asfaltati», pazienza.
Viceversa l’uomo s’è battuto come un leone su quanto più gli conviene. Per esempio, è riuscito a ottenere da Verdini l’innalzamento della soglia oltre la quale scatterebbe il premio di maggioranza. Dal 35 salirà al 37-38 per cento.
Ciò significa, in concreto, che sarà un po’ più difficile vincere al primo turno, e alle prossime elezioni quasi certamente assisteremo al ballottaggio tra i due schieramenti più votati con in palio il bottino pieno.
Qui sta il vantaggio per Renzi. Berlusconi, che l’ha capito al volo, ieri sera quasi smoccolava: «Nella scelta tra il sottoscritto e Matteo, gli elettori grillini sceglieranno certamente lui. E io ci resterò gabbato…».
Ancora più crudo Minzolini, forzista di punta: «Il nostro masochismo», ha twittato, «è proverbiale». Di qui il fiume di precisazioni da Arcore, «mai autorizzato il 38%».
Però Berlusconi sa benissimo che non si può fare diversamente per le riserve quirinalizie e soprattutto della Corte costituzionale.
La quale ha fatto sapere per vie brevi che troverebbe eccessivo un premio da 18 punti, tale da sospingere al 53 per cento chi si è fermato al 35.
Il «bonus» più alto in Europa ce l’ha la Grecia, dove il premio non supera il 15. «Regoliamoci come loro», pare sia stato l’input del Colle dove hanno sede tanto Napolitano quanto la Consulta. Berlusconi punta i piedi ma se vuole l’accordo, il Cavaliere dovrà abbozzare.
Ancora: Renzi ha virtualmente ottenuto che sia il governo, non il Parlamento, a perimetrare i collegi.
E ha offerto come ramoscello di ulivo ad Alfano la chance di introdurre le candidature multiple (non previste del testobase della riforma), che gli permetterebbero di presentarsi in tre collegi anzichè uno soltanto, dopodichè se un leader non venisse eletto dovrebbe prendersela con se stesso e nessun altro.
Permangono le riserve del ministro Quagliariello, ma il vice-premier pare restio a mettersi di traverso.
Ed è vero che l’incontro notturno coi deputati Pd è stato per Renzi un match pugilistico; però Cuperlo, che nella minoranza conserva voce in capitolo, si è raccomandato coi suoi di non infilare troppi bastoni tra le ruote, e soprattutto di non azzardarsi a reclamare il voto segreto sulla riforma: scatterebbe immediatamente l’accusa di complottare nell’ombra
Insomma: il mare del dissenso si va prosciugando sebbene la riforma, per dirla con il renziano Nardella, «debba ancora superare la prova dell’Aula», e un letterario Brunetta evochi nientemeno che i flutti «increspati e procellosi» dove il Pequod dava la caccia a Moby-Dick…
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
argomento: Alfano, Berlusconi, Renzi | Commenta »