Destra di Popolo.net

UN ALTRO SAREBBE GIA’ FINITO AGLI ARRESTI DOMICILIARI

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

BERLUSCONI, NUOVI ATTACCHI AI GIUDICI, IL TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA VAGLIA LE FRASI, MA AL MASSIMO SCATTERA’ UNA DIFFIDA

È un attacco a 360 gradi quello che il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ospite a Mattino Cinque, sferra senza freni: “Cancelli il nome democrazia e parliamo dell’attuale situazione che è lontana da tutte le regole democratiche, purtroppo in Italia noi abbiamo avuto 4 colpi di Stato. Un colpo di Stato si ha quando un governo viene mandato a casa e ce n’è un altro che non passa dalla urne”.
L’ex premier, dopo gli attacchi di ieri, riparte a ruota libera contro la sentenza Mediaset, Napolitano che non ha concesso la grazia (“Mi viene in mente un film: Profondo rosso”, dice vedendo una foto del capo dello Stato), il governo Renzi e il leader di M5s.
Ma anche contro la cancelliera tedesca, Angela Merkel: “Aridatece Kohl”.
E proprio le dichiarazioni fatte dall’ex Cavaliere sul suo affidamento in prova ai servizi sociali, rese ieri nell’intervista andata in onda su La7 nel programma Piazzapulita, da quanto si è appreso, sono al vaglio del Tribunale di Sorveglianza di Milano che lo scorso 15 aprile gli ha concesso la misura alternativa alla detenzione domiciliare.
Nella lunga intervista a Corrado Formigli, Berlusconi ha affermato, tra l’altro, che “è ridicolo pensare che si possa rieducarmi consegnandomi a dei servizi sociali e a dei colloqui quindicinali con assistenti sociali”.
E poi ancora che l’affidare ai servizi sociali “un signore che è stato per più tempo il responsabile del governo, unico cittadino al mondo che ha presieduto per tre volte e bene il G8”, è una cosa “ridicola non per me, ma per il Paese”.
Parole, queste, che hanno spinto il Tribunale a prenderle in esame. L’ex premier, quindi, potrebbe rischiare, come prevedono le normative, una “diffida”.
In sostanza potrebbe essere convocato dall’assistente sociale dell’Uepe, l’ufficio esecuzione penale, per essere ‘ammonito’ e invitato a comportarsi in modo consono alle prescrizioni imposte dal Tribunale di Sorveglianza.
Attacchi al Colle.
L’ex cavaliere torna a insistere sulla grazia che, a suo parere, il presidente Giorgio Napolitano avrebbe dovuto concedergli: “L’ho detto a lui in faccia. Siccome sa che la sentenza Mediaset è assolutamente infondata e ingiusta ho detto: lei è garante della Costituzione, è risorsa di sicurezza, lei dovrebbe sentire il dovere morale di darmi la grazia, non posso chiederla io perchè altrimenti ammetterei la colpa. Lei il ha potere monarchico di darla”.
Poi, ancora sul capo dello Stato: Napolitano super partes? “Lo dirà  la storia, io dico la realtà  delle cose: ho scoperto che lui spingeva Fini per mandarmi a casa, siamo venuti a scoprire che già  in giugno riceveva Monti per fare un nuovo governo. Non so chi mi possa contraddire”.
Governo tenuto in piedi da traditori.
Il governo di Matteo Renzi “è tenuto in piedi al Senato da nostri senatori eletti sotto il simbolo del Pdl e che hanno tradito gli elettori passando ad essere stampella della sinistra”. Berlusconi non risparmia colpi.
L’esecutivo, prosegue il leader azzurro “non è stato eletto dagli italiani, Renzi non è nemmeno stato candidato e dalla stanza del Pd è andato a palazzo Chigi e si regge sullo 0,37 di differenza tra Pd e Forza Italia, uno 0,37 non vero perchè la sinistra è artista nei brogli”.
Poi, parlando del premier: “Tassa ci cova. Le prime cose che ha fatto sono triplicare le tasse sulla casa e gli 80 euro che ha promesso saranno mangiati dalla tasse, ha tolto anche la quattordicesima”, ha detto.
Elezioni.
Non c’è possibilità , per il presidente di Forza Italia, che questo esecutivo arrivi al 2018: “Il desiderio della sinistra è di arrivare con questo governo e questa legislatura al 2018. Io invece penso che purtroppo le cose per la nostra economia non andranno bene e bisognerà  tornare a votare tra un anno, un anno e mezzo”, ha detto.
Grillo come Hitler.
L’ex premier attacca, poi, il leader del Movimento cinque stelle: “Gli italiani devono imparare ad avere paura perchè Grillo lo si vede anche dal modo in cui organizza la sua setta mi fa ricordare personaggi come Robespierre oppure Marx e Lenin. Grillo è il prototipo di questi signori Hitler compreso”.
Sui summit europei.
“Io ero l’unico italiano – dice ancora Berlusconi – che aveva il coraggio di contraddire le proposte di Merkel e Sarkozy ero l’unico che ci capiva di economia perchè ero stato per 30 anni nella trincea del lavoro”.

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PRIMA LO VOTATE, POI ARRIVA LA MANOVRONA: I TAGLI (VERI) DI RENZI

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

SI PROFILA UN INTERVENTO DA 20 MILIARDI, IL TESORO HA GIA’ PRONTO IL PIANO

Un dato certo c’è. Il governo deve trovare 14 miliardi per finanziare l’operazione 80 euro anche per l’anno prossimo.
Così era scritto nelle tabelle che erano state diffuse dallo stesso governo sul suo sito, 5 dovrebbero provenire dalla riduzione di acquisti di beni e servizi, 3 dalla lotta all’evasione, 2 dalla sobrietà  (costi della politica), e uno rispettivamente dalle agevolazioni alle imprese, dall’Iva delle banche, dall’innovazione e dalle municipalizzate.
E non è finita
Perchè Renzi ha già  promesso che intende intervenire anche a favore degli incapienti, ovvero coloro che hanno un reddito sotto gli ottomila euro lordi l’anno. Costo: un miliardo per il 2014, un miliardo e mezzo e passa per il 2015.
Ci sono poi 3 miliardi che «ballano» dalla legge di Stabilità . È previsto infatti che entro gennaio 2015 il presidente del Consiglio debba definire una correzione dei conti per quell’importo per l’anno prossimo che salirà  a sette per il 2016.
Altro capitolo è il pareggio di bilancio.
Il governo ha ufficialmente chiesto una maggiore flessibilità  all’Ue. Chiudere un occhio per quest’anno significa maggiore rigidità  per l’anno prossimo. L’azzeramento del deficit strutturale vuol dire trovare per l’anno prossimo altri cinque miliardi.
Ci sono poi i finanziamenti a politiche invariate, è il caso delle missioni internazionali. Se il governo vuole proseguire con questo tipo di intervento, che viene finanziato anno per anno, deve trovare i soldi. Oppure c’è il caso più delicato e urgente della cassa integrazione in deroga.
Per l’anno in corso bisogna già  trovare circa un miliardo, inoltre l’accenno di ripresa in corso non porterà  presto un miglioramento dell’occupazione. Per l’anno prossimo si prevede di dover scovare altri sei miliardi.
Vi è poi la minor crescita del prodotto interno lordo. Il governo precedente aveva previsto una salita dell’1,1%.
L’esecutivo attuale prevede che il pil si fermerà  a quota 0,8. Minor crescita significa anche minor gettito, presumibilmente per qualche altro miliardo di euro.
In breve il conto è fatto. Il governo Renzi sarà  costretto a mettere mano a una manovra piuttosto dura in autunno. Probabilmente da 20 miliardi.
Repubblica calcolava da 25. Di sicuro nei piani alti della politica è scattato l’allarme visto che questo è stato l’argomento principale del colloquio tra Napolitano e il ministro Padoan prima della firma del decreto.
A che cosa andiamo incontro? È presto per dirlo ma qualcosa si può immaginare.
Il Tesoro infatti aveva previsto una serie di tagli a enti organismi e riorganizzazioni alle amministrazioni.
Un piano che poi è stato sfilato dal provvedimento Irpef perchè in parte impopolare e «pericoloso» per il premier in vista delle Europee.
Ma dopo, quando le urne saranno chiuse…

F.d.O.
(da “il Tempo“)

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MEDIASET E MATTEO, “AMICI” MA NON TROPPO: IL BISCIONE LO FERMA PER LA PAR CONDICIO

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

E LA DE FILIPPI CONFESSA: “PRESSIONI DALL’AZIENDA”… LA TELEFONATA DELL’EX PREMIER A PIERSILVIO

Quando i dirigenti di Mediaset hanno divelto l’ultima barricata di resistenza, domenica sera, Maria De Filippi ha telefonato a Renzi, piccata per la travolgente offensiva di Cologno Monzese, che proprio non accettava l’inevitabile multa per il mancato rispetto di Amici di una legge da campagna elettorale, la par condicio, che la famiglia Berlusconi non ha mai tollerato: “Caro Matteo, ho ricevuto pressioni dai vertici aziendali. Non puoi venire in studio, mi dicono che ci sono esigenze di regole e di società  da soddisfare”.
E il paradosso non s’è compiuto, un titolo accattivante va archiviato: Mediaset paga (un’ammenda) all’Agcom per avere l’avversario di Berlusconi a Canale 5.
Il gioco valeva la candela: un obolo da poche decine di migliaia di euro all’Autorità  di controllo in cambio di un ritorno commerciale assai più cospicuo.
Ma le trattative vanno oltre le ambizioni di Renzi di ottenere una platea giovane e un ascolto facile, robetta preziosa da 5 milioni di pubblico, fascia di italiani che fa impazzire i pubblicitari, telespettatori non paganti epperò votanti.
Un doppio intervento, quello burocratico dei legali di Cologno Monzese e quello paternalistico di Silvio Berlusconi, l’hanno impedito. Sempre domenica, di pomeriggio, l’ex Cavaliere aveva in agenda un’ora di colloquio a piacere con Barbara D’Urso.
Dopo aver firmato il foglio per la liberatoria, Berlusconi ha esploso lì una battutina maliziosa: “Ho scritto Matteo Renzi, ho sbagliato? Già , oggi tocca a me, domani al presidente”.
L’ex Cavaliere infuriato telefona a Pier Silvio
Il padrone di casa ha saputo nei suoi locali il gran colpo di Matteo&Maria. Un favore immenso al giovane democratico, mentre al capo di Forza Italia era consentito, al massimo, la chiacchierata a Domenica Live con un pubblico meno interessante e meno numeroso: l’ora senza domande di Berlusconi ha raccolto 2 milioni di italiani. Come gareggiare in seconda categoria e ammirare Renzi che scende in campo al Bernabeu di Madrid.
In diretta, elogiando gli ascolti (non ha portato fortuna) di Domenica Live, il papà  ha parlato dei figli che comunicano poco.
E spente le telecamere, il papà  ha chiamato l’incolpevole Pier Silvio, che non sapeva nulla — spiegano al Biscione — di Renzi in replica ad Amici col giubbotto di pelle.
A Mediaset scatta la mobilitazione con il pretesto — che sono pronti a difendere con decine di esempi — che la De Filippi lavora in autonomia e scopre gli ospiti soltanto un giorno prima di registrare la puntata di lunedì che va in onda il sabato sera.
Non ci sono cartelloni da agitare, imboscate da organizzare: basta applicare la par condicio, che non permette ai politici neanche di farsi inquadrare durante una trasmissione che non sia giornalistica. E Amici fa intrattenimento.
Eliminiamo un dubbio lecito: sì, Domenica Live appartiene ai programmi d’informazione di Mediaset.
Al telegenico inquilino di Palazzo Chigi, sfumata la prestazione agonistica per la Partita del Cuore di Firenze, a sei giorni dai seggi elettorali aperti, occorreva una spintarella televisiva. E allora Renzi s’è ricordato di un rapporto mai interrotto con Maria De Filippi, che l’aveva sdoganato già  l’anno scorso.
Matteo&Maria si scambiano spesso messaggi, complimenti, riflessioni.
Maria non è una aziendalista classica, non è fedele berlusconiana. E Matteo, che non dispiace a Maria, anzi, aveva bisogno di un pubblico che non guarda nè Ballarò nè Porta a Porta. Matteo&Maria trovano un accordo semplice, anche perchè la legge per la par condicio la conoscono bene entrambi : cinque minuti di discorso da presidente del Consiglio ai ragazzi in studio (e davanti allo schermo), infarcito di una massiccia dose di metafore, esortazioni e parabole renziane.
Così la multa, pensavano ad Amici, sarà  contenuta. Domenica mattina, concluse le mediazioni con Palazzo Chigi, il gruppo di Amici annuncia la visita e i giornalisti politici vengono accreditati, le richieste sono centinaia: possibile che a Mediaset ignoravano?
Qualche ora di tempo per rinsavire, agevolati dall’ex Cavaliere, e gli uomini in giacca e cravatta di Cologno Monzese ordinano a Maria De Filippi di ritirare l’invito: la signora di Canale 5 battaglia, cerca di mediare, rassicura Matteo. E poi s’arrende. Anche a Mediaset vale la par condicio.

Carlo Tecce

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EUROPEE, IL CANDIDATO CON DOPPIA CONDANNA

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

IL CASO DI ARMANDO CUSANI (FORZA ITALIA) , PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI LATINA, CONDANNATO PER ABUSO D’UFFICIO E ABUSI EDILIZI NEL SUO ALBERGO… SOSPESO PER LA LEGGE SEVERINO, MA CON TAJANI COME SPONSOR

Le liste di Forza Italia per le elezioni europee sono piene di condannati e indagati.
Ma uno di loro può vantare una sorta di primato: una doppia condanna in primo grado. Si tratta di Armando Cusani, ex sindaco di Sperlonga e presidente della Provincia di Latina.
Ad inaugurare la sua corsa elettorale, lo scorso marzo, anche Antonio Tajani, vicepresidente della commissione europea, e capolista azzurro.
Cusani in prima battuta è stato condannato ad un anno e 8 mesi (con pena sospesa) per abuso d’ufficio.
La vicenda riguarda la rimozione del comandante dei vigili urbani di Sperlonga (in provincia Latina), nel 2003, quando Cusani rivestiva il ruolo di primo cittadino del Comune del sud pontino. Ma non finisce qui.
Perchè nel 2012 ha rimediato un’altra condanna a due anni per abuso d’ufficio e abuso edilizio (ora è in corso l’appello).
In questo caso la vicenda riguardava alcuni lavori all’albergo hotel Grotta di Tiberio del quale è comproprietario.
Nella sentenza è stata disposta anche “la demolizione delle opere abusive e la rimessione in ripristino dello stato dei luoghi a cure e spese dei condannati” al momento non eseguite.
Il prefetto di Latina Antonio D’Acunto, lo scorso ottobre, ha anche sospeso per 18 mesi Cusani dalla carica di presidente della Provincia di Latina secondo quanto dispone la legge Severino.
Dopo la sospensione, Cusani convocò una conferenza stampa lasciando fuori un cronista di Latina Oggi, giornale colpevole di aver pubblicato il provvedimento di sospensione.
Le due condanne avevano fatto ipotizzare una possibile esclusione dalle liste (nel partito che ha lasciato fuori Claudio Scajola, assolto in primo grado).
Forza Italia tuttavia ha scelto di puntare su quello che è ritenuto “mister preferenze” grazie all’appoggio di Claudio Fazzone, senatore azzurro e componente della commissione antimafia. Cusani e Fazzone sono stati protagonisti di una durissima battaglia contro lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Fondi, deciso dall’allora ministro Roberto Maroni, ma non ratificato dal governo Berlusconi.
Cusani arrivò a parlare di “un’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa” per biasimare quanti si occupavano della vicenda e del caso.
Non solo. Volle esprimere solidarietà  alla giunta comunale di Fondi e giudicò la relazione del prefetto e della commissione di accesso “una patacca” e l’operazione Fondi ‘opera di pezzi deviati dello Stato”.
La realtà  ha raccontato invece dei livelli di infiltrazioni con la sentenza della magistratura che ha condannato gli uomini del clan confermando la presenza mafiosa nel comune del sud pontino.
Cusani, Fazzone e proprio Tajani saranno protagonisti di un nuovo appuntamento elettorale nei prossimi giorni dal titolo: “In cammino verso un futuro chiamato: Europa”.
In attesa del futuro, Cusani porta in dote il passato con due condanne in primo grado.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA BEFFA DELLO STATO CHE AFFITTA A SE STESSO: DAI MUSEI ROMANI ALL’ARCHIVIO CENTRALE

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

IL MINISTERO DEI BENI CULTURALI HA SUBITO IL 30% DI TAGLI AL BILANCI, MA CONTINUA A PAGARE OGNI ANNO 21 MILIONI DI AFFITTO PER I SUOI CENTO ARCHIVI

È un paradosso. Ogni anno dalle esangui casse dei Beni culturali escono oltre 10 milioni di euro e finiscono nel portafoglio di Eur s.p.a., la società  al 90 per cento del ministero dell’Economia e al 10 del Comune di Roma che gestisce il quartiere omonimo a sud della capitale.
È il prezzo dell’affitto degli edifici che ospitano alcuni musei e l’Archivio centrale dello Stato, 110 chilometri di scaffalature in cui è depositata la memoria cartacea del Paese.
Alcuni di questi edifici sono anche offerti in garanzia dei debiti che l’Eur, uno dei fulcri della “parentopoli” allestita dall’allora sindaco Gianni Alemanno, ha contratto per le sue operazioni immobiliari, fra le quali la “Nuvola” di Fuksas, che non si sa quando mai verrà  finita, e la Lama, il palazzo a specchio che dovrebbe diventare un albergo e ancora si cerca chi mai potrà  gestirlo
Un pezzo dello Stato, uno dei più immiseriti, si svena per rimpinguare un altro pezzo dello Stato, appartenente quasi interamente al ministero di Pier Carlo Padoan.
La vicenda romana è la più eclatante. Ma non è la sola nel dissestato panorama dei nostri beni culturali.
Dal 2008, quando aveva già  subito tagli mortificanti dal governo Berlusconi, il ministero di Dario Franceschini si trova oggi con un budget ridotto quasi del 30 per cento (da 2 miliardi a 1 miliardo e mezzo: dallo 0,28 per cento del bilancio dello Stato allo 0,19).
E nonostante questo paga ogni anno 21 milioni soltanto per affittare le sedi di alcuni dei suoi 100 Archivi. Dove è collocato un materiale che si alimenta costantemente e che potrebbe crescere ancora se si attuerà  il proposito di Matteo Renzi di depositare le carte secretate negli ultimi decenni.
L’Archivio centrale dello Stato paga all’Eur 4 milioni e mezzo.
Il Museo dell’età  preistorica Luigi Pigorini 3 milioni 600 mila.
Il Museo delle Arti e delle Tradizioni popolari 1 milione 890 mila.
Il Museo dell’Alto Medioevo, a rischio chiusura, 370 mila.
Paradosso nel paradosso, i soldi vanno dal ministero per i Beni culturali all’Eur s.p.a. per «la realizzazione di grandi progetti di sviluppo immobiliare e valorizzazione urbanistica», come si legge negli obiettivi della società  presieduta da Pierluigi Borghini, ex candidato sindaco del centrodestra, una società  che esercita una specie di governatorato su un intero quartiere di Roma e che con soldi pubblici agisce come un operatore privato.
Basti ricordare la vicenda del Velodromo, l’opera di Cesare Ligini fatta esplodere con la dinamite per realizzarci torri e palazzine, oppure il progetto di un faraonico acquario con galleria commerciale (entrambe le iniziative furono avviate con Veltroni sindaco).
O, ancora, l’idea di un Gran Premio di Formula 1, con i bolidi che avrebbero sfrecciato fra i metafisici edifici di travertino bianco. L’idea, poi decaduta, era caldeggiata da Alemanno e dal suo uomo di fiducia Riccardo Mancini, ex militante di gruppi neofascisti, fino alla primavera del 2013 amministratore delegato dell’Eur (dove ha assunto molti “camerati”), poi finito in galera per tangenti.
La condizione dell’Archivio centrale è esemplare.
I 4 milioni e mezzo (3.575.287,96 euro più Iva) gravano su una struttura in preoccupante disagio, con personale sempre più ridotto, avanti nell’età  e che fa salti mortali per garantire un servizio essenziale. I depositi sono affetti da umidità  e lo spazio è carente.
A differenza di un museo, l’Archivio non stacca biglietti e l’unica fonte dalla quale recupera un po’ di quattrini sono le fotocopie.
Lo scorso capodanno un migliaio di ragazzi si sono scatenati nei saloni dell’edificio al ritmo della elettro-house. Questo in virtù di una convenzione con una società , la Let’s go che, a pagamento, ha preso in gestione vasti spazi e ha organizzato iniziative che si fa fatica a conciliare con un Archivio: un paio di appuntamenti dell’allora Pdl o una mostra della Range Rover. Si sono sollevate molte proteste.
E faceva tristezza vedere fino a che punto si è costretti a snaturare un patrimonio culturale pur di sopravvivere.
La storia si trascina da decenni. In origine l’Archivio centrale pagava all’Eur un canone di “concessione in uso”, in attesa che l’Eur fosse liquidato e il palazzo rientrasse nel patrimonio dello Stato.
Il canone era di 62 milioni di lire, poi salito a 200 nel 1987, quando si trasformò in affitto a prezzi di mercato.
L’effetto fu lo stratosferico innalzamento a 4 miliardi e 200 milioni. Nel 2000 l’Eur, invece di essere liquidato, in epoca di ubriacatura da privatizzazioni venne trasformato in s.p.a.. Ed eccoci arrivati ai 4 milioni e mezzo di oggi. Che erano oltre 5 milioni fino all’anno scorso, poi ridotti del 15 per cento dalla spending review di Monti.
Sul cosa fare ci si interroga da anni.
Un’ipotesi è il trasferimento sia dell’Archivio, sia dei musei: operazione costosa. Un’altra soluzione, meno onerosa per il patrimonio culturale, sarebbe la demanializzazione degli edifici dell’Eur, cioè il passaggio allo Stato.
Il che porterebbe l’Italia al livello di civiltà  culturale degli altri paesi europei, dove l’Archivio centrale è uno dei luoghi simbolici di una nazione.
Ma per questo è necessaria un’iniziativa politica. E poi, di questi tempi, demanializzare sembra una cattiva parola.

Francesco Erbani
(da “la Repubblica“)

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ALTRO CHE PAR CONDICIO: BISOGNEREBBE VIETARE AI LEADER DI APPARIRE IN TV NEI TRE MESI PRECEDENTI AL VOTO

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

PICCHIARE SUI DEBOLI: SI VA IN TV PER CIRCUIRE I MENO INFORMATI

A quattro settimane dal voto per le europee, la campagna elettorale italiana sembra basarsi di nuovo sulla televisione: quanto ci vai tu, quanto ci vado io, e l’ospitata da Barbara D’Urso, la partita del cuore, Porta a Porta, giù giù fino a Omnibus e i ricorsi all’Agcom.
Pare di essere tornati indietro di vent’anni, ai tempi di Funari e Mike Bongiorno.
Invece, qualcosa di diverso c’è.
Nel senso che nel 2014 l’iperpresenza televisiva, inevitabilmente, può convincere solo una fascia minoritaria di elettori. Probabilmente un decimo, o giù di lì.
Una fascia che tuttavia può regalare ancora quei punti percentuali che nel misurino del dopo voto saranno fondamentali per poter dire che si è vinto.
Detta altrimenti: ormai lì, in tivù, si va solo per picchiare sui deboli.
Sugli elettori meno avvertiti, meno informati, meno attenti. E, paradossalmente, tanto più aumentano i cittadini che si emancipano dall’informazione televisiva, quanto più diventa pressante e invasiva la propaganda verso quelle persone che invece sono ancora chiuse nella gabbia dei sei-sette canali genaralisti, quindi influenzabili da uno schermo.
Il risultato è che la corsa all’apparire in tivù ha ormai qualcosa di vomitevole: ai limiti della circonvenzione d’incapace, della violenza sugli anziani, sui bambini o sui disabili
Altro che par condicio: bisognerebbe imporre il divieto per i leader di apparire in tivù per i tre mesi che precedono il voto.
Mica per punire i leader, ma per tutelarne le vittime.

(da gilioli.blogautore“)

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ALITALIA, MEZZO MILIARDO IN FUMO: COSI’ IL PIANO DEI PATRIOTI IN 5 ANNI HA FATTO FLOP

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

IMPRENDITORI E BANCHE HANNO SVALUTATO LE PARTECIPAZIONI E ORA RIPUNTANO SUL NUOVO SALVATAGGIO DELLA COMPAGNIA

Il pozzo senza fondo di Alitalia, alla fine, si è mangiato pure i soldi dei “patrioti”. Cinque anni fa la cordata messa assieme da Silvio Berlusconi ha staccato tra le fanfare un assegno da un miliardo (debiti compresi) per salvare dal crac l’excompagnia di bandiera.
Oggi buona parte di quei soldi sono andati in fumo.
E tra contabilizzazioni in perdita e svalutazioni, i nuovi soci hanno già  bruciato in questa avventura più di mezzo miliardo di euro.
I numeri, come succede spesso quando c’è di mezzo Alitalia, non tornano per nessuno.
I contribuenti italiani hanno pagato di tasca loro nel 2008 qualcosa come 4 miliardi per calare la saracinesca sulla vecchia aerolinea e riconsegnarla — ripulita di debiti e in versione “light” (meno dipendenti e meno rotte) — a Roberto Colaninno & C. Sembrava la volta buona, l’occasione giusta per voltare pagina e dimenticare gli anni neri del controllo statale.
Invece no. Il “Piano fenice” messo a punto da Corrado Passera, allora ad di IntesaSanPaolo, non ha funzionato.
L’aerolinea tricolore ha continuato a macinare perdite — più di un miliardo dal 2009, qualcosa come 450mila euro al giorno — e alla fine il conto del salvataggio l’hanno pagato, salatissimo, anche i salvatori
L’Oscar del realismo, su questo fronte, va ad Air France. Parigi è entrata in Alitalia sei anni fa firmando un assegno di 323 milioni, convinta di essere riuscita a coronare il suo sogno: conquistare i cieli tricolori a un prezzo da saldo.
A ottobre scorso, la società  transalpina — a furia di risultati in profondo rosso — ha preso atto di aver buttato i soldi dalla finestra e ha alzato bandiera bianca. Il valore della sua partecipazione nel vettore romano è stato portato a zero.
E per non scottarsi di nuovo le dita ha deciso di non partecipare all’ultimo aumento di capitale da 200 milioni, diluendo la partecipazione al 7% e lasciando via libera a Etihad
Quasi cento milioni è il pedaggio pagato finora dai Benetton. Atlantia, l’azienda controllata dalla famiglia, ha sborsato nel 2008 100 milioni per staccare il suo biglietto a bordo di Alitalia.
Soldi andati quasi tutti in fumo. L’investimento è stato già  svalutato di 96 milioni di euro. E per difendere i propri interessi (Ponzano Veneto è pure socio di riferimento di Fiumicino) la dinastia veneta è stata costretta lo scorso ottobre a riaprire il portafoglio e mettere sul piatto altri 40 milioni per l’aumento di capitale e il prestito obbligazionario necessari per salvare la compagnia dal crac.
Roberto Colaninno — con grande orgoglio e malgrado la gelida evidenza delle cifre — continua a credere all’investimento.
Si lecca le ferite ma non molla. La sua Immsi ha investito sei anni fa 80 milioni e ha tenuto duro fino al 2012 mantenendo intatto a bilancio il valore della partecipazione del 10% circa in Alitalia.
Poi pure l’ex numero uno di Telecom è stato costretto a far buon viso a cattiva sorte: lo scorso anno ha ammesso che la quota nella compagnia aveva perso 36,3 milioni di valore. E adesso ha dato un’altra sforbiciata di 14 milioni.
Botte dure, ma non abbastanza da scoraggiare l’imprenditore mantovano che a fine 2013 ha rilanciato con altri 40 milioni, scommettendo sull’arrivo degli emiri.
L’avventura aeronautica è costata carissima pure a Intesa-SanPaolo, regista dell’intera operazione (anche con generosi finanziamenti ai “patrioti”). L’ultimo bilancio di Ca’ de Sass fotografa impietoso con le cifre il flop: i 100 milioni pagati per entrare in Alitalia sono diventati oggi 39, con 61 milioni persi in svalutazioni.
E il salasso finale rischia di essere ancor più pesante visto che l’istituto di credito — tirato per la giacchetta dalla politica — continua ad alzare la posta: nell’ultimo aumento di capitale ha investito altri 76 milioni di euro.
Banca Imi ha appena prorogato a giugno 2015 una linea di credito da 105 milioni necessaria a puntellare l’operatività  dell’aerolinea.
Ed Etihad pretende che questa esposizione venga trasformata in capitale (oggi Intesa ha il 20% di Alitalia) con un ulteriore sconto sul suo valore. Stessa richiesta fatta a Unicredit — fresco socio grazie a un assegno di 50 milioni ed esposto per quasi 200 milioni con il vettore — Mps (80 milioni) e Popolare di Sondrio (80).
L’elenco dei “caduti” dai patrioti potrebbe proseguire scorrendo tutto il libro soci: Fonsai ha portato a zero (da 50 milioni) la sua partecipazione.
La Pirelli di Marco Tronchetti Provera ha visto andare in fumo 15 dei 20 milioni spesi per la sua piccola quota.
E stessa sorte è toccata pure ai piccoli azionisti attirati nella cordata dalle sirene “politiche” di Silvio Berlusconi —che grazie anche ad Alitalia ha vinto le elezioni 2008 — e dalla speranza di un rapporto privilegiato con IntesaSanPaolo.
Molti di loro oggi hanno gettato la spugna. E il cerino è passato nelle mani di altri protagonisti, pronti a mettere una nuova fiche sulla roulette della compagnia tricolore. Lo Stato, uscito dalla porta nel 2008, è rientrato adesso dalla finestra con le Poste, sbarcate nel capitale con 75 milioni. Etihad potrebbe far saltare il banco con un assegno di 500 milioni.
Ma fino a quando Alitalia continuerà  a perdere mezzo milione al giorno, anche questi soldi rischiano di diventare presto carta straccia.

Ettore Livini
(da “La Repubblica”)

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LA BANANA MANGIA-RAZZISTI

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

IL GESTO DI DANI ALVES DIVENTA UN SIMBOLO GLOBALIZZATO: “LUI PER PRIMO HA UMILIATO CHI VOLEVA OFFENDERLO”

Forse adesso, mentre su Dani Alves si spandono echi kennediani e tutti gli idealisti del pianeta si immedesimano nella sua pernacchia alla Totò come un giorno, in altri palcoscenici, si professarono berlinesi, i soloni si vergogneranno.
E cestinando trent’anni di pensosi dibattiti sociologici sul tema del razzismo, rifletteranno sull’Uovo di Colombo.
Sulla semplicità  di un prossimo trentenne di passaporto brasiliano che di fronte agli ululati e alle banane in campo, con la brevità  dell’artista improvvisato e il gesto secco dell’attore consumato, sbuccia il frutto, lo inghiotte e torna al suo mestiere. A un calcio d’angolo da battere.
Al rassicurante spettacolo che deve continuare senza più interruzioni, proibizionismi o gabbie metaforiche.
Lasciando alla nuda evidenza il compito di giudicare. Alle polizie in divisa l’onere dell’espulsione del lanciatore di verdura (da domani, se vorrà , il tifoso del Villareal che ha gettato la banana al “negro” del Barcellona potrà  crearsi l’arena nel tinello di casa) e ai fratelli di Dani Alves in mutande, il desiderio di solidarizzare a due passi dal Mondiale.
Allo stadio Madrigal, nel solito corollario di vigliacca maleducazione anonima che eccita il branco, Dani Alves si era ritrovato in solitudine a decidere in un istante.
Un minuto dopo , allo stesso ritmo del ripudio in campo aperto, del suo gesto hanno fatto manifesto di patria, Mondiale calcistico e futuro prossimo milioni di persone.
Ne hanno cercato la voce, e non solo l’immagine rimasta negli occhi, migliaia di cronisti.
Mentre il compagno Neymar metteva in rete autoscatti filiali con banane sbucciate, Dani ha risposto dimenticando il politicamente corretto: “Sono in Spagna da 11 anni, non è cambiato nulla. Non ci rimane che ridere di questi ritardati”.
In un salto dialettico più vicino a Massimo Troisi che all’appropriazione indebita che dal Manzanarre al Reno non ha mancato di registrare commenti improntati all’univocità  o all’esasperato sciovinismo in stile Cinegiornale di Globoesporte: “Quella banana è il Brasile che viaggia attraverso il tempo e lo spazio. Quell’ironia nel gesto di mangiare il frutto è come un ballerino che balla la samba o un giocatore che dribbla”.
Alves è rimasto distante dai proclami dando fondo a un indignato umorismo. L’esempio, certo. In un universo in cui fanno più notizia le brutture, le riflessioni a posteriori di Dani sull’allegria: “Siamo un popolo felice con la samba nei piedi e quel tifoso mi ha aiutato: quando ho cominciato a giocare mio padre mi diceva sempre di mangiare banane per evitare i crampi. Come avrà  fatto a indovinare?” restituiscono a meno di due mesi dall’evento brasiliano qualcosa che sembrava essere stato travolto dalle contingenze.
Un’ipotesi, una base, una vera tavola non necessariamente rotonda (ci sono spigoli che picchiano sul raziocinio, sul realismo) su cui provare a ragionare e a ricostruire il senso di uno sport che in quel paese gioca chiunque abbia due gambe.
La banana di Alves, per ogni autoctono che ha avuto un nonno in lacrime per la disfatta del Maracanà  nel 1950, ha il suono nostalgico di certe pubblicità  della Chiquita.
Quelle in cui al posto degli insulti e del determinismo, per godere dello spettacolo della natura, si dava spazio alle istruzioni per l’uso: “But, bananas like the climate of the very, very tropical Equator/So you should never put bananas in the refrigerator”. Le banane vengono da un posto caldo e come i pensieri, non si dovrebbero stipare nel congelatore.
Alves ha aperto la porta e ha lasciato che il ghiaccio si sciogliesse.
Dare forma ai frammenti, ora, toccherà  a tutti gli altri.

Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SILVIO A CESANO BOSCONE? L’HA DECISO IL CARDINALE SCOLA

Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile

CONSULTATO DALL’UEPE, L’ARCIVESCOVO DI MILANO HA INDICATO LA STRUTTURA SERVITA DALLA CARITAS AMBROSIANA COME LUOGO IDEALE PER LA RIEDUCAZIONE

Non fa certo parte del Tribunale di sorveglianza, nè dell’Ufficio dell’esecuzione penale.
Eppure Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha un ruolo importante nella vicenda dell’affidamento ai servizi sociali del condannato definitivo Silvio Berlusconi.
Inutile chiedere conferme presso la Curia ambrosiana: tutti negano o sostengono di non saperne nulla. Ma secondo quanto risulta al Fatto quotidiano, il cardinal Scola è stato consultato ed è intervenuto personalmente per determinare il luogo dove Berlusconi andrà  a svolgere la sua attività  di “giustizia riparativa”, l’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone.
È stato Scola, e non il Tribunale di sorveglianza, nè l’Ufficio esecuzione penale esterna, a indicare la struttura dove l’ex presidente del Consiglio passerà  quattro ore alla settimana, nei dieci mesi e mezzo in cui sconterà  la sua pena per frode fiscale.
Tutto è iniziato con una richiesta del Tribunale di sorveglianza: prima ancora di decidere tra detenzione domiciliare e affidamento ai servizi sociali, il presidente Pasquale Nobile De Santis e la giudice Beatrice Crosti (competente per i condannati il cui cognome inizia con la lettera B) hanno chiesto alla dottoressa Severina Panarello, che dirige l’Ufficio esecuzione penale esterna di Milano, di delineare un “progetto di giustizia riparativa”, cioè di indicare un’attività  di volontariato da prescrivere al condannato e un luogo dove svolgerla.
La dottoressa Panarello si è rivolta alla più solida e strutturata delle associazioni e fondazioni convenzionate con il suo ufficio per ricevere gli affidati in prova: la Caritas ambrosiana, espressione diretta della Diocesi di Milano.
A questo punto entra in campo don Roberto Davanzo, dal 2005 direttore della Caritas.
Ex scout, alpinista, amante della moto Guzzi, Davanzo coinvolge il suo arcivescovo.
Incontri, riunioni, colloqui riservati. Monsignor Scola, che proviene dal movimento di Comunione e liberazione e nel 2011 è tornato da arcivescovo nella diocesi che è stata guidata da don Dionigi Tettamanzi e da Carlo Maria Martini, si prende a cuore la faccenda. Svolge rapide consultazioni, parla con alcuni interlocutori.
Alla fine, la Caritas indica a Severina Panarello che la struttura più adatta per il condannato eccellente è la Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Un’istituzione storica, per la diocesi di Milano. Perchè non è una delle tante strutture assistenziali fondate e condotte da ordini o congregazioni religiose, ma è espressione diretta della diocesi ambrosiana.
È nata infatti nel 1896 direttamente da una parrocchia e dall’attività  di un parroco: don Domenico Pogliani, allora prevosto di Cesano Boscone, ai margini di Milano, che aprì un “ospizio per gli incurabili della campagna”.
In 118 anni di vita, la Sacra Famiglia è cresciuta, fino a diventare una struttura   imponente, con 2 mila addetti e una quindicina di comunità  alloggio e   filiali anche fuori dalla Lombardia.
Ma il legame con la diocesi è rimasto intatto: oggi è una fondazione onlus, che resta però nella sfera d’influenza dall’arcivescovo di Milano.
Tanto è vero che presidente della Sacra Famiglia è don Vincenzo Barbante, ex amministratore della diocesi, in pratica il ministro delle finanze della Curia ambrosiana.
È proprio alla Sacra Famiglia che monsignor Angelo Scola ha dato appuntamento per il suo primo incontro con il volontariato della diocesi, appena nominato arcivescovo di Milano.
Ora vi ha “sistemato” il più eccellente degli affidati in prova ai servizi sociali.
Che cosa andrà  a fare Berlusconi alla Sacra Famiglia?
Dall’Ufficio esecuzione penale esterna (l’Uepe) trapela soltanto che non è ancora stato messo a punto il progetto definitivo per l’affidato. Evidentemente qualcosa si dev’essere inceppato, se, a diciannove giorni dall’ordinanza del Tribunale di sorveglianza e a sei dalla firma della carta delle prescrizioni che è tenuto a rispettare, Berlusconi non ha ancora iniziato il suo “progetto di riparazione sociale”.
È ancora in corso una evidentemente complessa triangolazione tra Caritas, Sacra Famiglia e Uepe, in contatto con il giudice di sorveglianza, per definire i compiti concreti dell’affidato.
E anche le garanzie di sicurezza: per l’affidato, che di solito gira con la scorta, ma anche per gli ospiti dell’istituto, che devono essere protetti dagli assedi mediatici e dagli (eventuali) utilizzi propagandistici.
Di certo Berlusconi non avrà  a che fare con i malati più gravi e i disabili psichici ospitati dall’istituto, nè potrà  svolgere compiti che richiedono formazione e professionalità  paramediche. Si occuperà  invece di anziani, magari nel centro diurno integrato di Villa Sormani, accanto alla sede centrale dell’istituto di Cesano Boscone: dovrà  dare assistenza, accompagnamento, aiuto a chi fa fatica a muoversi, a parlare, a mangiare.
Qualcosa di diverso, comunque, dall’“intrattenimento” e dall’“animazione” che Berlusconi ha evocato nel suo monologo in tv davanti a una trasognata Barbara D’Urso.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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