Giugno 22nd, 2014 Riccardo Fucile
CHITI: “NON CI SPOSTIAMO DI UN MILLIMETRO DALLE NOSTRE POSIZIONI”… ROMANI: “IN AULA PUO’ ACCADERE DI TUTTO”
«Abbiamo iniziato a lavorare bene sulla strada di un accordo che, comunque, è ancora lontano.
Ma non è affatto detto che, una volta trovato, la prova del voto in Aula sarà una passeggiata. Anzi…».
Nelle confidenze notturne che Paolo Romani ha fatto ad alcuni colleghi di partito subito dopo l’incontro col ministro Maria Elena Boschi, e siamo a venerdì sera, c’è una storia che va molto al di là dei comunicati congiunti, dell’euforia di Palazzo Chigi, delle fughe in avanti del leghista Roberto Calderoli.
Perchè, a prendere per buono il timore confessato agli amici dal capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, la strada delle riforme è ancora in salita.
«In commissione, una volta trovato l’accordo sul testo, filerà tutto liscio», è stato l’adagio del presidente dei senatori azzurri. «Ma tutti i “ribelli”, tutti coloro che dentro il centrosinistra e tra di noi vogliono ancora il Senato eletto direttamente dal popolo, tutti questi non sono sconfitti in partenza. In Aula può cambiare tutto…»
La lunghissima partita che comincerà il 3 luglio è tutt’altro che scritta.
E la sorte dell’eterogeneo fronte di chi si oppone alla «madre di tutte le riforme» non è ancora segnata.
Corradino Mineo risponde da una Palermo dove è già estate piena. «Posso dirla con una battutaccia di quelle che mi hanno rovinato la vita?».
La battuta arriva dopo mezzo secondo. «Sicuramente nell’ultima formulazione del testo ci sono dei passi in avanti. Ma il punto centrale della nostra battaglia rimane ancora là . Stiamo passando da un Senato di Razzi (nel senso di Antonio, ndr ) a un Senato di Fiorito (nel senso del Batman del vecchio Consiglio regionale del Lazio, ndr ). Un’Aula non eletta direttamente dal popolo, che comunque conserva dei poteri costituzionali per cui non avrebbe la legittimazione necessaria, produrrà solo danni. Noi non arretriamo di un millimetro».
Nel «noi» citato da Mineo ci sono tantissimi colleghi senatori che ancora si nascondono nell’ombra.
Oltre a chi, dentro i confini del Pd renziano, aveva finito addirittura per autosospendersi, una settimana fa. Come Vannino Chiti. Che infatti dice: «Mi creda, sull’elezione diretta del Senato poi porteremo avanti la nostra battaglia con fermezza e lealtà . Da quella posizione non ci spostiamo di un millimetro».
Tra l’altro, aggiunge l’ex ministro e governatore della Toscana, «sono molto inquieto rispetto a certe frasi che i giornali hanno attribuito a Renzi sulla riforma elettorale. Anche perchè, per quanto mi riguarda, delle due l’una. O torneranno i collegi uninominali oppure che si rimettano le preferenze. Altrimenti, una volta riformato il Senato, non ci sarebbero praticamente più dei parlamentari eletti dal popolo».
Non ci sono solo i niet di un pezzo del Pd.
Anche dentro Forza Italia il tema della ribellione dei senatori agli «ordini di scuderia» del partito comincia a farsi largo nella nebbia.
«Lo dico da adesso, così nessuno potrà far finta che non lo sapeva. Io, se la riforma del Senato rimane questa, non la voto», scandisce Augusto Minzolini. «E come me, immagino, anche tanti altri miei colleghi», aggiunge.
D’altronde, ricorda l’ex direttore del Tg1, «la proposta che ho presentato, e che prevede l’elezione diretta del Senato, era stata firmata da trentasette colleghi di Forza Italia. La maggioranza di noi. E visto che quel testo è in antitesi rispetto a quello che sta confezionando il governo, e soprattutto visto che la gente di solito legge prima quello che firma, tutto questo qualcosa vorrà dire, no?».
In fondo, basterebbe un voto secco. Basterebbe che la maggioranza dei senatori confermasse l’elezione del Senato così com’è per far crollare il castello di carte.
«Non siate così sicuri che il pressing dei capipartito faccia presa su tutta la maggioranza dell’Aula. Altrimenti avrete delle sorprese», è la profezia di Mineo. «Non so quanti parlamentari siano disposti a votare una riforma che trasforma la Camera dei Deputati in un qualcosa di molto simile alla Duma sovietica», sottolinea Minzolini.
Anche Renato Brunetta, che sta alla Camera, sente puzza di bruciato. «Dieci euro di tasca mia sul fatto che questa riforma sarà approvata non me li gioco di certo. Non me li gioco io come credo che non se li giocherebbe nessun altro», sorride il capogruppo forzista a Montecitorio.
La clessidra scorre inesorabile. I ribelli affilano le lame.
Il timer del 3 luglio è già stato innescato.
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 22nd, 2014 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA ACCONTENTATA… LA SINISTRA DEM NON CI STA… BOSCHI TENTENNA
Il Pd si spacca, Forza Italia esulta. È questo l’effetto dell’immunità per i nuovi senatori rispuntata tra gli emendamenti alla riforma Costituzionale.
Uno dei venti articoli presentati, che porta in calce la firma dei due relatori Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, reintroduce lo scudo più amato dai parlamentari. Sfumerebbero così le buone intenzioni contenute nel testo originale, quello approvato lo scorso 31 marzo dal Consiglio dei ministri, che prevedeva l’abolizione del privilegio, anche se solo per i membri del nuovo Senato formato da elezione indiretta. Ora che i democratici si sono seduti al tavolo con Forza Italia e Lega, l’immunità è magicamente tornata. Con questi termini si indicano una serie di scudi che riparo dagli atti della magistratura.
Ad esempio non possono essere indagati per atti connessi con la propria attività in aula e, soprattutto, gli inquirenti non possono perquisire, intercettare e arrestare (fino a condanna definitiva) i parlamentari senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza.
Con la differenza che per effetto della riforma godranno dell’immunità anche i membri del nuovo Senato, che contestualmente saranno anche consiglieri regionali e sindaci.
Un vecchio cavallo di battaglia del berlusconismo degli anni ruggenti, che sta creando una rivolta nell’ala sinistra del partito di Renzi.
“Visti gli scandali degli ultimi giorni, mi sembra si stia andando nella direzione opposta rispetto a quello che si aspettano i cittadini”, attacca Vannino Chiti.
“Sono fermamente contrario: presenterò un sub-emendamento per togliere l’immunità anche ai deputati e ne parlerò anche con i fuoriusciti dal M5s e a Sel”, gli fa eco il senatore dem Felice Casson.
Anche Pippo Civati dal suo blog ha criticato la norma, sottolineando che metterebbe sindaci e consiglieri al riparo dalla legge, “non proprio un aiuto ai numerosi episodi di corruzione cui assistiamo (anche) a livello locale”.
Il riferimento più recente è a Venezia: se Orsoni fosse stato membro del Senato che verrà , gli inquirenti non avrebbero potuto intercettarlonell’inchiesta sul Mose.
Mentre la sinistra Pd si schiera compatta contro la possibile, nuova norma, il governo nicchia.
L’unica a parlare è il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, che oltre a rivendicare l’accordo con Silvio Berlusconi (“Forza Italia rappresenta milioni di italiani e siede in Parlamento”), sull’immunità prende tempo: “È una proposta dei relatori. Vedremo che accadrà in seguito”.
Una proposta che però, per ammissione dello stesso Calderoli, il governo ha ricevuto giorni fa e ha avuto tutto il tempo di valutare.
Evidentemente a Palazzo Chigi nessuno ha sentito l’esigenza di estrarre la paletta rossa.
L’impressione generale è che la reintroduzione dell’immunità sia una condizione posta da Forza Italia. Un sospetto che trova conferma nella reazione entusiasta del falco forzista Lucio Malan: “Era un errore grammaticale da matita rossa averla esclusa dal testo precedente. Non è immaginabile che il Senato possa venir dimezzato dagli arresti con un semplice foglietto di un pm”.
Dopo che sono montate le polemiche, Roberto Calderoli, il padre del Porcellum, ha provocato da par suo: “Se non va bene l’immunità per il Senato, togliamola anche alla Camera”.
Suona quasi come una minaccia per far saltare il tavolo.
Chiti, si limita a definire l’emendamento “una brutta sorpresa che davvero non mi aspettavo. Nel Pd abbiamo parlato molte volte dell’argomento e la posizione condivisa è sempre stata di segno opposto: ridurre il perimetro dell’immunità , non allargarlo”.
Uno dei più tenaci oppositori del privilegio è sempre stato, almeno a parole, proprio Matteo Renzi. Quando qualcuno, quasi sempre un forzista, proponeva una rafforzamento dell’immunità , il premier rottamatore alzava le barricate: “Sarebbe un errore clamoroso, non abbiamo bisogno di dare garanzie in più ai parlamentari, ma di farli diventare più normali”, sosteneva nel febbraio del 2013.
Ancora più netta la posizione di due anni prima, durante un’intervista con Lilli Gruber: “Reintrodurre l’immunità ? Mi sembra una barzelletta, sono contrario”.
Ma quelli erano anche i tempi in cui coltivava altri progetti di riforma: “Se vogliamo cambiare la Costituzione bisognerebbe avere il coraggio di dire che i parlamentari andrebbero dimezzati e anche la loro indennità ”.
Alessio Schiesari
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Giugno 22nd, 2014 Riccardo Fucile
CON 17 GIUNTE REGIONALI SU 20 SOTTO INCHIESTA, 300 CONSIGLIERI REGIONALI INQUISITI E MOLTI SINDACI INDAGATI, IL SENATO RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UN RIFUGIO DI MANIGOLDI
Finalmente se ne sono accorti. 
Pidini, forzisti e leghisti, curvi da mesi sul sacro incunabolo della cosiddetta riforma del Senato, si erano dimenticati di dare l’immunità ai nuovi senatori.
Ora hanno provveduto: anche i nuovi inquilini di Palazzo Madama, pur non essendo più eletti, non potranno essere nè arrestati nè perquisiti nè intercettati senza il loro assenso preventivo.
È l’unica novità di rilievo dell’ultimo testo partorito dal trust di cervelli formato Boschi-Romani-Calderoli, oltre alla riduzione dei senatori da 148 a 100 (5 nominati dal Quirinale e 95 dalle Regioni, di cui 74 fra i consiglieri regionali e 21 fra i sindaci).
Restano le assurdità più assurde: saranno abolite le elezioni; i senatori non conteranno nulla nella formazione delle leggi e non voteranno la fiducia al governo (infatti lavoreranno gratis); dovranno dividersi fra le amministrazioni locali e l’impegno romano (un dopolavoro non pagato, ma ben spesato); e dureranno in carica quanto le giunte regionali e comunali di provenienza (dove si vota in ordine sparso, così ogni anno qualche senatore perderà il posto e il Senato diventerà un albergo a ore, con maggioranze e minoranze affidate al caso, anzi al caos).
Finora l’immunità -impunità veniva giustificata in due modi: il Parlamento è lo specchio del Paese che lo esprime, dunque gli italiani, se non vogliono un inquisito a rappresentarli, possono non votare per lui o per il partito che l’ha candidato; il plenum dell’aula non può essere intaccato da un giudice che nessuno ha eletto.
Ora anche il senatore sarà un tizio che nessuno avrà eletto (o meglio, sarà eletto per fare il sindaco o il consigliere regionale, non per fare il senatore).
E il plenum del Senato sarà continuamente intaccato dalla caduta di questa o quella giunta comunale o regionale.
Dunque, in linea di principio, non si vede perchè un sindaco o un consigliere regionale eletto senza alcuna immunità debba riceverla in dono soltanto perchè il suo consiglio regionale l’ha promosso a senatore.
Ma, nel paese dei ladri, si comprano e si vendono anche i princìpi.
Attualmente 17 giunte regionali su 20 sono sotto inchiesta o già sotto processo per le ruberie sui rimborsi pubblici, per un totale di 300 consiglieri inquisiti.
E i sindaci indagati non si contano. Se fosse già in vigore la riforma del Senato, anche se volessero, i consigli regionali non riuscirebbero a nominare 95 consiglieri e sindaci intonsi da accuse penali.
Ma lo capiscono tutti che la prospettiva di agguantare l’immunità sarà talmente allettante da diventare l’unico criterio di selezione per la carica gratuita di senatore: non appena un consigliere regionale o un sindaco avrà la sventura di finire nei guai con la giustizia, i colleghi — che poi sovente sono i suoi complici — lo spediranno in Senato per salvarlo dalla galera, dalle intercettazioni e dalle perquisizioni.
Se no poi magari parla o si fa beccare con il sorcio in bocca. E la cosiddetta Camera Alta del Parlamento diventerà , ancor più di oggi, quel che erano i conventi e le chiese nel Medioevo: un rifugio per manigoldi.
Se Giorgio Orsoni, per dire, non avesse commesso l’imprudenza di confessare, accusare il Pd, patteggiare e farsi scaricare da Renzi, ma avesse continuato a negare tutto in attesa del processo, sarebbe ancora sindaco di Venezia, con ottime speranze di farsi nominare senatore dal nuovo consiglio regionale a maggioranza Pd in cambio del suo silenzio.
Ora però, prima del voto di luglio, alla Grande Riforma mancano alcuni dettagli da concordare con Forza Italia. E B. rischia l’arresto per gli ultimi delirii in tribunale.
Sarebbe davvero seccante se Renzi, per rinnovare il patto del Nazareno, dovesse raggiungerlo nel parlatorio di San Vittore e comunicare con il detenuto costituente al citofono, attraverso il vetro antiproiettile, come Genny e donna Imma con don Pietro Savastano.
Non c’è un minuto da perdere.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile
LA VICEPRESIDENTE ZAMPA: “UNA PROVOCAZIONE DI FINOCCHIARO E CALDEROLI”… CRITICO ANCHE CIVATI
Nel testo presentato dal governo era stata eliminata, ora un emendamento firmato Pd-Lega la reintroduce. Uscita dalla porta, l’immunità parlamentare per i senatori viene fatta rientrare dalla finestra nel testo che disegna il ruolo e le funzioni del nuovo Senato.
L’emendamento 6.1000 firmato da Anna Finocchiaro (Pd) e Roberto Calderoli (Lega) sopprime, infatti, l’articolo 6 della riforma presentata dall’esecutivo e reintroduce per i membri della futura assemblea di Palazzo Madama le garanzie previste dall’articolo 68 della Costituzione per tutti i parlamentari.
Una garanzia che la Carta prevede per due rami del Parlamento che hanno il medesimo peso e le medesime funzioni.
Ma che — secondo un’opinione diffusa nel Pd — non ha senso mantenere anche per un’assemblea che nella riforma fortemente voluta da Matteo Renzi si avvia a perdere una parte consistente delle proprie prerogative. L’emendamento firmato con la Lega ha destato sorpresa nel Pd, nel cui orizzonte ora comincia ad intravedersi una nuova spaccatura.
“E’ una cosa che lascia esterrefatti — spiega Sandra Zampa, deputata, vice-presidente del Partito Democratico — stamattina quando ho letto i giornali sono rimasta sconvolta: ho voluto controllare di persona che questa cosa fosse effettivamente accaduta. E purtroppo è tutto vero”. Prodiana di ferro, storica collaboratrice del professore ed eletta alla Camera nel 2008, la Zampa non nasconde il proprio disappunto: “Vorrei tanto capire come è nata questa idea. Secondo me, il governo non sapeva dell’emendamento. In ogni caso è un atto fortemente provocatorio: non posso pensare che due politici esperti come la Finocchiaro e Calderoli non sappiano cosa vuol dire lanciare nella discussione un elemento del genere. Non è certo una cosa che passa inosservata”.
Quale lettura ne dà le Zampa? “Finocchiaro e Calderoli, senatori, ci hanno provato: è un tentativo per mantenere in vita un privilegio che di questi tempi e con la riforma che stiamo realizzando non ha più ragione di esistere”.
Con gli scandali Expo e Mose che riverberano la propria onda lunga sulla discussione politica, le poche righe firmate dai relatori reintroducono una garanzia a tutela dei politici su cui la maggioranza aveva già discusso e che aveva deciso di escludere: “Renzi l’ha messo in chiaro fin dal primo minuto: i senatori non devono essere eletti, nè pagati. Abbiamo preso una direzione nuova e adesso faccio fatica a spiegarmi perchè prima si crei un Senato con ruolo e funzioni nuovi e poi per i suoi membri si restaurino privilegi che appartengono al passato”.
Un dietrofront che anche l’opinione pubblica rischia di non capire: “Affermare la necessità dell’immunità fa parte di una tradizione politica di lunga data: una parte dei parlamentari più anziani resta convinto che questa tutela abbia un senso. Io, da quando sono in Parlamento, non mi sono mai imbattuta in casi in cui l’immunità sia stata utile: anzi, è sempre stata un intralcio sulla strada della trasparenza. Bisogna capire che i tempi sono cambiati: noi dobbiamo rispondere ai cittadini, esausti di fronte agli scandali di cui i politici sono protagonisti. Intendiamoci: quello della politica non è peggiore o più colpevole di altri settori della società . Ma in questo momento dobbiamo dare un segnale forte di discontinuità e questo emendamento va in direzione nettamente contraria”.
Una cosa è certa: “Questa roba dovrà arrivare anche da noi alla Camera — conclude la vice-presidente del Pd — e non credo proprio che riuscirà a passare“.
Critiche anche da Giuseppe Civati. “Cosa comporterebbe questo? — scrive il capo della fronda interna al Pd in un post dal titolo ‘Il sindaco immune’ pubblicato sul suo blog — che un sindaco nei confronti del quale si procedesse per fatti commessi durante il suo mandato amministrativo (tristemente noti) potrebbe usufruire, in quanto senatore, delle immunità di cui all’articolo 68 (commi 2 e 3). Non proprio un aiuto al contrasto ai numerosi episodi di corruzione cui purtroppo assistiamo (anche) a livello locale“.
Poi Civati allarga lo spettro della critica: “Si tratta, naturalmente, solo di uno dei problemi del doppio incarico. Che mentre la Francia ha appena eliminato (non a caso) l’Italia vuole introdurre (peraltro dopo che alla fine della scorsa legislatura era stata sancita — a seguito dell’intervento della Corte costituzionale — l’incompatibilità tra la carica parlamentare e quella di sindaco)”. Infine, l’auspicio: “Chissà se questa è l’ultima bozza che ci viene presentata: in comune con le precedenti ha numerose e palesi contraddizioni. Speriamo soltanto che non sia l’ultima versione“, conclude Civati.
Ma c’è anche chi nell’emendamento non vede nulla di strano.
Danilo Leva, già responsabile Giustizia del Pd, minimizza: “Non ci vedo un elemento di stravaganza, l’emendamento aggiunge semplicemente un nuovo elemento alla discussione che verrà fatta in Aula”.
A destare dubbi è la dinamica con cui l’immunità per i senatori è tornata nel testo della riforma che l’aveva esclusa, ovvero attraverso un emendamento: “Non ci sono retropensieri e soprattutto non credo sia questo l’elemento più importante di cui discutere riguardo la riforma del Senato”. Non sarà il più importante, ma la questione resta sostanziale: un Senato depotenziato nei fatti (non sarà più titolare di un rapporto di fiducia con il governo, non approverà più leggi, almeno in prima istanza) continua a godere delle stesse garanzie della camera che conserverà le prerogative più importanti: “Il depotenziamento è nei fatti — continua Leva — ma Palazzo Madama continuerà a svolgere in ogni caso funzioni di alto livello istituzionale. Inoltre non si tratta di un privilegio per pochi, ma di una garanzia per l’intera istituzione. Ovviamente non siamo parlando di un’immunità totale, ma di una garanzia che esiste già ed è sottoposta al parere dell’Aula: basta guardare alla conclusione del caso Genovese, la Camera ha votato per il suo arresto“.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile
LA SOLITA STRATEGIA: ASPETTARE IL COLLASSO DELLE STRUTTURE BUROCRATICHE PER POI PROPORSI COME IL SALVATORE DELLA PATRIA.. LA CORTE DEI MIRACOLI DIVISA TRA LA CORRENTE DEL RIO E QUELLA LOTTI
Ultimo Consiglio dei ministri, parla Matteo Renzi. 
Ha un’idea da inserire nella riforma della Pubblica amministrazione: una norma per cui tutte le nomine di qualunque ministero, dai porti alla sanità , devono passare obbligatoriamente al vaglio di Palazzo Chigi. Cioè da lui.
Segue attonito silenzio, finchè uno dei ministri della tavola rotonda del Consiglio si fa coraggio e segnala con una battuta che c’è un precedente: «Non sei il primo a proporre una cosa del genere. Un codicillo simile fu approvato nel ventennio…».
La proposta viene rottamata.
Un caso raro. In genere, passa tutto. Tutti i poteri a Palazzo Chigi. O meglio, Palazzo Renzi.
Una guerra lampo che non è riuscita a nessuno. Nè Romano Prodi, nè Mario Monti, nè Enrico Letta che di quel palazzo era il prediletto, e neppure il tycoon Silvio Berlusconi erano riusciti a espugnare il cuore del potere romano che continuava a battere poderoso, indifferente ai cambi di guardia.
In poco più di cento giorni, invece, è saltato tutto. Renzi vive a Palazzo Chigi, dorme e mangia lì, ma è come se stesse all’esterno. E dopo il voto delle europee muove alla conquista della macchina governativa con il metodo già sperimentato per espugnare il Pd. Una tattica fondata sull’attesa. Fare il vuoto.
Aspettare il collasso delle strutture precedenti per mancanza di ossigeno. E poi proporsi come salvatore della patria, per acchiappare e controllare tutto per davvero.
I mandarini di mille gabinetti lo accusano di scarso galateo istituzionale.
Gli innovatori, tifosi della rivoluzione renziana, aspettano con ansia la liberazione. Entrambe le fazioni sono spiazzate, stupite dalla tattica attendista del premier.
L’uomo della velocità , del cronoprogramma, delle riforme epocali in tre mesi, la pubblica amministrazione, il fisco, la giustizia, a Palazzo Chigi non ha ancora firmato un decreto di nomina negli uffici «di diretta collaborazione», come recita la dicitura di palazzo.
Non ha una sua segretaria, zero staff, i dignitari più vicini sono due fotografi, l’ex poliziotto Filippo Attili, già in forze alla presidenza, e Tiberio Barchielli, in calata da Rignano sull’Arno, il paesello d’origine della famiglia.
Gli unici con cui si ferma e con cui condivide i vertici con Obama e la dose quotidiana di prosciutto toscano.
Qualche giorno fa è avvenuto l’incredibile, nel cortile d’onore ne parlano ancora.
Uno dei fotografi bussa alla porta di Mauro Bonaretti, il segretario generale, alter ego emiliano del sottosegretario Graziano Delrio, il vertice della macchina di 4500 dipendenti. Bonaretti apre e il reporter spiega il motivo dell’improvvisata: una richiesta di stanziamento, urgente, per apparecchiature fotografiche.
Impossibile pensare a una scena del genere con i mitici predecessori di Bonaretti, tipo Andrea Manzella o Antonio Catricalà . Meglio non riferirlo a Annamaria Tarantola, Luigi Gubitosi, Ignazio Visco, Vito Riggio dell’Enac, per dire solo alcuni nomi che dall’insediamento del governo hanno chiesto di essere ricevuti dal premier senza ottenere risposta.
E meglio non toccare l’argomento con qualche ministro, ancora provato dal black out di comunicazione durante il viaggio di Stato del premier in Cina.
Prima del risultato elettorale i più benevoli definivano la gens renziana “disinvolta”. Una questione di mera forma, ma a volte forma e sostanza si toccano.
Per esempio, chi ha visto Renzi alla prima riunione del Cipe, l’organismo che dà il via libera alle Opere pubbliche, presieduto per legge dal premier?
Ora dopo il clamoroso 40 per cento tutti tremano. E nessuno sa niente.Tanto è tutto sull’i-phone di Matteo. Il premier accumula deleghe che in altri tempi avrebbero richiesto una pletora di ministri, con portafoglio o senza.
L’antidroga? Ci pensa lui. La protezione civile? Sotto la sua ala. Le Pari Opportunità ? Pure. Il dipartimento di politiche economiche? Ancora lui.
E visto che resta qualche minuto libero, perchè non occuparsi perfino della Commissione per le adozioni internazionali?
Senza dimenticare la questione dell’edilizia scolastica per cui Renzi lancia proposte, parla in continuazione, il suo pallino.
«Buongiorno, buongiorno, lavorate, lavorate», passa come un furetto nel primo piano della presidenza, «spargendo idee che nessuno raccoglie, per effettiva mancanza di una squadra», racconta uno degli inquilini di Palazzo.
Intorno a Renzi si raccoglie uno staff sparuto e eterogeneo che lo segue ovunque, anche all’estero. Un ambasciatore, uno spin doctor-blogger, una capa del cerimoniale, tallonati dai soliti due fotografi.
Il consigliere diplomatico Armando Varricchio, l’unico miracolato da un decreto di nomina. Si racconta che il mancato invito al premier alla cerimonia in Normandia per l’anniversario dello sbarco abbia provocato un certo cattivo umore tra Palazzo Chigi e la Farnesina.
Alla fine per placare gli animi esacerbati, il capro espiatorio è stato individuato in Franà§ois Hollande, è lui il colpevole che ha mandato la lettera al presidente Napolitano escludendo di fatto il traballante premier Enrico Letta.
A calmierare la vis verbale di Renzi c’è il portasilenzi Filippo Sensi, un fantasma per l’organigramma di Palazzo Chigi, in attesa di perdere prima o poi lo status di clandestino, tanto che ancora risulta capo ufficio stampa del Pd.
Figura indispensabile del mini staff è Ilva Sapora, direttore del dipartimento Cerimoniale di Palazzo Renzi e quindi responsabile dell’etichetta di un premier incontrollabile.
Finora l’unica nomina di peso che porta il “brand” renziano è Antonella Manzione.
Ex capo dei vigili urbani di Firenze, e ci mancherebbe, è approdata alla guida dello strategico dipartimento degli Affari legislativi, dopo un conflitto con la Corte dei Conti e lo svenimento di mezzo Palazzo Spada.
Il primo schiaffo all’odiata stirpe dei consiglieri di Stato colpevoli di aver trasformato i governi in una “palude” piuttosto che in un centro decisionale. È la vigilessa a smistare il traffico nell’intasato pre-consiglio dei ministri e a fare da battistrada per le scelte più recenti all’Agenzia delle Entrate, alla Consob.
Al di là di competenze e titoli, il primo dei requisiti per salire di grado nell’era renziana è l’estraneità alla Capitale e alle sue cordate.
Via libera a Anna Genovese nel board dell’organismo di controllo della Borsa e a Rossella Orlandi, nostra signora delle tasse che ha sostituito il potente Attilio Befera.
E il Palazzo? Si vive sospesi, nell’attesa delle prossime nomine.
Prima il verbo era distribuire e accumulare, incarichi, posizioni, indennità , ora è tenere tutti sulla corda. Il premier faceva così da sindaco, con i suoi assessori e collaboratori.
A Chigi e dintorni le alte burocrazie non si sentono riconosciute e neppure legittimate, in apparenza nessuno è stato ancora toccato, ma in realtà nessuno ha un ruolo preciso, un sentimento comune della casta è la frustrazione e l’immobilismo.
«Cosa ha in testa il premier?», chiedono, e soprattutto: «Quando lo metterà in pratica?». Lo spettacolo è la metafora del fortino, capovolta, però: assediato non dai nemici ma dai questuanti. È sempre stato così, ma questa volta la porta resta chiusa.
Forse per questo, in tre mesi, Renzi non è uscito se non per le visite ufficiali, per prendersi un caffè democratico con scorta o per comprarsi un pacco di libri nella galleria di fronte al palazzo.
Giornate da recluso dorato, pizza al taglio e potere, «si muove tra il primo e il terzo piano», raccontano, non precisamente una vita spericolata. Non lavora all’epurazione ma a una mutazione. All’invasione degli ultra-Renzi.
Già , adesso tutti si dicono renziani. Nei ministeri sono molti di più del quaranta per cento, diciamo l’unanimità . Ma ormai non basta dichiararsi renziani, se tutti lo sono è più vantaggioso differenziarsi.
Sarà per questo che al vertice del governo cominciano i distinguo, le prime rivalità . Spuntano i renziani di rito Delrio, fedeli al sottosegretario.
Ma anche i renziani di rito Lotti inteso come Luca, l’altro sottosegretario, 32 anni il 20 giugno, negli ultimi tempi si è allargato, non più un compagno di calcetto bensì un asso pigliatutto: editoria, comunicazione, anniversari, centenari, la segreteria del Cipe. E il raccordo con i servizi.
Due riti agli antipodi. Ortodosso Delrio, dossettiano, quasi di clausura, pochissimi convegni e fuga in treno a Reggio Emilia il venerdì sera.
Disinvolto Lotti, privo di pregiudizi, sa quando lasciare filtrare quel che serve alla Causa, quella di Renzi, e anche la sua.
Allo scoperto sul caso Orsoni («non è del Pd», scomunicò l’ex sindaco di Venezia arrestato), sui dissidenti («Mineo è un traditore»), sulla Rai è lui il referente del governo per la riforma della tivù pubblica.
È destino che il rito emiliano e quello toscano si sovrappongano.
L’argomento è all’ordine del giorno e ruota intorno al ruolo del segretario generale Bonaretti. Lui è uomo di Delrio. Come la sua vice Marcella Castronovo, ex direttore del Personale dell’Anci, associazione dei comuni italiani in cui l’ex sindaco di Reggio Emilia è di casa.
Peccato che il secondo vice, Raffaele Tiscar abbia un profilo opposto. Ciellino, seguace di Don Giussani, in forza alla Regione Lombardia in epoca Formigoni e soprattutto toscano.
Il culto renziano ha come dogma la suprema riservatezza. E infatti chi ha la fortuna di solcare le stanze del primo piano, quella di Delrio è la stessa da cui governò Prodi, quella di Lotti invece è attaccata al sontuoso ufficio di Renzi, nota immediatamente l’assenza di carte, documenti e appunti scritti.
Un’altra astuzia perchè nulla trapeli e nessuno sappia niente. E infatti nulla si sa più della struttura messa in piedi dal governo Letta per il semestre di presidenza europea dell’Italia. Il team era a Palazzo Chigi alle dirette dipendenze del premier che lo portava in palmo di mano. Con Renzi, tutti confermati, per carità , ma traslocati nel palazzo di fronte, dove alloggia il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi, orfani di contatto e soprattutto di input. Tanto, a fare l’agenda del semestre di Renzi ci pensa Renzi.
Stessa sorte per Carlo Cottarelli commissario dei tagli e dei risparmi acclamato come il Messia della spending review.
Nessuno l’ha ridimensionato, è stato confermato con tutti i crismi, ma è come se fosse svanito.
Grande afflato, invece, per Maurizio Martina, il ministro dell’Agricoltura, caratterialmente un giovane vecchio, compassato e misurato, prudente, con la ricca delega all’Expo. Poi c’è il ministro della Salute Beatrice Lorenzin così in sintonia da provocare voci spericolate sulla sua ambizione di passare dall’Ncd al Pd.
Mentre il segno dei tempi è il via vai del ministro dell’Economia, da sempre un contropotere rispetto al capo del governo. Tocca a Pier Carlo Padoan spostarsi con la sua montagna di carte e di collaboratori dal dicastero di via XX settembre a Palazzo Renzi.
I giornali ipotizzano scontri e divergenze ma in realtà dal decreto sugli ottanta euro in poi i ruoli sono chiari. Il premier fissa l’obiettivo politico da raggiungere a tutti i costi, Padoan si arrangi a trovare le coperture.
L’unico palazzo che resiste allo svuotamento renziano resta il Quirinale.
Dopo i governi Monti e Letta, mai c’è stata tanta attenzione ai documenti che arrivano dai ministeri ai consiglieri giuridici della presidenza della Repubblica.
Le correzioni si sono pesantemente abbattute sulla riforma della pubblica amministrazione firmata dal ministro Marianna Madia.
Sul semestre i ministri si sono presentati dal Capo dello Stato per illustrare un faldone sulla road map europea.
Lì, sul Colle più alto, il potere è condiviso, tra Napolitano e il premier.
E la rivoluzione renziana dovrà ancora aspettare.
Damilano e Pardo
(da “L’Espresso”)
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Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER TROVA L’ACCORDO SUL SENATO NON ELETTIVO E ADDIO AL CNEL… L’INCONTRO DI MERCOLEDàŒ CON IL MOVIMENTO PERDE DI SOSTANZA
L’incontro che incuriosisce tutti andrà in scena mercoledì prossimo, alla Camera.
Ma il confronto in streaming tra Cinque Stelle e Pd pare già ridotto a incombenza burocratica, perchè il rottamatore ha (quasi) chiuso la partita sulle riforme.
Accordo fatto con Fi e Lega, e strada spianata al nuovo Senato non elettivo di cento membri, all’abolizione del Cnel, alla corsia preferenziale per i ddl del governo. Insomma, al bicameralismo imperfetto e a un esecutivo più forte.
Questo prevedono i 20 emendamenti al ddl del governo su Senato e Regioni, a firma di Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, depositati ieri in commissione Affari Costituzionali a palazzo Madama.
“Un ottimo punto di arrivo” celebra Renzi.
Proprio nel giorno in cui 5 Stelle e Democratici fissano per mercoledì l’incontro su legge elettorale e sulle riforme. Il premier aveva chiesto per lettera all’M5S se preferiva incontrare il governo o il Pd.
E ieri il blog di Grillo ha risposto così: “Ringraziamo Renzi per l’invito. All’incontro del 25 giugno parteciperà una delegazione del Movimento composta dai capogruppo di Camera e Senato , Giuseppe Brescia e Maurizio Buccarella, e dai deputati Danilo Toninelli e Luigi Di Maio (quella già annunciata, ndr).Vorremmo confrontarci con il Pd come forza parlamentare”.
Renzi ha preso atto. Stando a quanto filtra, i Dem decideranno la delegazione martedì. Soprattutto, resta da capire se il segretario Pd ci sarà .
Nell’attesa il colpo lo ha piazzato proprio lui, con gli emendamenti al ddl sul Senato. Perchè ha tenuto il patto del Nazareno con B. E ha funzionato l’accordo con la Lega. Così, ecco il nuovo Senato dei 100: 74 eletti dai consigli regionali e dai consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano, 21 tra i sindaci, 5 dal capo dello Stato.
Il mandato dei senatori coincide con la durata degli enti locali (quelli nominati dal Quirinale restano in carica 7 anni).
Da qui, si passa al bicameralismo imperfetto, nel quale solo Montecitorio potrà fare le leggi.
Nel dettaglio: “Il Senato rappresenta le istituzioni territoriali. Concorre, nei casi e secondo le modalità stabilite dalla Costituzione, alla funzione legislativa ed esercita la funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”.
Il parere di palazzo Madama è obbligatorio “sulle leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di referendum popolare, per quelle che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea”.
Mantenuta l’immunità per i senatori.
Gli emendamenti danno più potere al governo. L’esecutivo può chiedere alla Camera che un ddl “essenziale” sia sottoposto al voto entro 60 giorni “o anche meno”. Decorso il termine, il testo viene votato senza modifiche.
Comuni, città metropolitane e Regioni possono indebitarsi “solo per spese di investimento. Esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti contratti”.
Eliminata la legislazione concorrente tra Regioni e Stato. Finocchiaro: “Credo che si possa votare in aula entro luglio”.
Chissà ora come si potrà svolgere l’incontro M5S-Pd. Maria Elena Boschi (ri)mette paletti: “Non si ricomincia da capo”.
Ossia la base del confronto sulla legge elettorale rimane l’Italicum renziano, maggioritario. Distante dal Democratellum proporzionale dell’M5S.
Anche se la Boschi apre uno spiraglio sulle liste bloccate: “Siamo disposti a rivederle, a patto che Fi sia d’accordo”.
Tirate le somme, si potrebbe discutere su preferenze, soglie di sbarramento e seggi per il primo partito. Roberta Lombardi: “La Boschi mette le mani avanti sull’incontro con noi, ma le ricordo che nessuno ha la verità in tasca”.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile
ARCHIVIAZIONE PER ROSY: “HA DIMOSTRATO DI NON AVER SOTTRATTO NULLA”, MA NELLA LEGA FU COSTRETTA A DIMETTERSI PER GIOCHI INTERNI
Rosy Mauro non ha rubato nulla. 
Se ne sono convinti gli stessi magistrati della procura di Milano, che hanno deciso di chiedere l’archiviazione di tutte le accuse che erano state formulate contro la storica esponente leghista, vicepresidente del Senato fino al 2013, poi non ricandidata dai nuovi vertici del partito, ora guidato da Matteo Salvini e Roberto Maroni.
Nel 2012, quando esplose lo scandalo dei finanziamenti pubblici sottratti dall’allora tesoriere leghista Francesco Belsito, la parlamentare fedelissima di Umberto Bossi fu bersagliata di accuse e insulti provenienti anche da suoi rivali interni alla Lega.
Rosy Mauro protestò subito di non aver «mai rubato nulla» e di sentirsi vittima di una manovra diretta a «distruggerla politicamente» strumentalizzando le indagini giudiziarie.
Dopo aver accertato la falsità delle insinuazioni più infamanti, come quella di aver comprato diamanti con i soldi del partito, gli stessi pm milanesi, già nel novembre scorso, avevano chiesto l’archiviazione dell’accusa principale: i fondi della Lega materialmente ricevuti da Rosy Mauro fino al 2011, hanno concluso i magistrati, erano stati destinati al “Sindacato padano” (Sinpa), da lei fondato e gestito; quindi si trattava di finanziamenti utilizzati nell’interesse di un’associazione sindacale effettivamente collegata al partito, senza alcun arricchimento personale.
Nell’avviso di conclusione delle indagini, notificato pochi mesi fa, Rosy Mauro restava però ancora indagata per accrediti minori, per un totale di 99 mila euro.
A quel punto l’ex senatrice si è presentata in procura con nuovi documenti, per dimostrare che si trattava in realtà di rimborsi legittimi o di operazioni a cui era rimasta estranea.
E ora i magistrati, esaminati i nuovi atti, si sono convinti che aveva ragione.
Dunque, la stessa Procura chiederà l’archiviazione totale anche di queste ultime accuse.
Esaurita così anche questa fase delle indagini difensive, ora la Procura si prepara a chiudere l’inchiesta presentando una richiesta di rinvio a giudizio per gli altri imputati, tra cui spiccano Francesco Belsito, accusato di sottratto due milioni e 401 mila euro, Umberto Bossi, indagato come beneficiario di altri 208 mila euro usciti dalle casse della Lega e destinati a sue spese personali (come le ristrutturazioni di due “case del capo” a Roma e in provincia di Varese), e i suoi figli Riccardo (157 mila) e Renzo (145 mila), ex consigliere regionale della Lega lombarda, che secondo l’accusa spese 77 mila euro, prelevati sempre dai rimborsi elettorali destinati al partito, per comprarsi una laurea in Albania, all’università privata Kristal di Tirana.
Paolo Biondani
(da “L’Espresso”)
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Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile
LO SCORPIONE PUNGE A MORTE ANCHE LA RANA CHE LO STA TRAGHETTANDO SULL’ALTRA SPONDA DEL FIUME, FINENDO LUI STESSO ANNEGATO
Che cosa annebbia Berlusconi, facendogli smarrire anche la tradizionale unica bussola del suo personale interesse?
Cosa può ottunderlo al punto di perdere ogni freno come nell’aula del tribunale di Napoli, quando da mero testimone, ha direttamente offeso il collegio giudicante e la magistratura tutta?
In un colpo solo rischiando nuova incriminazione, la revoca o l’irrigidimento dei servizi sociali, apparire sfrontato e patetico persino ai suoi residui sostenitori ed infine rischiando di travolgere il pur disperato ma lucido disegno che sta portando avanti cercando il sempre anelato salvacondotto.
A far vedere rosso all’ex Cavaliere non è certo il fantasma di un comunismo che lui è il primo a sapere inesistente.
E nemmeno è il consueto braccio di ferro con la magistratura che oggi ha tutto l’interesse a tenere quanto meno sotto traccia.
No, a farlo andare in bestia, sino ad accecarlo letteralmente, è la più banale ma insieme fondamentale regola degli Stati di diritto dove «ogni cittadino è uguale davanti alla legge».
È infatti semplicemente questo che gli si è materializzato davanti quando da testimone aveva ritenuto di poter formulare una sua valutazione sull’opportunità dei quesiti.
Ora, come sanno anche le pietre, non solo la testimonianza è un dovere civico ma il teste in ogni giudizio deve rispondere alle domande e non dovrebbe nemmeno conoscere il perchè gliele pongano, tanto meno le ragioni proprie di quel processo.
Ed invece Berlusconi ha preteso di eccepire ai giudici una sua valutazione, ed allora la Presidente del collegio gli ha semplicemente ricordato che come ogni testimone, lui doveva solo rispondere.
In quel momento almeno, era tal quale le migliaia di cittadini italiani che ogni giorno prestano testimonianza nelle aule di giustizia.
È stato quindi davanti a questa assoluta banalità , che non ci ha visto più.
Perchè è in lui l’istinto più sincero, forte e radicato quello di sentirsi autenticamente legibus solutus.
Verrebbe voglia quasi di comprenderlo perchè è davvero la sua natura. Sino al cupio dissolvi. Come lo scorpione punge a morte anche la rana che lo sta traghettando sull’altra sponda del fiume, finendo lui stesso annegato.
E non a caso Berlusconi è sbottato non contro i giudici ma contro la funzione stessa della giurisdizione che al fondo in un paese democratico e al netto di ogni disservizio e di abusi che pure non mancano, esiste solo perchè «la legge è uguale per tutti», come non a caso è scolpito in ogni aula di tribunale.
Vi è nel Cavaliere un radicale, autentico, sincero rifiuto del sistema istituzionale.
Una antistatualità verace e viscerale, con la fiera e persino ostentata rivendicazione di una pretesa di privilegio, talmente sentita da travolgere anche l’unica bussola dell’interesse personale che in questi vent’anni Berlusconi ha abilmente seguito e che pure in questa fase ne guida l’azione.
Che però diventa impresa impossibile con scivoloni come quello di Napoli che non solo rischiano di aprirgli le porte degli arresti ma soprattutto lo marginalizzano ulteriormente, quando una vita basata su quell’istinto gli presenta ogni giorno il conto nei tribunali di mezza Italia.
E pure, proprio per questo, ogni mossa dell’ex Cavaliere è anche in queste ore funzionale all’agognato salvacondotto.
A partire dal ruolo di riformatore volto a rendere quanto più possibile stridente quello di recidivo e condannato, sino alla scelta del prossimo Capo dello Stato.
La grazia o l’indulto sono quindi gli ambiziosi quanto difficili traguardi.
Ed è vitale mantenere agibilità politica, continuare a recitare un ruolo al tavolo delle riforme, dimostrarsi pienamente inserito nelle istituzioni.
Però, svarioni come quello di Napoli rischiano di mandare tutto per aria.
Rendendo inutile ogni sforzo suo e di quanti lui spera gli vogliano dare sponda. Ma, come sembra dire lo scorpione affogando, dopo aver ucciso la sua scialuppa, «alla natura non si comanda».
Gianluigi Pellegrino
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Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile
“QUESTI VOGLIONO FERMI REVOCARE I SERVIZI SOCIALI E SPEDIRMI IN CARCERE”
“Altro che grazia, questi vogliono farmi revocare i servizi sociali e spedirmi in
carcere”. Un Berlusconi furioso rientra ad Arcore dopo la mattinata passata con i malati di Alzheimer mentre fioccano pessime notizie dagli uffici giudiziari di Milano e Napoli.
Si sente ferito e umiliato. Impedito anche di parlare, «quando ci vuole ci vuole, mi hanno provocato» ripete con i pochi fedelissimi che ammette a tiro di voce e di parola. Si riferisce allo sfogo avuto giovedì a Napoli, in aula come testimone, con il presidente Giovanna Ceppaluni.
«Hanno insistito per farmi testimoniare a tutti i costi mentre io sono imputato in un procedimento connesso, mi hanno fatto aspettare un’ora e mezzo in una stanzina, mi hanno tempestato di domande per oltre un’ora e hanno anche fatto ascoltare quelle intercettazioni che non erano ammissibili…».
Uno sfogo lunghissimo, amaro, sconfortato, perchè «non si tratta così un ex premier che sta collaborando in modo serio e responsabile al percorso delle riforme».
Ecco, già , le riforme. L’argomento in sè, nei suoi dettagli, non ha mai appassionato Berlusconi che pure ne ha sempre rivendicato la necessità e l’urgenza per dare una svolta al Paese.
Ma cosa succederebbe se Berlusconi dovesse decidere di sfilarsi dal patto con Renzi e il Pd?
Ipotesi del terzo tipo che tra una botta d’ira, un moto di rabbia e silenzi di depressione s’affaccia però qua e là .
Certo, la disponibilità di Grillo apre a maggioranze variabili e potrebbe rendere la collaborazione di Forza Italia non più indispensabile e quindi costringere Berlusconi a restare in qualche modo a quel tavolo.
In ogni caso questo uno-due giudiziario non ci voleva proprio. E complica le cose. Il professor Coppi e il fedelissimo Ghedini passano le giornate a tranquillizzare l’illustre cliente.
C’è molta attesa per lunedì quando la procura di Napoli ascolterà la trascrizione dell’udienza e deciderà se aprire un fascicolo per oltraggio (art.342 cp) e trasmettere la segnalazione all’Uepe, l’ufficio che deve valutare il suo percorso di affidato ai servizi sociali.
Si ragiona sul confine sottile che tra i divieti c’è quello di non aggredire singoli magistrati con ingiurie e offese.
E che in questo caso Berlusconi, che si sente un perseguitato della giustizia, ha espresso il suo giudizio generale sulla magistratura. «Aggiungendo anche che rispetta le istituzioni».
Gli spiegano che il verdetto dell’Appello Ruby così ravvicinato (18 luglio) non è nè un bene nè un male.
«È un percorso normale», nessuna persecuzione. Certo non sarebbe male allungare il voto in aula al Senato sulle riforme fino al 18. Perchè, ed è veramente l’ultima speranza per Berlusconi, gli avvocati sono «sommessamente» convinti di poter avere quel giorno una bella sorpresa. Non grazie ad una carta segreta. O una legge ad personam. Ma in nome del diritto.
L’ex Cavaliere non s’illude. Gli avvocati però gli hanno spiegato con calma e pazienza cosa hanno scritto a metà marzo le Sezioni Unite della Cassazione, massimo organo giurisdizionale.
Giudicando su una storie di presunte mazzette promesse in Puglia, gli ermellini si sono per la prima volta pronunciati sull’applicazione della legge Severino che ha distinto tra il reato di concussione (12 anni) e quello di induzione indebita a dare o promettere altre utilità (8 anni).
Berlusconi, nel processo Ruby, è stato condannato per concussione (la procura aveva contestato la induzione indebita).
Ma secondo i principi fissati dalle Sezioni Unite, potrebbe essere difficile ravvisare la concussione nelle telefonate di Berlusconi visto che «non c’è stata minaccia seria» nei confronti dei poliziotti (le Sezioni Unite parlano di «concusso con le spalle al muro»). E non ci sono stati neppure «indebiti vantaggi» per quegli stessi poliziotti.
Ecco, si tratta di vedere come la Corte d’Appello vorrà tener di conto di questa sentenza.
Potrebbe derivarne, ad esempio, una condanna più leggera.
Non un granchè per tenere buono Berlusconi. Ma in fondo si tratta di aspettare il 18 luglio.
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