Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO DELLA LEGA E’ FUORI DAL DIRITTO COMUNITARIO E NON HA PRECEDENTI IN EUROPA, IL SOLITO SPOT PATACCA
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi invita alla calma: “Una tempesta in un bicchier d’acqua, lo correggiamo al Senato”.
Più deciso il ministro della Giustizia Andrea Orlando: “E’ un pasticcio che va subito corretto”.
Ma a Palazzo Madama resterà il problema del voto segreto, che è stata la base del capitombolo della maggioranza su una questione delicatissima.
Resta, peraltro, il fatto che una norma del genere non esiste in nessun Paese dell’Europa occidentale: ovunque a pagare è lo Stato, che si può rivalere poi sul magistrato — a seconda delle circostanze — per casi di dolo intenzionale o magari dopo un’ulteriore decisione di un tribunale speciale.
Ok di Montecitorio: almeno 34 franchi tiratori Pd
La maggioranza e il governo sono stati battuti di 7 voti: 187 a 180.
Decisiva l’astensione del Movimento Cinque Stelle e di Sel, in tutto 65 deputati. Ma ancora più determinante è stato quello di decine di deputati del Pd
Norma senza eguali in Europa
Tutto questo senza che nessuno ricordi che la responsabilità civile dei magistrati in Italia esiste già : paga lo Stato che agisce attraverso i pm e i giudici.
Infatti l’M5s precisa con Andrea Colletti che “non siamo per l’ampliamento della responsabilità diretta, ma per un ampliamento di quella attuale”.
Insomma, vanno allargate le maglie, bisogna prevedere più casi.
Comunque la si veda la norma introdotta alla Camera con l’emendamento della Lega non ha eguali in Europa e è fuori dal diritto comunitario.
Come ricostruito alcuni mesi fa da Polisblog, in Francia il cittadino può rivalersi sullo Stato, ma lo Stato, se condannato, può a sua volta rivalersi sul giudice in caso di “mancanza intenzionale particolarmente grave”.
Situazione simile in Belgio e Portogallo, con lo Stato che può rivalersi sul giudice solo in caso di dolo intenzionale.
In Olanda la responsabilità è unicamente dello Stato che non può rivalersi sul giudice. In Spagna Stato e giudice possono essere chiamati in solido a rispondere civilmente dei danni causati, ma solo dopo che un tribunale apposito abbia stabilito che vi sia stato dolo o colpa grave.
In Germania, come a tutt’oggi in Italia, la responsabilità civile è unicamente dello Stato.
Fa eccezione l’Inghilterra che stabilisce “l’immunità giudiziaria”: i magistrati non devono rispondere di nessun atto sottoscritto nell’esercizio delle proprie funzioni.
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
ANCORA ATTACCHI SUL BLOG: “LE MANCATE PROMESSE DEL SINDACO DI PARMA”…E SI FANNO VERIFICHE LEGALI PER L’ESPULSIONE…LUI: “C’E’ CHI VERSA FIUMI DI BILE”
Non ha fine la lotta tra Pizzarotti e Grillo. O forse sì. 
Se infatti da un lato Grillo e Casaleggio continuano a lanciare frecciate all’indirizzo del sindaco di Parma, lui, ospite di Otto e mezzo, spiega: «Non penso che sarò espulso, la nostra amministrazione è in linea con il M5S, sono i media che cercano di montare un caso fra me e Beppe, io e lui ci siamo parlati e gli obiettivi sono più importanti dei battibecchi».
Il leader dei fuoriusciti
Secondo i beninformati però le cose non stanno affatto così. Non solo la telefonata tra Grillo e Pizzarotti non ha portato pace. Ma, anzi, alla Casaleggio Associati sono partite le verifiche legali per capire come regolarsi nei confronti di un sindaco che ormai non viene più considerato un “Cinque Stelle”, con il temutissimo avvocato Montefusco, quello che preparò le espulsioni di Giovanni Favia e Federica Salsi, di nuovo in campo.
La procedura però non può essere la stessa usata per i parlamentari. A livello locale infatti vengono create delle liste autonome che partono dai MeetUp e che poi eleggono i loro rappresentati.
E questo comporta iter legali diversi, in quanto va revocato l’uso del simbolo.
A non andare giù a Milano anche i risultati ottenuti a Parma dal M5S (19%). Un dato messo in evidenza sul blog sottolineando la mancanza di crescita del consenso della città ducale all’indomani del risultato delle europee.
Poi, un nuovo attacco sul blog firmato da Massimo Bugani, consigliere bolognese, fedelissimo di Grillo. Titolo: «Le mancate promesse di Pizzarotti».
Poi, un testo che non lascia spazio a interpretazioni: «Non mi piace chi fa il furbo e soprattutto non mi piace chi fa il furbo nel M5S», attacca.
E ancora: «Pizzarotti disse che avrebbe fatto un referendum se non fosse riuscito a bloccare l’inceneritore. Quindi va al dunque e affronta la questione della leadership del M5S: «Sentire poi che oggi, in risposta alla domanda “lei sarà il leader dei fuoriusciti?” – scrive Bugani – invece che dire “No, non ci penso nemmeno”, è stato detto “ho già molti impegni e il prossimo anno sarò anche presidente della Provincia” è roba da fare accapponare la pelle, almeno la mia».
«Solo chi ama essere ambiguo, non riesce mai ad essere chiaro», conclude il consigliere comunale di Bologna.
E sempre nella logica dei post e contro post, Pizzarotti replica su Facebook parlando di «bile e cattiverie». Il tutto mentre nei commenti gli attivisti si schierano con il sindaco supplicando Grillo di non fomentare guerre intestine, con gli stessi parlamentari ed esponenti che faticano a condividere la linea dura.
Numeri alla mano
Il nodo Pizzarotti però rimane lì, che piaccia o meno ai fautori della linea democratica. Se infatti da un lato alla Casaleggio associati si lavora per capire come fare a risolvere “la questione Pizzarotti”, c’è la convinzione che il sindaco di Parma stia tramando nell’ombra per diventare il leader dei dissidenti grillini e per dare vita a nuova formazione politica.
Un’ipotesi che alla luce delle dichiarazioni fatte non suona del tutto campata per aria. E che vede Pizzarotti alla prese con una fronda di esponenti del Movimento a Parma che nei giorni scorsi hanno creato una lista alternativa sotto il nome di Amici di Beppe Grillo per dimostrare il loro dissenso nei confronti della Giunta.
Ma soprattutto, a far infuriare Casaleggio e Grillo, sono i risultati numerici.
Quelli delle elezioni europee, si diceva. E quelli delle nuove iscrizioni di attivisti, considerati troppo bassi rispetto al resto dell’Emilia Romagna.
Capitan Pizza, insomma, ( questo il soprannome affibbiatogli sul blog) non sta portando acqua al mulino dei Cinque Stelle. E sta mettendosi troppo in mostra tra televisioni, ospitate e dichiarazioni politiche su questioni che non gli competono (leggi il metodo di selezione dei candidati alle europee).
Altro nodo cruciale, quello dell’inceneritore. Ed è proprio sull’accensione del termovalorizzatore di Ugozzolo che Grillo e Casaleggio potrebbero decidere di puntare per chiedere una verifica del mandato di Pizzarotti, “reo” secondo i vertici del M5S, di non essersi opposto all’avvio dell’impianto, dopo aver promesso il contrario in campagna elettorale.
Gli appigli per Grillo e Casaleggio dunque ci sono tutti. Ma tra i parlamentari e la base serpeggia agitazione.
C’è il timore infatti che questa diatriba non giovi per nulla al Movimento Cinque Stelle e distolga l’attenzione sulle tante questioni delicate in ballo, Europa in testa.
Marta Serafini
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
CONTINUA LA GUERRA FREDDA CON FITTO MENTRE BERLUSCONI STA PENSANDO A UN GOVERNO DI LARGHE INTESE CON RENZI
«Preparatelo pure con calma, l’aereo. Tanto. Tanto dobbiamo essere a Roma nel tardo pomeriggio. All’ufficio di presidenza non ci vado».
Come sminare la prima delle insidie disseminate nel percorso post-elettorale di Forza Italia con la semplice correzione di un «piano di volo».
Così ieri, di buon mattino, Silvio Berlusconi ha deciso di disertare la doppia riunione degli uffici di presidenza del Pdl e di Forza Italia che rischiavano di trasformarsi nel primo, vero, confronto con l’ala che fa capo a Raffaele Fitto.
«Non gli darò nè questa nè altre soddisfazioni», ha ripetuto l’ex Cavaliere ai fedelissimi.
Perchè, è la sua subordinata, «se evitiamo di polemizzare con loro, gli togliamo la visibilità immeritata che stanno avendo in questi giorni».
Più che giocato su campo di battaglia, il confronto tra le due anime di Forza Italia si sta trasformando in una guerra fredda.
«Andrò fino in fondo», ripete il neo-europarlamentare pugliese intervenendo alla trasmissione Agorà .
Esclude tanto la «scissione» quanto «qualsiasi tipo di spaccatura», Fitto. Ma, aggiunge, «chiedo e sono convinto che sia Berlusconi a dover aprire la seconda fase del partito».
L’ordine di scuderia che arriva da Arcore è «non replicare».
C’è giusto una dichiarazione ribadita da Giovanni Toti, che sottolinea che «in Forza Italia non ci sono nè fittiani nè totiani ma solo berlusconiani».
Il resto, e cioè il summit sui rendiconti, fila via come una formalità .
Venti minuti in tutto. Denis Verdini legge le cifre (il disavanzo sarebbe salito da 67 a 83 milioni), Ignazio Abrignani stende il verbale, la plenipotenziaria Maria Rosaria Rossi firma e Fitto passa giusto per qualche minuto, saluta e se ne va.
La strategia del silenzio ha una sua giustificazione.
Perchè, che abbiano ragione o torto, Berlusconi e quelli della sua cerchia ristretta sono convinti che «se non diamo spago alla corrente di Fitto, quelli alla fine si spaccheranno». Non solo.
Ad Arcore sono convinti che «alla manifestazione di Napoli, convocata per venerdì (sempre più probabile la presenza di Francesca Pascale, con Berlusconi collegato al telefono, ndr), alla fine si farà vedere anche Raffaele».
Lui, Fitto, giura che non sarà così. Che l’annullamento della sua kermesse basta e avanza come segnale di distensione.
E che «alla manifestazione organizzata da Toti non andrò». Eppure, che si tratti di un gioco delle parti o di una prima crepa all’interno della fronda, sulla partecipazione all’evento di venerdì 13 Mara Carfagna ha un approccio tutto suo.
«A parte che questa storia della corrente la stanno enfatizzando un po’ troppo, almeno per quello che mi riguarda», è la premessa dell’ex ministro delle Pari Opportunità . Poi, sulla manifestazione, Carfagna sfodera un pensiero diverso da quello di Fitto. «Ho un viaggio all’estero programmato da molto tempo», scandisce. «Però sto facendo di tutto per provare a rinviarlo. E per essere presente alla manifestazione di Napoli…».
Ma non c’è soltanto il venerdì 13 nell’orizzonte di Berlusconi.
L’ex Cavaliere, in vista dell’incontro con Renzi, vuole presentarsi con un partito a ranghi compatti. «Possiamo trovare un accordo complessivo sulle riforme», ha spiegato ai suoi.
E, guarda caso, poche ore dopo quelle stesse parole sono state dette in pubblico dal ministro Maria Elena Boschi.
Segno che, sull’altro piatto della bilancia, c’è l’addio all’Italicum.
A cui il Mattinale, house organ del gruppo forzista alla Camera, aggiunge una suggestione.
Che viene chiamata «governo di salute pubblica». Ma che altro non sarebbe che l’ipotesi – per il momento astratta — di un nuovo round di «larghe intese».
Un sogno che l’ex Cavaliere sarebbe tentato di accarezzare.
Sempre di più.
Tommaso Labate
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
INDAGATO PER CORRUZIONE IL GENERALE BARDI, NUMERO DUE DELLA G.D.F.
Tangenti in cambio di verifiche fiscali addomesticate. Finiscono in carcere l’attuale
comandante provinciale della Finanza di Livorno, colonnello Fabio Massimo Mendella e il commercialista napoletano Pietro De Riu.
I pm Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock ipotizzano per entrambi il reato di concorso in concussione per induzione e di rivelazione del segreto d’ufficio.
Per l’accusa, l’importo delle dazioni di denaro e di varie utilità incassate dagli indagati ammonta , in totale, ad un milione di euro.
Somme che, è scritto in una nota della Procura di Napoli, sarebbero state “asseritamente richieste ed incassate da De Riu per conto di Mendella”.
I fatti, stando alle indagini condotte dalla Digos napoletana con la direzione centrale della polizia criminale e dai finanzieri del Comando provinciale partenopeo e della Tributaria di Roma, si riferiscono a rapporti intercorsi negli anni tra il 2006 e il 2012, quando Mendella era responsabile del settore Verifiche al comando provinciale di Napoli, e successivamente trasferito a Roma.
A beneficiare dei presunti favori della Finanza sarebbero stati due fratelli imprenditori napoletani della società Gotha.
Secondo la tesi accusatoria, il legame tra quel colonnello e quella società , saldata attraverso l’opera del commercialista, era così forte che quando il colonnello fu trasferito nella capitale, anche la Gotha cambiò sede, pur di continuare ad usufruire di quei vantaggi illeciti.
Nell’ambito dell’inchiesta sono stati perquisiti gli uffici del comandante in seconda della Guardia di Finanza, generale Vito Bardi, che risulterebbe indagato per corruzione in vicende collaterali.
Il generale di corpo d’armata, in pratica il numero due del corpo, è subentrato al generale Emilio Spaziante che è andato in pensione ed è stato arrestato con l’accusa corruzione nell’ambito della maxi inchiesta sulle tangenti del Mose.
Bardi, 63 anni, è originario di Potenza. Ha ricoperto, tra l’altro, l’incarico di comandante interregionale dell’Italia meridionale.
Il procuratore capo di Napoli, Giovanni Colangelo, dopo una lunga telefonata con il comandante generale della Guardia di Finanza, Saverio Capolupo, tiene a ribadire: “Confermiamo l’assoluta fiducia nel lavoro della Guardia di Finanza, ovviamente a partire dai suoi vertici, tanto che abbiamo affidato congiuntamente ad essa e alla Digos l’esecuzione delle misure, e l’attività integrativa continua ad essere svolta dalle Fiamme Gialle insieme all’ufficio della Digos”.
(da “la Repubblica“)
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
GLI AMICI DI BELSITO E COSENTINO INASPRISCONO LE PENE AI GIUDICI, NON AI DELINQUENTI…E I CINQUESTELLE FANNO DA BASISTI
E’ un «segnale molto grave» l’approvazione alla Camera della norma che introduce la responsabilità civile diretta dei magistrati.
Una norma «clamorosa, che presenta evidenti profili di incostituzionalità ».
Approvata, peraltro, proprio in un momento in cui «la magistratura è impegnata nel contrasto alla corruzione, come dimostrano le cronache recenti».
Reagisce cosi’ il presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, alla notizia del via libera alla Camera dell’emendamento proposto dall’opposizione e su cui maggioranza e governo sono stati battuti.
«Voglio ben sperare che il Senato non approvi la norma – dice il leader del sindacato delle toghe – ma già è un segnale molto grave che, proprio in questo momento di impegno particolare nelle inchieste contro la corruzione, la Camera abbia approvato una norma che costituisce un indebolimento dell’azione giudiziaria».
E non mancano le critiche, come quelle dell’ex deputato Zaccagnini passato al gruppo misto, che rivela un clamoroso retroscena: «Il delegato d’aula dei 5 stelle prima dichiara verde, poi l’astensione, si crea lo scompiglio, la Lombardi prova a metterci una pezza dicendo che al Senato i 5 stelle hanno votato contro e che quindi occorre essere coerenti nel voto. Alla fine si astengono nel casino più totale provocando l’approvazione dell’emendamento».
Mentre le bufere spazzano l’Expo e il Mose la politica “si vendica” e chi si dichiara “diverso” regge il moccolo ai tangentari.
Il Msi di Giorgio Almirante e Pino Rauti oggi avrebbe saputo da che parte stare.
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
IL CINISMO GRILLINO INGUAIA CHI STA INDAGANDO SUL MALAFFARE, I CINQUESTELLE SI ASTENGONO E FANNO CAPIRE DA CHE PARTE STANNO
Nel segreto dell’urna gli onorevoli deputati di Montecitorio si prendono una piccola rivincita
sui giudici, che dall’inchiesta Expo fino a quella sul Mose stanno mettendo in luce il malaffare che tocca in maniera importante anche il mondo della politica.
Arriva infatti la responsabilità civile dei magistrati.
L’aula della Camera approva a voto segreto, con 187 sì e 180 no, l’emendamento in tal senso della Lega Nord alla legge Comunitaria.
Il Carroccio aveva chiesto il voto segreto sul suo emendamento, riferito all’articolo 26 della Comunitaria.
Il Movimento 5 Stelle si è astenuto, come alcuni deputati di Sel.
Governo e commissione avevano espresso parere contrario.
In base al testo approvato, proposto dal leghista Gianluca Pini, “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che dertivino da privazione della libertà personale”.
Ettore Rosato del Pd, alla richiesta di convocazione del comitato dei Nove da parte di Fi, ha detto che “questo testo deve ancora passare al Senato dove verrà modificato”.
Ma Forza Italia, come del resto la Lega, esulta: “È stata una votazione legittima”, ribatte Francesco Paolo Sisto.
E Jole Santelli aggiunge: “È importantissimo il voto di oggi sulla responsabilità civile magistrati. L’Assemblea, a scrutinio segreto, espressione di libertà e protetto dalla Costituzione, ha ribaltato totalmente la volontà della maggioranza e del governo. Adesso prendano atto che la genuflessione e l’ipocrisia verso la corporazione dei magistrati non è nelle corde del Parlamento e dei cittadini italiani. Questa proposta è stata rivendicata da Fi, M5s e dalla Lega che l’ha presentata”.
“Per la gioia di Berlusconi” aggiunge su Twitter Riccardo Fraccaro (M5s), dimenticando che è proprio grazie ai Cinquestelle se qualcuno può gioire.
In una nota il capogruppo del Pd Roberto Speranza spiega che “si è trattato di un vero e proprio colpo di mano del centrodestra con la complicità del M5s. In parlamento esistono proposte sulla responsabilità civile dei magistrati e ritengo siano maturi i tempi affinchè la questione venga affrontata in modo serio e rigoroso. Penso sia oltremodo sbagliato trattare tale tema in modo frettoloso, attraverso un emendamento alla legge comunitaria”.
Fermo restando che la questione va regolata, oggi è andato in scena “un avvertimento” a chi sta indagando sul malaffare dell’Expo e del Mose.
E non a caso i Cinquestelle si sono schierati secondo gli ordini dall’alto non dalla parte di chi indaga…
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
LA MINA DA 3 MILIARDI NEI CONTI: UNA DOZZINA DI CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA “COPRONO” LE SPESE: UNA È GIà€ SCATTATA
Matteo Renzi è ancora nuovo al gioco della premiership, ma dopo aver dato gli 80 euro agli affamati e incassato la valanga elettorale che ne ha benedetto la permanenza a Palazzo Chigi, ora farà i conti con la rudezza dei fatti.
A fine giugno, infatti, si mette in moto nelle amministrazioni centrali quel processo che culmina a settembre col bilancio dello Stato.
Il compito di predisporre quello per il 2015 sarà un incubo — visto che l’esecutivo deve trovare oltre 20 miliardi solo per mantenere gli impegni già presi — ma la notizia è che al Tesoro guardano con sospetto anche i numeri dell’anno in corso.
C’è un dossier in particolare, che Il Fatto Quotidiano ha potuto visionare, che preoccupa via XX Settembre: è quello sulle “clausole di salvaguardia”, in pratica vere e proprie mine piazzate dentro i conti pubblici.
Il loro ammontare complessivo, all’ultimo controllo, è di quelli significativi : 3 miliardi di euro e più.
Partiamo dall’inizio. Cosa sono le clausole di salvaguardia?
Semplice: quando si approva una legge di spesa — se la copertura non è certa, ma solo una previsione — si inserisce la clausola. In genere c’è scritta una cosa tipo questa: dovessero mancare dei soldi, tagliamo il capitolo di spesa X o aumentiamo la tassa Y.
Queste mine, si legge nel dossier, sono una dozzina e solo le tre più rilevanti — due piazzate da Enrico Letta, una da Renzi — sfiorano i 2,8 miliardi di euro.
Non solo: una è già esplosa.
Le clausole di salvaguardia del governo precedente sono entrambe figlie dell’abolizione dell’Imu per il 2013.
Il rinvio della prima rata fu coperto, tra l’altro, con ipotetici incassi extra da Iva per 559,5 milioni dovuti al pagamento di 20 miliardi di debiti della P.A.
Se a fine anno si scoprirà che questi soldi non sono entrati — in tutto o in parte — la clausola prevede tagli lineari a vari ministeri.
Per abolire la seconda rata, invece, a bilancio vennero piazzati 600 milioni di condono per i furbetti delle slot machine e 925 milioni dal solito extra-gettito Iva dovuto al pagamento di 7,2 miliardi di debiti dello Stato.
Come si sa, il condono sulle slot non è andato a buon fine e infatti la clausola di salvaguardia è già scattata con gli anticipi Ires e Irap del dicembre scorso.
Solo che non è finita: quelli sono solo anticipi e — per recuperare il mancato gettito — da gennaio aumentano (temporaneamente) le accise su sigarette, alcol e benzina per circa 700 milioni.
Pure gli “80 euro” di Renzi, infine, hanno la loro clausola di salvaguardia. Colpa del solito extra-gettito Iva (650 milioni stavolta) sul pagamento dei debiti dello Stato.
E se quei soldi non entrano? Facile: entro il 30 settembre, senza molta fantasia, il Tesoro aumenterà sigarette, alcol e benzina.
Come il Tesoro ha già segnalato, però, c’è un problema: l’aumento delle accise, pratica che risale a tempi ormai lontanissimi, oltre una certa soglia incide sui consumi. Tradotto: se le sigarette aumentano, la gente ne compra di meno, mettendo comunque a rischio gli incassi.
Non bastassero le clausole di salvaguardia, nel bilancio del 2014 ci sono altri pezzi dell’eredità di Letta: un taglio di spesada 500 milioni che la legge di stabilità chiede di realizzare “entro il 31 luglio” e qualche spesa non finanziata tipo le missioni militari, la Cassa integrazione, il 5 per mille e altre cosette (il governo stima l’ammanco in 750 milioni, ma solo la Cig costerà un miliardo).
Anche il bonus Irpef e il taglio Irap di Renzi, infine, hanno più di un difetto di copertura da recuperare
E ancora: pure il Pil, nonostante il rimbalzo della produzione industriale ad aprile, non sembra dare una mano a Renzi e al controllore dei conti, Pier Carlo Padoan.
L’Istat ieri ha confermato le previsioni sul primo trimestre: il Prodotto interno da gennaio a marzo è calato dello 0,1 per cento e il tendenziale cumulato sui 12 mesi dice già -0,2.
Risultato: per centrare la crescita dello 0,8 per cento prevista dal governo per il 2014 ci servirà da qui a fine anno una ripresa assai vivace, di cui al momento non si vede traccia.
I segnali, insomma, ci sono tutti e confermano le voci di corridoio: nonostante le smentite, il governo sarà costretto alla manovra correttiva già quest’anno, visto che non vuole mettere in discussione il rigore di bilancio in Europa (Renzi si limita a chiedere di scorporare la spesa per investimenti, bassissima).
Non solo: il combinato disposto tra le sue politiche economiche (tagli di spesa per abbassare le tasse) e quelle di rigore ereditate da Monti-Letta aiuta oggettivamente la stagnazione.
Per la Bce, d’altronde, l’austerità non è affatto in discussione: “Non è solo necessario, ma anche probabile che ulteriori misure di restrizione fiscale dovranno essere adottate prima del 2016”, si legge nel Bollettino del 5 giugno scorso.
Cosa significa lo ha spiegato ieri Standard & Poor’s: l’obbligo di ridurre il debito pubblico per l’Italia e gli altri paesi periferici dell’Eurozona “potrebbe bloccare la ripresa per anni”.
Marco Palombi
(Da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
DAI FONDI NERI IRI AL CASO FININVEST-MAMMàŒ, PASSANDO PER LE MAZZETTE DEL PSDI, IL MOSE E LA P4: SEMPRE “ILLESO”
Un Gran Visir ineffabile. 
Gianni Letta è come un’ombra che ingravida quella zona oscura del potere, ma poi diventa imprendibile.
L’uomo che ha ministerializzato (in senso romano) e andreottizzato, in una parola narcotizzato, la rivoluzione berlusconiana è il prezzemolo che spunta a ripetizione nelle inchieste Mose ed Expo. È sempre stato così.
Letta, che è eterno oltre il maestro “Giulio”, è lo spirito che aleggia, senza conseguenze penali, su tutti gli scandali del ventennio della Seconda Repubblica. E non solo.
La sua difesa: correttezza e trasparenz
Di fronte alle citazioni negli atti veneziani del Mose, il solitamente riservato Letta è stato costretto a smentire e ad annunciare querele.
Un atto estremo perchè il verbo minacciare non appartiene a questa figura strana ma decisiva del potere italiano. Una sorta di ciambellano che non ha seggi parlamentari, nè incarichi di partito, e ancora oggi, da privato cittadino, fa l’ambasciatore presso il Quirinale. Con quale titolo? Semplice: la sua fama vasta di mediatore pettinatissimo che Sergio Saviano descrisse così: “Ha un nome da uomo, veste da uomo, porta la cravatta da uomo ma sembra sua sorella”. Ecco la difesa lettiana di ieri: “Non è la prima volta che il mio nome viene evocato o citato in una delle tante inchieste che riempiono le cronache di questi mesi. Ed è ovvio che lo sia, perchè negli anni di governo, mi sono occupato di tante vicende, certo di tutte le più importanti, ma solo per dovere di ufficio e per le responsabilità connesse alla funzione e al ruolo. Ma l’ho sempre fatto con spirito rigorosamente istituzionale, nella più assoluta correttezza e trasparenza”.
Il fantasma di Bernabei e i soldi dell’Iri al “Tempo”
Arrivato a 79 anni, l’ecumenismo di Letta ritrova nello scandalo del Mose i fantasmi di una brutta avventura che risale a trent’anni fa.
E riporta a quell’Ettore Bernabei, boiardo di Stato, che del progetto lagunare è ritenuto il padre. Quando qualcuno ha voluto sottilizzare ha definito il ciambellano berlusconiano come un antico democristiano di rito bernabeiano, non andreottiano. E Bernabei in origine fu fanfaniano. Sottigliezze, appunto. Soprattutto rispetto ai soldi. Perchè nel 1984 il boiardo “Ettore”, a capo dell’Italstat, venne arrestato per i fondi neri dell’Iri e si scoprì che un miliardo e mezzo di lire era finito nelle casse del Tempo, quotidiano diretto da Gianni Letta e legato al nome di Renato Angiolillo, ritenuto dallo stesso Letta “il più grande direttore perchè non ha mai scritto una riga”. L’ineffabile “Gianni” la sfangò, ma la stampa obiettò sulla somma non registrata nel bilancio della società editrice: “L’uso che Gianni Letta avrebbe fatto della cospicua somma getta nuove ombre sull’intero episodio. Infatti, da successivi accertamenti sarebbe emerso in modo inconfutabile che il finanziamento occulto fu utilizzato per un’operazione nell’interesse personale di chi si trovò ad averne la disponibilità ”.
Letta smentì e si difende dicendo che quei soldi servivano al suo giornale.
L’arresto mancato e il sistema Fininvest
Quasi dieci anni dopo, Letta si è riciclato nella Seconda Repubblica da uomo chiave del sistema Fininvest, reclutato da B. nel 1987.
Letta consegna 70 milioni di lire all’allora segretario del Psdi, l’indimenticabile Cariglia come “contributo personale”.
Ma è la legge del repubblicano Oscar Mammì, quella che regola le frequenze, che mette a rischio la sua imprendibilità .
Durante Tangentopoli, viene accertata una tangente Fininvest sotto forma di consulenza (quasi mezzo miliardo di lire) a un collaboratore del ministro, Davide Giacalone.
Per Letta è pronta una richiesta d’arresto. Il gip romano è Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, corregionale di Letta, che si astiene in nome di “un’amicizia abbastanza antica” .
Il suo sostituto respinge la richiesta e la stessa Iannini, giorni dopo, firma per le manette a Carlo De Benedetti.
La vicenda Letta riecheggia il porto delle nebbie di andreottiana memoria, se non altro perchè il capo dei gip di Roma è Renato Squillante, protagonista di altri gravissimi scandali del ventennio berlusconiano.
Tutti gli amici e tutti gli appalti
Nella Seconda Repubblica la rete lettiana emerge nelle inchieste sulla cricca dei grandi appalti e del G8 (Anemone e Balducci), sulla P4 del faccendiere pregiudicato Luigi Bisignani, sulle interferenze di B. sulla Rai (Trani).
Letta, stavolta da indagato, compare pure in un’indagine per un appalto a una cooperativa ciellina.
Nemmeno una conseguenza, come sempre. Agli atti della cricca c’è una lettera di Letta a Bertolaso, in cui si chiede di aiutare un’impresa di amici di Denis Verdini, sherpa plurinquisito di Silvio. Per non parlare del rapporto quotidiano con Bisignani.
Anche qui rivendicazioni di correttezza nel rapporto con un piduista condannato per tangenti: “Con Bisignani intrattengo rapporti di amicizia che gestisco in modo istituzionale e corretto”.
A 79 anni, Letta è ancora vergine, dal punto di vista penale.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
MA IL LEGALE SMENTISCE BAITA E MINACCIA QUERELE
«Non sono indagato nè sono l’anello di congiunzione tra l’inchiesta sugli appalti per la costruzioni del Mose e Silvio Berlusconi. E, aggiungo, nei suoi verbali il dottor Baita (ex amministratore delegato della Mantovani, arrestato nel febbraio 2013, ndr) mai ha prospettato che direttamente o indirettamente mi sia stato fatto pervenire del denaro. Infine, Colombelli non è il mio uomo nero. Ha conosciuto a casa mia, casualmente, la signora Minutillo e io l’ho frequentato trattandosi di persona gradevole, simpatica e con la comune passione per i motori»
Con una lunga nota, in cui annuncia querele a giornali locali e nazionali, il senatore Niccolò Ghedini ha voluto sottolineare la sua totale estraneità all’inchiesta sul Mose.
Dove effettivamente il suo nome non compare nel registro degli indagati, ma viene citato più volte da Piergiorgio Baita, da Giovanni Mazzacurati, che del Consorzio Venezia Nuova era il presidente, e dalla segretaria del governatore del Veneto Giancarlo Galan, Claudia Minutillo.
In questi termini.
«Ho conosciuto Colombelli (William Ambrogio, ex console di San Marino e presidente della società Bmc, ndr) a casa di Ghedini – racconta la Minutillo, interrogata il 14 giugno di un anno fa –. Ricordo che prese poi la parola Ghedini, il quale disse a Galan che avrebbe potuto ben sfruttare la ditta del Colombelli anche per finanziare le campagne elettorali in Veneto: il riferimento – specifica la donna – era ovviamente alla possibilità che la Bmc emettesse false fatture nei confronti delle ditte che poi andavano a corrispondere somme di denaro a Galan». Una testimonianza diretta, dunque, a differenza dei tanti “de relato” con cui la Minutillo ha condito i suoi interrogatori, cosa che ha reso – agli occhi dei pm – le sue dichiarazioni spesso fragili, non del tutto attendibili.
La Minutillo, in quell’occasione, va oltre, e aggiunge che «tra i destinatari delle somme raccolte dal Mazzacurati vi erano il dottor Gianni Letta e Marco Milanese ».
Anche l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, ha smentito ogni possibile addebito: «Sono sempre stato corretto, non ho mai fatto richieste di alcun genere al Consorzio ».
E così il capogruppo Pdl, Renato Brunetta: «Non ho ricevuto contributi elettorali dal Consorzio Venezia Nuova»
Di Ghedini, come detto, ha parlato anche Baita, durante i suoi cinque interrogatori davanti ai pm Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini, che seguono l’inchiesta Mose.
«Ma non l’ho mai incontrato direttamente », ha specificato, dopo aver detto di aver finanziato «le campagne del Pdl milanese»
C’è, però, un altro passaggio, nei 18 faldoni in cui sono contenuti tutti gli atti dell’indagine sulle tangenti della “cupola” veneziana, in cui viene nominato Niccolò Ghedini.
Faldone 11, gli interrogatori di Giovanni Mazzacurati, il burattinaio di tutto il sistema del Mose. Racconta Mazzacurati: «Erano venute delle lamentele attraverso, per esempio, gli avvocati di Berlusconi, Ghedini… È una persona non particolarmente simpatica che… niente, che ha detto che noi soldi non ne tiravamo fuori, per cui ci fu una discussione, perchè dicevano che davamo pochi soldi…»
Alla loro parte, al Pdl?, chiede il pubblico ministero. «Sì, sì, hanno detto che noi eravamo troppo tirchi. Replicai che purtroppo quelli erano i soldi che avevo».
Ma anche in questo caso, il discrimine sta nella testimonianza diretta. Ghedini si rivolse direttamente a Mazzacurati per avere più soldi per il partito, o no? «No, me l’ha detto Baita». Lei replicò che al solo governatore Galan dava un milione di euro l’anno?, chiede il pm.
«Sì, solo che dovevo stare attento a dire delle cose del genere perchè dopo Ghedini andava da Berlusconi e diceva… Potevano venire fuori degli incidenti…chiamiamoli diplomatici, insomma».
L’avvocato Ghedini ha ribadito che nel processo Mose continuerà a difendere Galan: «Non è stata ritenuta alcuna incompatibilità ».
(da “La Repubblica”)
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