Destra di Popolo.net

LE PORNORIFORME

Giugno 27th, 2014 Riccardo Fucile

LE INTERCETTAZIONI, INCUBO DELLA CASTA

Anche ieri, come ogni giorno, Repubblica ci ha anticipato la quotidiana Grande Riforma che presto, prestissimo, quanto prima, il Pie’ Veloce Matteo ci regalerà .
Dopo quelle della Costituzione, della legge elettorale, del fisco, del lavoro, dell’ozio, della burocrazia, della scuola, dell’università , dell’asilo, dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio, della pastorizia, della caccia, della pesca, dell’apicoltura, della mitilicoltura, delle carceri e dei circhi equestri (per fortuna mai viste se non in qualche slide), è in arrivo una nuova mirabolante Rivoluzione: quella della Giustizia, civile e pure penale.
Rassicuriamo subito i lettori: le probabilità  che la Palingenesi veda un giorno la luce sono pari a zero.
Sia perchè i neoriformatori non son buoni neppure a legarsi le scarpe.
Sia perchè in Parlamento una maggioranza che voti i brevi cenni sull’universo del ministro Orlando, non c’è.
O meglio: ci sarebbe se il Pd facesse ciò che dice, nel qual caso potrebbe trovare sponde robuste nei 5Stelle e in quel che resta di Sel (ma così crollerebbe il governo, sostenuto ufficialmente da Ncd e centrini vari, e ufficiosamente da FI).
Ma il partito dell’impunità  è ancora ben saldo anche nel Pd, come dimostrano il voto sulla responsabilità  civile diretta delle toghe e l’immunità  ai senatori non più eletti.
Dunque la fine del pacchetto Orlando (semprechè sia il suo, viste le smentite di ieri) è già  nota: le buone intenzioni (falso in bilancio, autoriciclaggio, blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado) imboccheranno il solito binario morto, e viaggeranno col turbo solo quelle pessime, che piacciono un sacco a Ncd, centrini, FI, del cui sacco sono infatti farina: il solito bavaglio sulle intercettazioni e il dirottamento del giudizio disciplinare sui magistrati dal Csm verso un’“Alta Corte” (idea di Violante, cioè del centrodestra), ovvero a un plotone d’esecuzione infarcito di politicanti.
Le intercettazioni sono la prima ossessione della Casta da almeno 10 anni: da quando, sterilizzati i pentiti e tolto il valore di prova delle chiamate in correità , gli scandali escono direttamente dalle boccucce ciarliere di lorsignori.
Spesso l’intercettazione è un selfie: ritrae il criminale nell’atto di delinquere; e le chiacchiere su complotti, toghe rosse, garantismo e giustizialismo stanno a zero.
Non potendo (ancora) vietare ai magistrati di disporle, la Banda Larga s’accontenterebbe di proibire ai giornali di pubblicare le intercettazioni, rinviando alla fine del processo il momento della divulgazione: quando ormai nessuno si ricorda più nulla.
Se le conseguenze penali di un reato spaventano poco lorsignori, grazie ai tempi biblici della giustizia con prescrizione garantita, gli effetti mediatici delle indagini restano seccanti: costringono il politico ladro o mafioso a difendersi dinanzi agli elettori, spiegando parole e opere difficilmente spiegabili, col rischio che la gente si faccia un’idea precisa sul suo conto.
Ecco dunque ricicciare, dopo le leggi Mastella e Alfano fortunatamente abortite, la trovata di Orlando: i magistrati non potranno più inserire il testo delle intercettazioni nelle ordinanze di custodia cautelare (di per sè non segrete, dunque pubblicabili), ma solo il “riassunto”; e gli avvocati degli arrestati non potranno disporre delle trascrizioni dei nastri prima di una “udienza stralcio”, dove pm e difensori decideranno quelle da distruggere perchè non penalmente rilevanti.
Ma così si calpesta il diritto di difesa: chi finisce dentro ha il diritto di conoscere le parole esatte che l’han portato in galera, per impugnare al Riesame e in Cassazione.
E si violano pure la libertà  di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati: ciò che non ha rilevanza penale può avere una grande rilevanza morale, politica, deontologica.
Se un politico frequenta abitualmente mafiosi, per dire, non commette reato e non deve finire in galera, ma a casa sì.
E l’elettore per mandarcelo deve sapere tutto. L’abbiamo scritto tante volte quando ci provava B. e, almeno nel mondo progressista, si gridava alla “porcata” e al “bavaglio”.
Ora che ci riprova Renzi, nessuno fiata. Anzi, tutti parlano di “riforma” e “rivoluzione”.
Per questo oggi è peggio.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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FINI DA’ APPUNTAMENTO ALLA DESTRA DEGLI SCONOSCIUTI: DOMANI ALL’EUR “LA DESTRA CHE NON C’E'”

Giugno 27th, 2014 Riccardo Fucile

OLTRE 1000 I PARTECIPANTI REGISTRATI…TESTIMONIAL VINCENZO EIFANI, MARCO SARACENO E LA SCRITTRICE ELISA MAURO

Lo slogan è minimalista: «L’Italia che vorresti, la tua idea per la destra che non c’è». La location è il palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma .
La scenografia sarà  semplice, perchè l’obiettivo è dare l’immagine di un evento tutto «politico», senza concessioni alla spettacolarizzazione.
Per il suo «ritorno in campo» domani a Roma, Gianfranco Fini ha scelto lo schema di una sorta di «Leopolda di centrodestra».
Sul palco niente tavoli di presidenza di stampo congressuale, nessuna lista di interventi già  precostituita. La scaletta è ancora in via di definizione.
Sarà  l’ex presidente della Camera ad aprire i lavori, alle 10.30, con un discorso di presentazione dell’iniziativa.
Poi inizierà  il dibattito assembleare, che sarà  moderato dal giornalista Enrico Ciccarelli: prenderà  la parola chiunque voglia, ogni intervento durerà  al massimo 3 minuti. «Il tentativo è quello di ridare la parola agli elettori, è uno spiraglio di luce nel buio del centrodestra», spiega Giuseppe Tatarella, uno degli organizzatori della kermesse.
Alla manifestazione, infatti, non è prevista la partecipazione di nessuno degli esponenti della «vecchia» Fli. Le registrazioni all’evento (sul sito www.partecipa.info) sono arrivate a quota mille, e ci si aspetta quindi una buona partecipazione: da giorni il rientro sulla scena politica di Fini anima il dibattito della ex-An ma non solo.
Il confronto al Palazzo dei Congressi sarà  intervallato da interviste ad alcuni testimonial, scelti tra esponenti del mondo dell’impresa e della società  civile, soprattutto under 30. Tra questi:Vincenzo Eifani, presidente della Confapi; Marco Saraceno, imprenditore del settore agroalimentare, già  vicepresidente della Confagricoltura nazionale giovani, che si soffermerà  sulla centralità  del Sud e sull’importanza dei nostri prodotti tipici; Elisa Mauro, scrittrice, già  tra i finalisti del Premio Strega.
Il video del «calcio di rigore» lanciato sul web per promuovere l’evento sarà  proiettato in una versione più lunga.
All’iniziativa dell’ex leader di Fli si potrà  partecipare anche sui social networks.
Ci sarà  una diretta twitter e si sta pensando anche allo streaming.
In tempi di austerity, la manifestazione, promossa dall’associazione presieduta da Fini «Libera destra», sarà  interamente autofinanziata.
Ogni partecipante dovrà  versare un contributo (non c’è nessuna quota prestabilita) per coprire le spese organizzative.

(da “il Tempo“)

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QUEI PICCOLI SULLE STRISCE E LE REGOLE NEGATE

Giugno 27th, 2014 Riccardo Fucile

PER GLI STREAMING IL TEMPO SI TROVA, PER UNA LEGGE SULL’OMICIDIO STRADALE NO

Le strisce pedonali rappresentano un tabù per gli automobilisti in tutti i Paesi civili, e una decorazione nel resto del mondo.
In Italia non sono nè una cosa nè l’altra. I pedoni non sanno cosa aspettarsi, e le conseguenze sono spesso drammatiche.
Mercoledì sera, la terza, tragica dimostrazione in pochi giorni.
In provincia di Reggio Emilia, davanti a una caserma dei carabinieri, una ragazza albanese ha investito tre pedoni: un bambino di tre anni, Salvatore, è morto sul colpo, la madre è in gravi condizioni. Ferita anche la sorella.
Domenica sera, a Ravenna, era toccato a un bimbo di tre anni, Gionatan, ucciso da un’auto sulle strisce pedonali sotto agli occhi dei genitori e del fratellino.
L’uomo alla guida dell’auto, che era fuggito, è stato arrestato dopo due giorni. Si tratta di un 37enne, incensurato, di origine bulgara.
Martedì a Jesolo è stata travolta e uccisa, sempre sulle strisce pedonali, una bambina di otto anni, Anna, che stava attraversando con la madre. A investirla un albergatore italiano della zona.
Se ne parla solo perchè le tragedie ravvicinate hanno coinvolto tre bambini.
In sostanza, occorrono tre piccole vittime perchè le nostre coscienze abbiano un sussulto.
Il reato di omicidio stradale, di cui molto s’è parlato, sembra esser stato inghiottito nell’anfratto tra il governo Letta e il governo Renzi.
Il primo dell’anno, in seguito alla morte di una bambina romana, l’allora ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, aveva assicurato: «Entro gennaio porterò in Consiglio dei ministri un pacchetto di norme sulla giustizia contenente anche l’introduzione del reato di omicidio stradale».
Sei mesi e diversi morti dopo, veniamo a sapere dal viceministro ai Trasporti, Riccardo Nencini, che per la modifica al Codice della strada ci sono «tempi strettissimi, e le cose cambieranno».
Spiega che si stanno esaminando due possibilità : «L’inserimento del reato di omicidio stradale» oppure «l’ergastolo della patente, se uccidi qualcuno non guidi più».
«Presto – assicura – decideremo con il premier quale seguire».
Presto. Quando?
Per gli streaming il tempo si trova, per le strisce evidentemente no.
Non è populismo: è indignazione. Quella che ha portato, dopo anni di assurde mattanze notturne, a introdurre norme rigorose per i neopatentati e controlli a tappeto per fermare chi guida ubriaco.
Un ragazzo oggi sa che, se beve, lo beccano; e, se lo beccano, perde la patente. Risultato: il numero delle vittime delle cosiddette «stragi del sabato sera» è precipitato.
La prova che, quando vogliamo, siamo un Paese civile. E chi, arrivato al potere, mormora che gli italiani sono irrecuperabili, mente.
Semplicemente, non ha voglia di recuperarci.
Due dei recenti omicidi stradali – come vogliamo chiamarli? – sono stati commessi da stranieri.
Evitiamo accuse generiche, piagnistei, sociologia spicciola o buonismi inutili. Diciamo che le regole esistono e valgono per tutti: cittadini e nuovi arrivati. Ma questi ultimi, inevitabilmente, guardano a noi per capire come comportarsi. Se un automobilista su tre piomba sulle strisce cercando di anticipare i pedoni, il messaggio è chiaro: questa regola esiste, ma non vale niente.
«Auto pirata» è un termine vecchio, irritante e assolutorio: chi investe un pedone e scappa è un vigliacco, non un impavido corsaro.
Perchè tutto ciò finisca – perchè il pedone, quando poggia un piede sulla striscia bianca, diventi il padrone della strada – servono norme severe e – cosa fondamentale – occorre che vengano fatte rispettare.
L’Italia non può continuare a essere la terra di mezzo della sicurezza stradale. Osservate lo sguardo e i gesti ossequiosi di molti pedoni quando un automobilista si ferma davanti alle strisce per farli passare.
Non esercitano un diritto; pensano di aver ricevuto un favore. È in quella patetica riconoscenza la nostra sconfitta.

Beppe Severgnini
(da “il Corriere della Sera”)

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PEPE MUJICA, L’ULTIMO MORXISTA

Giugno 27th, 2014 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELL’URUGUAY DA SANTO LAICO A BECERO FANATICO

Per comprendere i guasti di certo nazionalismo applicato al calcio può essere utile studiare il caso che ha coinvolto in maniera imbarazzante l’uruguaiano più famoso del pianeta.
Non il centravanti Luis Suarez — espulso per quattro mesi da tutti gli stadi dopo avere morsicato con appetito una spalla di Chiellini, la prelibata «chiellina» (copyright del collega Guido Boffo) — ma il suo Presidente e santissimo laico per eccellenza: Pepe Mujica.
Il politico che abita in una casetta alla periferia di Montevideo, guida un Maggiolino scassato, ha rinunciato ai nove decimi dello stipendio per darli ai poveri, ha legalizzato le droghe leggere e predica moralità  e sobrietà  a ogni piè sospinto.
Ecco, prendete questa meraviglia d’uomo e mettetelo davanti a un televisore con la sciarpa dell’Uruguay: si trasformerà  nel più becero dei fanatici.
Interpellato sui gusti vampireschi del suo centravanti di riferimento, Pepe ha cominciato col dire che lui di morsi non ne aveva visto neanche mezzo.
E comunque «non abbiamo scelto Suarez per fare il filosofo o per le sue buone maniere, ma perchè è un calciatore eccellente».
Dopo avere derubricato il tentativo di sbranamento a sintomo tollerabile e in fondo simpatico di machismo, il Presidente Buono y Giusto ha intonato la solita canzonetta vittimista, lamentando contro l’incolpevole roditore l’esistenza di una bieca campagna di screditamento, volta a privare l’Uruguay del suo giocatore più forte.
E la sobrietà , Pepe? E la moralità ?
Tale è la delusione che verrebbe voglia di prenderlo a morsi.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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RIFORME, GRUPPO FORZA ITALIA SI SPACCA: I DUE TERZI CHIEDONO IL SENATO ELETTIVO

Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile

QUESTA MATTINA LA ROTTURA, GUIDATA DA MINZOLINI… CONTEMPORANEAMENTE 18 MEMBRI DELLA MAGGIORANZA AVANZANO ANALOGA PROPOSTA

C’è un nuovo fronte dissidente sulla strada delle riforme istituzionali. Trentacinque senatori hanno depositato un sub-emendamento che ripropone il Senato elettivo, pronti alla battaglia in aula e nella società  contro il rischio di “deriva autoritaria” e di esproprio del diritto dei cittadini ad eleggere i proprio rappresentanti.
Diciotto sono esponenti della maggioranza (16 del Pd, più Mario Mauro ed Enrico Buemi), ma la fronda è composta anche da da Sel e da ex M5S.
“Il Senato della Repubblica — si legge — è eletto su base regionale, garantendo parità  di genere, in concomitanza con la elezione dei Consigli regionali”.
E ancora: i 35 chiedono la riduzione del numero dei membri della Camera (con 315 deputati) e che il numero dei senatori sia pari a 100, a cui si dovranno aggiungere 6 senatori eletti all’estero.
La proposta è stata presentata in commissione Affari costituzionali per modificare gli emendamenti dei relatori, Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli. Stando ai numeri, le 18 firme potrebbero creare problemi durante il voto in aula del ddl costituzionale.
Il testo, infatti, in aula non potrebbe passare senza tutti i voti di Forza Italia.
Ma sul tema le acque sono molto agitate anche tra le file forziste.
Secondo quando riferiscono alcuni partecipanti alla riunione del gruppo azzurro di questa mattina a palazzo Madama, quasi i due terzi degli onorevoli forzisti preferirebbero un Senato elettivo e quindi diverso da quello del patto Renzi-Berlusconi.
I malumori, sempre secondo quanto si apprende, si sarebbero palesati proprio nel corso della riunione di questa mattina.
Un’incontro turbolento, raccontano, durante il quale Augusto Minzolini si è fatto portavoce di questa larga fetta di senatori che del nuovo Senato non vogliono proprio sentire parlare.
A tenere banco è l’eleggibilità  dell’Aula di Palazzo Madama. La riunione, a cui hanno partecipato sia Denis Verdini, mediatore di Forza Italia per le riforme con il Pd, sia Giovanni Toti, consiglieri politico di Silvio Berlusconi, si è quindi chiusa prima che gli animi si accendessero ulteriormente.
La posizione ufficiale resta la stessa ed è quella di rimanere saldi al patto del Nazareno, una vera e propria strategia che mira a far esplodere i problemi interni al Pd. A convincere la fronda azzurra è stata la notizia dei 18 senatori Dem, facenti parte della maggioranza, che hanno firmato il subemendamento per il nuovo Senato elettivo.
Quattro senatori di Forza Italia hanno presentato sub-emendamenti con cui si ripropone il Senato elettivo, in dissenso quindi dall’indicazione del gruppo.
Un sub-emendamento è stato presentato congiuntamente da Luigi D’Ambrosio Lettieri e da Lucio Tarquinio.
Giacomo Caliendo e Augusto Minzolini hanno invece depositato ciascuno una propria proposta. Che ci sia maretta lo conferma anche la riunione dei capigruppo di Camera e Senato prevista per la prossima settimana alla presenza di Silvio Berlusconi.
“Con il presidente dei senatori di Forza Italia, Paolo Romani, convocheremo per la prossima settimana una riunione dei gruppi congiunti di Camera, Senato e Parlamento europeo, alla presenza del presidente Berlusconi — si legge in una nota del presidente dei deputati di Forza Italia, Renato Brunetta — la riunione è volta a delineare in maniera chiara e unitaria la posizione di Forza Italia sulle riforme, ai fini delle nostre decisioni di voto al Senato, prima in commissione e poi in Aula”.
La decisione , spiega Brunetta, giunge “a seguito delle numerose proposte emendative presentate”.
La conferma della maretta che agita il partito dell’ex premier è arrivata in mattinata da Paolo Romani: “Noi riteniamo di dover ribadire che il Patto del Nazareno prevede un’elezione di secondo grado”, ma “all’interno di tutti i gruppi, a maggior ragione nel nostro, ci sono molti senatori che vedrebbero meglio un’elezione diretta”, spiega   il capogruppo FI al Senato.
Al momento le voci fuori dal coro sono quelle di Minzolini e Claudio Azzolini, che si sono riservati la possibilità  di votare in aula per una elezione diretta della nuova Camera delle autonomie.
Anche Lucio Tarquinio e Sante Zuffada avrebbero espresso perplessità . “Sarà  a mio avviso l’Aula a decidere. In commissione sarà  difficile che venga contraddetto il patto”, aggiunge Romani.
”Quello che accadrà  nelle prossime settimane per noi è la vita”, avrebbe detto Denis Verdini, responsabile dei rapporti con il Pd sulle riforme, per mettere in guardia i suoi.
In mattinata, in una conferenza stampa alla quale hanno preso parte Vannino Chiti, Falice Casson, Mario Mauro, Francesco Campanella e Loredana De Petris sono stati presentati altri emendamenti, per un numero complessivo di 14 proposte: si riferiscono agli emendamenti presentati dai relatori in Commissione Affari costituzionali del Senato, e saranno quindi votati in quella sede, dove la maggioranza non ha problemi a prescindere dall’accordo con Fi e Lega.
I problemi sorgerebbero invece in Aula, dove il governo Renzi ha ottenuto 169 voti al momento della fiducia. Se i 18 non votassero (su un emendamento poi sono 19) diventerebbero determinanti i voti degli altri partiti, come Fi e Lega e scenderebbero i margini per la maggioranza di due terzi necessaria a far promulgare la legge senza passare per il rischio del referendum: se infatti si sottraggono quei 18 voti ai 169 che hanno votato la fiducia, la non elettività  del nuovo Senato ne avrebbe solo 151. “Siamo pronti a metterci di traverso“, ha annunciato Mauro.
L’iniziativa fa il paio con quella di Ncd che ieri ha presentato un sub-emendamento agli emendamenti dei relatori che rilancia l’elezione diretta del Senato. Lo ha riferito il capogruppo in Senato Maurizio Sacconi, che però assicura che Ncd non “intende frenare” il cammino delle riforme.
Tra i 14 emendamenti ve ne è uno che ripristina quasi il bicameralismo perfetto. Infatti attribuisce al Senato poteri legislativi non solo sulle riforme costituzionali (come fa anche il ddl del governo), ma anche su una serie di altre materie che potrebbero essere ampliate: rapporti con la Chiesa cattolica e le altre confessioni; la condizione giuridica dello straniero, le libertà  personali; la libera manifestazione del pensiero; le garanzie processuali; la tutela della salute; diritti politici e sindacali; casi di incandidabilità , ineleggibilità  e conflitto di interessi; norme sul referendum, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, la magistratura ordinaria, il Csm; l’esercizio della giurisdizione; la Corte costituzionale.
Inoltre per tutte le altre leggi approvate solo dalla Camera, se il Senato chiederà  modifiche con una determinata maggioranza, Montecitorio potrà  respingere tale richiesta solo con una identica maggioranza (nel ddl del governo basta la maggioranza assoluta).
Torna sul banco anche il tema dell’immunità .
La soluzione proposta dal ddl del governo e quella dei relatori, su cui si è scatenata la polemica nei giorni scorsi, “è pasticciata”, ha detto il senatore del Pd Felice Casson. L’immunità  “aveva un senso nel 1948, quando c’era un processo inquisitorio che era molto pericoloso”, ma dopo la riforma del 1983, con le tutele inserite, la situazione è cambiata e l’immunità  può apparire “solo un privilegio”, spiega Casson.
I 35 senatori propongono quindi due soluzioni: o l’abrogazione sia per la Camera che per il Senato (mantenendo solo l’insindacabilità  funzionale dell’espressione) oppure affidare a una sezione della Corte Costituzionale l’esame dell’eventuali appello da parte del Gip nel caso in cui la Camera di appartenenza neghi l’autorizzazione all’arresto.
Il Movimento 5 Stelle va oltre: “La materia va rivista e non solo per i Senatori, ma anche per i deputati — scrive Aldo Giannuli sul blog di Beppe Grillo — negli ultimi quaranta anni se ne è fatto un uso ignobile che ha coperto il sistematico latrocinio di una classe politica sempre più indecente”.
Intanto sulla riforma elettorale Forza Italia e Pd tirano dritto. Nonostante l’incontro tra Matteo Renzi con il M5S e le aperture registrate tra i due schieramenti, l’Italicum “è la base da cui si parte, ci si ferma e si arriva. Per noi c’è solo quello”, ha spiegato Romani al termine della riunione del gruppo azzurro a Palazzo Madama.
L’apertura sulle preferenze emersa ieri nell’incontro tra il premier e la delegazione dei 5 Stelle? “Non esiste, ma in realtà  il Pd ne parla meno di noi”. Anche i dem paiono sulla stessa lunghezza d’onda. ”Per noi vale il testo dell’Italicum passato alla Camera e che ha un’adesione ampia, perchè ci stanno Forza Italia, Scelta civica, Ncd — ha detto in un’intervista a Repubblica Debora Serracchiani, vice-segretaria del Pd — quello è per noi il testo della legge elettorale”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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“SCAVI SOLO DALLA FRANCIA”: BEFFA AI NO-TAV

Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile

L’IDEA DI CAMBIARE VERSANTE CIRCOLA TRA I TECNICI…UN MODO PER EVITARE DI COSTRUIRE UN CANTIERE-FORTINO A SUSA… MA TUTTO DIPENDE DA PARIGI

La parola d’ordine è: cambiare versante. Forse così la grande battaglia d’autunno non ci sarà .
Lo scontro atteso e temuto da molti all’apertura del cantiere del tunnel di base della Torino-Lione a ottobre-novembre, il momento della verità  in cui tutti gli oppositori al progetto tenteranno l’ultima spallata a Susa, potrebbe svanire nel nulla.
Non perchè, improvvisamente, sia tornata la ragionevolezza. Ma perchè, più semplicemente, potrebbe non esserci il cantiere.
L’idea, che circola da qualche settimana tra i tecnici, dovrebbe essere discussa tra pochi giorni nella riunione della Conferenza intergovernativa italo-francese in programma a Chambery: scavare anche i 12 chilometri di galleria del versante italiano partendo dalla Francia.
In modo da poter rinviare per molto tempo il momento in cui si dovranno espropriare i terreni del futuro cantiere vicino a Susa, la cittadina che il 25 maggio ha fatto vincere per otto soli voti il sindaco No Tav Sandro Plano.
Cambiando il versante di attacco del lavoro delle talpe, il cantiere di Susa potrebbe aprirsi anche tra 4-5 anni mentre nel cuore della montagna le macchine lavorano indisturbate.
Nel frattempo, scavando dalla Francia, l’impatto dei lavori sulla valle potrebbe diminuire.
A sostenere l’idea del cambio di versante sarebbero anche gli esperti del ministero degli Interni.
In questo modo si eviterebbe di costruire una sorta di cantiere-fortino a Susa replicando in larga scala quanto è già  accaduto per il cunicolo esplorativo di Chiomonte dove per tre anni la parte violenta del movimento No Tav ha dato l’assalto con vari mezzi a ruspe, talpe e addetti ai lavori.
Tecnicamente l’operazione sembra fattibile.
Dei 57 chilometri di galleria di base solo 12 sono sul lato italiano.
Le talpe francesi inizieranno tra qualche mese a scavare i primi 45 chilometri di loro competenza.
Le macchine cominceranno a lavorare da tre diversi punti: lo sbocco del grande tunnel sul versante francese a Saint Jean de Maurienne e i punti di incrocio tra il tracciato del supertunnel e le tre gallerie di servizio francesi a 8 (Saint Martin la Porte), 17 (La Praz) e 29 (Modane) chilometri dall’ingresso transalpino.
Proprio dalla galleria di servizio di Modane, quella più vicina al confine, potrebbero partire le talpe che scavano verso l’Italia e che potrebbero sbucare 28 chilometri più a est a Susa, 16 ancora in territorio francese e 12 in Italia.
L’idea non è poi tanto originale. È la stessa scelta compiuta tre anni fa dalla Sitaf, la società  a maggioranza pubblica guidata dal gruppo Gavio che nella stessa montagna sta raddoppiando il tunnel autostradale del Frejus (nell’indifferenza degli ambientalisti). Sitaf avrebbe dovuto scavare la sua parte di tunnel partendo dal versante italiano ma ha preferito pagare le società  francesi che scavavano sul loro versante in modo che proseguissero il lavoro fino a sbucare in Italia.
Il vertice di Chambery potrebbe adottare la soluzione del cambio di versante o comunque decidere di studiarla nei dettagli.
Nel frattempo sarà  necessario definire aspetti burocratici e sostanziali. Perchè al momento l’insidia principale per il futuro del progetto non viene dai No Tav ma dal governo francese. Che, a differenza di quello italiano, non ha ancora messo a bilancio i 2,2 miliardi di euro necessari a pagare la quota di Parigi nell’opera.
E senza quei soldi non arriverebbero nemmeno i 3 miliardi che l’Ue dovrebbe essere disposta a mettere per finanziare il supertunnel.
I francesi hanno tempo fino a febbraio prossimo per trovare i soldi.
“La Francia onorerà  i suoi impegni”, aveva garantito con orgoglio un mese fa il presidente francese di Ltf, la società  che ha progettato l’opera, Hubert Dumesnil.
Ma senza i bonifici l’orgoglio vale poco. Anche se è abbastanza difficile che Parigi venga meno agli accordi dopo aver trascorso anni a lasciar intendere che era l’Italia ad essere in ritardo sulla tabella di marcia.
È un fatto che oggi i francesi sembrano avere più problemi dell’Italia nel rispetto dei parametri finanziari europei.
E dunque qualche problema in più del passato a trovare le risorse. Anche se, a differenza di quanto accade in Italia, la legge francese consente di trovare anno per anno solo le risorse necessarie all’avanzamento dei cantieri senza accantonare in una sola volta l’intera somma.

Paolo Griseri

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LEGA E LE PEN, TROPPO COMODO DIRE SEMPRE NO

Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile

IL GRUPPO AL PARLAMENTO EUROPEO SAREBBE STATO L’OCCASIONE PER PASSARE DALLE CHIACCHIERE ALLA REALTA’

È un vero peccato che Marine Le Pen e Matteo Salvini non riescano a fare gruppo al parlamento europeo.
Sarebbe stata l’occasione per passare dalle chiacchiere alla realtà , dalla propaganda alla politica, dall’irresponsabilità  alla responsabilità .
Certo potranno intervenire nelle commissioni e nell’aula di Strasburgo, dire le peggio cose contro l’euro, invadere l’asettico quartiere europeo di Bruxelles con vacche e allevatori del Limousin o della bergamasca e rovesciare il latte all’ingresso del palazzo di Justus Lipsius dove si riunisce il Consiglio europeo.
Potranno cioè continuare a fare quello che hanno fatto finora. Tuttavia l’involucro di un «gruppo» parlamentare avrebbe conferito loro un’etichetta istituzionale consentendogli di uscire dalla marginalità : dal folklore alla rappresentanza. Avrebbe dato un altro peso alle loro proposte, per quanto surreali e persino eversive rispetto ai pilastri dell’Ue.
Ed è un peccato che questo non accada perchè queste forze della cosiddetta anti-politica crescono e prosperano in quella terra di nessuno dove le parole possono anche non incontrarsi mai con i fatti ma galleggiare in una realtà  virtuale dove tutto è possibile: uscire dall’euro, chiudere le frontiere, sparare sui barconi degli immigrati…
Per ogni grande e drammatico problema hanno una soluzione semplice costruita sul senso comune, buona per talk show e comizi, ma che non arriva mai alla verifica con i fatti nel difficile mestiere di confrontarsi con gli altri per governare la realtà  attraverso il gioco democratico.
Matteo Salvini ha resuscitato un partito che sembrava in agonia dopo il tramonto di Bossi e della sua famiglia (ieri la procura di Milano ha chiesto il processo per truffa del vecchio capo del Carroccio e dei figli) con una linea tutta d’attacco e di opposizione, come se la Lega non fosse mai stata al governo, non avesse mai avuto un sindaco di Milano, non fosse tuttora alla guida della Lombardia, del Veneto e di importanti città  del Nord.
Il Front National, invece, solo da questa primavera è al potere in qualche città  della provincia francese.
Il sistema elettorale maggioritario a doppio turno aveva creato intorno al partito di Jean-Marie Le Pen un cordone sanitario invalicabile.
Soltanto Franà§ois Mitterrand aveva sfidato questo tabù della Quinta repubblica aprendo al proporzionale nelle elezioni parlamentari del 1986.
Il risultato fu che una rumorosa pattuglia di 35 parlamentari frontisti sbarcò all’Assemblèe nationale con esiti grotteschi ed irrilevanti che alle successive elezioni anticipate — richiuso il varco proporzionale dal machiavellico presidente, non solo per questo soprannominato «florentin» — si tradussero in un solo parlamentare rieletto. Oggi sono due.
Il fenomeno Front è cresciuto e si è dilatato dentro questa esclusione e grazie ad essa.
Il sistema elettorale aveva costruito una dittatura bipolare destra-sinistra, gollisti e socialisti che si alternavano al potere e il partito di Le Pen è così diventato un’alternativa di sistema, l’unica. Dopo l’exploit di Jean-Marie arrivato nel 2002 al ballottaggio con Chirac avendo superato al primo turno il socialista Jospin, la figlia Marine ha compiuto il miracolo di trasformare la greve eredità  paterna di un’estrema destra eversiva e nostalgica in un partito apparentemente post-ideologico arraffando molti consensi popolari un tempo di sinistra.
Il retaggio tuttavia rimane.
Se Salvini dichiara — ieri a Repubblica — che pur di fare gruppo a Strasburgo avrebbe anche imbarcato i neonazisti greci di Alba Dorata, Madame Le Pen non se lo può permettere, dal momento che nell’aneddotica paterna è rimasta scolpita l’indimenticabile sentenza secondo cui le camere a gas naziste sono «un dettaglio della storia».
Il parricidio era dunque d’obbligo e apparentemente si è consumato dopo le mirabolanti elezioni europee, quando il Front con il 25 per cento è diventato il primo partito di Francia.
Non è bastato. Il cordone sanitario resiste.
L’inglese Nigel Farage alleato di Grillo riesce a comporre il suo gruppo ma non vuol sentire parlare di alleanze con il Front. E non pesa solo il passato. La simpatia per Vladimir Putin espressa da Marine Le Pen persino con una visita al Cremlino nei giorni caldi della crisi ucraina, non ha aiutato la signora a trovare alleati tra i baltici o negli ex paesi satelliti di Mosca, pur non avari di euroscettici.
Quel sentimento antisistema che ha dominato la campagna elettorale europea rischia dunque di rimanere uno stato d’animo o un rancore sordo che si stempera nell’indistinto politico del gruppo dei non iscritti, da dove le voci di Matteo Salvini e di Marine Le Pen — quando presenti, che non capita sempre — conserveranno forse il carisma di oppositori radicali, godranno dei vantaggi di questa posizione di rendita, produrranno slogan e colore.
Ma — per fortuna — non potranno mantenere la promessa di far fallire l’euro e l’Unione europea.

Cesare Martinetti
(da “La Stampa”)

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“CORRUZIONE OVUNQUE, NESSUNO INDENNE”: PER LA CORTE DEI CONTI “I TAGLI NON BASTANO, SERVE MENO STATO”

Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile

“RIPENSARE I CONFINI DELLA P.A. PERCHE’ SONO STATI CONCEPITI IN UN CONTESTO ECONOMICO E SOCIALE DIVERSO”

Ridisegnare e ripensare i confini della Pubblica amministrazione, comprese le modalità  di prestazione dei servizi alla collettività , dalla salute all’istruzione. E’ la sollecitazione che arriva dalla Corte dei Conti, secondo cui in materia di spending review “non si tratta solo di eliminare gli sprechi ma di affrontare il tema del ‘perimetro’ pubblico”.
In pratica, procedendo per semplificazione, nelle parole del Presidente di coordinamento delle Sezioni riunite in sede di controllo, Enrica Laterza, si legge un invito a riflettere sull’opportunità  di avere una mano pubblica così ‘dispiegata’ nei settori della vita economica e sociale del Paese.
Anche perchè arrivano parole d’allarme nei confronti della macchina pubblica, nell’intervento successivo del procuratore generale Salvatore Nottola: “La corruzione può attecchire dovunque: nessun organismo e nessuna istituzione possono ritenersene indenni” e “nessuna istituzione che abbia competenze pubbliche può ritenersi scevra di responsabilità  di fronte al suo dilagare”.
Expo 2015 con i suoi recenti scandali è “un caso emblematico” di deroghe a norme e controlli, “smantellati in virtù dell’urgenza, che hanno di fatto favorito la corruzione.
Tornando alla Pubblica amministrazione, quello richiesto dalla Corte “è un impegno che può essere affrontato solo alla luce di una chiara strategia di governo della spesa e di selezione dei terreni su cui è chiamato ad incidere l’intervento pubblico”, si legge infatti nella sua relazione sul giudizio di parificazione del rendiconto generale dello Stato.
“Un ridisegno, quindi, frutto di una forte volontà  politica e di un profilo ben definito di quello che deve essere il sistema pubblico dei prossimi decenni. Non si tratta solo di eliminare gli sprechi e di riorganizzare le modalità  di produzione e di accesso ai servizi. Occorre affrontare direttamente il tema della sostenibilità  futura di un sistema di prestazioni di servizi alla collettività  (dalla salute e l’istruzione alle imprese e all’ambiente) originariamente concepito in un contesto economico, sociale e demografico più favorevole”, prosegue Laterza.
Nella Pa in particolare, per Laterza bisogna avere “la capacità  di ripensare l’organizzazione stessa delle funzioni pubbliche, attraverso l’effettiva attivazione di estesi meccanismi di mobilità  e il concreto approntamento di moderni sistemi di incentivazione della produttività “.
Quanto al quadro economico e ai conti pubblici, i magistrati contabili spiegano che è necessaria “una redistribuzione del carico tributario intesa a favorire i fattori produttivi, redditi da lavoro e impresa”.
Nel rendiconto dello Stato si parla di una “operazione decisiva anche nell’ottica della ripresa dell’economia, che è improprio subordinare a recuperi di gettito (da evasione, erosione, da mancata riscossione) sempre richiamati ma che si rivelano largamente incerti nei tempi e nelle dimensioni”.
Ancora Laterza ha sottolineato come sia necessario “il sostegno alla crescita, orientando le leve di bilancio verso obiettivi che superino il solo rigore, ma restando entro profili compatibili con i vincoli posti dall’appartenenza all’Europa e soprattutto, con l’urgenza di riassorbire l’eccesso di debito altrimenti a carico delle generazioni future”.

(da “La Repubblica“)

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RC AUTO, 95 ITALIANI SU 100 PAGANO PIU’ DELLA MEDIA UE

Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile

NELLA MAGGIORANZA DEI CASI SI PAGANO PREMI DA 500 EURO, IL DOPPIO RISPETTO ALLA MEDIA CONTINENTALE… A CINQUE GRUPPI ASSICURATIVI VA IL 70% DEL MERCATO

Solo cinque assicurati su cento pagano una Rc auto paragonabile, come tariffe, al premio medio europeo, pari a 250 euro.
Tutti gli altri, in media, pagano un premio di 500 euro, che pure rappresenta un calo del 3,8% nel primo trimestre dell’anno.
Lo ha detto il presidente dell’Ivass, Salvatore Rossi, nel suo intervento all’assemblea annuale dell’Istituto.
Il dato emerge da un’indagine campionaria trimestrale sui premi effettivi Rc auto (Iper), in cui si evidenzia anche che nel mercato non c’è concorrenza: i primi cinque gruppi assicurativi detengono il 70% del mercato.
Rossi ha sottolineato anche la condizioni di chi ha avuto incidente “in passato, che può arrivare a pagare il triplo di chi non ne ha avuti”.
“E’ da notare – ha commentato Rossi – che nel settore del credito le prime cinque banche detengono invece meno della metà  della raccolta”.
L’indagine, che è stata fatta su un campione di 2 milioni di targhe, è stata avviata dall’Authority per “risolvere il formidabile deficit di   informazioni che connota i prezzi effettivi che si formano sul mercato e le frodi perpetrate ai danni delle compagnie”.
Proprio per la lotta alle frodi, “principale presupposto di una stabile riduzione dei prezzi”, l’Ivass ha avviato il progetto Aia, interconnettendo finora cinque banche dati dalla Motorizzazione Civile all’Ania”.
Nel complesso, per Rossi “il problema dei prezzi delle polizze Rc auto, dopo tanti anni, si è attenuato ma non risolto”.
Al di là  dell’andamento dei prezzi, la relazione mette anche in luce gli effetti della crisi sulle macchine: spostarsi in auto costa e il suo utilizzo si riduce per effetto della recessione, e così cala anche il numero di sinistri Rc Auto (-30% in ultimi 4 anni). Nelle considerazioni sul 2013, Rossi spiega che “non era il modo in cui bisognava arrivarci ma intanto registriamo meno morti e feriti e non possiamo che rallegrarcene”.
Sale invece il costo medio totale di ciascun sinistro da 3900 a 4700 euro per i maggiori accantonamenti.
Diminuiscono anche i reclami dei consumatori nel settore assicurativo: “Una importante fonte di orientamento della vigilanza – ha detto Rossi – continua a essere rappresentata dai reclami dei consumatori. Nel 2013 sono stati 27mila, in flessione del 15% sull’anno prima”.
Dall’avvio dell’attività  dell’Ivass, un anno e mezzo fa, “sono state portate a termine 26 ispezioni, di cui 9 presso grandi imprese, e altre 4 sono in corso”.

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