Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
“DA SEL TROPPE DELUSIONI”: IL LEADER AMAREGGIATO DALLA SCISSIONE
Lo sfogo – chè di sfogo si tratta – risalirebbe a qualche settimana fa, all’indomani delle Europee e delle polemiche laceranti dentro Sinistra ecologia e libertà .
Parole dette con il cuore pesante e gli occhi velati di tristezza per lo spettacolo di un partito che implode e vede lo sgocciolio all’esterno di uno, due, tre, quattro, dieci, dodici deputati.
Il capogruppo persino. E dunque ecco riaffacciarsi nel leader la tentazione dell’abbandono, la suggestione di una via di fuga da una politica che non riconosce più. «Mi viene da mollare tutto e andarmene in Canada quando avrò concluso il mio mandato da governatore»
I suoi collaboratori, l’onnipresente Paolo Fedeli, assicurano che si tratta di una bufala, magari di una voce messa in giro ad arte dagli avversari.
Eppure, mettendo l’orecchio a terra, nella prateria di Sel si sente alzarsi una domanda tra i dirigenti e militanti rimasti fedeli: «Ma Nichi che fa?».
A chi invece si chiedesse perchè mai il Canada, la risposta è presto detta.
Il compagno di vita di Vendola, Eddy Testa, è canadese. Ha studiato alla Concordia University di Montreal e alla Ottawa University.
Con il suo paese natale mantiene ovviamente rapporti, pur abitando insieme a Nichi a Terlizzi da una decina d’anni.
Vendola poi ama il Canada. Al Corriere canadese, cinque anni fa, confessò tutta la sua ammirazione: «Il Canada è una realtà che ha un mix straordinariamente avanzato di diritti sociali, individuali e umani. La destra canadese in Italia sarebbe considerata non dico di estrema sinistra, ma quasi».
Un Eldorado dunque, verso il quale Vendola già guardava con struggimento nella terribile estate del 2012, quando si scoprì indagato per abuso d’ufficio in merito alla nomina di un primario all’ospedale San Paolo di Bari.
Il processo lo vide assolto con formula piena, ma «la botta » era stata forte.
E ancora adesso pesa su Vendola l’inchiesta che lo vede imputato di concussione aggravata nell’ambito dell’inchiesta sul disastro ambientale causato dall’Ilva.
Nichi vorrebbe essere giudicato subito, liberarsi da un fardello che ne appesantisce la leadership, ma non è tanto semplice.
I Riva infatti hanno chiesto lo spostamento del processo da Taranto e la Cassazione non si esprimerà prima di settembre-ottobre. Fino ad allora Vendola resterà sulla griglia
Intanto la crisi di Sel non ha ancora trovato un punto di arrivo.
Il capogruppo in sostituzione di Gennaro Migliore, che ha dato vita a Led, non è ancora stato trovato.
Si parla di Arturo Scotto, un pontiere tra vendoliani e dissidenti (almeno quelli rimasti).
Di questo e di come far uscire il partito dall’angolo si discuterà il 12 luglio nell’assemblea nazionale.
Sperando che quello sul Canada non sia altro che uno sfogo.
E finisca come quello di Veltroni sull’Africa.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
UNA SERA IN SECHSELAUTENPLATZ A ZURIGO
La crisi italiana è questione di poltrone. Ma anche di sedie. 
A volte una storia minima all’improvviso ti chiarisce pensieri che non riuscivi a dipanare. Così una sera ti ritrovi a Zurigo, in Sechselaà¼tenplatz, la piazza appena recuperata davanti all’Opera. E capisci.
La crisi italiana è una questione di poltrone. Ma anche di sedie.
A volte basta un’immagine. Una storia minima all’improvviso ti chiarisce pensieri che non riuscivi a dipanare.
Così una sera ti ritrovi sul lungolago di Zurigo, in Sechselaà¼tenplatz, la piazza appena recuperata davanti all’Opera.
È un vuoto — che cos’altro è in fondo una piazza? — liberato dalle auto. E la vita, come acqua, immediatamente ha preso ad affluire.
Sì, ecco cosa sono le piazze da troppo tempo dimenticate dai nostri architetti: un luogo dedicato alla vita, senza altro scopo — il lavoro, il commercio, il traffico — che il suo semplice trascorrervi, contemplarsi. L’esserci, in fondo.
E in quella mancanza di palazzi , di vetrine e di auto che si inseguono, cominci a guardare le persone. Allo stato brado, diresti, prive di affanni, libere di fare ciò che gli viene in mente.
Due ragazzi si sono tolti le scarpe e si sono sdraiati per terra, sulla pietra nuova, linda.
Lei gli poggia la testa sul torace, lui indica il lago. Parlano.
Ti pare un quadro familiare chissà come strappato all’intimità della casa. In fondo, sembrano dire i due ragazzi, anche questo spazio è nostro
È la stessa felicità — appesantita, ma forse anche arricchita dagli anni — di una coppia di anziani seduta accanto.
Anche loro si parlano, si osservano, stupiti non di trovarsi, ma di non essersi persi.
Intorno è un rincorrersi di uccelli, con i loro voli così diversi: quello folle delle rondini o quello faticoso (ricordate le splendide parole di Giorgio Bassani?) di un airone.
Poi falchi, pipistrelli che si abbassano a provocare cani liberi dal guinzaglio.
C’è perfino la musica, una decina di ragazzi seduti intorno a una chitarra.
Tu stai lì e osservi. Eppure c’è qualcos’altro che non riesci ad afferrare.
Finchè capisci: le sedie! Dove le hanno prese?
Ti guardi intorno cercando un bar, un ristorante. Niente.
Alla fine chiedi. “Le sedie? Sono della piazza”, ti rispondono con naturalezza.
Già , è andata così: il comune ha costruito la piazza e ci ha messo cento bellissime sedie. Un esperimento, per vedere come andava. Dopo sei mesi non ne mancava nemmeno una.
Ecco il punto: in Italia dopo due giorni ti saresti ritrovato con le chiappe per terra (come accadde con l’esperimento delle bici pubbliche a Milano, per dirne una).
No, questo non è un elogio della superiorità svizzera; altre volte siamo stati severi con un Paese che ha sottratto centinaia di miliardi al nostro fisco.
No, qui parliamo solo dell’Italia. Per capire cosa ci ha portato sull’orlo del baratro bisogna venire in Sechselaà¼tenplatz.
Dove le sedie di tutti sono anche tue. E passando sai che ne troverai una.
Invece di restare in piedi e poi tirare dritto per rinchiuderti in casa senza goderti una sera d’estate.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
AL NETTO DEI DISSIDENTI, GRAZIE ALLA LEGA, AVREBBE LA MAGGIORANZA
Dal riposo di Pontassieve Matteo Renzi dice di essere «molto tranquillo», fa capire che sulla vicenda del Senato si è creato un allarmismo eccessivo e prevede che l’«asse Rai» Minzolini-Mineo non sarà decisivo.
E in ogni caso, il presidente del Consiglio si prepara nelle prossime ore a replicare ai suoi critici su un punto dirimente: il Senato riformato sarà comunque elettivo e che lo sia di primo o secondo livello, poco cambia.
Ma Renzi considera la battaglia dell’elettività come un pretesto: oggi come oggi è più rappresentativo Mineo o un consigliere regionale?
Certo, nel giro delle prossime 48 ore il presidente del Consiglio sarà in grado di stabilire se gli riuscirà di portare a termine senza patemi una mission non dichiarata: presentarsi alla cena dei 28 capi di Stato di governo europei del 16 luglio con lo «scalpo» del Senato, in altre parole con il primo sì, proprio dei senatori, al superamento della Camera «alta» italiana.
Capirà se tutto questo è possibile dopo due riunioni.
Stasera i senatori frondisti del Pd chiariranno nel corso dell’ennesima assemblea di Gruppo, se il loro dissenso si limiterà agli emendamenti o si trasformerà addirittura in voto contrario al testo finale; domani, al termine di una riunione di Forza Italia, si capirà se Berlusconi sarà riuscito a riassorbire la corposa fronda interna e – in caso negativo o parzialmente negativo – si chiarirà quanti sono i senatori forzisti indisponibili a votare il testo del governo.
A quel punto, con il manifestarsi di favorevoli e contrari, saranno chiari i rapporti di forza con i quali affrontare le votazioni in aula, a partire dalla fine di questa settimana e all’inizio della prossima
Ma anche da questo punto di vista, i conti che fanno a palazzo Chigi risultano tranquillizzanti per il governo, almeno per il momento.
Anche mettendo nel conto una significativa dissidenza nel Pd (15-17 senatori) ed una ancora più corposa dentro Forza Italia (per esempio metà dei 59 senatori), con l’apporto sicuro dei 15 leghisti, a palazzo Chigi valutano che il testo del governo potrebbe passare con una margine di circa 15 voti di maggioranza.
Ma al di là della sua conclusione, la vicenda del Senato si sta trasformando in qualcosa di diverso e più ampio: la verifica dei rapporti di forza interni a Pd e Forza Italia.
Da questo punto di vista, l’esito della assemblea di stasera dei senatori democratici potrebbe indurre Matteo Renzi a rivedere lo schema unitario col quale intendeva formare la segreteria del Pd, scartando cioè l’ipotesi di una gestione comprendente anche le due minoranze, quella bersaniana e quella civatiana, mentre i «giovani turchi», dopo la presidenza a Matteo Orfini, sono oramai fuori da una logica di opposizione
Certo, Renzi è irritato perchè è convinto della pretestuosità della dissidenza espressa dai senatori del suo partito e nelle settimane scorse non ha mancato di «criminalizzare» i frondisti, ignorandone gli argomenti, ma ora che la vicenda sta arrivando al dunque, c’è una novità che nelle prossime ore potrebbe ulteriormente guastare i rapporti interni.
I dissenzienti infatti hanno fatto capire che non si limiteranno a votare emendamenti, assieme ai senatori di altri partiti e in dissenso dal Pd, ma una volta bocciati quei tentativi di modifica, potrebbero esprimersi «contro» il proprio partito in sede finale.
Una novità potenzialmente destabilizzante.
Sostiene Giorgio Tonini, vicepresidente dei senatori Pd, renziano della prima ora: «I nostri colleghi hanno tutto il diritto di esprimere dissenso rispetto ai punti qualificanti della riforma del Senato, ma se invocheranno la questione di coscienza per votare in modo difforme dal proprio partito sui punti qualificanti della riforma sostenuta dal Pd e dal governo, evocando un disegno anti-democratico, è come se dicessero che tutti gli altri sono partecipi di una pulsione autoritaria. Il che, ovviamente, sarebbe insopportabile. Non per invocare soluzioni disciplinari, ma perchè non si può invocare la coscienza su un dissenso fisiologico».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
I “RIBELLI” INSISTONO SULL’ELETTIVITA’… SONO OLTRE 50 I DISSENZIENTI TRA I VARI GRUPPI
Se stasera Matteo Renzi andrà all’assemblea dei senatori del Pd – il che visto il clima non è neppure
detto – non offrirà alcuna sponda ai “ribelli” contrari al disegno di legge Boschi- Delrio.
La linea è questa, ormai è tracciata: «O di qua o di là ». Dopo che in giornata si erano diffuse alcune voci su una possibile apertura del premier sulla questione dell’elettività dei nuovi senatori-consiglieri, è stato Renzi stesso, conversando con i suoi ieri sera, a lasciar filtrare l’assoluta indisponibilità a rimettere in discussione il punto più contestato della riforma costituzionale
«Sarò durissimo sul no all’elettività », promette infatti il segretario.
Il quale intravede, dietro la bandiera di un Senato ancora eletto direttamente e non formato dai consiglieri regionali, «l’estremo tentativo di ripartire da capo forzando la situazione ».
Il perchè è presto detto. «Se i senatori sono scelti dal popolo allo stesso modo dei deputati – osserva Renzi – come impedire loro di votare anche la fiducia al governo e di esaminare il bilancio?».
Con la stessa fonte di legittimazione popolare si avrebbero di nuovo due Camere sullo stesso piano. E la fine del bicameralismo perfetto (identiche funzioni tra i due rami del parlamento) andrebbe a farsi benedire.
Quanto alle polemiche sulla mancanza di legittimazione dei futuri componenti di palazzo Madama, il premier nelle sue conversazioni private si lascia sfuggire una battuta velenosa: «Chi è più rappresentativo? Corradino Mineo, Augusto Minzolini oppure un consigliere regionale eletto da decine di migliaia di cittadini?»
La citazione dei due senatori non è casuale.
Entrambi infatti figurano tra i più fieri oppositori del suo progetto e stanno organizzando un fronte trasversale Pd-Forza Italia per ostacolarlo in tutti i modi.
Si parla ovviamente del passaggio in aula, giacchè in commissione ormai i «sabotatori » Mineo e Mauro sono stati fatti fuori.
Per questo, in vista dell’assemblea di stasera, un renziano come il senatore Giorgio Tonini spara preventivamente contro chi dovesse appellarsi alla libertà di coscienza. «Lo statuto del Pd – sostiene Tonini – dice che la questione di coscienza può essere sollevata alla presidenza del gruppo su questioni etiche e principi fondamentali della Costituzione ma la modalità di elezione del Senato non è una questione di coscienza». Ergo varrebbe la disciplina di gruppo, comprese le sanzioni per chi non si allinea.
Ma le minacce al momento non sortiscono effetto.
Sarebbero una ventina i senatori dem pronti alla rivolta, che vanno a sommarsi alla trentina di forzisti ribelli e all’altra decina tra Ncd e ex Scelta civica.
Numeri importanti dunque, che potrebbero rendere molto complicato il passaggio in aula.
Anche per questo ieri Renzi ha stretto i bulloni della maggioranza, chiedendo ad Alfano quanto fosse seria l’intenzione di Ncd di opporsi al Senato non elettivo. Ricevendone in cambio assicurazioni.
Certo, anche Berlusconi ha richiamato i suoi all’ordine. Ma come dice un vecchio navigatore del palazzo come il leghista Roberto Calderoli, relatore della legge, «ormai quelli se ne fregano ».
Anzi la fronda dentro Forza Italia si sta allargando.
Esasperati per il mancato rispetto della promessa fatta da Berlusconi giovedì scorso («le questioni che ponete sono serie, ci rivedremo martedì per decidere»), i ribelli sono pronti a muovere in blocco contro la linea ufficiale del partito.
Raffaele Fitto resta in silenzio, per non dare alibi a chi vorrebbe usarlo come capro espiatorio per schiacciare la rivolta, ma i senatori pugliesi e campani ormai si muovono come una falange.
È in corso una raccolta di firme su una richiesta di riunire il gruppo prima che la riforma Boschi vada in aula.
Una ventina di senatori sono pronti a dare battaglia. Filtrano i nomi di Milo e D’Anna, Bonfrisco e Tarquinio, Malan e Zuffada.
Oltre ovviamente a Minzolini. La Vandea è solo all’inizio, ha bisogno di tempo per organizzarsi e raccordarsi con l’offensiva parallela in corso nel Pd.
Ed è proprio il tempo il fattore che gioca contro Renzi.
La discussione in commissione infatti procede a rilento. Dopo l’incontro a palazzo Chigi tra Renzi e Berlusconi, che ha ridefinito nei dettagli il patto del Nazareno, si tratta ora di tradurre in norme l’intesa politica.
Per il momento l’esame degli articoli 56 e seguenti del disegno di legge è stato sospeso.
E dopo che il governo avrà battuto un colpo i relatori Finocchiaro e Calderoli dovranno riformulare i propri emendamenti. Ci vorrà tempo.
«Di sicuro mercoledì – ammette Calderoli – non ce la facciamo ad andare in aula». L’obiettivo di Renzi arrivare almeno a un via libera in commissione entro il Consiglio europeo del 16 luglio rischia di saltare.
Frabcesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
GLI AFFILIATI RINCHIUSI NEL CARCERE DI LARINO PROTESTANO CONTRO LA SCOMUNICA DEL PAPA
Dopo la scomunica pronunciata da Papa Francesco per i detenuti è inutile – hanno detto al cappellano don Marco – andare a messa – È inutile quando si è stati esclusi dai sacramenti.
L’anatema di Bergoglio è giunto potente e inaspettato nelle carceri che ospitano gli uomini di ‘ndrangheta.
Gran parte del mondo ha interpretato la scomunica come una mossa teologica, un’operazione morale fatta più per principio che per reale contrasto alle organizzazioni criminali.
Un gesto morale considerato importante per dare una nuova direzione alla Chiesa ma che difficilmente avrebbe potuto incidere nei comportamenti dei padrini, degli affiliati, dalla manovalanza mafiosa.
Quale danno avrebbe mai recato ad un boss una condanna metafisica che non ha manette, non ha sequestri di beni, non ha ergastoli ma che semplicemente esclude spiritualmente dalla comunità cristiana e dai suoi sacramenti?
Da queste domande era nata la diffidenza di molti che temevano che la presa di posizione del Papa contro i clan fosse inutile. Un gesto bello, nobile, ma innocuo.
Ma non è così e la “protesta” dei duecento detenuti affiliati lo dimostra.
Intanto è una prima volta, un unico nella storia criminale e non è affatto quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura: ossia una semplice conseguenza della scomunica.
Quando si tratta di organizzazioni mafiose ogni azione, ogni parola, ogni gesto non può esser letto nel suo significato più semplice e elementare.
Dev’essere inserito nella complessa grammatica simbolica che è la comunicazione dei clan
Questo sciopero della messa non parla ai preti, non parla alla direttrice del carcere, non parla nemmeno al Papa. Questo sciopero non dice: «Il Papa ci ha tolto la patente di cristiani, non possiamo più battere le strade della messa e della comunione ». Perchè questo è falso.
Papa Francesco nel suo viaggio in Calabria ha fatto un gesto comunicativamente geniale, è andato a trovare i detenuti nel carcere di Castrovillari e ha detto loro «anche io sbaglio, anche io ho bisogno di perdono»: è in questa frase la vera forza della sua dichiarazione di scomunica.
Non è contro l’uomo che in carcere appartiene all’organizzazione ma contro l’organizzazione.
La scomunica non è all’assassino, all’estorsore, all’affiliato, al sindaco corrotto, al giudice compromesso, al boss, la scomunica è contro chi continua a sostenere l’organizzazione.
La scomunica è all’assassinio, all’estorsione, alla tangente, alla corruzione quindi alla prassi mafiosa
Quella degli affiliati non è quindi una sorta di protesta contro una Chiesa che ha abbandonato in contraddizione con il vangelo («ero carcerato e siete venuti a trovarmi») il conforto ai detenuti. È un manifesto.
È una dichiarazione di obbedienza alla ‘ndrangheta, la riconferma del giuramento di fedeltà alla Santa.
Questo sciopero è un gesto che deve arrivare all’organizzazione stessa. La scelta di andare a messa nonostante la scomunica avrebbe potuto far apparire gli affiliati sulla strada del tradimento, alla ricerca di quel nuovo percorso di pentimento che Francesco gli ha indicato.
Sottolineano: siamo scomunicati perchè ‘ndranghetisti, e nessuna occasione simbolica è lasciata sfuggire dagli uomini dei clan per ribadire soprattutto dalle segrete di un carcere la loro fedeltà .
Si sciopera contro la messa in questo caso per dichiararsi ancora uomini d’onore e non lasciare alcun sospetto di allontanamento dalle regole dell’Onorata Società .
Quando ci si affilia la “santina” di San Michele Arcangelo viene fatta bruciare tra le mani unite e aperte a forma coppa e le parole pronunciate sono definitive: «In nome di nostro Signore Gesù Cristo giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue»
La scomunica di Papa Francesco sta diventando un meccanismo in grado di alzare come un grimaldello le inaccessibili blindate che isolano i codici mafiosi dal resto della società civile.
Bisogna insistere e agire, isolare quelle parti di chiesa saldate alla cultura mafiosa che ancora resistono, come dimostra quel che è accaduto sempre ieri a Oppido Mamertina, in Calabria, dove la processione ha reso l’omaggio alla casa di don Giuseppe Mazzagatti.
Un “inchino” dovuto per non alterare un vecchio boss che ancora tiene (rispetto alle giovani generazioni) al vecchio rito e che – come in molti hanno lasciato trapelare – da decenni finanzia feste patronali e iniziative religiose nel suo territorio
Nell’Italia della crisi i simboli contano come reale e spessa sostanza, non sono un orpello di facciata.
Alla scomunica religiosa deve seguire una scomunica civile assoluta, che permetta l’esclusione del meccanismo mafioso dalle dinamiche quotidiane, economiche, sociali.
Un’esclusione vera, radicale, definitiva.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)
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Luglio 7th, 2014 Riccardo Fucile
500.000 PROGETTI DI FORMAZIONE NON SONO SERVITI A CREARE LAVORO… SOLO 233 NUOVI ASSUNTI CONTRO I 30-50.000 DI GERMANIA E FRANCIA
Una montagna di miliardi, sfuggita di mano. 
Ogni anno l’Italia spende cifre impressionanti in progetti finanziati con fondi strutturali europei, eppure nessuno è in grado di valutarne gli effetti.
Se ad esempio favoriscono davvero l’inclusione sociale, se creano nuova occupazione e se questa è strutturale e come viene retribuita. Anzi, va persino peggio.
Non solo non conosciamo l’efficacia della spesa, ma ogni euro di fondi ricevuti ce ne costa due in tasse: uno da versare all’Europa come membri dell’Unione e un altro come cofinanziamento, obbligatorio per utilizzare quei fondi.
Eppure, nonostante il clamoroso black-out informativo, in cinque anni sono stati messi in campo ben 504 mila progetti di formazione, per una spesa di quasi 7 miliardi e mezzo.
Con quali benefici? La risposta dello studio curato dagli economisti Roberto Perotti e Filippo Teoldi e pubblicato sul sito lavoce. info è una sola: i benefici sono ignoti
«Nessuno riesce a districarsi tra piani europei, nazionali e regionali », osserva Perotti, docente alla Bocconi e in passato consigliere economico di Renzi.
«Centinaia di documenti stilati per fissare obiettivi che nessuno rispetta. E i soldi diventano una mangiatoia pazzesca per sindacati, assessorati regionali e provinciali ». La soluzione per Perotti è una sola: «Non diamo più soldi a Bruxelles, così non rischiamo di vederli finire nelle mani dei maestri dello spreco, in un sottobosco politico parassitario ».
La tesi è ardita, ma suffragata dai numeri dello studio dal titolo “Il disastro dei fondi strutturali europei”.
Nel 2012 l’Italia ha versato 16,5 miliardi come contributi alla Ue e ne ha ricevuti in cambio solo 11, di cui 2,9 di fondi strutturali, tra Fse (per formazione, sussidi al lavoro, inclusione sociale) e Fesr (sussidi alle imprese e infrastrutture).
Questi fondi per essere spesi devono essere “doppiati” tramite il cofinanziamento, dunque denari italiani.
«Ottima idea, per coinvolgere il beneficiario. Ma se prendiamo il solo Fse, appena il 4% del finanziamento totale viene dalle Regioni (quasi niente dalle Province), il resto è finanziato in parti uguali da Stato italiano e Ue».
I soldi di questo fondo dunque «sono completamente gratuiti per i soggetti che poi attuano il progetto, cioè Regioni e Province». Di qui la prima stortura. «Lo scopo del cofinanziamento è completamente negato».
Lo studio passa poi ad esaminare la spesa per i progetti di formazione, che rappresentano la quasi totalità dei progetti dell’Fse (504 mila su 668 mila).
Nel periodo 2007-2012 (dati Open-Coesione) ben 7,4 miliardi su 13,5 sono stati impiegati qui.
La valutazione di questi corsi è «un’industria che non conosce crisi» e tiene in vita «decine di centri di ricerca» che hanno prodotto tra 2007 e 2011 ben 280 documenti di valutazione, per la stragrande maggioranza «inutili, un sottobosco nel sottobosco ». Poichè nessuno è davvero in grado di raccontare l’efficacia dei corsi.
Le variabili di solito citate sono la percentuale di soldi spesi e il tasso di occupazione. Ma la prima non è per forza indice di successo: si possono spendere molti soldi in progetti inutili o dannosi.
E la seconda spesso è effetto della congiuntura, se non si riesce a misurare i posti di lavoro che davvero i corsi di formazione e gli stage favoriscono.
Il confronto europeo è poi agghiacciante.
Se l’Italia tra 2007 e 2013 ha offerto corsi a 21 mila persone, la Francia aveva 254 mila iscritti e la Germania 208 mila (dati del network di esperti sulla spesa dell’Fse per l’inclusione sociale).
Ebbene, tra quelli che hanno completato le attività (appena 233 italiani, contro 50 mila francesi e 32 mila tedeschi), solo il 14% risultava poi occupato in Italia, contro l’85% della Francia e il 35% della Germania.
Ma, aggiunge lo studio, «è possibile che i partecipanti italiani abbiano ricevuto servizi non finalizzati a trovare un posto di lavoro».
Ma allora a che cosa servono questi corsi
La Commissione europea, lo scorso marzo, sosteneva che grazie ai fondi Ue in Italia sono stati creati tra 2007 e 2013 più di 47 mila posti, 3.700 nuove imprese, banda larga estesa a più di 940 mila persone, sostegno per 26 mila pmi, 1.500 chilometri di ferrovie e progetti di depurazione delle acque.
La Corte dei Conti però, in febbraio, diceva che dal 2003 ad oggi gli “eurofurti” (frodi, imprenditori fasulli, finti progetti, costi gonfiati, incarichi irregolari) hanno raggiunto la cifra record di un miliardo e 200 milioni.
Solo nel 2012 ne sono stati scovati 344 milioni (al top la Sicilia con 148 milioni finiti nelle tasche sbagliate, vedi il caso del deputato pd Genovese che secondo le accuse in cinque anni avrebbe lucrato ben 6 milioni di euro di fondi europei destinati proprio alla formazione professionale).
Nel 2013 poi la Guardia di Finanza ne ha recuperati altri 228 di milioni. Arrivati come fondi strutturali, poi finiti nelle tasche del malaffare. E certo non usati per creare posti o crescita.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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