Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile
TUTTO IL REPERTORIO
Silvio Berlusconi da Fabio Fazio riesce quasi a non far toccare palla al conduttore, anche se stanco e appesantito dagli anni, si guadagna anche tre applausi del pubblico in studio e fa andare in onda su Rai3 una sorta di “il meglio di…” con la storia vista da Arcore già sentita mille volte.
Neppure una domanda di Fazio sull’origine poco chiara di Forza Italia nel ’94, su Marcello Dell’Utri e la mafia.
Tutto liscio come l’olio, invece, un vecchio conduttore che intervista un vecchio politico.
Per il gran finale Fazio chiede: “In questi giorni ha postato foto con il suo cane, Dudù che ormai è più famoso di Rex, per alcuni sono foto di un uomo solo, ma lei si sente felice?”.
Ecco il tocco commovente di quello che un tempo per Rai3-Tele Kabul era il Caimano: “Non so cosa sia la felicità , mi sento solo ma mi sono sempre sentito solo”. L’ospite si alza, Fazio gli stringe la mano, mentre tutti in studio battono le mani. Un trionfo.
Ha passato il tempo a lamentarsi Berlusconi, per i consensi di Forza Italia in picchiata a causa della sua scarsa presenza televisiva: “Renzi mediamente passa in tv sei ore alla settimana, altrettante Salvini, normale quindi essere in difficoltà ”.
Fazio gli offre quindi il migliore degli assist: “Ma perchè non andava più in tv, la legge Severino la rende incandidabile, mica vieta le presenze in televisione”. Berlusconi si fa serio serio, il Caimano ritorna: “Fa parte dell’attacco della magistratura che ho subito, mi creda. Ho avuto l’indicazione forte e precisa di non andare in televisione”.
Fazio non pensa sia il caso di chiarire il concetto e queste parole rimangono là , insinuando il dubbio di un divieto dei giudici alle apparizioni tv del capo di Forza Italia.
All’inizio Fazio ha pur provato a fare qualche domanda di attualità , con un’unica punta di veleno: “Ma perchè dovrebbe riuscire a fare ora quello che non è mai riuscito a fare?”.
Risposta ovvia: “È una crociata di libertà , per il bene del Paese”. “Ma chi è il suo erede?”, prova a trovare la notizia Fazio. “Non si è ancora fatto vivo, spero lo faccia presto. Io gli darò la spinta, ma lo sceglierà il popolo”. Confuso.
“Però non con le primarie, sono manipolabili e hanno prodotto i sindaci peggiori della storia a Genova, Milano, Napoli e Roma”.
Momento Cesano Boscone: “Le sono serviti a qualcosa i servizi sociali?”, chiede Fazio. “Non avevo niente da imparare — risponde Berlusconi — ma la vicinanza alle persone che soffrono era il momento più gradevole della settimana”.
E poi il solito nastro: “Non ho potuto fare la mia rivoluzione liberale perchè nella coalizione c’erano i piccoli partiti, magistrati e tutti i giornali contro, ho avuto tre capi di Stato ostili, che erano anche capi delle forze armate e l’ultimo ha voluto fare la guerra a Gheddafi e alla Libia contro la mia volontà ”.
Ovvio, la butta anche sulla minaccia comunista e Fazio timido: “Ma Renzi non è comunista”. “Vero, ma ha sempre quel partito”. Contro Grillo: “Una ferita al sistema democratico, non può portare niente di buono, ma io l’ho già ridimensionato alle europee”. “Venga anche Grillo — invoca Fazio — a replicare”.
Poi finalmente la domanda cattiva, quelli che tutti aspettano: “Il gruppo cinese che vuol comprare il Milan ha dietro il Partito comunista?”.
“Non è vero — risponde seccato B. — è lei che legge certi giornali e dicendo questa cosa mina la sua credibilità perchè è falsa”.
I diritti civili, Fazio tira fuori la compagna Francesca Pascale e il suo impegno, a parole, per gli omosessuali: “In uno Stato civile anche persone dello stesso sesso dovrebbero poter assistere un loro caro se malato o lasciargli qualcosa in eredità ”. Riesce a metterci dentro anche un “mi consenta”, come ai bei tempi.
Il tutto comincia con una critica a Fazio “da vecchio editore di tv: quando uno specchiandosi vede la barba grigia dovrebbe avere il coraggio di tagliarsela, sarebbe più bello e bucherebbe meglio lo schermo”.
Il ritorno, triste, di Sua Emittenza.
Giampiero Calapo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELL’URUGUAY IN LIGURIA SULLE TRACCE DEGLI ANTENATI: “I MIGRANTI CHE ARRIVANO IN EUROPA LE FANNO UN FAVORE, LA SVECCHIANO”
Scorte e lampeggianti? Ma quando mai. 
Arrivano quasi alla chetichella, in una giornata uggiosa. Non fosse per l’auto dell’ambasciata, che dal porto di Genova ieri mattina li ha discretamente portati fin quassù in Val Fontanabuona, sembrerebbero due turisti normali. Perdipiù con poco bagaglio.
Già perchè a Josè Alberto Mujica Cordano e a sua moglie Lucia Topolansky – sposata nel 2005 – non serve poi molto.
Sebbene lui, figlio di emigranti liguri, fino al primo marzo fosse l’amatissimo presidente dell’Uruguay, del quale è tutt’ora senatore, al pari della moglie.
Che non porta manco un gioiello, neppure la fede dopo le nozze. Pure quelle anomale. In stile col personaggio.
Racconta, Lucia, sua compagna da quarant’anni: «Non mi ha fatto una dichiarazione, ha fatto un annuncio. In televisione, un giorno, ha comunicato che si sarebbe sposato. Io stavo ascoltando in cucina e l’ho saputo così…». Pausa.
«Era sicuro che gli avrei detto sì». Sempre al suo fianco. Carcere compreso. Esperienza, che «Pepe» ricorda tranquillo perchè gli «ha insegnato tanto» spiega puntandoti addosso gli occhi nerissimi e scintillanti. Sempre con un diktat: «Essere al servizio degli altri, questo è il significato della politica».
Servizio alla societa’
In Italia, veramente, mica tanto… Tra indagati e corrotti, la politica non appassiona.
«Ah, no? È molto triste. E in cosa crede la gente?- domanda stupefatto – Se non si crede nel futuro non c’è niente. L’uomo è un animale politico.
Diceva Aristotele, che non può vivere da solo, ma nella società . Tu come faresti senza penna e taccuino? Ci vuole qualcuno che li faccia. E che faccia vestiti, auto… Dipendiamo tutti dalla società . La politica è occuparsi della società e dei diritti». Lei da presidente ogni mese dei suoi 8.900 euro, ne devolveva 8.100 agli uruguaiani.
Qui non va proprio così. Sospira: «La gente che ama troppo i soldi non deve entrare in politica. Che è servizio. È questa la felicità : servire la gente che ha bisogno. La bara non ha tasche per portarsi via i soldi». Lei e Lucia non avete mai abitato il palazzo presidenziale.
«È un museo» scandisce mulinando il braccio verso il soffitto in legno dell’Osteria Fonte Bona, tre camere in tutto – e servizi al piano – dove l’ex presidente ha prenotato quindici giorni fa: online. E tanto per capire che in questa vallata è planato un marziano — anzi due — basti dire che il proprietario, Giovanni Bottino, dopo aver preparato il pranzo «a base di affettati, ravioli col tocco e vino “tinto”», ha lasciato amabilmente riposare «Pepe e Lucia».
L’ex presidente è sbarcato «in cerca delle radici», della casa dei nonni materni, dopo una sosta a Muxyka, nei Paesi Baschi, terra paterna. Un viaggio-regalo, che dopo la Val Fontanabuona e Genova, porterà la coppia a Roma, dal Papa.
I due mondi
«Vedrò Francesco il 28. È il secondo incontro, con quest’uomo che si è spogliato di tutto». Credente? «No — replica divertito sotto i baffi alla Marquez — Ateo. Per il Cristianesimo la vita è una valle di lacrime. Non sono d’accordo: è bellissima. E il Paradiso è qua, è questa vita. Però, la religione aiuta a morire bene. Voglio parlare al Papa di molte cose. Principalmente della difficoltà d’integrazione tra tutti i Paesi dell’America Latina».
Europa e Italia sono alle prese con i migranti e la strage dei barconi. «L’Europa diventerà caffelatte. Una miscela di razze — commenta placido — La soluzione non è combattere, ma andare in Africa ad aiutarli. L’Europa avrebbe dovuto farlo da tempo. Quanta ricchezza s’è presa dalle colonie? Poi li ha mollati… Non è giusto».
Abbattere Saddam e Gheddafi? «Un errore enorme. La democrazia non si esporta con la guerra, nè si impone. Gheddafi e Saddam tenevano una dittatura paternalista. Ma il Paese teneva. Ora è il caos. Si sta peggio di prima».
Come se ne esce? «L’Africa deve farcela da sola. Con molto dolore, certo. È molto giovane, è cresciuta molto la sua popolazione. Chi arriva in Europa le fa un favore: la svecchia. Lavora e aiuta, lasciandole il plus valore del suo lavoro. L’Ue deve organizzare gli aiuti e al contempo andare in Africa». Normale. Come la sua vita, in realtà straordinaria. Senza sfarzo.
Continuando «a impastare la pizza» e coltivando «pomodori, zucchine, fave».
Facendo con Lucia «35 bottiglie di conserva, per il sugo di tutto l’anno». Un marziano della politica in camicia e maglione, con un paio di scarpe le stesse «da tre anni, perchè in Uruguay le fanno bene».
Felice della sua vita? «Se dall’altra parte ci fosse il bancone di un bar, sa cosa direi? Un altro. Identico a questo».
Patrizia Albanese
(da “La Stampa”)
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Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile
DIVISO IL MONDO DEGLI IMPRENDITORI
In principio fu Novartis, seguita dall’ex Lucchini e adesso da Trelleborg, la multinazionale svedese degli pneumatici: tre aziende che – per motivi diversi – hanno scelto di non applicare il contratto a tutele crescenti ai nuovi assunti dopo la riorganizzazione aziendale.
Tradotto: avranno tutti le garanzie previste dal vecchio articolo 18 che il governo ha rottamato lo scorso 7 marzo con l’entrata in vigore del Jobs Act.
Una decisione che da un lato apre una nuova frontiera di benefit aziendali dall’altro fissa paletti ad oggi sconosciuti in materie di trattativa sindacale.
“Quello di Trelleborg è un accordo che farà storia” dice Emilio Miceli, segretario di Filctem-Cgil che prosegue: “Le relazioni industriali stanno cambiando, noi dobbiamo garantire i lavoratori”. Se la decisione di Novartis è passata quasi sottotraccia perchè riguardava 13 dipendenti passati da una società all’altra del gruppo e quella della ex Lucchini ha avuto l’avallo del governo dopo l’ingresso nella società dei tunisini della Cevital; quella di Trelleborg ha fatto scoppiare un caso con la dura presa di posizione di Unindustria che ha annunciato l’uscita della società dalla rete di Confindustria.
Dopo l’intesa Trelleborg “viene messa fuori dalla nostra associazione” perchè “tale accordo va esattamente nella direzione opposta a quanto previsto dalla nuova normativa contenuta nel Jobs Act del governo di Matteo Renzi e crea un notevole pregiudizio agli interessi del mondo imprenditoriale”, spiega il presidente dell’associazione, Maurizio Stirpe.
“Per questo motivo, il sistema delle imprese auspica fortemente – conclude Stirpe – che l’Esecutivo intervenga in maniera decisiva sancendo l’indisponibilità a livello contrattuale della normativa sui licenziamenti”.
Una presa di posizione in contrasto con quella della Corte di Cassazione che ha chiarito come la nuova disciplina del lavoro non cancelli quella in vigore fino al 6 marzo, ma semplicemente fornisca alle aziende uno strumento in più.
“Siamo all’olio di ricino, alle punizioni, alle espulsioni. Da questo atteggiamento – aggiunge Miceli – si capisce quanto grande sia la distanza tra la politica ed i luoghi di lavoro e di produzione”. Nessun commento dall’azienda svedese dalla quale si limitano a dire: “La portata dall’accordo è molto più ampia”.
“Mi stupisce questo stupore”, sostiene Michele Tiraboschi, professore di diritto del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia: “Il governo non ha abrogato l’articolo 18, semplicemente prevede che non si applichi ai neossunti. In questo caso siamo di fronte a una deroga al contratto nazionale, proprio come previsto dalla riforma Sacconi che nel 2011 era stata appoggiata proprio da Confindustria. Siamo di fronte a un accordo aziendale importante, dove le parti hanno raggiunto un’intesa dopo una trattativa dura e complessa: i lavoratori hanno accettato maggiori sacrifici, in cambio dei quali hanno ottenuto il mantenimento dell’articolo 18”.
D’altra parte l’approccio degli interessati è stato “partecipativo” e “collaborativo” per trovare “il giusto equilibrio – si legge nel testo dell’accordo aziendale – tra gli interessi della società e dei suoi lavoratori”.
E i sindacati stessi ammettono: “Abbiamo lavorato duro per arrivare a un accordo complessivo che va oltre le tutele dell’articolo 18: al centro dell’intesa c’è la produttività dell’azienda e l’aumento della competitività . In cambio abbiamo ottenuto 69 assunzioni a tempo indeterminato”.
Il verbale d’accordo – però – chiarisce che si tratta di un’intesa in deroga al Jobs Act, anche perchè le trattative tra le parti erano iniziate lo scorso anno.
Gli addetti ai lavori guardano con attenzione all’evoluzione delle relazioni sindacali: le aziende che decideranno di mantenere l’articolo 18 potrebbero aumentare, così come le categorie professionali che cercheranno di inserire le “antiche tutele” in sede di rinnovo contrattuale.
D’altra parte per le grandi aziende che investono in Italia le tutele crescenti non rappresentano la chiave di volta per la ripresa del Paese: “Il costo del lavoro in Italia e le difficoltà a licenziare – dice un dirigente di una multinazionale che preferisce restare anonimo – le conosciamo tutti e per questo accantoniamo le risorse necessarie. Per noi sono più urgenti le riforme del fisco e della giustizia, senza quelle sarà difficile attrarre nuovi investimenti”.
Di certo Miceli non ha intenzione di abbandonare la battaglia: “La presa di posizione di Unindustria ci lascia sconcertati, ma continueremo per la nostra strada cercando di garantire le tutele dell’articolo 18, soprattutto nel passaggio dei lavoratori da un’azienda all’altra. A cominciare da chi lavora con gli appalti”.
Giuliano Balestreri
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
A DESTRA AVANZA ANCHE CIUDADANOS, FORTE CALO PER I POPOLARI
Il duello tra la “vecchia” e la “nuova” politica in Spagna è ancora da decifrare alla chiusura delle
urne in Spagna, ma già dai primi risultati si può dedurre che le forze emerse dal basso, Podemos e Ciudadanos, si apprestano a entrare da protagoniste nelle istituzioni locali, il primo importante test in vista delle elezioni politiche di novembre.
A Madrid è un testa a testa fra Podemos e il Partito popolare: quando sono stati scrutinati il 74 per cento dei voti i popolari di Esperanza Aguirre sono in testa per 21 seggi contro 20 mentre a Barcellona, dove i voti scrutinati sono il 95%, la lista Barcelona in Comu formato attorno a Podemos della candidata sindaco Ada Colau arriva prima con 11 seggi davanti a quella del sindaco uscente nazionalista catalano Xavier Trias con 10 seggi.
Podemos arriverebbe primo anche a Saragozza, mentre a Valencia sarebbe in testa il Pp, ma senza maggioranza assoluta.
Tornando alle “battaglie” di Madrid e Barcellona, i numeri sono comunque di importanza relativa nella corsa per il controllo delle due più grandi città : in assenza di maggioranza assoluta, le liste dovranno cercare di formare coalizioni.
Una situazione che dovrebbe avvantaggiare Podemos, che potrebbe contare sull’appoggio del Psoe e di Ciudadanos.
E sarebbe il trionfo strategico del leader Pablo Iglesias e della sua mossa: aderire a coalizioni più ampie e aprire all’elettorato moderato in vista delle politiche e del vero assalto al potere.
Gli spagnoli sono andati alle urne per rinnovare 8.122 municipalità oltre che per assegnare i seggi nei parlamenti di 13 delle 17 regioni del Paese.
I “nuovi arrivati” Podemos e Ciudadamos avrebbero raccolto seggi in quasi tutti i governi regionali.
Inoltre, se quattro anni fa il Pp aveva ottenuto la maggioranza assoluta in otto regioni, questa volta le prime indicazioni escludono che la situazione si ripeta.
Con la necessità per il Pp di scendere a patti con altre forze politiche.
Potrebbe rivelarsi ago della bilancia l’altro “partito del nuovo”, Ciudadanos, su posizioni liberal-alternative. Il movimento di Albert Rivera sarebbe pronto a trattative sia con il Pp sia con Podemos e Psoe per il governo in molte città e regioni del Paese.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
IL COMMISSARIO NON RIVELA GLI INGRESSI REALI… AL “FATTO” NE RISULTANO SOLO 60 MILA NEI FERIALI, 140 MILA IL SABATO… SEGRETI PURE I BIGLIETTI DEL METRà’ E LA SPAZZATURA RACCOLTA
È l’Expo dei numeri segreti.
I tornelli certificano gli ingressi con assoluta precisione, giorno per giorno, ora per ora. Eppure, quanti sono i visitatori?
Resta un mistero, custodito meglio del terzo segreto di Fatima.
Il commissario Giuseppe Sala ha spiegato che deve evitare lo “stress” e non vuole cadere nella “trappola dei numeri”, perchè “c’è il rischio di esaltarsi o deprimersi, mentre io voglio che il mio team rimanga concentrato sulle cose da fare”.
In realtà , le cose da fare cambiano a seconda del numero dei visitatori. Ma lui niente: annuncia soltanto quanti biglietti sono stati venduti, “unico dato certificabile”.
Finora sono 11 milioni, dice contento.
Ma sono pacchetti parcheggiati in gran parte presso tour operator o grandi distributori, non ancora acquistati davvero da visitatori in carne e ossa.
I tornelli invece i numeri veri li sanno e li comunicano in tempo reale alla centrale operativa di via Drago, che controlla minuto per minuto ogni sospiro di Expo.
Ma non li rendono pubblici, per evitare lo “stress” a Sala e al suo team.
C’è di più: a Milano in questi giorni sono segretati perfino il numero dei viaggiatori sul metrò e i dati sulla spazzatura asportata, perchè potrebbero essere usati per calcolare gli ingressi Expo.
C’è un embargo patriottico da tempi di guerra. Sappiamo soltanto che gran parte dei visitatori arriva all’esposizione con la linea M1 del metrò.
Proprio per questo alla società Atm — che gestisce il servizio e sa benissimo quanti passeggeri ogni giorno sbarcano alla fermata Rho-Fiera-Expo — è stato ordinato di tenere acqua in bocca: vietato comunicare i dati.
Gli unici numeri in circolazione sono quelli delle trionfali, benchè ufficiose, proclamazioni dei primi giorni: “200 mila visitatori nel giorno d’apertura, malgrado la pioggia”, è stato fatto filtrare ai giornali.
Ancor meglio il 2 maggio: “220 mila ingressi”.
Ma sono cifre senza alcuna conferma ufficiale. Secondo le previsioni, i 24 milioni di visitatori attesi in sei mesi dovrebbero essere raggiunti ipotizzandone circa 100 mila nei giorni feriali, 200 mila il sabato e nei giorni festivi.
Anzi, ci sono documenti Expo che formulano previsioni precise, giorno per giorno.
Ecco quelle delle prime settimane: 1 maggio, 250 mila; 2 maggio, 180; 3 maggio, 180; 4 maggio, 70; 5 maggio, 70; 6 maggio, 80; 7 maggio, 80.
E così via, fino ai 180 mila ipotizzati per ieri 23 e per oggi 24 maggio.
Secondo quanto risulta al Fatto Quotidiano, la realtà è inferiore almeno del 30 per cento. Va abbastanza bene il sabato, male la domenica.
Gli ingressi sarebbero attorno ai 60 mila nei feriali, circa 140 mila il sabato e non più di 100 mila la domenica.
A mettersi le mani nei capelli hanno già cominciato i gestori dei parcheggi e dei ristoranti interni al sito.
Sono disperati perchè temono di non rientrare delle spese a causa dell’afflusso di pubblico molto più basso del previsto.
Preoccupata è soprattutto Arriva, società italiana delle ferrovie tedesche che ha vinto l’appalto per la gestione dei parcheggi: secondo le previsioni, il 50 per cento dei visitatori sarebbe dovuto arrivare in auto, con incassi per 11 milioni, invece i parcheggi sono vuoti al 90 per cento.
E Arriva è già in rosso perchè deve comunque garantire per tutto il giorno un costoso servizio di navette per portare chi ha parcheggiato fino ai tornelli d’ingresso.
La situazione è così preoccupante che Sala, il quale aveva lanciato finora appelli accorati perchè la gente usasse i mezzi pubblici, il 14 maggio ha cambiato messaggio: “Venite in macchina”.
E ora lancia l’idea di rendere il parcheggio gratuito. Ma così Expo dovrà pagare ad Arriva 3 milioni di penale.
Erano previsti anche 500 autobus al giorno, ma non ne arrivano più di 200.
I treni di Tre-nord erano pronti a trasportare 42 mila passeggeri al giorno, ne portano invece solo 6 mila.
Poi c’è Trenitalia. Racconta entusiasta che il numero di viaggiatori che raggiungono Milano con le Frecce è cresciuto del 20 per cento: “È l’effetto Expo”.
Peccato però che nello stesso comunicato dia le cifre di Torino (+70 per cento), Bologna (+25), Venezia (+21), Genova (+20): tutte più alte o uguali a Milano.
Quanto agli aerei, “nessun volo aggiuntivo per Expo”, rispondono dagli aeroporti di Linate, Malpensa e Orio al Serio.
Non c’è alcuna traccia, per ora, neppure dei voli speciali che dovrebbero portare a Milano il promesso milione di cinesi.
Sala dice di non guardare i dati per non essere sottoposto a stress. In realtà li guarda e, proprio per questo, ha cercato di correre ai ripari lanciando la formula dell’ingresso serale: chi entra dopo le 19 paga solo 5 euro , invece dei 39 euro del biglietto pieno, e nei weekend la chiusura è spostata alle 24.
Grande successo: Expo è diventata un’alternativa alla “movida” milanese, con gran rabbia di molti gestori di bar e ristoranti in città , sui Navigli o a Brera, che si vedono sfilare i clienti dalla concorrenza dell’esposizione.
I visitatori serali fanno numero, ma non visitano i padiglioni, si limitano per lo più a bere birra e mangiare hamburger.
Faranno bene alla contabilità finale degli ingressi, ma non ai bilanci (pagano solo 5 euro), nè alle iniziative di Expo in città .
In compenso costringono a un superlavoro non previsto Atm per i trasporti, la Polizia locale per la sicurezza e l’Amsa per la pulizia e la gestione dei rifiuti
Sui numeri, comunque, restano amplissimi i margini d’incertezza.
Eppure sarebbe semplice por fine a ogni dubbio: basterebbe comunicare ogni giorno il numero dei visitatori.
A meno che non si debba cercare di nascondere un flop.
Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
“NOI DI LIGURIA LIBERA L’UNICO VERO CENTRODESTRA DI OPPOSIZIONE AL PATTO DEL NAZARENO AL PESTO”
Siamo agli ultimi giorni di campagna elettorale, la Liguria è ritenuta da molti il crocevia di nuovi scenari nazionali per l’incertezza sull’esito del voto
Guardi, o gli elettori liguri avranno il coraggio di votare controcorrente una terza forza o il destino è già segnato, il voto a Toti e alla Paita è il classico voto inutile
Cosa intende? I sondaggi li danno molto vicini…
Gli stessi sondaggi che lei cita li danno intorno al 30%, se non meno. Sa cosa vuol dire? Che nessun candidato raggiungerà quota 35%
E quindi?
Sotto questa quota la legge regionale ligure prevede che il vincitore mandi in consiglio 8 consiglieri più altri sei del ”listino dei nominati” dal presidente. Sono quattordici in tutto, con lo stesso presidente 15. Ma il consiglio avrà 30 componenti. E lo statuto della Regione Liguria non prevede nè premio di maggioranza nè ballottaggio. Con 15, anche 16 o 17 consiglieri, sarà molto difficile governare.
E cosa potrebbe accadere?
Considerando che noi di Liguria Libera, ma anche i Cinquestelle e la Lista Pastorino hanno già detto che non faranno da ruota di scorta, sarebbe meglio dire che qualcosa è già accaduto dietro le quinte
Tipo?
Che Paita e Toti abbiano già concordato un bel “patto del Nazareno” in salsa ligure. Un accordo che permetta la governabilità con l’appoggio del perdente.
A questo punto votare Toti e il centrodestra vorrebbe dire votare la Paita?
Toti è uno che la Liguria la conosce per esserci venuto giusto a fare i bagni il fine settimana, ha già in tasca il biglietto di andata e ritorno. Da buon dipendente Mediaset tornerà a fare il parlamentare europeo, Minzolini insegna. Comunque resteranno i tre consiglieri regionali che si presume Forza Italia farà eleggere, giusto quelli che serviranno alla Paita per governare.
Voi di Liguria Libera non appoggerete nessuno dei due?
Lo abbiamo detto a chiare lettere: valuteremo solo i singoli provvedimenti, se risponderanno al nostro programma disponibili a votarli, ma mai alleanze con nessuno. E non solo per questo motivo…
Ce ne sono altri?
Uno fondamentale: non facciamo alleanze con inquisiti. Nel centrosinistra ce ne sono tre, in Forza Italia quattro, nella Lega due, in Fdi uno, in Ncd uno: con chi non ha avuto il buon gusto di fare un passo indietro non ci può essere accordo, per noi la legalità è al primo posto.
Oltre alla legalità Liguria Libera quali parole chiave ritiene prioritarie?
Abbiamo un programma di 92 punti diviso in sette macrosettori e alcuni punti chiave: merito, efficienza, legalità , trasparenza e consultazione. Se dovessimo governare, ogni sei mesi ci impegniamo a un rendiconto ai liguri sullo stato dei lavori.
Lei è candidato nel collegio di Genova, un motivo per darle la preferenza?
Voglio portare in Regione la voce della gente perbene e l’indignazione degli onesti. Inoltre faccio politica per passione, non vivo grazie alla politica: ogni preferenza sarà un riconoscimento al mio impegno civile, mi basta questo, è il regalo più grosso che possa ricevere.
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
STORIE D’ITALIA: L’ACQUA SEGRETATA PIU’ CARA D’ITALIA
Il signor Cimino l’abbiamo conosciuto quindici anni fa che vendeva acqua ad Agrigento e l’abbiamo ritrovato quindici anni dopo che vende ancora acqua ad Agrigento.
Tutto passa ma il signor Cimino resta.
Fa parte del paesaggio urbano come i palazzoni in bilico sull’argilla, sembra eterno come i templi greci sulla rupe.
La fortuna di Domenico Cimino è un pozzo ereditato dal padre Gioacchino e che andrà in lascito al figlio Gioacchino, commercianti d’acqua di contrabbando da tre generazioni sono in moto perpetuo con le loro «bonze » – così chiamano le cisterne – per svuotarle di qua e di là assicurandosi sostentamento e guadagnandosi la riconoscenza di una popolazione assetata per destino infame.
Da una vita qui parlano con molto sapere di tubi, di fontane e fontanieri, di vasche, bidoni, allacci, di litri al secondo di un’acqua che c’è e non c’è, che appare e scompare, di un’acqua che può portare alla felicità o alla disperazione più profonda.
È l’acqua pazza di Agrigento che scatena guerre che non finiscono mai.
Si scannano anche sui numeri, citando fonti e report.
È l’acqua più cara d’Italia (Osservatorio di Cittadinanzattiva), tariffa media annuale 419 euro per una famiglia di tre persone, quattro volte più che a Milano.
È al 29° posto (Centro Ricerche di Federconsumatori), prezzi di poco superiori alla media nazionale.
Euro veri e acqua sempre virtuale. Dai rubinetti ne esce poca, a volte anche niente.
In una Sicilia spaccata in due per i ponti che crollano, che mortifica se stessa mostrandosi lercia sul palcoscenico internazionale dell’Expo, che affoga nei debiti e nella molesta retorica del suo governatore Crocetta, c’è ancora una città (e una provincia) che ogni due o tre giorni aspetta con il fiato sospeso un rumore lontano, pressione e bolle d’aria, l’annuncio che sta arrivando.
Il mercoledì e il sabato, il giovedì o il venerdì, un paio d’ore nel centro storico e appena qualche minuto in più in contrade meno sventurate.
Maledizione di Agrigento.
Con una trentina di sindaci in rivolta contro il signorotto che si è garantito dal 2007 la gestione privata del servizio idrico – un’altra quindicina si sono rifiutati di consegnare a lui le reti comunali – è battaglia legale e rissa ripetuta.
Con forti sospetti di mafiosità , bollette da capogiro, contatori staccati per morosità , 007 a caccia di ladri d’acqua, proteste di piazza, aggressioni, infarti, inseguimenti. E sete, sempre sete.
Sabato mattina 9 maggio, ore 10, villaggio Mosè.
Davanti alla casa di Giovanni De Castro, pensionato di ritorno dal Queens dove aveva un piccolo supermercato, l’asfalto che è una sfoglia improvvisamente si apre e la «bonza » del signor Cimino precipita in una voragine.
I diecimila litri d’acqua che attendeva il pensionato – una quarantina di euro, De Castro è affezionato cliente – si disperdono sulla strada.
Peccato mortale ad Agrigento. Il signor Cimino si avvilisce per la sua autocisterna trainata dalla gru, Giovanni De Castro sa che non avrà acqua per almeno altre ventiquattro ore. Gliel’hanno tagliata: non vuole pagare i 17 mila (diciassettemila) euro conteggiati per il consumo degli ultimi tre anni.
«Sono ladri autorizzati, com’è possibile venderla a così tanto?», si chiede consolato da tutto il vicinato.
«Sono mafiosi», gridano gli altri. E mostrano ingiunzioni di pagamento, contatori sigillati, denunce, ricorsi, petizioni. Ogni giorno è sommossa.
Al Villaggio Mosè e su a Porta di Mare, nel cortile Sciascia sotto la curia vescovile, a Zingarello, a Fontanelle e a Bibbirria, a Poggio Muscello.
E tutti costretti a comprare l’acqua del signor Cimino che serve solo per «strapazziare», termine letteralmente intraducibile ma significa che con quell’acqua ci puoi fare tutto tranne che berla.
«Bonza», «strapazziare », «perdita occulta», «testa dell’espurgo», c’è un vocabolario molto speciale per la sete degli agrigentini.
Il glossario della sete. Loro straparlano di acqua tutto il giorno e – fatto assai curioso – nemmeno uno dei candidati sindaci delle elezioni del 30 maggio cavalca l’insurrezione.
Lontani i tempi dell’assessore regionale ai Lavori Pubblici Totino Sciangula, un amico di Giulio Andreotti che nelle infuocate campagne elettorali degli anni ’80 si faceva intervistare sulle tivù locali chiedendo voti in cambio di qualche litro in più. Per le vie di Agrigento si aggirano rabbiosi gli assetati e anche tante, tantissime – 140 – auto bianche e azzurre della «Girgenti Acque Spa», la società privata che gestisce il servizio idrico in 27 comuni su 43 servendo (sulla carta) 359 mila abitanti su 480 mila. La gara di affidamento l’ha vinta facile: era l’unica partecipante.
Perchè gli agrigentini vi odiano tanto?
«Perchè facciamo pagare le bollette che prima non pagavano, perchè prima di noi nessuno aveva mai gestito il servizio idrico», risponde Marco Campione, presidente di un’azienda che è sotto tiro poliziesco e giudiziario ed è esposta al rancore popolare.
Il suo quartiere generale è al centro di una spettrale area industriale dove in mezzo a palazzi sventrati ecco un’elegante costruzione circondata da palme, impiegate in divisa con tanto di fiocco, uffici climatizzati e profumati, pasticcini e biscottini, manager e ingegneri come nella sede di una multinazionale di Zurigo.
Il presidente, condannato in via definitiva per falso e truffa – al momento non è a conoscenza nemmeno se gli abbiano rilasciato il certificato antimafia – difende la sua azienda, dice che danno più acqua di quanto ne sia stata mai data prima, accusa il Comune per la decomposizione delle reti idriche cittadine. E giura: «Io non sono collegato a nessun politico: per questo mi attaccano». In pochi ci credono.
La Girgenti Acque ha 330 dipendenti («È un assumificio», ha denunciato il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo ascoltato a marzo dalla commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti ambientali), selezionati uno per uno – versione della direzione – attraverso colloqui rigidissimi, ha un customer satisfaction, ha uno staff di psicologi a sostegno dei dipendenti («Per l’autostima») che si prendono sputi e insulti ogni volta che entrano in contatto con gli utenti. E soprattutto dispone di una pattuglia di 007.
Sono sguinzagliati per «mappare» il territorio strada dopo strada, controllare consumi troppo modesti o troppo esagerati, investigano su deviazioni di condutture.
Nei tubi sono state inserite 80 micro telecamere, «vedono» come si attivano i contatori e come i furbi attaccano i bypass.
Nella guerra ai ladri d’acqua è scesa in campo l’ «intelligence».
Ma cos’è veramente questa Girgenti Acque? Cosa si nasconde sotto questa crosta di modernità e di efficientismo?
La città di Agrigento è una grande stanza degli specchi – pensate, in questa campagna elettorale Legambiente con un voltafaccia sostiene lo storico nemico che voleva il rigassificatore – dove è difficile rintracciare frammenti di verità .
Bisogna affidarsi alle carte ufficiali. Un corposo dossier di polizia, carabinieri, Dia e Finanza che descrive nel dettaglio i legami di mafia di Marco Campione.
Vecchi e nuovi.
Nella testimonianza alla commissione parlamentare, quando il procuratore Fonzo ha cominciato a parlare di Campione e della sua società è calato il silenzio. Omissis. Omissis. Omissis. L’acqua di Agrigento è stata secretata.
Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica”)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI INSUPERABILE: NEL REGNO DELLA CAMORRA RIESCE A CANDIDARE UN CONDANNATO CONTRO UN BERLUSCONIANO INCENSURATO
Alzi la mano chi, quando Renzi lanciò il guanto di sfida alla vecchia ditta del Pd, immaginava di
vederlo un giorno avvinto come l’edera a Vincenzo De Luca: un vecchio arnese dipartito che sta in politica da quasi mezzo secolo e da 10 anni si divide fra le aule di Comune, Parlamento e governo (spesso contemporaneamente) e quelle di tribunale, per giunta ineleggibile.
Uno che quattro anni fa fu trombato alle elezioni regionali e, anzichè ritirarsi a vita privata come avviene in tutte le democrazie, si ricandida come se niente fosse e, come le cozze, succhia tutta la schiuma della politica campana pur di agguantare un incarico che la legge gli vieta di assumere, in quanto è decaduto due volte (per l’incompatibilità fra i ruoli di viceministro di Letta e di sindaco di Salerno e per la condanna in primo grado per abuso d’ufficio) e decadrà di nuovo non appena poggerà le terga sulla poltrona di presidente della Regione.
La domanda “che cosa direbbe Renzi se lo facesse Berlusconi?” vale quasi per ogni mossa del premier: l’Italicum e la controriforma costituzionale approvati a colpi di maggioranza (anzi, di minoranza), la porcata della scuola, il Jobs Act, il condono fiscale, la responsabilità civile dei giudici, gli attacchi forsennati alla Corte costituzionale che si permette di dichiarare incostituzionale una legge incostituzionale, l’occupazione del suolo pubblico televisivo la domenica pomeriggio a tre settimane dal voto senza contraddittorio e senzapar condicio per gli altri partiti (con prevedibile sanzione a cose fatte dell’Agcom e ridicole indignazioni pidine perchè B. stasera farà altrettanto da Fazio, peraltro dopo mesi di astinenza da video).
Quei pochi che paventavano, dopo il tramonto del Caimano, un “berlusconismo senza Berlusconi”, avevano visto giusto: ma neppure loro potevano prevedere che a incarnarlo sarebbestato il leader del Pd.
Perfino le denunce, precise e circostanziate, non del “solito” Fatto Quotidiano, ma anche di Roberto Saviano su “Gomorra nel Pd” sono state prima ignorate e poi addirittura vilipese con le lezioncine renziane (“la lotta alla camorra non si fa con gli articoli di giornale”) accanto a quel De Luca che ospita nelle sue liste d’appoggio i più bei nomi della malapolitica collusa (opportunamente lasciati a casa l’altroieri, per evitare a Matteo qualche selfie imbarazzante).
Siccome poi il berlusconismo è anche conflitto d’interessi, eccone uno fresco fresco e pronto per l’uso: se la decadenza dei sindaci condannati la decreta il prefetto, quella dei governatori regionali condannati spetta al capo del governo.
Cioè: toccherà a Renzi far sloggiare il suo protetto De Luca non appena fosse eletto presidente della Campania.
E già si prevede che gli lascerà qualche giorno di tempo per formare la giunta presentare ricorso al Tar per ottenere la sospensiva ella decadenza almeno fino al 21 ottobre, quando la Consulta si pronuncerà sulla legittimità della legge.
A quel punto lorsignori sperano che la Corte, ammaestrata dalle bastonate degli ultimi giorni, non si metterà un’altra volta di traverso sulla strada del nuovo padrone del vapore.
Un altro ingrediente del berlusconismo, con o senza B., è il grottesco.
Infatti Renzi elogia in De Luca il “grande sindaco di Salerno” (con tanti saluti al Tribunale che l’ha condannato proprio in qualità di sindaco per la sua attività di amministratore fuorilegge, cioè per aver inventato un incarico inesistente per sistemare un amico a spese dei contribuenti).
E aggiunge che don Vincenzo sarà un “ottimo sindaco della Campania”: come Corrado Guzzanti che, nei panni di Gianfranco Funari, definiva Helmut Kohl “er sindaco d’a Germagna”.
Poi inaugura con lui, per l’ennesima volta, la nuova cittadella giudiziaria di Salerno, peraltro mai finita, come la Salerno-Reggio Calabria e quasi tutte le opere pubbliche del Grande Sindaco (la Lungoirno, il Solarium, il Palasport, la Piazza della Libertà , la Stazione marittima e naturalmente il famigerato “Crescent”, monumento alla bruttezza, all’ inutilità e allo sperpero di denaro pubblico, anch’esso oggetto di un processo a carico di De Luca e di quasi tutta la sua giunta).
Una scena impagabile di puro umorismo involontario: un sindaco condannato e imputato per altri gravissimi reati contro la Pubblica Amministrazione costruisce un tribunale più grande e confortevole per ospitare al meglio i suoi stessi processi (dal produttore al consumatore: a quando il monumento equestre all’Imputato Modello?).
E lo inaugura un’altra volta col presidente del Consiglio che si sciacqua la bocca con la “legalità ” un giorno sì e l’altro pure e si appropria financo della memoria di Falcone con un tweet giusto in tempo per il 23 maggio.
Un attimo prima il premier aveva vaticinato che, con De Luca e i gomorroidi al governo della Regione, “il Pil della Campania crescerà dallo 0,5 all’1 per cento”.
Ci voleva giusto Renzi per propiziare questo unicum assoluto della storia repubblicana: il centrosinistra che, nel regno della camorra, candida un condannato contro un berlusconiano incensurato.
Il Caimano schiatterà d’ invidia.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 24th, 2015 Riccardo Fucile
MAI UNA DICHIARAZIONE SUL MERITO, SULLE OBIEZIONI, MAI UN ACCENNO D’IMBARAZZO
Il problema, naturalmente, non è la Boschi che premia Djokovic al Foro Italico.
Più preoccupante è quello che di lei dicono sondaggisti e politologi, esperti di comunicazione interpellati da Mattia Feltri su La Stampa.
Esordisce Giovanni Orsina, politologo della Luiss: “È l’incarnazione totale e perfetta del renzismo”.
Prosegue il collega (massmediologo sempre alla Luiss) Massimiliano Panari: “ È una campionessa del politainment (quando politica e spettacolo partecipano al medesimo scopo, ndr). È una giovane donna con tutti gli stilemi classici della peoplisation, cioè della grande chiacchierata per il pubblico, l’incontro fra la dimensione privata e quella politica”.
Elisabetta Gualmini, docente di Scienza politica: “Il motivo fondamentale per cui viene impiegata come frontman della campagna elettorale, mentre gli altri stanno a casa, è che lei è goal oriented, ha realizzato la riforma della legge elettorale che aspettavamo da quasi un decennio e ha avviato quella del Senato di cui si parla da prima che lei nascesse. È la fine della sinistra grigia, sfigata, che ha il tabù dell’aspetto”.
Antonio Noto, di rettore di Ipr Marketing:“ Ha un profilo politico e somatico nuovo”. Commentando le foto in cui la Boschi va al supermercato, Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research spiega: “Ha un’immagine fortissima. Appare come un ministro che lavora, che fa la spesa, che fa tutto, lontanissima da Anna Finocchiaro a cui la scorta spingeva il carrello all’ Ikea”.
Oliviero Toscani: “È una bella ragazza, piacevole, sorride bene, è cicciottella, rassicurante”. Non è una questione di competenza — “se sia competente o no non si sa, ma non è importante”.
Invece, ovviamente l’asino casca qui.
A parte il fatto che i comunicatori dovrebbero fare un corso di comunicazione per come si esprimono (politainment, goal oriented , peoplisation e via dicendo), sembra che stiamo parlando di un testimonial e non di un ministro della Repubblica.
Se non bastasse, di un ministro con due deleghe importantissime, i rapporti con il Parlamento e le Riforme.
Materie in cui dovrebbe contare più sapere che saper portare i tacchi.
Quando i maggiori costituzionalisti italiani parlarono dei rischi di una svolta autoritaria derivante dal combinato disposto di legge elettorale e smantellamento del Senato, la sua risposta fu: “È una allucinazione e come tutte le allucinazioni non può essere smentita con la forza della ragione”.
Al di là della maleducazione, il nulla.
Mai una dichiarazione sul merito, sulle obiezioni, mai un accenno d’imbarazzo per la decisione di intraprendere un iter di riforma costituzionale durante una legislatura pesantemente delegittimata dalla sentenza della Consulta sul Porcellum.
Mai una parola sul referendum con cui nel 2006 gli italiani bocciarono l’idea di un premierato forte, oggi riproposta con l’Italicum.
Quanto al portare a casa i risultati bisognerebbe spiegare che le materie di competenza della Boschi sono le regole che fondano il patto tra il popolo e lo Stato.
La propaganda si può mettere in campo altrove, certamente non qui.
Non possiamo chiedere vigilanza ai cittadini, se la stampa (commentatori e osservatori compresi) si lascia andare con inquietante (e trasversale) frequenza a imbarazzanti definizioni come “fascinosa portabandiera del governo Renzi” e “seduzione Boschi”.
O a paragoni con le “nobildonne rinascimentali rapite da una vocazione religiosa”. Dobbiamo accontentarci del fatto che è donna?
A queste sciocchezze si può solo rispondere che anche la Costituzione lo è.
Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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