Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ DELLE ENTRATE GIOCA D’ANTICIPO
Un buco da 2,5 miliardi di euro. Con «conseguenze devastanti sul bilancio di Equitalia».
Conseguenze che «si ripercuoterebbero in definitiva sull’intero bilancio dello Stato, trattandosi di una società a totale capitale pubblico». Firmato, Equitalia Nord. Destinataria la Corte costituzionale.
Allarme protocollato il 5 maggio, appena sei giorni dopo l’ormai famosa sentenza della Consulta sulle pensioni.
Al contrario del Ministero dell’Economia, Equitalia non si fa prendere in contropiede. In vista dell’udienza pubblica, che si svolgerà stamattina, e della decisione sul ricorso delle commissioni tributarie di Torino e Latina contro il calcolo dell’aggio sulle riscossioni, che potrebbe anche essere di inammissibilità , Equitalia aggiorna la sua memoria di due anni prima e lancia l’allarme sul potenziale “buco” che una sentenza favorevole ai ricorrenti potrebbe provocare.
Quando ancora la polemica sui dati delle pensioni non è ancora esplosa, e nè il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, nè il presidente delle Consulta Alessandro Criscuolo si sono sfidati a fioretto sulla questione, Equitalia invece si copre le spalle. Intuisce che un’eventuale decisione della Consulta favorevole ai ricorrenti avrebbe effetti «devastanti» su suoi conti e cerca di correre ai ripari.
Può farlo perchè, contro i ricorsi, si è ufficialmente costituita in giudizio.
Quindi può argomentare direttamente con la Consulta. Cosa che invece il Mef non avrebbe potuto fare visto che il suo “avvocato” era l’Avvocatura dello Stato, alla quale però non risulta che il Mef abbia inviato documentazione sugli effetti “devastanti” del buco sulle pensioni
Tant’è. Equitalia Nord, che affronta il ricorso di Torino, innanzitutto si premunisce in caso di possibile sconfitta e chiede «quantomeno una limitazione della retroattività degli effetti della declaratoria di incostituzionalità della norma censurata ».
Si copre le spalle con l’altrettanto ormai famosa sentenza sulla Robin tax, la 10 del febbraio di quest’anno, in cui non si riconosce la retroattività del rimborso.
Scrive Equitalia, nella memoria che fa parte del fascicolo d’udienza della Consulta e che oggi sarà sul tavolo dei 12 giudici presenti, che «la recente giurisprudenza costituzionale ha valorizzato “le esigenze dettate dal ragionevole bilanciamento tra i diritti e i principi costituzionali”».
Si sta parlando dell’articolo 81 della Costituzione che stabilisce il principio del pareggio del bilancio.
A questo punto Equitalia annuncia gli «effetti devastanti» per i suoi conti e quantifica il possibile buco in 2,5 miliardi di euro.
È tutto da vedere se oggi, dopo l’udienza pubblica, la Corte entrerà nel merito delle questioni di costituzionalità sollevate, il 18 dicembre 2012, dalla commissione tributaria di Torino, su ricorso di Stefano Longhi, che aveva impugnato la sua cartella di pagamento, e da Latina il 29 gennaio 2013, stavolta per il ricorso di Anna Cacciotti. Questioni identiche.
Di mezzo le norme che, in tre provvedimenti legislativi (1999, 2008, 2009), fissano l’aggio in misura fissa, sganciato dai costi del servizio.
Negli ambienti della Consulta si può cogliere un certo scetticismo sui ricorsi privi, a quanto pare, di dettagli sufficienti.
Ma il dato rilevante è che, anche stavolta come per le pensioni, a trattare il caso saranno 12 giudici sull’organico previsto di 15.
Non presiede Criscuolo, fuori Roma per un impegno internazionale. Al suo posto ci sarà la vice presidente Marta Cartabia, allieva dell’ex presidente della Corte Valerio Onida, una delle sei alte toghe che ha votato contro la bocciatura della legge Monti sulle pensioni.
Ma la novità , stavolta, è che Equitalia ha messo sul piatto ufficialmente il nodo tra decisione costituzionale sul caso in questione e la compatibilità degli effetti sui conti dello Stato.
Abbiano ragione o torto i ricorrenti di Torino e Latina, il caso sta tutto in questo perimetro stretto.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
MA TUTTO QUESTO LA TOSCANA NON LO SA
Con le elezioni regionali in Toscana il problema più grosso è di ricordarsi che ci sono le
elezioni.
La propaganda questa volta non aiuta.
Nel centro di Firenze non c’è nulla, ma proprio nulla. Nessun cartellone, nessun volantino. Sul retro degli autobus le pubblicità sono quelle di rito, nessun faccione di aspirante presidente o consigliere.
Le uniche affissioni abusive sono quelle di agenzie immobiliari e centri termali che si mangiano lo spazio lasciato vuoto dai partecipanti a una competizione politica mai così in incognito.
Alla fine dello scorso agosto Matteo Renzi prese di sorpresa i suoi fedelissimi della prima ora, che meditavano rivincite alle primarie dopo anni di presunte angherie da parte di Enrico Rossi, governatore berliguerian-bersaniano per qualche tempo ritenuto dai sostenitori della ditta un possibile argine all’ascesa del rottamatore.
Fermi tutti, va bene così. Ciao primarie, riconferma «naturale» per l’ex rivale. Gli storici renziani sono incerti se attribuire quell’improvvisa benedizione alla stima reciproca tra due soggetti agli antipodi, come da versione ufficiale, oppure se considerarlo effetto collaterale del pastrocchio emiliano-romagnolo combinato dal fedelissimo Matteo Richetti che per eccesso di zelo si era candidato in solitaria alle primarie contro Stefano Bonaccini, causando un maremoto nel partito. Ma poco importa.
L’unica certezza è che nel centrosinistra le elezioni sono finite quel giorno. Da allora il pisano Rossi non ha più detto una parola contro il fiorentino Renzi, incassando i dividendi di una intesa più che cordiale.
Solo nell’ultimo anno ha portato a casa la riqualificazione dei porti di Piombino e Livorno, il via libera all’autostrada tirrenica e a breve il rilancio della zona industriale di Carrara.
Appena il caso di notare che sono provvedimenti che riguardano la costa, zona più colpita dalla crisi e per tradizione la più ostile al centrosinistra.
Una volta superato il dettaglio di elezioni che sembrano svolgersi all’insaputa della Toscana, ci sarebbe poi il compito non facile di tenere a mente tutti i nomi dei candidati del centrodestra e la sua scomposizione modello cubo di Rubik.
Sembra ieri che c’era il patto del Nazareno.
Chi decideva in Toscana aveva per forza di cose l’egemonia all’interno di Forza Italia, questione di contiguità con Matteo Renzi. La nuova legge elettorale regionale, così simile a quella nazionale, approvata poco prima che l’accordo trasversale andasse gambe all’aria è uno degli ultimi frutti di quella stagione.
Denis Verdini comandava qui da quindici anni almeno.
Adesso la resa dei conti tra l’ex uomo forte di Forza Italia e la viareggina Deborah Bergamini che lo ha scalzato dai posti di comando del partito è in realtà una corsa impari. Memore di recenti tentativi di rivolta, Verdini aveva contribuito a varare un listino facoltativo che avrebbe dovuto decidere a priori i nomi degli eletti, sconosciuti persino agli elettori.
Ma la sua arca di Noè è stata subito colpita e affondata. La «nuova» Forza Italia ha deciso di non fare ricorso a quell’espediente che aveva imposto come conditio sine qua non per far passare la nuova legge.
La sfida con la Bergamini si gioca sulle preferenze.
«Così vediamo un po’ chi conta davvero da queste parti» avrebbe detto Verdini. Ma è il ruggito di un leone sdentato che ha dovuto ingoiare l’umiliazione di vedere imposto come capolista Marco Stella, già candidato sindaco contro Fausto Nardella, conosciuto come paladino dei bancarellai ambulanti, è figlio d’arte, ma da sempre il più feroce degli anti-verdinisti, così cocciuto nella sua opposizione da essere passato nel giro di pochi mesi da panda compatito da tutti e beniamino di Deborah Bergamini.
Il suo pupillo Tommaso Villa è terzo in lista, la nuova legge prevede l’alternanza uomo-donna. Verdini ha dato ordine di concentrare le preferenze su di lui, senza dispersioni, anche perchè non tira certo aria di gran raccolto.
La Lega Nord corre da sola, così come Passione Toscana, che è la lista di Gianni Lamioni, l’imprenditore maremmano scelto da Verdini prima del crollo che si è poi messo in proprio.
Dai fasti del patto del Nazareno alla gara per il premio di consolazione rappresentato da un consigliere regionale. Così va la vita.
Nel crepuscolo azzurro rischia di perdersi la candidatura a presidente di Stefano Mugnai, che promette almeno di restare a fare opposizione. Una novità .
L’indubbia attrazione rappresentata da schede a lenzuolo capaci di contenere i nomi dei 715 candidati consiglieri non sembra suscitare curiosità negli elettori. Ieri Renzi ha esortato i suoi corregionali «a non fare i bischeri» e quindi a votare in massa.
L’astensione avanza del dieci per cento a ogni giro di giostra. Per la prima volta il numero di quelli che resteranno a casa potrebbe essere superiore a quello di chi prenderà la strada del seggio.
Cosa farà Livorno dopo il terremoto a Cinque Stelle delle Amministrative?
E siamo proprio sicuri che a giochi fatti l’assessorato alla Sanità , ovvero il controllo dell’ottanta per cento del bilancio, finirà come promesso all’ultrarenziana Stefania Saccardi, attuale vice di Rossi?
In ogni elezione non mancano mai gli spunti interessanti.
Ma tutto questo la Toscana non lo sa
Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
ALLA FINE SPUNTANO SOLO QUATTRO NOMI PUGLIESI, MA SE CONSIDERASSERO GLI INQUISITI PER PECULATO SAREBBERO 400
“Solo” quattro nomi, tutti pugliesi. In tutto saranno una dozzina e per lo più campani. Ma per conoscerli bisognerà aspettare venerdì, in zona cesarini visto che dalla mezzanotte scatterà il silenzio elettorale. Forse, però.
Il condizionale è d’obbligo perchè in questa storia delle liste pulite il diavolo ha assunto varie fattezze e ci ha messo vari zampini. Come prevedibile.
Ad esempio quello di un Cinque stelle frettoloso di informare i suoi colleghi pugliesi. Ma anche le prefetture che, nonostante le richieste, non hanno inviato i dati richiesti e necessari per identificare i candidati e fare le verifiche giudiziarie.
Così, forse, venerdì avremo i nomi degli impresentabili che tutta Italia aspetta da giorni. Ma poco sarà quello che sembra.
Molto, invece, resterà fuori dalla black list.
“Se nel codice etico dell’Antimafia fosse stato inserito il peculato, gli impresentabili sarebbero stati 400” commenta l’ineffabile senatore Ciro Falanga approdato nel gruppo di Fitto.
Ma il peculato non c’è, così come tutti i reati che non hanno l’aggravante mafiosa. Venerdì, forse, la montagna partorirà un topolino. Pasticciato, per giunta.
Il “diavolo” assume le fattezze del deputato grillino Francesco D’Uva, capogruppo M5S in Commissione antimafia e, ironia della sorte, certamente il gruppo politico che, con Sel, più di tutti ha preteso che la lista degli impresentabili fosse resa pubblica.
Nel pieno della riunione dell’Antimafia, appena il presidente Rosi Bindi rende noti i quattro nomi dei candidati pugliesi impresentabili, il giovanotto si mette a digitare sul telefonino nomi, cognomi, reati e liste di appartenenza.
Il risultato è immediato: sui siti appare il resoconto dell’informazione che doveva restare riservata e alla cui segretezza il deputato doveva sentirsi vincolato.
Quando Bindi viene informata della fuga di notizie, diventa una furia. “Chi è stato?” ha tuonato. “Lui” ha indicato un altro deputato zelante all’incontrario. E D’Uva, candidamente: “Ma io l’ho solo detto i miei colleghi sul territorio….”.
Apriti cielo. Giurano che il presidente Bindi non ha bestemmiato ma ha fatto molto di più senza scomodare il Padre Eterno.
A quel punto s’è bloccato tutto. Erano le 18.
E dire che a quell’ora la riunione, iniziata alle 16, pur pesantissima era giunta a un buon compromesso: rinviare tutto a venerdì.
Questa volta “il diavolo” ha assunto le fattezze delle prefetture campane.
Succede infatti che, nonostante le richieste dell’Antimafia, le prefetture campane non hanno inviato a San Macuto le liste dei candidati campani.
O meglio, non hanno inviato le liste con l’identificazione anagrafica dei candidati. Senza la certezza sull’identità , non è possibile la verifica giudiziaira.
Così, nonostante i tre magistrati (tutte donne) consulenti della Commissione abbiano lavorato senza sosta dal 15 maggio, non hanno potuto verificare la posizione nel registro giudiziario dei candidati campani.
Una svista? Un errore? Solo sciatteria? La domanda sarà certamente girata al ministro dell’Interno Angelino Alfano.
“E’ stata sprecata un’occasione” commenta a fine riunione il senatore Beppe De Cristofano, campano di Sel.
“Le intenzioni della Commissione Antimafia erano nobili e giuste, abbiamo fatto un Codice etico apposta per avere liste pulite e in queste settimane i consulenti e il presidente Bindi hanno fatto un duro lavoro su una massa di dati enorme (circa settemila candidati, ndr). Spiace dover arrivare a poche ore dal voto con elementi parziali”.
I quattro “impresentabili” pugliesi, dunque: due sono con il candidato fittiano Schittulli; uno con Poli Bortone e uno con Emiliano. Per due di loro i reati sono prescritti. Giovanni Copertino, in lista con Poli Bortone, è stato condannato per corruzione aggravata, il reato è poi prescritto.
Fabio Ladisa, lista Popolari per Emiliano, è a giudizio per furto aggravato, tentata estorsione e truffa. Massimiliano Oggiano è imputato per voto di scambio e associazione mafiosa, nonostante questo Schittulli lo ha messo in lista. Così come Enzo Palmisano, condannato in primo grado per corruzione e truffa aggravata, è stato poi beneficiato dalla prescrizione.
Sono “puliti” i candidati liguri e toscani.. Qualche altra verifica è in corso in Veneto e nelle Marche.
Resta presentabile il candidato governatore Vincenzo De Luca perchè l’abuso d’ufficio non è inserito nel codice etico dell’Antimafia.
E resta presentabile anche la moglie del boss candidata in Campania. E’ incensurata. E non sarà eletta. Ma il suo clan potrà contare il pacchetto di voti di cui dispone. E metterlo sul tavolo. Quando servirà .
Un topolino, appunto.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DELLE COALIZIONI SOCIALI E IL PARALLELO IMPOSSIBILE… TRA LANDINI, CIVATI, FASSINA E ZINGARETTI
Giocando con le parole si potrebbe dire: in Spagna Podemos, in Italia “podevamos”. Tante
sono le liti della sinistra italiana e i detriti malmostosi di una sconfitta rovinosa, da far pensare che l’occasione sia giaÌ€ passata.
E tante le facce già viste contro la freschezza e la novità del fenomeno spagnolo.
Quel che è più vero, però, è che lo spazio politico che in Spagna ha saputo occupare il partito di Pablo Iglesias, in Italia è presidiato da tempo dal Movimento 5 Stelle.
La pensano cosiÌ€ politologi come Piero Ignazi o Alessandro Campi. E la pensa cosiÌ€, soprattutto, Gianroberto Casaleggio che non ieri ha diramato l’indicazione ai suoi di non commentare il risultato spagnolo.
Il M5S non ha nessuna intenzione di farsi trascinare su questo terreno percheÌ non ha nessuna intenzione di dialogare con le varie parti della sinistra che guardano con ansia a Podemos.
Chi ha chiaro questo aspetto, ad esempio, eÌ€ un osservatore attento come Paolo Flores d’Arcais, tra i promotori iniziali della lista Tsipras, abbandonata proprio per il suo arroccamento nell’angusto spazio dell’ex sinistra radicale.
Il direttore di MicroMega ha fatto ieri il suo appello al voto per le Regionali del 31 maggio contro la “deriva di berlusconismo senza Berlusconi rappresentata dal governo Renzi”.
D’Arcais indica solo due nomi: Felice Casson a Venezia e la candidata M5S, Alice Salvatori, in Liguria, percheÌ “Pastorino eÌ€ totalmente fuori gioco, come Toti del resto, il fotofinish eÌ€ tutto tra Paita e Alice Salvatore”.
Eppure, attorno al risultato di Pastorino si giocano molte delle chance per quella “Podemos all’italiana” a cui guardano in molti.
Un risultato a due cifre, magari attorno al 15%, magari in grado di far perdere Raffaella Paita, significherebbe per Giuseppe Civati, Nichi Vendola, Paolo Ferrero, Stefano Fassina, Sergio Cofferati e altri, trovare spazio anche a livello nazionale.
La strada, però, non è semplice e le divisioni, le sfumature, sono sempre in agguato.
Anche nella stessa Liguria, dove accanto a Pastorino c’eÌ€ l’Altra Liguria di Antonio Bruno, sostenuta da don Paolo Farinella, polemica contro le manovre che hanno portato alla candidatura dell’ex sindaco di Bogliasco.
Pippo Civati, intanto, uscito dal Pd pochi giorni fa, sta cercando di formare un gruppo parlamentare autonomo al Senato senza però dover passare necessariamente per i senatori di Sel che, a Palazzo Madama, conta su sette parlamentari.
Quest’ultima, a sua volta, vuole dimostrare di essere decisiva e cosiÌ€, il gruppo ancora non nasce
Il rischio che anche in questo campo ci si paralizzi per la ricerca della leadership eÌ€ alto. Anche percheÌ i soggetti sono piuÌ€ di due.
Stefano Fassina eÌ€ atteso fra poco come nuovo compagno di strada. La sua uscita dal Pd dopo le Regionali, anzi dopo l’approvazione del ddl sulla scuola, eÌ€ cosa fatta. Insieme a qualche altro parlamentare terraÌ€ un’assemblea nazionale per decidere di mettersi a disposizione di “nuovi percorsi”.
La dote principale che porta con seÌ Fassina non eÌ€ una fetta consistente del Pd — anche se a livello locale le simpatie non mancano —, ma un rapporto privilegiato con la Cgil. Le mosse future dell’economista sono calibrate con Susanna Camusso che ormai guarda con interesse a possibili novitaÌ€ a sinistra del Pd.
C’eÌ€ chi spera anche che nomi come quello del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, sempre piuÌ€ stretto nel partito renziano, possa decidersi a un passo. Zingaretti ha giaÌ€ pronto nome e logo di un’associazione culturale che dovrebbe varare in estate.
Se nel possibile soggetto unitario di una sinistra che guarda a Podemos ci saraÌ€ anche una fetta consistente della lista Tsipras — a partire da Marco Revelli — critiche e diffidenze sono invece arrivate dall’europarlamentare Barbara Spinelli che nell’uscita da quel progetto ha sottolineato anche l’incapacitaÌ€ di parlare con il M5S.
Poi c’eÌ€ la “coalizione sociale” di Maurizio Landini che si pone “fuori dai partiti” ma a cui piace Podemos.
Il debutto del progetto si terraÌ€ a Roma il 6 e7 giugno e il percorso immaginato da Landini guarda soprattutto alla “maggioranza che non vota” e alla capacitaÌ€ di tessere alleanze soprattutto a livello territoriale.
“Basterebbe indicare un perimetro comune”, spiega il responsabile organizzativo di Sel, Massimiliano Smeriglio, “in cui mettere a validazione democratica le varie opzioni”.
Ma non è detto, però, che le varie opzioni vogliano o possano stare nello stesso perimetro.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
IL GIOVANE CANDIDATO NELL’IMPERIESE: “IL TURISMO PRENDA ESEMPIO DALLA COSTA AZZURRA: COSI’ SI CREA OCCUPAZIONE”
Se non sbagliamo lei è al primo impegno politico: cosa l’ha spinta a candidarsi ?
Quando mi è stato proposto la prima reazione è stata dire di no, non mi sentivo all’altezza, sono un cittadino comune che lavora ed è impegnato nel sociale. Poi ho pensato a mio figlio, ai tanti giovani disillusi dalla politica e mi sono detto che è anche un dovere tentare di garantire a loro un futuro diverso. E che forse vale la pena provarci.
Lei è candidato a Imperia per Liguria Libera. Perchè proprio questo partito?
Perchè è nuovo, non è legato a vecchie logiche, non ha inquisiti. E perchè ha un programma che raccoglie le buone idee che possono da molti essere considerate o di destra o di sinistra, senza paraocchi.
Spesso si parla di ragazzi italiani costretti a cercare lavoro all’estero come di un fenomeno da statistiche: lei ne è un esempio concreto, vive a Ventimiglia ma l’occupazione l’ha dovuta cercare in Francia, a Cagnes-sur-Mer. Non si sente un po’ tradito dall’Italia?
Tradito magari no, un po’ deluso sì. Però sono una persona umile, forse anche io avrei dovuto fare di più , il mio lavoro poi è un lavoro particolare e solo pochi “fortunati” lo possono fare in Italia
La Riviera dei Fiori è rinomata, ma il lavoro uno lo deve cercare in Costa Azzurra: sembra una contraddizione, cosa manca al nostro Paese rispetto alla Francia? Sono molti i giovani italiani costretti alla sua stessa scelta?
Purtroppo ogni giorno ho occasione di fare raffronti tra la Costa azzurra e la mia riviera e nell’accoglienza turistica non c’è paragone. Ci sono tanti govani come me che lavorano in Francia, un po’ per necessità , un po’ per scelta. I francesi sono più creativi, in Italia il confronto lo regge solo la riviera romagnola.
Uno slogan della sua campagna elettorale è quello di una regione più vicina alle famiglie: si fa troppo poco in termini di welfare?
Faccio parte del consiglio direttivo di famiglie sma onlus, associazione a livello nazionale e mondiale, e alleno al calcio bambini da 9 anni. Il problema è che a forza di tagliare il sociale si finisce spesso con il tagliare non gli sprechi ma le prime necessità di tante famiglie in termini di servizi e di strutture sportive e per il tempo libero
Lei è anche l’unico a portare in campagna elettorale un tema importante, quello dei diritti dei disabili. Il governo aveva addirittura tagliato i fondi, salvo poi dover fare marcia indietro di fronte alla protesta delle famiglie. Trova che vi sia insensibilità nei confronti delle famiglie di disabili? Cosa propone?
Per capire le difficoltà occorre aver vissuto questa esperienza: trovi tanta solidarietà umana nella gente comune ma anche una burocrazia spesso sorda e lenta e una politica vicina a parole ma lontana nei fatti. Basti pensare alle strade inaccessibili ai disabili, quando basterebbe poco ad alleviare le difficoltà a chi ne deve già affrontare tante. Per non parlare degli aiuti concreti: la Regione Lombardia, tanto per fare un esempio, stanzia 700 euro per gli aiuti, la Liguria no.
A ponente si sta accentuando la crisi occupazionale, ci sono aziende che hanno chiuso i battenti, altre in difficoltà : cosa consiglierebbe a un giovane?
Di non rassegnarsi mai, se ha la fortuna di poterlo fare di studiare, di avere coraggio di mettersi in discussione, di rischiare.
L’ultima domanda la rivolgiamo al croupier abituato al tavolo da gioco: quale risultato vede per Liguria Libera a queste regionali e qual’è il suo obiettivo?
Personalmente di avere il voto delle persone che mi conoscono e che mi stimano, di chi apprezza il mio impegno civile e nel volontariato. Per Liguria Libera di volare alto e sempre liberi. La libertà è la conquista più importante.
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
E SILVIO SI AFFIDA A SAN FRANCESCO PER IL MIRACOLO
«Un leader si farà vivo, ma ancora non c’è», torna a ripetere Silvio Berlusconi davanti agli
oltre mille che lo ascoltano ad Assisi, tappa umbra del suo mini tour elettorale.
Ma l’apparente sconforto con cui ammetteva il vuoto intorno a sè davanti alle telecamere di Fazio domenica sera, lascia ora spazio a un ghigno di compiacimento.
«L’anti-Renzi sono io, non ne vedo altri, Salvini non potrà mai esserlo», dice in queste ore ai suoi, per nulla sorpresi del colpo di coda improvviso, proprio quando tutto sembrava portare verso la successione.
«Ma ancora non l’avete capito che Berlusconi succederà a se stesso? » ragiona Maria Rosaria Rossi al termine del comizio a due passi dalla Basilica di San Francesco.
Inutile la caccia all’erede, insomma, dal primo giugno – anche per irreperibilità di figure credibili – sarà lo stesso leader a occuparsi della ricostruzione di Forza Italia.
E nel 2018, quando si tornerà al voto? «A molti sfugge che per quella scadenza il nostro presidente tornerà candidabile», continua la tesoriera e amministratrice del partito, sua ombra. In realtà , i sei anni di interdizione e incandidabilità dell’ex Cavaliere scadrebbero nel 2019.
Potrà chiedere la riabilitazione, certo, ma solo decorsi tre anni dall’estinzione della pena (lo scorso marzo).
Peccato che tra febbraio e marzo 2018 si sarà già votato.
E allora non resta che confidare nella Corte di Giustizia europea in autunno e ancora più nel giudizio della Consulta sulla legge Severino.
«Vedrete che sarà cancellata nei prossimi mesi – è la tesi dell’ex premier – conviene anche ai sindaci e magari ai futuri governatori della sinistra».
La caccia all’erede, del resto. «Parlare di successione è stucchevole, Berlusconi resta alla guida del partito come resterà proprietario del Milan», si dice sicura da giorni anche Daniela Santanchè
Il leader si sente saldamente al comando, domenica sera ha fatto testare da focus group il suo “ritorno” in tv da Fazio.
Il report di ieri di Alessandra Ghisleri è stato per lui «più che positivo».
E stasera si replica da Vespa. «Io sono disposto a lasciare, ma a qualcuno che abbia la capacità , non posso gettare al vento vent’anni di patrimonio politico », ripete Berlusconi tra le mura amiche.
«E poi credo di aver diritto al mio giro di ritorno, solo io posso sfidare Renzi e riconquistare i moderati », continua in privato.
E l’adrenalina da campagna elettorale ieri sera lo ha portato a ipotizzare il colpaccio perfino nell’improbabile Umbria con Claudio Ricci.
Un 4-3 al contrario.
«I nostri elettori sono purtroppo disorientati – ammette dal palco di Assisi – Ma se noi dovessimo vincere in Veneto, Campania, Liguria e Umbria questo signore va a casa, ce ne sarebbe un grande bisogno, queste elezioni non hanno solo valenza regionale».
Il signore in questione sarebbe Renzi, che in mattinata lo aveva attaccato («In 20 anni politicamente ha fallito»).
Il leader forzista sogna di ripetere l’exploit del 2000 (con dimissioni di D’Alema) e finisce col tirare nella contesa perfino il Santo.
«Andrò in basilica a rivolgere una preghiera a San Francesco: “Fa o santo caro che quel miracolo del 2000 si ripeta”».
Il comizio finisce tardi, in basilica non metterà piede.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
I POSTI IN PIU’ IN REALTA’ SONO SOLO 7.235
Ancora un’altra serie di numeri e dati utilizzati per dimostrare la bonta del Jobs Act.
Si tratta di numeri ufficiali, che derivano direttamente dalla fonte naturale, il ministero del Lavoro: “Le comunicazioni obbligatorie” relative al mese di aprile 2015 e che descrivono “le dinamiche dei contratti di lavoro”.
Sulle agenzie e i siti internet si è letta subito la cifra di 210 mila posti di lavoro in più. Guardando meglio si scopre che i posti in più sono 7.235.
Una guerra di numeri, di interpretazioni che ormai sta stancando.
La tesi ottimistica, infatti, mette a confronto le oltre 756 mila attivazioni di contratti registrate a luglio con le 546 mila cessazioni.
Il saldo attivo, dunque, è di 210 mila.
Ma nell’aprile 2014, segno di una regolarità di quest’andamento, il saldo tra attivazioni (717 mila) e cessazioni (514 mila) era stato di circa 200 mila unità .
Quindi non c’è molto di nuovo.
Il dato analiticamente più corretto per misurare l’effettiva capacità di creare nuovi posti di lavoro è quello relativo al saldo tra attivazione-cessazioni del 2015 in rapporto alle attivazioni-cessazioni del 2014.
Fatte le somme, viene fuori la cifra di 7.235 nuovi contratti.
Tanta fatica per niente, si potrebbe dire.
Quello che va effettivamente riconosciuto è altro: il saldo attivo relativo ai contratti a tempo indeterminato.
Rispetto all’anno precedente, ad aprile 2015 crescono di 48 mila unità .
Anzi, la crescita sarebbe ancora maggiore se consideriamo che nell’aprile 2014 il saldo tra cessazioni e attivazioni era favorevole alle prime di oltre 4 mila unità .
Allo stesso tempo, diminuiscono di circa 25 mila unità le attivazioni di contratti a tempo determinato.
Quindi la tendenza a stabilizzare i rapporti di lavoro esiste. Ma i nuovi contratti, quelli stipulati senza articolo 18, quindi con un licenziamento sempre in vista, quanto possono essere davvero considerati a tempo indeterminato?
E quanto pesa il fatto che per ogni nuova assunzione le imprese possono godere di un beneficio fiscale fino a 8000 euro l’anno?
Domande già fatte su dati già visti.
Meglio, allora, concentrarsi sull’andamento della disoccupazione e su quanti posti di lavoro, veri e nuovi, saranno creati d’ora in poi. Il resto sono cifre che contano poco.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA POLIZIA ITALIANA AL SERVIZIO DEL SECESSIONISTA PADAGNO ACCOLTO DA 500 PERSONE E 200 CONTESTATORI AL GRIDO DI “SALVINI UOMO DI MERDA”
Comizio congiunto Toti-Salvini in piazza De Ferrari: ampiamente pubblicizzato ma con esito
scontato.
Poche centinaia le persone presenti e soliti contestatori (non solo centri sociali, visti gli insulti che hanno accompagnato il leader leghista da parte di passanti appena sceso ultrablindato dall’auto).
Poi sul palco insieme al Gabibbo bianco targato mediaset e paracadutato capolista in Liguria lancia il solito anatema: “carabinieri e polizia non dovrebbero essere qui, ma in giro ad acciuffare spacciatori”.
Ma basterebbe così poco: che lui rinunciasse alle centinaia di uomini di scorta che lo Stato italiano gli garantisce a spese del contribuente e gli agenti sarebbero liberi di dedicarsi agli “spacciatori”.
In attesa che qualche magistrato abbia il tempo di dedicarsi a coloro che spacciano odio.
Quando ha iniziato a parlare Salvini sono partiti i primi cori, accompagnati da tamburi e i lanci di petardi, fumogeni e quindi di bottiglie sotto il porticato del Carlo Felice.
Con conseguente carica della polizia italiana.
Salvini chiude con una perla: “Sono orgoglioso delle mie liste, delle donne e uomini della Lega. Se qualcun altro ha candidato gente strana ne risponderà . Io rispondo delle mie liste. Spero che i nostri alleati abbiamo fatto la stessa pulizia».
Parla lui che ha ripresentato i due consiglieri regionali rinviati a giudizio per peculato e presto processati in buona compagnia ( di altri 4 consiglieri di Forza Italia, 1 di Fdi e 1 di Ncd).
Ma per i finti-destri affogatori di profughi è notorio che la legalità è un optional.
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
ALLA PRESENZA DEL CAPOGRUPPO ECR SYED KAMALL, SI CONSUMA A ROMA IL PRIMO STRAPPO…ANCHE L’EX FDI CORSARO ANNUNCIA LA SUA ADESIONE
Il convegno organizzato alla Camera dei Deputati sul tema “Una nuova direzione per il centrodestra italiano” è stata l’occasione per Raffaele Fitto di mettere a segno un primo colpo: l’annuncio della costituzione del gruppo ‘Conservatori e Riformisti’ al Senato, sottoscritto da 12 parlamentari, due in più del necessario.
Ed è solo l’inizio, in attesa dell’esito delle elezioni regionali della prossima settimana.
Presenti Syed Kamall, capogruppo ECR Conservatori e Riformisti Europei e Geoffrey Van Orden vice Capogruppo ECR, con la coordinatrice italiana Susy De Martini, in un’aula affollata è stato dato l’annuncio.
I senatori sono 12, 10 di Forza Italia e due di Gal si tratta di Anna Cinzia Bonfrisco, Francesco Bruni, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Salvatore Di Maggio (Gal), Ciro Falanga, Pietro Liuzzi, Eva Longo, Antonio Milo (Gal), Marco Lionello Pagnoncelli, Luigi Perrone, Lucio Tarquinio, Vittorio Zizza.
“Con entusiasmo abbiamo partecipato insieme a Raffaele Fitto alla conferenza di oggi a
Montecitorio con i vertici del gruppo Conservatore e Riformista europeo, Syed Kamall e Geoffrey Van Orden – spiegano i 12 senatori – Condividiamo questa nuova direzione per il centrodestra italiano. E riteniamo che un nuovo progetto, credibile e rivolto al futuro, possa rivolgersi ai 9 milioni di elettori che negli ultimi anni hanno lasciato il centrodestra, scegliendo l’astensione. Per questo, con piacere, annunciamo la nostra adesione al movimento ‘Conservatori e Riformisti’.
“Sono qui per vedere se può nascere qualcosa di diverso in un centrodestra bombardato dalle macerie interne… “. C’è anche il deputato ex Fratelli d’Italia Massimo Corsaro al convegno organizzato dai ‘Conservatori e riformisti’ di Raffaele Fitto con gli esponenti del gruppo conservatore britannico al Parlamento europeo ‘Ecr’, che sta per iniziare nella ‘auletta’ dei gruppi a Montecitorio.
Corsaro spiega di aver aderito alla nuova associazione lanciata dal leader dei ricostruttori: “Sì, ho aderito all’associazione ‘Conservatori e riformisti’ di Fitto. E voglio partecipare alla costituzione di un’area di centrodestra che sia davvero alternativa a Renzi senza populismi e demagogie ed estremismi. Io penso che questa area, quella immaginata da Fitto, possa essere quella giusta per far nascere qualcosa di diverso”.
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