Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL SENATORE DI FORZA ITALIA PUBBLICA UNA DEFINIZIONE CHE IN REALTA’ ENFATIZZA LA DIFFERENZA TRA UOMINI E DONNE: GLI SBERLEFFI SUL WEB
Deciso a mostrare che il presunto pericolo della «teoria di gender», bollato dalla ministra
dell’Istruzione Stefania Giannini come una «truffa culturale» non è solo un fantasma, ma un pericolo reale, il senatore di Forza Italia Lucio Malan è andato a cercare sul web le prove della sua esistenza.
E ha twittato il testo (in inglese) di un compendio online di sociologia che riportava la definizione di gender theory.
Uno scivolone, perchè la gender theory nella definizione inglese è esattamente il contrario di quella che Malan la accusa di essere.
Secondo il senatore forzista e i gruppi a cui si richiama, infatti, la cosiddetta «teoria di gender» sarebbe un attentato alla differenza innata dei sessi e una forma di promozione della transessualita e omosessualità .
Il compendio inglese invece la definisce così:
La teoria di gender indica atteggiamenti e convinzioni che riguardano i ruoli appropriati, i diritti e le responsabilità dell’uomo e delle donna nella società . L’ideologia gender tradizionale enfatizza l’importanza della differenza tra uomini e donne, e assegna agli uomini il ruolo di lavoratore e alle donne quello di cura della casa e della famiglia. La teoria di gender si riferisce alle ideologie che legittimano le diseguaglianze di genere.
Incarna cioè quella concezione della famiglia che Malan e i gruppi sedicenti «antigender» difendono.
L’errore non è sfuggito agli utenti di Twitter che hanno risposto più o meno ironicamente al senatore, facendogli notare l’incomprensione.
Malan, però, ha mostrato di non aver gradito.
Il senatore forzista è uno dei più aperti sostenitori dell’esistenza di un complotto del «gender» ed autore di alcuni degli emendamenti che si fanno beffe della proposta di legge Cirinnà per riconoscere le coppie gay: ha proposto tra l’altro di far diventare le unioni civili «unioni renziane».
Elena Tebano
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
“I TURISTI HANNO DOVUTO ASPETTARE SOLO DUE ORE, BASTAVA AVVISARLI, NON MI SEMBRA UNA TRAGEDIA: I PROBLEMI DEL COLOSSEO SONO BEN ALTRI, DALL’INCURIA ALLA MANCANZA DI CONTROLLI”
“Tanto polverone per nulla”. Dopo le polemiche di turisti, sindacalisti e politici, arriva il centurione a dire l’ultima parola sul caso dei siti archeologici chiusi per qualche ora a causa di un’assemblea sindacale.
“La situazione oggi è tranquilla, mi sembra che sia stato sollevato un polverone per nulla, un’assemblea sindacale di qualche ora, mica facevano qualcosa di male? I turisti hanno dovuto aspettare un po’, non mi sembra una tragedia”, racconta all’Adnkronos Luca, che di mestiere fa il gladiatore e da 10 anni viene immortalato nelle foto di turisti che vengono da tutto il mondo a visitare il Colosseo.
Secondo il gladiatore Luca, i problemi della zona archeologica di Roma sono altri.
Ad esempio — spiega — avrebbe senso fare qualcosa per “aumentare il numero degli ingressi […]: da quando hanno messo queste transenne si crea spesso caos per le file”. “Per non parlare dell’incuria”, aggiunge.
“Servirebbe più pulizia e soprattutto più controlli su quello che portano via i turisti dal Colosseo”, sottolinea.
Mentre all’ombra del Colosseo sembra essere tornata la calma, la Cgil annuncia un possibile sciopero a ottobre. “Lo sblocco dei fondi per i salari accessori non spegne la mobilitazione perchè la vertenza nazionale verte anche sulla richiesta di un piano occupazionale straordinario e sulle riforme che stanno generando caos organizzativo. Resta forte la possibilità dello sciopero che, se la situazione non si sblocca, potrebbe essere a ottobre”, ha dichiarato Claudio Meloni, coordinatore Cgil Mibact.
“Nella decisione di Cgil, Cisl e Uil, peserà anche il contenuto del decreto, che per ora non abbiamo letto”, ha aggiunto il sindacalista.
“Il decreto che ancora nessuno ha letto, in base alle dichiarazioni fatte dal ministro Franceschini e dal premier Renzi, va a incidere in maniera rilevante sul diritto di sciopero. I beni culturali erano già inseriti nei servizi pubblici essenziali: immaginiamo che abbiano esteso la previsione di legge anche sulla fruizione dei beni e non solo sulla loro sicurezza. In sostanza gli scioperi andrebbero fatti facendo rimanere i siti aperti, prevedendo una sorta di precettazione. A mio avviso non è un decreto che hanno preparato in due ore…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
ALTIN TOSKA, 39 ANNI, E’ L’ASTRO NASCENTE DELLA POLITICA ALBANESE E SINDACO DI CERRIK
Una storia di riscatto: Altin Toska era arrivato in Italia nel 1998 a bordo di un barcone pieno di
disperati, ha vissuto per 17 anni a Brescia, città che ha lasciato quattro mesi fa per tornare in patria, partecipare (e vincere) alle elezioni e diventare sindaco della città di Cerrik, 50mila abitanti, in Albania.
Non solo: oggi è l’astro nascente della politica del paese balcanico e il premier Rama, che stravede per lui, lo ha spedito da vera star a Brescia per incontrare il sindaco Del Bono e una delegazione locale.
Il suo futuro sembra già segnato: la carica di primo cittadino sembra essere solo l’inizio di una carriera scintillante.
Mica male, per un ex clandestino che arrivava a fine mese alternandosi tra l’impiego di cameriere e quello di muratore.
Quindi una vita più tranquilla, l’integrazione e la proposta arrivata dal movimento socialista per l’indipendenza di lasciare Brescia per tornare in patria, questa volta da politico e per dare un segnale ai milioni di albanesi che hanno lasciato Tirana senza più tornare indietro.
In quattro mesi Toska è diventato un simbolo e le sue quotazioni, anche a livello di politica nazionale, continuano a salire in una nazione che ha vissuto un decennio estremamente difficile per la fuga di milioni di cittadini, sopratutto giovani.
In Albania, auspicano i suoi elettori, porterà tutte le cose positive che ha imparato in Italia.
È la storia di Altin Toska, 39enne albanese, che a Brescia si è sposato e ha avuto due figlie. «Ero scappato da casa perchè era impossibile vivere in Albania. Avevo 22 anni e non avevo detto nulla ai miei genitori. Sapevo che sarei potuto morire in mare», ha spiegato Toska che ad aprile ha accettato l’invito del movimento socialista per l’indipendenza e si è candidato alle elezioni per il Comune di Cerrik, 50mila abitanti, vincendole.
«Non potevo dire di no al mio paese. Non è stato facile perchè la mia famiglia che mi ha seguito ormai era bresciana a tutti gli effetti. Io – ha aggiunto Toska – governerò in base a quello che ho imparato in Italia”.
Il ringraziamento va alla città adottiva: «Grazie Brescia, l’auspicio è che molti albanesi tornino in patria prendendo le cose buone dell’Italia».
La figlia ha scritto nei giorni scorsi una lettera a Del Bono, sindaco di Brescia, che recitava: «E’ una città che resterà sempre nel mio cuore».
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL POSTER ANNUNCIAVA IL BATTESIMO DEL FIGLIO DI UN PREGIUDICATO… MA NESSUNO AVEVA AVUTO DA RIDIRE PRIMA?
Manifesti di sei metri per tre che annunciano il battesimo di un bimbo con nome e cognome con la scritta ‘Questa creatura meravigliosa è cosa nostra’ e la foto del piccolo con la coppola sono comparsi in alcuni comuni tra Riposto e Giarre nel catanese.
Il questore di Catania, Marcello Cardona, ne ha disposto la rimozione.
Il bambino è figlio di un uomo in passato più volte denunciato per associazione mafiosa e ritenuto vicino al clan Laudani.
Nel poster si preannuncia la presenza di alcuni cantanti, noti per la loro partecipazioni a programmi televisivi, e anche di artisti neomelodici.
Sono state avviate indagini della polizia. La festa pubblicizzata nel cartellone è privata e si svolgerà in una villa a Giarre.
Sul manifesto appare anche il logo di radio Universal. I nomi degli ospiti della serata sono noti nella zona: il cantastorie Luigi di Pino, Angela Troina, Claudio Tropea, i neomelodici Gianni Narcy e Dany Diamante, e la cantante etnea Andrea Azzurra Gullotta.
Su Facebook, nelle bacheche degli abitanti della zona, fioccano i commenti.
Ma al momento del pagamento dell’affissione e della consegna dei manofesti, come da legge, nessuno aveva avuto nulla a che ridire?
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
MA SE QUELLO CHE FA RENZI LO AVESSE FATTO BERLUSCONI?
Ma se le stesse cose le facesse Berlusconi? Il nostro titolo di ieri è uno dei ritornelli più ricorrenti,
nelle conversazioni di chi ancora parla di politica.
La risposta è sottintesa: se al posto di Renzi ci fosse B., verrebbe meritatamente lapidato, insultato e bruciato in effigie dal popolo della sinistra e anche da chi di sinistra non è, ma semplicemente tiene alla Costituzione e a un minimo di decenza istituzionale.
Però forse la domanda è mal posta, perchè B.ha già fatto le stesse cose — dall’abolizione dell’articolo 18 al bavaglio alla schiforma della Costituzione — che Renzi sta semplicemente rifacendo: solo che a B. non furono consentite da una mobilitazione dell’opinione pubblica, orientata e incanalata dalla stampa progressista, che invece oggi tace o acconsente, permettendo allo Spregiudicato di completare l’opera lasciata a metà dal Pregiudicato.
Ieri Il Tempo ha raccolto una strepitosa antologia di quello che si diceva e si scriveva nel dicembre 2010, quando B. comprava senatori un tanto al chilo per rimpiazzare i finiani in fuga, esattamente come sta facendo Renzi per riempire il vuoto della sinistra Pd con verdiniani, fittiani, tosiani, alfaniani, ex grillini e gruppimisti, promettendo rielezioni future e poltrone attuali (la stessa merce di scambio usata da B. cinque anni fa).
Con l’aggravante che oggi il mercato delle vacche avviene sulla riforma della Costituzione, non su leggi ordinarie.
“Libero voto in libero mercato”, titolava l’Unità dell’11.12.2010: “Una maggioranza rabberciata con il voto di fiducia di alcuni deputati venduti non ha nulla a che vedere con i principi della buona politica”.
E tre giorni dopo: “Governo Scilipoti”. Va detto che l’Unità era ancora un giornale, diretto da una giornalista, Concita De Gregorio.
Oggi è il bollettino parrocchiale di Palazzo Chigi, infatti titola: “Stagione di riforme” e “Renzi: i numeri ci sono” (su come li ha raccattati, zitti e mosca), col contorno di Berja-Staino che tenta disperatamente di far ridere con la consueta vignetta-marchetta: un cane dice a Dio “Se ci pensavi un po’ il mondo lo facevi meglio”, e Dio risponde“Se davo retta alla minoranza, ero ancora lì a pensarci” (Dio naturalmente è Renzi).
Famiglia Cristiana definiva la compravendita berlusconiana dei senatori “peggio di Tangentopoli”. Oggi invece tace.
Di Pietro, dopo il trasloco di Razzi & Scilipoti, sporse denuncia e la Procura di Roma aprìunfascicolo.Oggi a nessuno viene neppure l’idea, Di Pietro è stato rottamato (così impara: era contro le larghe intese).
E quel che resta dell’Idv è in Senato con gli ex 5 Stelle Romani e Bencini, pronti a saltare sul carrorenziano.
“Scandalo in Parlamento”, tuonava Repubblica irridendo ai “Cicchitto e i Verdini, i Bondi e gli Alfano” che gabellavano il mercimonio per“libera dialettica parlamentare”.
Oggi i Cicchitto, i Verdini, i Bondi e gli Alfano stanno tutti con Renzi e a Repubblica va benissimo così.
Neppure la minaccia, prima fatta filtrare con apposita velina dai soliti “retroscenisti” e poi furbescamente smentita, di trasformare il Senato in un museo sordo e grigio, fa alzare un sopracciglio ai Mauro Boys.
I titoli di ieri sono una trionfale cavalcata delle Valchirie in onore dei Renzi Boys: “Renzi sul Senato: accordo possibile”, evvai. “I conti del premier: ‘Stavolta ci siamo’”, wow! “Da Verdini sì alla riforma: entriamo in maggioranza”, e sono belle soddisfazioni.
“Senato, sull’articolo 2 spunta una mediazione” (Repubblica la annuncia da due mesi e non s’è mai vista, però Repubblica insiste). “Primi sì in aula, Pd unito”,ahahahah.“I lpremier apre: intesa possibile ma senza ricominciare daccapo” (cioè nessuna intesa possibile). “L’ultima sfida di Anna: ‘Sopporto i sospetti con cristiana virtù’” (dove Anna è la Finocchiaro, santa subito, e pure martire).
Della compravendita, su Repubblica, non c’è traccia, a parte un colonnino pudicamente intitolato: “Quei trenta indecisi dell’opposizione pronti al soccorso”. Ecco: “soccorso”, mica “mercato delle vacche” o “vergogna” o “scandalo” come ai tempi di B.
Dipende da chi è il compratore.
“Niente inciuci con Renzi, solo consulenza”, precisa l’ex leghista leghista Flavio Tosi nell’apposita, rassicurante intervista, e pazienza se dopo l’incontro a Palazzo Chigi è passato dall’opposizione alla maggioranza, almeno sul Senato.
Tutto bene, dunque, nessuna compravendita: al massimo soccorso, o consulenza.
Anche Raffaele Cantone è indignato per “l’immoralità del mercato in Parlamento”, o meglio lo era quando lo faceva il Caimano. Oggi parla d’altro.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL PARTITO DELLA NAZIONE E’ ORMAI COSA FATTA: “RESTANO SOLO POSTI IN PIEDI”
Sul suk renziano di Palazzo Madama, Maurizio Gasparri sfodera una battuta fulminante che presuppone un gioco di parole: “Non vorremmo che girassero verdoni per convincere qualche scettico”.
È scontato infatti passare dai verdoni al loro diminutivo. E cioè Verdini, il famigerato Denis che da berlusconiani è diventato guerriero del premier sulle riforme costituzionali.
Gasparri promette “nomi e cognomi di questi turpi traffici”, ma nel frattempo la turpitudine trasformista non si ferma.
Nemmeno con le voci di un accordo unitario nel Pd. Ormai il grande treno del Partito della Nazione è partito e l’eterno cossighiano Paolo Naccarato da ore ripete il suo mantra preferito: “Se continua così, per entrare in maggioranza bisognerà accontentarsi solo di posti in piedi!”.
Sembra di sentirlo il banditore-capostazione Renzi, rivolto esclusivamente al centro e alla destra:“Venghino signori, venghino”.
Gli ex berlusconiani di Denis l’inquisito
La mutazione genetica del Pd è la pietra angolare su cui possia l’edificio della nuova Carta. È qualcosa che va oltre il semplice opportunismo del momento.
A partire da giovedì scorso, è scattata una corsa ad assicurarsi le file migliori nel Partitone centrista del futuro.
Assicurano in coro i verdiniani: “Matteo ha detto a Denis che per i bersaniani non ci sarà mai più posto”.
È il modello Previti del berlusconismo anni novanta, quello che non faceva prigionieri. I verdiniani di Ala, Alleanza liberal popolare per le riforme, scommettono comunque sulle rottura. Sostiene Vincenzo D’Anna, che di Ala è il portavoce: “I bersaniani possono pure votare la riforma Boschi e poi? Sulle tasse, sull’Imu, sull’economia che succederà ? Noi abbiamo scelto di stare con Renzi, oggi e domani. Poi questa strada può anche fallire ma è una strada, l’unica che abbiamo. Tra Renzi, Grillo e Salvini da semplice cittadino voterei Renzi sempre”.
I verdiniani sono una creatura multiforme, tra socialisti, sicilianisti di Raffaele Lombardo, ex cosentiniani nel senso di Nicola.
Senza dimenticare i processi e le inchieste in cui è coinvolto Verdini, da imputato e da inquisito . In ogni caso questo è il primo pilastro di un progetto che Renzi aveva in testa sin dal 2012, quando a Verona partì con la campagne per le primarie (quelle che perse con Bersani) senza simbolo di partito e puntando ai “delusi del centrodestra”. In questa fase sono i “delusi” parlamentari che vanno da lui.
Gli ex leghisti del sindaco di Verona
Flavio Tosi fino a qualche anno fa veniva descritto dai quotidiani come il sindaco di Verona che girava con una tigre al guinzaglio e se la prendeva con “zingari e negri”.
Oggi che ha rotto con Matteo Salvini è diventato un altro piccolo capo moderato e può contare su un drappello di tre senatrici ex leghiste. E anche Tosi, come i verdiniani, pone una condizione per andare nel Partito della Nazione: la rottura con la minoranza.
Lo ha detto ieri in un’intervista a Libero: “Con Renzi, fermo restando che deve liberarsi dalla zavorra della minoranza Pd, non escludo nulla a priori”.
Tosi ragiona per esclusione, come i suoi colleghi ex berlusconiani. Tra due che “fanno solo casino” come Grillo e Salvini non resta che Renzi.
Ancor prima di Verdini e Tosi, a recitare l’atto di fede nel renzismo è stato un altro ex azzurro di rango: Fabrizio Cicchitto, ideologo di un nuovo centrosinistra.
Fabrizio D’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
LE DOMANDE DI ASILO VARIANO DA PAESE A PAESE: NEL 2014 SI VA DALLE 173.000 IN SVEZIA ALLE SOLE 150 DELL’ESTONIA
Altro che unita’. L’Europa che cerca di compattarsi nella gestione dell’accoglienza, con la
redistribuzione interna di quote di richiedenti asilo e la scrittura di una comune Agenda dell’immigrazione, in realtà vive con sistemi d’asilo molto differenti.
“Gli Stati europei non sono colpiti dallo stesso livello di richieste d’asilo — afferma Solon Ardittis, direttore di Eurasylum Ltd, società di consulenza inglese che lavora per conto delle istituzioni europee — secondo i dati dell’Unhcr, le domande d’asilo depositate nel 2014 vanno dalle 173.100 in Svezia alle 150 in Estonia“.
Paese che vai, sistema che trovi.
Anche il tasso di domande accettate cambia molto, nota Ardittis: “Nel 2014 si passava dal 58,5% di accettazione di almeno una forma di protezione umanitaria in Italia al 14,8% della Grecia, fino al 9,3% dell’Ungheria”.
Non esiste una sola Europa
Eurasylum nel 2013 ha realizzato con Ramboll un report per la Commissione Europea per tracciare i costi dell’accoglienza.
Un lavoro complesso, visto che spesso i dati fra i Paesi non sono nemmeno comparabili, viste le differenze esistenti.
I risultati mostrano gap enormi, difficilmente riducibili in un unico sistema.
Ad esempio, il costo per domanda d’asilo depositata va dai 1.477 euro ai 30.755, ad esempio.
Ci sono uffici in Europa dove un funzionario in un anno valuta 24,1 domande, altri dove la mole di lavoro è doppia.
Un’altra differenza importante sta nel costo dei rimpatri forzati dal Paese d’origine: si va da 1.554 euro di media a rimpatrio fino a 5.504 euro.
I dati, però, non sono riferibili a nazioni specifiche perchè le autorità che si occupano di asilo che hanno risposto alle domande dei ricercatori hanno preteso l’anonimato nella pubblicazione.
Anche la gestione dei centri ha forme molto diverse.
Il tratto comune è che ovunque in Europa esistono centri specializzati per gli asilanti. C’è però un tratto comune, sottolinea Ardittis: l’aumento delle detenzioni in cella per un reato amministrativo.
Come nell’Italia del reato di clandestinità e del pacchetto sicurezza. Nel luglio 2014 la Corte europea ha sancito che un richiedente asilo deve essere detenuto in centri apposta per svolgere la verifica della domanda.
In Germania a decidere il tipo di detenzione sono i lander, gli Stati in cui è divisa la Repubblica Federale. In Gran Bretagna la detenzione è possibile sia per richiedenti asilo che per immigrati a cui è scaduto il visto oppure che è entrato in modo irregolare.
Queste sono le Europe che secondo il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker dovrebbero sedersi attorno al tavolo e stabilire delle quote fisse di richiedenti da gestire, in nome di un principio di solidarietà scritto nello stesso Trattato sul funzionamento degli Stati europei. Lettera morta, al momento.
Le innumerevoli complicazioni del sistema italiano
Il sistema d’asilo italiano è tra i più complessi. Viaggia su tre binari: da un lato l’accoglienza gestita direttamente dal Ministero con i centri di prima accoglienza e i Cara (14 strutture); dall’altra quella “diffusa“, che chiama in causa anche i Comuni nello Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati, 430 progetti) e da ultimo il canale temporaneo “dell’emergenza“, che s’improvvisa di anno in anno e dove le rendicontazioni spesso lasciano a desiderare (a inizio settembre 1.861 strutture attive). Non a caso sono proprio i posti “in emergenza” quelli a cui si fa più ricorso: secondo le previsioni 2015 della Fondazione Leone Moressa si spenderanno per questa categoria circa 530 milioni, contro i 130 dei centri governativi e i 250 dello Sprar.
“Nonostante lo Sprar sia considerato il sistema più efficiente fra i tre attuali, al mese di giugno 2015 accoglie un quarto dei 78 mila richiedenti asilo presenti in Italia — afferma il ricercatore della Fondazione Leone Moressa Enrico Di Pasquale — i centri di accoglienza governativi accolgono oltre 10 mila persone, mentre il 62% risiede presso strutture di accoglienza temporanea“.
L’irraggiungibile welfare tedesco
Se in Italia dei 35 euro circa che lo Stato spende ogni giorno per ospitare un richiedente asilo solo 2,50 (i “pocket money”) vanno nelle mani del preso in carico, in Germania il sistema è l’opposto.
“Forse è per questo che i profughi vogliono andare lì o in Svezia”, ipotizza il prefetto Mario Morcone. Un richiedente in un centro d’accoglienza riceve al mese 143 euro, 216 euro se si trova in un’altra sistemazione. In più sono garantiti vitto, riscaldamento, abiti e prodotti sanitari, oltre che i corsi di tedesco.
Gli assegni per famiglie nel sistema inglese
Anche la Gran Bretagna ha un sistema che fornisce un assegno a chi ottiene l’asilo politico. Per le coppie si tratta di 373 euro, mentre per un genitore solo sono 226. In caso di rifiuto dell’asilo ma di impossibilità a respingere, i fondi sono meno ed erogati tramite una carta con cui si effettuano gli acquisti.
Queste modalità di erogazione sono state fortemente contestate dall’opposizione che non le ritiene sufficienti.
Il miraggio della Svezia
In Svezia i tempi per ottenere l’asilo sono molto veloci: un mese circa. Ad occuparsi di tutto è il Migrationsverket, l’agenzia svedese per l’immigrazione.
Anche durante l’iter di verifica della domanda per i figli dei richiedenti è possibile andare a scuola. Anche l’accesso alle cure mediche a livello regionale è garantito immediatamente.
Il sistema di accoglienza è interamente finanziato con le casse svedesi, mentre i progetti d’integrazione sono sostenuti con il budget europeo. Come nei casi precedenti, si fornisce al richiedente un’indennità mensile, che per un adulto solo è di 76 euro.
L’Ungheria non accoglie
Da settembre chi entra illegalmente in Ungheria rischia tre anni di carcere. Un provvedimento che rischia la sanzione della Corte di giustizia europea ma che è in linea con gli inadeguati standard del resto del sistema.
Lo Stato garantisce vitto e alloggio più un assegno mensile di 9,5 euro (24 per i minorenni) più per le donne 5 euro per acquistare prodotti per l’igiene.
Se chi chiede asilo non si qualifica come indigente, le autorità ungheresi possono chiedere il rimborso per quanto hanno speso per la sua accoglienza.
Lorenzo Bagnoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
A CHI GIOVA QUESTO SPRECO DI DENARO SULLA PELLE DEI RIFUGIATI?
Aboubacar, poco più che ventenne anni, nato in Burkina Faso. Lavorava in Libia prima della guerra, poi nel 2011 è arrivato con un barcone e qui si è fermato. Professione di oggi: giardiniere. Ha imparato il mestiere con una borsa lavoro e oggi si mantiene. Alhassane, maliano, stessa età , stessa guerra da cui fuggire ma un destino ben diverso. Oggi è un senza dimora, costretto a chiedere l’elemosina all’angolo della strada: non ha mai avuto nemmeno l’opportunità di avere una borsa lavoro.
Sono i due volti opposti dell’accoglienza all’italiana.
Ovvio, ogni storia ha il suo corso, ma le direzione presa dipende anche dal contesto in cui ci si trova. Soprattutto per chi resta senza nulla.
Che l’accoglienza funzioni o meno è decisivo per decidere se un rifugiato potrà diventare una risorsa o dovrà infoltire la schiera di chi è costretto a rivolgersi al nostro welfare striminzito.
Quest’anno l’Italia — proiezioni del Viminale — toccherà un miliardo di euro spesi per il sistema d’asilo. Un numero che fa impressione, ma che a conti fatti rappresenta poco più dello 0,1% del Pil.
Le 63 mila domande depositate nel 2014 fanno sentire il loro peso sui bilanci statali dopo 12 mesi. Lo scorso anno le uscite si erano fermate a 635 milioni.
Tutta colpa dell’”invasione”, come direbbe Matteo Salvini? Tutt’altro.
“In Italia c’è uno spreco di denaro dovuto ai tempi di permanenza nei centri per richiedenti asilo”, spiega il portavoce del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) Christopher Hein.
Circolari ministeriali alla mano, il tempo stabilito per la permanenza nei centri di accoglienza per richiedenti asilo è di sei mesi, prorogabili ad altri sei in casi straordinari. Il tempo per stabilire se la domanda d’asilo va accettata o meno dovrebbero essere 30 giorni.
Dopo l’ottenimento dell’asilo e i sei mesi che si passano facendo corsi di lingua e imparando i rudimenti di un lavoro, termina il periodo nei centri d’accoglienza.
Invece la media in Italia è di 12 mesi nei centri, con picchi a fino a 18 mesi, in particolare al Cara di Mineo, il Centro di accoglienza richiedenti asilo meno efficiente d’Italia, commissariato dalla Prefettura per i legami dell’ente gestore con Mafia Capitale.
Un centro costato, da solo, 51 milioni (dato 2014).
Standard europei, gestione all’italiana
L’Italia nemmeno in periodi di crisi ha mai speso cifre fuori dalla media europea. Anzi, rispetto ai Paesi campioni dell’accoglienza ha contenuto le uscite.
È quanto risulta nel dossier “La buona accoglienza“, realizzato dai ricercatori della Fondazione Leone Moressa Enrico di Pasquale e Chiara Tronchin.
I dati presi in considerazione risalgono al 2011, quando fu varata l’Emergenza Nord Africa. Allora si spesero 860 milioni di euro, per un piano che accolse 40.355 profughi. L’Italia fu terza nella classifica dei Paesi che spesero di più: prime due Svezia e Germania, con 38.640 euro e 23.844 euro spesi per l’accoglienza in un anno di un profugo. Seguirono Regno Unito (14.848) e Francia (14.319) agli ultimi due posti.
Come accade oggi, tra i problemi gestionali dell’emergenza ci furono i tempi per il riconoscimento dell’asilo.
Le commissioni territoriali, gli organi ministeriali che valutano le richieste di asilo, convocavano il richiedente per l’audizione anche dopo 14-16 mesi dal deposito dell’istanza.
Siccome un centro di accoglienza è sempre pagato in media tra i 30 e i 35 euro al giorno per ogni ospite, se avessimo ridotto i tempi di permanenza nei centri, avremmo potuto spendere cifre ancora più vicine a Francia e Regno Unito, invece che oltre 21 mila euro ogni profugo.
Alternative possibili
“In Germania il tempo per concedere l’asilo in media è tre mesi“, spiega ancora Hein. Non che Berlino sia il modello: tutto lo stato sociale è talmente diverso, precisa il portavoce del Cir, che è impossibile un confronto alla pari.
Ma un segreto da imparare c’è: snellire le procedure. A scegliere in prima istanza se concedere o meno l’asilo, infatti, in Germania è un singolo funzionario e non una commissione.
Nel caso di ricorso, poi, sono i Tribunali amministrativi sparsi in tutta la Germania ad emettere il verdetto. E ognuno ha una sezione speciale per le richieste di asilo. “Spesso hanno anche delle specializzazioni sulle diverse nazionalità del richiedente”, continua Hein.
Eppure il Viminale, memore del disastro della gestione dell’emergenza nel 2011, ha cercato di correre ai ripari per tempo.
All’epoca dell’Emergenza Nord Africa le commissioni territoriali erano dieci, oggi sono raddoppiate ma il risultato non cambia. Anzi, sotto il profilo dei criteri di valutazione peggiora: ad aprile l’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) denunciava che la metà delle domande subivano un diniego, inspiegabile per gli avvocati viste le provenienze dei richiedenti.
Ad agosto i richiedenti asilo che protestavano al centro di accoglienza di Bresso, aspettavano di essere convocati per la prima volta alla Commissione territoriale di Milano ad aprile-maggio.
E la Lombardia è una delle poche regioni in cui ci sono due Commissioni. Figurarsi altrove: per gli operatori sociali delle cooperative seguire l’iter legale della domanda d’asilo, soprattutto se il centro d’accoglienza si trova lontano dalla sede della Commissione, può diventare un inferno.
L’ultima (rischiosa) corsa alle strutture
“La novità più importante all’orizzonte, dopo le parole di Papa Francesco, è che anche le parrocchie potranno accogliere”.
A dirlo è il prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione. Per alcuni la caccia è cominciata già a metà agosto.
Lo scopo è trovare spazi che siano adatti ad accogliere migranti da affidare alle associazioni e alle cooperative già accreditate per l’accoglienza profughi.
Tutto sarà iper controllato, assicura il Viminale. Il problema, però, è stabilire il prezzo per vitto e alloggio. Mica che si faccia lucro sull’accoglienza:
“Stiamo valutando con la Cei (Conferenza episcopale italiana, ndr) perchè sia tutto il più trasparente possibile”, garantisce Morcone.
Il costo complessivo — in cui sono inclusi dal vitto alle cure mediche, dai corsi di lingua all’assistenza legale — deve per forza restare sotto l’asticella dei 35 euro al giorno per profugo, perchè lo standard è stabilito dal Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).
La nuova strada presa dal Viminale, che apre anche alla possibilità per i privati di ospitare profughi in casa, divide gli addetti ai lavori: ci sono associazioni, come il Cir che lo considerano un passo in avanti per scacciare la paura dell’immigrato.
Altre, come Asgi, che sottolineano come non esista alcuna norma nè che permette nè che vieta l’accoglienza in casa: “A me quello che preoccupa è che non ci siano controlli su idoneità dei nuovi posti di accoglienza, su come vengono spesi i soldi”, dichiara l’avvocato di Asgi Nazarena Zorzella.
Trovare la soluzione per uscire dal perenne stato di emergenza pare ancora un miraggio.
Lorenzo Bagnoli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile
LA FIDUCIA IN RENZI SALE DI 5 PUNTI, SALVINI NE PERDE 4 … PD 33,1%, M5S 27%, LEGA 13,7%, FORZA ITALIA 12,8%
Niente autunno caldo nel gradimento per il premier, che anzi, grazie all’andamento nell’economia e
alla imminente riforma del Senato, fa segnare un +5% in più rispetto ai sondaggi di luglio, passando dal 32% al 37%.
Secondi Salvini che però perde 4 punti, e la Meloni. Pd al 33%. Bene M5s. Risale Fi.
Questi i risultati dell’elaborazione Ipsos PA realizzata da Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera
Scrive Pagnoncelli:
I sondaggi realizzati nel mese di settembre solitamente fanno registrare un peggioramento del clima sociale e un calo di consensi per il governo e le istituzioni, conseguenza del rientro dalle ferie e delle prospettive incerte. Basti pensare che nel settembre dello scorso anno, dopo la revisione al ribasso delle stime del Pil e la previsione di chiudere l’anno nuovamente in recessione, la fiducia in Renzi era diminuita di 10 punti rispetto al mese di luglio. Quest’anno le cose sembrano andare diversamente.
I buoni segnali nell’economia sono il motivo prevalente della risalita nel gradimento del premier.
L’aumento del Pil superiore alle previsioni, il miglioramento dei dati occupazionali, la crescita dei consumi nonchè le prospettiva di ridurre le tasse, rappresentano segnali che fanno intravvedere la luce in fondo al tunnel della crisi. Certo, sono segnali deboli, tutti da consolidare, soprattutto in un periodo caratterizzato da una forte volatilità delle opinioni.
Ma anche il tener duro sulle riforme sembra stia pagando in termini di consenso.
Quanto alla riforma del Senato che, come abbiamo visto nel sondaggio della scorsa settimana, incontra il largo favore dei cittadini (nonostante il malumore per la non elettività ) il duro scontro di queste settimane sembra rafforzare la volontà di cambiamento di Renzi.
Tra gli altri esponenti politici rilevati si registra il secondo posto di Meloni e Salvini (quest’ultimo in calo di 4 punti rispetto a luglio) seguiti da Di Maio, Grillo, Berlusconi, Alfano e Vendola, con valori sostanzialmente stabili.
Lo scenario elettorale rispetto alla rilevazione dello scorso mese di giugno: il Pd si mantiene in testa (33,1%, +1,6% rispetto a giugno) seguito dal Movimento 5 Stelle (27%), dalla Lega (13,7%, in calo di 1%), incalzata da Forza Italia (12,8%).
I centristi di Area popolare (3,7%) fanno registrare una lieve flessione, come pure Fratelli d’Italia che ottiene lo stesso risultato di Sel (3,5%).
Astensionisti e indecisi rappresentano poco più di un elettore su tre (34,9%).
(da “Huffingtonpost”)
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