Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
RAWDA: “SONO STREMATA, MA ADESSO MI SENTO COME IN PARADISO”
Esiste una stazione felice in Europa. Si chiama Westbahnhof e non ha niente di speciale: due scale
mobili, dieci binari, periferia Est di Vienna.
Ma ha questa gente che continua ad arrivare, fino a tarda sera.
Il signor Hainz Waldstatten, piccolo negoziante di elettrodomestici, con 50 euro «per i biglietti dei rifugiati».
La signora Karin Haider che soffia bolle di sapone nel cielo grigio. Schaimaa Soliman, una ragazza egiziana con un cartello al collo: «Posso fare traduzioni per chi ne ha bisogno».
E piove, ma risuona forte la canzone di un cantante siriano che si chiama Adan: «Conosco una città meravigliosa, il suo nome è Sham». Sham è Damasco. E questa è la fine del viaggio.
La festa
Dopo 33 giorni, la signora Rawda Al Qadri e il figlio Youssef, che dorme nel passeggino, smettono di avere paura.
«E’ stato terribile, terribile», ripete appena scesa dal treno. «Sono stanchissima, ma adesso mi sento come in paradiso».
Dice esattamente così, seduta su una panchina dell’atrio centrale. Mentre gli studenti viennesi le portano tè, biscotti, acqua, frutta, latte, caffè, qualsiasi cosa.
«Non saprei dire il momento peggiore. Scappando dalla Siria, ci hanno sparato. Abbiamo tentato tre volte l’attraversata per l’isola di Kos, prima di farcela. In Macedonia abbiamo camminato 50 chilometri a piedi. Ma l’Ungheria non potrò mai dimenticarla: i poliziotti hanno picchiato mio marito per obbligarlo a lasciare le impronte digitali. Ci urlavano continuamente: “State zitti, state zitti!“. Non avevano pietà nemmeno per mio figlio».
L’aiuto dei viennesi
Il figlio dorme beato, perchè questo è un sabato felice dentro una stazione felice, dove tutti si stanno dando da fare.
Un ragazzino di nome Amir Hosai Amadi da Herat, Afghanistan, sta provando una giacca nuova, tra tutte quelle che sono state portate dai cittadini. E il padre Nader ringrazia, mentre gli offrono sigarette. E il rumore dei treni che vanno e vengono suona dolce, perchè è il rumore della libertà .
In coda per donare i biglietti, c’è anche una ragazza italiana, Paola Battipede, lavora all’ambasciata, vive a Vienna da dieci anni: «Ho sofferto molto in questi giorni, vedendo le immagini del grande esodo. Essere qui mi sembra il minimo. Anche io vivo fuori casa. So cosa significa essere soli. E loro sono stati costretti a partire».
La cassetta della raccolta fondi è zeppa di banconote da 50 euro. E non si vedono che sei poliziotti nel raggio di 100 metri. E nessuno ha paura del prossimo, al punto che deve essere un sogno.
Invece no: 6.500 profughi sono arrivati ieri in Austria, dopo l’incredibile marcia del giorno precedente. Alle 2 del mattino potevi vederli ancora accampati sul ciglio dell’autostrada M1, sotto la pioggia, infagottati dentro sacchi neri dell’immondizia.
Il primo ministro Orbà¡n ha mandato dei pullman per toglierli da lì.
Ma è stato davvero complicato convincere i profughi ad accettare il passaggio: non si fidavano. Sono saliti solo dopo molte rassicurazioni. Era veramente un trasferimento di massa verso il confine con l’Austria.
Si sono formate code lunghissime alla frontiera, anche 9 chilometri. Proprio per consentire il passaggio di consegne con le autorità austriache.
Orbà¡n però, sempre ieri, tramite il suo portavoce Zoltan Kovacs, ha tenuto a precisare: «La misura è stata unica ed eccezionale, resa possibile da una concertazione con il cancelliere austriaco Werner Cayman».
Una nuova ondata
Non manderanno altri autobus. Continueranno a vietare ai rifugiati l’ingresso alla stazione Keleti. Infatti, Budapest, nel giro di poche ore, era già tornata ad assomigliare a se stessa: almeno altri 400 migranti si sono messi in marcia sulla stessa autostrada. E guardando in direzione Sud, osservando il fiume alla foce, i numeri erano i seguenti: 2180 persone hanno passato il confine fra Serbia e Ungheria, 4 mila hanno attraversato quello fra Grecia e Macedonia. Un’altra onda umana si sta formando.
Ma ora, quello che conta è qui, sotto gli occhi del mondo. Questi applausi, gli abbracci.
Le torte fatte in casa dalla signora Nika Sommeregger, di mestiere regista teatrale: «Avevo il cuore spezzato vedendo tutta quella gente trattata in maniera così disumana. È stata un’enorme vergogna. Dovevo fare qualcosa».
Si possono accogliere 6.500 persone con semplice generosità . Pane e cioccolato. E puoi trovare fra chi accoglie Edman Swan da Damasco, un ragazzo che ha fatto il medesimo viaggio un anno fa. Vive a Vienna: «Sono felice qui. Studio, vado avanti».
Il prossimo treno in partenza per Salisburgo sarà quello di Ayaz Morad da Kobane, Siria. Lui era il ragazzo in prima fila durante l’esodo sull’autostrada.
E’ arrivato alle cinque di mattina, ha dormito in stazione. Conosce bene l’inglese, ha aiutato tutti, senza mai togliere il piccolo zainetto nero dalle sue spalle: «Non dimenticherò mai questi giorni. Porterò sempre nel cuore queste persone che ci hanno accolto».
Durerà poco, continuerà a piovere, arriveranno altri giorni duri. Però questo è un sabato memorabile.
Ci sono quattro ragazze sorridenti, con i capelli biondi tirati indietro, le felpe con i cappucci e uno striscione colorato nelle mani: «Welcome Friends».
Benvenuti in Europa.
Niccolò Zancan
(da “La Stampa”)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
VETTURE DI NORMALI CITTADINI IN MARCIA PER TRASPORTARE I PROFUGHI… IN POCHE ORE 13.000 PERSONE HANNO LASCIATO L’UNGHERIA PER L’AUSTRIA
Un convoglio di almeno 250 auto di volontari austriaci è partito da Vienna diretto al confine con l’Ungheria.
L’obiettivo, spiegano i media ungheresi, è quello di raggiungere i profughi, farli salire a bordo e portarli in Austria.
La polizia ha avvertito che le persone che partecipano all’iniziativa corrono il rischio di incorrere nella violazione delle leggi sul traffico di esseri umani, ma anche le autorità erano al lavoro per dirigere il traffico e garantire sicurezza.
Il convoglio passerà in Ungheria dopo avere fatto tappa al centro di accoglienza di Nickelsdorf, sul territorio austriaco ma vicino al confine ungherese.
“Non temiamo l’arresto”.
Uno degli organizzatori della campagna, l’austriaco Kurto Wendt, ha detto di non temere l’arresto in Ungheria. “Chiunque volesse arrestarci sarebbe pazzo visto che sosteniamo quello che hanno deciso politicamente, cioè di fare entrare le persone in Austria. Il rischio che corriamo è così piccolo se paragonato e quello che stanno affrontando i migranti”, ha detto.
Rispondendo poi alla domanda sul perchè andare incontro ai migranti se loro possono prendere bus e treni per il confine austriaco, Wendt ha risposto: “Dieci bambini sono stati rioverati nella notte. La gente ha fame, ha vestiti non adatti. Ogni giorno che non porti persone al sicuro potrebbero morire, per questo dobbiamo agire subito”.
Migliaia di migranti in viaggio.
Intanto diverse centinaia di profughi hanno lasciato i 5 campi di accoglienza ungheresi per raggiungere il confine.
La società ferroviaria austriaca à–bb ha trasportato ieri dall’Austria in Germania 11mila migranti provenienti dall’Ungheria, mentre altri 2.200 sono in viaggio in queste ore, portando a oltre 13mila il totale di persone che hanno attraversato la frontiera tra Ungheria e Austria da ieri mattina.
Da Budapest stamattina sono partiti diversi treni con qualche migliaio di rifugiati a bordo, destinati alla città ungherese di Hegyeshalom, al confine con l’Austria.
L’apertura delle frontiere.
Ieri un flusso umano ha raggiunto le città tedesche e austriache, dopo la decisione di Germania e Austria di aprire le frontiere.
I profughi arrivati alle stazioni di Monaco di Baviera, Francoforte, Vienna e Salisburgo sono stati accolti con applausi, giochi per i bambini e generi di conforto. Solidarietà per i migranti anche oggi a Budapest: nella stazione centrale affollata di persone in attesa di partire per Hegyeshalom, al confine con l’Austria, cittadini ungheresi offrono panini e cioccolata.
“Tranquilli, c’è solo formaggio, niente carne di maiale”, assicura una signora ad un profugo siriano. Due minivan di volontari tedeschi arrivati da Monaco distribuiscono all’esterno peluche, cibo e vestiti.
Il Papa.
Oggi il Papa ha chiesto ad ogni “parrocchia di accogliere una famiglia di profughi. “Qualsiasi cosa possiamo fare per aiutare queste persone disperate, dovremmo farla, sia individualmente che come gruppo o come governo”, ha commentato l’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan.
(da agenzie)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
QUELLI CHE PENSANO SOLO A SCROCCARE ALL’EUROPA E QUELLI IMPEGNATI SOLO AD ACCRESCERE LE LORO RICCHEZZE CON LE GUERRE DEGLI ALTRI
Gli indifferenti. 
Quelli che per tornaconto fingono d’ignorare il loro recentissimo passato e pensano che Europa sia ottenere e non anche dare.
E quelli troppo impegnati a coltivare la loro immensa ricchezza, accrescendola con le guerre degli altri, per accorgersi della sofferenza umana alle porte di casa.
È chiaro che qui il tema non è l’insensibilità populista a fini elettorali di Matteo Salvini. No, è qualcosa di molto più importante, più grave e pericoloso dei comizi leghisti.
È l’indifferenza di governi e popoli interi di fronte alla tragedia dei profughi di Siria e degli altri conflitti; insensibili al loro desiderio di avere un futuro economico; alla commovente determinazione di vivere, attraversando mari, scalando muri, marciando a piedi, conquistando il posto in un treno senza essere certi della destinazione finale. Abbiamo tutti paura di una migrazione di questa grandezza: la differenza fondamentale che distingue gli indifferenti è l’assenza di pietà .
Ne esistono di due categorie geopolitiche
Gli indifferenti ingrati.
Sono gli europei dell’Est che con l’aiuto del’Ovest hanno riconquistato la libertà da meno di una generazione. Per il loro sviluppo e la loro integrazione è stata creata una banca europea, sono stati stanziati aiuti economici, firmati accordi commerciali, aperte le nostre frontiere alla loro manodopera, offerta una moneta comune anche quando sarebbe stato più vantaggioso per noi attendere.
E quando la nuova Russia è tornata ad essere per loro una minaccia, la vecchia Europa ha imposto dolorose sanzioni economiche a Vladimir Putin.
Attraverso la Nato molti Paesi europei hanno deciso di rafforzare anche la sicurezza militare dell’Est. In nome di una solidarietà e di un’integrazione che per noi non ha prezzo
Per polacchi, repubbliche baltiche, cechi, slovacchi, ungheresi il prezzo c’è, eccome. Chi più chi meno indifferenti ingrati, capaci di pretendere in nome dell’Europa e avari nel dare all’Europa; soci con quote di partecipazione irrilevanti o nulle nella divisione dei compiti di fronte a questa invasione pacifica e disperata.
Così egoisti da dimenticare che sono loro ad avere bisogno dell’Europa più di quanto noi di loro.
Gli indifferenti grassi e ricchi.
È l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati, il Kuwait. Sono le loro politiche, le loro lotte di potere, le rivalità religiose ad aver creato la tragedia migratoria mediorientale, più degli errori — evidenti- delle potenze europee e degli Stati Uniti.
Sono loro, con il loro denaro, a fomentare le guerre civili, preferendo il caos all’eventualità che nella loro regione possa nascere un modello minimamente democratico.
La dimostrazione del loro fallimento politico e sociale è un dato diffuso dalle Nazioni Unite: con una popolazione che non supera il 5%, il Medio Oriente produce il 53% dei rifugiati del mondo.
L’emiro del Kuwait aveva organizzato a marzo una conferenza internazionale per l’aiuto ai 12 milioni di profughi siriani.
Lo stesso Kuwait che partecipa ai bombardamenti dello Yemen, contribuendo a produrre altri rifugiati.
Ci sono campi profughi in Libano e Giordania, paesi che non hanno risorse e mettono in gioco la loro stabilità .
Ma non risulta esistano centri di raccolta e soccorso alle porte di Riad, di Doha.
A Dubai il Burj Khalifa non è un grattacielo abbastanza alto per scorgere la disperazione di milioni di siriani: arabi, musulmani e sunniti come i sauditi, i qatarini e i milionari degli Emirati.
Eppure queste società incompiute avrebbero bisogno delle migliaia di giovani siriani diplomati che rischiano la vita per raggiungere la Germania ma non il Golfo dalle ricchezze stratosferiche.
Ugo Tramballi
(da “il Sole24ore“)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DELL’AGENTE DELLA GENDARMERIA TURCA
«Quando abbiamo visto questi bambini, inerti, sul bagnasciuga, abbiamo pensato ai nostri figli. Li abbiamo presi dalla sabbia con molta tenerezza, come se stessimo tenendo i nostri piccoli. Per ognuno di questi casi sperimentiamo lo stesso dolore. Ma non possiamo fare niente»
Con grande pietà , facendo il proprio dovere.
Parlano, per la prima volta, i poliziotti della Gendarmeria turca che hanno raccolto i corpi di Alan Kurdi e del fratello Galip su una spiaggia poco distante da Bodrum. L’agente che ha preso nelle sue braccia Alan, come si vede nelle immagini della fotografa Nilufer Demir che hanno fatto il giro del mondo e forse impresso una svolta nell’approccio al problema dei profughi, è anch’egli un padre, come ha raccontato a Hurriyet .
Il quotidiano turco conosce il suo nome e cognome, ma non lo divulga, e lo ha chiamato con un nome di comodo, “Mehmet”.
È un membro delle Forze armate turche, ha il grado di “sergente tecnico” e lavora per la squadra della Gendarmeria forense di Bodrum.
È lui che per primo, all’alba del 2 settembre scorso, ha visto la scena con i corpi di Alan e, poco distante, sullo stesso lembo di sabbia, suo fratello Galip
«Ho fatto il più delicatamente possibile». Mehmet racconta di aver svolto il suo lavoro con il cuore che batteva, poi è tornato in caserma, e insieme al gruppo di agenti con cui aveva condiviso questa tragedia, non ha potuto trattenere le lacrime che aveva frenato prima a stento.
Anche il segretario di Stato Usa, John Kerry, in un’intervista all’ Huffington Post ha raccontato «quando ho visto la foto di Alan ho pensato a mio nipote».
Scrive la giornalista Banu Sen: «Su quella spiaggia hanno portato il peso dell’umanità ».
Racconta ancora uno dei componenti della squadra di militari, quando succede un caso del genere, e purtroppo non è l’unico vista ora anche la ressa di giornalisti sulle spiagge turche: «Ci sentiamo impotenti. Il problema è che molti altri profughi stanno aspettando di attraversare il mare. Si prendono un rischio, sfidano la morte. Cerchiamo di fare il nostro meglio, ma non siamo abbastanza.”
Marco Ansaldo
(da “La Repubblica”)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
LA LEADERSHIP DELL’EUROPA SI ASSUME SFIDANDO PAURE E STAGNI MENTALI
Ci sono tutti gli ultimi settant’anni di storia tedesca, e dunque anche della nostra storia, della storia
di noi europei, dietro gli applausi con cui la gente ha accolto alla stazione di Monaco di Baviera i profughi siriani reduci dall’ultimo muro
C’è la paura e la comprensione profonda, marchiata nei nostri geni, degli orrori della guerra da cui loro stanno fuggendo come noi siamo fuggiti settant’anni fa.
C’è la vergogna per le sofferenze e le umiliazioni che hanno dovuto patire in un Paese, l’Ungheria, che pure si proclama europeo.
C’è la memoria esaltante dell’ultima “grande fuga” liberatoria che ha costruito l’Europa: quella seguita al crollo del muro di Berlino e delle dittature comuniste.
C’è l’empatia istintiva per chi arriva in un mondo nuovo e sorride, e ci vede luci di speranza che in noi si sono forse offuscate.
Ma soprattutto c’è l’orgoglio di dire: ecco, non abbiamo costruito tutto questo, la pace, il benessere, la libertà , per chiuderli in una fortezza ma per offrirli a chi vuole capire e condividere i valori per cui ci siamo battuti.
C’è, molto semplicemente, la soddisfazione e il coraggio non tanto di essere buoni, ma di essere giusti.
Questo coraggio, e qui parliamo di vero coraggio politico, ha oggi il volto assai discusso di Angela Merkel.
Non è stato facile, per la cancelliera tedesca, decidere l’altra notte di aprire le frontiere della Germania. Come non è stato facile, per Renzi, all’indomani degli ottocento morti sulla nave capovoltasi nel Mediterraneo, andare a Bruxelles e dire: non possiamo più respingerli, dobbiamo salvarli costi quel che costi.
Ci sono prezzi da pagare, per queste scelte. E non sono solo i dieci miliardi di euro che l’accoglienza dei profughi sottrarrà quest’anno al bilancio tedesco.
Sono le paure, le angosce, le fobie di un popolo europeo che per troppi anni si è cullato, ed è stato cullato, nell’illusione che nulla, mai più, sarebbe cambiato se non in meglio.
E soprattutto che nessun cambiamento avrebbe mai più richiesto nuovi sforzi, nuove fatiche, fosse anche solo quella di rimettersi in discussione.
Sfidare queste paure, smuovere le acque di questo stagno mentale, vuol dire, oggi, assumere la leadership dell’Europa.
C’è chi lo sta facendo, e chi no
Il sorriso felice ed incredulo del bimbo siriano in braccio alla madre, che stringe al petto il cagnone di peluche ricevuto da uno sconosciuto alla stazione di Monaco fa da contrappasso, non solo emotivo, al corpicino senza volto e senza vita del piccolo Alan affogato al largo della Turchia.
Vuol dire che quella gente si può salvare.
Vuol dire che loro possono continuare a sperare in un futuro diverso. E noi con loro, grazie a loro.
Costruire questo futuro di fronte a un terremoto demografico come quello che stiamo vivendo è il compito della nuova leadership che i lunghi mesi della tragedia migratoria stanno facendo lentamente emergere in Europa.
Ma per costruire il domani, e non sarà facile, la leadership europea deve ritrovare le ragioni, le emozioni e le speranze che sono sepolte nel nostro passato.
Non le radici cristiane, invocate da Orbà¡n per erigere muri contro i disperati in fuga, ma le radici umanistiche, solidali, libertarie, democratiche, che insieme ai veri valori cristiani hanno costruito il volto luminoso di questo Continente bifronte.
La storia dell’Europa è quella di un perenne confronto tra le sue due anime: paura, rabbia e disprezzo da una parte; speranza, rispetto e solidarietà dall’altra.
La tragedia dei migranti ci costringe ancora una volta a scegliere.
Non ci sono vie di mezzo: non si può accogliere i migranti avendone paura. Non si può respingerli fingendo di rispettarli.
Non solo i nostri governi, ma tutti noi, nelle nostre case, davanti ai nostri televisori, sulle piazze delle nostre stazioni prese d’assalto, dobbiamo scegliere.
I leader di domani saranno quelli che ci aiuteranno a farlo.
Andrea Bonanni
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
LE PAROLE DELLA MERKEL: “ABBIAMO LA FORZA PER FARE QUELLO CHE VA FATTO”
È un giorno oggi per dire grazie – alla Germania, all’Austria, e, soprattutto, a quei profughi siriani che con la loro lenta ma determinata marcia stanno frantumando tutte le frontiere. Prima di tutto quelle dentro di noi.
Dunque l’Europa non ha guardato dall’altra parte. Non si è rifugiata dietro porte sbarrate, cancelli di ferro, polizia.
L’Europa non è solo paura, evidentemente, come pure ci è stato ripetutamente detto.
Sono giorni come questi, in cui si può guardare a volti che si sorridono al di qua e al di là di transenne, a mani che si stringono, ad applausi di benvenuto tra gente di cittadinanza, religione e abitudini diverse.
Sono giorni come questi quelli in cui l’antica angoscia di essere europei si scioglie, e l’Inno alla Gioia, improbabile Inno di una collezione di paesi raccolti sotto la fredda sigla Ue, trova la sua ragione per essere ascoltato.
C’è molto da gioire oggi. L’ennesima deriva umanitaria – su cui poi per anni ci saremmo autocriticati – sembra essere diventata il passaggio verso una nuova Europa.
Ma c’è anche molto, molto da imparare e su cui riflettere.
Non illudiamoci in queste ore – questo momento è un passaggio, dunque iniziale, precario e, potenzialmente, pieno di rischi.
Meditare su lezioni e rischi è probabilmente il metodo migliore per fare sì che la positività di questo momento non venga fra pochi giorni o mesi cancellata da un brutto risveglio.
Le lezioni, dunque. La prima ha a che fare con la leadership.
Angela Merkel è la principale autrice del cambiamento in corso. In una trasformazione che pure sembra senza rotture, la Cancelliera, che poche settimane fa appariva sprezzante delle condizioni economiche del popolo greco, ha aperto le porte della sua nazione ai profughi siriani, annunciando per altro una sospensione degli accordi di Dublino. Cambiando così il corso in atto degli eventi.
Se abbia agito o meno nell’animo del leader tedesco una ragione umanitaria non possiamo saperlo. Ma la spiegazione politica della sua svolta è chiara: Merkel ha sottolineato con la sua scelta il limite della gabbia in cui l’Europa che chiuso il suo rapporto con l’immigrazione, e con le sue responsabilità .
Ci sono pochi dubbi che la Siria, come altri paesi nella nostra area di intervento, sono stati attraversati e malamente da molte nostre decisioni.
L’assunzione di responsabilità è il primo principio che definisce qualunque leadership che voglia anche solo definirsi tale. Tanto più quando questo senso di responsabilità ha un prezzo molto alto: tutti sappiamo che in Europa l’immigrazione è il terreno su cui si vinceranno o perderanno le future elezioni, e che l’intero continente, a partire dalla Germania, è popolato da forze sempre più antiimmigrazione, da Ukip a Le Pen alla Lega ai movimenti neonazisti.
Merkel è andata proprio nella casa dove brucia questo incendio e ha detto alla sua nazione in queste ore: “Abbiamo la forza per fare quel che va fatto”.
Usando esattamente le parole “quel che va fatto”, riportando alla nostra attenzione uno dei fondamenti della nostra coscienza moderna, la kantiana idea che l’etica è un obbligo non è una opzione.
Rispetto alla quale – potremmo proseguire – anche la sconfitta elettorale è secondaria.
Se ci sono altri leader politici europei che hanno avuto lo stesso coraggio al momento mi sfugge. Tuttavia, la lezione tedesca non è solo quella della accoglienza.
Così come l’apertura delle frontiere ai profughi siriani non può essere vista solo come un buon gesto.
Nel momento stesso in cui finalmente ci si mobilita per “accogliere” e non solo per respingere, si rende anche visibile a tutti la dimensione del problema che abbiamo di fronte – solo i profughi della Siria sono 1 milione e 600 mila.
I profughi o disperati del resto del mondo che guardano a noi, dalla Libia innanzitutto, e Africa, e Iraq, e Afganistan, sono tanti milioni. Accoglierli tutti non è e non potrà mai essere la soluzione
È una consapevolezza che ha prima di tutti la stessa Merkel. La Cancelliera non ha promesso infatti la salvezza a tutti.
L’attuale ingresso ai siriani costa – ha fatto sapere – la sospensione di ben 75 mila richieste di asilo dai Balcani. È un esercizio di realismo lodevole, perchè prova che la accoglienza non è un gesto emotivo e tantomeno salvifico. L’accoglienza tedesca di queste ore è tanto gradita quanto limitata nel numero e nello scopo (i rifugiati di guerra).
Anche questa cautela è prova di leadership. La prudenza è oggi infatti un obbligo – gestire il futuro dell’immigrazione è una sfida così grande da rischiare di schiacciare il nostro continente. La soluzione non può venire solo dalla accoglienza in Europa o nell’intero Occidente.
La soluzione deve intanto nascere soprattutto dove il conflitto c’è.
Questo è forse l’aspetto di cui si parla troppo poco. Molte voci dell’ambiente dei diritti umani in queste ore chiedono di nuovo a viva voce l’avvio di un intervento massiccio nella assistenza ai profughi dentro i paesi del conflitto e nelle nazioni limitrofe .
Non si parla qui dei pochi fondi che si destinano già ai profughi, ma di un intervento adeguato alle dimensioni del momento.
L’Onu e I paesi occidentali, ma anche Arabi e Asiatici, hanno le forze economiche per finanziare un progetto che ristabilisca condizioni davvero vivibili per la popolazione civile che già si trova nei paesi limitrofi, e che compensi economicamente le nazioni, come Giordania, Egitto, Libano, Turchia, Grecia, che già oggi hanno aperto le proprie porte a chi è in fuga. In attesa di una stabilizzazione politica dei paese in Guerra.
Un po’ come e’ stato fatto ai suoi tempi, quasi venti anni fa ormai, per i Balcani.
Un programma di lungo periodo, dall’esito non facile, e dal percorso pericoloso.
Per questo oggi più che mai ci vogliono grandi leader.
E milioni di cittadini con grande senso del mondo in cui siamo, e un grande cuore per tutto quello che potremo fare .
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
UNO DEGLI UOMINI CHE HA CAMBIATO IL CORSO DEI TEMPI E’ STEVE JOBS, FIGLIO DI UN EMIGRANTE
Una Ungheria governata da Viktor Orban non si merita di produrre il prossimo iPhone. Il leader
populista ha usato una retorica malvagiamente xenofoba e islamofoba mentre i migranti – molti dei quali fuggiti dalla guerra in Siria – si ammassano in Ungheria, una delle tappe nel cammino verso la Germania.
Ciò è accaduto, anche, mentre il mondo è sotto shock dopo aver visto la foto del piccolo Aylan Kurdi, annegato, cullato dalle braccia di un poliziotto turco.
La terribile immagine è servita solamente per illustrare la disperazione che i richiedenti asilo vivono nel tentativo di lasciarsi una guerra alle spalle.
Eppure Orban non è da solo.
In Grecia uomini armati e mascherati attaccano le barche dei migranti, tentando di non farli approdare sulle spiagge dell’Unione europea.
Anche in Germania, dove il governo ha deciso di accogliere il numero record di 800mila rifugiati, un rigurgito di attacchi neonazisti contro i migranti sta scuotendo il paese.
Le foto delle persone che lasciano la stazione di Budapest, venerdì, per camminare verso l’Austria, mettono in luce la riluttanza delle nazioni ricche a concedere un rifugio sicuro a coloro che sono abbastanza fortunati da mettere piede in un Paese stabile.
E invece, non dimentichiamolo, uno degli uomini che ha maggiormente cambiato il corso della civiltà umana negli ultimi dieci anni era figlio di un siriano emigrato negli Stati Uniti nel 1954.
Forse ne avete sentito parlare.
Si chiamava Steve Jobs.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
NEL 2013 PERSO UN TERZO DEL GETTITO, SOLO LA LITUANIA PEGGIO DI NOI
Con 47,5 miliardi di euro l’Italia si conferma campione europeo dell’evasione. Solo la Lituania fa peggio di noi.
Il dato emerge da uno studio della Commissione europea sull’evasione dell’Iva che circola in queste ore e farà discutere soprattutto in Italia, regina nella maglia nera degli evasori e al tempo stesso alle prese con un doppio braccio di ferro che ha al centro governo e tasse.
L’Europa chiede di spostare la tassazione dal lavoro al patrimonio e ai consumi. Renzi va nella direzione contraria, perseguendo la strada dell’abolizione dell’imposta sugli immobili per tutti, sfidando anche chi — nello stesso Pd — ritiene tale misura socialmente ingiusta.
Nella diatriba si sono infilati di recente anche la Corte dei Conti e Bankitalia che hanno rimarcato la necessità di abbattere il prelievo sui redditi da lavoro e sull’impresa, che in Italia pesano più che in altro Stato Ue.
E ora si certifica che anche l’evasione dell’imposta sul valore aggiunto pesa da noi più che su 25 Paesi della Ue
E dire che basterebbe far emergere quanto si evade in Italia di Iva (frodi, evasioni, aggiramenti fiscali, bancarotte, insolvenze finanziarie…) per sciogliere tutti i nodi e consentire anche l’abolizione delle imposte sulla casa, fornendo all’Erario il gettito necessario.
Secondo i calcoli di Eurostat, infatti, la differenza tra quanto lo Stato italiano incassa dall’Iva e quanto in linea teorica dovrebbe incassare sulla base delle regole esistenti nel 2013 è stata di 47,5 miliardi.
Nel 2012 era stata di 45 miliardi. Il gap viene calcolato dalla Commissione europea ed è a quota 33,6% nel 2013, dopo il 32% dell’anno precedente. In termini assoluti è il più elevato della Ue, in termini percentuali no: la Lituania ha un differenziale del 37,7%, la Romania del 41%, la Slovacchia del 34,9%.
I Paesi più virtuosi sono invece Finlandia, Olanda, Svezia, Lussemburgo e Slovenia con un gap, rispettivamente del 4,1, 4,2, 4,3, 5,1 e 5,8%, poi, leggermente staccata, la Francia che si ferma all’8,9%.
Nel complesso la differenza è diminuita in 15 Paesi membri, con i più grandi miglioramenti riscontrati in Lettonia, Malta e Slovacchia.
Complessivamente, la raccolta dell’Iva da parte degli Stati non migliora nell’Unione europea.
Nel rapporto il totale degli incassi Iva persi nella Ue viene stimato a quota 168 miliardi: ciò equivale a una perdita di gettito del 15,2% a causa di frodi, evasioni, aggiramenti fiscali, bancarotte, insolvenze finanziarie e calcoli sbagliati in 26 Stati. Per il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, questo studio “mette in evidenza ancora una volta la necessità di un’ulteriore riforma dei sistemi di riscossione dell’Iva in tutta l’Unione europea”.
Moscovici ha esortato i Paesi membri “ad adottare le misure necessarie per combattere l’evasione fiscale e la frode fiscale a tutti i livelli”.
“Questo — ha concluso — rimane un tema scottante ed è tra i principali obiettivi di questa Commissione”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
JUHA SIPILA METTE A DISPOSIZIONE LA SUA CASA DI KAMPELE… MA SALVINI COSA ASPETTA A OSPITARE A CASA SUA QUALCHE SENZATETTO ITALIANO?
Nessun capo di governo si era finora spinto a tanto: ci ha pensato il premier finlandese, Juha Sipilà¤,
a offrire casa sua a qualcuno delle migliaia di profughi in fuga dai loro Paesi.
Milionario, sposato, padre di cinque figli (uno dei quali, Tuomo, è morto lo scorso febbraio), ha detto all’emittente nazionale Yle che la sua abitazione potrà cominciare ad ospitare profughi dall’inizio dell’anno prossimo.
La casa del premier si trova a Kempele, nell’Ostrobotnia settentrionale, oltre 500 chilometri a nord della capitale, e come lui stesso ha affermato alla Yle «al momento non è molto utilizzata. La mia famiglia vive a Sipoo e la residenza ufficiale del primo ministro è a Kesaranta».
Sipilà¤, presidente del Partito di Centro, primo ministro dal 29 gennaio del 2015, dimora generalmente nella capitale, Hensinki.
Il premier, che ha invitato anche il resto dei finlandesi a mostrare solidarietà , ha aggiunto che il piano Ue – redistribuire 120mila richiedenti asilo approdati in Italia, Grecia e Ungheria in tutta Europa- dovrebbe essere volontario e si è augurato che la Finlandia faccia da esempio a tale riguardo.
«Spero – ha affermato – che diventi una sorta di movimento popolare che ispiri molti a prendere la loro parte di responsabilità in questa emergenza abitativa dei rifugiati».
Il primo ministro finlandese ha anche detto di volere «dare il mio contributo» per «mostrare che la Finlandia è un Paese multiculturale».
(da “il Corriere della Sera”)
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