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IL DRAMMA DEGLI SFRATTI: SI SPECULA MA AUMENTA CHI NON HA UN TETTO

Gennaio 4th, 2016 Riccardo Fucile

QUASI CENTO FAMIGLIE OGNI GIORNO SUBISCONO UNO SFRATTO PER MOROSITA’ INCOLPEVOLE… SI COSTRUISCONO CASE INVENDUTE E AUMENTANO GLI IMMOBILI SFITTI, MA I GOVERNI NON RIESCONO A GARANTIRE UN ALLOGGIO SOCIALE A CHI NE HA NECESSITA’

Maddalena ha due figlie a carico, una minorenne e l’altra con gravi problemi di salute. Ha vissuto per venti anni in un appartamento in un popolare quartiere di Roma Est, l’ultimo dei quali trascorso a resistere allo sfratto in attesa di una sistemazione alternativa.
Di rinvio in rinvio, col cuore in gola ogni volta che bussano alla porta o squilla il telefono, fino allo scorso settembre quando, pronta a lasciare casa per una nuova sistemazione, l’acuirsi dei problemi di salute della figlia glielo ha impedito.
Polizia, ufficiale giudiziario e medico hanno valutato la situazione e mediato con i proprietari dell’immobile per un ultimo mese di proroga, con scadenza a fine ottobre.
Alla famiglia di Maddalena è stato assegnato un monolocale. Avrebbe dovuto trovarsi nello stesso quartiere, per garantire un minimo di continuità  a uno stile di vita già  bruscamente interrotto, ma invece è molto distante da lì.
L’alloggio non era arredato. Il bagno era rotto, l’hanno riparato i ragazzi della Rete anti-sfratto dell’ormai ex quartiere.
Eppure, nella contraddittorietà  spietata che caratterizza l’emergenza abitativa e calpesta i più basilari diritti, questo rischia di risultare quasi un “privilegio”, derivante per giunta dalla sfortunata circostanza di problemi di salute tali da richiedere l’assistenza sociale.
Cento sfratti al giorno
Quello di Maddalena purtroppo non è un caso isolato, anzi. Sono infatti poco più di 36mila i nuclei familiari ad aver materialmente subìto uno sfratto nel 2014, quasi 100 al giorno, a fronte di 150mila richieste di esecuzione e oltre 77mila provvedimenti di sfratto emessi tramite l’Ufficiale giudiziario — in media uno ogni 334 famiglie, secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno.
Gli sfratti sono una delle principali componenti del dramma sociale dell’emergenza abitativa e nell’ultimo decennio hanno fatto registrare una preoccupante ascesa.
I provvedimenti emessi nel periodo 2005-2014 sono cresciuti del 69 per cento, mentre gli sfratti effettivamente eseguiti (che possono riferirsi anche a provvedimenti emessi in anni passati, poichè può accadere che lo sfratto vero e proprio venga rimandato per diverse ragioni) sono aumentati del 41 per cento.
E non si tratta di sgomberi di occupazioni, che pur non rappresentando una soluzione sono spesso l’unica alternativa alla vita in strada, ma di regolari contratti di affitto.
Il crescente numero di persone senza casa è reso ancor più paradossale e insopportabile se si pensa che, al contempo, aumenta costantemente anche il consumo di suolo per la costruzione di edifici a uso abitativo (sono 157mila gli alloggi costruiti nel 2013), così come la quantità  di immobili inutilizzati, sfitti o abitati da non residenti, sia pubblici che privati (secondo le ultime stime Istat ammontano a oltre 7 milioni)
Un dramma che, oltre la statistica, quotidianamente scuote la vita di centinaia di migliaia di persone e famiglie, che tuttavia sempre più spesso — anche attraverso il mutuo sostegno di reti sociali spontanee e sportelli di quartiere organizzati – trovano la forza di denunciare una condizione inaccettabile, spesso incolpevole, prevalentemente ignorata nei fatti dalle istituzioni competenti.
Senza casa, senza colpa
La morosità  è la principale causa di sfratto (89,3 per cento). Spesso si tratta di morosità  incolpevole (persone in difficoltà  economiche perchè licenziate, la cui attività  è fallita, a fronte di una separazione dal coniuge, ecc.), tanto che è stato stanziato un fondo a sostegno dei casi più critici.
Ad oggi sono disponibili 83 milioni di Euro sul Fondo Inquilini Morosi Incolpevoli; poca cosa rispetto alle centinaia di migliaia di persone coinvolte, eppure, di questi, solo 12 milioni sono stati effettivamente trasferiti dalle Regioni, per un ammontare di soli 320 contratti sottoscritti.
Un fallimento, le cui cause sono da ricercare tanto nella scarsa progettualità  quanto nella solita burocrazia.
In valori assoluti, Roma è la provincia con il maggior numero di provvedimenti di sfratto emessi (sono stati 8.264 nel 2014), in virtù naturalmente delle dimensioni e della popolosità  della Capitale, seguita prevalentemente dai principali capoluoghi del Nord.
Tra il Sud e le isole, invece, si registrano i valori più bassi, con le province di Potenza, Reggio Calabria e Vibo Valentia a quota zero.
Un quadro simile si presenta anche in merito agli sfratti eseguiti. Roma è sempre maglia nera in termini assoluti (2.726), mentre le province di Taranto, Caserta, Crotone e Isernia, hanno tutte zero sfratti.
Numeri che pesano come mattoni
Ognuno dei numeri contenuti nel rapporto del Viminale pesa come un mattone, proprio come quelli utilizzati ogni anno per costruire migliaia di immobili che poi restano principalmente inutilizzati, drogando il mercato, alimentando la speculazione edilizia e di conseguenza l’emergenza abitativa (a Roma il costo medio per l’affitto di un immobile dentro il Grande Raccordo Anulare è di 12 Euro al metro quadro).
Dietro a ognuno di quei numeri si celano come sempre storie, vite, volti di persone comuni, che magari ci è anche capitato di incrociare.
Una di queste storie, anch’essa emblematica delle migliaia che affliggono la Capitale, è quella della signora Nella, 87 anni.
Il contratto di affitto dell’immobile dove da decenni risiede nel quartiere di Centocelle (a 50 metri da dove abito, NdR), e che oggi occupa da sola, è scaduto.
I nuovi proprietari subentrati nel tempo, allettati dalla prospettiva di canoni di affitto più alti in virtù della recente apertura della stazione metropolitana, intendono mettere alla porta l’incolpevole inquilina, che pure paga un affitto commisurato alla pensione minima che riceve. In attesa di una risoluzione definitiva, nel corso dell’autunno lo sfratto è stato rimandato di mese in mese.
Ma la vita di Nella resta sospesa, insieme a quella delle 50mila persone dichiarate in attesa di sistemazione dal Comune di Roma (più del doppio quelle in emergenza abitativa, secondo i movimenti).
“Una casa per ogni famiglia”
Non è lo slogan di una manifestazione per il diritto all’abitare, ma è l’appello del Pontefice, pronunciato la prima volta esattamente due anni fa, alla viglia del Natale 2013, e poi ribadito di recente. Invano, a quanto pare.
Infatti, per comprendere meglio il reale impatto degli sfratti sul territorio, bisogna rapportarli proprio al numero di nuclei familiari che vive in ciascuna provincia. Se in Italia la media è di un provvedimento di sfratto ogni 334 famiglie, il picco massimo si tocca nella provincia pugliese di Barletta-Andria-Trani dove il rapporto scende addirittura a uno ogni 133 famiglie.
Quella degli sfratti e, più in generale, dell’emergenza abitativa è una lacerazione del tessuto urbano e sociale che va peggiorando di giorno in giorno e lede i diritti delle persone.
Le istituzioni sono chiamate a dare risposte strutturali, che non significa emergenziali, perchè aprono la porta alla malagestione o a casi emersi con Mafia Capitale.
I numeri ci sono. Finora è mancata la volontà .

Andrea Fama
(da “L’Espresso”)

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MILANO CIVILE APRE LA PORTA AI PROFUGHI: FONDI STATALI PER COPRIRE I 300 EURO DESTINATI A CHI ACCOGLIE UN RIFUGIATO A CASA SUA

Gennaio 4th, 2016 Riccardo Fucile

A DIFFERENZA DI SALVINI CHE NON OSPITA ALCUN SENZATETTO ITALIANO A CASA SUA MA SISTEMA A SPESE PUBBLICHE LE EX MOGLI, IL COMUNE DI MILANO ACCOGLIE CHI FUGGE DAI MASSACRI

Il Comune di Milano offre 300 euro al mese alle famiglie che ospiteranno i titolari di protezione internazionale.
Il bando è stato pubblicato sul sito di Palazzo Marino lo scorso 30 dicembre. Si tratta di una iniziativa nell’ambito dello Sprar, il sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati in collaborazione con il ministero dell’Interno, che ha messo a disposizione fondi statali.
L’obiettivo è quello di selezionare famiglie residenti a Milano disponibili a ospitare profughi nelle loro abitazioni per sei mesi eventualmente prorogabili.
Le famiglie selezionate dovranno partecipare a un piano di formazione di due giornate.
In cambio, il Comune riconoscerà  loro un contributo economico di 300 euro mensili pro capite per il vitto e l’alloggio di ogni ospite, che in ogni caso non potrà  superare i 400 euro per ogni famiglia.
Il cuore grande di Milano si era peraltro già  manifestato nella adesione all’appello attraverso il quale sono stati raccolti in poche ore 30mila capi di abbigliamento destinati ai rifugiati.
Gli alloggi dovranno essere all’interno del territorio comunale e dovranno risultare idonei per l’utilizzo ad uso abitativo/residenza.
Le domande di adesione dovranno essere inviate entro il 15 gennaio.
Sul sito di Palazzo Marino si spiega che “l’accoglienza in famiglia” di titolari di protezione internazionale “rappresenta un modello di accompagnamento innovativo, che può potenzialmente attivare un più diretto e fattivo coinvolgimento della comunità  locale ed un accompagnamento maggiormente personalizzato e attento”.
Le famiglie interessate possono presentare domanda scaricando il modulo dal sito del Comune e consegnarla in busta chiusa al protocollo della Direzione politiche sociali e cultura della salute in largo Treves.
Dalle 9 alle 12 e dalle 13.45 alle 15.15 dal lunedì al venerdì o spedire una raccomandata con ricevuta di ritorno.
I profughi da ospitare saranno individuati dal Consorzio e dalla cooperativa Farsi prossimo, che sono enti convenzionati con il comune e la Prefettura per la gestione del progetto Sprar, tra i titolari di protezione internazionale.
Ovviamente si è messa in moto la consueta speculazione leghista basata sul falso come prassi politica: “Questi soldi dovrebbero andare agli anziani in difficoltà  con pensioni minime, ai disoccupati o ai genitori separati che finiscono a dormire in macchina e sono costretti a rivolgersi alla Caritas o alle mense, non ai clandestini”.
Dimenticando:
1) Che i fondi sono europei e gestiti dal Ministero degli Interni e quindi il Comune di Milano non c’entra una mazza.
2) La cifra corrisponde in difetto a quanto costerebbe un profugo assistito da altre strutture pubbliche.
3) Non si tratta di clandestini ma di rifugiati, protetti da Convenzioni internazionali sottoscritte da tutte le nazioni civili.
4) I fondi per gli anziani in difficoltà , i disoccupati, le case, ecc sono competenza dello Stato: quello che i leghisti hanno amministrato per dieci anni senza fare un cazzo per risolvere i problemi di queste categorie.
5) Siamo favorevoli in ogni caso a una legge che obblighi ogni parlamentare leghista a ospitare a casa propria un senza tetto italiano, fornendo gratuitamente vitto e alloggio, a cominciare dal suo segretario, esperto finora solo nel sistemare le ex mogli senza concorso e a chiamata diretta a spese del Comune e della Regione, ovvero dei contribuenti italiani.

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MA LA RIPRESA IN ITALIA E’ LA PIU’ LENTA D’EUROPA: I DATI CONDANNANO RENZI

Gennaio 4th, 2016 Riccardo Fucile

INDUSTRIA: – 31% DAI LIVELLI PRE-CRISI… MALE LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE…RECUPERATO SOLO IL 3% DELLA PRODUZIONE, GLI ALTRI PAESI FANNO MEGLIO

Il numero più brutto è quel 31,2% che ancora manca all’Italia per tornare al livello della produzione industriale pre-crisi: è una montagna da scalare, e chissà  se ce la faremo mai, perchè dal 2008 (quando cominciò la caduta) sono cambiate troppe cose nel mondo, la produzione si è spostata massicciamente in Asia, e non è detto che al termine della notte (fra un tot di anni) ci sarà  ad aspettarci la normalità  del mondo di prima
Non è questione di gufi o non gufi: i numeri dicono che l’Italia nel 2015 è riuscita sì ad agganciare la ripresa economica internazionale (grazie al petrolio a buon mercato e al denaro della Bce a costo zero) ma di suo ci ha messo poco, perchè in Europa è ultima nel recupero della produzione industriale e figura tra i Paesi messi peggio per l’occupazione, soprattutto giovanile.
Lo dicono i dati dell’Eurostat. Il ministero italiano dello Sviluppo ci vede comunque «segnali positivi», tant’è vero che le cifre di Eurostat sono rilanciate da un documento dello stesso Mise, secondo cui «l’Italia ha ingranato la ripresa»
La lettura del ministero è legittima, però è un dato oggettivo che la produzione industriale italiana ha recuperato solo il 3% rispetto ai minimi toccati durante la recessione.
La Francia ha recuperato l’8%, la Germania il 27,8%, la Gran Bretagna il 5,4% e la Spagna il 7,5%.
Il confronto è ancora peggiore se si guarda al singolo settore delle costruzioni: nell’ottobre del 2015 l’Italia era 85 punti sotto il massimo pre-crisi e ha toccato il nuovo minimo assoluto dall’inizio della crisi economica.
Secondo Eurostat, tutti gli altri big hanno invece recuperato dai picchi negativi, dal 3,4% della Francia al 32,9% della Spagna.
Anche nel mercato del lavoro la ripresa italiana si nota a fatica.
Nel terzo trimestre del 2015 il nostro tasso di disoccupazione è sceso all’11,5%, ma in Germania era al 4,5% e nel Regno Unito al 5,2%. La Spagna subiva un 21,6% ma rispetto ai momenti più bui della crisi ha recuperato 4,7 punti contro 1,6 dell’Italia. Caso a sè la Francia, dove c’è meno disoccupazione che in Italia ma il 10,8% è il dato più brutto da 18 anni.
L’Italia fa peggio di tutti nel lavoro giovanile con un tasso di occupazione (attenzione: di occupazione, non disoccupazione) del 15,1% contro il 17,7% della Spagna, il 28% della Francia, il 43,8% della Germania e il 48,8% del Regno Unito. Rispetto ai picchi negativi della crisi il recupero in Italia è stato di 0,9 punti contro 1,9 in Spagna, 2,7 punti in Germania e 4,2 in Gran Bretagna.

Luigi Grassia
(da “La Stampa”)

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INTERVISTA A RENZI: “ITALIA, BASTA CAPPELLO IN MANO”

Gennaio 4th, 2016 Riccardo Fucile

“BASTA CON L’ANSIA DEI COMPITI A CASA, L’UE CI RISPETTI”

«Ma no… certe preoccupazioni non le capisco. Il mercato non è una minaccia, e la globalizzazione è una grande opportunità : l’Italia deve aprirsi. è per questo che vado volentieri a Milano: per dare atto della grande sfida che il Paese lancia con la quotazione in Borsa della Ferrari…».
Domenica pomeriggio, voci di sottofondo, Matteo Renzi è a Pontassieve per passare ancora qualche ora in famiglia, e si entusiasma a parlare della rossa di Maranello.
«Quando Marchionne mi annunciò l’idea della quotazione in Borsa a New York – racconta ancora il premier – gli chiesi di farlo anche qui da noi. Magari ci aveva già  pensato, ma voglio ringraziarlo lo stesso. E anche quest’operazione, che io apprezzo, in fondo è il segno che il capitalismo di relazione è finito, e che è il tempo dell’apertura e della trasparenza».
Insomma una buona notizia, presidente: che certo aiuta, di fronte a certe turbolenze che paiono in arrivo da Bruxelles…
«A cosa si riferisce, scusi?».
Alla quantità  di contenziosi che l’Italia ha aperto in Europa, e con la Germania in particolare.
«È sbagliato chiamarli contenziosi. Ho un ottimo rapporto con Juncker, che sarà  qui a febbraio. E Angela Merkel volle conoscermi quando ero ancora sindaco di Firenze. Non ci sono contenziosi o problemi personali: ci sono solo questioni politiche e di regole che, come è giusto che sia, devono valere o per tutti o per nessuno».
E invece non è sempre così?
«L’Italia ha avuto per anni problemi con l’Europa: direi dai tempi del rispetto dei parametri di Maastricht per entrare nell’euro, passaggio rispetto al quale Prodi e l’Ulivo fecero un lavoro gigantesco. Oggi, però, non è più così: l’Italia è tornata e mantiene gli impegni, anche se qualcuno non si è ancora liberato dell’ansia italica dei compiti da fare a casa. Noi non vogliamo venir meno alle regole che ci siamo dati: chiediamo solo il rispetto di quelle regole. E bisogna smetterla di pensare a un’Italia sempre con il cappello in mano».
C’è qualcuno che non rispetta le regole, dunque? Lei ha molto polemizzato con Angela Merkel nelle ultime settimane…
«Nessuna polemica tra me e Angela. Io ho solo fatto delle domande: per esempio, se i gasdotti vanno bene quando sono fatti nell’Europa del Nord e meno bene quando si ipotizza di farli al Sud. Oppure se la flessibilità  possono praticarla alcuni Paesi mentre altri no. Ma vedrà  che – come sempre e nell’interesse di tutti – troveremo buone soluzioni…».
Quindi non teme «vendette» per le questioni poste – e poste con inedita franchezza? Per esempio: è aperta una procedura d’infrazione per l’intervento del governo sull’Ilva di Taranto: cosa si aspetta?
«Vendette? Non credo alle vendette. E a certo provincialismo nostrano, anzi, dico: basta considerare l’Europa una nemica o una maestrina. Porre le questioni con chiarezza è utile a noi e all’Europa stessa. Poi, che qualcuno amerebbe veder chiudere Taranto è cosa nota: ma non lo accetteremo. Per l’Italia è finito il tempo della paura: rispetto per tutti ma paura di nessuno. E diciamo una parola chiara sulla Germania: su alcune cose abbiamo da imparare, da copiare. Ma quel che non mi piace, qui da noi, è una certa subalternità  psicologica che ormai trovo surreale».
Intende il sentirsi sempre indietro, sempre alla ricerca di legittimazioni?
«Si tratta di stati d’animo non più comprensibili. Si pensi a quel che abbiamo fatto in questi venti mesi e dove eravamo due anni fa. In un anno abbiamo fatto la riforma del lavoro tenendo i conti in ordine (la Germania ci mise di più e sforò nel rapporto debito Pil; abbiamo riformato la giustizia, la scuola, la legge elettorale, le norme in materia di corruzione… L’Italia di questi giorni è altra cosa rispetto a prima: il Paese riparte, ripartono i mutui, l’edilizia, c’è ottimismo tra i consumatori…».
Però Eurostat segnala una crescita più lenta rispetto ai grandi Paesi europei: l’industria è ripartita con più fatica e la disoccupazione giovanile diminuisce a velocità  ridotta…
«Ma dico: scherziamo? Abbiamo avuto tre anni di recessione sconosciuta in altri Paesi. Pensi al nostro Pil: -2,3 con Monti, -1,9 con Letta e con me -0,4 l’anno scorso. Quest’anno siamo cresciuti dello 0,8%, nel 2016 lo faremo del doppio. L’Italia è ripartita, siamo fuori dal pantano del 2013. Dopo anni di grigiume, come diciamo a Firenze, il clima è decisamente cambiato. Del resto, un Paese nel quale i commentatori si esercitano da giorni su 30 secondi di ritardo nel segnalare l’avvio dell’anno nuovo, mi rassicura: vuol dire che problemi più seri su cui discettare non ce n’è…».
Purtroppo ce ne sono, presidente… Uno l’aspetta al varco: la disciplina delle unione civili. Come pensa di uscirne?
«È una ferita che va sanata, siamo fanalino di coda in Europa».
Già , ma come? Come pensa di risolvere, per esempio, il problema della cosiddetta stepchild adoption? Stralcerà  la norma o andrà  avanti, chi ci sta ci sta?
«Il tema è di quelli che toccano la sensibilità  dei singoli parlamentari, e bisogna tenerne conto: su alcuni punti ci sarà  la libertà  di coscienza. Quello che è certo è che la legge va fatta, subito. C’è discussione nei partiti, lo so. E anche nel Pd ci sono idee diverse. Discuteremo ancora, naturalmente: ma il momento di tirare le fila e concludere ormai è venuto».
Ed è vero che la sua principale preoccupazione, di questi tempi, è la crescita del Movimento di Beppe Grillo, che pure è pronto a votare quel provvedimento?
«La mia preoccupazione è il Paese, la sua ripresa, il suo rilancio. Quanto ai Cinque Stelle, il loro modo di governare è il miglior spot per il Pd. Io li rispetto, ma amministrano una dozzina di Comuni su 8mila e lo fanno tra fallimenti ed espulsioni. Passare dalle veline del blog alla realtà  è complicato, me ne rendo conto…».
Un’ultima cosa: è proprio vero che ha visto il film-evento di Checco Zalone?
«Sì, con i miei figli, che conoscono a memoria tutte le battute dei suoi film. Io ho riso dall’inizio alla fine».
E il dibattito che ne è sorto? Se è di destra, di sinistra, di centro, insomma?
«Sorrido di fronte a certi cambi di atteggiamento: fino a ieri era un reietto, volgare, snobbato da certi intellettuali».
E invece?
«Non entro nel dibattito. Dico che Zalone è un uomo molto intelligente, e che l’operazione di lancio del film è un capolavoro, geniale. In sala c’era gente normale, che si è divertita. E i professionisti del radical-chic, che ora lo osannano dopo averlo ignorato o detestato, mi fanno soltanto sorridere».

Federico Geremicca
(da “La Stampa”)

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UN ORRORE PICCOLO PICCOLO E IL DOVERE DI NON CHIUDERE GLI OCCHI

Gennaio 4th, 2016 Riccardo Fucile

UN BAMBINO IN GUERRA CHE PROMETTE LA MORTE E UN ALTRO IN FUGA DALLA GUERRA CHE MUORE

Il conflitto infinito nelle storie di due bambini: il primo addestrato dall’Isis minaccia gli «infedeli»; l’altro, un siriano di due anni, sbarca in una bara dopo un naufragio nel mare Egeo
L’anno si apre con il destino assurdo di due bambini, vittime microscopiche eppure gigantesche di una guerra che non vogliamo vedere.
Il bimbo della foto di sinistra compare in coda al primo video stagionale di macelleria Isis.
Indossa la mimetica degli adulti e una fascia nera tra i capelli imbizzarriti.
A occhio non sembra ancora avere nemmeno l’età  per andare a scuola, ma gli sgozzatori sono docenti precoci e gli hanno già  insegnato la lezioncina del bravo minacciatore.
Nelle immagini lo si vede allungare un braccio non più lungo di quello di un bambolotto e indicare un punto all’orizzonte per promettere morte certa a tutti gli infedeli che vi abitano.
Vorrebbe fare paura e invece incute pietà , ma mai quanta il bimbo della foto di destra, che riposa dentro una bara.
Di lui sappiamo il nome, Khalid, l’età  — due anni — e il motivo per cui si trovava in pieno inverno a solcare le acque gelide dell’Egeo su un gommone destinato a infrangersi contro gli scogli: la giovane mamma siriana voleva sottrarlo a un’infanzia di guerra.
Il sudario di legno lo nasconde alla nostra emotività , che dopo la foto del piccolo Aylan riverso su una spiaggia turca ha bisogno di choc sempre più forti per accendersi.
L’anno comincia così, con un bambino in guerra che promette la morte e un altro in fuga dalla guerra che muore.
E non ci sono parole nè morali possibili.
Solo il dovere di non chiudere gli occhi.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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